di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 6 agosto 2021
La giustizia penale in Italia non è un percorso lineare, con l'archiviazione come finale più probabile in oltre la metà dei casi e con la pandemia che ha riportato ben oltre l'anno il tempo medio minimo per lo svolgimento di un processo. Tra mancanza di mezzi e burocrazia organizzativa dei tribunali, la situazione è a macchia di leopardo sul territorio.
Ecco una fotografia della situazione della giustizia penale in Italia, ottenuta da Adnkronos in collaborazione con Expleo e basata sulla grande mole di dati messa a disposizione dal Ministero di Giustizia. In particolare sono stati analizzati i dati condivisi da Dg-Stat, cioè la Direzione generale di statistica e analisi organizzativa del Ministero, istituita con decreto del Presidente della Repubblica nel 2001, collocata presso il Dipartimento dell'organizzazione giudiziaria, del personale e dei servizi (Dog), fa parte del Sistema Statistico Nazionale.
Quanto segue è un'analisi basata sui dati relativi al periodo 2014-2020, seguendo quindi la nuova geografia giudiziaria entrata in vigore a settembre 2013. Per i processi penali, emerge come la conclusione più probabile sia l'archiviazione, che sopravviene in almeno 60% delle occasioni. Rapportando il numero di decreti di archiviazione al numero dei procedimenti totali definiti nel 2020, per Distretto, si nota che, per tutti, più della metà delle definizioni avviene tramite archiviazione, se si considera che il rapporto percentuale più basso è del 60%, nei Distretti di Lecce e di Reggio Calabria. I Distretti che presentano il rapporto più elevato, invece, sono quelli di Brescia (84%), Campobasso (84%) e Potenza (83%). Analizzando in dettaglio quanto avvenuto nel solo 2020, i primi cinque Tribunali ordinari Gip e Gup per numero di procedimenti definiti tramite decreto di archiviazione sono: 1. Roma, 19mila archiviazioni su 25mila definiti; 2. Brescia, 14mila archiviazioni su 15mila definiti; 3. Napoli, 12mila archiviazioni su 16mila definiti; 4. Milano, 10mila archiviazioni su 14mila definiti; 5. Torino, 8mila archiviazioni su 11mila definiti. Per tutti e cinque i Tribunali, il rapporto tra decreti di archiviazione e il totale dei procedimenti penali definiti è superiore al 70% (in ordine: 79%, 88%, 76%, 72%, 76%). Osservando il trend dei cinque Tribunali con il maggior numero di procedimenti definiti con decreto di archiviazione, nel periodo 2014- 2020, vediamo che, per tutti, il numero decresce nel corso degli anni: la variazione più significativa è del Tribunale di Torino che passa da 32.705 decreti di archiviazione nel 2014 a 8.594 nel 2020 (-74%). Il Tribunale di Brescia presenta un andamento altalenante: dopo un iniziale decremento, a partire dal 2018 si assiste ad un incremento, passando da 11.363 a 14.069 archiviazioni nel 2020.
Tra i grandi tribunali il più virtuoso è Napoli - Tribunali italiani con un numero medio di sopravvenuti oltre i 50.000, nel periodo 2019-2020, sono Milano, Roma, Napoli, Torino e Brescia. Confrontando il Clearance rate di questi Tribunali, con i primi 5 per sopravvenuti nella fascia 25.000-50.000, del medesimo periodo, si nota come, in generale, vi sia stata una variazione negativa per tutti i Tribunali, in particolare per quello di Milano (-18%). Tra i grandi Tribunali, il più virtuoso risulta essere quello di Napoli, che, nonostante il carico di lavoro più elevato, nel 2019 risulta più efficiente di Tribunali più piccoli come Catania, Palermo, Genova e Firenze. Utilizzando il Disposition Time come base di confronto, nel periodo 2019-2020, si osserva una variazione in negativo per tutti i Tribunali, a eccezione del Tribunale di Brescia, che invece registra un miglioramento di 38 giorni. Da segnalare il Tribunale di Palermo, che nel 2019 supera in negativo tribunali più grandi come quello di Roma o Milano, e quello di Napoli, che invece risulta tra i primi 3 migliori in termini di Disposition time.
Covid: con pandemia cala numero processi penali chiusi, Friuli e Trentino le regioni più veloci - In termini di Clearance Rate, osservando le aree geografiche, è possibile constatare come nel 2020 tutti i tribunali di Italia hanno registrano un calo delle performance in ambito penale. Il NordOvest ha registrato il decremento maggiore della performance, riuscendo a definire quasi il 7% in meno rispetto ai casi sopravvenuti; a seguire il Sud e le Isole con -6% circa. L'area geografica che ha subito meno l'impatto della pandemia risulta essere il Nord Est, che, rispetto al 2019, registra un decremento di solo il 2,4%. Il Clearance Rate, a livello regionale, nel 2020, mostra un quadro della performance dei tribunali, in ambito penale, fortemente appesantito dalla pandemia. Le uniche regioni che hanno mantenuto una performance superiore al 100% sono Toscana e Calabria, che registrano un CR del 101,4%. Guardando l'aspetto del Disposition Time, si nota invece il virtuosismo delle regioni Friuli Venezia Giulia e Trentino Alto Adige, che registrano nel 2020 rispettivamente 245 e 272 giorni.
