di Desiré Gloria Vasta
Il Dubbio, 19 giugno 2021
"Mi escludete dalle gare eppure le accuse di mafia erano un'invenzione". Pubblichiamo ampi stralci della lettera inviata nei giorni scorsi da Desiré Vasta, imprenditrice di Riesi, in Sicilia, al prefetto di Caltanissetta, Chiara Armenia. Vasta ha deciso di rivolgersi al prefetto dopo che l'azienda di cui è titolare è stata esclusa dagli elenchi per la partecipazione alle gare (la "White list") in virtù di accuse di mafia mosse 16 anni fa contro suo padre, Filippo. Che non solo è stato assolto da tutto, ma è stato formalmente dichiarato vittima dei boss.
Egregia Sua Eccellenza Signor Prefetto, mi chiamo Desiré Gloria Vasta, ho 27 anni e sono amministratore unico di una piccola impresa. Si tratta della Divina Service srls, un'azienda alla quale è stata insensatamente negata, dalla prefettura di Caltanissetta, l'iscrizione alla "White list". Ciò che risulta veramente avvilente e mortificante è il dato argomentativo su cui si fonda il Vostro diniego, sintetizzabile in due assunti evidentemente privi di logica: a) mi si ritiene troppo giovane per svolgere attività imprenditoriale; b) sono figlia di mio padre!
Si, sono figlia di mio Padre, Filippo Vasta, cioè sono figlia di un uomo innocente, vessato e devastato dall'estorsione mafiosa prima e poi definitivamente annientato dalla "ingiustizia" italiana! Ebbene, io sono fiera di mio padre, un uomo riconosciuto "vittima di mafia" con sentenza passata in giudicato.
Vede, Eccellenza, io avevo soltanto 12 anni quando, in una notte del novembre 2005, degli uomini in divisa mi privarono di mio padre per circa quattro anni. Di quella notte ricordo tutto: la casa sottosopra a causa della perquisizione, lo smarrimento e la tensione provata nel vedere degli agenti che si muovevano all'interno e all'esterno con una determinazione e una padronanza che ci ha fatti sentire dei perfetti estranei nella nostra stessa abitazione. Insomma, un arresto degno di un capomafia! Peccato che il destinatario del provvedimento dell'autorità giudiziaria fosse un uomo innocente, che a quei tempi subiva danneggiamenti di ogni genere ad opera della criminalità organizzata, dai furti agli incendi, e che puntualmente denunciava tutto alle autorità competenti.
In quella terribile notte furono molte le cose che mi segnarono indelebilmente. Ricordo i lampeggianti che illuminavano le nostre stanze e le parole che mio padre mi disse, abbracciandomi, prima di essere portato via: "Non vergognarti mai di me, cammina a testa alta e stai vicina alla mamma, tutto si risolverà in pochi giorni". Quei giorni, in realtà, durarono anni. Ma soprattutto ricordo la mia corsa per raggiungerlo quando stava salendo sull'auto che lo avrebbe portato via: a un certo punto mio fratello afferrandomi tra le sue braccia, mi tappa gli occhi: un gesto che tutt'oggi rimane a me incompreso ma carico di amore fraterno.
All'epoca mio fratello aveva 19 anni, studiava Ingegneria idraulica ed eravamo tutti fieri e fiduciosi del fatto che presto avremmo avuto in famiglia un ingegnere specializzato in quel settore che è sempre stato la passione di mio padre. Ma quella notte tutto cambiò anche per mio fratello: dovette immediatamente abbandonare gli studi per prendere il posto di mio padre in azienda. Non durò molto, e le cose continuarono ad andare di male in peggio: appena un paio di mesi dopo l'arresto, l'azienda venne sequestrata!
Si, uno dei tanti casi di quell'ormai tristemente famoso "sequestro preventivo". E ovviamente, come in un copione già scritto, il "caro" amministratore giudiziario trasformò un'azienda in splendida salute in un cumulo di macerie! Capimmo subito che tutto sarebbe andato in rovina, dopo i primi due mesi il nominato amministratore giudiziario smise di pagare gli stipendi, il tutto senza alcuna autorizzazione del Tribunale! Ci trovammo quindi senza mezzi di sussistenza e fummo costretti a trasferirci a casa dei miei nonni materni (super nonni!) che in quel periodo ci sostennero economicamente e moralmente. Furono anni duri, che segnarono inevitabilmente le nostre vite: la mia e quella della mia famiglia. Un percorso di dolore e disperazione che non scorderemo mai.
Un pomeriggio di febbraio, mentre stavamo pranzando, sentimmo squillare il telefono: dall'altra parte del filo mio padre tra le lacrime, con la voce rotta dall'emozione, annunciava la sua libertà. Finalmente era un uomo libero, era stata accertata e dichiarata la sua indubitabile innocenza. Il 29 marzo 2010 la Corte d'Appello di Caltanissetta assolve il Vasta Filippo da tutti i reati con revoca immediata del sequestro dei beni. Io avevo 16 anni, da poco ero diventata madre di una bellissima bambina che abbiamo deciso di chiamare Gloria Divina. Sembrava un meraviglioso segnale di rinascita e di speranza e, sull'onda dell'entusiasmo e felici di aver riposto la dovuta fiducia nelle istituzioni, nel luglio del 2010 mio fratello decide di costituire una nuova società: la Divina Acquedotti srl.
Ci siamo messi subito all'opera con l'obiettivo di recuperare il tempo perduto, senza lesinare energie e sacrifici: eravamo felici, la nostra vita sembrava poter riprendere il proprio corso. Nella realtà continuavamo a fare i conti con gli effetti devastanti della sciagurata gestione dell'amministratore giudiziario. Quest'ultimo aveva addirittura smesso di pagare il mutuo di casa nostra (che era stata precedentemente data in garanzia per un prestito aziendale), così dopo la revoca di sequestro dell'impresa, venute meno le tutele previste dalla legge, la banca la mise all'asta. Non è dato comprendere, e credo rimarrà un mistero, il modo in cui l'amministratore giudiziario possa aver gestito le sostanze di mio padre e della mia famiglia. Decidiamo comunque di farci coraggio e tornando ad indebitarci, riusciamo a venire a capo anche di quest'altro problema.
