di Francesco Machina Grifeo
Il Sole 24 Ore, 17 novembre 2021
L'ennesima protesta dopo che nel Ddl Bilancio non sono stati inseriti i fondi annunciati dalla Ministra Cartabia per la "improcrastinabile" tutela di quasi 5mila lavoratori. La Consulta della Magistratura onoraria ha proclamato "l'astensione dalle udienze e dalle attività d'istituto dal 23 al 27 novembre 2021". La misura, secondo i non togati, si rende necessaria perché nonostante la Ministra Cartabia, rispondendo al question time della Camera il 4 novembre scorso, aveva definito "improcrastinabile" il riconoscimento delle tutele di quasi 5mila lavoratori, aggiungendo che "l'imminente disegno di legge di bilancio debba prevedere le risorse necessarie", nel testo da oggi all'esame del Senato non c'è un euro stanziato.
I non togati ricordano la lettera di messa in mora della Commissione europea per "l'immediato riconoscimento ai magistrati onorari in servizio di tutte le tutele, sociali ed economiche, dovute per la funzione magistratuale espletata". Tuttavia, proseguono, "il Governo non ha risposto adeguatamente alle aspettative, non ha rispettato le iniziali intenzioni di porre fine ad un intollerabile sfruttamento che si protrae da decenni, di legislatura in legislatura, di tavolo tecnico in tavolo tecnico".
L'Italia, proseguono i magistrati onorari, "disattende le sentenze della Corte di Giustizia ed ignora le indicazioni imposte lo scorso 15 luglio, non conformandosi a quanto chiesto per evitare il prosieguo della procedura d'infrazione, col conseguente pesante carico sanzionatorio, non mettendo immediatamente a disposizione i fondi necessari ad implementare il capitolo di bilancio dedicato, onde adeguare immediatamente lo status di chi in servizio sia alla normativa euro-unitaria che ai principi di tutela del lavoro e del lavoratore sanciti nella nostra Carta Costituzionale".
Per cui gli scenari si fanno "nuovamente foschi", a meno di due mesi dalla scadenza della ennesima proroga prevista dal Dl reclutamento. "Sa, poi, di ulteriore beffa - attacca la Consulta -, quanto nella relazione tecnica al disegno di legge di bilancio, una elencazione di ipotesi, a finanza invariata per altri due anni, con la prospettazione di un trattamento economico incerto nell'an e nel quantum, comparato a categorie disomogenee e mai contemplate dalla Commissione Eu, previo, peraltro, espletamento di procedure concorsuali per legittimare ciò che, anche da trent'anni, è il quotidiano lavoro nelle aule di giustizia di coloro che sono in servizio a seguito di bando di concorso e appena sottoposti ad ennesima verifica quadriennale".
"Si tenta semplicemente di eludere, ancora una volta, come fu già nel 2017, quanto stigmatizzato dall'Unione, sperando forse nella resa. È tempo, invece, di ricominciare con una nuova stagione di proteste, ancor più serrate". Ed è in questa chiave che va letta la manifestazione del prossimo 24 novembre, a Roma, dove la magistratura onoraria ha intenzione di ribadire il "profondo sdegno, ancora maggiore rispetto al passato perché preceduto da un affidamento autentico in quella che appariva una stagione nuova e diversa, fatta finalmente di rispetto e considerazione per le nostre legittime richieste". "Ancora una volta - chiude il comunicato - siamo stati traditi".
Corriere Fiorentino, 17 novembre 2021
Carissimo Papa Francesco, non ricordiamo più se questa è la quarta o la quinta lettera che Le scriviamo. Il numero delle nostre lettere non è importante; importante è invece la risposta che abbiamo ricevuto in occasione del nostro secondo invito a venirci a trovare nel carcere di Sollicciano. In quella risposta, ci veniva comunicato che non era possibile inserire una variante nel programma della Sua visita a Firenze perché già pieno.
Ma c'era la promessa (parola di Papa!) che "nella prossima volta" si sarebbe trovato il tempo per stare con noi, magari mangiare con noi, parlare e pregare con noi, semplicemente, come Lei sa fare, da fratello, da pastore, un pastore che sta "in mezzo" al gregge, per ascoltare, per raccogliere e regalare speranza e luce. Abbiamo un bisogno estremo di quella speranza e di quella luce, perché non ci piace l'attenzione che si accende su questo mondo buio e chiuso nelle tragedie, nelle emergenze, per i suicidi, gli omicidi o le rivolte.
