di Aldo Torchiaro
Il Riformista, 21 giugno 2021
La relazione annuale dell'Anac, presentata alla Camera dal presidente, Giuseppe Busia, trova in ascolto parlamentari ben diversi da quelli che la avevano accolta un anno fa. I nomi degli eletti sono gli stessi, certo; ma sono cambiate le collocazioni, i posizionamenti, le strategie. L'ampia maggioranza si ammanta oggi del vestito liberale e europeo tornato di gran moda con Draghi. Ed ecco che i toni dell'Autority si fanno sfumati, le ragioni dell'impresa più sonore, più accomodanti le risposte della politica. Si ribalta il modello dell'epoca che fu. "Archiviano Cantone", titola un'agenzia. Andiamoci piano. Però la nuova Anac vuole rimangiarsi un po' la storia da "mani di forbice", da grande censore contabile, quando non etico, di appalti e subappalti, accordi e disaccordi.
Si parte dall'assunto con cui viene presentata la mission di Anac per il futuro: assistere la Pubblica amministrazione nello spendere meglio, indica gli standard di spesa, le condizioni ottimali. Indica, tutela, non vieta e non condanna. Il presidente Busia vuole chiudere la stagione della caccia alle streghe e accompagnare quella del Recovery senza porsi ad ostacolo. Lo scandisce in aula: "Lungi dall'essere un freno all'attività amministrativa, l'Anac, al contrario, fornisce supporto e assistenza, aiuta le stazioni appaltanti ad utilizzare correttamente le risorse pubbliche e a risparmiare, acquisendo beni e servizi migliori per la stessa amministrazione e i cittadini". La nuova linea riceve applausi da tutti, o quasi. Vanno semplificate le procedure, accelerate le assegnazioni, incentivati gli affidamenti diretti quando le opere sono urgenti, come insegna il modello Genova. Si immagini il parere di Cantone o quello di Davigo su questo punto.
E si paragoni con Busia, ieri in aula: "Si deve guardare con favore l'indicatore in termini di incremento degli affidamenti". Il dato c'è. "Spicca l'aumento del 242% dell'affidamento diretto di lavori fino a 150 mila euro registrato nel secondo semestre del 2020. Tale tendenza potrebbe essere addirittura accentuata a seguito dell'emanazione del decreto legge Semplificazioni-governance, che ne estende la portata per i servizi e le forniture entro la soglia di 139 mila euro fino al 30 giugno del 2023". E risuona: "Guardiamo con favore". Applausi. I più riottosi sono seduti al centro, sui banchi a Cinque Stelle. Eletti per fare i corsari antisistema, si trovano Conte e Di Maio a imboccare l'inatteso tornante della storia che li proietta sulla strada incognita dei "liberali moderati e garantisti".
Roberto Fico, padrone di casa, deve togliersi dall'incomodo: "La necessità di una semplificazione del quadro normativo, relativo ai controlli e alle procedure per gli appalti, è innegabile. L'eccessiva complessità degli strumenti esistenti genera infatti oneri per imprese e cittadini e ritardi nella realizzazione di opere pubbliche.
Tuttavia ciò non implica affatto la cancellazione dei controlli preventivi di legalità; essi vanno piuttosto snelliti, resi più rapidi, anche utilizzando le potenzialità della digitalizzazione, ed adattati ai diversi contesti, ad esempio alla dimensione dell'ente vigilato". Poi Fico lancia un numero: "Mi ha impressionato sapere che nel 2020 ci sono stati 1700 richieste di parere rivolte ad Anac". Troppe, ne conviene. E via alle reazioni dell'aula che risponde consonante, distesa, positiva, mai tanto collaborativa con il mondo dell'impresa e della pubblica amministrazione che la grande muraglia dell'anticorruzione teneva a distanza di sicurezza.
Giuseppe Busia dice al Riformista: "La discrezionalità amministrativa è, e deve rimanere, una componente essenziale dell'attività contrattuale pubblica. Perché possa essere esercitata correttamente, richiede, però, stazioni appaltanti adeguatamente strutturate e dotate di elevate competenze specialistiche. La perdurante assenza delle stesse è invece fonte di ritardi e di sprechi, anche quando non sfocia in fenomeni corruttivi".
Gli chiediamo conto di quanti temono di approvare un provvedimento che forse costerà loro una bella indagine per abuso d'ufficio, quando non di più. "In tempi di emergenza - ci risponde Busia - si è inteso ovviare alla cosiddetta "paura della firma" circoscrivendo eccezionalmente il perimetro del danno erariale. Il perpetuarsi di tale scelta normativa è il risultato di un doppio fallimento: da un lato, l'assenza di disposizioni sufficientemente chiare per definire correttamente l'ambito nel quale può e deve esercitarsi la discrezionalità amministrativa. E, dall'altro, ancora una volta, l'assenza di competenze adeguate nella pubblica amministrazione, indispensabili per esercitare in modo responsabile tale discrezionalità".
Come uscirne, dunque? "L'Autorità ha formulato alcune proposte per bilanciare opportunamente qualità, trasparenza e rapidità di azione, concentrandosi soprattutto su digitalizzazione dei contratti pubblici e qualificazione di stazioni appaltanti e imprese".
I dati sul whistleblowing parlano chiaro: il provvedimento su cui M5S aveva tanto insistito si è rivelato un flop totale. Le segnalazioni sono in calo del 28,7% rispetto all'anno scorso, oltre il 90% di quelle processate sono archiviate o ritenute "prive di affidabilità". Gli ex giacobini si guardano smarriti. Poi, timidamente, qualcuno ritrova l'iniziativa: "Beh, potremmo candidare l'Italia a ospitare l'autorità Antiriciclaggio", dice in aula la grillina Francesca Galizia, capogruppo in commissione politiche Europee. Ottima idea, Beppe Sala però aveva già offerto gli spazi a Milano due settimane fa.
di Guido Neppi Modona
Il Riformista, 21 giugno 2021
La legittimazione della magistratura, che nel nostro ordinamento democratico si basa sul consenso e sulla credibilità del corpo giudiziario presso l'opinione pubblica, sta attraversando un periodo molto difficile. Mi limito qui a richiamare quanto è emerso dalla sciagurata vicenda Palamara, che ha svelato in tutto il suo squallore un sistema che ha messo nelle mani delle correnti tutto ciò che riguarda lo stato giuridico dei magistrati.
