di Caterina Malavenda
Corriere della Sera, 20 giugno 2021
La Corte Costituzionale sta per abrogare le norme che prevedono l'arresto dei giornalisti. Ma il problema resterà insoluto. E se il timore del carcere non fosse il vero ostacolo per i giornalisti che vogliono fare il loro lavoro senza condizionamenti? E se il temuto effetto dissuasivo ("chilling effect") dovesse cercarsi altrove? Come hanno ricordato Martino Liva e Giuliano Pisapia, qualche giorno fa, la Corte costituzionale è in procinto - e per l'ennesima volta - di sopperire all'inerzia colpevole del Parlamento, probabilmente abrogando le norme che puniscono con la reclusione la diffamazione, commessa a mezzo stampa, oltre che con "qualsiasi altro mezzo di pubblicità", compresi dunque i social e i blog. Dopo, se così sarà, solo una multa punirà chi ha diffamato, senza che i numerosi problemi che affliggono l'informazione, però, trovino adeguata soluzione.
E dire che sono anni che Camera e Senato si palleggiano il disegno di legge, che avrebbe dovuto occuparsi, come la Corte ha sottolineato, "di disegnare un equilibrato sistema di tutela dei diritti in gioco".
E lo ha fatto finora, senza riuscire a mettere d'accordo le due anime, che si sono scontrate su ogni comma, combattute fra la voglia di ordire una trama, se possibile più penalizzante del carcere - prevedendo la multa da 10 a 50.000 euro, che è astronomica specie per chi non li ha e, per i recidivi, anche la sospensione obbligatoria dalla professione da uno a sei mesi - e l'esigenza di evitare "l'uso distorto dei procedimenti penali per fatti di diffamazione", introducendo la rettifica come causa di non punibilità e sanzioni pecuniarie dissuasive, per chi promuova liti temerarie o presenti querele manifestamente infondate, trascinando il giornalista in giudizi senza fine, complice la lentezza endemica della giustizia.
Certo, sulla carta, il rischio di esser condannati fino a sei anni per un articolo può avere un qualche effetto dissuasivo; e, tuttavia, è bene ricordarlo, in Italia attualmente la pena detentiva viene inflitta, di norma, solo quando i giudici non possono fare altrimenti, quindi no, non è davvero questo il pericolo maggiore per la libera circolazione delle informazioni.
Sono piuttosto - e l'elenco potrebbe essere assai più lungo - la mole di processi penali e civili, che può abbattersi su una testata, se disturba il manovratore, anche se ne difettano i presupposti, ed accade spesso, ma l'importante è farsi sentire e ora non costa nulla; o le irragionevoli ed elevatissime condanne risarcitorie, in difetto di criteri precisi e di un tetto massimo, che possono loro sì far paura, specie quando non si ha alle spalle un editore forte o disposto a farsene carico; o le telefonate ai direttori e il ritiro della pubblicità, per rappresaglia, quando basterebbe una rettifica ben fatta.
L'abrogazione del carcere, ovviamente non ne risolve neppure uno, anzi ha il perverso ed inevitabile effetto di eliminare un presidio per la difesa, l'udienza preliminare, che oggi, per la diffamazione aggravata a mezzo stampa, evita spesso processi inutili, quando si conclude, evento tutt'altro che raro, con il proscioglimento dell'imputato.
Così l'odierno flusso inarrestabile dei processi per diffamazione dalla querela al dibattimento, senza alcuna indagine, che accerti la verità dei fatti, riconosca il diritto di cronaca ed archivi il procedimento, assumerà proporzioni ancora più vaste ed intaserà ancor di più tribunali, quasi mai contenti di occuparsene, considerandoli per lo più un fastidio e tempo sottratto a questioni più serie.
Un'assoluzione che arrivi anni dopo, infatti, ha già comportato, per tacer d'altro, spese che non saranno mai più recuperate, perché il codice non prevede la condanna del querelante temerario al loro rimborso. Se il carcere verrà eliminato, dunque, la politica perderà la sola arma di scambio, fin qui usata per intervenire, non proprio con un occhio di riguardo per i giornalisti, sulle norme vigenti ed è prevedibile che una legge in materia, indispensabile come la Corte costituzionale ha ribadito, non veda più la luce.
Eppure questa potrebbe essere l'occasione giusta, sgombrato il campo dai diversivi, di sedersi tutti intorno ad un tavolo, per individuare le soluzioni migliori che garantiscano un difficile, ma non impossibile equilibrio fra diritti in conflitto; e che tutelino il singolo da gratuite ed ingiuste aggressioni e chi fa informazione dall'incubo di processi infiniti e risarcimenti milionari. Il silenzio ed il perpetuarsi dello status quo sarebbero una pena ben più afflittiva del carcere e sancirebbero la definitiva sconfitta del Parlamento.
ilgiunco.net, 20 giugno 2021
Il centro provinciale per l'istruzione degli adulti "Cpia 1 Grosseto" ha ottenuto un finanziamento ministeriale sul progetto "Ritornare alla terra per un nuovo inizio", per attivare percorsi di formazione degli adulti dell'istituto penale di Massa Marittima, finalizzati all'acquisizione delle competenze nel settore della filiera olivicola, in particolare nella coltivazione e gestione di orti e olivi.
Il progetto, fortemente voluto dalla direzione dell'istituto penale e dal Cpia 1 Grosseto, con il sostegno di Slow Food Monteregio e la cooperativa Melograno, prevede attività formative da realizzare nel carcere durante il periodo estivo, con l'obiettivo di costruire un ponte tra la fine del corrente anno scolastico e l'avvio di quello prossimo.