Pandemia rallenta giustizia, nel 2020 più di 400 giorni per un processo penale - L'emergenza Covid è costata al sistema penale un generale rallentamento nel 2020, riportando la stragrande maggioranza dei processi penali a necessitare di oltre 400 giorni per concludersi. Considerando l'Italia dei processi penali suddivisa in cinque aree (Nord Est; Nord Ovest; Centro; Sud; Isole) in base al Disposition Time, dal 2014 al 2020, l'andamento della durata media in giorni dei processi penali italiani, costruisce un grafico altalenante. L'area geografica che si dimostra più rapida in termini di durata attesa di un procedimento penale è il Nordest, che, negli anni 2016, 2018 e 2019 assume valori di Disposition Time al di sotto dei 300giorni. Il Centro e le Isole impiegano invece generalmente più tempo nello smaltire i procedimenti penali. In tutta Italia si osserva un rallentamento complessivo nel 2020. In base al Disposition Time è possibile osservare, tra il 2019 ed il 2020, un allungamento della durata media dei processi penali del 22,4%, passando da un valore complessivo italiano di 337 giorni del 2019 a 413 del 2020. Osservando le aree geografiche è possibile constatare come il Nordovest abbia registrato l'aumento maggiore della durata, il 26,7% in più di giorni attesi, a seguire il Sud e le Isole con un aumento del 23,6% c.a. Il Centro ha visto un aumento del 21% e il Nordest del 15,3%.
Calano procedimenti penali in tutta Italia, -29,4% tra 2014 e 2020 - Dal 2014 è in calo il numero dei procedimenti penali in tutta Italia, che segna, nel 2020, un -29,4% rispetto al dato di sei anni prima. Analizzando i dati relativi alle Procure italiane, la maggioranza dei procedimenti per reati ordinari sopravvenuti negli anni tra il 2014 e il 2020 si registra tendenzialmente nelle regioni del Sud Italia e del Nord Ovest, mentre a livello nazionale il numero è complessivamente in discesa dal 2014. Rispetto a quell'anno, infatti, nel 2020, i sopravvenuti in Italia sono diminuiti del 29,4%. Il calo più consistente si registra al Nord Ovest, circa il 34,5% in meno. Relativamente al 2020, il numero più alto di procedimenti per reati ordinari sopravvenuti appartiene al Sud, che detiene circa il 27% del totale. Segue il Nord Ovest con il 24%. Ultime le Isole con il 13% sul totale. Rapportando lo stesso numero con quello della popolazione (fonte Istat), risulta che il valore più alto appartiene al Sud, con quasi 2 casi ogni 100 abitanti, a seguire le Isole. Il rapporto più basso si registra invece nelle Regioni del Nord Est. Analizzando i dati della giustizia penale italiana, relativi al periodo 2014-2020, risulta che il maggior numero di dibattimenti sopravvenuti presso la Corte d'Assise si registra al Sud. A livello nazionale l'andamento del valore negli anni non è costante e si nota una riduzione complessiva nel 2017 (250 casi totali). Il 2018 è invece caratterizzato da un aumento dei casi totali sopravvenuti a livello nazionale, pari a 318. Relativamente all'anno 2020, il maggior numero di dibattimenti sopravvenuti si registra al Sud, con il 41% del totale. Segue il Nordovest con il 18% sul totale. Ultimo il Nordest, 9%. Rapportando il numero dei sopravvenuti alla popolazione dell'area geografica interessata, ancora il Sud registra il valore relativo maggiore, con 8 casi per milione di abitanti, seguito dalle Isole con quasi 7 casi per milione di abitanti. Il rapporto più basso appartiene al Nord Est, con 2 casi per milione di abitanti. Comparando il numero dei procedimenti penali sopravvenuti in Italia con il numero deli reati denunciati alla Polizia di Stato, forniti dal Ministero dell'Interno, per gli anni 2017-2019, si nota una riduzione di entrambi. In particolare, dal 2017 vi è stato un calo di circa il 5% per i reati denunciati e del 4% dei procedimenti penali sopravvenuti.
di Lia Romagno
Quotidiano del Sud, 6 agosto 2021
Mille e più giorni (1.142 per la precisione) contro 671: sono i tempi del processo civile al Sud e al Nord e raccontano ancora una volta il divario tra le due Italie. Numeri che hanno ricadute sulla vita dei cittadini ma anche delle imprese. E che frenano lo sviluppo di un territorio, rendendolo poco attrattivo per gli investimenti nazionali e internazionali. Le risorse del Recovery Plan offrono al Mezzogiorno l'occasione di una ripartenza e di un riallineamento con il resto del Paese e l'Europa: garantire legalità e giustizia da un lato e dall'altro rimuovere gli ostacoli riconducibili a una giustizia lenta e complessa, con processi lumaca - lunghi il doppio rispetto quelli celebrati nelle aule dei tribunali e delle corti del Nord, ma anche del Centro - diventa quindi "strategico", ed è indicativo che la Commissione Europea, nel sollecitare all'Italia la riforma della giustizia abbia messo nel mirino proprio il fattore "tempo".
Ad aggredire i lunghi tempi della giustizia meridionale punta la Commissione interministeriale per la Giustizia nel Mezzogiorno varata a maggio dalla Guardasigilli Marta Cartabia e dalla ministra per il Sud e la Coesione territoriale, Mara Carfagna - tra i mugugni e gli appelli al boicottaggio di alcuni magistrati che l'hanno bollata come "inutile e offensiva" - riunitasi ieri per la prima volta.
Il gruppo di lavoro, composto da magistrati, dirigenti amministrativi, avvocati, docenti universitari, tecnici - provenienti tutti dal Mezzogiorno d'Italia - e dirigenti del ministero, dovrà effettuare una "ricognizione delle esigenze specifiche degli uffici giudiziari e delle buone pratiche esistenti in un'area strategica del Paese, fulcro degli investimenti del Pnrr", ha spiegato Cartabia che - come ha raccontato nel suo saluto alla Commissione - ha inaugurato un giro di visite nelle Corti di Appello di alcune città meridionali, incontrando situazioni d'eccellenza e altre critiche, come quella del tribunale di Napoli Nord, in difficoltà perché creato da poco, in una realtà complicata e un bacino molto ampio, con problemi legati a carenza di personale, strutture e attrezzature.
