di Nicoletta Cottone
Il Sole 24 Ore, 22 giugno 2021
Il sovraffollamento nelle carceri italiane torna a preoccupare: presenti 53.661 detenuti con una capienza di soli 47.445 posti. "Le paure, le ansie per il contagio e le privazioni dalle relazioni significative in carcere sono state vissute ancor più intensamente, più drammaticamente, che nel resto della società. L'isolamento e il distacco dai famigliari e dalle persone care si è fatto quasi insostenibile". Lo ha detto la ministra della Giustizia Marta Cartabia, intervenendo alla presentazione della Relazione del Garante Nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale.
Il garante dei detenuti è come una vedetta - "Da quando anche in Italia - come in altri Paesi - è stata introdotta la figura del garante dei detenuti, tutta la nostra società ha compiuto un importante passo in avanti. Con la presenza di un garante, la città sa di poter guardare in ogni momento al di là di quegli alti muri di cinta che separano i penitenziari dalla vita comune. E chi vive e lavora al di là di quelle mura sa che ciò che lì accade non rimane nascosto", ha sottolineato la ministra Cartabia. Il Garante, ha evidenziato la ministra, è "come una vedetta" che "aiuta a far emergere preventivamente i problemi che insorgono nel carcere; problemi individuali e problemi generali, problemi di una singola realtà o di tutta la galassia del carcere: e li segnala alle autorità competenti".
Cartabia: "Sulla ripresa dei colloqui in presenza c'è l'ok del Cts" - La ministra Cartabia ha anticipato che arriverà presto una circolare del Dap che "ufficializzerà la ripresa dei colloqui in presenza. Nel fine settimana, infatti, il Comitato tecnico scientifico ci ha fatto avere il suo parere favorevole, per cui - pur conservando le necessarie cautele e la doverosa prudenza - confidiamo di poter permettere presto a padri, madri detenute di poter rivedere figli, fratelli, genitori, con cui in questo lunghissimo anno hanno potuto parlare solo a distanza. Considero questo un grande passo in avanti verso un ritorno alla normalità anche all'interno degli istituti penitenziari. Come progressivamente sta avvenendo per tutto il Paese. Perché - non dobbiamo mai scordarlo - c'è un pezzo d'Italia che vive al di là di quei cancelli".
Preoccupazione per il sovraffollamento: i detenuti sono 53.661 - Il sovraffollamento nelle carceri italiane "torna a destare preoccupazione. Ne siamo consapevoli", ha evidenziato Marta Cartabia. Nelle carceri italiane sono attualmente presenti 53.661 detenuti, una presenza che "commisurata alla capienza effettiva di posti disponibili, limitata a 47.445 (anche se formalmente attestata a 50.781 posti regolamentari) indica la necessità di interventi che riducano la pressione", ha sottolineato il Garante delle persone private della libertà personale Mauro Palma, nella Relazione annuale al Parlamento. Sono 1.801 i condannati all'ergastolo. Più di un terzo delle persone detenute - ha ricordato Palma - hanno una previsione di rimanere in carcere per meno di tre anni e sono 1.212 quelle che sono state condannate a una pena inferiore a un anno.
Fico: "La pandemia ha confermato le carenze strutturali e organizzative" - "La pandemia - ha sottolineato il presidente della Camera Roberto Fico - ha confermato le gravissime carenze strutturali, igieniche, organizzative del sistema penitenziario italiano, non compatibili con la dignità della persona e il fine rieducativo della pena. In particolare, è emersa drammaticamente l'assenza, in istituti sovraffollati, di spazi minimi per rispettare le regole rigorose poste a tutela della salute pubblica".
In carcere morte per Covid 28 persone, di cui 13 operatori - "Complessivamente - si legge nella relazione al Parlamento - il sistema penitenziario ha retto all'impatto del contagio, rispetto al rischio potenziale di un ambiente chiuso, anche a causa del numero molto basso di persone che hanno manifestato sintomi. Ha, comunque, visto 15 decessi per Covid-19 di persone detenute e 13 tra gli operatori, tutti appartenenti alla Polizia penitenziaria".
Sessantadue i suicidi - Elevato il numero dei suicidi dietro le sbarre. "Non posso non sottolineare - ha scritto Palma nella relazione - la rilevanza del numero dei suicidi, accentuato anche nel periodo di difficoltà soggettiva che ha caratterizzato gli scorsi mesi: il tasso dei suicidi ha toccato nel 2020 l'1,11 per mille - 62 in totale - delle presenze medie, mentre nel 2019 era stato lo 0,91 (55 in totale). A questi è doveroso aggiungere il numero di suicidi nel personale di Polizia penitenziaria: sei nell'ultimo anno". I suicidi tra i detenuti erano stati 64 nel 2018 e 50 nel 2017.
Oltre mille carcerati iscritti all'università, 854 le persone analfabete - Secondo il garante "una immagine plastica della fragilità sociale che connota gran parte della popolazione detenuta, perché indica coloro che non accedono a misure che il nostro ordinamento prevede, spesso anche perché privi di fissa dimora". Il dato positivo è la presenza in carcere di 1.034 persone iscritte all'università, quello negativo sono 854 persone analfabete e 6.052 che non hanno la licenza media inferiore.
La finalità rieducativa del carcere non deve essere solo una dichiarazione di intenti - "Il mondo dei luoghi della privazione della libertà non è luogo 'altro': ci appartiene", ha sottolineato il Garante Mauro Palma nella Relazione annuale al Parlamento. "E quei muri e quei cancelli - sottolinea - indicano soltanto una separazione temporale dovuta a esigenze di tipo diverso, che possono aver determinato la restrizione della libertà". "Mai devono costituire una separazione sociale e concettuale e diminuire il riconoscimento della specifica vulnerabilità che li abita", ha detto Palma richiamando gli articoli 2 e 3 della Costituzione, "baluardo di ogni previsione normativa specifica". Il Garante ha ricordato che "la finalità tendenzialmente rieducativa di ogni sanzione penale è spesso oggetto di affermazioni e dichiarazioni d'intenti", ma - secondo il Garante - "si tratta troppo spesso di una indicazione convegnistica".
gnewsonline.it, 22 giugno 2021
"Il Garante, come una vedetta - o se vogliamo riprendere l'immagine del viandante di Friedrich, guarda oltre le cortine di nebbia, punta il suo sguardo lontano e aiuta a far emergere preventivamente i problemi che insorgono nel carcere; problemi individuali e problemi generali, problemi di una singola realtà o di tutta la galassia del carcere: e li segnala alle autorità
competenti" - con queste parole la ministra della Giustizia Marta Cartabia ha esordito intervenendo alla presentazione della relazione annuale del Garante Nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale, illustrata dal presidente dell'Autorità, Mauro Palma.