Il Cpia 1 Grosseto ha presentato il progetto sull'avviso pubblico 9707 del 27/04/2021 del Ministero dell'istruzione, dipartimento per il sistema educativo di istruzione e di formazione, direzione generale per i fondi strutturali per l'istruzione, l'edilizia scolastica e la scuola digitale, nell'ambito del programma operativo nazionale (Pon e Poc) "Per la scuola, competenze e ambienti per l'apprendimento" 2014-2020, finanziato con Fse e Fdr - Apprendimento e socialità - CPIA - asse I - istruzione - obiettivo specifico 10.3 - azione 10.3.1 – sotto azione 10.3.1°
"Grazie a questa importante collaborazione tra Cpia 1 Grosseto, Casa Circondariale di Massa Marittima, Slow Food Monteregio e Cooperativa Melograno viene offerta ai detenuti del carcere massetano una occasione per acquisire nuove competenze da spendere nel mercato del lavoro, una volta che avranno scontato la pena e potranno uscire dal carcere - afferma Grazia Gucci, assessore al sociale di Massa Marittima - Un'azione funzionale ai fini del loro reinserimento sociale e lavorativo in un territorio fortemente vocato alla olivicoltura".
Il progetto di Cpia 1 Grosseto, Casa Circondariale, Slow Food Monteregio e Cooperativa Melograno si pone in stretta sinergia con il progetto formativo "Orti in carcere" finanziato da Cassa Ammende e Regione Toscana con il diretto coinvolgimento del Comune di Massa Marittima.
Questo programma, in corso di realizzazione nella Casa Circondariale, prevede la realizzazione di un oliveto e la coltivazione di ortaggi in cassoni ed ha in prospettiva l'ambizione di formare detenuti nel settore agricolo e dell'olivicoltura, favorendo l'acquisizione di competenze specifiche ed utili per un reinserimento lavorativo riducendo, quindi, il rischio di recidiva.
Il progetto "Ritornare alla terra per un nuovo inizio", intensifica e rafforza le attività di recente avvio e si caratterizza come una programmazione comune, una sinergia di azioni e risorse tra carcere, scuola e terzo settore, per favorire anche in un contesto detentivo, il diritto della persona al reinserimento sociale e all'acquisizione di una formazione lavorativa specializzata.
bolognatoday.it, 20 giugno 2021
Lo denuncia Fp Cgil che sollecita la programmazione dello screening. Il personale in servizio al carcere della Dozza non viene sottoposto a tamponi molecolari covid da circa 3 mesi. Lo denuncia Fp Cgil di Bologna che, con varie note "ha sollecitato l'Amministrazione Penitenziaria a programmare un monitoraggio, con cadenza periodica della situazione epidemiologica all'interno dell'Istituto Penitenziario in ottica di prevenzione".
Il sindacato ha chiesto una programmazione dei controlli di screening per tutto il personale in servizio permanente "che a qualsiasi titolo accede presso l'Istituto, ma purtroppo ad oggi è mancato un concreto riscontro" fa sapere Fp Cgil che accoglie con favore le notizie relative alla somministrazione della seconda dose del vaccino al personale e sulla campagna vaccinale, che ha interessato anche la popolazione detenuta della Dozza. "Riteniamo altrettanto necessario - incalza Fp Cgil - che l'Amministrazione eserciti un controllo periodico preventivo sul personale al fine di tenere monitorata la situazione, a tal proposito occorre infatti ricordare che il rischio di nuovi focolai è purtroppo sempre vivo e come da notizie apprese recentemente, in via precauzionale, alcune sezioni detentive risultano allo stato essere chiuse".
Giornale di Puglia, 20 giugno 2021
Un centro di prevenzione e diagnosi precoce all'interno del carcere di Bari che oggi può contare su un servizio di ecografia polmonare finalizzato a diagnosticare precocemente polmoniti da Covid. Una campagna vaccinale in dirittura di arrivo che, grazie ad un'azione di sensibilizzazione massiva, ha ottenuto il 91,5 per cento delle adesioni, superando la media nazionale di somministrazioni effettuate negli altri istituti italiani pari all'86,7 per cento e di recente l'attivazione del progetto riabilitativo Covid@casa con una fisioterapista dedicata per gli eventuali casi positivi nella fase post infezione. È quanto prevede il programma di tutela e sicurezza dei detenuti in riferimento alla emergenza sanitaria attuato dalla Medicina penitenziaria della ASL di Bari, riconosciuto tra i più efficienti e completi a livello nazionale.
"Nell'ambito del programma anti Covid dei luoghi di comunità e dei soggetti fragili, la Medicina penitenziaria della ASL ha attivato percorsi di protezione - spiega il dg Asl, Antonio Sanguedolce - da un lato il centro di prevenzione e diagnosi precoce che oggi può contare su un servizio di ecografia polmonare per diagnosi tempestive di polmoniti da infezione Sars Cov2, dall'altro - prosegue Sanguedolce - una campagna vaccinale massiva che ha coinvolto il 90 per cento della popolazione detenuta e infine di recente l'introduzione di piani riabilitativi nell'ambito del progetto Covid@casa con una fisioterapista dedicata per i pazienti della medicina penitenziaria".
Ottimi i risultati della campagna vaccinale: nel dettaglio su 440 detenuti presenti, 410 hanno ricevuto la prima dose di vaccino, ossia il 91,59%. Stessa larga adesione si è registrata nel carcere di Altamura dove risulta vaccinato con prima dose il 93,50 per cento della popolazione detenuta (75 su 77 detenuti), mentre a Turi nel complesso il 79.83% dei detenuti ha aderito alla campagna vaccinale (95 su 119). In parallelo hanno ricevuto la prima dose anche gli agenti di polizia penitenziaria: a Bari su 275 agenti, 219 si sono sottoposti alla prima somministrazione.
Sul piano della prevenzione, l'Unità operativa complessa di Medicina Penitenziaria - diretta dal dottor Nicola Buonvino - si avvale di un servizio di ecografia polmonare che ha una grande utilità nella gestione della polmonite da Covid-19, per sicurezza, ripetibilità, assenza di radiazioni e facile utilizzo al letto del malato. "La sensibilità e la specificità dell'esame in periodo pandemico sono inoltre elevatissime - spiega il direttore della Unità complessa di Medicina penitenziaria, Buonvino - è in grado di intercettare le minime alterazioni iniziali della pneumopatia, di stimare un indice di gravità e di possibile evoluzione. Non deve comunque mai essere disgiunta dalla clinica - aggiunge - insieme possono diventare il punto di forza nella diagnosi precoce e per stimare una prognosi può aiutare nella decisione di ospedalizzazione e utilissima nella gestione del decorso".