Chi scrive è un Noi, fluido, mutevole. Arriviamo tutti dallo stesso inferno e andiamo tutti verso lo stesso girone d'inferno, stesse miserie materiali e culturali, stesse difficoltà di vita dignitosa, ovunque ci abbia portato il nostro cammino, perché noi siamo gli "scarti" di tutte le società. Però siamo attenti, e anche questa volta abbiamo colto l'informazione che il nostro cappellano ci ha fornito. Così abbiamo saputo che il 27 febbraio 2022 ci sarà a Firenze l'incontro dei Vescovi del Mediterraneo e, allo stesso tempo, il convenire dei sindaci provenienti da città piccole o grandi delle coste o dell'entroterra del Mare Nostrum, il Mediterraneo.
A questo incontro di sicuro Lei non mancherà di partecipare visto che i temi all'ordine del giorno sono gli stessi a cui Lei tiene fortemente: pace, giustizia, uguaglianza, solidarietà tra i popoli, vicinanza tra 2 religioni, rispetto e amore per il creato. Firenze è nell'entroterra, la città non si affaccia sul mare, ma Sollicciano, il carcere è completamente immerso in quel "mare nostrum", che è uno dei nostri cimiteri, dove tanti nostri fratelli sono annegati e continuano ad annegare. Quel "mare nostrum" è il nostro inferno, in cui siamo quotidianamente immersi, gelido in inverno, bollente in estate, carico di energia che esplode in temporali di violenza e in tempeste di rabbia, riempito con le nostre lacrime e asciugato dai nostri bisogni.
Non ci sono attorno cento città ma ci sono rappresentate 44 etnie, praticamente tutti i popoli delle coste del bellissimo e ricco di storia Mediterraneo. Siamo albanesi, calabresi, marocchini, siciliani, tunisini, pugliesi, slavi, napoletani... toscani, siamo interessati a quanto uscirà da questo incontro, se solo parole o anche scelte che possano influire sulle nostre vite.
Il cappellano è sempre quel Don Vincenzo che ci fu vicino nel digiuno di preghiera, che ci cammina al fianco ogni giorno, senza fermarsi davanti alle differenze di etnia, di religione o di storia. Raccoglie i nostri dolori e cerca di sciogliere i nodi di amarezza che stringono i nostri cuori. Ci ha detto di questo incontro, ci ha parlato del Sindaco La Pira, personaggio importante per questa città in anni lontani che si è impegnato a fondo per accogliere profughi, par dare casa ai poveri. Ci ha parlato di altre persone che hanno illuminato quegli anni: Don Facibeni, Don Milani, Don Corso, che hanno speso la loro vita e le loro energie nella Carità e per la Carità. Tempi lontani quelli ma attuali: qualche sprazzo di quella luce arriva anche dietro le sbarre, ma "dentro" il tempo è fermo ed immobile: nessun passo avanti, piuttosto passi indietro.
Le nostre condizioni e le nostre prospettive peggiorano sempre di più. Riceviamo visite, o meglio arrivano ispettori, direttori, ministri, autorità, sindaci. Arrivano, guardano, capiscono, rilasciano una dichiarazione, e poi tutto ritorna come 3 prima, il silenzio diventa più pesante. È venuto tempo fa anche il Sindaco di Firenze, Dario Nardella, lo stesso che sta organizzando il prossimo incontro di febbraio. Anche lui ha fatto un lungo giro, guardato, parlato con operatori e una volta fuori ha fatto una importante dichiarazione: Sollicciano non è carcere da ristrutturare o riformare, è da chiudere. Aveva ragione, ma sono passati anni, è passata anche una pandemia, morti, feriti, scontri, urla, proteste, richieste e siamo ancora qui, cresciuti di numero: tutto come prima. Cosa ci aspettiamo dalla Sua visita, Santità?
Ci aspettiamo un abbraccio da chi non misura le distanze, da chi non costruisce muri di giudizio, ci aspettiamo parole di conforto, quelle parole che Lei pronuncia spesso e che danno dignità agli "scarti invisibili", di questa, come di tutte le società che si affacciano sul Mediterraneo. Ci aspettiamo un momento di pace e di serenità, un momento di attenzione amorevole. Don Milani diceva "I care", diceva anche che avrebbe preferito invitare l'ultimo arrivato e non il primo, che gradiva la vicinanza dei perdenti più che dei vincenti, dei potenti insomma.