Tornando alla storia dell'azienda, il lavoro sembrava andare per il meglio tanto da far registrare una costante crescita, che permetteva addirittura di assicurare stabilità a ben quindici dipendenti. Fu anche studiato un programma aziendale che si poneva l'obiettivo di partecipare a qualche bando di gara: i requisiti c'erano tutti, mancava soltanto l'iscrizione alla "White list", la cui disciplina era entrata in vigore da poco.
Ma, ahimè, viene subito immotivatamente negata. Infatti, la prefettura di Caltanissetta disponeva un'interdittiva a mio fratello, quindi alla società di cui era a capo, per il semplice fatto che mio padre era il direttore tecnico dell'impresa! Faccio tutt'ora fatica a comprendere il criterio utilizzato dalla Prefettura, dato che non riesco a spiegarmi come sia possibile che un Tribunale assolve mio padre con formula piena mentre la prefettura lo considera un criminale. Appare evidente, e assolutamente illogico, il contrasto tra la decisione giudiziale e quella della stessa Prefettura.
A questo punto mio fratello, sentendosi perseguitato da un sistema vessatorio che lo ha segnato nella mente e nel fisico, decide di mollare: si dimette da amministratore (...). Lì capisco che io non posso arrendermi. Costituisco una nuova società: la Divina Service srls, e inizio a portarla avanti con coraggio, determinazione e ottimi risultati. Provo a richiedere l'iscrizione alla "White list", certa che uno Stato democratico come l'Italia, fondato sul lavoro, avrebbe premiato la volontà e la tenacia imprenditoriale di una ragazza con voglia di fare. Pare finanche superfluo specificare che avevo e ho bisogno di lavorare con gli enti pubblici (...).
Nelle more della decisione della Prefettura, mio padre riceve addirittura la notifica di sentenza del Tribunale di Caltanissetta che lo dichiara vittima di estorsioni mafiose. Proprio così, la giustizia ha fatto il proprio corso: mio padre, inizialmente considerato presunto mafioso, viene alla fine riconosciuto vittima del sodalizio criminale. Ma ciò non sembra interessare alla Prefettura, e infatti anche per me e per la mia azienda arriva puntuale, e inesorabile, il diniego dell'iscrizione alla "White list". Provo a resistere e faccio subito ricorso ma (...) la Prefettura si limita a rispondermi con un altro rigetto (...).
Ecco Eccellentissimo Prefetto, quest'ulteriore cataclisma abbattutosi sulle mie speranze, sul mio impegno e sui miei sacrifici, oltre a non trovare alcuna spiegazione giuridica, rischia di annientare definitivamente il mio futuro, quello dei miei 3 bambini e delle famiglie dei lavoratori dell'impresa. Come detto, nel Vostro provvedimento di diniego non mi vengono imputate particolari colpe se non quella di essere la figlia di un uomo che è risultato vittima di un mastodontico errore giudiziario e che è stato poi addirittura riconosciuto, con sentenza passata in giudicato, "vittima di estorsioni mafiose".
Ed ecco il paradosso: la Prefettura di Caltanissetta non sente ragioni, e non tiene conto delle sentenze, negando a me l'iscrizione alla "White list" per colpe che mio padre non ha (...).
Oggi ho deciso di affidare a queste pagine la mia disperazione, cercando di tratteggiare i contorni del senso di vuoto e del dolore che provo nel veder morire il futuro della mia impresa. Il Vostro immotivato rifiuto potrà avere per voi il risibile rilievo di un mero e freddo adempimento burocratico, ma nel mondo reale assume un peso specifico che soffoca la speranza e distrugge le legittime aspettative di un'impresa e dei suoi dipendenti che vogliono solo lavorare.
Nulla potrà restituirmi gli anni della mia vita senza mio padre, però, perlomeno, chiedo a Lei di aiutarmi a poter sperare di non dover vivere ancora incastrata in questo incubo terribile in cui il mostro cattivo sembra, per assurdo, essere lo Stato: che da un lato ti assolve riconoscendo la correttezza del tuo passato e dall'altro condanna i tuoi figli a un futuro senza possibilità di salvezza. In attesa di riscontro, le invio i migliori distinti saluti.
di Miriam Romeo
Il Riformista, 19 giugno 2021
La parola è l'arma più potente del mondo. Essa può ferire e distruggere vite umane senza lasciare alcun segno visibile sul corpo ed è, al contempo, in grado di guarire l'animo umano offrendosi come dono gentile all'ascoltatore bisognoso di conforto. È potente anche perché ha il potere di plasmare ciò che ci circonda. Wittgenstein sosteneva, infatti, che i limiti del proprio linguaggio sono i limiti del proprio mondo, nel senso che la nostra stessa capacità di intendere il mondo è dettata dalle parole che utilizziamo per descriverlo.
Ho passato anni a domandarmi perché la mia terra natia, la Sicilia, fosse considerata solamente come la culla della mafia, terra di Caino. Crescendo, mi sono resa conto che vi è una narrazione tipica - utilizzata specialmente nei momenti in cui si tratta di raccontare le vicende giudiziarie legate agli imprenditori del posto - che, per farla breve, è un po' così: in Sicilia, se hai un'impresa florida, se hai superato l'asticella del reddito sufficiente ad alimentare sospetti, vuol dire che sei un mafioso o che hai fatto affari con la mafia. Tertium non datur.