L'ecografia polmonare inoltre fornisce risultati simili alla TC toracica e superiori all'RX torace standard per la valutazione della polmonite e /o della sindrome da distress respiratorio dell'adulto (ARDS). Pertanto, grazie all'attivazione del servizio di ecografia è possibile diagnosticare possibili polmoniti da Covid e monitorare i pazienti/detenuti positivi anche presso la zona di isolamento degli istituti.
La Medicina penitenziaria ha aderito inoltre al progetto di riabilitazione Covid@Casa, promosso da Regione, Aress e Protezione Civile Regionale, orientato alla presa in carico del paziente nella fase post Covid, da parte del team riabilitativo e finalizzata al massimo recupero, nonché al consequenziale miglioramento della qualità di vita. "Lo scopo è quello di aiutare i pazienti, nel caso specifico ristretti, affetti da sequele di infezione, attraverso interventi mirati, ad alleviare e combattere i sintomi del virus ed a favorire lo svolgimento delle attività quotidiane fino all'attivo ed autonomo reinserimento nelle proprie attività in ambito familiare, sociale, lavorativo e della vita all'interno dell'istituto penitenziario", aggiunge il dottor Buonvino.
Ogni trattamento riabilitativo viene personalizzato e tiene conto del quadro clinico rilevato nella fase acuta e in quella post-acuta, nonché di eventuali ulteriori condizioni patologiche preesistenti alla infezione virale.
di Sergio Menicucci
L'Opinione, 20 giugno 2021
È terminato, per la diffamazione, il tempo di un anno concesso dalla Corte costituzionale al Parlamento per modificare le norme contenenti il carcere per i giornalisti condannati per il reato di diffamazione a mezzo stampa. Risale al giugno 2020 l'ordinanza (numero 132) con la quale i giudizi della Consulta, invece di dichiarare subito la incostituzionalità dell'articolo 595 comma tre del Codice penale, avevano concesso al Legislatore un tempo sufficiente per rivedere la norma sotto giudizio della Corte europea dei diritti dell'uomo che per ben 4 volte avevano condannato l'Italia (vedi sentenza del marzo 2019 a favore del giornalista Alessandro Sallusti) per la non compatibilità delle pene detentive per i reati di diffamazione a mezzo stampa (considerata una aggravante). Una norma, quella del Codice penale italiano, in contrasto con la Convenzione europea dei diritti dell'uomo.
È trascorso un anno e nessun atto del Parlamento è stato adottato: la proposta di legge Caliendo è ancorata al Senato in Commissione giustizia. La scadenza della decisione è prevista nell'udienza di martedì quando la Suprema Corte si riunirà per decidere nel merito della questione, essendo arrivati a ben 25 i moniti della Corte al Legislatore non ascoltati.
Il rinvio di un anno è stato un atto di "cortesia istituzionale", confidando nella discrezionalità del Parlamento, unico interprete della volontà collettiva. La Corte si era avvalsa della novità introdotta con l'ordinanza 207 del 2018 quando non venne risolta subito la questione giuridica dell'aiuto al suicidio di cui era accusato il radicale Marco Cappato.
La norma sul carcere per i giornalisti non è stata modificata e quindi la Corte, salvo imprevisti dell'ultima ora, dovrà emettere una decisione. L'orientamento è tracciato. Nell'ordinanza del 2020 è scritto "il bilanciamento tra i diversi diritti coinvolti è diventato ormai inadeguato". Solo il Legislatore poteva disciplinare la materia sulla base "di non dissuadere per effetto del timore della sanzione privativa della libertà personale la generalità dei giornalisti di esercitare la propria cruciale funzione di controllo sull'operato dei pubblici poteri".
Si torna così ai casi sollevati dai Tribunali di Bari e di Salerno con la questione di incostituzionalità della norma del Codice penale. L'argomento è stato maggiormente disciplinato dalla Corte europea dei diritti dell'uomo, secondo la quale sanzioni o risarcimenti particolarmente afflittivi e pene detentive (anche solo minacciate e poi non eseguite) contrastano con l'articolo 10 della Convenzione in materia di libertà d'espressione. Secondo i giudici di Strasburgo il solo timore di questo tipo di provvedimenti potrebbe intimidire i giornalisti a renderli meno liberi d'informare, specie con inchieste delicate e rischiose.
La Corte costituzionale italiana aveva offerto al Legislatore le coordinate per un corretto intervento in questa delicata e complessa materia, tenendo conto che se il mestiere del giornalista è spesso a rischio, è anche pericoloso per chi subisce le conseguenze di una cattiva, distorta o preconcetta informazione.
I giudici di Strasburgo sono andati avanti. Il punto di equilibrio, hanno osservato, tra libertà d'informare l'opinione pubblica e la tutela della reputazione individuale non può essere pensato come immutabile e fisso, essendo soggetto ai necessari assestamenti alla luce della rapida evoluzione della tecnologia e dei mezzi di comunicazione avvenuta negli ultimi decenni.
di Pietro Del Re
La Repubblica, 20 giugno 2021
Il "Boia dei Balcani" è stato condannato all'ergastolo dalla Corte dell'Aia. Ma gran parte dei suoi sodali restano liberi. Alcuni siedono persino nel Parlamento serbo. La Storia si nasconde sotto a un tavolino dell'ex Caffè Istanbul, diventato nel frattempo Pub Pivo e dove il pavimento è ancora scalfito dalla granata lanciata il 4 aprile 1992 dalle "tigri di Arkan", un manipolo di ultra-nazionalisti serbi mischiati a criminali comuni e a ultrà reclutati allo stadio Marakàna di Belgrado. L'esplosione uccise diciassette notabili bosniaco-musulmani: le prime vittime di una guerra che con gli sgozzamenti di civili, l'assedio di Sarajevo, il genocidio di Srebrenica, i lager e le fosse comuni in quattro anni provocò duecentomila morti. "Adesso che Radko Mladic è stato condannato all'ergastolo in via definitiva dobbiamo smetterla di rivangare il passato", dice la giovane proprietaria del bar, Dijana Pavlovic.