Assegnazione della sede, trasferimenti, promozioni, incarichi direttivi, applicazioni presso istituzioni e uffici esterni alla magistratura sono stati lottizzati sulla base di una logica spartitoria a seconda dell'appartenenza alle varie correnti, attraverso un sistema di raccomandazioni e di scambi di favori a cui hanno dovuto sottomettersi molti, troppi magistrati per perseguire le loro legittime aspettative di carriera. Di questa brutta storia, documentata nel libro-intervista rilasciata da Palamara a Alessandro Sallusti, si è già molto parlato. Oggi intendo occuparmi, senza entrare nei particolari dei singoli casi, di come sia stato possibile che alcuni organi giudiziari monocratici, quali sono i pubblici ministeri e i giudici per le indagini preliminari, abbiano impunemente svolto in modo improprio le loro funzioni, senza alcun intervento dei titolari degli organi di supremazia e di controllo. Mi riferisco, evidentemente, ai capi dei rispettivi uffici, al Consiglio Superiore della Magistratura (Csm), al ministro della Giustizia.
Nel corso delle vicende che hanno turbato il normale funzionamento della giustizia abbiamo registrato dei grandi assenti, a seconda dei casi i procuratori della Repubblica presso i tribunali e i procuratori generali presso le Corti di appello, i presidenti dei tribunali e delle Corti di appello. Salvo il caso della tragedia della funivia del Mottarone, in cui è stata la stessa procuratrice della Repubblica di Verbania a esser messa in discussione, nelle altre vicende non mi risulta che siano intervenuti i capi degli uffici. E proprio di loro vorrei occuparmi. L'organizzazione delle attività svolte dai giudici dei tribunali non spetta, come nel passato, ai capi dei rispettivi uffici, che decidevano discrezionalmente come distribuire le funzioni e i casi ai singoli magistrati, ma è sorretta dal principio costituzionale del "giudice naturale precostituito per legge". In base a questo fondamentale principio, posto a tutela dell'indipendenza e dell'imparzialità del giudice, i magistrati sono assegnati alle diverse funzioni secondo il cosiddetto sistema tabellare.
Il capo dell'ufficio predispone ogni tre anni piani organizzativi circa la distribuzione delle funzioni e del lavoro tra i giudici, che vengono sottoposti alla valutazione degli stessi magistrati e del consiglio giudiziario del distretto di corte di appello prima di essere inviati per l'approvazione del Csm. Si formano così le "tabelle" che stabiliscono secondo criteri obiettivi e predeterminati le funzioni e i casi di cui sarà titolare ciascun giudice, che diviene così il "giudice naturale precostituito per legge", che non può essere sostituito se non nei casi tassativamente previsti dalla legge. Al riguardo, è presumibile che la giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Verbania sia stata legittimamente sostituita perché secondo le "tabelle" il disastro della funivia spettava alla collega che era il giudice naturale precostituito per legge, mentre la giudice che aveva preso in esame la convalida dei fermi era intervenuta essendo quel giorno di turno per gli affari urgenti.
Del tutto intempestivo è stato quindi l'intervento dell'Unione delle Camere Penali Italiane, che ha denunciato la gravissima violazione del principio del giudice naturale, senza verificare quali fossero secondo le tabelle i rapporti tra i due giudici del Tribunale di Verbania. Meno rigide sono invece le tabelle relative agli uffici del pubblico ministero: il procuratore della Repubblica può infatti revocare, con provvedimento motivato e ricorribile al Csm, la delega per i casi che erano stati discrezionalmente assegnati ai singoli sostituti procuratori. Da questo quadro emerge la grande importanza che assume il ruolo del capo dell'ufficio, sia esso il presidente del tribunale o il procuratore della Repubblica, ai fini del buon funzionamento della giustizia in casi di particolare gravità e complessità quale è appunto la tragedia della funivia del Mottarone.
Il giudice "naturale precostituito per legge" a cui secondo le tabelle è assegnata la pratica dovrebbe essere opportunamente affiancato dal presidente del tribunale o da altro magistrato da lui designato; nel caso della funivia del Mottarone par di capire che titolare dell'inchiesta fosse la stessa presidente del piccolo Tribunale di Verbania e forse allora sarebbe spettato al presidente della Corte di Appello di Torino affiancarle a titolo di sostegno altro magistrato temporaneamente applicato da altra sede. Più semplice invece, come abbiamo già visto, la situazione degli uffici della Procura, ove non vige il principio del pubblico ministero naturale precostituito per legge.
Qui il procuratore della Repubblica può discrezionalmente assegnare la pratica al sostituto procuratore che ritiene essere più adatto per quel determinato caso, ma anche in tale contesto nei procedimenti di particolare gravità il capo dell'ufficio dovrebbe sempre affiancare in prima persona il sostituto procuratore, fermo restando il suo potere di delegare altro o altri sostituti e di revocare quello già nominato. Vi sono dunque tutte le premesse perché le indagini sulla tragedia del Mottarone, particolarmente difficili e complesse sia per l'accertamento delle cause tecniche del disastro, sia per l'individuazione degli imputati cui attribuire la responsabilità a titolo di colpa, procedano sollecitamente, rispondendo al prepotente bisogno di giustizia dei parenti delle vittime e di sicurezza dell'opinione pubblica.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 21 giugno 2021
Intervista al senatore Enrico Buemi sull'iniziativa referendaria di Lega e Radicali: "Serva una riforma seria del Csm non ci sarà una giustizia giusta". Enrico Buemi, senatore socialista che nella passata legislatura fu primo firmatario e promotore di una riforma sulla responsabilità civile dei magistrati, non ha dubbi nell'accogliere favorevolmente la nuova iniziativa referendaria del Partito Radicale. Ma non basta: per una giustizia giusta occorre riformare seriamente il Csm e la geografia giudiziaria.
Lei è d'accordo con il quesito referendario per la responsabilità diretta dei magistrati?
Assolutamente sì. Ritengo che la norma in vigore sia comunque frutto di un compromesso che ho dovuto subìre in sede parlamentare nella precedente legislatura. Dal punto di vista dell'agibilità dell'esercizio della responsabilità in senso concreto e rapido è evidente che deve esserci una possibilità di agire direttamente verso il magistrato che ha commesso degli errori, identificati ora nella norma nel dolo o colpa grave.
Tuttavia, il magistrato non può essere chiamato a rispondere per la sua attività di interpretazione di norme di diritto o di valutazione del fatto e delle prove...
Intanto dobbiamo migliorare la legislazione vigente e quindi la puntualità della norma rispetto alla fattispecie, che è lasciata un po' troppo a delle discrezionalità. Poi più riusciremo a circoscrivere la discrezionalità del magistrato e più risponderemo alle esigenze di giustizia.
Come replicare a chi ritiene che una simile norma mette in pericolo l'autonomia dei magistrati, li intimidisce e li induce a decisioni poco coraggiose?
Non c'è limitazione dell'autonomia, bensì dell'arbitrio del magistrato che, non chiamato a rispondere direttamente dei suoi comportamenti, amplia moltissimo l'ambito della sua discrezionalità. D'altra parte le vicende giudiziarie di questi ultimi mesi dimostrano quanto malaffare c'è anche all'interno della magistratura.