Noi pensiamo che anche Lei sia un po' così e che dunque quando verrà a Firenze, il 27 febbraio (mancano 4 mesi!), vorrà stare un poco anche con noi. Non camminerà nelle navate della Cattedrale o nelle sale del palazzo della Signoria ma nei corridoi di sbarre e cemento, non avrà da ricordare belle immagini, ma le si scalderà il cuore perché "chi ha attraversato il deserto può diventare profeta". Lo ha detto Lei e noi le abbiamo creduto. Le crediamo ancora e La aspettiamo.
Firmato: Un gruppo di detenuti di Sollicciano, con il cappellano don Vincenzo Russo
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 17 novembre 2021
Il progetto presentato dal capo del Dap e dal garante cittadino Corleone. Il carcere di Udine, in via Spalato, cambierà volto grazie all'attuazione di un progetto che ha come missione una rivoluzione della struttura. Un rinnovamento che - come ha spiegato Franco Corleone, il garante delle persone private della libertà di Udine porterà il carcere ad essere un "luogo pieno".
Pieno, perché l'ex sezione femminile inagibile da 20 anni, diventerà un polo culturale e del volontariato, sede di laboratori di attività artigianali. Si aprirà una sezione per i detenuti in semilibertà, con più spazi per i colloqui privati con le famiglie. Saranno rifatti gli impianti, le finestre, installati pannelli fotovoltaici, sistemate le strutture per l'ora d'aria, incluse aiuole per il giardinaggio. Sarà soprattutto costruito un teatro da 100 posti, aperto alla città.
Il progetto è stato presentato venerdì e sabato scorso a Udine, in Sala Aiace. Si è così avuto un confronto con Bernardo Petralia, il capo dell'amministrazione penitenziaria, e con il professor Marco Ruotolo che ha avuto il compito dalla ministra della Giustizia, Marta Cartabia, di coordinare la commissione per l'innovazione della vita nelle carceri. Un incontro organizzato dal garante di Udine Franco Corleone e da due associazioni impegnate da anni sulla giustizia e sul diritto: La Società della Ragione e l'associazione di volontariato Icaro, quest'ultima impegnata per il sostegno dentro e fuori dal carcere.
I lavori cominceranno nel 2022 e si completeranno in tre anni. Per capire quanto sia davvero innovativo questo progetto, bisogna parte dal fatto che il carcere di Via Spalato è una struttura che risale nel 1925. Viene da sé immaginare che, ad esempio, non ha adeguati spazi trattamentali per la popolazione detenuta. Il piano di interventi è stato redatto tenendo conto che i vari lavori dovranno essere eseguiti senza interrompere le attività dell'Istituto penitenziario e quindi opportunamente previsti secondo un preciso cronoprogramma. In una prima fase pertanto si procederà alla ristrutturazione degli edifici o parti di edifici attualmente inutilizzati, in particolare all'alloggio di servizio posto al primo piano della palazzina portineria, non utilizzato, e l'edificio un tempo adibito a detenzione femminile, in stato di abbandono.
Nell'ambito degli interventi da realizzare si procederà altresì all'adeguamento sismico delle strutture e all'efficientamento energetico delle stesse. Il progetto degli impianti sarà redatto con l'obiettivo del contenimento dei consumi energetici, impiegando apparecchiature ad alto rendimento, lampade Led e sistemi di regolazione e controllo.
Le esigenze della direzione dell'Istituto si possono elencare in linea di massima nei seguenti punti: necessità di prevedere un settore per i detenuti semiliberi con accesso indipendente dall'esterno in modo da evitare i contatti con i detenuti presenti all'interno della struttura; necessità di avere maggiori spazi per le attività trattamentali, e soprattutto le attività didattiche e formative; necessità di salvaguardare gli spazi adibiti ad attività all'aperto ed eventuale creazione di altri spazi esterni; necessità di rendere gli spazi comuni accessibili ai portatori di handicap; necessità di realizzare l'adeguamento sismico delle strutture, l'adeguamento impiantistico e l'efficientamento energetico; necessità di avere aree per la permanenza all'esterno adeguatamente attrezzate.