"Ma il Tribunale dell'Aia è anti-serbo per definizione. Ci odia, e noi lo ricambiamo. Il fatto che i serbi siano stati condannati a 1138 anni di prigione, con ben otto ergastoli, mentre i bosniaco-musulmani, che pure hanno compiuto terribili efferatezze, soltanto a poche decine d'anni, la dice lunga sull'obiettività di quella corte".
Non la pensa così Tarik Tuco, iman della malconcia moschea di Bijeljina, cittadina bagnata dalla Drina nella Repubblica Serba di Bosnia, dove 29 anni fa le "tigri di Arkan" entrarono scortate da una divisione dell'esercito di Belgrado e in pochi giorni ammazzarono quattrocento persone. "Da anni tra i serbi è in atto un'autoassoluzione collettiva per gli orrori che hanno compiuto in Bosnia. E, come se non bastasse, adesso c'è anche chi prova a ribaltare i ruoli tra vittime e aggressori", spiega l'imam. "Gli sterminatori serbi non erano solo militari, contadini o pastori. C'erano tra loro anche ingegneri, chirurghi e docenti universitari. A guidare la pulizia etnica, anche fisicamente, fu un ceto medio illuminato. Oggi, molti di quei colletti bianchi vivono giorni sereni in Serbia, anche se sono condannati dai tribunali bosniaci".
A rilanciare la grave denuncia dell'imam è il sito della Balkan Investigative Reporting Network, ong che difende i diritti umani in Europa sud-orientale e secondo cui sono circa ottanta i criminali di guerra che hanno trovato rifugio a Belgrado, molti dei quali complici del "boia dei Balcani", condannato in appello l'8 giugno all'Aja. "I sodali di Mladic hanno scarse possibilità di essere perseguiti perché sebbene Serbia e Bosnia abbiano un accordo di cooperazione legale, Belgrado non estrada i suoi cittadini in altri Paesi, il che significa che quei crimini di guerra rimarranno per sempre impuniti". Il sito dell'ong riporta che tra gli imboscati figurano l'ex ufficiale dei servizi segreti presso il quartier generale dell'esercito serbo-bosniaco Radoslav Jankovic, il capo dell'intelligence Svetozar Kosoric e il capo della polizia in tempo di guerra Tomislav Kovac, diventato in seguito ministro degli interni a Belgrado. Accusati di genocidio, vivono tutti e tre da uomini liberi in Serbia.
C'è poi il caso di Brano Gojkovic, colluso con Mladic per l'assassinio di ottomila musulmani a Srebrenica. Dopo aver ammesso le sue colpe, Gojkovic fu condannato a soli dieci anni di carcere perché, nonostante le sentenze dei tribunali internazionali, la Serbia non riconosce quel crimine come genocidio. Balkan Insight parla anche del comandante della Brigata Birac, diventato poi capo di Stato maggiore del Drina Corps, Svetozar Andric, che la Bosnia vorrebbe processare.
Ma Andric è oggi deputato, e il suo partito fa parte della coalizione del governo serbo. Il che avvalora le conclusioni di un rapporto della Commissione europea sui progressi dell'adesione all'Ue di Belgrado, secondo il quale la mutua cooperazione legale tra Bosnia-Erzegovina e Serbia è ancora molto limitata per i casi di crimini di guerra.
A Belgrado incontriamo Vjerica Radeta, vice presidente di quel Partito radicale che ancora alimenta la mitologia del nazionalismo pan-serbo evocando l'eterna cospirazione islamica contro l'Occidente cristiano. Secondo Radeta a Srebrenica non c'è stato nessun genocidio. Mladic è dunque innocente. "Sono gli Stati Uniti e la Nato i responsabili della cruenta disintegrazione dell'ex Jugoslavia, e il Tribunale dell'Aia ha avuto il compito di distogliere l'attenzione dai veri colpevoli con le sue sentenze illegali. Leggendo i verdetti dell'Aia, si potrebbe pensare che i serbi non abbiano avuto vittime nelle ultime guerre patriottiche, il che è ovviamente falso".
La scomposta retorica degli ultranazionalisti contiene però una verità di peso. E cioè che alcuni crimini contro i civili serbi, sia pure meno numerosi di quelli contro i musulmani, sono rimasti impuniti. Ratko Mladic, il cui volto carnoso è stampato sulle t-shirt vendute dalle bancarelle di souvenir davanti all'antica fortezza di Belgrado, incarna oggi il simbolo di quell'ingiustizia. Il carnefice di Srebrenica s'è trasformato in martire ed eroe del popolo serbo.
A poche ore dalla sua condanna definitiva lo stesso presidente Aleksandar Vucic ha denunciato la "giustizia selettiva" del Tribunale dell'Aja, "nelle cui sentenze nessuno è stato dichiarato responsabile dei crimini contro i serbi". Vucic ha poi sottolineato che il suo Paese è pienamente impegnato a indagare, arrestare e punire i responsabili di crimini di guerra. È vero, Belgrado ha recentemente cominciato a processare i suoi criminali più sanguinari, ma mai di sua iniziativa, e soltanto dopo essere stata incalzata dalle autorità di Sarajevo.
Fatto sta che in Serbia, secondo Dimitar Ilic, laureando in Economia e attivista politico, ancora sopravvive una nutrita frangia di ultra-nazionalisti legati ai servizi di sicurezza e alla tifoseria violenta: "Il suo sottobosco è stato sfoltito dal governo per presentarsi più pulito agli occhi di chi dovrebbe accoglierci nell'Ue, ma lo zoccolo duro di quella categoria di canaglie permane. Il motivo dell'ultradecennale accanimento contro i serbi è uno solo: nessuno di noi ha mai chiesto il perdono per i crimini compiuti".
