La Nazione, 19 novembre 2021
Un macchinario ha bisogno di essere riparato da mesi ma nonostante i solleciti l'intervento non arriva. Non è la prima volta che il problema viene segnalato e, così come accadde qualche anno fa, quando la situazione trovò poi uno sbocco in seguito alla segnalazione su La Nazione, hanno deciso di percorre la stessa strada.
Il problema è (di nuovo) quello del blocco delle prestazioni sanitarie di solito fornite dal gabinetto odontoiatrico all'interno dell'ambulatorio medico del carcere di Volterra. Così come accadde nel 2009, il guasto ad uno dei macchinari utilizzato dal personale medico che presta servizio all'interno della struttura due giorni alla settimana (secondo quello che dovrebbe essere il calendario abituale, insomma) sta impedendo il regolare funzionamento del servizio.
A farsi portavoce del problema è Francesco Innocenti che evidenzia il disagio - e anche le preoccupazioni - vissuto da tutti coloro che stanno scontando la loro pena. "Una delle apparecchiature - racconta Innocenti - non è funzionante ormai da alcuni mesi e questo comporta l'impossibilità di accedere alle cure odontoiatriche.
Non possono essere previsti nuovi interventi da parte del personale medico e quelli fissati in precedenza, fra i quali il mio, sono ripetutamente rimandati a data che ancora non è possibile fissare, perché non è chiaro quando lo strumento sarà riparato". E questa situazione di stallo, sottolinea ancora Innocenti, "resta tale nonostante la segnalazione iniziale e poi i ripetuti solleciti effettuati dalla Direzione del carcere. Purtroppo, alla resa dei fatti tutto quanto è rimasto al momento inascoltato". L'appello, quindi, è rivolto a chi deve predisporre l'intervento dei tecnici in modo tale che il servizio medico possa riprendere.
di Viviana Lanza
Il Riformista, 19 novembre 2021
Un dramma sfiorato in una cella della casa circondariale di Poggioreale e un'indagine della Procura che scatena un nuovo temporale giudiziario sulla polizia penitenziaria. Il tema carcere torna sotto i riflettori a Napoli. Si parte da Poggioreale, reparto Salerno. Il dramma è sfiorato questa volta, sventato in extremis da alcuni agenti della polizia penitenziaria. Un detenuto arrivato dalla Calabria ha rischiato di morire nell'incendio che aveva appiccato nella camera di pernottamento. Lo hanno salvato gli agenti attirati dal fumo e dall'odore acre che le fiamme avevano sprigionato. Questione di attimi e si sarebbe contato in carcere un nuovo morto, un atto di autolesionismo in più da aggiungere alla triste lista dei gesti estremi commessi in cella, nel mondo di chi vive dietro le sbarre.
Un mondo, purtroppo, ancora troppo lontano da quello fuori che lo circonda. Al punto che anche gli agenti della polizia penitenziaria arrivano a invocare attenzione e aiuti. Il vice segretario regionale dell'Osapp Campania, Luigi Castaldo, ha commentato l'episodio sottolineando la "pericolosità del lavoro svolto dai poliziotti penitenziari" e la "complessità del carcere di Poggioreale che conta oltre 2200 detenuti a fronte di una capienza massima di 1600".
E giù con le criticità di sempre, dalle questioni strutturali ("Ci sono vari reparti inagibili, in attesa di ristrutturazione, e questo - sottolinea Castaldo - non fa altro che creare ulteriori disagi") alle mai risolte carenze di personale (mancano più di 200 unità non solo tra gli addetti alla sicurezza e al controllo ma anche e soprattutto tra gli educatori, gli psicologi e altre professionalità essenziali per garantire un carcere più civile ed umano).
E proprio il nodo "personale" è finito al centro di un'inchiesta della Procura su una presunta corruzione che conta 14 indagati per episodi avvenuti tra gennaio e giugno scorsi. Due agenti della polizia penitenziaria (uno dei quali già in stato di custodia cautelare in carcere da luglio scorso per accuse analoghe) sono sospettati di essere stati il perno del meccanismo con cui si promettevano e assicurano (dietro compenso, anche 8mila euro) aiuti per superare le prove psico-attitudinali per entrare a far parte di corpi delle forze armate, tra esercito, carabinieri e aeronautica militare, nonché nella polizia penitenziaria.
I provvedimenti cautelari riguardano anche pubblici ufficiali, tra cui un assistente capo della polizia penitenziaria in servizio al carcere di Santa Maria Capua Vetere, un vigile urbano del Comune di Caivano, un caporal maggiore dell'esercito in servizio presso la caserma Maddaloni, tutti sospettati di aver fatto da intermediari tra gli aspiranti militari e i colleghi ritenuti in grado di oleare i meccanismi delle prove ai concorsi. Tra gli indagati ci sono anche due agenti della penitenziaria che avevano un ruolo nelle sigle sindacali della categoria e tra le ipotesi su cui si dovrà lavorare c'è anche quella di un presunto scambio proposto a una collega: la possibilità di conseguire un'aspettativa sindacale non retribuita in cambio di 60/70 tessere sindacali o il loro equivalente in euro, cioè tra 5 e 6mila euro. Il quadro accusatorio per gli inquirenti è di "estrema gravità" ma ovviamente si è in una fase in cui si è in attesa di conferme a tutte le ricostruzioni accusatorie, l'inchiesta è ancora in corso.