Cosa ne pensa invece della responsabilità professionale, sponsorizzata molto dall'Unione Camere Penali?
I giudizi di merito sui comportamenti dei magistrati devono essere espressi non solo con parametri di tipo politico ma anche valutando concretamente i comportamenti. Per esempio un eccessivo numero di sentenze riformate devono costituire un elemento di valutazione, così come i tempi del procedimento. È vero che ci sono processi più complessi e processi meno complessi, però siamo ben lontani dal principio costituzionale della ragionevole durata del processo. Se un processo si protrae troppo a lungo vuol dire che al suo interno ha degli elementi di inefficienza rintracciabili nel sistema ma anche nel comportamento dei magistrati: spesso non depositano una sentenza in tempi accettabili, oppure si prendono tempi troppo lunghi per la nomina dei periti tecnici. La colpa non può essere sempre del bajon.
Nel 1987 l'esito popolare del referendum fu tradito dal Parlamento. Adesso la Lega di Matteo Salvini invece dice che sarà custode dell'eventuale risultato positivo. Lei è fiducioso?
Questo è un punto critico: le giravolte della Lega secondo le convenienze politiche del momento sono note e non appartengono solo all'ultimo periodo. Io mi fido molto di più delle posizioni del Partito Radicale e del Partito socialista di cui faccio parte: le battaglie per una giustizia giusta le abbiamo condotte sempre insieme e bisogna continuare a farlo, portando avanti anche altre lotte.
Quali?
Per esempio quella dell'autogoverno della magistratura. Se non c'è una riforma seria del Csm, non ci sarà possibilità di avere una giustizia giusta. Nella precedente legislatura avevo presentato una proposta che taglierebbe completamente il rapporto tra Anm e Csm, prevedendo un elettorato passivo - delimitato solo dall'anzianità di servizio e dall'assenza di demerito - base per un sorteggio dei membri del Csm. Poi c'è da risolvere il problema della geografia giudiziaria. Anche qui abbiamo una specie di riforma incompiuta che aveva come obiettivo strategico quello di qualificare l'azione dei presidi giudiziari, eliminando delle situazioni ridondanti e nello stesso tempo concentrando le professionalità su tribunali più importanti. Ha avuto però il demerito di trascurare completamente gli elementi della geografia economica, infrastrutturale e delle problematiche giudiziarie penali e civili. In tal senso sono favorevole alla commissione voluta dai Dicasteri del Sud e della Giustizia per essere il più possibile al fianco degli uffici giudiziari del Mezzogiorno.
L'imputato ai domiciliari ha diritto di essere tradotto in udienza anche in assenza di sua richiesta
quotidianogiuridico.it, 21 giugno 2021
La parola alle SS.UU.. Cassazione penale, Sez. VI, ordinanza 11 giugno 2021, n. 23147. Pronunciandosi sul ricorso proposto avverso la sentenza con cui la Corte d'appello aveva confermato il giudizio di condanna espresso in primo grado nei confronti di un imputato, evaso dagli arresti domiciliari senza autorizzazione dell'autorità giudiziaria, la Corte di Cassazione penale, Sez. VI, con l'ordinanza 11 giugno 2021, n. 23147 - nell'esaminare il primo motivo di ricorso proposto dalla difesa che si era doluta per la mancata traduzione del proprio assistito all'udienza di primo grado, in quanto all'epoca detenuto agli arresti domiciliari, per non aver egli chiesto di essere tradotto - ha preso atto dell'esistenza di un contrasto giurisprudenziale in materia, ed ha conseguentemente deciso di rimettere alle Sezioni Unite penali la seguente questione giuridica controversa: "Se la detenzione dell'imputato agli arresti domiciliari per altra causa, sopravvenuta nel corso del processo, integra un'ipotesi di legittimo impedimento a comparire, precludendo la celebrazione del giudizio in assenza, anche quando risulti che l'imputato medesimo avrebbe potuto informare il giudice del sopravvenuto stato di detenzione in tempo utile per la traduzione".
di Annamaria Bernardini De Pace
La Stampa, 21 giugno 2021
Il gruppo aveva agito "con pervicacia, crudeltà e disinvoltur" senza "alcuna remora" nel portare a termine stupro e omicidio. Il branco era composto da quattro africani, che avevano circuito Desirée Mariottini, le avevano ceduto e somministrato sostanze stupefacenti e psicotrope, per poi violentarla e lasciarla morire.
È più che naturale che la madre, alla lettura della sentenza, che ha inflitto a due l'ergastolo e agli due 27 e 24 anni di galera, abbia detto "non è stata fatta giustizia"; tanto più che per uno di loro c'era la possibilità di tornare libero. Io penso che qualsiasi genitore cui sia stato ucciso, peraltro così ferocemente, un figlio, nel proprio intimo vorrebbe perfino vedere morti gli assassini e valuti qualsiasi pena del tutto inadeguata all'orrore commesso e al proprio infinito dolore. A meno che, quel genitore, non sia un santo o quantomeno profondamente religioso. Poi, tutti i giornali hanno riportato che la madre si è sentita "rasserenata" dal sapere che non era più tornato libero il delinquente che sembrava colpito da improvvisa fortuna per un'insperata uscita dal carcere.
Noi cittadini, peraltro, non riusciamo mai a capire che cosa sempre succeda tra magistratura inquirente e magistratura giudicante, e perché ogni volta ci debbano confondere con i loro dissidi, gli equivoci, le prese di posizione, gli aggiustamenti dell'ultimo minuto. Ecco, forse da qui parte la grande sfiducia che tutti abbiamo nella giustizia e nei magistrati e che ci impedisce di accettare con rispetto qualsiasi sentenza. Errori giudiziari, imprecisioni, distrazioni, lentezze, competizione tra giudici indolenti e procure insolenti; poteri esagerati dei pubblici ministeri, anche come raccontati da Palamara, perché insiti nelle modalità elettive del Csm.
Siamo tutti noi i primi a criticare e disperarci per l'involuzione della giustizia, che in un paese civile dovrebbe essere inattaccabile. E possiamo mai criticare una madre che dice, con il cuore grondante di disperazione, "non è stata fatta giustizia "? No certamente; però la stampa non può fare da eco acritica a questa istintiva reazione. Non c'è dubbio che l'incarcerazione degli assassini di Desirée risponda a esigenze di tutela concreta della collettività. D'altra parte, come potrebbe la collettività non temere chi pronuncia frasi come: "meglio lei morta che noi in galera"?