Interessante la realizzazione di una sala polivalente. L'Istituto non è dotato di spazi di superficie adeguata a svolgere attività comuni e pertanto, nel recepire le esigenze rappresentate dalla Direzione e dagli operatori penitenziari, si propone la realizzazione di un nuovo spazio all'interno del muro di cinta dell'Istituto, compatibilmente con quanto consentito dalle norme urbanistiche vigenti, da destinare a edificio polivalente e da utilizzare come sala conferenze, attività teatrali, cinema, biblioteca.
La nuova sala polivalente potrà così assolvere alla funzione di luogo per attività comuni di intrattenimento (proiezioni cinematografiche, laboratori teatrali, ecc.) per i detenuti, per eventi e cerimonie, convegni, feste, rappresentazioni teatrali, giornate celebrative, aperti a persone esterne al carcere (familiari, associazioni, comunità cittadina, autorità ecc.).
Contestualmente sarà riqualificato lo spazio esterno del cortile, con la predisposizione di una serie di aiuole che potrebbero essere curate dagli stessi detenuti nell'ambito di attività di giardinaggio.
Come ha ricordato il Garante Corleone, tanti sono i problemi aperti, dal potenziamento dei servizi di salute mentale alla presenza adeguata degli educatori ed operatore dell'Uepe, fino all'incremento delle misure alternative. Ma qualcosa si muove. Vogliono fare di via Spalato un nuovo modello di carcere, un vero e proprio presidio di civiltà.
di Sara Bennewitz
La Repubblica, 17 novembre 2021
Prima di Natale il gruppo anglosassone basato a Milano lancerà una campagna di economia circolare per recuperare gli smartphone, e aiutare i carcerati a reinserirsi. Oltre ai risultati economici, Vodafone Italia si impegna anche per l'ambiente e sui temi dell'impatto ambientale dei servizi telefonici. Così il gruppo guidato da Aldo Bisio starebbe per promuovere una doppia iniziativa benefica: da una parte si preoccupa di smaltire e ritirare i vecchi cellulari- riservandosi anche di pagare e riciclare un buon usato- dall'altra si rivolge ai detenuti del carcere di Bollate per questa operazione, trasmettendo loro il know how del processo per smaltire e recuperare tutto il possibile dando a batterie e componenti una seconda vita.
A giorni, e prima della campagna di Natale, dovrebbe infatti partire una campagna del gruppo anglosassone basato a Milano, che permette a chi porta un vecchio smartphone in un Vodafone Store nel Belpaese di dargli una nuova vita: se il telefono è in buono stato, potrà ricevere uno sconto di dargli su un nuovo cellulare, viceversa potrà smaltirlo senza costi.
Un cambio intelligente di paradigma - uno Smart Change (questo il nome dell'iniziativa che è un gioco di parole con Smartphone) - che fa bene all'ambiente, ai cellulari e alle persone che si occuperanno di questo processo di recupero, ovvero i detenuti di Bollate, che impareranno un nuovo mestiere volto al reinserimento nel mondo del lavoro, una volta usciti dal carcere.
di Stefania Totaro
Il Giorno, 17 novembre 2021
Si è aperto il procedimento su presunte violenze nella casa circondariale denunciate nel 2019. L'associazione "Antigone" chiede di essere parte civile. Anche l'associazione che ha portato alla luce la vicenda, oltre che la presunta vittima, sono parti civili nei confronti dei 5 agenti di polizia penitenziaria accusati di avere picchiato nell'agosto 2019 un detenuto all'interno del carcere di Monza. Ma la difesa degli imputati si oppone. Si è aperto così ieri al Tribunale di Monza il processo che vede contestate a vario titolo le accuse di lesioni aggravate, falso, calunnia, violenza privata, abuso d'ufficio e omessa denuncia. Il detenuto è un italiano che stava protestando perché voleva essere trasferito da Monza in un'altra casa circondariale.