Ora la parola passa alla difesa. Intanto dalle carte spuntano anche nomi anche di persone non indagate ed episodi o stralci di conversazioni intercettate che spingono a sbattere il mostro in prima pagina. Bisogna attendere che l'inchiesta faccia il suo corso, che le ricostruzioni investigative superino il vaglio dei giudici nel contraddittorio con le tesi difensive. Resta una considerazione finale da fare: lavorare nel corpo delle forze armate richiede attitudini che non possono essere un dettaglio irrilevante o da considerare merce di scambio. La cronaca ce lo ha ricordato, i drammi che si consumano nel mondo del carcere lo dimostrano.
alumni.polimi.it, 19 novembre 2021
Gli studenti del Poli hanno progettato una palestra per la sezione femminile del carcere di Bollate. L'Advanced School of Architecture (Asa) è un percorso formativo "aggiuntivo", che gli studenti più meritevoli possono seguire parallelamente ai Corsi di Laurea Magistrale in Architettura. È un programma di eccellenza dedicato a soli 20 studenti, italiani e internazionali, selezionati in base al loro talento progettuale. Il suo obiettivo è quello di potenziare e sviluppare la figura dell'architetto-progettista, attraverso attività che mettano lo studente a diretto contatto con la realtà professionale e con la complessità dei processi oggi in atto nelle diverse realtà europee ed extra europee.
Nella prima Master Class dell'edizione 2021-2022, sotto la direzione di Paolo Cascone e Maddalena Laddaga (Codesignlab e University of Westminster) e grazie alla collaborazione con il progetto Acts (A Chance Through Sport) diretto dal prof. Andrea Di Franco (Dastu), gli studenti hanno progettato e realizzato il prototipo di una piccola palestra modulare, concepita per essere montata in una delle aree all'aperto del penitenziario di Bollate.
"Può fare veramente la differenza, qui", ha dichiarato una delle rappresentanti delle detenute. "Se non hai nulla da perseguire resti bloccato nella routine e non riesci ad andare avanti. È importante sia per la nostra salute mentale sia per il percorso di crescita individuale. È una sorta di trampolino".
Si tratta del primo progetto di questo genere che coinvolge una comunità di detenute in Italia. Dal disegno alla costruzione vera e propria, gli studenti hanno lavorato fianco a fianco gli architetti Cascone e Laddaga, esperti nel campo della progettazione parametrica, collegando l'approccio sociale a quello di costruzione ecologica e produzione digitale. Ogni modulo della struttura è progettato per creare uno spazio sia per l'esercizio individuale che in connessione con gli altri, a corpo libero o con l'uso di attrezzi. L'uso di simulazioni ambientali digitali ha guidato la scelta dei materiali. Gli studenti, infatti, hanno potuto sperimentare in prima persona le potenzialità di fabbricazione digitale avanzata dei Laboratori Labora e MaBa. Saperlab del Politecnico di Milano.
"Si tratta di un'esperienza didattica del tutto eccezionale", commenta il prof. Pierre-Alain Croset, direttore di Advanced School of Architecture (ASA). "che illustra in modo esemplare la missione dell'ASA di potenziare le competenze progettuali dei futuri architetti grazie ad una forte sinergia tra accademia e realtà professionale. La volontà è quella di offrire agli studenti un'esperienza progettuale molto concreta - direi anche "fisica" e "tattile": i ragazzi hanno risposto a questa sfida dimostrando un'eccezionale passione e impegno, certamente stimolati anche dalla consapevolezza di vivere qualcosa che va oltre la tradizionale esperienza scolastica, perché potrà concludersi nella prigione di Bollate con uno spazio reale di sicura utilità sociale".
Il prototipo è stato smontato e si trova ora nel deposito del carcere di Bollate, in attesa di essere ricostruito con le detenute in primavera. Per portarla a termine con i giusti materiali di rivestimento e con gli attrezzi necessari all'esercizio fisico, servono circa 15 mila euro: abbiamo bisogno degli Alumni!
"Si tratta di un'esperienza didattica del tutto eccezionale", commenta il prof. Pierre-Alain Croset, direttore di Advanced School of Architecture (Asa). "che illustra in modo esemplare la missione dell'ASA di potenziare le competenze progettuali dei futuri architetti grazie ad una forte sinergia tra accademia e realtà professionale.
La volontà è quella di offrire agli studenti un'esperienza progettuale molto concreta - direi anche "fisica" e "tattile": i ragazzi hanno risposto a questa sfida dimostrando un'eccezionale passione e impegno, certamente stimolati anche dalla consapevolezza di vivere qualcosa che va oltre la tradizionale esperienza scolastica, perché potrà concludersi nella prigione di Bollate con uno spazio reale di sicura utilità sociale".
di Liana Milella
La Repubblica, 19 novembre 2021
Slitta ancora l'approdo in aula. Se ne parlerà forse il 29 novembre. Ma il centrodestra è deciso a ostacolare la legge anche andando molto al di sotto delle quattro condizioni poste dalla Corte costituzionale nel 2019.