Nessuna empatia, peraltro, per la vittima da parte dei carnefici; i quali ora devono andare in carcere e ivi trattenersi il più a lungo possibile. Nel rispetto della legge. L'unica persona che può augurarsi, oggi, una pena senza fine per i carnefici di Desirée è la sua mamma. La collettività, invece, non deve identificarsi nel dolore di una madre, ma nello Stato. Confidando, però, che i nostri giudici possano giudicare con razionalità e nel rispetto della legge. Mai con la pancia. Mi piace ricordare un'espressione intelligente di un grande magistrato, Giacomo Ebner, che ha notato una cosa sfuggita ai più: "nella parola legalità è inclusa quella di lealtà".
I giornalisti devono avere una preparazione etica e culturale, e anche giuridica se si occupano di cronaca giudiziaria; il che, potrebbe evitare il loro, per quanto generoso, asservimento alle parole di una madre inconsolabile e ormai sperduta nella vita. Giornalisti preparati, e non ipnotizzati dalle reazioni emotive, avrebbero potuto e dovuto spiegare che la legge non misura la sanzione in rapporto al dolore della vittima, o dei parenti della vittima.
Questo, se mai, può valutarlo una sentenza civile nell'eventuale successiva causa di risarcimento del danno morale ed esistenziale. Ma anche qui, senza reale proporzione tra danno e dolore. Giornalisti preparati avrebbero, quindi, dovuto chiarire ai loro lettori, o ascoltatori, che la pena conseguente a un reato si misura partendo dalle previsioni del codice, passando dalle richieste del Pm, attraversando il contraddittorio processuale, e quindi dando spazio alla difesa, per arrivare al libero convincimento dei giudici; che è basato naturalmente anche sulla verità processuale, cioè sulle prove munite di dignità e non solo sui fatti in sé.
Così facendo, nessun articolo e nessun pezzo raccontato avrebbero mai potuto contenere la forza polemica del giustizialismo fine a se stesso, se non destinato pericolosamente a influenzare l'opinione pubblica. Mettere in primo piano il dolore e la condivisibile rabbia di una madre, abbattuta dallo schifoso e inqualificabile comportamento di quattro criminali, fa però più scena del razionale ragionamento sulla misura della pena in rapporto al reato.
Purtroppo, credo che continuando a fare così, cioè ragionando non sul funzionamento tecnico della giustizia, bensì enfatizzando le emozioni negative, il sistema giustizia sia condannato all'ergastolo della confusione e dell'inadeguatezza. Senza alcuna possibilità di sconto della pena che noi cittadini dobbiamo pagare.
anteprima24.it, 21 giugno 2021
Spettacolo musicale per nove donne recluse nell'istituto puteolano. Il Garante campano delle persone private della libertà personale Samuele Ciambriello ha promosso con l'associazione culturale Ad alta voce, presieduta dal maestro Carlo Morelli un progetto caratterizzato da diversi incontri di attività musicali e teatrali, svolti nel carcere di Pozzuoli, che terminerà con una manifestazione musicale domani alle ore 11 nel carcere femminile flegreo.
Per l'evento 9 detenute, preparate da Morelli, da Serena Matrullo e Luigi Nappi si esibiranno in brani del repertorio della classica canzone napoletana. L'associazione culturale da anni collabora con il professore Ciambriello "per portare la cultura della bellezza nelle carceri, nella convinzione che le arti possano salvare le persone dall'abbruttimento e dal degrado delle periferie".
Nel 2017 l'associazione ha avuto in comodato d'uso dal cardinale Crescenzio Sepe la monumentale Chiesa di San Potito, sita in via Salvatore Tommasi a Napoli nella speranza di farla ritornare ai fasti di un tempo. Nello stesso anno l'associazione ha ottenuto l'accreditamento dalla Regione Campania per l'erogazione di corsi di formazione che consente alla stessa lo sviluppo professionale dei giovani stimolando la loro crescita cultura personale e professionale.
La Provincia Pavese, 21 giugno 2021
Un'occasione per uscire dalla routine della detenzione, per trascorrere qualche ora di normalità e per viaggiare lontano, anche se solo metaforicamente: va in scena lunedì alle 17 nel teatro della Casa Circondariale di Voghera la "Festa della Musica 2021". Quest'anno il programma verterà sul jazz, che i detenuti potranno ascoltare dalla cantante Martha J., dal pianista Francesco Chebat, dal sassofonista Claudio Chiara, dal contrabbassista Roberto Piccolo e dal batterista Stefano Bettoli.
Filo conduttore dello spettacolo sarà la sensibilità femminile, con brani interpretati o scritti da artiste come la compositrice Bernice Petkere e la paroliera Dorothy Fields. "Non mancheranno in scaletta - dice la direttrice Stefania Mussio - alcune canzoni italiane interpretate da Mina, per l'occasione in arrangiamento jazz. L'arte in generale - aggiunge la direttrice - serve a stimolare miglioramento, perché permette di apprezzare la bellezza.
Tra gli strumenti culturali a nostra disposizione noi abbiamo scelto la musica, capace di favorire legami e far viaggiare con la mente verso mete inaspettate. Vivere quest'esperienza artistica sarà, dunque, una reale opportunità per l'arricchimento dell'animo e la crescita di pensieri costruttivi". La casa circondariale di Voghera non è certo nuova ai programmi culturali, e da anni propone infatti al suo interno non solo concerti, ma anche corsi di arte e di teatro il cui scopo è quello di aiutare i detenuti ad esprimersi, sviluppando al contempo nuovi e sani interessi e a migliorando la loro permanenza nella struttura di via Prati Nuovi.
La Repubblica, 21 giugno 2021
Il report di Save the Children. I respingimenti alle frontiere del Nord Italia, nonostante la minore età. Le numerose testimonianze raccolte. In occasione della Giornata Mondiale del Rifugiato, l'Ong Save The Children sottolinea le responsabilità dell'Europa, premio Nobel per la Pace, che resta a guardare le violenze senza garantire adeguata protezione e accoglienza a chi ha meno di 18 anni. La denuncia in un nuovo rapporto realizzato lungo le rotte tra Oulx, Ventimiglia, Udine e Trieste, con cui si chiede all'Italia e alle istituzioni europee una protezione immediata, un monitoraggio efficace e indipendente delle frontiere e progetti di assistenza umanitaria nei luoghi di transito. Il Consiglio europeo sia la sede per affrontare il tema della protezione dei minorenni ai nostri confini.
Si spostano a piedi, nascosti sotto i camion o sui treni. Oppure trasportati in macchina in autostrada dai passeur, attraversano boschi e montagne pericolose come il Passo della morte tra Italia e Francia, spesso di notte, per superare confini blindati, vengono respinti una, due, dieci, venti volte, in modo spesso brutale e illegale, nonostante abbiano meno di 18 anni, anche tra Paesi Membri dell'Ue. Ma non si arrendono. Sono tanti i racconti dei minori stranieri non accompagnati, a volte poco più che bambini, che parlano delle atrocità subite o a cui hanno dovuto assistere, soprattutto lungo la rotta balcanica: ragazzi che raccontano di essere stati derubati, picchiati, denudati in Croazia, detenuti e sottoposti a violenze in Bulgaria.