Ma c'è dell'altro. Basta leggere le trascrizioni degli interventi registrati nel quartier generale serbo-bosniaco tra il 1991 e il 1995, all'epoca affollato di psichiatri e scrittori. Sono state recentemente pubblicate dallo Srebrenica Memorial Center, che le chiama Genocide papers. Oltre a Mladic, all'Assemblea nazionale della Republika Srpska di Bosnia parlano il suo ex presidente Radovan Karadzic, Momcilo Krajisnik e altri ideologi e bardi della Grande Serbia. Le loro agghiaccianti parole svelano i dettagli della pianificazione e dell'attuazione di uno sterminio.
di Marco Boccitto
Il Manifesto, 20 giugno 2021
"Facciamo del nostro meglio, ma la situazione è complicata". Ex giornalista, Noor Rahman Akhlaqi ha un incarico da far tremare i polsi: ministro per i Rifugiati e i Rimpatriati. Ci accoglie nel suo studio al ministero, in un quartiere alle spalle dei giardini di Bagh-e-Babur. Spiega che ha tre obiettivi: "Facilitare il rientro di chi è all'estero, occuparci degli sfollati interni e aiutare i rifugiati nei Paesi stranieri".
Tre compiti difficili ovunque, quasi impossibili qui. Secondo l'ultimo rapporto dell'Alto commissariato dell'Onu per i rifugiati, l'Afghanistan è il terzo Paese al mondo dopo la Siria (6,8) e il Venezuela (4,9) per numero di rifugiati: 2,8 milioni. La preoccupazione maggiore oggi sembra però riguardare chi è dentro i confini nazionali, non fuori. Tra questi, i rimpatriati dai Paesi confinanti, Iran e Pakistan. Soltanto tra gennaio e maggio 2021, più di 490.000 afghani senza documenti sono ritornati a casa: un incremento del 42% rispetto allo stesso periodo del 2020. Metà di loro è stata deportata. E secondo i dati dell'Organizzazione per le migrazioni internazionali, le famiglie ricorrono sempre di più al lavoro minorile per sbarcare il lunario. "Proviamo in tutti i modi a favorirne il reintegro, ma le risorse sono insufficienti", ammette il ministro. Per il quale la priorità sono gli sfollati interni. "Secondo le organizzazioni internazionali sono 4,1 milioni, per noi 2,5", sostiene.
Secondo i dati del ministero, dall'inizio dell'anno, specialmente dopo l'1 maggio, sarebbero 128.000 le famiglie sfollate a causa del conflitto. Le truppe straniere sono sulla via di casa, i Talebani all'offensiva. Più di 40 i distretti passati sotto il loro controllo. I civili scappano. E svaniscono le promesse degli stranieri. "La riduzione degli aiuti internazionali già c'è stata - nota il ministro -. Lo scorso inverno l'obiettivo era assistere 200.000 famiglie in totale. Con le nostre finanze ne abbiamo potute assistere solo 20.000, altre 50.000 grazie all'aiuto degli stranieri. Sono rimaste senza aiuto 130.000 famiglie". Un numero enorme. "Se la riduzione dovesse continuare a questo ritmo, l'impatto sarebbe molto negativo". Dopo il ritiro completo delle truppe straniere, "senza dubbio gli sfollati interni aumenteranno" ci dice Akhlaqi.
Così come il numero di chi lascia l'Afghanistan. "Lavoriamo affinché gli afghani restino qui, ma ci aspettiamo che saranno in tanti a emigrare". La tendenza è già in atto secondo Abdul Ghafoor, direttore dell'Afghanistan Migrants Advice and Support Organization, un'associazione che fornisce informazioni e sostegno a migranti e rimpatriati. "Nei caffè, nelle case, tra amici, non c'è posto in cui non si parli di come lasciare il Paese. Tutti cercano un modo per andarsene. Spiace dirlo, ma è un fallimento per la Nato, per il governo afghano. Avevano promesso sicurezza e stabilità, non c'è nessuna delle due". Per Ghafoor la ragione è una: "L'incertezza sul futuro, la sicurezza che peggiora di giorno in giorno, l'uccisione di civili ovunque, nelle scuole, sui bus pubblici, nelle case. Non c'è luogo in cui ci si senta al sicuro". La pandemia ha a lungo diminuito le partenze, anche a causa delle restrizioni dei Paesi confinanti, ma si è tornati a emigrare. Si continuerà a farlo. Più di prima.
Nelle ambasciate di Wazir Akbar Khan, qui a Kabul, i diplomatici europei non nascondono la preoccupazione: elencano "l'ondata migratoria" tra i rischi della fase post-ritiro. Temono che gli afghani, senza sicurezza, arrivino a cercarla in Europa. Sono disposti a concedere asilo solo a interpreti e collaboratori delle forze di sicurezza, anche grazie a una campagna mediatica internazionale. "I governi stranieri dovrebbero prendersi cura di chi, qui in Afghanistan, si è preso cura di loro, aiutandoli. Hanno la responsabilità di portarli al sicuro - sostiene Ghafoor -. Se i Talebani dovessero attaccare le città, i primi obiettivi sarebbero quanti hanno lavorato con gli stranieri".
Quanto a tutti gli altri afghani, l'Europa sembra volersene proteggere. Nell'ottobre 2016 a Bruxelles è stato firmato il Joint-Way Forward, un accordo tra l'Unione europea e il governo di Kabul. Prevedeva il rimpatrio - anche forzato - di tutti gli afghani la cui richiesta di asilo fosse rigettata dai Paesi membri, in cambio di aiuti economici. Scaduto quell'accordo, il 26 aprile 2021 è stato sostituito dal Joint Declaration on Migration Cooperation, in linea con il Nuovo Patto su Migrazione e Asilo dell'Unione europea. Al centro, sempre i rimpatri. "È un accordo perfino peggiore del precedente - sostiene Ghafoor -: quello escludeva dal rimpatrio alcune categorie di persone vulnerabili, il nuovo non le tutela più".