La legge sull'eutanasia rischia di fare la stessa fine della legge Zan, affondata al Senato dal centrodestra. In queste ore alla Camera un'identica manovra è in atto, protagonisti, ancora una volta, Lega, Forza Italia, Fratelli d'Italia e Coraggio Italia che stanno facendo la voce grossa, a colpi di emendamenti, nelle due commissioni che si occupano delle future norme, la Giustizia e gli Affari sociali.
Il primo obiettivo, ovviamente, è cercare di rinviare sine die la discussione in aula. Era prevista per il 25 ottobre. Era già slittata al 22 novembre. Ma poi la riforma del processo civile, che deve rispettare i tempi del Pnrr, ha preso il suo posto. Nel frattempo dozzine di causidici emendamenti hanno costretto i due relatori, uno per ogni commissione, Alfredo Bazoli del Pd e Nicola Provenza del M5S, a un faticoso lavoro di cernita.
Ieri l'ennesimo scontro, nell'ufficio di presidenza, sul calendario. Perché i due presidenti - Mario Perantoni per la Giustizia e Marialucia Lorefice per la Affari costituzionali, per una coincidenza entrambi di M5S - hanno chiesto al presidente della Camera Roberto Fico solo uno spostamento "minimo", appunto al 29 novembre, mentre il centrodestra ne avrebbe voluto uno molto più congruo. Con l'obiettivo di rinviare il più possibile una discussione che il centrodestra considera quanto mai indigesta.
Il centrodestra, con la Lega in testa, fa di tutto per dilazionare la data del passaggio in aula. E il partito di Conte si arrabbia. Ecco cosa dice Eugenio Saitta: "È inaccettabile la pretesa della Lega di dilazionare ancora i tempi per chiudere in commissione il provvedimento sul fine vita. In realtà vogliono impedire che si arrivi fino in fondo su questo provvedimento di civiltà". Il collega di partito, e relatore, Nicola Provenza, ieri sera si dichiarava "fiducioso" di chiudere il voto sugli emendamenti la prossima settimana. Voto che ha di fronte un bivio politico che Provenza sintetizza così: "Adesso serve una doverosa sintesi. Che abbia maglie non troppo larghe, perché altrimenti si rischia di non portare la legge al voto, ma neppure troppo strette, perché in quel caso la legge sarebbe inutile".
E già. Ma tutto il centrodestra, per evitare una legge "utile", ha presentato emendamenti per rendere di fatto inattuabili perfino le quattro condizioni poste dalla Consulta sul caso Cappato nel 2019. Dopo aver dato un anno di tempo al Parlamento per decidere, e visto che non decideva, la Corte è andata avanti per la sua strada, tant'è che Marco Cappato, sotto processo a Milano per aver accompagnato in Svizzera Dj Fabo, è stato assolto dal reato di aiuto al suicidio.
Condizioni chiarissime quella della Corte costituzionale e che consentirebbero già adesso di risolvere molti casi, che invece vengono bloccati dalla burocrazia sanitaria e ministeriale, come accade per i due tetraplegici che vivono nelle Marche, Mario e Antonio, inutilmente in attesa di poter ottenere il fine vita che hanno chiesto e di cui, in base alla Consulta, hanno diritto. Si batte per loro l'Associazione Luca Coscioni.
Ricordiamo le quattro condizioni: l'eutanasia è già possibile se siamo di fronte "a una patologia irreversibile, causa di sofferenze fisiche o psicologiche assolutamente intollerabili, per un malato che può vivere solo attraverso trattamenti di sostegno vitale, ma che però sia capace di prendere decisioni libere e consapevoli". Ma su ogni parola della Consulta il centrodestra fa dei distinguo, con un solo obiettivo, rendere impossibile ancora una volta la legge sull'eutanasia, proprio come ha bloccato quella sull'omofobia. Tutto questo mentre migliaia di italiani hanno firmato per andare al referendum proposto dalla Coscioni.
Corriere della Sera, 19 novembre 2021
La dura prova della pandemia e la centralità del fenomeno: i dati della ricerca dell'Istituto Demopolis per l'impresa sociale Con i Bambini. Rossi-Doria: "Rafforziamo le alleanze educative".
I giovani e la scuola. Un percorso virtuoso per far emergere, tra i ragazzi, i talenti e indirizzare le loro aspirazioni. Ma, purtroppo, non sempre è così. Se viene a mancare la continuità, questo "viaggio" si interrompe ed emerge un problema. Anzi, un'urgenza. Perché questa è la povertà educativa minorile: un'emergenza che ha bisogno di risposte mirate. Soprattutto dopo la pandemia che ha avuto un impatto con conseguenze pesantissime nel mondo dell'istruzione. Ed è questo quanto emerge anche dall'indagine dell'Istituto Demopolis per l'impresa sociale Con i Bambini. Ovvero, come rimarca il suo presidente Marco Rossi-Doria: "Gli italiani hanno capito che la povertà educativa è una grande questione nazionale". In che misura? Per il 90% degli italiani la povertà educativa è un fenomeno grave.
L'esatta dimensione dell'allarme, dopo la "dura prova del Covid-19", è evidenziata dai numeri della ricerca "Gli italiani e la povertà educativa minorile - Ascoltiamo le comunità educanti", promossa nell'ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile e realizzata alla vigilia della Giornata internazionale dei diritti dell'infanzia e dell'adolescenza fissata per il 20 novembre.