Le testimonianze raccolte. Queste testimonianze sono state raccolte da Save the Children - l'Organizzazione internazionale che da oltre 100 anni lotta per salvare i bambini a rischio e garantire loro un futuro - nel suo nuovo rapporto "Nascosti in piena vista. Minori migranti in viaggio (attra)verso l'Europa", a cura del giornalista Daniele Biella, accompagnato sul campo dal fotoreporter Alessio Romenzi. In occasione della Giornata Mondiale del Rifugiato, il Rapporto lancia un allarme sui moltissimi minori soli che si muovono come fossero fantasmi. "Ogni giorno e ogni notte attraversano i confini degli stati membri dell'Unione Europea, Premio Nobel per la pace, che continua a chiudere gli occhi di fronte alle violenze che i migranti sono costretti a subire" afferma Raffaela Milano, Direttrice dei Programmi Italia-Europa di Save the Children.
Minorenni invisibili. Sono continuamente esposti al rischio di incidenti, traffico di esseri umani, violenze psicologiche e fisiche, anche per mano istituzionale. Una volta arrivati in Italia, minori e famiglie continuano a essere vittime di respingimenti alle frontiere interne, che in particolare per i minori soli sono illegali. Solo nel mese di aprile sono stati 107 i minori stranieri non accompagnati che hanno fatto ingresso in Italia dalla rotta balcanica intercettati e accolti nel sistema di protezione italiano. La punta di un iceberg ben più consistente. Sempre ad aprile, 24 di loro hanno invece lasciato volontariamente le strutture di accoglienza del Friuli Venezia Giulia per raggiungere la frontiera ovest italiana, al confine con la Francia, a Ventimiglia o a Oulx. E ancora 24 sono le segnalazioni di respingimenti da parte della polizia di frontiera francese.
Una rotta delicata e complessa. La voce di questi ragazzi coraggiosi ma 'invisibili' è stata raccolta da un team di ricerca di Save the Children per fare luce su una rotta delicata e complessa, due mesi trascorsi tra Oulx, Ventimiglia, Udine e Trieste, ripercorrendo le tracce di minori e famiglie nei luoghi di passaggio formali e informali, lungo i sentieri di montagna in entrata dalla Slovenia e in uscita verso la Francia, ascoltando le loro voci, così come quelle delle persone e organizzazioni della società civile che li stanno aiutando, oltre alle istituzioni territoriali che hanno competenza lungo quelle frontiere.
Il rapporto "Nascosti in piena vista. Minori migranti in viaggio (attra)verso l'Europa" sintetizza un lavoro sul campo che vuole gettare luce su ciò che quotidianamente accade alla Frontiera Nord d'Italia, interessata da un passaggio continuo di minorenni stranieri non accompagnati, che entrano ogni giorno in Friuli-Venezia Giulia, tra Trieste e Udine, dove arrivano a piedi dalle montagne carsiche o lasciati nelle strade di provincia da passeur senza scrupoli. Da qui o dalle regioni meridionali dove sbarcano, una decina di minori non accompagnati raggiungono inoltre ogni giorno Ventimiglia, in Liguria.
Al confine italo-francese ne passano almeno 3-4 al giorno. A Oulx, sempre sul confine italo-francese, ogni giorno sono almeno tre/quattro i minori soli ad approdare a un rifugio che li accoglie dopo i traumi e le fatiche del loro viaggio. I minorenni non accompagnati sono in gran parte maschi, ma non mancano i casi di ragazze in viaggio da sole, in particolare da Paesi dell'Africa Occidentale. Il rischio di tratta e sfruttamento è concreto: in mancanza di vie legali e sicure gli e le adolescenti sono esposti a grandi rischi, ad attraversare pericolosi sentieri di montagna di notte, a vivere di stenti, a fidarsi dei passeur e di chiunque prometta loro un aiuto per l'attraversamento dei confini.
Tutto questo avviene quasi alla luce del sole. Ma solo per chi lo vuole vedere. Le frontiere sono ancora più chiuse dallo scoppio della pandemia e la libera circolazione del trattato di Schengen sembra il ricordo di un passato lontano. In Francia, a Mentone, i minori soli - come riferiscono gli attori locali e gli stessi minori intervistati - oltre a venire rinchiusi in container alla stregua degli adulti, si vedono la propria data di nascita cambiata per risultare maggiorenni e quindi respingibili verso Ventimiglia, mentre tra la cittadina italiana di Claviere e la francese Monginevro, come denunciano gli operatori, se trovi il "poliziotto buono" sei accolto e tutelato, altrimenti vieni considerato maggiorenne e devi tornare da dove sei partito qualche ora prima.
Mentre alla frontiera del Nord Est... A Trieste, fino a pochi mesi fa le forze di polizia italiane seguivano una prassi non meno preoccupante verso chi arrivava dalla Slovenia, la quale prevedeva che, in assenza di dubbi della polizia sull'età adulta, si potesse prescindere dall'eventuale dichiarazione di minore età - non applicando quindi le garanzie, anche giurisdizionali, previste per l'accertamento dell'età dalla L.47/2017 (Legge Zampa) - con il risultato che l'Accordo italo-sloveno che prevede la possibilità di riammettere i migranti sul territorio sloveno in maniera informale rischiava di essere applicato anche ai minorenni. Oggi le riammissioni verso questo Paese sono sospese, ma durante una recente audizione in Parlamento, il Prefetto di Trieste ha annunciato che potrebbero riprendere.
"Non si può più dire "non sapevamo". E soprattutto è necessario cambiare rotta subito: gli Stati membri dell'Unione Europea potrebbero gestire virtuosamente questi flussi di minori vulnerabili. Non solo in nome della solidarietà, che è un valore fondante, ma anche per cogliere l'opportunità di rendere parte attiva della società tutti questi ragazzi determinati a costruirsi un futuro. La Commissione europea si deve impegnare per arrivare a una Raccomandazione agli Stati Membri o ad altro atto di rango europeo che richieda di adottare e applicare politiche volte ad assicurare la piena protezione dei minori non accompagnati ai confini esterni e interni dell'Europa e sui territori interni e a promuovere il loro benessere e sviluppo, anche mediante strategie tese all'inclusione scolastica e formativa. Inoltre, a livello italiano, è necessario emanare i decreti attuativi della L. 47, che tutelano i minori stranieri non accompagnati, e gli stanziamenti destinati dalla Legge di Bilancio ai Comuni transfrontalieri dovrebbero essere in parte vincolati all'attivazione di progetti di assistenza umanitaria" aggiunge Raffaela Milano.