La Commissione, ha aggiunto la Guardasigilli, è "un'occasione aggiuntiva, per far compiere un salto di qualità al servizio giustizia. Edilizia giudiziaria, digitalizzazione, organico: occorre andare a fondo delle necessità dei singoli distretti. Abbiamo bisogno dei migliori modelli organizzativi, per utilizzare al meglio le risorse del Pnrr. Il rilancio dell'intero Paese - ha quindi sostenuto - può partire dalle esigenze degli uffici giudiziari del Sud".
La ministra Carfagna ha invece ricordato che dietro ai numeri che registrano il divario sui tempi della giustizia civile tra il Nord e il Sud "ci sono cittadini, famiglie e imprese su cui grava una pesante incertezza che coinvolge la loro quotidianità, il loro lavoro, i loro contratti, i loro diritti". Ancora una volta sono in gioco i diritti di cittadinanza, quindi. La lunghezza dei processi, ha sottolineato Carfagna, incide "sulla fiducia dei cittadini nelle istituzioni e nello Stato", come "sulla capacità del Mezzogiorno di attrarre investimenti". Una giustizia rapida e efficiente, infatti, stimola la concorrenza, agevola l'accesso al credito. Si stima, poi, che una riduzione della durata dei procedimenti civili del 50 % possa accrescere la dimensione media delle imprese manifatturiere italiane di circa il 10 %, mentre una riduzione da 9 a 5 anni delle procedure fallimentari possa generare un incremento di produttività dell'economia italiana dell'1,6%.
Nel Sud intanto si parte da una durata media dei procedimenti civili di fronte ai tribunali ordinari che 2019 ha raggiunto i 583,2 giorni, contro i 312,6 per il Centro-Nord, con un Nord Ovest e un Nord Est che si fermano rispettivamente a 237,9 e 286,1. Tutte le regioni del Mezzogiorno hanno una media superiore al dato nazionale - 420,9 - tranne l'Abruzzo con 341,5 giorni che si avvicina alla media delle regioni settentrionali, seguono Molise (421,7 giorni) e Sardegna (491,6) più vicine e Basilicata (759,8) e Calabria (755,1) decisamente molto lontane.
Carfagna ha messo in rilievo il ruolo della magistratura "nella complessa e inedita fase storica che attraversiamo e nella colossale operazione di salvezza nazionale avviata col Pnrr", ricordando le straordinarie opportunità, ma anche "i grandi rischi legati agli investimenti del Piano di Ripresa e Resilienza che andranno protetti da appetiti e infiltrazioni criminali". "È un'impresa collettiva - ha detto - da portare avanti nel segno dell'efficienza e della legalità".
di Maria Cecilia Guerra*
La Stampa, 6 agosto 2021
Nel suo intervento su La Stampa, Renzi dichiara: "Il reddito di cittadinanza è una misura che non funziona. Lo dimostrano i numeri inoppugnabili". E ancora: "Lo dimostra l'aumento della povertà" e "il fallimento dei navigator".
La povertà è aumentata per colpa della pandemia, con una caduta del Pil di circa 9 punti. Il Rdc è corso in aiuto ai poveri: sono il 48% in più i nuclei che hanno beneficiato di almeno una mensilità di Rdc nel 2020 rispetto al 2019. L'Istat ci dice che, anche grazie al Rdc, l'intensità della povertà è diminuita: i poveri sono di più ma la povertà morde meno, in tutte le ripartizioni geografiche.
Quanto ai navigator è molto difficile collocare persone che, nel 67% dei casi (Inps), non hanno avuto nessun rapporto col mercato del lavoro nei due anni precedenti l'introduzione del Rdc e che hanno un tasso di scolarità molto basso. Ma lo è ancora di più in un periodo in cui l'occupazione è calata, dal febbraio 2020 al febbraio 2019, di 846 mila unità. In questo contesto, per legge, dall'aprile del 2020 si è deciso di sospendere gli obblighi relativi all'accettazione di offerte di lavoro per i percettori di Rdc. Nonostante questo, i dati Anpal sul primo anno di applicazione ci dicono che il 25,7% dei beneficiari tenuti alla stipula del patto sul lavoro ha avuto almeno un contratto, per quanto solo il 15% a tempo indeterminato. E uno studio controfattuale, condotto dall'Irpet con riferimento alla Toscana, "rileva l'inesistenza di un effetto divano": il Rdc non disincentiva la ricerca di lavoro.
I numeri dei nostri istituti pubblici, davvero inoppugnabili, ci dicono altro anche sul rapporto Rdc-lavoro: circa metà delle persone che ricevono il Rdc non sono attivabili al lavoro. Anche perché spesso già lavorano: nel 57% dei nuclei beneficiari sono presenti persone occupate. Si può essere poveri anche senza essere "pigri". Quando un lavoro non basta per mantenere con dignità la propria famiglia non è sempre possibile averne due: per esempio, in famiglie con figli minori o anziani non autosufficienti di cui, in tante zone di Italia, nessun servizio pubblico si occupa. Non è un caso che fra i beneficiari attivabili che non lavorano la maggior parte sono donne.
Il Reddito di cittadinanza ha molti difetti e andrebbe migliorato, ma prima di fare un referendum per abolirlo, bisognerebbe almeno ricordare che 926 mila dei beneficiari attuali (più di un quarto) sono minorenni. Per loro è ancora più evidente che la povertà non discende da colpe individuali.
*Sottosegretaria al Mef
di Guido Pietropoli*
rovigooggi.it, 6 agosto 2021
Se la città continuerà a vedere il carcere come una pustola da espellere non potrà contribuire alla riabilitazione dei detenuti. Anni fa fui ricoverato in ospedale e dissi ad un infermiere: "dev'essere dura la vostra vita, tutto il giorno tra persone sofferenti". Dopo un attimo d'esitazione, mi rispose: "È vero, però qualche volta riusciamo ad aggiustarli!". Credo che il paragone tra il carcere e l'ospedale non sia fuori luogo; anche i detenuti possono essere considerati malati, malati di violenza familiare, di sopraffazione e ricerca di espedienti per la sopravvivenza, di fragilità nel rapportarsi agli altri in una società competitiva.