"Da quando anche in Italia - come in altri Paesi - è stata introdotta la figura del Garante dei detenuti, tutta la nostra società ha compiuto un importante passo in avanti" ha specificato la Guardasigilli - Con la presenza di questo tipo di figura, la città sa di poter guardare in ogni momento al di là di quegli alti muri di cinta che separano i penitenziari dalla vita comune. E chi vive e lavora al di là di quelle mura sa che ciò che lì accade non rimane nascosto".
L'introduzione di questa figura è infatti la risposta ai principi delle Nazioni unite, espressi sin dalla Risoluzione di Parigi del 1993 che richiede in ogni paese la creazione di National human rights institutions, "Istituzioni nazionali per la promozione e la protezione dei diritti umani". Negli ambiti di sua competenza il Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale costituisce la prima risposta italiana a quei principi. "Ma non dobbiamo dimenticare che il nostro paese è uno dei cinque paesi dell'unione europea - insieme a Malta, Romania, Repubblica Ceca e Estonia - che ancora non ha una National Human Rights Institution, come ha segnalato ripetutamente anche il direttore dell'Agenzia dei diritti fondamentali dell'Unione europea, da ultimo nella relazione relativa al 2020 - ha specificato la ministra.
Tra le principali problematiche da risolvere nelle carceri la ministra ha voluto affrontare quella della salvaguardia della salute mentale e del sovraffollamento negli istituti carcerari: "Una delle priorità su cui concentrarsi urgentemente è quella della cura delle malattie psichiatriche, dentro e fuori dal carcere, in particolare attraverso le Residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza, le cosiddette Rems: posso già confermare che oltre al coordinamento interministeriale, sono ripresi i tavoli di lavoro con Agenas, l'agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali, e un altro sulla sanità penitenziaria presso la Conferenza Stato regioni. Ci sono problemi di lungo periodo e ci sono urgenze indifferibili, sulle quali tutte le autorità competenti sono state sensibilizzate per approntare risposte immediate", ha aggiunto. "Il sovraffollamento che torna a destare preoccupazione. Ne siamo consapevoli, come ho già avuto io stessa di sottolineare in altra occasione pochi giorni fa. E sono perfettamente consapevole anche delle pesanti conseguenze che il sovraffollamento ha su ogni aspetto della vita all'interno degli istituti, sia per la popolazione detenuta, sia per il personale penitenziario, che per gli altri operatori. Miglioramenti potranno arrivare dagli interventi previsti sul fronte dell'edilizia e dell'architettura penitenziaria, con i fondi del Recovery plan: si prevedono ristrutturazioni e nuove costruzioni, con un ampliamento dei posti accompagnati dalla creazione di più ampi spazi per aree da destinare al trattamento. Interventi che dovrebbero migliorare le condizioni di vita per tutti".
Tracciando un bilancio del difficile anno trascorso poi la ministra ripercorrendo le parole del Garante, ha voluto sottolineare come il sistema penitenziario abbia retto nella gestione della pandemia, sia pur con momenti drammatici e di forte tensione.
"Così con sollievo oggi registriamo come la vaccinazione anti Covid abbia raggiunto gran parte della popolazione detenuta, compresi i minorenni. E, naturalmente, la maggior parte anche degli agenti della polizia penitenziaria. Ora occorre riprendere tutte le attività anche dentro il carcere come, del resto, la vita sta riprendendo in tutto il paese: dall'istruzione, la formazione, alle attività culturali, teatrali, sportive, seguendo il ritmo delle aperture, e senza abbandonare le necessarie precauzioni, che la condizione che stiamo ancora attraversando richiede. Sull'argomento la Guardasigilli ha poi voluto comunicare che presto una circolare del Dap ufficializzerà la ripresa dei colloqui in presenza. "Nel fine settimana, infatti, il Comitato tecnico scientifico ci ha fatto avere il suo parere favorevole, per cui - pur conservando le necessarie cautele e la doverosa prudenza - confidiamo di poter permettere presto a padri, madri detenute di poter rivedere figli, fratelli, genitori, con cui in questo lunghissimo anno hanno potuto parlare solo a distanza".
In chiusura la ministra ha voluto ricordare come "Curare la vita che avviene "dentro" le carceri italiane equivalga a "curare" la vita della società intera. "C'è un riverbero positivo per tutti, anzitutto in termini di maggiore sicurezza, quando la vita dentro il carcere è ricca di proposte e di percorsi di rieducazione e reinserimento. È ormai un dato pacificamente acquisito da molti studi fatti sul campo come il tasso di recidiva si abbassi drasticamente, quando il detenuto può seguire adeguati percorsi di reinserimento. E su questo fronte, non si deve mai smettere di migliorare e di esplorare nuove strade, come avviene in molte realtà italiane". E a tale proposito proprio in queste ore, alcuni dirigenti dell'amministrazione penitenziaria italiana sono stati chiamati in una missione in Messico da parte dell'Unodc - l'agenzia dell'Onu per il contrasto alle droghe e il crimine - nell'ambito di un progetto di formazione rivolto al personale che lavora nelle carceri per sostenere programmi di reinserimento dei detenuti e soprattutto lavori di pubblica utilità. Un progetto che potrebbe presto estendersi anche ad altri paesi del centro e sud America.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 22 giugno 2021
Il Garante Mauro Palma nella sua relazione annuale presentata oggi alla Camera: "Rimane incomprensibile la paura che emerge in molte dichiarazioni, anche recenti, a seguito della pronuncia della Corte costituzionale". "Il legislatore odierno si trova di fronte a scelte difficili, ricostruttive" e vi sono alcuni temi "ineludibili" su cui il Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà esprime, nella sua relazione annuale presentata oggi alla Camera, alcuni auspici: in particolare, Il Garante Mauro Palma richiama il "nodo" dell'ergastolo ostativo, sottolineando "il necessario confronto per la costruzione di una norma non timorosa che effettivamente risponda allo spirito e alla lettera della pronuncia della Corte costituzionale rispetto all'ostatività per il "fine pena mai"".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 22 giugno 2021
Un terzo dei detenuti hanno una previsione di rimanere in carcere per meno di tre anni: 2.149 per una pena da 1 a 2 anni e 3.757 per una pena da 2 a 3 anni. Ben 1.212 detenuti, sono coloro che sono stati condannati a una pena inferiore a un anno. Un dato interessante e drammatico nel contempo quello evidenziato dal Garante nazionale durante la presentazione in palamento della relazione annuale. Interessante, perché sconfessa ancora una volta il luogo comune sul fatto "che in carcere non ci va più nessuno".