I numeri dell'accoglienza e dei respingimenti. A fine aprile 2021 erano 6.633 le ragazze e i ragazzi stranieri non accompagnati censiti sul territorio italiano; nello stesso mese in 302 si sono allontanati dalle strutture di accoglienza. Sempre ad aprile 2021 gli ingressi registrati in Italia sono stati 453, di cui 149 da sbarchi. Gli altri 304 sono invece stati rintracciati sul territorio, probabilmente passati dalla Rotta Balcanica a piedi o con i camion. Questo i dati ufficiali anche se, secondo stime degli operatori, il numero complessivo potrebbe essere molto più alto.
Trieste, Udine e la Rotta balcanica. Nel 2020 sono state effettuate verso la Slovenia 301 riammissioni dalla provincia di Gorizia e 1000 dalla provincia di Trieste. Tra queste, potrebbero esserci diversi minori, considerato che in quel periodo erano in vigore due direttive della Procura che lasciavano all'agente di polizia in frontiera la possibilità di considerare il ragazzo maggiorenne senza applicare gli accertamenti e le garanzie anche giurisdizionali previsti dalla legge Zampa.
Un cambiamento del flusso in entrata in Friuli. Tali riammissioni, che avvenivano se la persona veniva trovata in un raggio di 10 chilometri dal confine o comunque nelle 24 ore seguenti all'arrivo, hanno determinato, a cominciare dalla primavera-estate 2020, un cambiamento del flusso in entrata in Friuli Venezia Giulia: i passeur hanno iniziato a portare gruppi di persone migranti più a nord e nell'entroterra, nei dintorni di Udine. Da allora quella zona è molto coinvolta negli arrivi. Il 19 maggio 2021 il team di Save the Children ha constatato l'arrivo di più di 100 persone solo nella notte precedente. In tutto il Friuli Venezia Giulia gli arrivi sono in crescita, nei primi quattro mesi del 2021 si registra un aumento dei flussi già del 20% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente.
Quei minori che si allontanano. Spesso però i minorenni soli, in particolare gli afghani e i pakistani, si allontanano dalle strutture per proseguire il loro viaggio, quasi tutti dopo poco tempo. Negli ultimi tempi si registra un aumento dei traumi psicologici di alcuni minori, in prevalenza pakistani. Che questi traumi possano essere legati alle esperienze subite lungo la rotta balcanica, lo dimostrano diversi racconti tra cui quello di Abdel, neomaggiorenne arrivato l'anno scorso in Italia, ora in prosieguo amministrativo in comunità: "Sogno spesso le violenze della polizia nei boschi della Croazia. Una volta ci hanno fatto camminare senza sosta in salita per ore, continuando a darci percosse, un poliziotto si divertiva a farlo, gli altri gli dicevano di smetterla ma lui andava avanti. Un'altra volta ci hanno denudato e gettato in un fiume gelido, con le rocce che spuntavano dall'acqua. Una volta invece la polizia è arrivata, i piedi erano feriti e non siamo riusciti a scappare, avevano i cani. Uno di noi è stato bastonato dalla polizia alla testa ed è morto sul colpo. È morto e l'hanno preso e buttato nel fiume, il suo corpo non l'abbiamo ritrovato".
Respinti più volte ai confini esterni dell'Unione Europea, come quello croato-bosniaco, anche più di 20 volte brutalmente, oppure con respingimenti a catena su più confini: solo ad aprile 2021, ci sono stati 1.216 respingimenti tra Croazia e Bosnia, di cui 170 a catena dalla Slovenia, 5 a catena tra Italia, Slovenia e Croazia e 1 tra Austria, Slovenia e Croazia. Per quanto riguarda i minorenni soli, l'ufficio locale Save The Children dei Balcani Nord Occidentali ha raccolto le testimonianze di ben 84 di loro (quasi tutti afgani e pakistani), in tre zone al confine bosniaco. Il quadro che ne emerge è drammatico: almeno 7 a testa (ma alcuni di loro erano arrivati a quota 15) i respingimenti da parte delle autorità croate, per un totale di 451 tentativi di attraversamento della frontiera.
di Tonia Mastrobuoni
La Repubblica, 21 giugno 2021
Intervista con il ministro degli Esteri tedesco Heiko Maas nel giorno in cui Mario Draghi incontra Angela Merkel a Berlino e alla vigilia del Consiglio Ue. Rivela che la Germania chiederà nuove sanzioni contro la Bielorussia e nuovi finanziamenti alla Turchia. Dopo il tour di Joe Biden in Europa, sostiene che bisogna puntare a spazzare via "tutto" dell'era Trump ed è fiducioso che si possa trovare un'intesa su Nordstream 2 "entro agosto".
Nel giorno in cui Mario Draghi incontra Angela Merkel a Berlino, il ministro degli Esteri Heiko Maas fa sapere che la Germania lo appoggia per un accordo europeo che distribuisca "gli oneri" per i migranti su tutti i partner europei ma avverte che sui "dublinanti" la moratoria per rimandarli in Italia non può durare per sempre. Alla vigilia del Consiglio Ue, il politico socialdemocratico rivela che la Germania chiederà nuove sanzioni contro la Bielorussia e un nuovo accordo sui migranti, dunque nuovi finanziamenti alla Turchia.
Dopo il tour di Joe Biden in Europa, Maas sostiene che bisogna puntare a spazzare via "tutto" dell'era Trump, ed è fiducioso che si possa trovare un'intesa su Nordstream 2 "entro agosto". Il ministro chiede alternative concrete alla Via della Seta: "bisogna frenare l'influenza cinese nel mondo". E di Draghi, Maas dice che è come la Nazionale: diventa più forte man mano che va avanti il torneo europeo.
Ministro, Mario Draghi arriva oggi per la sua prima visita ufficiale a Berlino e incontra la cancelliera, Angela Merkel. Il presidente del Consiglio italiano punta a un accordo europeo sui migranti. È plausibile?
"La Germania sosterrebbe in pieno un patto europeo per i migranti. Dovremmo trovare una chiave per la redistribuzione dei profughi. E i Paesi che non volessero parteciparvi dovrebbero contribuire in altro modo a risolvere questo problema, ad esempio mettendo a disposizione mezzi finanziari per proteggere i confini esterni della Ue. Dobbiamo fare finalmente dei passi in avanti nella distribuzione degli oneri".
La Germania e la Francia hanno circa il 70% dei "dublinanti" che secondo le regole europee dovrebbero essere rimandati nei Paesi di primo approdo. L'Italia ha congelato l'accoglienza dei "dublinanti" durante la pandemia. La Germania ricomincerà a respingerli?
"Anche la variante Delta del coronavirus non può essere la giustificazione per lasciare le cose in eterno come sono. Abbiamo bisogno di una soluzione complessiva sui migranti che includa anche la questione delle cosiddette migrazioni secondarie all'interno dell'Ue. Tutti devono prendersi le loro responsabilità".