Con questo non voglio attribuire alla società tutte le colpe che imponiamo di scontare a ogni detenuto; in carcere ho incontrato anche persone estremamente consapevoli, di rara cultura e intelligenza; il giudizio su questi può essere meno pietoso ancorché sempre rispettoso di trovarsi di fronte a una persona con le sue colpe, ma anche con i suoi diritti.
In un'ottica di efficientismo qualsiasi impresa economica che ha una mission s'interroga periodicamente sui successi e sugli insuccessi; se la risposta è: "recidiva al 70/80%" qualsiasi impresa dovrebbe chiudere i battenti. Queste cifre sono i risultati "normali" dell'impresa "carcere italiano".
Schematizzando si può affermare che le mission dell'istituzione carceraria sono due: sottrarre dalla società gli individui pericolosi facendo scontare il loro debito nei riguardi della Giustizia e l'altra, che sembra meno interessar il cittadino comune, di restituire alla vita civile individui "aggiustati" cioè risanati dalla loro attitudine a delinquere e resi adatti al reinserimento nella vita civile.
Il mondo della politica sembra interessarsi delle carceri solo per garantire al cittadino la certezza della pena: "hai sbagliato e ora paghi". Non c'è ritorno di voti per chi s'interessa di capire cosa veramente succede tra le alte mura; anzi i voti piovono generosamente solo quando il politico si dimostra favorevole a richiudere il delinquente e a buttare le chiavi.
Ma l'impresa 'carcere' ha anche un significativo versante economico: un detenuto costa molto di più di un infermiere, di un vigile urbano, di un operaio. Qual è il risultato che vogliamo ottenere? Non sarebbe meglio che chi ha pagato il suo debito, invece di restare inebetito fuori dal cancello del carcere, sia messo in grado di rifarsi una vita e di rendersi utile alla società?
È questo il versante di maggior interesse dell'Istituzione che non può ridursi a una contabilità tribale: "hai sbagliato e ora paghi" ma che deve puntare sull'uso più attento e fruttuoso del periodo di detenzione per offrire la possibilità d'imparare un lavoro, di studiare, di coltivarsi, di aumentare la propria umanità. A questo fine devono lavorare le strutture carcerarie aiutate dai familiari, dai volontari e dalla città. Se la città continuerà a vedere il carcere come una pustola da espellere e non come un ospedale speciale per soggetti difficili non potrà aprirsi a questo mondo di dolore e non potrà contribuire alla riabilitazione di soggetti che hanno la necessità d'essere aiutati.
Il problema di Rovigo non è il sovraffollamento - che fortunatamente non c'è - è il rispetto per il difficile lavoro del "personale sanitario" (leggi i dirigenti, le guardie, gli addetti ai servizi) e il rispetto e la cura per i "malati" (leggi i detenuti) perché alla fine, se non riusciamo ad "aggiustarli", che società siamo?
*Garante provinciale dei diritti dei detenuti di Rovigo
di Giambattista Marchetto
lapiazzaweb.it, 6 agosto 2021
Padova è un esempio nella gestione del sistema penitenziario. E lo è perché nella città del Santo esiste da quasi mezzo secolo un modus operandi basato sull'abbattimento ideale di quel muro tra "dentro" e "fuori" dal carcere. Partono da questo assunto Andrea Guolo e Tiziana Di Masi che danno al caso-Padova un risalto speciale tra le tante storie di volontariato raccontano nel libro "#Iosiamo. Storie di volontari che hanno cambiato l'Italia (prima, durante e dopo la pandemia)", uscito a giugno per le Edizioni San Paolo.
Dal 2018, Di Masi (attrice) e Guolo (autore) portano in scena in tutto il paese lo spettacolo teatrale "#Iosiamo" che racconta storie vere di personaggi, associazioni, sportelli, centri di accoglienza, centri di ascolto. Ora il libro ripercorre in 12 capitoli dodici aspetti diversi dell'aiuto a chi è più debole, a chi si vede negare i propri diritti, a chi deve ricostruire la propria vita, a chi ha bisogno di sostegno nella malattia e nelle calamità naturali, ai bambini, al patrimonio artistico del nostro Paese.
Dolcezza dietro le sbarre - Nel libro gli autori raccontano l'esperienza di apertura al territorio del penitenziario padovano, "un sistema partecipativo nato dal basso - scrivono - e diventato un motivo d'orgoglio per gli stessi padovani, anche per merito di un dolce: il panettone di Giotto". Sfornato a Padova, dai detenuti del Due Palazzi, questo prodotto si è imposto oltre le mura della città come simbolo di riscatto morale e tra i più "ghiotti" del panettone padovano ci sono i due Papi. Nella dispensa della cooperativa troviamo le colombe a Pasqua, vari tipi di biscotti, torroni, la tradizionale Noce del Santo premiata dall'Accademia della Cucina Italiana, e poi torte, cioccolatini e gelati rigorosamente artigianali.
"Ci lavorano 38 detenuti, sotto la guida di tre maestri pasticceri - svela #iosiamo - A sua volta, la pasticceria rappresenta la punta di un iceberg, il fiore all'occhiello di un progetto, avviato nel 2004 e più articolato, per il recupero sociale e professionale dei detenuti di un carcere tra i più difficili del nord Italia, la cui storia si accompagna a quella di una città che ha sempre lottato per non dimenticare i reclusi, fin dai tempi di Sant'Antonio".
