di Gian Antonio Stella
Corriere della Sera, 3 agosto 2021
Il culmine fu nella notte tra il 2 e 3 agosto 1944 ad Auschwitz: tremila, tra sinti e rom, furono massacrati. Spesso ai colpevoli di quelle stragi furono inflitte pene irrisorie. "Ricordo che quella mattina il primo pensiero fu quello di andare a dare uno sguardo al di là del filo spinato. Non c'era più nessuno, c'era solo silenzio... Ci bastò dare un'occhiata ai camini dei forni crematori che andavano al massimo della potenza per capire che quella notte, tutti, tutti gli zingari di quello che chiamavano lo Zigeunerlager erano stati assassinati. Tutti...".
Piero Terracina, uno degli ultimi testimoni della Shoah, sopravvissuto ad Auschwitz, morto un paio d'anni fa, aveva un groppo in gola quando tornava a parlare di quell'alba lontana. Conosceva bene quel campo al di là del reticolato: "Era denominato lo Zigeunerlager, il lager degli zingari. (...) C'era tanta vita, noi avevamo un colore quasi unico, eravamo vestiti con quella specie di pigiami a righe, dall'altra parte avevano conservato i loro abiti, quindi tanto colore, avevano conservato i capelli, noi eravamo completamente rasati a zero, c'era un'enormità, tantissimi bambini...". Finché, la notte prima, lui e gli altri prigionieri ebrei avevano sentito i camion, l'arrivo di reparti tedeschi, i cani che abbaiavano rabbiosi, le urla delle donne, il pianto disperato dei piccoli: "Poi all'improvviso, dopo più di due ore, silenzio. Non si sentiva più niente". Solo il vento che faceva sbattere porte delle camerate totalmente svuotate: "Il ricordo di quelle porte che battevano con il vento e non c'era nessuno che le fermasse mi è rimasto dentro...".
Furono tremila su trentamila, secondo un dossier della storica francese Henriette Asséo sulla rivista "Etudes Tsiganes", i rom sopravvissuti ad Auschwitz. Un decimo. Tutti gli altri morirono di fame, di stenti, di freddo o "passati il camino" come quei 2.998, "soprattutto donne e bambini piccoli", decimati quella notte tra il 2 e il 3 agosto del 1944. Ed è quella appunto, dal 2015 (solo dal 2015: dopo decenni di imbarazzi e rimozioni), la data scelta per la Giornata europea di commemorazione del genocidio dei gitani. Che molti ricordano come il Porrajmos ("lo stupro" o "il divoramento", ma il termine è contestato), altri come il Samudaripen: lo sterminio.
Quanti furono gli zingari (altra parola contestatissima per quanto usata con rispetto e affetto dagli ultimi Papi a partire da Paolo VI, da giornalisti come Orio Vergani, da musicisti come Enzo Jannacci...) spazzati via nell'ondata di odio razzista parallela a quella vissuta dagli ebrei? Difficile rispondere. Il polacco Tadeusz Joachimowski, racconta Luca Bravi nel libro Attraversare Auschwitz. Storie di rom e sinti: identità, memorie, antiziganismo, a cura di Eva Rizzin (Gangemi), era il prigioniero incaricato di segnare su due libri gli ingressi di sinti e rom, maschi, femmine, bambini. Un attimo prima che i nazisti si ritirassero sotto l'avanzata dei russi dopo aver cercato d'occultare le tracce della loro ferocia, riuscì a nascondere i volumi avvolti negli stracci in un secchio sepolto sottoterra: dovevano essere salvati. Proprio perché a fronte dell'immensa mole di ricordi, libri, lettere, filmati, deposizioni processuali della Shoah, il "popolo viaggiante" ha conservato del genocidio subìto molto poco...