di Susanna Marietti*
Il Fatto Quotidiano, 22 giugno 2021
È stata presentata ieri mattina in diretta su Rai 3 la relazione annuale al Parlamento del Garante Nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale, presieduto da Mauro Palma. Lo straordinario lavoro del Garante, dal quale giorno dopo giorno chi opera in questo ambito è abituato a farsi accompagnare, si delinea ogni anno con organicità e compiutezza quando arriva il momento della relazione. Una parola, questa, che non rende conto fino in fondo di cosa fa il Garante nel riferire al Parlamento. Una relazione è una descrizione, una nota informativa di qualcosa che è accaduto o di un oggetto di studio.
Ma il Garante non si limita a raccontare le carceri, i centri per migranti, le caserme o gli altri luoghi di privazione della libertà. Non si limita a elencare numeri e informazioni, a descrivere quantitativamente e qualitativamente il proprio oggetto di riferimento. Ha piuttosto rispetto a esso - non un oggetto qualsiasi, ma il luogo dove più si esercita la forza dell'autorità e dove più si mette alla prova lo stato di diritto - la capacità di proporne una lettura globale, di inquadrarlo nel complesso dell'organizzazione sociale, di proporne una linea di indirizzo, di chiamarci tutti a sentire la privazione della libertà come qualcosa che ci riguarda.
"Non posso tacere", scrive Palma, "la drammaticità e la responsabilità di tutti noi relativamente al suicidio recente di un giovane straniero irregolare che, oggetto di violenta aggressione per strada, avvenuta forse proprio a causa della sua specifica fragilità, ha trovato nella risposta nostra, istituzionale, solo l'accento sulla sua posizione irregolare e il destino di una privazione della libertà, in un confinamento in un Centro per il rimpatrio in cui il rapporto tra la sua situazione individuale, anche sulla base di quanto subito, e la rilevanza della previsione normativa per la sua irregolarità è stato sproporzionatamente accentuato su quest'ultimo aspetto. Fino a non essere riusciti a evitare un tragico epilogo".
Siamo tutti chiamati a farcene carico. Dalle nostre diverse prospettive e dalle nostre diverse posizioni, nessuno di noi ha impedito che si potesse affermare quella cultura implicita o esplicita che ha condotto alla morte di Moussa Balde, ragazzo di 23 anni proveniente dalla Guinea e impiccatosi il mese scorso nel Cpr di Torino, dove era stato messo in isolamento come unica risposta al brutale pestaggio a sprangate subìto a Ventimiglia da parte di tre uomini italiani sotto gli occhi di tutti in pieno centro.
Guardando all'area penale, il Garante racconta numeri alla mano la lunghezza delle pene inflitte e delle pene residue dei condannati detenuti nelle carceri italiane. Ben 1.212 persone sono state condannate a una pena inferiore a un anno, ben 7.118 a una pena inferiore a tre. Persone che potrebbero usufruire di una misura alternativa al carcere, il quale invece continua a essere visto come la sola risposta punitiva possibile per troppe situazioni. Anche su questo il Garante ci chiama in causa: "è un tema che chiama alla responsabilità anche il territorio perché il carcere da solo non può rispondere ad altre carenze" afferma.
Infatti "tali numeri danno una immagine plastica della fragilità sociale che connota gran parte della popolazione detenuta, perché indica coloro che non accedono a misure che il nostro ordinamento prevede, spesso anche perché privi di fissa dimora. Non solo, ma rendono soltanto enunciativa la finalità tendenziale alla rieducazione perché nessun progetto può essere attuato per periodi così brevi e spesso il tempo della detenzione diviene così soltanto tempo di vita sottratto, peraltro destinato a ripetersi sequenzialmente".
Il carcere non è un mondo a sé, così come ovviamente non lo sono i centri per migranti e le altre aree di privazione della libertà. Là dove una pubblica autorità, che ci rappresenta tutti, tiene in custodia qualcuno, ecco che siamo chiamati a farcene carico, a contribuire a un modello di società inclusivo, rispettoso della dignità della persona, dove la privazione della libertà non sia mai cifra oscura ma sempre aperta al controllo sociale.
Il Garante ha un'idea chiara di cosa deve essere la pena e quale debba essere la sua finalità. Non si limita a descrivere, ma orienta il proprio lavoro verso una direzione. La stessa che ritroviamo nella Costituzione e nelle Convenzioni internazionali. Oggi l'ha raccontata al Parlamento con magistrale chiarezza. Il Parlamento può ancora dimostrare in tanti modi di saperlo ascoltare e di non cedere alle sirene più populiste ascoltate in questi anni. Auspichiamo davvero che lo faccia.
*Coordinatrice associazione Antigone
di Sergio Segio
Vita, 22 giugno 2021
Viviamo in un Paese dove la reticenza e la dimenticanza sono la regola, una delle poche che unisce ceti sociali e orientamenti politici diversi. L'unica memoria - lunga e accanitamente inossidabile, oltre che falsata - a essere promossa e coltivata è quella relativa agli anni Settanta del secolo scorso e, in particolare, di quell'insieme di vicende impropriamente riassunte nella definizione "anni di piombo". Una memoria a senso unico dalla quale non è consentito derogare o dissentire, proponendo e argomentando chiavi di lettura o ricostruzioni diverse e alternative a quelle dominanti, come nel caso di Paolo Persichetti, ex detenuto politico per le vicende delle Brigate Rosse, ora perquisito e perseguito in ragione delle sue posizioni, ricerche e pubblicazioni storiche.
Quanto quella regola sia cogente e intramontabile ce lo confermano, da ultimo, tre vicende relative allo stato della giustizia e alla amministrazione delle pene in Italia, solo apparentemente slegate.
1) Lo sciopero della fame in corso da parte del detenuto Cesare Battisti.
2) Il referendum sulla giustizia co-promosso da Partito Radicale e Lega.