Il messaggio di Ghafoor è chiaro: "Smettetela di deportare gli afghani, di sbatterli in una situazione di guerra. Continuano a farlo Germania, Svezia, in parte Austria, Danimarca, Ungheria. Non l'Italia", ci dice. Numeri sicuri non ne fornisce. Ma racconta i casi molto recenti - solo di pochi giorni fa - di alcuni ragazzi rimpatriati dalla Svezia e dalla Germania. E spiega le difficoltà del reinserimento nella società: "Per persone che hanno passato anche 5/6 anni in un Paese europeo, reintegrarsi è difficile. C'è la violenza del conflitto, le esplosioni, la criminalità, e c'è la violenza di chi li vede ormai come estranei, come occidentalizzati". Anche per questo, la percentuale di chi riparte è molto alta. "La prima cosa che fanno, una volta rimpatriati, è trovare nuovi documenti. Per ripartire di nuovo".
A ripartire pensano anche funzionari e diplomatici di Wazir Akbar Khan. Nelle ambasciate si stilano piani di evacuazione. Se la situazione dovesse mettersi male, se i Talebani dovessero avvicinarsi troppo a Kabul, bisogna essere pronti a lasciare il Paese. Per questo è così importante garantire la sicurezza dell'aeroporto della capitale. Da una parte chi si prepara a evacuare, dall'altra chi viene rimpatriato. Con modi diplomatici, nota la contraddizione anche il ministro Akhlaqi.
Quanto ai patti con l'Unione europea, per lui "non c'è differenza tra i due accordi". Ci fornisce numeri ufficiali sugli afghani rimpatriati dall'Europa. "Nel corso di quest'anno, finora 24 persone sono ritornate volontariamente dall'Europa, mentre i rimpatriati sono 272". Impossibile prevedere quanti lasceranno il Paese. "Ma saranno tanti".
di Matteo Carnieletto
Il Giornale, 20 giugno 2021
A Goli Otok sorgeva uno dei gulag in cui venivano rinchiusi i dissidenti tra i quali 300 italiani. Solo qualche targa ricorda la crudeltà del dittatore. Sono tanti i nomi di Goli Otok: c'è chi la chiama isola segreta e chi, invece, isola calva. Per qualcun altro è l'isola nuda. Per tutti, invece, è l'isola degli orrori. Dal 1949 al 1956, infatti, Josip Broz Tito, Maresciallo di Jugoslavia, vi spedì oltre 30mila dissidenti (tra loro anche trecento italiani attratti dalle sirene del socialismo), 4mila dei quali morirono dopo atroci sofferenze. La loro colpa? Esser rimasti fedeli all'Unione sovietica dopo lo strappo tra Belgrado e Mosca. Come scrive Orietta Moscarda Oblak in La memoria di Goli Otok - L'isola calva: "Nei confronti dei cominformisti' le autorità jugoslave avviarono una violenta epurazione, che lasciò ai comunisti italiani, schieratisi quasi compattamente con Stalin, la sola via dell'emigrazione, attraverso la richiesta d'opzione a favore della cittadinanza italiana prevista dalle clausole del Trattato di pace, quale possibilità di scampare ai processi, alle condanne, al lavoro socialmente utilè e alla deportazione nel campo di prigionia dell'Isola Calva (Goli Otok)". I sette anni di terrore furono tutti in autogestione, come ricorda il sopravvissuto Eligio Zanini: "Si venne a sapere in seguito che tra i campi organizzati dai vari regimi totalitari i nostri erano di gran lunga i più efficienti, in quanto erano gli stessi detenuti a controllarsi, bastonarsi, denunciarsi e autoamministrarsi, facendosi del male tra di loro".
I racconti dei sopravvissuti si sovrappongono drammaticamente. Chiunque osasse esprimere anche un minimo di autonomia rispetto al comunismo jugoslavo veniva prelevato e, dopo esser stato caricato sul Punat, la motobarca che aveva il compito di trasportare i dissidenti sull'isola degli orrori, veniva pestato, come racconta Sergio Borme, un sopravvissuto: "Quando arrivammo a Goli non ci riconoscevamo più, tanto i volti e le membra erano tumefatti dalle bastonate". Ma quello era solo l'inizio dell'incubo: non appena si sbarcava si finiva in un tunnel fatto di botte continue chiamato kroz stroj e si veniva finiti con lavori estenuanti e punizioni tremende. Racconta un altro superstite, Silverio Cossetto: "Appena arrivato, seppur febbricitante e pesto, venni impiegato subito al trasporto di pietre con le zivierè. Tutto il lavoro doveva essere fatto sempre di corsa. Chi, come me, non era abituato ai lavori pesanti, se la passava veramente male. Per ogni minima infrazione erano pronte le più severe punizioni. Tutto era predisposto al fine di demolire, non solo fisicamente ma soprattutto moralmente anche la più forte personalità. A questo scopo erano stati studiati ogni sorta di espedienti, tra i quali figurava pure la sete".
L'obiettivo di questo campo di rieducazione era quello di portare i dissidenti sulla retta via, per questo veniva fatto un vero e proprio lavaggio del cervello, fino a spingere gli internati a confessare colpe che non avevano. Anzi, spesso i detenuti spingevano la propria fantasia oltre ogni limite per essere il più possibile credibili. Il rischio, altrimenti, era quello di prendere nuove e più forti legnate.
A Goli Otok non ci si poteva fidare di nessuno. Ed era questo il punto di forza del campo: le persone che si trovavano sull'isola erano allo stesso tempo vittime e carnefici. Racconta il già citato Borme: "Tutto era diretto dai fiduciari dell'Udb-a. Il capobaracca, infatti, andava quotidianamente a rapporto dall'isljednik' e da lui riceveva l'ordine su ciò che doveva fare e chi doveva essere boicottato. A turno poi tutti dovevano andare da questo fiduciario a confessarsi e a denunciare qualcuno, altrimenti, prima o dopo, venivano boicottati loro stessi e considerati banda'. A un certo momento non ti fidavi più di nessuno. Se qualcuno ti diceva, o raccontava qualcosa, dovevi riferire subito, altrimenti andavano loro a riportare la faccenda operando spesso da agenti provocatori. Un sistema allucinante che purtroppo veniva attuato quasi da tutti".