Io ingenua non lo sono mai stata e non ho mai pensato di negare l'esistenza di questo terribile cancro, tuttavia, sono sempre stata intimamente convinta che questa non fosse l'unica narrazione possibile e che il linguaggio utilizzato negli ultimi vent'anni sia stato causa di una gravissima mistificazione della realtà. La mia intima opinione è divenuta concreta certezza nel momento in cui mi sono ritrovata a studiare le misure di prevenzione e le assurdità di un sistema in cui il sospetto fa da padrone e il cui procedimento rinnega le garanzie fondamentali. In questo settore, infatti, il linguaggio utilizzato dagli "esperti" per descrivere le operazioni in atto è stato il peggiore possibile: "beni sequestrati alla mafia", "maxi-sequestro ai mafiosi" ... e chi più ne ha più ne metta. Nessuno che si premurava di spiegare che si trattasse soltanto di clickbaiting, che nei procedimenti di prevenzione non si svolge l'accertamento di alcun reato e che, se si vuole essere certi di aver sequestrato dei beni alla mafia, quella vera, bisogna agire tramite un processo penale.
Le storie sulle misure di prevenzione vedono spesso come protagonisti soggetti assolti in un processo penale o mai rinviati a giudizio ma considerati, allo stesso tempo, "socialmente pericolosi", con buona pace del principio di presunzione di innocenza. Eppure, queste storie sono passate troppo spesso in sordina, inabissate da un linguaggio che ha trasformato le vittime in carnefici, macchiate per sempre da parole infamanti come "mafioso" trasformatesi in lettere scarlatte, pronte a sottolineare in ogni tempo un'indefinita nube di sospetto, anche quando sentenze e decreti urlano a gran voce l'estraneità da ogni forma di criminalità. Io con le misure di prevenzione non c'entravo nulla o, quantomeno, non le ho mai conosciute personalmente. La mia storia non si aggiunge a quella delle vittime di certa antimafia ma è quella di una studentessa di Giurisprudenza che ha deciso di stare dalla loro parte.
Per questo mi sono iscritta a Nessuno tocchi Caino, per aiutare i numerosi imprenditori innocenti a uscire dal cono d'ombra nel quale per molto tempo si sono rifugiati. È giunto il momento di cambiare la narrazione, di squarciare il velo di Maya e far conoscere la vera realtà ma per farlo bisogna essere in molti, unirsi in "social catena". È per questo che è stato ufficialmente istituito il Comitato di Nessuno tocchi Caino sulle Misure di Prevenzione, di cui ho l'onore (e l'onere) di essere la Segretaria, insieme a Massimo Niceta in qualità di Presidente e Pietro Cavallotti nel ruolo di Portavoce. La costituzione è avvenuta, simbolicamente, all'Abbazia di Santa Anastasia di Castelbuono, un bene prezioso creato e custodito con amore dall'ingegnere Francesco Lena e dalla moglie Paola, all'improvviso sequestrato e, dopo un lungo calvario giudiziario, restituito ai suoi legittimi proprietari con un mare di debiti.
La parola come dono, come conforto, è lo strumento che Pietro e Massimo utilizzano da tanti anni per supportare altri imprenditori come loro, ricordandogli, come nel dialogo di Plotino e di Porfirio, l'importanza del confortarsi e incoraggiarsi per "compiere nel miglior modo questa fatica della vita". La nostra forza è la nonviolenza che non è mai protesta ma proposta, dialogo con il potere. Per affrontare questo dialogo bisogna, però, conoscere. È necessario informare per riformare, perché nessun cambiamento sarà mai possibile se prima non avremo sensibilizzato l'opinione pubblica su quest'amara realtà. Fra i nostri strumenti: la realizzazione di un docu-film sulle misure di prevenzione e di un libro dal titolo "Quando prevenire è peggio che punire", e la predisposizione di ricorsi alle alte giurisdizioni in collaborazione con l'Università di Ferrara. Ci impegneremo in tutto questo. Lo faremo avendo cura delle parole da usare, scegliendole sempre con cautela ma con la giusta dose di ribelle coraggio.
di Cataldo Intrieri
Il Dubbio, 19 giugno 2021
Quarant'anni dopo la morte in diretta da Vermicino del povero Alfredino vegliato oscenamente nella sua disperata agonia da un popolo di voyeur, arriva, in parallelo con lo sviluppo tecnologico, il Var di una strage. Assistiamo tutti ipnotizzati alla ripetizione rallentata degli ultimi istanti delle povere vite umane intrappolate nella funivia e spazzate via, immaginandoci cosa debbano aver provato nel momento in cui si sono sentite mancare la terra sotto di loro, i lunghi istanti del volo finale prima dello schianto. La cosa più oscena non sono tuttavia le immagini ma i commenti con cui tutti i responsabili dei media (tra le poche eccezioni questo giornale) hanno giustificato la scelta "pecorona" di accodarsi al Tg3 nel pubblicare la sequenza.
Retorica a fiumi e solenni richiami al diritto di cronaca, senza avere il coraggio di ammettere che l'unica molla era una manciata di click e copie in più cui in questi tempi di magra non si può rinunciare. Spiccano tra le giustificazioni quelle del quotidiano di Torino diretto da Massimo Giannini, che una volta prima della svolta anti- 5 stelle del giornale dove allora scriveva (La Repubblica) guardava con simpatia al populismo giudiziario dei seguaci di Grillo e Casaleggio (non è un mistero che a votarli furono anche insospettabili liberals "de noantri" come Galli della Loggia, lui almeno confesso). Scrive il commento di accompagnamento de La Stampa "che la potenza delle immagini... che non lasciano spazio ad irricevibili guardonismi (sic!) è più forte di mille parole e chiarisce come l'intervento dei freni avrebbe potuto impedire il disastro". Dopo la morte alla moviola abbiamo la sentenza in presa diretta, senza quelle inutili formalità come perizie e processi, roba da "impunitisti", "come direbbe un altro cristallino liberal come Enrico Letta.
Secondo Giannini "la scelta di disarmarli (i freni) ha avuto come conseguenza ciò che si vede e se qualcuno non avesse capito lo spiega lui: il filmato "definisce una responsabilità umana di cui sarà necessario chiedere conto". Toni che sarebbero stati bene in bocca ad un Saint Just o ad un Viscinski, quando invocavano la ghigliottina ed i gulag per direttissima contro i nemici della rivoluzione, invece li usa il direttore di un giornale democratico e liberale.