Il carcere nella città - "Noi siamo il frutto di quarant'anni di sensibilità che Padova ha dimostrato verso il suo carcere", spiega agli autori Nicola Boscoletto, socio fondatore e presidente della cooperativa Giotto. Il terreno era fertile per trasformare un seme in pianta. Con il coinvolgimento della società civile, con le attenzioni a 360 gradi del mondo no profit, del mondo profit e anche delle istituzioni, inizia un percorso che porta alla creazione di un progetto più articolato. Si chiama Progetto Carcere e prende il via nel 1988. "Fu concepito - ricorda Boscoletto - come una città nella città. E quando nel 1990 l'istituto di pena si spostò dal centro alla periferia, fu chiaro a tutti che il trasferimento al Due Palazzi, appena realizzato, implicava una necessità ancor più impellente di non perdere contatto con quella comunità messa in un angolo lontano". Da allora a Padova ne sono cambiate di cose, ma nessuna trasformazione ha mai messo in discussione il progetto e la necessità di tendere la mano a quel capitale umano così complesso. Oggi sono oltre 400 i volontari coinvolti nelle attività a supporto dell'amministrazione penitenziaria.
Oltre alla Giotto, con le sue attività e iniziative, il libro racconta le altre realtà, come le cooperative Altra Città e Work Crossing. Vengono formati artigiani che realizzano valigie, tacchi per l'alta moda, componenti per auto e moto, sistemi di fissaggio certificati, oltre a gestire una legatoria e un servizio di digitalizzazione di documenti cartacei. I detenuti sono coinvolti in progetti come il teatro o in gruppi di ascolto. C'è poi Palla al piede, la squadra di calcio formata dai detenuti, che milita in terza categoria e può vantare un primato unico nel suo genere: gioca sempre in casa, perché in trasferta proprio non ci può andare. E c'è anche una redazione, quella di "Ristretti Orizzonti", che produce una newsletter e una rivista.
Il Riformista, 6 agosto 2021
Stefano Anastasìa è stato confermato dal Consiglio regionale del Lazio Garante dei detenuti. "Ringrazio il Consiglio regionale per l'apprezzamento del mio impegno e la fiducia che mi ha riconosciuto, confermandomi nelle funzioni di Garante delle persone private della libertà della Regione Lazio per il quinquennio 2021-2026". Con queste parole Stefano Anastasìa ha accolto positivamente la decisione del Consiglio, che lo ha eletto per la seconda volta Garante dei detenuti.
Una conferma che nasce dall'impegno di Anastasìa sui temi del momento e le sfide di sempre: superare il sovraffollamento, riportando il carcere alle sue strette necessità per i reati più gravi e le pene più lunghe, potenziando la rete dei servizi socio-sanitari di assistenza alle persone disagiate spesso e ingiustamente custodite in carceri e Rems. Pregnante è l'impegno nella qualifica e promozione dell'integrazione dei servizi socio-sanitari sin dai luoghi di detenzione, così come il potenziamento dell'offerta di servizi per l'istruzione, la cultura, la formazione professionale e l'inserimento lavorativo e il reinserimento sociale dei detenuti, Infine, è necessario garantire i rapporti affettivi delle persone private della libertà e integrare il carcere nel territorio anche attraverso le nuove tecnologie della comunicazione. "Abbiamo alle spalle anni molto difficili - ha detto Anastasìa dopo la seduta del Consiglio - precipitati nel durissimo lockdown imposto dalla pandemia alle carceri, alle residenze per le misure di sicurezza, al centro di detenzione per stranieri di Ponte Galeria e a ogni altro luogo di residenza forzata per motivi di giustizia, di polizia o di salute. Un'esperienza difficilissima affrontata con senso di responsabilità e di sacrificio da parte delle persone private della libertà, sostenute dalla dedizione e dalla professionalità degli operatori penitenziari, sanitari e delle altre amministrazioni pubbliche competenti e dall'impegno dei volontari, dove e fin quando hanno potuto svolgere il loro prezioso ruolo di ausilio e integrazione sociale".
Anastasìa è convinto che l'azione della Regione Lazio possa avvalersi dell'impegno delle competenti amministrazioni dello Stato e quella degli Enti locali, "dimostrando che il divieto di trattamenti contrari al senso di umanità e la finalità rieducativa della pena si perseguono efficacemente solo grazie all'impegno di tutte le istituzioni, locali e nazionali, della società civile e della cittadinanza attiva", ha concluso Anastasìa.
di Giulia Merlo
Il Domani, 6 agosto 2021
Il conduttore di Report, Sigfrido Ranucci, parla delle 175 querele subite e della mancanza di tutele contro quelle intimidatorie: "Così si omologa l'informazione". Proprio dopo aver concluso l'intervista, arriva la notizia che Report ha vinto la battaglia legale contro Andrea Monorchio, che aveva chiesto in sede civile un risarcimento danni per diffamazione dopo un servizio sui suoi incarichi professionali e le attività lavorative del figlio.
"Con condanna anche a pagare le spese di lite", specifica Sigfrido Ranucci, volto della trasmissione e giornalista d'inchiesta da trent'anni che analizza la questione dopo la richiesta a Domani dell'Eni di pagare 100.000 euro per un articolo sgradito prima ancora di aver avviato un'azione civile.
Nel corso del tempo e soprattutto da quando lavora a Report, lui e la sua squadra hanno subito 175 querele e richieste di risarcimento danni, per un totale di molti milioni di euro. "E non ne ho mai persa nessuna", precisa. Alcune di queste si trascinano anche per decenni, anche perché la richiesta di risarcimento del danno civile si può proporre entro cinque anni: "Ci sono capitati casi in cui la causa iniziava dopo quattro anni e mezzo dalla trasmissione del servizio ed era necessario ricordare i dettagli per difendersi, recuperare le carte e i documenti dell'inchiesta". Soprattutto quando la querela è temeraria, cioè si basa su una pretesa infondata e ha l'obiettivo di intimidire o mettere in difficoltà anche economica il giornalista e l'editore che la subiscono.