A presentare un esposto alla Procura di Monza è stata l'associazione "Antigone", che si occupa della tutela dei diritti e delle garanzie nel sistema penale e penitenziario, dopo avere avuto notizia del presunto pestaggio da un famigliare del detenuto. Secondo l'accusa il detenuto, che da una settimana stava facendo lo sciopero della fame, stava per essere riportato in cella in barella dall'infermeria del carcere monzese quando è stato colpito a pugni e schiaffi da un agente mentre altri lo tenevano fermo. Per poi farlo cadere dalla barella una volta arrivati in cella. Il detenuto sarebbe stato lasciato lì dolorante, con gli occhi lividi, il volto tumefatto e un dente rotto. E in seguito mandato in cella di isolamento, dopo essere stato costretto a dichiarare che era stato lui ad essere stato aggressivo con gli agenti di polizia penitenziaria.
C'è un video dell'accaduto estratto da alcune telecamere nei corridoi del carcere di Monza che mostra l'agente che schiaffeggia il detenuto ma, secondo la difesa degli imputati, le telecamere non hanno ripreso, per un cono d'ombra nella registrazione, il momento precedente in cui il detenuto avrebbe sferrato un calcio al volto di un agente. A dire degli imputati le lesioni non sono state causate da una violenta aggressione da parte degli agenti, che sostengono di avere soltanto "contenuto" il detenuto dopo che ha opposto resistenza, ma dalla caduta dopo il trasferimento in cella e da un'azione di successivo autolesionismo messo in atto dal detenuto.
Nell'esposto presentato da "Antigone" veniva ipotizzato anche il reato di tortura a carico degli indagati e la responsabilità di un medico penitenziario per rifiuto di atto di ufficio, ma la posizione del medico è stata archiviata e anche il reato di tortura è stato escluso. All'udienza preliminare già la difesa degli imputati si era opposta alla costituzione di parte civile di Antigone, ma il giudice l'aveva ammessa. Ora la stessa questione è stata riproposta al dibattimento e il Tribunale si è riservato di decidere il 2 marzo.
di Currò Dossi
Corriere dell'Alto Adige, 17 novembre 2021
Nella partita sul nuovo carcere di Bolzano, la Provincia rinuncia all'appello. Il Tar ha decretato l'annullamento del provvedimento di esclusione di Condotte, alla quale restano progetto e gestione. La Provincia rinuncia all'impugnazione della sentenza con la quale, a giugno, il Tribunale amministrativo di giustizia (Tar) aveva accolto il ricorso di Condotte, la società (ora commissariata) vincitrice della gara d'appalto per la realizzazione del nuovo carcere di Bolzano. La costruzione e la gestione per 18 anni (dato che si tratta di un Partenariato pubblico privato) restano quindi in mano a Condotte.
La decisione è stata ufficializzata ieri dalla giunta provinciale, che annullerà quindi il provvedimento con il quale, a marzo di quest'anno, aveva revocato l'aggiudicazione provvisoria della concessione didi sposta nel 2015. La scelta dell'amministrazione era stata dettata da alcune irregolarità fiscali emerse dopo la gara. La società, però, aveva impugnato il provvedimento di Provincia e Agenzia per i procedimenti e la vigilanza in materia contratti pubblici di lavori, servizi e forniture: a giugno era arrivata la sentenza del Tar, i cui giudici hanno dato ragione alla società, rilevando, da parte della Provincia, un "difetto di motivazione e di istruttoria", e annullando il provvedimento di revoca. Il progetto per il nuovo carcere, quindi, resta in mano a Condotte.
La Nazione, 17 novembre 2021
Saranno affissi nei quartieri intorno al carcere. È il nuovo progetto della regista Livia Gionfrida e del collettivo artistico Metropopolare. Le frasi dei detenuti del carcere La Dogaia di Prato su 60 manifesti, affissi nei quartieri attorno al penitenziario, per riflettere sulle "reclusioni". È il nuovo progetto della regista Livia Gionfrida e del collettivo artistico Metropopolare. L'obiettivo, spiega una nota, è riflettere sulle reclusioni che ognuno di noi vive, creando un ponte tra chi risiede all'interno di un carcere e la cittadinanza che viene invitata a riflettere attraverso queste suggestioni poetiche anche in formato audio, scannerizzando il Qr code presente su ogni manifesto.