Per combinazione di taglio nella stessa pagina vi è un commento sulla questione dell'ex procuratore di Milano Edmondo Bruti Liberati che spiega come in realtà il profilo delle responsabilità sia una cosa assai più complessa di come la metta giù l'ottimo Giannini. Ad esempio prima di attribuire la patente di infamia e di colpevoli bisognerebbe stabilire "oltre ogni ragionevole dubbio" che sarebbero bastati i freni ad evitare la tragedia ed ancora, come sottolinea l'ex magistrato, che l'evento fosse prevedibile per i responsabili. Tutte cose un po' tecniche e assai difficili (come gli effetti dei vaccini) su cui occorrerebbe si pronunciassero prima non dico qualche straccio di giudice, ma almeno un perito.
Certo le mani prudono di fronte alle immagini ma la ragione ronza fastidiosamente nella mente umana e dovrebbe frenare l'istinto, almeno per un illuminato liberal. Se non bastasse il parere di Bruti c'è anche l'opinione del procuratore capo di Verbania, Olimpia Bossi, che in un comunicato in cui, tanto per cambiare, riversa sui difensori l'addebito di aver diffuso i filmati (forse per alimentare la "giocosa macchina da linciaggio" dei propri assistiti) ma dice una cosa, una volta tanto, condivisibile. La dottoressa Bossi spiega correttamente che l'art. 114 del codice di procedura penale vieta la pubblicazione non solo degli atti di indagine espressamente coperti da segreto ma anche di quelli depositati ai difensori che non possono comunque essere divulgati alla pubblica opinione. È una tesi cara agli avvocati ed ai garantisti: mi è capitato di scriverne in un'altra vicenda assai meno drammatica, quella degli esami taroccati del calciatore Luis Suarez, di cui vennero diffusi verbali e filmati mentre erano in atto ancora le prime investigazioni. Qualcuno eccepirà che i filmati non sono atti di indagine priori della polizia ma documenti in possesso di un indagato e come tali pubblicabili secondo anche una sentenza della Cassazione. Non è questo il punto: non si tratta di pubbliche registrazioni utilizzabili da chiunque, ma registrazioni ad uso privato come quelle delle video- camere di sicurezza che secondo la legge e le direttive del garante della privacy (https://protezionedatipersonali. it/videosorveglianza-e-tutela-dei-cittadini) hanno finalità strettamente limitate e non sono divulgabili.
Su tale tesi procure ed organi di polizia hanno fatto sempre orecchie da mercante perché avrebbe stroncato sul nascere il fiorente mercato dei verbali clandestini e delle intercettazioni, telefoniche ed ambientali, ai giornalisti amici. Invece è proprio così e correttamente sul punto lo spiega la procura di Verbania: la pubblicazione di quei filmati è un atto illegale che deve essere sanzionato in quanto gli atti di indagine, segreti e non, devono restare riservati sino almeno alla richiesta di rinvio a giudizio e non pubblicabili neanche per estratti parziale fino a che degli stessi non venga a conoscenza il giudice nel processo.
Il punto è che tale illecito viene punito con multe risibili per cui i giornali se ne infischiano e pubblicano impunemente la vita intima come la morte oscena di poveri cittadini, sia imputati che vittime. State certi che di fronte a sequestri di copie e siti, oltre che del pagamento di salatissime sanzioni, i cultori della libertà di stampa sarebbero ben attenti: non sarebbe male che uno degli emendamenti alla riforma penale di Cartabia se ne occupasse. Un'ultima cosa: colpisce stamani la diffusa auto- solidarietà e l'indulgenza plenaria della stampa al gran completo sulla questione. Non mancano speciosi distinguo da pseudo giuristi: il segnale che in questo paese, liberali o meno, alla fine contano interessi di prossimità. Sostiene uno che se ne intende, come Giuliano Ferrara, che la rivoluzione (liberale e non) in Italia non sia possibile: "ci conosciamo tutti". Credo ci sia del vero.
di Viviana Lanza
Il Riformista, 19 giugno 2021
Un logo per i prodotti "made in carcere". È l'idea alla base del concorso bandito dal Provveditorato dell'amministrazione penitenziaria della Campania e dal Carcere possibile, la onlus della Camera penale di Napoli che si occupa di tutela dei diritti dei detenuti. Il concorso è rivolto a giovani al di sotto dei 36 anni di età i quali, entro il 31 agosto prossimo, dovranno inviare la loro idea progettuale di logo, con un claim o un'immagine accompagnata da un claim, per i prodotti realizzati dai detenuti nei vari laboratori gestiti dall'amministrazione penitenziaria, dalle associazioni e dalle cooperative sociali.
Si tratta, dunque, di creare un segno distintivo che identifichi la provenienza dei prodotti realizzati dai detenuti e ne accresca l'interesse commerciale. Sarà scelto il progetto più votato dalla giuria composta da componenti dell'amministrazione penitenziaria e del Carcere possibile, nonché da esperti di comunicazione pubblicitaria. La proclamazione del vincitore avverrà il 15 ottobre e a lui sarà corrisposto un premio di 1.500 euro. Il progetto è curato dal provveditore regionale dell'amministrazione penitenziaria, Antonio Fullone, e dal direttivo del Carcere possibile, guidato dall'avvocato Anna Maria Ziccardi, in particolare con la collaborazione degli avvocati Sabina Coppola e Sergio Schlitzer.
La finalità del concorso è legata alla constatazione che negli istituti penitenziari della regione Campania i detenuti realizzano prodotti di diverse categorie merceologiche, molti dei quali di significativa qualità e che tuttavia raramente riescono ad avere il risalto che meritano dal punto di vista commerciale. "Per tale ragione - si precisa nel bando - il concorso intende valorizzare e promuovere la diffusione dei suindicati prodotti e le relative attività di formazione e di reinserimento che ne rendono possibile la realizzazione, mediante l'apposizione di un segno distintivo idoneo a identificarne la provenienza".