Questo vecchio secchio restituì appunto un paio di migliaia di nomi. Ma gli altri? Quanti furono, gli assassinati? C'è chi sostiene: da duecentomila a un milione. Ipotesi. "Diciamo che convenzionalmente si pensa a mezzo milione di vittime", risponde lo storico Leonardo Piesare, autore di più libri sul tema tra cui I rom d'Europa (Laterza). "Ma è quasi impossibile contarle, ormai. La larga maggioranza non era in grado di lasciare resoconti scritti. I documenti sovietici desecretati, inoltre, rivelano come i nazisti, nell'Europa dell'Est conquistata, annientassero al passaggio interi villaggi, spesso di sinti e rom stanziali, contadini già colpiti dalla repressione di Stalin".
Non bastasse, accusa la Treccani, pesarono sulle stragi i pregiudizi storici: "Anche a Norimberga non fu riconosciuto il carattere razziale del genocidio e nessun parente delle vittime fu quindi risarcito". Di più: agli eccidi pianificati da Heinrich Himmler (che peraltro aveva deciso inizialmente di stralciare la sorte di un po' di "ariani puri" appartenenti in teoria allo stesso ceppo di lontane origini indiane dei tedeschi, ma da non confondere coi "meticci") presero parte volenterosi assassini, cittadini comuni che si sentivano autorizzati dalle leggi hitleriane a macellare ogni zingaro dei dintorni. Una strage. Dai numeri incalcolabili.
Erano secoli, del resto, che in Europa arrivavano ondate di "permessi" di quel genere. Basti citarne, tra i tanti, uno nostrano. Della Serenissima Repubblica di Venezia, che nel 1558 stabilì che chi avesse consegnato alle autorità uno zingaro ricevesse dieci ducati "possendo etiam li detti Cingani, così homini come femmine, che saranno ritrovati nei Territori Nostri esser impune ammazati, si che gli interfettori (gli assassini, ndr) per tali homicidi non abbino ad incorrer in alcuna pena". Incoraggiamenti, diffusi, alle cacce all'uomo.
Basate, come nel caso dello sterminio dei disabili, sulla autorizzazione ai medici a "concedere una morte pietosa" a chi viveva "vite indegne di essere vissute". Compresi non solo i non autosufficienti colpiti dalle patologie più invalidanti, ma anche quanti erano bollati come inutili e incorreggibili. Tipo Ernst Lossa, un ragazzino rom "eutanizzato" perché "troppo vivace" (ne parlano il libro Nebbia in agosto di Robert Domes, Mondadori, e il racconto teatrale Ausmerzen di Marco Paolini) nel manicomio di Irsee, a un'ottantina di chilometri da Monaco. Dov'era caposala la famigerata Mina Wöhrle, l'infermiera nazista condannata per 210 omicidi ("Ho solo eseguito gli ordini") a diciotto mesi di carcere. Due giorni e mezzo di galera a delitto. Per non dire del primario, Valentin Faltlhauser, teorico della soppressione a basso prezzo "per fame" e degli esperimenti sui bambini: tre anni. Evaporati con la concessione della grazia.
Il tutto, come ricorda la storica Henriette Asséo, nonostante nessun medico fosse "mai stato obbligato a partecipare" ai "più spaventosi esperimenti". A partire da quelli prediletti da Joseph Mengele, sugli "zingari gemelli". Racconta Rita Prigmore, un'anziana sopravvissuta bavarese di etnia sinti nel libro curato da Eva Rizzin: "Il 3 marzo 1943, siamo nate mia sorella Rolanda ed io. Subito dopo la nascita gli uomini della Gestapo vennero a prenderci e ci portarono in un ospedale. Werner Heyde ci sottopose a esperimenti medici. Mia mamma era spaventata e non poteva reggere quella situazione di angoscia e di paura... Così entrò nell'ospedale dove eravamo rinchiuse e, dopo molte insistenze, riuscì a convincere un'infermiera che le mostrò solo me. Mia madre insistette per vedere anche mia sorella Rolanda. L'infermiera cercò di resistere, di negarsi, ma alla fine la portò in bagno e le indicò il corpicino di Rolanda steso sul fondo di una vasca da bagno: era morta. I medici le avevano fatto delle iniezioni di inchiostro negli occhi per tentare di cambiarle il colore...".