"In questo mi considero un privilegiato, perché lavoro con la Rai che ha le spalle larghe e può sostenere le spese legali", dice Ranucci, che tuttavia sottolinea come nei contratti Rai sia previsto che, in caso di soccombenza e di dimostrazione del dolo del giornalista, l'azienda possa rivalersi sul professionista per recuperare le spese a cui è stata condannata. Diverso, invece, è se la querela temeraria viene intentata contro un giornalista freelance o che lavora per piccole testate locali, perché è su di loro che una querela esercita maggior pressione, soprattutto se manca il capitale per affrontare anche solo le spese legali del giudizio. Eppure, tutte le proposte di legge per introdurre una tutela maggiore per i giornalisti contro le querele a fini intimidatori sono finite nel nulla.
La politica silente - Il nodo è tutto qui, secondo Ranucci: una politica silenziosa e inerte, a cui conviene rimanere tale. "A questo parlamento la libertà di stampa non interessa per nulla" scandisce. E citando in particolare la sua esperienza a Report, aggiunge che "c'è stato anche un accerchiamento dei giornalisti attraverso le authority di garanzia come l'Agcom. Poi ricordo che l'ultima sentenza del Tar ci ha paragonato a dei funzionari del catasto, chiedendoci di rivelare fonti e metodo di lavoro". Un silenzio, quello della politica, che è tanto più assordante quanto più si sbilanciano i rapporti di forza.
È ancora fresca, infatti, la durissima polemica tra Report e il deputato di Italia viva, Luciano Nobili, che aveva presentato un'interrogazione parlamentare contro un servizio della trasmissione di Rai 3 su Matteo Renzi, contenente illazioni non veritiere come il fatto che la trasmissione avesse pagato la fonte. "A fronte di sistemi di controllo dell'informazione quasi spietati, in Italia assistiamo a un totale non controllo sull'operato dei parlamentari, che divulgano dossier falsi sul lavoro dei giornalisti e non incorrono in alcuna conseguenza". Lo scontro molto duro tra Report e Nobili, però, non ha visto prese di posizione da parte della commissione di Vigilanza sulla Rai "che è sempre molto attenta a vigilare su cosa fanno i programmi, ma forse dovrebbe anche tutelare la Rai dai politici che la attaccano".
I rischi per l'informazione - I numeri pubblicati in un report dell'Istat del 2016 parlano di 9.039 querele sporte per articoli di stampa: le archiviazioni sono state 6.317, pari al 67 per cento, l'azione penale è iniziata in 2.722 casi, pari al 30 per cento ma le condanne sono state 287. Anche solo questo basterebbe a far ritenere che serva inserire un meccanismo di deterrenza. "In Gran Bretagna, quando si scomoda la giustizia civile bisogna lasciare una cauzione, che si perde se viene intentata una causa riconosciuta come temeraria. Se fosse così anche in Italia, i nostri politici non querelerebbero più nessuno", dice Ranucci.
Rimane un interrogativo: quali risultati produce questo disinteresse verso la tutela della stampa indipendente? "Il risultato indiretto di questa situazione è quello di indebolire e omologare l'informazione. Ciò a cui ho assistito in questi anni è che buona parte dei giornali non si occupa di alcuni argomenti per non avere problemi. Per la prima volta, poco tempo fa, mi è successo di ricevere un no da parte di un importantissimo giornale nazionale a cui avevo offerto di dare in anteprima una notizia su un politico di spicco. Mi è stato risposto che su quel giornale di quel politico non si parla. E questa è una deriva molto preoccupante". In sintesi, per fare informazione libera, che spesso è anche sinonimo di scomoda, soprattutto per il potere e i potentati locali, servono denaro ma anche grande credibilità per sostenere gli attacchi, "mentre tutto diventa molto più difficile se si è di piccole dimensioni e soli a doversi difendere". L'alternativa è, appunto, l'omologazione. Questo accade perché molte testate, soprattutto quelle piccole e medie, sono pesantemente condizionate dal groviglio del potere politico e imprenditoriale locale, dato che vivono anche dei contributi e delle sponsorizzazioni dei comuni o delle imprese. "E allora salta subito agli occhi come in queste situazioni è difficile esercitare liberamente l'attività di giornalista, soprattutto se si tratta di indagare sul sindaco di turno". E allora cosa servirebbe, secondo Ranucci? "Una presa di coscienza della politica e dei singoli poliitici, perché si rendano conto che dimenticare il valore della libertà di stampa, non accettare il contraddittorio nei dibattiti e affidarsi ai monologhi sul web è come staccare un assegno in bianco dal capitale della democrazia".
di Giorgia Serughetti
Il Domani, 6 agosto 2021
Non solo ddl Zan. Esiste forse un cimitero dei disegni di legge dimenticati, come in un romanzo di Carlos Ruiz Zafón, dove riposano i testi sui diritti civili, in attesa che qualcuno decida di salvarli dall'oblio. Il ddl Zan contro omotransfobia, misoginia e abilismo, che slitta nel calendario a settembre, andando a inserirsi nel vivo della campagna elettorale per il voto delle amministrative, si candida a diventare il nuovo inquilino di questo luogo immaginario. Ed è senz'altro da credere che chi negli ultimi mesi ha lavorato per far mancare i numeri al Senato, dopo l'approvazione del testo alla Camera, avesse precisamente l'obiettivo di condurlo su un binario morto, per ragioni di strategia politica.
Nel frattempo, le vittorie olimpiche dell'Italia rianimano il dibattito sulla cittadinanza ai ragazzi e alle ragazze nate da genitori stranieri. Se il presidente del Coni, Giovanni Malagò, ha parlato della necessità di istituire lo "ius soli sportivo" per gli atleti neo-diciottenni, al fine di consentir loro di gareggiare, voci della politica e della società civile si sono levate a ricordare che la risposta dovrebbe essere universale, ovvero rivolta a un'intera generazione di minorenni che vivono e studiano in Italia, si sentono italiani, parlano i dialetti delle loro città.