Per un italiano su due la didattica a distanza non ha adeguatamente garantito una parità di accesso: lezioni, contatti con gli insegnanti, apprendimento. Per 8 genitori su dieci a bambini e ragazzi in futuro non dovrà mai più mancare la continuità scolastica. Non solo: anche la socialità fra coetanei (69%), le attività sportive e ludiche (63%). E per il 78% degli italiani, il principale problema dei minori - accentuato dal lockdown - è la dipendenza da smartphone e tablet. C'è stato poi un peggioramento nell'organizzazione scolastica (55%) e nel rapporto tra i ragazzi (48%).
Oltre alla coscienza degli italiani sul fenomeno, Marco Rossi-Doria pone l'accento su un altro aspetto: "Cresce e si rafforza anche la consapevolezza che il fenomeno si affronta insieme, in un'ottica di comunità educante, rafforzando le alleanze educative. Dopo l'emergenza in senso stretto, in cui le preoccupazioni principali erano giustamente rivolte alla disponibilità di dispositivi e Internet, l'opinione pubblica fa i conti con le esigenze primarie di ogni uomo e bambino: la socialità e i legami con i pari, l'esigenza di imparare bene e, al contempo, di stare bene insieme, tra coetanei".
La pandemia ha evidentemente inciso sul percorso dei ragazzi, anzi "ha ostacolato tutto questo - continua Rossi-Doria -: servono continuità nell'apprendimento per bambini e ragazzi, oltra a più spazi per la socializzazione. Le diseguaglianze sono cresciute, occorre raggiungere tutti e ciascuno. Le priorità indicate dagli italiani per il Pnrr e la spesa pubblica sono eloquenti.
Il percorso avviato da Con i Bambini anche verso le particolari fragilità è largamente condiviso dall'opinione pubblica, come dimostrano le reazioni positive all'iniziativa che stiamo avviando a favore di bambini e ragazzi orfani di femminicidio, che risponde a un dovere civile di tutti". "Il tema della povertà educativa ha finalmente conquistato la centralità che merita - evidenzia Francesco Profumo, presidente Acri, Associazione che riunisce Fondazioni e Casse di Risparmio Spa - e l'indagine lo conferma. L'emergenza Covid ha fatto emergere, e ulteriormente aggravato, le disuguaglianze che lacerano la nostra società e che condannano a un "destino già scritto" molti dei nostri ragazzi".
di Roberto Saviano
Corriere della Sera, 19 novembre 2021
Medhanie Tesfamariam Berhe, un ragazzo eritreo la cui vita è divenuta un vero inferno a causa di uno scambio di persona. Il giovane eritreo è stato ritenuto per errore dalla Procura di Palermo uno dei più temuti trafficanti di esseri umani, dal nome simile di Medhanie Yehdego Mered. Il giornalista Lorenzo Tondo ha scoperto la sua storia.
È lui il protagonista del libro di Lorenzo Tondo, che ci racconta di un agghiacciante errore giudiziario verso il quale l'Italia e i media italiani hanno mostrato indifferenza. E mentre ci parla di Berhe, Lorenzo Tondo chiarisce dinamiche che, quando si tratta di immigrazione, è fondamentale conoscere. La prima riguarda la vera identità dei trafficanti di esseri umani, che non sono le Ong, ma persone e organizzazioni criminali di cui spesso si conoscono nomi e affiliazioni. La seconda è strettamente collegata alla prima: gli inquirenti, in Italia, in seguito al naufragio del 3 ottobre 2013 a Lampedusa, hanno deciso di contrastare il traffico di esseri umani come si fa con le mafie. Stesse metodologie di indagine e ricorso alle intercettazioni. Ecco perché l'identità dei trafficanti e le loro prassi sono note agli inquirenti italiani.
Ciò chiarisce come indagare e criminalizzare le Ong sia l'effetto di politiche razziste e xenofobe che nulla hanno a che vedere con la giustizia. Ma pur avvalendosi delle stesse risorse utilizzate contro la criminalità organizzata, ben presto ci si è resi conto che le nostre carceri si riempivano di migranti, spesso soccorsi da imbarcazioni militari italiane, trovati con in mano bussola e timone. Migranti mai stati trafficanti, ma che per la traversata avevano pagato come tutti e come tutti erano stati rapiti, torturati, abusati. A condannarli una bussola, un timone, qualche testimonianza spesso resa per paura. Prima di leggere Il Generale, avevo ascoltato Lorenzo Tondo raccontare la storia di Medhanie Tesfamariam Berhe, il giovane eritreo ritenuto a lungo ed erroneamente dalla Procura di Palermo essere Medhanie Yehdego Mered, uno dei più temuti trafficanti di esseri umani. Tondo ha deciso coraggiosamente di raccontare la vicenda di Berhe perché non ne ha potuto fare a meno. L'ho sentito elencare le evidenze processuali (conversazioni su Facebook, analisi del Dna) che avrebbero chiarito lo scambio di persona e risparmiato a Berhe anni di carcere e di sofferenze. Ma una kafkiana sete di giustizia ha impedito di poter vedere. Gli ho sentito raccontare di come Michele Calantropo, avvocato di Berhe, si sia recato in Svezia, a sue spese, per sottoporre al test del Dna il figlio del trafficante e provare così a scagionare il suo assistito. Il lavoro di ricerca a Tondo è valso una citazione in giudizio per diffamazione in sede civile da Calogero Ferrara - il magistrato che ha sostenuto l'accusa di Berhe - oggi in servizio presso la neocostituita Procura Europea (Eppo). A noi resta il racconto d'un giovane eritreo con sogni e speranze. Sogni e speranze diventati in Italia il peggiore degli incubi. Il minimo che si può fare è leggere la sua storia e raccontarla.