I messaggi poetici sono realizzati dai detenuti della casa circondariale La Dogaia, all'interno del laboratorio che la compagnia pratese porta avanti da 13 anni. "Dopo il successo di quelli affissi lo scorso Natale con le frasi dei bambini raccolte durante il lockdown - racconta Gionfrida - continua il dialogo con la città attraverso questa nuova serie di manifesti. La nostra è una ricerca di nuovi linguaggi espressivi attraverso i quali cercare di comunicare con l'altro, con il pubblico, incontrarlo per mettersi in discussione come comunità". Il progetto dei manifesti fa parte della rassegna "Anche i poeti hanno una loro legge", organizzata da Metropopolare.
Da ottobre a dicembre sono previsti laboratori, spettacoli e incontri con alcuni dei più importanti poeti e poetesse italiane, con appuntamenti sia all'interno che fuori dal carcere. La rassegna proseguirà con lo spettacolo "It's Just a game", regia Livia Gionfrida, al teatro Magnolfi il 27 e 28 novembre: in scena Robert da Ponte, attore ex detenuto che inviterà il pubblico ad una tragicomica riflessione sul tempo presente. Concluderà questo percorso durato tre mesi, un incontro in musica all'interno della casa circondariale con il cantautore Giovanni Truppi.
di Cecilia Colli
lavocedinovara.com, 17 novembre 2021
Don Dino Campiotti, garante comunale dei detenuti, ha lanciato un appello in occasione della presentazione del libro "Carcere - idee, proposte e riflessioni" di Samuele Ciambriello, garante dei detenuti della Regione Campania. All'incontro sono intervenuti anche i consiglieri regionali Rossi e Perugini.
"Novara ospita un carcere, ma ho l'impressione che molti novaresi non se ne siano mai accorti. È quindi importante abbattere i muri del pregiudizio consentendo alle associazioni, ad esempio quelle di volontariato, di poter entrare". Don Dino Campiotti, garante comunale dei detenuti, ha lanciato un appello in occasione della presentazione del libro, lunedì 15 novembre al Circolo dei lettori, "Carcere - idee, proposte e riflessioni" di Samuele Ciambriello, dal 2017 garante dei detenuti della Regione Campania.
"Fino gli anni '60 le prigioni erano al castello, un luogo molto aperto - ha continuato don Campiotti -. Io ero studente di teologia e ricordo che la domenica passava il carrettino con la frutta per i detenuti. Poi negli anni '70 il carcere è stato trasferito dove è ora e attualmente ospita circa 170 persone: un centinaio al giudiziario, una settantina nella sezione di massima sicurezza, il cosiddetto 41bis. Molte sono le attività che sono state avviate nel corso degli anni: una tipografia, un tentativo di sartoria, corsi scolastici di preparazione alla licenza di quinta elementare e terza media e Sant'Egidio dà un grande contributo. Il carcere di Novara non è molto grande rispetto ad altri, ma c'è vitalità grazie a personale attento e attivo che propone continuamente attività ricreativa".
Secondo don Dino, tre sono gli obiettivi da perseguire: "Reinserimento sociale delle persone che escono; lavoro vero e proprio anche all'interno: alcune cooperative hanno dato la possibilità di tentare concretamente, come Assa che da parecchio tempo dà un forte contributo, ma purtroppo non è sufficiente. Infine abbattere i muri del pregiudizio consentendo alle associazioni, ad esempio quelle di volontariato, di poter entrare perché ho la sensazione che molti novaresi nemmeno sappiano che nella loro città ci sia un carcere. È, dunque, importante parlare il più possibile di questo argomento per fare in modo che il carcere non venga più percepito come un'isola maledetta all'interno della città, ma un'area inclusa nella città stessa".
Don Campiotti ha poi portato l'esempio di una cooperativa nata tra carcerati provenienti dal mondo delle Brigate Rosse: "Sedici anni fa, una ventina di persone che si sono conosciute dietro le sbarre, hanno dato vita a Multidea, di cui io sono stato presidente, allo scopo di accrescere all'esterno la cultura del mondo carcerario e creare professionalità nei detenuti che uscivano per fine pena o buona condotta. Dopo una decina di anni, però, ci siamo accorti che si era generata una sorta di stanchezza e ogni persona rientrata a pieno titolo nel mondo esterno aveva voglia di mettersi in proprio. Così nel 2016 la cooperativa è stata sciolta perché, a parte due casi isolati, tutti gli altri erano pronti per una nuova libertà e oggi sono cittadini puliti e lavoratori con una nuova vita".