Al concorso potranno partecipare giovani under 36 e potranno presentarsi anche in gruppi di più persone, purché nessuna di esse abbia superato il limite di età stabilito nel bando. L'obiettivo è quello di valorizzare il lavoro che alcuni detenuti svolgono all'interno dei laboratori delle carceri campane e provare a incrementare queste attività che sicuramente rappresentano un ponte tra il mondo dietro le sbarre e il mondo esterno e sicuramente possono essere un passo in avanti concreto nel percorso di rieducazione e riabilitazione di chi deve scontare una pena.
Creare un logo per i prodotti "made in carcere" vuol dire anche dare un'identità al lavoro dei detenuti, dare loro un peso sul mercato, e quindi un futuro. Del resto in prigione si realizzano prodotti di qualità, soprattutto di tipo artigianale, artistico e alimentare. Individuare un segno distintivo per tali prodotti vuol dire dare una forma, dare un nome, un colore, un'immagine a ciò che viene realizzato dai detenuti durante le ore di lavoro in cella, e tutto questo va di certo in un'ottica di recupero sociale di chi ha commesso un reato e sconta per questo una pena in carcere.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 19 giugno 2021
L'avvocata Simona Filippi: "Antigone andrà avanti affinché venga fatta chiarezza sulla morte di queste persone". L'avvocato Luca Sebastiani che rappresenta i parenti di Chouchane Hafedh: "Troppe le zone d'ombra".
Otto i detenuti morti per la rivolta dell'8 marzo 2020 del carcere Sant'Anna di Modena. Otto morti definitivamente archiviati dal Gip che ha accolto la richiesta dalla procura modenese, dichiarando addirittura inammissibile gli atti d'opposizione dell'Associazione Antigone e del Garante Nazionale dei diritti delle persone private della libertà.Parliamo di Chouchane Hafedh, Methnani Bilel, Agrebi Slim, Bakili Ali, Ben Mesmia Lofti, Hadidi Ghazi, Iuzu Artur e Rouan Abdellah. Alcuni ritrovati morti dentro al carcere per overdose di psicofarmaci e metadone, altri deceduti mentre venivano trasferiti in altre carceri a ore di distanza, altri ancora una volta giunti a destinazione. Per il Gip la vicenda ha trovato "compiuta ricostruzione nella relazione degli agenti"
Ma secondo il Gip, la vicenda oggetto del procedimento "ha trovato compiuta ricostruzione, nella sua genesi e nel conseguente sviluppo in termini spaziali e temporali, nelle relazioni redatte dalla Polizia penitenziaria e dalla Squadra Mobile della Questura modenese".
Eppure, a leggere il provvedimento di archiviazione di due pagine e mezzo, non sono stati chiariti una serie di elementi e criticità sollevate nell'atto di opposizione depositato. Basti pensare a Chouchane Hafedh. Una storia amara la sua, visto che al ragazzo tunisino, con l'eventuale ottenimento dei benefici, gli sarebbero mancate due settimane per uscire finalmente dal carcere, un istituto del tutto fallimentare per ragazzi che commettono reati dovuti dalla tossicodipendenza.
Nel carcere di Modena il sovraffollamento era del 147% - La situazione del carcere di Modena era di sovraffollamento particolarmente grave, con una percentuale pari al 147%. Era prevedibile uno sviluppo così violento, quello della rivolta, in presenza di parametri fortemente lontani da quelli ordinari? Proprio la posizione di garanzia richiesta a tutto il personale presente in Istituto impone che negli istituti penitenziari i medicinali (quali il metadone) siano messi al sicuro e contenuti all'interno di casseforti o armadi blindati.
Si ha il dovere di non lasciare incustodito l'armadietto dei medicinali - Si ha quindi il dovere di non lasciare incustodito questo tipo di sostanza poiché l'uso scorretto può portare ad una overdose. È stato fatto tutto ciò? L'amministrazione penitenziaria, come suo dovere, ha vigilato affinché il detenuto non compia determinati atti che, soprattutto se tossicodipendente, sono prevedibili in situazioni di rivolta?
Il metadone si trovava all'interno di un armadio blindato, trovato aperto e non scassinato, di cui manca la prova che fosse stato chiuso a chiave quella mattina e la cui chiave si trovava, comunque, all'interno di una presunta cassetta di sicurezza.
Discrepanze temporali nei racconti degli infermieri - Vi sono poi delle discrepanze temporali tra i racconti delle infermiere presenti durante la rivolta di Modena, che davano contezza della chiusura dell'armadio contenente il metadone fino alle 16 circa, e l'intervento del 118, che già dalle 14 e 30 operava su soggetti in preda ad overdose. Non solo. Sono emerse anche delle incongruenze tra le dichiarazioni dei detenuti e quelle degli agenti di polizia penitenziaria. Ma tutto ciò, nel provvedimento di archiviazione, non è stato chiarito approfonditamente. "Non è accettabile che una vicenda così grave che ha visto la morte di otto detenuti si chiuda con un provvedimento così motivato".
L'associazione Antigone andrà avanti per fare chiarezza - L'associazione Antigone, per voce dell'avvocata Simona Filippi, commenta così l'archiviazione firmata dal gip di Modena per il caso dei detenuti morti nella rivolta di marzo 2020. "Stiamo valutando quale sia l'azione più opportuna da prendere ma sicuramente l'associazione andrà avanti affinché - aggiunge l'avvocata Filippi - venga fatta chiarezza sulle ragioni della morte di tutte queste persone".
A esprimere sorpresa e amarezza è anche l'avvocato Luca Sebastiani che rappresenta i parenti di una delle vittime, il tunisino Chouchane Hafedh: "Sono troppe le zone d'ombra che non sono state chiarite in questa triste vicenda e questo non possiamo accettarlo. Pertanto siamo pronti a ricorrere nelle opportune sedi, confidando che prima o poi i familiari di queste giovani vittime avranno le risposte che meritano".
di Mauro Ravarino
Il Manifesto, 19 giugno 2021
Novara, sindacalista di base di 37 anni travolto da un tir durante un presidio al centro direzionale della Lidel nel giorno dello sciopero. A tarda sera, giovedì, aveva inviato un messaggio vocale per invitare i lavoratori al presidio di Biandrate, in provincia di Novara, davanti al centro distribuzione della Lidl, per una delle iniziative dello sciopero nazionale della logistica proclamato da alcune sigle di base - tra cui il Si Cobas, il suo sindacato - contro "le aggressioni squadristiche", "il sistema degli appalti" e "lo sblocco dei licenziamenti". Ma a quei cancelli, Adil Belakhdim, ieri mattina ha trovato la morte, travolto da un tir che ha forzato il picchetto davanti allo stabilimento di via Guido il Grande.