di Giorgio Bernardini
Corriere Fiorentino, 19 novembre 2021
I pensieri tradotti in versi dai reclusi nel carcere pratese della Dogaia, durante la pandemia, da qualche giorno sono apparsi su grandi manifesti sparsi per le vie del quartiere Maliseti Un progetto del collettivo artistico Metropopolare che ha coinvolto.
"Non penso di stare in prigione, credo piuttosto di esser in un'accademia di lingua italiana". È l'autoconvincimento di uno spagnolo detenuto nel carcere pratese della Dogaia. Oramai non fa altro che scrivere: il progetto del collettivo artistico Metropopolare gli ha dato un mezzo per guardare la propria esperienza con occhi diversi, di riscatto. Sessanta manifesti - tra affissioni e pensiline degli autobus - sono apparsi nei giorni scorsi nel quartiere di Maliseti, che costeggia il luogo in cui le persone sono private della libertà dopo essere state condannate.
I messaggi poetici sono stati realizzati dai detenuti della casa circondariale nel corso del laboratorio che la compagnia pratese porta avanti da 13 anni. "Questa pandemia - spiega Giulia Aiazzi, una delle operatrici del collettivo - ha cambiato tutto: molti detenuti con cui avevamo già lavorato sono usciti, altri avevano chiesto il trasferimento. Abbiamo trovato un gruppo nuovo, persone di ogni nazionalità tra i 20 e i 40 anni. Il lavoro fatto con la poesia è stato rivelatore". L'esperienza passa per l'elaborazione di testi propri e per il confronto diretto con poeti, come Franco Arminio, che nelle scorse settimane è andato in carcere a Prato per incontrare quanti hanno partecipato al progetto. Lo scopo del lavoro è di riflettere sulle reclusioni che ciascuno vive, creando un ponte tra chi risiede all'interno del carcere e la cittadinanza. Questa viene direttamente invitata a concentrarsi sulla condizione del carcere, non solo attraverso queste suggestioni poetiche, ma anche in formato audio: scannerizzando il QR code presente su ogni manifesto si può sentire la voce dei detenuti. "Invito tutti ad andare a Maliseti - suggerisce Aiazzi - ad ascoltare le voci, i rumori e i suoni di quell'ambiente particolare. Alcuni di loro scrivono della loro quotidianità, sia alle famiglie che per se stessi. Ciò che emerge con forza è la riflessione sulla mancanza di libertà: il testo poetico ha il potere di riconnettere loro a ciò di cui è fatta davvero e noi alle cose che contano".
Dopo il successo dei manifesti affissi lo scorso Natale con le frasi dei bambini raccolte durante il lockdown, continua dunque il dialogo con la città attraverso il lavoro del collettivo guidato da Livia Gionfrida, direttrice artistica del progetto e regista: "La nostra è una ricerca di nuovi linguaggi espressivi attraverso i quali comunicare con l'altro, con il pubblico, incontrarlo - spiega Gionfrida - per mettersi in discussione come comunità". L'iniziativa fa parte della rassegna "Anche i poeti hanno una loro legge", che in questi mesi prevede laboratori, spettacoli e incontri con alcuni dei più importanti poeti e poetesse italiane, con appuntamenti all'interno e fuori dal carcere. Concluderà questo percorso un incontro in musica all'interno della casa circondariale con il cantautore Giovanni Truppi. La rassegna proseguirà con lo spettacolo It's Just a Game al teatro Magnolfi sabato 27 novembre alle 21 e domenica 28 alle 17: in scena Robert da Ponte, attore ex detenuto che inviterà il pubblico ad una tragicomica riflessione sul tempo presente (Info e prenotazioni a
di Daniele Zaccaria
Il Dubbio, 19 novembre 2021
Intervista a Carine Kanimba, figlia di Paul Rusesabagina: l'uomo che nel 1994 salvò più di mille persone dal genocidio in Ruanda. E che ora si trova in cella dopo un processo farsa.
"Sono sicura che alla fine ci sarà giustizia". Quel che colpisce nello sguardo e nelle parole di Carine Kanimba è l'ottimismo, che scorre incrollabile, come la tenacia nel combattere da oltre un anno per la liberazione di suo padre, Paul Rusesabagina, il celebre direttore dell'hotel Milles collines che nel 1994 salvò centinaia di persone dal genocidio in Ruanda.