A Goli Otok era difficile perfino suicidarsi. Un giorno, un detenuto disperato provò a lanciarsi dal tetto di una baracca, sperando di farla finita, ma non morì. Fu la sua fine: venne infatti messo a riposo e, una volta che fu finalmente guarito, venne pestato a sangue. Doveva comprendere di aver fatto un errore. Doveva pagare. "Furono in molti a tentare il suicidio, ma la sorveglianza era così severa che anchese lo volevi, non riuscivi nell'intento". Ma non c'era solamente Goli Otok. A San Gregorio, per esempio, alcuni testimoni raccontano che sarebbe stato presente anche un forno crematorio: "La gente infatti diceva, che secondo come tirava il vento, si sentiva l'odore di carne umana. Questo forno era munito di due capaci camini", ha detto Silvano Curto.
Oggi, di Goli Otok è rimasto poco o nulla. Coloro che erano sopravvissuti agli orrori di Tito sono ormai scomparsi e la memoria rischia di andare perduta. Di quel campo degli orrori rimane solamente qualche baracca abbandonata e un mucchio di sassi cotti dal sole e sferzati dalla bora. Eppure tutto questo non si può dimenticare.
di Vito Salinaro
Avvenire, 20 giugno 2021
L'alto rappresentante per gli Affari esteri, Borrell, e il presidente del Parlamento, Sassoli: sviluppare una politica europea e salvare vite in mare. Monsignor Perego: non dimentichiamoli. C'è un numero senza precedenti che aleggia impietoso sulla Giornata mondiale del rifugiato, celebrata oggi: sono 82,4 milioni gli uomini, le donne e i bambini costretti a scappare dalle proprie case a causa di guerre, violenze e persecuzioni. E questo, sentenzia l'alto commissario nelle Nazioni Unite, Filippo Grandi, mentre "i leader mondiali sembrano incapaci o restii a fare la pace".
Solo negli ultimi tre anni, fa sapere Grandi, "circa un milione di bambini sono nati in esilio". Per i leader è arrivato il momento di "farsi avanti e lavorare insieme per risolvere le sfide globali". D'altra parte questa Giornata serve anche a "celebrare la forza d'animo dei rifugiati, coloro che hanno perso tutto, eppure vanno avanti, spesso portando le ferite visibili e invisibili della guerra e della persecuzione e l'ansia dell'esilio". Quando "gli è stata data la possibilità, sono corsi in prima linea nella risposta al Covid-19 come medici, infermieri, addetti alle pulizie, operatori umanitari, assistenti, negozianti, educatori e molto altro ancora, fornendo servizi essenziali mentre tutti insieme combattevamo il virus".
Una messaggio condiviso dall'alto rappresentante per gli Affari esteri dell'Ue e vicepresidente della Commissione, Josep Borrell, per il quale l'Unione "ha bisogno" di migranti, sia per "motivi umanitari" sia per rispondere alla "crisi demografica" del continente e mantenerne il "livello di benessere", per cui "l'esperienza comune" dell'Italia e della Spagna in questo ambito "dovrebbero servire come base" per "sviluppare una politica europea" sull'immigrazione, "che per molti anni non siamo stati in grado di costruire".
Dunque, aggiunge il presidente del Parlamento Ue, David Sassoli, è ora di "intervenire con pragmatismo per una grande iniziativa europea per il salvataggio in mare, per una regia di corridoi umanitari e per un ingresso regolare con una redistribuzione equilibrata che tenga conto delle necessità dei mercati del lavoro dei nostri Stati. Basta morire nel Mediterraneo, e basta vietare di entrare in Europa".
Davanti ai nostri occhi, racconta l'arcivescovo di Ferrara-Comacchio, Gian Carlo Perego, presidente della commissione Cei per le Migrazioni e della Fondazione Migrantes, "quasi ogni giorno, vengono ripresentati i volti, le storie, le sofferenze e i drammi di chi cerca di attraversare il Mediterraneo, il Mare nostrum che sembra che l'Europa ignori, come dimostrano le morti sempre più numerose - oltre 700 dall'inizio del 2021 - i respingimenti continui, le omissioni di soccorso, ma soprattutto gli abbandoni di persone al di là del Mediterraneo, in Libia".
Né va dimenticato, sostiene Perego, quanto avviene "alle porte di casa nostra, in Bosnia, che non può essere dimenticata in questa giornata dove affermiamo il diritto d'asilo, che però di fatto è ancora negato. In questo giorno si alza forte il grido per una nuova operazione europea di soccorso in mare che abbia l'Italia come protagonista e per un nuovo sistema di accoglienza europeo. Al tempo stesso, è urgente ripensare gli accordi con la Turchia e la Libia". Insomma, "uno scatto di umanità e di solidarietà sarebbe un segno di un'Europa che riparte e si rinnova dopo la pandemia proprio a partire dalla tutela dei richiedenti asilo e rifugiati".