Originario del Marocco, aveva 37 anni, una moglie, Lucia, e due figli di sei e quattro anni; viveva a Vizzolo Predabissi (Milano) ed era il coordinatore della sede di Novara del Si Cobas e membro del coordinamento nazionale. Generoso e tenace, lottava contro le ingiustizie: "Da quando si era sentito sfruttato lui stesso al lavoro - racconta Fulvio Di Giorgio, amico e compagno sindacalista - aveva capito che bisognava fare qualcosa.
Ma non solo per lui stesso, anche per tutti gli altri. Era nato così, nel 2013, il suo impegno nel sindacato". Era in prima fila nella lotta dei facchini, un mondo che conosceva bene, avendo lavorato diversi anni alla Tnt di Peschiera Borromeo. Un vero far west dei diritti che sta vivendo un'escalation di tensioni e violenze. E Adil ci ha rimesso la pelle. L'autista che l'ha ucciso, investendolo e trascinando il corpo per venti metri, prima di fuggire, ha 25 anni ed è casertano. È stato arrestato con l'accusa di omicidio stradale, resistenza e omissione di soccorso: si sarebbe costituito a un equipaggio dei carabinieri all'altezza del casello autostradale Novara Ovest sulla A4.
Secondo la ricostruzione degli inquirenti, durante il picchetto dei lavoratori, l'uomo era in coda dietro ad altri mezzi all'interno del centro di distribuzione ma, spazientito dall'attesa, avrebbe improvvisamente imboccato contromano la corsia di entrata, compiendo alcune accelerazioni nonostante i manifestanti fossero davanti al veicolo. E ha svoltato a destra per raggiungere la strada, urtando prima due lavoratori che sono riusciti a salvarsi e sono stati ricoverati in ospedale e, poi, ha travolto Adil Belakhdim. Ed è scappato via a bordo del mezzo pesante.
Nonostante i soccorsi immediati, per il sindacalista non c'è stato nulla da fare. "Per quanto ancora increduli ed esterrefatti - commenta a caldo il Si Cobas nazionale - non possiamo tacere la nostra rabbia per una tragedia che non è in alcun modo derubricabile come un semplice incidente, né tantomeno come la semplice opera di un folle isolato.
L'omicidio di Adil avviene infatti all'apice di una escalation di violenza organizzata contro il Si Cobas, che si trascina da mesi ed è oramai senza limiti. Le cariche alla FedEx Tnt di Piacenza, gli arresti, i fogli di via e le multe contro gli scioperi, le aggressioni armate di body guard e crumiri a San Giuliano e Lodi, passando per i raid punitivi alla Texprint di due giorni fa, sono parte di un unico disegno che vede i padroni e la criminalità organizzata (che fa giganteschi affari nella logistica) agire in maniera unita e concentrica per schiacciare con la forza e la violenza gli scioperi dei lavoratori contro il super sfruttamento e in difesa delle conquiste strappate negli anni dal sindacalismo conflittuale. La morte di Adil rende ancor più evidente ciò che era già chiaro alla luce della crescita esponenziale delle morti sul lavoro registrate in questi mesi di crisi pandemica: per i padroni i profitti valgono più della vita umana".
La vicenda di Belakhdim riporta alla memoria un'altra tragedia capitata cinque anni fa a Piacenza, quando, nel settembre del 2016, Abd Elsalam Ahmed Eldanf, facchino 53enne, fu travolto da un tir all'esterno della Gls, mente era in corso una vertenza tra il sindacato Usb e i vertici dell'azienda. Un episodio al centro di numerose polemiche perché per la procura si era trattato di una fatalità, un incidente, mentre il sindacato di base lo denunciò come "omicidio padronale". La settimana scorsa a Tavazzano (Lodi), alla Zampieri, vigilantes hanno imbracciato lunghi pezzi di legno ricavati da bancali spezzati e hanno attaccato a colpi di bastoni il presidio del Si Cobas dei lavoratori Tnt Fedex di Piacenza, hub chiuso dalla multinazionale. E solo pochi giorni fa si è verificato a Prato un assalto a colpi di mattone al picchetto che denunciava le condizioni di lavoro alla stamperia Texprint.
Sono tutte storie di operai, sfruttati, mal pagati e molti sono stranieri. Come ha denunciato ieri a Biandrate Pape Ndiaye del Si Cobas di Milano: "C'è un regime di sfruttamento totale in luoghi dove entri e non sai quando esci. La Lidl non ha risposto alle nostre richieste. Quello della logistica è un comparto che a livello nazionale è abbandonato dallo Stato e ricattato dai padroni". Un altro tema che preoccupa è "la liberalizzazione dei subappalti" contenuta nel Dl semplificazioni. Le categorie del terziario di Cgil, Cisl e Uil hanno dichiarato tre giorni di sciopero, da ieri a domenica, per i lavoratori del sito di Biandrate: "Non è possibile morire mentre si esercita il diritto costituzionale ad esprimere la propria opinione e non si devono mai mettere lavoratori contro lavoratori". Manifestazioni di solidarietà si sono svolte da Torino a Palermo.
di Francesco Manacorda
La Repubblica, 19 giugno 2021
Una settimana fa gli scontri a Tavazzano, vicino a Lodi, con un lavoratore finito in ospedale in codice rosso. Ieri mattina il morto, il sindacalista del Si Cobas Adil Belakhdim, ucciso da un Tir che voleva superare un picchetto di manifestanti davanti al deposito Lidl di Biandrate, nel Novarese. C'è voluto poco, pochissimo, perché in questa estate del virus che arretra e della povertà che avanza, i peggiori presagi si trasformassero in realtà.