3) L'archiviazione dell'inchiesta sulla strage di detenuti avvenuta a Modena durante e dopo i disordini dell'8 e 9 marzo 2020.
L'isolamento e l'antipatia come supplementi di pena - Il detenuto politico Cesare Battisti è in sciopero della fame per protestare contro l'isolamento di fatto in cui è tenuto da 27 mesi, "dei quali gli ultimi otto senza mai espormi alla luce solare diretta", scrive. La sezione di alta sicurezza (AS2) di Rossano Calabro, dove si trova dopo l'iniziale periodo trascorso nel carcere sardo di Oristano, "è una tomba, lo sanno tutti. È l'unico reparto sprovvisto persino di mattonelle e servizi igienici decenti, dove nessun operatore sociale mette piede. Il famigerato portone "Antro Isis" è tabù perfino per il cappellano, che finora ha regolarmente ignorato le mie richieste di colloquio. Qui tutto è predisposto per tenere a bada dei ferventi musulmani, ai quali, se pure in condizioni esecrabili, è stato concesso il diritto di pregare insieme".
Lo sciopero e le sparute notizie sulla stampa hanno provocato qualche reazione e anche indotto qualche rara manifestazione di solidarietà. A loro modo assai eloquenti, dato che vi è stato persino chi, pur promuovendo appelli e iniziative, ha tenuto a premettere di avere Battisti in somma antipatia. Aspetto, peraltro, richiamato di frequente allorché si parli o si scriva dell'ex militante dei Proletari armati per il comunismo. Lo ha fatto, ad esempio, anche Michele Serra scrivendone su "la Repubblica", sia pur entro un ragionamento e un giudizio critico - a seguire quello più netto e precedente di Mattia Feltri - riguardo le condizioni di carcerazione cui viene costretto l'anziano militante, a dispetto dei regolamenti e di ogni logica che non sia quella simbolica e vendicativa. Un altro giornalista, Vittorio Pezzuto, di area liberale e radicale, per denunciare quella che definisce "una vendetta che il nostro ordinamento giudiziario non prevede" e per chiedere che "s'interrompa il livore contro l'assassino" non trova incoerente e fomentante esattamente quel livore aprire il suo articolo con questo incipit: "Cesare Battisti è un uomo vigliacco, tra i più detestabili".
Beninteso, ogni individuale simpatia o antipatia verso chiunque da parte di chiunque è prerogativa soggettiva indiscutibile, non fosse che, nello specifico, rivela una incapacità di comprensione dell'evidenza: vale a dire che quello pazientemente e sapientemente montato lungo almeno un decennio contro Battisti dagli apparati politico-giudiziari-mediatici italiani è un caso da manuale di costruzione bipartisan del mostro, di character assassination, pensato come tappa finale di una resa dei conti con il pugno di scampati alle ondate repressive degli anni Ottanta. A quella costruzione hanno, con zelo ed efficacia, partecipato persino eminenti figure intellettuali ed editorialisti di prima pagina normalmente di ben altro livello, come Antonio Tabucchi, Claudio Magris o Alberto Asor Rosa, che si sono esercitati nell'arte troppo facile dell'insulto, naturalmente condito da dotti riferimenti, e di una animosità, se non maramalda, resa più incomprensibile dal tempo trascorso dai fatti.
"Le Brigate Rosse - questi pezzenti della politica", inveiva Magris in prima pagina del Corriere della Sera, probabilmente senza sospettare che da quei brigatisti poteva essere inteso come complimento, poiché essere pezzenti tra pezzenti, stare al capo opposto delle élites, era storicamente un irrinunciabile carattere programmatico, quando non biografico, in tutte le rivoluzioni proletarie, anche in quelle immaginarie o sedicenti. Asor Rosa arrivava ad attaccare il "suo" quotidiano, "il manifesto", accusandolo di aver ospitato (addirittura dare parola ai mostri!) un'intervista a Battisti, usando questi raffinati toni: "L'intervista conferma, ma anche ribadisce e aggrava, quel che già sapevamo, e cioè che Battisti è un miserabile, uno che per salvarsi di fronte a un pubblico ignaro è disposto a versare fiumi di fango su di noi e sulla nostra storia, un mentitore e un vigliacco". E ancora: "Passiamo il nostro tempo da quindici anni a questa parte a sostenere l'azione della magistratura contro i mascalzoni, i ladri, i depravati sessuali che oggi sono al potere nel nostro paese, e dobbiamo leggere proprio sul manifesto e assistere inerti alle accuse infamanti che questo mentecatto-delinquente riversa su di essa?".
Oggi forse questi linguaggi e queste esibizioni di hate speech non colpiscono più, abituati come purtroppo siamo diventati a frequentare i social media, ridotti a discarica verbale di bullismi contrapposti e narcisismi aggressivi, affollata palestra di disinformazione e di cattivi sentimenti. Ma è attraverso questi percorsi e processi, istruiti dall'alto, che la cultura della forca e della gogna diventa - è divenuta - la trama condivisa del sentimento e del discorso pubblico.
Il potere dei simboli e il delitto politico - Non è dunque questione della personalità di Battisti, dei Battisti, ma delle sue obiettive responsabilità, per quanto a lungo negate, in questo caso non diverse da quelle di migliaia e migliaia di altri militanti dell'epoca, a loro volta in connessione con decine di migliaia di loro, di nostri, sodali. Il delitto è delitto, va bene, e il suo sortire da motivazioni politiche viene ormai comunemente considerata un'aggravante, perlomeno in Italia e in contrasto con la storia, ancor di più con quella patria della prima metà del Novecento. Ma aggravato o meno che sia, non può essere privato delle sue chiavi di lettura, vale a dire dei contesti, se lo si vuole non giustificare ma comprendere. Se lo si fa, e lo è fatto con determinazione, è stato solo per rendere plausibile la doppia operazione: mostrificare gli uni per assolvere gli altri, ovvero sé stessi, lo Stato delle stragi, i suoi registi e i suoi manovali.