L'Ue sta discutendo un nuovo accordo sui migranti con la Turchia. Lo ritiene sensato?
"Sì, dobbiamo aggiornare la collaborazione sui migranti con la Turchia. Nonostante tutte le difficoltà che abbiamo con il governo turco, dobbiamo riconoscere che si è sobbarcato di un peso non indifferente, dal punto di vista dell'immigrazione. In Turchia vivono quasi quattro milioni di profughi scappati dalla guerra civile in Siria e da altre aree della regione. Penso che nell'Ue abbiamo un enorme interesse ad aggiornare l'accordo sui migranti con la Turchia".
L'ultimo accordo ha riconosciuto alla Turchia sei miliardi di euro per i profughi. È la cifra a cui orientarsi per un nuovo patto?
"Non voglio dire numeri ma è chiaro che non potrà esserci un accordo senza soldi. La Turchia si assume costi enormi che altri risparmiano. Si occupano di milioni di persone".
Ma già l'accordo attuale viene usato da Recep Tayyip Erdogan per ricattare l'Europa...
"Al momento i rapporti con la Turchia sono abbastanza costruttivi. Anche la Turchia ha riconosciuto di avere tutto l'interesse a coltivare buoni rapporti con la Ue. Per un approfondimento di questi rapporti, però, è essenziale che la Turchia faccia progressi nell'ambito dei diritti umani e del rispetto dello stato di diritto. È ciò che molti chiedono per andare avanti sul nodo della liberalizzazione dei visti e dell'unione doganale".
Il presidente del Parlamento Ue, David Sassoli, ha proposto una nuova missione di salvataggio Ue davanti alle coste libiche. Lei cosa ne pensa?
"Se mi guardo intorno tra i partner europei non vedo le premesse per una missione del genere. Ci sono già regole per l'accoglienza dei profughi che riguardano ad esempio la missione Irini, quando salva esseri umani in mare a est delle acque libiche. Ma a Bruxelles non vedo margini di manovra per andare oltre. Molti Stati membri non accetterebbero una nuova missione di salvataggio in mare. Non voglio esprimermi sull'ipotesi che una missione del genere possa attirare maggiori flussi migratori. Ma è certo che con una missione del genere non riusciremmo comunque a intercettare tutti i migranti che vengono in Europa. Serve un approccio complessivo, che affronti soprattutto il nodo dell'origine dei flussi".
Che impressione ha del nuovo governo italiano guidato da Mario Draghi?
"È come la Nazionale di calcio italiana. In Europa è forte ma nel corso degli attuali campionati europei sta diventando sempre più forte. Vediamo in Italia una volontà robusta di contribuire a costruire una prospettiva europea. Percepisco accenti molto diversi rispetto al governo precedente. È molto importante. L'Italia può giocare un ruolo centrale. Lo vediamo in Libia, ma anche su altri dosser importanti. Perciò penso che il governo italiano e la Nazionale abbiano molte cose in comune, al momento".
L'imminente Consiglio europeo discuterà se imporre nuove sanzioni alla Bielorussia. Lei è a favore?
"Sì, ritengo nuove sanzioni alla Bielorussia inevitabili. Non penso che possiamo aspettarci che l'atteggiamento del presidente Aleksandr Lukashenko cambi, nel breve termine. Perciò l'Europa deve reagire. La persecuzione dell'opposizione, la violenza contro i manifestanti, gli arresti, tutto ciò è inaccettabile. In passato abbiamo già inflitto sanzioni a singole persone e aziende. Adesso vogliamo estenderle a fette dell'economia bielorussa come l'industria del potassio o il settore energetico. E dovremmo impedire al governo di Minsk la possibilità di finanziarsi attraverso titoli di Stato venduti nell'Unione europea".
Durante il viaggio europeo di Joe Buden e i vertici Usa-Ue e Nato della scorsa settimana ci sono stati molti annunci su un rafforzamento dei rapporti tra Stati Uniti ed Europa. Ma come si andrà avanti, ad esempio sui dazi e su Nordstream 2?
"È stato deciso di sospendere dazi e sanzioni nell'eterna disputa tra Boeing e Airbus. Francamente, era ora. Non possono esserci prospettive se Europa ed Usa si infliggono a vicenda misure punitive. Ci impegneremo a fare in modo che nessuna delle sanzioni imposte negli anni di Trump sopravviva. Abbiamo anche fatto importanti progressi su Nordstream 2. Imprese e imprenditori tedeschi sono stati esclusi dalle sanzioni. E ci sono colloqui in corso per arrivare a una soluzione ad agosto. Una nostra delegazione è appena stata a Washington".
Al vertice Nato la Cina è diventata centrale, è considerata ora una "sfida sistemica"...
"Piuttosto direi che è stata inclusa nel concetto strategico della Nato. Ma a causa degli scenari minacciosi, al centro dell'attenzione continua a esserci la Russia. Però è chiaro che ora l'Alleanza atlantica si occuperà più intensamente della Cina. In futuro non basterà più che gli Usa parlino con la Russia di disarmo. Anche la Cina dovrà giocare un ruolo".
Di recente lei ha criticato la Via della Seta che ha gettato molti Paesi, anche europei, in una condizione di dipendenza finanziaria dalla Cina. Come possono essere liberarli da questo giogo?
"Dobbiamo attivarci su questo. La Cina sfrutta sempre più intensamente delle opportunità economiche per estendere il suo influsso geostrategico. È un tema che è stato anche discusso al G7. Anche in Africa la Cina sfrutta delle proposte economiche per esercitare il suo influsso politico. Molti Paesi sono precipitati in una trappola del debito. Molti Paesi ci dicono: vogliamo liberarci dalla dipendenza finanziaria dalla Cina ma offriteci delle alternative. Vale per il Sudamerica, per il Sudest europeo e per l'area dell'indopacifico. Dobbiamo creare delle alternative alla Via della Seta. Dobbiamo riflettere come impegnarci maggiormente dal punto di vista economico e finanziario. Per aiutare questi Paesi nello sviluppo, ma anche per frenare l'influenza crescente della Cina nel mondo".
E la Germania non deve ripensare il suo atteggiamento verso la Cina? Finora ha sempre assunto un ruolo di mediazione?
"L'atteggiamento della Germania verso la Cina è già cambiato. Si vede dalle iniziative che abbiamo incoraggiato nell'Ue, ad esempio le sanzioni contro le lesioni dei diritti umani nei confronti degli uiguri. Anche rispetto a Hong Kong l'atteggiamento della Germania è molto più netto che negli anni scorsi. La Cina è un concorrente ma anche un rivale sistemico con il quale dobbiamo fare i conti. Ma dobbiamo continuare a farlo attraverso il dialogo. Non possiamo affrontare le grandi sfide del nostro tempo come la lotta ai cambiamenti climatici o la digitalizzazione senza la Cina".