E non è un caso che il prezzo del lavoro diventi la vita proprio là dove quel lavoro è meno qualificato, meno garantito, meno pagato e spesso anche meno "italiano", con una fortissima presenza di immigrati che più difficilmente riescono ad affermare i propri diritti. Ma quei diritti sono in ogni caso difficili - impossibili, nella circostanza peggiore - da difendere per molti. Così è stato, del resto, anche per l'italianissima ventiduenne Luana D'Orazio, assunta come apprendista in una fabbrichetta tessile di Prato e poi mandata a morire da sola il 3 maggio scorso negli ingranaggi di un orditoio dopo che - sostengono i periti della Procura - da quel macchinario erano stati levati gli apparati protettivi.
Di Adil Belakhdim, del suo Marocco e della sua lotta per i lavoratori della logistica, ieri abbiamo già saputo molto. Dell'autotrasportatore campano che lo ha ucciso conosciamo ancora poco. Quel che possiamo dire è che lo scenario in cui si è consumata la tragedia che è costata la vita al primo è uno scenario comune. È il mondo della produzione e del trasporto delle merci "hard discount", l'alimentare o gli oggetti per la casa a prezzi bassissimi, che in questi mesi hanno rappresentato la scelta necessaria per tanti espulsi dal mondo del lavoro, ma che possono offrire quei prezzi anche perché applicano un "hard discount" a tutto quello che sta prima dello scaffale del supermercato e che i consumatori non vedono: le materie prime, il costo dei trasporti, gli stipendi degli addetti. E "hard discount", stretta fra la concorrenza dei prezzi dei rivali in Asia e quella dei cinesi di Prato, campioni di autosfruttamento e di elusione delle regole, in fondo era pure la fabbrica tessile dove è stata fatta morire Luana D'Orazio.
Al netto dei diritti violati in nome della produttività e del profitto o dei comportamenti che implicano scientemente la possibilità di commettere un omicidio - sarà la magistratura a pronunciarsi sui singoli casi - ciò che è accaduto ieri a Biandrate non è certo un episodio isolato. Da settimane e mesi si combatte - senza che finora ci fosse scappato il morto - una guerra tra poveri per il lavoro in quelli che ci appaiono i margini del sistema produttivo e che invece stanno molto più al centro, molto più vicini agli scaffali dei supermercati e ai nostri consumi, di quanto pensiamo e fanno parte di un tessuto comune della nostra società. Anche ieri Mario Draghi - a Barcellona per un incontro con il suo omologo spagnolo - ha parlato di "coesione sociale", della necessità che i soldi e i progetti del Recovery Fund servano anche a ricementare quello che prima la crisi economica di oltre un decennio e poi la pandemia hanno contribuito a disgregare, aumentando le differenze di reddito e consegnando - stime Istat - 5,6 milioni di persone a un livello di consumi che sta sotto l'essenziale, sotto la soglia di povertà assoluta.
Quella coesione sociale oggi è ad alto rischio. La fine del blocco dei licenziamenti minaccia, come è ovvio, di acuire le tensioni, di innescare la rabbia di chi si troverà fuori dal sistema produttivo - che siano 70 mila, come calcola l'Ufficio parlamentare di bilancio, o il triplo come prevedeva a dicembre la Banca d'Italia, non è il problema principale - e di mettere subito un'ipoteca pesante su quello che si spera sia un periodo di ripresa dopo una caduta del Pil mai vista nel Dopoguerra.
Congelare i licenziamenti sine die non è possibile. Forse ci potrà essere qualche mediazione ulteriore tra la decisione del governo che darà il via libera alle prime uscite da luglio e le richieste dei sindacati che chiedono una proroga complessiva del blocco fino a settembre, ma il ritorno alla normalità dovrà passare anche dalla possibilità per le imprese di affrontare il tema del lavoro senza i vincoli d'emergenza finora imposti.
Quel che è sicuro, però, è che il salto verso la normalità che ci prepariamo a fare sul fronte della pandemia e della crisi che ne è derivata non può essere un salto nel vuoto per i lavoratori meno garantiti. In sede internazionale gli appelli alla prudenza nel levare i sostegni all'economia risuonano dappertutto. Giovedì ne ha parlato il governatore della Banca d'Italia Ignazio Visco; ieri lo stesso Draghi ha avvisato i "falchi" dell'Unione europea che le politiche di bilancio non possono tornare ad essere restrittive. E il momento che le buone intenzioni enunciate si trasformino in azioni, a partire dalle politiche attive per chi perde il lavoro: un sistema che prevede la possibilità di licenziare deve anche mettere gli espulsi dal mondo del lavoro in condizioni di tornarvi con nuove competenze e opportunità.
sicilianetwork.info, 19 giugno 2021
Stanno per partire a Catania e in tutta la provincia etnea i tirocini lavorativi retribuiti promossi dal progetto Fuori le Mura all'interno dell'azienda Dusty, leader nel settore dell'igiene urbana. Così come prevede il progetto realizzato dalla cooperativa catanese Prospettiva Futuro, con il sostegno di Fondazione con il Sud, inizia il percorso di reinserimento socio-lavorativo di quattro donne, e undici uomini, due dei quali segnalati dall'ufficio di servizio sociale per i minorenni.
L'impegno all'interno di Dusty prevede quattro mesi di lavoro a tempo pieno che sono stati preceduti da un percorso di formazione mirato alla raccolta, al riuso e al riciclo dei rifiuti. Il percorso formativo sta per concludersi anche nelle città di Palermo, Messina e Caltanissetta dove a breve saranno attivati, nelle diverse sedi provinciali dell'azienda, altri tirocini lavorativi.