Un uomo che, senza retorica, possiamo definire "eroe" e che oggi marcisce nelle prigioni del regime di Paul Kagame, uno degli ultimi satrapi del continente africano che da oltre 20 anni regna incontrastato sul suo paese, facendo a pezzi ogni barlume di opposizione. "Al mio cliente sono negati i diritti elementari, rapito, torturato e privato assistenza legale: quando sono andato in Ruanda dopo il suo arresto mi hanno immediatamente espulso dal territorio", spiega al Dubbio l'avvocato belga Vincent Lurquin, in Italia assieme a Kanimba per Rusesabagina è stato catturato nell'agosto del 2020 mentre era diretto in Burundi, il suo aereo è stato dirottato verso Kigali dove ad aspettarlo c'era la polizia ruandese. Lo scorso settembre la condanna a 25 anni di prigione per "terrorismo". La procura aveva chiesto l'ergastolo ed è ricorsa in appello.
Kanimba l'arresto di suo padre è avvenuto in circostanze misteriose, ci può raccontare cosa è accaduto?
Prima di fare luce sul suo rapimento, perché di questo si è trattato, vorrei fare una piccola premessa. Quando nel 2004 è uscito il film Hotel Rwanda dedicato alla storia di mio padre, il governo reagì positivamente, lo hanno ricevuto e persino offerto di lavorare assieme, ma lui ha rifiutato, perché non voleva fare parte di un sistema di potere che calpesta i diritti umani, in Ruanda e nella regione dei Grandi laghi. Da quel momento sono cominciati le intimidazioni, lo hanno seguito, spiato, denigrato sui media. Ha anche subito dei tentativi di assassinio.
Poi nel 2010 il governo ruandese ha chiesto alle autorità degli Stati Uniti e del Belgio, dove mio padre aveva residenza, un procedimento di estradizione. Lo accusavano di finanziare di gruppi armati in Congo, ma avevano falsificato le fatture, che sarebbero state emesse dal Texas mentre in quei giorni lui era in Irlanda, per partecipare a una conferenza sui diritti umani. E anche il suo arresto è avvenuto con l'inganno. Era stato invitato da un prete del Burundi per parlare in alcune chiese, ma quel prete era in realtà un agente dei servizi segreti del Ruanda.
Il jet privato dove viaggiava è stato così dirottato su Kigali. Per tre giorni è rimasto in una cella con mani e piedi legati bendato sugli occhi e con un fazzoletto sulla bocca. Hanno dovuto smettere perché ha avuto una crisi respiratoria. Questo per dire quale è stata l'accoglienza. Poi per 260 giorni lo hanno messo in regime di isolamento in una cella senza luce e senza finestre. Per le convenzioni dell'Onu un isolamento superiore ai 15 giorni equivale alla tortura.
Come vi state muovendo dal punto di vista giuridico per ottenere la sua liberazione?
Abbiamo una squadra internazionale di avvocati, Vincent Lurquin in Belgio, ma anche in Svizzera, Canada, Stati Uniti e due legali in Ruanda. Purtroppo la giustizia ruandese non ha permesso che lo rappresentassero. Il processo però è andato avanti ed stato un vero e proprio show mediatico, nell'aula c'erano più giornalisti che funzionari di giustizia e la difesa non ha neanche avuto acceso alle carte che accusavano mio padre. Dopo due settimane in cui ha denunciato il suo rapimento e l'impossibilità di difendersi si è rifiutato di presentarsi in aula. Aveva capito che il processo era una farsa e che la sentenza era già stata scritta. Temevamo che lo avrebbero portato con la forza davanti ai giudici, ma per fortuna non si sono spinti così lontano per non avere cattica pubblicità. In compenso in prigione lo hanno trattato con ancora più crudeltà, privandolo del cibo per giorni interi. Ma lui ha avuto ancora una volta la forza e il coraggio di raccontare gli abusi.
Non ha mai potuto incontrarlo di persona?
No, se domani vado in Ruanda mi arrestano all'istante come hanno fatto con mio padre. Abbiamo scoperto che il mio telefono belga era monitorato tramite un software pirata, questo dimostra che i servizi segreti ci spiano in continuazione, me e il pool di avvocati.
Lei descrive una giustizia totalmente asservita al potere, la violazione del diritto di difesa è un fatto ordinario in Ruanda?
Certamente, questa è la norma, D'altra parte mio padre nelle sue conferenze in giro per il mondo denunciava proprio le violazioni dello Stato di diritto e l'uso politico e violento della macchina giudiziaria, Se avessero avuto delle prove concrete contro di lui avrebbero potuto utilizzare le vie legali e invece lo hanno sequestrato come dei banditi. La settimana scorsa hanno arrestato dei giornalisti che criticavano la sentenza, tanto per fare un esempio. L'unico aspetto positivo del suo rapimento è che ora i riflettori internazionali sono puntati sullo stato pietoso della giustizia in Ruanda.
È vero, il caso sta ottenendo visibilità, ma le pressioni della cosiddetta comunità internazionale per ottenere la sua liberazione non sembrano sufficienti...