Quell'operazione ha come corollario finale la vendetta, la quale ha bisogno di simboli negativi per rendersi più accettabile socialmente e anzi per raccogliere e capitalizzare politicamente ampio consenso. O per dare l'esempio a futura memoria, come nel caso del brigatista Mario Moretti, tuttora incarcerato dopo più di quarant'anni, a eterno monito, in una paradossale nemesi storica per chi pretendeva di educarne cento colpendone uno. Come ha ben annotato ne La Stampa Mattia Feltri: "invocare un trattamento giusto e dignitoso per un uomo detestato da tutti immagino sia un pochino velleitario, perché si sa, la Costituzione comprende diritti da garantire a chiunque, ma noi preferiamo garantirli a chi ci sta simpatico". O a chi sta o proviene dalla nostra stessa parte: criterio, anzi sentimento, che ha funzionato solo per i militanti delle destre armate e/o stragiste ma non per quelli del campo opposto, rinnegati quali "sedicenti rossi" dalle sinistre istituzionali e abbandonati da quelle extraparlamentari, a propria volta stigmatizzate o addirittura criminalizzate, comunque intimorite e a loro volta storicamente sconfitte e politicamente emarginate.
Quella della costruzione del simbolo negativo, del mostro, peraltro, è storia vecchia, cominciata con Pietro Valpreda e piazza Fontana per divenire una delle tecniche principali, affinata scientificamente e lungamente collaudata negli anni della "madre di tutte le emergenze", quella contro la lotta armata di sinistra di quasi mezzo secolo fa, in seguito riprodotta e stabilizzata nei decenni successivi per fenomeni diversi, a cominciare dalla corruzione e dalle mafie. Quella lunga stagione politica e giudiziaria è considerata una "eccellenza italiana", divenuta modello per altri paesi, sempre e tuttora rivendicata dai suoi protagonisti. Naturalmente, avendone negate e occultate alcune parti poco presentabili ma invece fondanti, quali quella della tortura sugli arrestati.
Alle radici dello scontro tra politica e magistratura - Da lì, da quella emergenza, originano i disequilibri istituzionali, le deleghe in bianco alla magistratura, le successive devastanti lotte di potere, la superfetazione di leggi e apparati di eccezione, il rapporto malato tra procure e media, il sostanzialismo giuridico, la trasformazione dell'imputato in nemico e dell'azione giudiziaria in lotta, l'uso abnorme dei reati associativi e la sapiente distillazione delle intercettazioni, il prolungamento all'infinito della carcerazione preventiva come arma di pressione e ricatto, l'invenzione del "concorso morale" e della "partecipazione esterna", la costruzione e gestione del "pentito" quale architrave del processo, eccetera. Insomma, di tutti quei problemi che affliggono e avvelenano tuttora il sistema giustizia e che riverberano su quello penitenziario, su parte dei quali si propone ora di intervenire il referendum per il quale Lega e Partito Radicale stanno raccogliendo le firme. Che però evita accuratamente di risalire alle origini e alle cause della patologia degenerativa onde poterle riformare effettivamente nei modi giusti e nella misura dovuta, senza la quale anche questo passaggio rischia di diventare questione di schieramenti, di appartenenze, di tifoserie contrapposte, di lobby e di logge, ovvero di tutele di interessi particolari e di quel garantismo a senso unico e a uso delle classi dominanti nel quale le forze di centrodestra si esercitano con successo dagli anni Novanta del secolo scorso, avendo avuto la capacità di convincerne spesso anche quelle di centrosinistra.
I sei quesiti referendari ora avanzati riguardano aspetti in gran parte relativi all'organizzazione giudiziaria: elezione del CSM, responsabilità diretta dei magistrati, meccanismo per la relativa valutazione professionale, separazione delle carriere, limiti al ricorso alla custodia cautelare, abrogazione della legge Severino. Neppure uno è dedicato "al nucleo duro della giustizia: i delitti e le pene", da cui deriva la bulimia penale e l'ipertrofia penitenziaria, come ha ben osservato Andrea Pugiotto, professore ordinario di Diritto costituzionale nell'Università di Ferrara. Che ne ha anche messo in evidenza la spiegazione: "Riproporre il referendum sull'ergastolo (come i Radicali fecero nel 1981 e, mancando le firme necessarie, nel 2013), o formulare quesiti mirati su due leggi massimamente carcerogene (la Bossi-Fini in tema di immigrazione, la Fini-Giovanardi in materia di stupefacenti) non è un'opzione praticabile, se scegli di promuovere i referendum con Matteo Salvini". La Fini-Giovanardi, in verità, è stata pur tardivamente cassata dalla Corte costituzionale nel 2014, ma, nel complesso, è l'originaria Iervolino-Vassalli che andrebbe radicalmente riformata, essendo da quarant'anni responsabile della gran parte degli ingressi annuali nelle celle e del loro sovraffollamento.
Matteo Salvini è, in effetti, quello stesso leader politico che da ministro dell'Interno, congiuntamente con il collega alla Giustizia Alfonso Bonafede, partecipò a una sorta di spot pubblicitario del partito della gogna, prontamente diffuso a reti e social unificati, nel quale entrambi comparivano trionfanti in favore di telecamere all'arrivo in aeroporto dell'ex latitante, catturato (alcuni sostengono sarebbe più appropriato definirlo un sequestro) in Bolivia per essere estradato in Italia. Persino "la Repubblica" lo definì un "filmino inquietante".
Vite leggere come piume: l'eccidio di Modena - A sua volta, Bonafede è quello stesso Guardasigilli pentastellato che (non) informò i parlamentari sulla strage senza precedenti avvenuta nelle carceri l'8 e 9 marzo 2020, con 13 morti, disse, dovute perlopiù a overdose da farmaci: poche parole e scarni dettagli, neppure i nomi delle vittime, ma certezza, ancorché apodittica, sulle cause dei decessi espresse in Aula del Senato l'11 marzo, in un intervento dalle facoltà divinatorie. In effetti, un anno dopo, la procura di Modena - città dove si sono verificati 9 dei 13 decessi, chi in cella, chi subito dopo il trasferimento - ha chiesto l'archiviazione della vicenda: secondo i PM, non vi sarebbero responsabilità, se non quelle dei reclusi che si sono rivoltati, nove dei quali, perlopiù e sostanzialmente, si sarebbero suicidati imbottendosi di metadone e medicine sottratti dall'infermeria. Esattamente come annunciavano già dalle prime ore, vale a dire prima di ogni indagine o autopsia, il ministro e il coro mediatico. Ricostruzione ora, infine e definitivamente, convalidata dal Giudice Istruttore che, con ordinanza del 16 giugno 2021, ha accolto la richiesta della procura e in tre scarne paginette archiviato la morte di Chouchane Hafedh, Methnani Bilel, Agrebi Slim, Bakili Ali, Ben Mesmia Lofti, Hadidi Ghazi, Iuzu Artur e Rouan Abdellah. Nomi stranieri per vite senza peso e per morti da dimenticare.