La discussione, tuttavia, rievoca le vicissitudini dei passati tentativi di riforma della legge sulla cittadinanza, a cui da almeno vent'anni si tentano di apportare correttivi per estendere il diritto di acquisirla a chi nasce e cresce sul nostro territorio. Nella passata legislatura, il ddl che introduceva lo ius culturae, legando la cittadinanza al completamento di un ciclo scolastico, ebbe il via libera della Camera e si arenò al Senato. Anche in quel caso, per calcolo elettorale.
Il visitatore che si imbattesse nel cimitero dei ddl dimenticati troverebbe ognuno di essi incartato in discorsi sul tempismo inopportuno, sul carattere sensibile e divisivo dei temi in oggetto, sulle "ben altre" questioni sociali che vengono prima dei diritti civili. Soprattutto, però, ripercorrerebbe le storie di puro tatticismo, svuotato di idealità e principi, dietro al fallimento delle battaglie per la loro approvazione.
Quella che va in scena, ad ogni rinvio della discussione, in ogni nuova impasse dell'iter parlamentare di provvedimenti che (almeno sulla carta) possono contare sulla maggioranza dei voti in entrambe le camere, è una politica ridotta ad agire strategico, priva di riferimenti valoriali, disposta a sacrificare le buone ragioni sull'altare dei giochi di potere. Non adesso, non così, si sente ripetere. Ma allora quando? E come? Non verrà mai un tempo in cui la politica italiana potrà dirsi distante dalla contesa elettorale, che è pressante e continua. Né verrà un tempo senza "ben altri" problemi a cui rispondere, specialmente nel contesto di una crisi sanitaria di cui non si vede la fine, e di una crisi economica che è solo all'inizio. Niente impedisce di tenere fermo l'impegno su grandi questioni di diritti, se non la meschinità dei calcoli politici e la mancanza di coraggio.
di Luigi Agostini
Il Manifesto, 6 agosto 2021
Morti sul lavoro. Salute e sicurezza vanno riorganizzate in un'Agenzia nazionale, articolata per territori e governata dalle parti sociali sul modello del movimento degli edili. I numeri dei morti e feriti sul lavoro sono eloquenti, e nella loro essenzialità indicano sia la dura persistenza delle vittime, che l'inefficacia delle politiche di protezione. La pena per le vittime rischia di essere superata dal fastidio delle dichiarazioni, sempre identiche, che invocano nuove leggi e nuovi ispettori.
Il quadro generale purtroppo è segnato non solo dalle morti ma anche dagli incidenti invalidanti e dalle malattie professionali di vecchio e di nuovo tipo. Il complesso di tale situazione affonda le sue radici nella voragine che si è aperta tra l'evoluzione accelerata della struttura produttiva, la conseguente metamorfosi del lavoro, e l'inadeguatezza delle protezioni sociali. Sono oltre il 90% le imprese con meno di 15 dipendenti; la macchia di lavoro nero e grigio spesso copre intere aree e regioni; le migrazioni colorano ancor più problematicamente l'insieme del quadro. Pensare oggi Salute e Sicurezza del lavoro, significa riordinare, all'insegna della prevenzione, l'intera struttura di protezione. Almeno su tre aspetti dirimenti.
A) Un aspetto culturale. Oggi la prevenzione viene confusa, anche sull'onda della giusta e sacrosanta reazione sociale, con la sanzione e con la repressione. La volontà punitiva riempie il vuoto della incapacità preventiva. La gran parte dell'attività dei cosiddetti Enti Previdenziali è in realtà un'azione di "risarcimento": non a caso si chiama "rendita" il risarcimento dopo l'infortunio. La rendita infortunistica. L'azione ispettiva e repressiva ha certamente una componente di prevenzione, ma non la esaurisce e deve essere organizzata insieme ed accanto alla politica repressiva, sia perché il processo produttivo anticipa sempre l'adeguamento normativo, sia perché l'attività preventiva richiede un sapere specialistico, capace di interpretare e anticipare il rischio di ogni processo lavorativo. È necessario pensare la prevenzione secondo la sequenza, come indica la legge 626: ricerca-informazione-formazione-consulenza-assistenza. E può essere realizzata solo attraverso la costituzione di un Corpo di Preventori di grande competenza e di livelli organizzati di gestione e controllo sociale.
B) Un aspetto istituzionale. Oggi le risorse sono scarse e disseminate in tante strutture: le responsabilità sono distribuite tra molti soggetti (Regioni, Ispels, Inail, Vigili del Fuoco, Ispettorati, Imss, Patronati). L'attività di ricerca vive una vita separata, ruoli e funzioni sono frequentemente sovrapposti e rinviano a coordinamenti che consumano più risorse di quelle che producono. Concentrare tutte le risorse e unificare le responsabilità, diventa questione dirimente. Già oggi, con la potenza di calcolo che le nuove tecnologie mettono a disposizione, il sistema informatico Inail è perfettamente in grado di definire una mappa nazionale del rischio, per settori, territori, tipologie infortunistiche, malattie professionali. Già oggi, mettendo insieme la potenza di calcolo del sistema informatico Inps\Inail si può avere a disposizione in tempi immediati la mappa sociale (lavoro, reddito, status) di ogni cittadino del Paese.
C) Un aspetto organizzativo. Finora l'Assicurazione è stata la grande tecnologia che ha permesso il governo del rischio, cioè il costo, e quindi la sua indenizzabilità. Fino ad oggi, le grandi tecnologie pubbliche (Inps/ Inail) sono state le "stecche del corsetto" che hanno sorretto i due capitoli fondamentali del welfare lavoristico: pensione e rendita da infortunio o morte. La grande trasformazione del lavoro, alimentata da e interna al processo di mondializzazione, per i suoi costi umani, per la nostra idea di civiltà, e per i suoi costi economici (alcuni economisti americani valutano che il mal di lavoro valga due punti di Pil dell'economia Usa), porta sempre più a spostare l'accento dalle politiche di risarcimento alle politiche di prevenzione e riabilitazione. Dunque le leggi non sono la questione principale, lo è invece la riorganizzazione delle tecnostrutture e la loro unitarietà di missione. Germania docet.