Bisogna capire che il regime dispone di un potente dispositivo di propaganda e disinformazione. Sono arrivati a dire che non aveva salvato nessuno durante il genocidio, il che è assolutamente falso. Chi non ha dimestichezza con questa propaganda potrebbe lasciarsi fuorviare da questo racconto. In realtà credo che contino soprattutto gli interessi economici nella regione degli stati occidentali, ma sono anche convinta che il caso di mio padre, un uomo di 67 anni, malato, con un tumore in remissione, problemi cardiaci e detenuto ingiustamente, non può passare inosservato. In Ruanda vengono commessi crimini contro l'umanità e non si possono più chiudere gli occhi. È per questo che stiamo viaggiando per il mondo portando avanti la nostra battaglia, deve essere liberato prima che sia troppo tardi.
La strada delle sanzioni internazionali le sembra efficace?
Negli stati Uniti, la fondazione Kennedy ha proposto al Congresso un pacchetto di sanzioni contro il governo del Ruanda, puntando in particolare i responsabili del rapimento, il ministro della giustizia, il procuratore generale, e il segretario generale sei servizi di intelligence (Rib). La stessa proposta è stata inviata al Parlamento europeo e alla Camera dei comuni britannica. Ora ci vuole una presa di responsabilità, chiediamo ai politici di agire, per mio padre e per i tanti che subiscono la repressione e l'ingiustizia.
La punizione, esemplare, inflitta a suo padre è anche un monito per gli oppositori del regime?
In Ruanda la repressione è feroce e le persone hanno paura, di finire in prigione, di venire uccise. Non osano parlare perché hanno visto cosa accade a chi lo fa, il processo a mio madre, così mediatizzato è anche un messaggio di intimidazione per tutti i democratici.
C'è la possibilità di ricorrere in appello?
Mio padre è stato arrestato in modo illegale, per il Dipartimento di Stato americano è un ostaggio politico. Su queste basi dovrebbe essere già libero. In ogni caso dopo la sentenza che lo ha condannato a 25 anni, non ha potuto leggere le 250 pagine che la motivavano, i giudici glielo hanno permesso solamente pochi giorni prima che scadessero i termini legali per presentare appello, anche se avesse voluto non avrebbe potuto farlo. Gli unici a chiedere di rivedere la sentenza sono stati i procuratori che vorrebbero farlo condannare all'ergastolo. Anche in questo caso si tratta di in messaggio rivolto agli oppositori del regime. La strada che stiamo tentando con l'avvocato Lurquin è quella di far svolgere il processo in Belgio, non chiediamo l'immunità, ma che sia giudicato da uno Stato democratico che rispetta i diritti degli imputati.
Quanta speranza avete che torni un uomo libero?
Moltissima. Ogni giorno nuove persone ci raggiungono e sostengono la nostra campagna. Nel 1994, quando il Ruanda era devastato dalle violenze etniche mio padre non ha mai perso la speranza, per 75 giorni si è battuto ed è riuscito a salvare da morte certa centinaia di persone. Come lui credo nella forza e nella bontà degli esseri umani e non perdo la speranza, continuerò a lottare e a parlare con tutte le persone possibili. Ora che siamo qui a Roma abbiamo chiesto un incontro in Vaticano perché la Chiesa prende posizione e metta fine a questa terribile ingiustizia.
Il Dubbio, 19 novembre 2021
La denuncia di AreaDG sulla crisi al confine con la Polonia: "La coscienza dei giuristi è terribilmente scossa. L'unica voce politica che si leva è quella di chi chiede di ergere muri". "Il diritto di asilo nasce e sovente muore al di fuori dei confini nazionali e della Ue, dove i richiedenti, tra cui donne, bambini ed ammalati, sono abbandonati nella terra e nel mare di nessuno. La rotta balcanica, la rotta bielorussa, la rotta turca, la rotta mediterranea, ancora in questi giorni sono costellate da sofferenze, da fame, sete, gelo, malattie e morte. La coscienza dei giuristi è terribilmente scossa dai fatti che avvengono tra Bielorussia e Polonia, tra Croazia e Slovenia, nel Mediterraneo orientale ed in quello occidentale, sulle spiagge libiche". È quanto sottolinea il coordinamento di Area democratica per la giustizia a seguito all'acuirsi della crisi al confine Tra Polonia e Bielorussia, dove da giorni sono ammassate migliaia di persone, provenienti principalmente da Yemen, Iraq e Afghanistan, in condizioni spaventose.
"Non solo come cittadini del mondo e come testimoni del senso di umanità contemporanea, ma anche come studiosi, come professionisti, giudici, avvocati, professori, funzionari amministrativi, membri delle Commissioni territoriali per la protezione internazionale, siamo tenuti a considerare a vario titolo nel nostro lavoro le condizioni disumane in cui versano migliaia di richiedenti asilo, ancor prima che sia consentito loro di presentare formalmente la domanda di protezione in Italia, in Europa - ammonisce il gruppo delle toghe progressiste - Quella domanda di asilo per cui intraprendono un viaggio terribile, quella istanza di protezione che la Costituzione, la Carta Ue, la Convenzione di Ginevra riconoscono esser un diritto inviolabile".