A nulla sono serviti gli appelli, le controinchieste, le testimonianze di detenuti che parlano di pestaggi e di mancato soccorso, i tanti dubbi e le evidenti incongruenze di cui si è alla fine accorta anche qualche testata nazionale, come "Domani" e "la Repubblica", o trasmissioni RAI come "Report" (documenti, ricostruzioni, interpellanze, testimonianze e appelli sono pubblicate nelle Newsletter del Comitato per la verità e giustizia sulle morti in carcere sorto all'indomani della strage e tuttora attivo). Se la vita di 13 detenuti vale così poco, figuriamoci quella ora in gioco di uno solo, per giunta così antipatico come Cesare Battisti, che dalla cella di Rossano Calabro ha annunciato di essere dal 2 giugno in sciopero della fame, per chiedere la fine di un ingiustificato e illegittimo isolamento e di voler "comprendere le ragioni che mi spingono a lottare fino all'ultima conseguenza in nome del diritto alla dignità per ogni persona detenuta, di tutti".
Il potere indistruttibile di carceri e leggi speciali - Su questa vicenda, sperando si concluda non drammaticamente e secondo giustizia, vi è da fare un'ultima considerazione. Nel pur marginale e relativo scandalo, ultra-minoritario e da microbolla, per le condizioni di detenzione di Cesare Battisti non ha trovato il minimo spazio lo scandalo più grande che dovrebbe contenerlo: quello per le piccole Guantánamo italiane, come se i diritti umani, il rispetto dell'ordinamento penitenziario e il garantismo non dovessero valere per imputati e condannati per il terrorismo islamico e per chiunque, quali che siano i reati contestati.
Come nota a margine e conclusiva, va ricordato un altro pertinente rimosso: vale a dire che la Guantánamo originaria è ancora aperta e attiva. Un lager aperto nel 2002 che ha rinchiuso in condizioni intollerabili 800 uomini (per averne una vaga idea si veda il bel film The Mauritanian del regista Kevin Macdonald, basato sulla storia di uno di loro, Mohamedou Ould Slahi, che vi ha trascorso 14 anni da innocente). Tutti sono stati oggetto di "consegne straordinarie", ossia di rapimenti, e molti sono stati torturati nei Black sites gestiti dalla CIA in tutto il mondo, spesso con la complicità degli alleati degli Stati Uniti e dei tanti paesi che hanno consentito i rapimenti, il sorvolo e le "consegne"; Italia compresa, direttamente coinvolta nel caso dell'iman Abu Omar, sequestrato a Milano e consegnato all'Egitto per esservi torturato. Vicenda su cui governi di opposto orientamento hanno apposto il sigillo omertoso del Segreto di Stato.
A distanza di vent'anni, nel lager statunitense continuano a essere tenute prigioniere ancora 40 persone, 28 addirittura senza accusa né processo. Nulla hanno potuto neppure i probabilmente sinceri propositi di chiuderlo da parte di Barack Obama, al tempo della sua presidenza degli Stati Uniti. Come a dire che il potere materiale di quegli apparati, gli interessi che li sostengono e di cui sono beneficiari, è ancora più forte e inaccessibile di qualsiasi potere politico e legislativo che pure li ha partoriti. I suoi piccoli cloni italiani (le cui radici normative e gestionali vanno, anche qui, rintracciate nelle carceri speciali e nei "braccetti della morte" degli anni Settanta e Ottanta), nessuno, ma proprio nessuno, vuole chiuderli e neppure vederli e denunciarli.
Per l'organizzazione penitenziaria, evidentemente, così come per una parte di quella giudiziaria, non vi sono semplicemente condannati (o, peggio, imputati), la cui pena va amministrata, nel rispetto dei regolamenti e della Costituzione, ma vi sono dei nemici da trattare diversamente ed extra legem, per i quali non valgono i comuni diritti. A ennesima riprova che i mostri facilmente sfuggono al controllo dei propri creatori, talvolta persino mordendo loro la mano e comunque vivendo poi di vita propria, di una macchinica autonomia, di un salvacondotto permanente, di poteri indiscutibili quanto disumani. Grazie dunque a Battisti, il cui sciopero della fame indirettamente consente - consentirebbe - pur brevemente di portarli alla luce e di metterli in discussione.
di Claudio Cerasa
Il Foglio, 22 giugno 2021
Il 30 per cento delle persone attualmente in carcere fa parte della categoria dei presunti innocenti. È il dato che si estrapola dalla relazione annuale presentata ieri al Parlamento dal Garante delle persone ristrette della Libertà personale, Mauro Palma, alla presenza del presidente della Camera Roberto Fico e del Ministro della Giustizia Cartabia.
Di 53.661 detenuti, 16 mila sono in carcere in attesa di condanna. Statisticamente la maggior parte di loro verrà dichiarata innocente. Questo oltre che a danno della loro libertà, dei diritti fondamentali, della reputazione, delle relazioni, lavoro e vita, preme anche sulla detenzione di coloro i quali devono invece scontare una condanna definitiva, aggravata dai problemi di sovraffollamento.
Un dato così elevato dimostra che la custodia cautelare non è una extrema ratio ma è un abuso. Questo dato va associato anche a quello degli indennizzi per ingiusta detenzione, che nel 2020 ammonta a 37 milioni per 750 ordinanze di pagamento. Da considerare inoltre che i dati dello scorso anno sono influenzati dalla pandemia le cui misure di contenimento sociale hanno ridotto anche i reati.
Come rileva il Garante nella relazione: "La decrescita è dipesa dai minori ingressi dalla libertà nel periodo di chiusura sociale per il rischio di contagio e dal maggiore ricorso alla detenzione domiciliare: questa principalmente dovuta a una più direzionata attività della magistratura di sorveglianza, piuttosto che all'efficacia dei timidi provvedimenti governativi adottati".