Con la volontà di costruire una rete territoriale tra impresa, terzo settore e servizio pubblico il progetto Fuori Le Mura ha siglato la partnership con il Centro per l'impiego di Catania diretto dalla dottoressa Salvatrice Rizzo che afferma: "La nostra mission ci avvicina sempre ai soggetti più fragili. Siamo felici quindi di poter dare il nostro contributo all'interno di un progetto così importante, capace di fornire un'occupazione stabile, in un momento complesso come questo, a chi merita una seconda possibilità. Non è facile per chi ha commesso un errore ritrovare posto nella società e noi come centro per l'impiego faremo di tutto per supportare chi ha bisogno di sostegno nel ricostruire la propria vita".
"I primi tirocini saranno avviati nei territori comunali della provincia di Catania dove Dusty effettua il servizio di igiene urbana - afferma l'amministratore Rossella Pezzino de Geronimo - Nel corso dei tre anni previsti dal progetto si proseguirà poi nelle altre province: Caltanissetta, Messina e Palermo. Dusty predilige i progetti inclusivi come questo perché sono uno strumento concreto per superare le diseguaglianze e riabilitare risorse umane. Cambiare una mente attraverso l'istruzione e la comprensione può cambiare in meglio il mondo. Il lavoro nobilita l'uomo ed è per questo che, se tutti gli imprenditori insegnassero un mestiere a chi ha sbagliato, molte più risorse umane potrebbero "rinascere" e guardarsi allo specchio sapendo di avere l'opportunità di ricominciare nella giusta direzione".
Dusty si è impegnata a inserire in azienda 60 candidati in qualità di tirocinanti. Di questi, 50 verranno assunti con un contratto di lavoro a tempo determinato per 6-12 mesi con orario part-time. Ad almeno 5 soggetti che avranno svolto con ottimo esito sia il tirocinio che il rapporto di lavoro, Dusty riserverà un contratto a tempo indeterminato per 24 ore settimanali.
lanuovariviera.it, 19 giugno 2021
"Situazione Covid sotto controllo, ma c'è carenza di personale". Nel corso del sopralluogo, come consuetudine, effettuati diversi colloqui con i detenuti. Secondo appuntamento per il Garante dei diritti dopo la ripresa delle visite in presenza negli istituti penitenziari delle Marche. In agenda il sopralluogo presso la Casa circondariale di Marino del Tronto ad Ascoli Piceno, dove ha incontrato il direttore Eleonora Consoli e gli attuali responsabili della polizia penitenziaria e dell'area trattamentale. Un confronto diretto che ha permesso di mettere in luce vecchie e nuove criticità.
"La carenza di personale - specifica Giulianelli - investe diversi fronti. A risentirne sono soprattutto la polizia penitenziaria, l'area trattamentale e quella medica. Proprio su quest'ultimo aspetto abbiamo più volte posto l'attenzione, anche attraverso la dovuta informativa al Prap. Per quanto riguarda l'emergenza da Coronavirus si registra, comunque, una situazione sotto controllo con vaccinazioni effettuate a largo raggio".
Il Garante non manca di evidenziare carenze per quanto concerne l'adeguamento dell'edificio alle mutate esigenze dopo la chiusura del 41 Bis, sezione rimasta operativa fino al 2018 e destinata al circuito dei detenuti in regime di massima sicurezza. "Un problema che - sottolinea - va ad incidere sulla vivibilità dei luoghi per i quali si ravvisa la necessità di importanti interventi strutturali".
Nel corso del sopralluogo, come consuetudine, effettuati diversi colloqui con i detenuti. Intanto, nei giorni scorsi proprio l'attuale situazione sanitaria negli istituti penitenziari marchigiani è stata posta in primo piano nel corso dell'incontro a cui hanno partecipato il Garante Giancarlo Giulianelli; il coordinatore dell'Osservatorio permanente della sanità penitenziaria, Filippo Masera; il responsabile dei servizi sanitari in carcere, Franco Dolcini e la dirigente Sanità della Regione Marche, Lucia Di Furia. Un primo confronto a tutto campo, nell'ambito del quale Giulianelli ha rappresentato le maggiori criticità riscontrate nei primi mesi del suo mandato.
valdinievoleoggi.it, 19 giugno 2021
Nell'ultima seduta del consiglio regionale della Toscana è stata approvata una proposta di risoluzione che esprime apprezzamento per i risultati conseguiti dal garante regionale delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale. Dal momento dello scoppio della pandemia, si sono vissuti quindici mesi davvero molto problematici all'interno delle carceri toscane e, ovviamente, anche a Pistoia perché sono stati compromessi i percorsi di riabilitazione attraverso la limitazione degli ingressi esterni, utili per portare avanti progetti di supporto da sempre realizzati con il fondamentale sostegno del mondo del volontariato.
Il dossier ha posto in evidenza anche gli ultimi dati aggiornati sulla situazione della struttura di via dei Macelli a Pistoia: al 31 dicembre erano presenti 74 detenuti, e di questi 44 stranieri, su una capienza complessiva a regime di 56 persone e, nel corso dell'anno passato, si sono registrati anche ben trentacinque atti di autolesionismo. Sempre nel report, risalente allo scorso marzo, si segnala che a Pistoia, oltre al garante, mancano purtroppo anche gli educatori: quelli regolamentari sarebbero due, al momento entrambi assenti (uno in malattia, l'altro in congedo ex legge 104), evidenziando come questa sia davvero una delle questioni più rilevanti unitamente ai problemi emersi per la gestione e le comunicazioni verso l'esterno durante la fase di emergenza.
"Questo report annuale - ha commentato la consigliera regionale del Partito Democratico, Federica Fratoni - ci presenta una fotografia preziosa, ricca di elementi sui quali indagare al meglio: dai numeri del sistema penitenziario, alle istanze ricevute dai detenuti e da altri soggetti privati della libertà personale, al monitoraggio dei tso effettuati, alla ricerca sul tema dell'affettività in carcere.
Non può che essere condivisibile il richiamo e la sollecitazione rivolta ai Comuni da parte del garante, avvocato Fanfani, per la copertura di questo ruolo delicato ed estremamente importante. Pistoia è in grave ritardo: solo recentemente, e grazie in particolar modo agli appelli dei gruppi consiliari di opposizione, ha modificato il regolamento ma adesso mi auguro che si proceda speditamente verso la sua nomina".
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