"La certezza della pena deve coincidere con la certezza della qualità della pena che passa dal diritto alla dignità, alla salute e all'affettività - ha dichiarato Ciambriello -. Nel corso degli anni, attraverso governi di ogni colore, sono state costruite carceri con celle senza doccia e senza bidet, addirittura senza acqua corrente. Situazioni come queste rappresentano il fallimento di tutti noi. Per non parlare poi della carenza di personale, psicologi, educatori: sono 24 anni che non viene indetto un concorso per direttori di carcere. Per fortuna ci sono realtà come la Chiesa, le associazioni di volontariato e gli entri che cercano di oltrepassare le mura dell'indifferenza. Dico sempre che "carcere" è l'anagramma di "cercare" ed è quello che dovremmo fare noi: cercare di far passare queste persone dalla reclusione all'inclusione".
di Francesco Macaro
rainews.it, 17 novembre 2021
La visita è stata l'occasione per riportare l'attenzione sugli effetti "collaterali" della pandemia su detenuti e personale del carcere. "Il Covid-19 ha pesato naturalmente su tutti e soprattutto su chi si trovava già in condizioni di svantaggio. Sappiamo quanto è pesato sulla situazione carceraria": così la trentina Daria De Pretis, giudice costituzionale, in visita al carcere di Spini per presentare il video 'Viaggio della Corte Costituzionale nelle carceri italiane". Il racconto del tour che dal 2018 gli ermellini svolgono negli istituti di pena italiani per ridurre le distanze con chi vive dietro le grate. Le restrizioni per la pandemia hanno picchiato forte sui 302 detenuti della casa circondariale di Trento, di cui 21 donne. La situazione degli ultimi due anni la delinea la direttrice del carcere, Anna Rita Nuzzaci: "Laddove a persone ristrette si tolgono anche quei pochi momenti di libertà è chiaro che la situazione diventa più tesa".
Le carenze sono di almeno tre tipi: "Medici h-24, diverse decine di poliziotti penitenziari e almeno altri tre educatori". Per chi ha assistito negli ultimi sei mesi a sette tentati suicidi, 29 atti di autolesionismo e varie aggressioni ai secondini, la visita delle autorità è dunque uno spartiacque. E in attesa che si trovino soluzioni a livello nazionale per i problemi strutturali delle carceri, ecco gli auspici della direttrice di Spini: "Prima di tutto, che non ci fosse più la pandemia; poi più personale e un direttore per ogni istituto: ricordo infatti che sono due anni che faccio la direttrice sia a Trento che a Bolzano. E questa è una difficoltà non solo per me, ma soprattutto per i due istituti".
di Cristina Zagaria
La Repubblica, 17 novembre 2021
Diciotto anni dopo la morte di Armida Miserere e quindici anni dopo la pubblicazione della sua biografia romanzata a cura della giornalista Cristina Zagaria, torna in libreria per i tipi della Dario Flaccovio Editore, "Miserere" (296 pagine, 16 euro): diario in pubblico di una servitrice dello Stato, con la fama di dura e il cuore di una donna rimasta sola. Persino davanti alla giustizia, che aveva difeso e rappresentato.
Documenti privati, incontri coi familiari e ricostruzioni dei fatti, Zagaria fa la cronista, ma indaga la vita di Armida Miserere, una delle prime donne a dirigere un istituto penitenziario italiano, subito dopo l'approvazione della legge Gozzini, con il sentimento di donna: ne viene fuori un ritratto umano in mezzo alla storia dell'Italia della P2, delle stragi di mafia e dei contesti di detenzione da Parma a Lodi, da Palermo a Sulmona, dove resistere diventa la regola.
Armida Miserere si tolse la vita nella sua abitazione, annessa al carcere di Sulmona, il 19 aprile 2003 sparandosi un colpo in testa. Zagaria scava nel dolore mai sopito di Armida, dopo la morte del compagno Umberto Mormile, ripesca dalle memorie familiari episodi e descrizioni inedite, raccolte in anni di studi e ricerche. Di seguito un breve estratto dal libro.