Sottolineando la necessità di interventi che riducano la pressione carceraria, il Garante ha indicato uno specifico aspetto: la presenza di più di un terzo di persone detenute che hanno una previsione di rimanere in carcere per meno di tre anni. Ed è rispetto a questi casi che il ministro Cartabia ha proposto di ricorrere a misure alternative. Sorprendentemente d'accordo è anche il presidente Roberto Fico, il quale ha parlato di ricerca di soluzioni strutturali. Che rappresenterebbero la messa a terra della svolta garantista di Di Maio.
di Elena Tebano
Corriere della Sera, 22 giugno 2021
Erio Pettinari aveva 62 anni ed è morto di Covid il 22 marzo all'ospedale di Terni, dov'era ricoverato da quasi un mese. C'era arrivato con "un polmone quasi liquefatto", hanno spiegato alla moglie Daniela Ernesti. Si è ammalato mentre era detenuto nel carcere di Orvieto, dov'era arrivato a ottobre 2020, per scontare la condanna per un furto d'auto del 2013 che si era sommata a quelle per altri furti precedenti, arrivando a otto anni in totale. Alla fine gli sono costate la vita.
Luigi Mastrodonato racconta la sua storia su Internazionale, per spiegare come la popolazione carceraria italiana, costretta in una cronica situazione di sovraffollamento, sia stata particolarmente esposta all'epidemia (potete leggerla integralmente qui). È una storia segnata da condizioni economiche e di salute precarie: Pettinari, che aveva iniziato a rubare auto dopo aver perso il lavoro da ambulante, soffriva di una malformazione cronica che gli causava danni cerebrali e mal di testa lancinanti, ed era anche severamente depresso dopo la morte del figlio 25enne per un tumore. Alla sua età e nelle sue condizioni di salute avrebbe dovuto essere ai domiciliari. E invece era in carcere, dove è stato contagiato.
Il suo non è un caso isolato (anche se non figura tra i 18 detenuti morti ufficialmente nell'epidemia perché mentre era ricoverato in isolamento in ospedale, pochi giorni prima di morire, ha "beneficiato" di un ordine di scarcerazione, che materialmente non ha cambiato niente). "Scorrendo la lista di chi non ce l'ha fatta ci si imbatte in storie di tutti i tipi: un detenuto di 82 anni con patologie croniche è morto nel carcere di Livorno; uno di 76 anni, cardiopatico, diabetico e con problemi polmonari non ce l'ha fatta a Bologna; uno di 56 anni era malato terminale ma ha passato i suoi ultimi giorni a Opera. E così via, in una conta che riguarda carcerati due volte vulnerabili di fronte al virus, perché in molti casi anziani e malati" scrive Mastrodonato. A loro si aggiungono 12 agenti di polizia penitenziaria, anche loro deceduti per il nuovo coronavirus.
È difficile evitare i contagi in condizioni di vita comunitarie. Lo è ancor più nelle carceri italiane, costantemente sovraffollate. Durante la pandemia il ministero della Giustizia ha ridotto le carcerazioni preventive e permesso misure alternative al carcere per chi doveva finire di scontare pene per reati non gravi. In questo modo i detenuti sono passati da 61 mila a 53 mila. Comunque molti di più dei 47 mila posti disponibili.
"I tassi di contagio tra i detenuti sono più alti rispetto allo stesso dato relativo all'Italia in generale" ha sintetizzato ad Avvenire Michele Miravalle dell'Osservatorio di Antigone. Se è vera la frase attribuita a Voltaire ("Non fatemi vedere i vostri palazzi ma le vostre carceri, poiché è da esse che si misura il grado di civiltà di una Nazione"), la capacità di proteggere i detenuti è una cartina di tornasole. Anche in questo caso uno spiraglio è arrivato dalla campagna di vaccinazione: secondo il Ministero della Giustizia sono ormai oltre 45 mila i detenuti vaccinati (e oltre 23 mila su 36 mila gli agenti della Polizia penitenziaria "avviati alla vaccinazione").
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 22 giugno 2021
Slitta l'arrivo in aula del processo penale. Avvocatura in rivolta e magistrati perplessi nel civile. Sull'ordinamento attesi gli emendamenti. I referendum di Salvini non aiutano.
Tempi più lunghi, confronto complicato nella maggioranza, frizioni con avvocati e magistrati sulla riforma della giustizia, nelle sue principali declinazioni. Vediamo. La ministra Marta Cartabia ha innanzitutto istituito un metodo diverso e comune per gli interventi nelle tre aree chiave, civile, penale e ordinamento giudiziario.
A monte è stata istituita, in ciascuna delle materie, una commissione di studio con il compito di preparare a valle proposte di emendamenti ai disegni di legge già incardinati in Parlamento. Le proposte tecniche, in ogni caso, prima del deposito davanti alle commissioni di Camera e Senato sarebbero state presentate ai capigruppo di maggioranza. Ora, nel penale, la commissione guidata dal presidente emerito della corte costituzionale Giorgio Lattanzi ha già da qualche settimana finito i suoi lavori, gli esiti sono noti e sono stati presentati alla maggioranza.
Di lì in poi però poco si è saputo, gli emendamenti non sono stati formalizzati e neppure depositati. È in corso tuttora un confronto che ha visto già un incontro della ministra con una delegazione del Movimento 5 Stelle, nei prossimi giorni ne è previsto un altro (così ha annunciato il leader della Lega Matteo Salvini, peraltro attivamente in campo con un pacchetto di referendum che non aiuta certo la coesione) con Giulia Bongiorno.
Di fatto però quell'approdo in Aula che era già stato fissato per l'inizio della prossima settimana è slittato a data da precisare. Sul civile, da pochi giorni gli emendamenti, dopo una lunga sosta alla Ragioneria per la verifica sugli impegni di spesa soprattutto sul fronte della mediazione, sono stati depositari e si tratta certo dell'intervento nella fase più avanzata. Tuttavia l'avvocatura è in rivolta, con l'Unione delle camere civili che contesta le misure, soprattutto quelle sul rito, come pericolose per i diritti dei cittadini, e minaccia lo sciopero, e un congresso straordinario di tutta la categoria che si svolgerà a fine luglio; perplessi anche i magistrati, con l'Anm, sabato, a sottolineare come le modifiche processuali a poco serviranno se non si procedere a un ampio reclutamento di magistrati.
E sull'ordinamento giudiziario la commissione guidata da Luciani ha concluso i suoi lavori, ma, anche in questo caso, gli emendamenti ancora non sono stati presentati. Intanto, il Consiglio superiore della magistratura prova a fare da sé e pochi giorni fa ha approvato una serie di modifiche al Testo unico sulla dirigenza.