"L'eco delle parole pronunciate pochi giorni fa a Siena dal Presidente Mattarella e da Papa Francesco nelle scorse settimane, non ha trovato risposta da parte delle autorità politiche degli Stati membri della Ue e negli stessi organi dell'Unione - denuncia Area - L'inadeguatezza del Regolamento Dublino III è stata sottoposta all'attenzione della Cgue, ma le istituzioni politiche sono ancora in affanno sulla sua riforma. L'unica voce politica che si leva è quella di chi chiede di ergere muri ad Est, quella di chi chiede di abbandonare i naufraghi in mare, di chi finanzia centri di detenzione inumana ai margini della fortezza europea. La giurisdizione in tutti gli Stati membri è chiamata a svolgere, come sempre, i propri doveri, ma gli ostacoli materiali all'esercizio del diritto di asilo restano il più delle volte insuperabili, in mancanza di misure di ingresso umanitario che, lungo le rotte delle migrazioni, consentano di ricevere le domande di asilo all'inizio e non al termine di questo sentiero di morte. In queste condizioni davanti alle giurisdizioni nazionali arrivano ed arriveranno solo le domande dei superstiti di una vera e propria strage", conclude il documento.
di Barbara Stefanelli
Corriere della Sera, 19 novembre 2021
Riflessioni su politica estera e giornalismo nell'anniversario della morte della nostra collega. Guardo la foto nel corridoio di direzione in via Solferino. Maria Grazia davanti allo schermo di un computer di inizio secolo, la scrivania coperta dai giornali di una mazzetta sciolta da poco, il sorriso appena accennato di chi prevede il clic lì accanto. Avrà pensato: di profilo può andare, altrimenti si sarebbe messa di traverso depistando l'obiettivo.
Ha i capelli lunghi, forse più del solito, una maglia di cotone e una sciarpa di seta annodata al collo perché per lei faceva sempre freddo, pure nell'estate 2001. Alla mano sinistra l'anello con la pietra piatta arancione che si riconosce anche nelle ultime immagini dal Pakistan, poco prima del viaggio verso Kabul: uno degli "effetti personali" - assieme alla macchina fotografica e agli occhiali da sole comprati in una pausa pranzo insieme - che gli aggressori avrebbero rubato dopo l'esecuzione dei quattro reporter. Maria Grazia Cutuli del Corriere della Sera, la prima ad essere abbattuta nella gola di Sarobi, Julio Fuentes di El Mundo, Azizullah Haidari e Harry Burton dell'agenzia Reuters.
Sono trascorsi vent'anni da quella mattina: nostra figlia che porta il tuo nome è quasi maggiorenne, una vita nuova e intera che ha riempito ogni sguardo avanti a noi. Ma niente e nessuno ha spento il furore che ti portavi dentro e hai lasciato qui, intatto. Quell'inquietudine che bucava tutto, la convinzione che non era mai abbastanza, che bisognava presto ripartire e andare: per ascoltare, raccogliere, infine raccontare il possibile. In un saluto via video che ci ha mandato per questo tuo e nostro anniversario, lo scrittore spagnolo Javier Cercas cita le parole semplici del Vangelo di Giovanni: la verità vi farà liberi. E dunque la menzogna ci rende schiavi. E non è per chiudere gli spazi alle menzogne, per chiudere ogni crepa nel sistema e ogni tunnel scavato nella notte, che proviamo a svolgere al meglio questo lavoro, tutti i giorni daccapo e su qualunque piattaforma verrà mai collaudata? Di carta o byte, non cambia la promessa: non mentire, non manipolare, non nascondere.
È cambiata, questo sì, la velocità di propagazione delle non verità o post verità o verità alternative - come sono state chiamate per alzare la nebbia e il volume del chiasso. Ed è cresciuta la sensazione di sgomento che a volte ci prende davanti al cumulo dell'informazione spazzatura. Sappiamo tuttavia che non smetteremo, non sapremmo fare altro. Nient'altro se non cercare le notizie, scegliere le storie, tenere il filo di un'analisi o il passo di una battaglia nella quale crediamo. Altrimenti come potremmo passare e ripassare in questo corridoio di legni antichi e di generazioni ritratte alle pareti? Tu arrivi in fondo, dopo lo scalone, davanti alla porta del direttore. Accanto c'è Walter Tobagi, 1947-1980: era persino più giovane di te quando altri terroristi gli spararono in una mattina milanese, anche lui è di profilo, curvo su una macchina per scrivere grigio chiaro. Negli occhi bassi di suo figlio Luca, a ogni commemorazione, ho intercettato il senso di un sacrificio mai finito. Oggi - in sala Buzzati e su Corriere.it - la tua memoria, Merigrace, si scioglierà nella sequenza degli incontri che dedicheremo all'Afghanistan e nella consegna del premio Cutuli ai compagni di università di Patrick Zaki. Proviamo così a tenerci stretto quel tuo furore. Io, dalla tua scrivania disordinata agli Esteri, mi portai via il vecchio drago di gomma a tre teste. Da vent'anni se ne sta sopra un armadio nella mia stanza, lo sguardo triplice puntato fuori dalla finestra. Lontano, vicino, dentro.
- Ripensare il carcere è possibile: il modello Udine
- Carceri e pubblica amministrazione, l'incapacità di correggersi
- Ergastolo ostativo: ok al testo in Commissione giustizia, ora si spera negli emendamenti
- Più politiche sociali e riforma del carcere, per un Paese con meno eroi ma migliore
- Giustizia: le inequivocabili parole di Marta Cartabia