Oggi, con quella siriana, la più grande comunità di rifugiati è palestinese: dei 13 milioni di cittadini, ben 5,6 milioni è costretto a vivere lontano da casa; in occasione della Giornata, la Caritas italiana ha voluto pubblicare il 68° Dossier con dati e testimonianze: "Una vita da rifugiati. Il conflitto israelo-palestinese e la tragedia di un popolo esule". L'obiettivo dell'organismo pastorale Cei è "continuare a ricordare un conflitto che, se non risolto, non finirà di ferire il Medio Oriente e il mondo intero". Sono le stesse ragioni per le quali, "dinanzi a una vita in pericolo, il Cisom non si volterà mai dall'altra parte". Lo dice il presidente del Corpo italiano di soccorso dell'Ordine di Malta, Gerardo Solaro del Borgo. "Il Canale di Sicilia non può essere il mare della disperazione, vogliamo che sia mare di speranza, futuro, vita e umanità".
di Nello Scavo
Avvenire, 20 giugno 2021
Nel 2020, nonostante la pandemia, il numero di rifugiati è salito a 82 milioni. I "profughi climatici" rappresentano il triplo di sfollati per conflitti o violenze. Ali ha 52 anni. Ne dimostra neanche uno di meno. Siede davanti a quello che era un mercato ad Aden, nello Yemen. Ali è riuscito a tornare nonostante la guerra non sia ancora un ricordo. E ha trovato solo macerie. Nonostante la pandemia, nel 2020 il numero di persone in fuga da guerre, violenze, persecuzioni, disastri climatici è salito a quasi 82,4 milioni, in aumento per il nono anno consecutivo. Intanto 99 Paesi hanno approfittato del Covid per voltare le spalle e respingere i profughi.
L'ultimo rapporto annuale "Global Trends" dall'Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr-Acnur) non offre buone prospettive. Solo 251 mila rifugiati e 3,2 milioni di sfollati interni sono tornati nelle loro case, con un calo rispettivamente del 40 e del 21 per cento rispetto al 2019. È il risultato del crollo dei reinsediamenti, che nel 2020 ha riguardato circa 34.400 rifugiati, il livello più basso degli ultimi 20 anni.
La stragrande maggioranza dei rifugiati del mondo - quasi nove su dieci (86%) - sono ospitati da Paesi vicini alle aree di crisi e da stati a basso e medio reddito. I paesi meno sviluppati hanno concesso asilo al 27% del totale.
Lo yemenita Alì è riuscito a ritrovare la casa, ammesso che le rovine siano una casa. "Vivevo qui da più di 15 anni e vedere il mio quartiere così mi sconvolge e mi rattrista. La guerra - ha raccontato agli operatori Onu - ci ha costretti ad andarcene e a trasferirci. Ora sono tornato, ma ci mancano i servizi essenziali". Niente corrente elettrica, niente acqua dai rubinetti, niente telefono, e neanche un medico.
Con un aumento del 4% rispetto al numero record di 79,5 milioni di persone in fuga nel 2019, quella dei profughi non è solo una delle "nazioni" più popolose al mondo. È anche tra le più giovani e fragili. Il 42% sono minorenni. E tra il 2019 e il 2020 quasi 1 milione di neonati sono venuti al mondo da profughi. "La tragedia di così tanti bambini che nascono in esilio dovrebbe essere una ragione sufficiente per adoperarsi molto di più per prevenire e porre fine ai conflitti e alla violenza", dice l'alto commissario Onu Filippo Grandi.
Più di due terzi di tutte le persone che sono fuggite all'estero provengono da soli cinque paesi: Siria (6,7 milioni), Venezuela (4,0 milioni), Afghanistan (2,6 milioni), Sud Sudan (2,2 milioni) e Myanmar (1,1 milioni). Alla fine del 2020 c'erano 20,7 milioni di rifugiati sotto mandato dell'Unhcr, 5,7 milioni di rifugiati palestinesi e 3,9 milioni di venezuelani fuggiti all'estero. Complessivamente 48 milioni di persone risultano sfollate all'interno dei propri Paesi. Altri 4,1 milioni sono richiedenti asilo.
Non ci sono solo i canoni a determinare le rotte dei fuggiaschi. Il 2020 è stato l'anno in cui il cambiamento climatico ha dimostrato di essere un nuovo potente fattore di spinta. Solo nel 2020, i disastri hanno provocato 30,7 milioni di nuovi sfollamenti interni in tutto il mondo. Il numero più alto in un decennio, il triplo dei 9.8 milioni di nuovi sfollati a causa di conflitti e violenze. Intense stagioni di cicloni nelle Americhe, nell'Asia Meridionale, nell'Asia Orientale e nel Pacifico hanno provocato distruzione, migliaia di vittime e centinaia di migliaia di "profughi climatici". "Le dinamiche di povertà, insicurezza alimentare, cambiamenti climatici, conflitti e spostamenti sono sempre più interconnesse e si rafforzano a vicenda, spingendo sempre più persone a cercare sicurezza e protezione", spiega il documento Onu.
Per il settimo anno consecutivo la Turchia ha raccolto il numero più alto di rifugiati (3,7 milioni), seguita da Colombia (1,7 milioni, compresi i venezuelani fuggiti all'estero), Pakistan (1,4 milioni, in maggioranza afghani), Uganda (1,4 milioni) e Germania (1,2 milioni). Le domande di asilo in attesa a livello globale sono rimaste ai livelli del 2019 (4,1 milioni), ma gli Stati e l'Unhcr hanno registrato 1,3 milioni di domande di asilo individuali, 1 milione in meno rispetto al 2019 (43% in meno). "Tra le riduzioni degne di nota nel numero di rifugiati - si legge nel dossier - c'è stata una diminuzione di 79.000 unità in Italia".
Lo scorso anno, nel momento di massima espansione della della pandemia, oltre 160 paesi avevano chiuso le frontiere. In 99 di questi, senza eccezione per le persone in cerca di protezione. Non di rado lasciando migliaia di persone senza neanche un pezzo di carta che ne certifichi nome e provenienza. Sono gli apolidi, almeno 4,2 milioni dalla nazionalità indeterminata. Anche l'America Centrale è una sfida crescente. Alla fine del 2020, circa 867.800 persone originarie di El Salvador, Guatemala e Honduras sono state sfollate con la forza, quasi 80.000 in più dell'anno prima. "Coloro che hanno cercato rifugio all'interno dei loro paesi o attraversando i confini internazionali - spiega il report - stavano sfuggendo, tra l'altro, alla persistente violenza delle bande, all'estorsione e alla persecuzione". Se le cose non sono andate persino peggio, lo si deve a "migliaia di piccoli atti di solidarietà che hanno contribuito - dice Filippo Grandi - ad alleviare il dolore dell'esilio causato dai fallimenti politici".
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