La commissione sulla disciplina della crisi d'impresa è stata prorogata sino alla fine di luglio, mentre quella sulla magistratura onoraria dovrebbe concludere i lavori tra pochi giorni. Al ministero della Giustizia si ricorda che la mole e la rilevanza degli interventi messi in cantiere è assoluta e che la ricerca di un confronto il più ampio possibile nel merito dei contenuti fa parte del programma dell'amministrazione; nello stesso tempo la consapevolezza della necessità della riforma, soprattutto in chiave di accesso ai fondi del Recovery Plan, dovrebbe fare compiere a tutti gli interlocutori uno scatto di responsabilità, ammainando magari bandiere anche identitarie nel nome di un passaggio di interesse comune.
di Luigi Manconi
Il Riformista, 22 giugno 2021
Gli ultimi 8 mesi sono stati trascorsi dal detenuto senza che mai potesse godere dell'esposizione della luce solare diretta. Una situazione che può portare a uno stato di deprivazione sensoriale. Qual è la ragione? L'unica spiegazione è quella di rendere maggiormente afflittiva la sua pena.
Quale è la ragione del "regime speciale" al quale si trova sottoposto Cesare Battisti? Dal momento che dal detenuto non si attendono ulteriori informazioni relative a reati commessi da lui stesso o da altri (e sarebbe comunque una misura illecita), l'unica spiegazione di questo trattamento risiede nella volontà di rendere maggiormente afflittiva la sua pena.
Ma questo è, né più né meno, che illegale. E costituisce, se vogliamo, un vero e proprio oltraggio al garantismo e la sua totale negazione. Proprio perché il garantismo è un assoluto, vale sempre e comunque, si applica agli amici e agli avversari e, ancor prima, agli innocenti e ai colpevoli. E si applica anche agli autori dei crimini più efferati e a quelli maggiormente riprovevoli. l'adesione della Lega all'iniziativa referendaria promossa dal Partito Radicale Nonviolento Transnazionale e Transpartito ha diffuso nell'aria un certo clima mondano, cosi riassumibile: "dopotutto, signora mia, siamo tutti un po' garantisti".
Provvidenzialmente sono i fatti, duri come pietre, a sottoporre a verifica quell'autocertificazione garantistica, costituendo altrettanti ineludibili test di verità. Uno di questi ha la voce, senza dubbio sgradevole per tantissimi, di Cesare Battisti. Nel gennaio del 2019, Battisti venne estradato in Italia e ristretto nel carcere di massima sicurezza di Oristano, scontando qui i sei mesi di isolamento previsti come pena accessoria della condanna all'ergastolo. Successivamente, il trasferimento al carcere di Rossano Calabro, dove si sarebbe rinnovato e perpetuato fino a oggi un regime de facto di isolamento, trovandosi Battisti all'interno di una sezione interamente popolata da presunti terroristi islamisti (finora ne hanno scritto solo, se non sbaglio, Giulia Merlo sul Domani e Mattia Feltri su La Stampa, oltre a questo giornale).
Le condizioni dell'istituto di pena calabrese sono pessime: "L'AS2 di Rossano è una tomba, lo sanno tutti - scrive in una lettera lo stesso Battisti - è l'unico reparto sprovvisto persino di mattonelle e servizi igienici decenti, dove nessun operatore sociale mette piede". E gli ultimi otto mesi sono stati trascorsi dal detenuto senza che mai potesse godere "dell'esposizione alla luce solare diretta". Nella stessa lettera Battisti anticipava l'intenzione di attuare lo sciopero della fame, poi iniziato il 2 giugno scorso, come atto di protesta, contro quello che considera un "isolamento abusivo, senza alcun contatto con altri detenuti".
È una situazione, la sua, che può portare a uno stato di "deprivazione sensoriale", che la giurisprudenza della Corte Europea dei Diritti Umani ha definito, in più di mia sentenza, come trattamento inumano e degradante e, in determinate circostanze, vera e propria tortura. Infatti, una condizione di prolungato isolamento totale può portare un individuo alla perdita o alla riduzione della capacità di percepire uno o più sensi. E questa la ragione per la quale misure come l'isolamento devono avere sempre una durata temporanea circoscritta e prevedibile.
E il loro eventuale prolungamento deve essere tassativamente motivato in maniera circostanziata e per cause eccezionali. Quale è, oggi, la ragione di questo "regime speciale" al quale si trova sottoposto Cesare Battisti? Dal momento che dal detenuto non si attendono ulteriori informazioni relative a reati commessi da lui stesso o da altri (e sarebbe comunque una misura illecita), l'unica spiegazione di questo trattamento risiede nella volontà di rendere maggiormente afflittiva la sua pena. Ma questo è, né più né meno, che illegale. E costituisce, se vogliamo, un vero e proprio oltraggio al garantiamo e la sua totale negazione. Proprio perché il garantismo è un assoluto, vale sempre e comunque, si applica agli amici e agli avversari e, ancor prima, agli innocenti e ai colpevoli. E si applica anche agli autori dei crimini più efferati e a quelli maggiormente riprovevoli: proprio perché si afferma, così, la superiorità giuridica e morale dello Stato e delle sue leggi, rispetto ai propri nemici. Mi auguro, di conseguenza, che il segretario della Lega, Matteo Salvini, che da Ministro dell'Interno gioì per l'arresto del latitante, in una maniera che forse oggi vorrà giudicare incontinente, si dichiari favorevole all'applicazione di un regime ordinario per Battisti. Ma il discorso non riguarda solo lui, ho un ricordo particolare.
Quando dieci anni fa iniziammo a mobilitarci perché sulla morte di Stefano Cucchi si indagasse con la necessaria serietà, dell'intero schieramento di centro-destra si mobilitarono giusto tre persone: Melania Rizzoli, Renata Polverini e Flavia Perina. In questa circostanza, ci saranno almeno altrettanti esponenti del centro-destra e un ceno numero di parlamentari del centro-sinistra, tra i tanti che si autocertificano come garantisti, che vorranno dire qualcosa? Oppure Cesare Battisti è troppo brutto, sporco e cattivo per sollecitare la nostra attenzione?
Vengono in mente le parole di Friedrich Durrenmatt: "È antipatica e ciò equivale già a un sospetto, ma questo è un elemento soggettivo, signori miei, non criminologico: e non deve influenzare la nostra opinione". (In La Promessa, Adelphi - Emons audiolibri, letto da Lino Musella).
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