L'Iran ha votato. E ha scelto l'hardliner Ebrahim Raisi. Cosa può significare per gli sforzi di una ripresa dei negoziati del nucleare iraniano e per i diritti umani nel Paese?
"L'Iran deve decidere che strada percorrere. Vuole che il popolo iraniano continui a soffrire per le sanzioni economiche? L'impressione che ricaviamo dai negoziati è che Teheran sia disponibile, di base, a incamminarsi su una strada costruttiva. Ma si vedrà dalla sua disponibilità a tornare insieme agli americani al rispetto degli accordi sul nucleare. La situazione dei diritti umani in Iran è inaccettabile. Ma non è affatto migliorata durante il periodo della massima pressione esercitata da Donald Trump. Anzi, all'epoca penso che abbiamo specato molte occasioni di influire su Teheran. Un ulteriore isolamento dell'Iran peggiorerebbe anche la situazione dei diritti umani. Perciò un ritorno all'accordo sul nucleare può essere un'opportunità anche da questo punto di vista".
Questa settimana la Germania ospiterà anche la Conferenza sulla Libia. Che progressi ci potranno essere nel Processo di Berlino?
"Il proponimento del Processo di Berlino era duplice: concordare con i Paesi che hanno alimentato il conflitto con armi e mezzi finanziari una fine di queste politiche. Dall'altra parte volevamo favorire in Libia un cessate il fuoco e la creazione di un governo accettato da tutti. Le armi tacciono, nel frattempo. E da marzo c'è un governo. L'estrazione del petrolio e la produzione economica stanno riprendendo. Questa settimana vorremmo dare nuovi impulsi - in vista delle elezioni che dovrebbero tenersi il 24 dicembre, e voremmo favorire un ritiro delle forze straniere dalla Libia".
Ma sono nodi molto problematici. Alcuni vorrebbero spostare le elezioni o annullarle, addirittura. Persino il primo ministro libico, Abdulhamid Al Dabaiba, non sembra impegnarsi molto perché le elezioni possano tenersi in tempo...
"Ne ho parlato due settimane fa con il premier Al Dabaiba. Mi ha garantito che sta preparando molto intensamente le elezioni. Ma dai colloqui capiamo anche che dopo tutto quello che è successo negli ultimi anni in Libia, non è così semplice organizzare le urne. Per quanto possa essere difficile, però, non ho l'impressione con i miei interlocutori libici che vogliano spostare le elezioni o persino annullarle".
Non è neanche chiaro quando le potenze straniere ancora presenti in Libia lasceranno il Paese. L'anno scorso il ritiro sembrava essere stato concordato proprio a Berlino. E invece non accade...
"È vero. Coloro che si erano impegnati a Berlino a ritirarsi dalla Libia non l'hanno fatto. Ma se i libici vogliono riprendere in mano il destino del loro Paese, le potenze straniere dovranno andarsene. Anche il governo di transizione lo ha detto molto chiaramente. Penso che la questione, tuttavia, non sia più se si ritireranno, ma quando e come. Dovranno farlo gradualmente e in modo equilibrato per non creare squilibri militari che qualcuno possa sfruttare per un'offensiva improvvisa".
di Andrea Senesi
Corriere della Sera, 21 giugno 2021
Il rapporto del Comune segnala l'inversione di tendenza rispetto all'epoca pre Covid. Nel corso dell'anno ospitati 504 rifugiati e 610 minori non accompagnati. L'appello di Casa Santa Chiara: "Aiutateci a collocare le persone che non sappiamo dove ospitare".
Più minori che adulti. Nel corso del 2020 Milano ha ospitato 504 rifugiati, 378 dei quali già inseriti nei centri di accoglienza e 126 arrivati invece nel corso dell'anno. Quanto ai minori stranieri non accompagnati, quelli accolti al termine del 2020 sono stati 610 (Albania, Egitto e Kosovo le nazionalità prevalenti). È quanto emerge dal rapporto annuale fornito dal Comune, attraverso la rete del sistema di accoglienza e integrazione, per la giornata internazionale del rifugiato, in occasione della quale Palazzo Marino si colorerà di blu.
In merito alle provenienze, il 2020 ha fatto registrare una maggiore variabilità rispetto all'anno precedente, con una crescita soprattutto degli arrivi dall'Asia (passati dal 18 per cento del 2018 al 35 del 2020). Il 46,9 per cento degli adulti ha frequentato i corsi di lingua italiana, 89 sono stati segnalati ai centri di mediazione al lavoro (Celav) e 62 sono stati i beneficiari di borse lavoro, perlopiù impiegati come addetti alle pulizie, alla cucina, o come magazzinieri, manutentori, meccanici ed elettricisti. Inserite nel mondo del lavoro 116 persone, 16 delle quali contrattualizzate a seguito di borse-lavoro. Il raffronto col 2019 dice che il numero dei rifugiati ospitati in città è in (lieve) calo. Due anni fa sono state infatti 738 le persone ospitate a Miano, 359 delle quali già inserite nei centri di accoglienza e 379 arrivate nel corso dell'anno. I minori stranieri non accompagnati, accolti nel corso del 2019, sono stati invece 580.
"Le grandi città - commenta l'assessore alle Politiche sociali e abitative Gabriele Rabaiotti - da sempre svolgono un ruolo protagonista nelle dinamiche migratorie, essendo per eccellenza i luoghi in cui le persone cercano l'occasione per ricostruire la propria vita. Riuscire a rispondere a queste richieste rappresenta senza dubbio una delle grandi sfide cui le amministrazioni locali, soprattutto quelle dei Paesi più ricchi com'è il nostro, sono chiamate".
Da registrare però, sul tema, l'appello che arriva da Casa Santa Chiara, una struttura destinata all'accoglienza di nuclei familiari richiedenti asilo, che si trova allo Scalo Romana, l'area che accoglierà il futuro villaggio olimpico. "Stiamo cercando una nuova collocazione per le famiglie qui ospitate. Al momento sono ancora tanti i rifugiati che dobbiamo riuscire a collocare", spiega frate Clemente Moriggi, direttore delle opere della Fratelli di San Francesco d'Assisi: "Non possiamo dimenticarci di chi ancora ha bisogno di noi; abbiamo dato loro un tetto e assistenza, desideriamo con tutto il cuore continuare a farlo.
Ecco perché - continua frate Clemente - mi appello all'amministrazione di Milano e alle Ferrovie, che ringrazio per averci consentito in questi vent'anni in Scalo Romana-viale Isonzo di realizzare un importante centro di accoglienza per combattere il degrado e aiutare le persone in difficoltà. L'aiuto che ci hanno dato è fondamentale e speriamo ci aiutino ancora una volta, insieme a Coima, Convivio e Fondazione Prada, a collocare le persone che non sappiamo dove ospitare".
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