Sulmona, venerdì 18 aprile 2003. È venerdì santo e come Cristo anch'io affronto l'ultima mia via crucis. Sono stanca, troppo, e la vita professionale, la stima, non sono sufficienti a riempire il troppo dolore che sempre mi ha accompagnata né questo nuovo dolore pieno di rabbia, di nausea, di disprezzo. Non c'è più posto in me per l'amore, per la comprensione, per la saggezza, per la generosità. Mi resta un ultimo atto di coraggio che peserà come un macigno per chi mi ha tradita, offesa, venduta, rinnegata. Un atto di coraggio contro chi non è stato capace che di sole menzogne e ipocrisie e viltà. A lui, a loro la vergogna del mio sangue e di un dolore che li perseguiterà per sempre.
Auguro morte e infamia, dolore e sofferenza a chi mi ha dato morte e dolore e sofferenza. Auguro la stessa angoscia che mi ha uccisa, auguro tutto il male del mondo... e quello che mi è stato dato è la certezza... che nessuno potrà mai dare. Auguro vite distrutte così come con tanta leggerezza è stato distrutto quel che resta della mia. Non mi perdono di aver creduto in un sogno. Non posso perdonare chi quel sogno ha distrutto. Disprezzo la mia vita e coloro che... pensano solo a ciò che loro più aggrada. Maledetta me e maledetto colui che mi ha uccisa. Non chiedo nulla per me. Ad Antonio p. solo pietà e comprensione per i miei... cani: Yuri e Liuba, Venerdì e Alba. Che Yuri e Liuba possano restare con lui, che Venerdì e Alba vivano sereni in istituto. Non desidero funerali né lacrime finte. Preferirei essere cremata e buttata al vento. Perchè vento sono stata. Grazie Armida Miserere
Sulmona, 18 aprile 2003. Notte. "No, grazie, alla processione non posso venire, non mi sento bene. Credo di avere la febbre". "Signor direttore, ma è tutto pronto". L'agente di polizia penitenziaria è spaesato. Indica la macchina con il motore acceso. "Lei non è mai mancata". "Questa volta sì. Chiedi scusa al sindaco da parte mia". Armida non apre completamente la porta. Parla seminascosta dietro l'uscio. Poche parole. Poi richiude. Yuri è sempre al suo fianco, abbaia, quasi a richiamare indietro l'uomo, che si allontana con passo incerto, ma lei sembra non sentirlo. Non lo sente neanche l'uomo che entra in macchina e parte da solo verso il centro di Sulmona. Armida rimane da sola nella sua casa, nel suo carcere.
Il vestito, quello nero di velluto, lo sistema sulla sedia di fronte al letto. Le va un po' grande. Tutto ormai le va troppo grande. Ma non fa niente. Lei che il nero non l'ha mai usato, vuole salutare tutti con quest'abito, perché quest'Armida non è più quella vera. È una che si veste di nero. Posa la lettera sul comodino. Non la rilegge. Sa a memoria quello che c'è scritto, ogni parola. Anche quelle non dette. Soprattutto quelle non dette.
Un'ultima sigaretta. No. Un bacio a Yuri. Neanche. Si siede sul letto. Si stende. La sua calibro nove in mano. La compagna. Tante volte è stata pronta a premere quel grilletto per difendersi, ora lo deve premere per salvarsi. Doveva uccidere i suoi nemici, ora lo farà. È notte, tra il 18 e il 19 aprile. Tra il passato e il domani. Armida prepara anche un proiettile di riserva. Pensa a tutto. Non può fallire. Come sempre.
Spegne tutte le luci. Poggia il cuscino contro la guancia destra. La tela è ruvida, fresca. È piacevole. Ci sprofonda dentro con l'orecchio, la guancia, l'occhio. I capelli biondi le si appiccicano al viso, le fanno quasi il solletico. Le labbra grandi e sottili si serrano e subito si riaprono, come in un bacio. Spara.
Parte il proiettile, sfrega contro le pareti della canna. Si riscalda. Prende velocità e potenza. Rompe la tela bianca. La strappa. Le piume volano in aria come spaventate. Il proiettile continua la sua corsa roteando su se stesso, sempre più caldo, sempre più grande. E arriva. Uccide. Niente botto, niente sangue. Lo succhia tutto il cuscino, avido. Succhia il sangue e la vita. La pistola è troppo pesante, la mano senza vita la lascia cadere a terra, sul tappeto azzurro e il braccio la segue cascando verso terra a mezz'aria. Il cuscino si apre e scopre il suo volto. Armida, Armida Miserere, vuole guardarla in faccia la morte.
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