Se il mondo dell'individuo\lavoratore è sempre più incerto, per il lavoro diventato mobile, solo una grande Agenzia Nazionale, articolata per territori, governata dalle parti sociali-modello Cassa e Scuola Edile-può garantire una rete adeguata di sicurezza (il mondo postfordista è un mondo molto simile al mondo prefordista).
Tale Agenzia, non solo si rifarebbe ad una grande esperienza sociale del movimento dei lavoratori, quello edile, ma verrebbe a collocarsi oggi in uno dei punti più delicati della condizione del lavoro, quello appunto del rapporto tra lavoro, salute e sicurezza.
Il governo dell'Agenzia, dovrebbe essere espresso con voto, dall'insieme delle parti sociali e soggetto a verifica. Consiglio di Vigilanza e Consiglio di Amministrazione - oggi persino ridotto al semplice presidente) del governo degli enti previdenziali, va tagliato, ma nella direzione, per dirla con Robert Castel, della proprietà sociale. La proprieta del lavoro.
di Francesco Bei
La Repubblica, 6 agosto 2021
Alla boa dei sei mesi di permanenza a palazzo Chigi, Mario Draghi ha portato ieri a casa quello che si annunciava come uno dei provvedimenti più divisivi della sua maggioranza: l'obbligo di Green Pass anche per scuola e trasporti. Si ricorderà che proprio questi due settori erano rimasti esclusi dal precedente decreto, proprio per la distanza delle posizioni all'interno del governo. Era la famosa conferenza stampa in cui il premier usò parole durissime contro chi cincischiava con i distinguo ("un appello a non vaccinarsi è un appello a morire o a far morire") e Salvini, pur non nominato esplicitamente, comprese bene di chi si stava parlando. Ne seguì un faccia a faccia tra i due a palazzo Chigi, un chiarimento politico e personale, eppure non sembra che le pressioni della Lega contro il passaporto vaccinale abbiano avuto effetto. È passata infatti una linea di massima precauzione, che di fatto equivale a un obbligo vaccinale per il personale scolastico. I duecentomila (ma pare che siano molti meno) resistenti no vax tra prof e personale Ata e amministrativi dovranno ora scegliere fra l'esibizione del Green Pass e lo stipendio. Sempre che non vogliano sottoporsi a un tampone ogni due giorni. Era un passaggio fondamentale e molto atteso per garantire che l'obiettivo strategico di riportare tutti gli alunni in presenza non venisse vanificato dall'egoismo o dall'ignoranza di una minoranza che continua a fuggire dal vaccino.
Salvini incassa un'altra mezza sconfitta e per misurarla bastava leggere il commento rassegnato del principale ideologo no Green Pass della Lega, Claudio Borghi, che alla affezionata platea no vax dei suoi follower ieri sera confessava: "Ho fatto il possibile ma ho perso. Mi scuso con tutti voi". Il problema è che il segretario del Carroccio si era attestato su una posizione, anzitutto sul piano della comunicazione politica, palesemente fuori dalla realtà e dalla rotta che Draghi aveva già indicato quindici giorni fa. Riassumibile in sostanza in questo modo: niente obbligo vaccinale (a differenza del personale della Sanità) ma Green Pass esteso alla scuola come garanzia di libertà e di ripresa. Che la posizione contraria di Salvini fosse insostenibile era chiaro anche per le dichiarazioni a favore del passaporto verde di tutti i governatori della Lega. Auto-isolato nel suo stesso partito, Salvini ieri sera faceva trapelare soddisfazione per l'esito del Consiglio dei ministri. Ma sembrava più che altro una ritirata strategica per non dover ammettere di aver sbagliato a intestardirsi contro il Green Pass.
E tuttavia il metodo Draghi consiste in un continuo esercizio di pragmatismo, lontano da considerazioni su chi possa cantar vittoria su questa o quella decisione. Ora, se è vero che il capo leghista sembra uscire malconcio dalla giornata di ieri, questo è dovuto principalmente a un suo errore di comunicazione. Perché in realtà la linea del governo non si è affatto appiattita sulle idee di chi avrebbe voluto un'estensione totale e immediata del documento verde a tutti i settori. Sui trasporti, ad esempio, Draghi ha tirato la coperta dalla parte opposta. Raccontano che il ministro Speranza avrebbe voluto da subito un obbligo di Green Pass anche su aerei e treni a lunga percorrenza, con i ministri Patuanelli e Franceschini disposti al massimo a spostare l'imposizione al 20 agosto. Il premier ha invece preferito dare ascolto al settore del turismo, rinviando al primo settembre il divieto di far salire a passeggeri sprovvisti del lasciapassare. "Avremmo messo in difficoltà migliaia di italiani che sono già in vacanza e hanno prenotato treni e aerei per rientrare", fa notare un ministro che ha condiviso la linea del capo del governo. È la trincea della realtà in cui Draghi ha deciso di assestarsi, senza preoccuparsi troppo di chi possa scontentare (una lezione che i più massimalisti tra i Cinque Stelle hanno dovuto subire sulla giustizia).
Resta intatto lo scoglio del lavoro. Cosa deciderà il governo per le aziende private, le fabbriche, gli uffici? La questione è molto delicata perché il bilanciamento tra due diritti in conflitto, quello alla salute e quello al lavoro, stavolta sarà più difficile rispetto ai settori - la sanità e la scuola - dove si è già intervenuti. Oltre alla prevedibile contrarietà della Lega, Draghi si troverà infatti a fronteggiare anche l'ostilità dei sindacati rispetto a un'ipotesi di obbligo di Green Pass per entrare in ufficio e nei luoghi della produzione. Dopo lo sblocco dei licenziamenti, sarà un'altra partita che può creare un solco con i rappresentanti dei lavoratori.
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