di Ornella Favero*
Ristretti Orizzonti, 2 agosto 2021
Carcere e ospedali: quanto contano l'ascolto e la comunicazione
Ho avuto di recente un'esperienza difficile di malattia e di ospedale, e la voglio raccontare. Prima di tutto per un motivo "futile", che è la consapevolezza di come funziona quel passaparola tra detenuti, e spesso anche operatori, che fa circolare le "notizie" nei luoghi di privazione della libertà e che viene definito spesso "radio carcere". Essendo il carcere un luogo ancora poco trasparente, al suo interno si sviluppa di frequente una capacità, amplificata rispetto al mondo "libero", di stravolgere tante notizie che arrivano dall'esterno. Ecco, su di me preferisco essere io a darle, le notizie, e a cominciare così a spezzare la CATENA DELLA CATTIVA INFORMAZIONE.
di Davide Varì
Il Dubbio, 2 agosto 2021
Bocciate le pregiudiziali di costituzionalità alla riforma del processo penale con 357 voti contrari, 48 i favorevoli. Domani si dovrebbe votare la fiducia e martedì il via libera finale. La riforma della giustizia, licenziata venerdì dalla Commissione Giustizia, è arrivata a Montecitorio. Il dibattitto su due maxi-emendamenti al provvedimento è stato preceduto dal voto sulle pregiudiziali di costituzionalità presentate dalle opposizioni. Pregiudiziali che sono state bocciate dall'aula con 357 voti contrari e 48 favorevoli. L'intenzione del governo di chiedere il voto di fiducia già in serata, da votare domani. Martedì il via libera finale al provvedimento.
di Luca Muleo
Corriere della Sera, 2 agosto 2021
L'associazione: nemmeno il Covid ha ridotto il sovraffollamento. "Neanche la pandemia ha saputo azzerare il sovraffollamento". È una delle prime conclusioni che introducono i risultati del rapporto Antigone, l'associazione che ogni anno fornisce il suo monitoraggio sulle condizioni di detenzione nelle carceri italiane. I numeri raccontano come a una riduzione fisiologica legata al Covid, nell'ultimo trimestre in cui è stata effettuata la rilevazione, da dicembre 2020 a marzo 2021, siano tornati a salire. E la Dozza di Bologna sembra non fare eccezione trovandosi al quindicesimo posto tra le venti carceri del paese con maggior tasso di sovraffollamento. Se il dato nazionale si attesta al 106,2% contro il 98% ritenuto fisiologico per un sistema che sia pronto a garantire sempre un numero di posti liberi, a Bologna il tasso raggiunge il 149,2% con 746 detenuti per 500 posti, peggio di Regina Coeli a Roma, o Catania e Bari. Mentre la regione è sesta al 109,25% con 3270 presenze su 2993 posti.
di Silvio Buzzanca
La Repubblica, 2 agosto 2021
Il via libera definitivo alla riforma domani dopo l'esame degli ordini del giorno e il sì finale al provvedimento. Il testo poi passa al Senato. Attesa per verificare il dissenso grillino dopo le assenze di ieri sulle pregiudiziali. Lunedì mattina tranquilla a Montecitorio. Saloni vuoti, buvette deserta, addetti alle pulizie in azione per rimettere ordine dopo la tumultuosa seduta notturna di ieri. Ma ci si prepara a trascorrere la nottata in aula. Ieri infatti alle 22,30 il governo ha posto la questione di fiducia sulla riforma della giustizia targata Marta Cartabia e Mario Draghi e stasera alla stessa ora cominceranno le votazioni che andranno avanti nella notte.
di Iuri Maria Prado
Il Riformista, 2 agosto 2021
Ma che cosa pensa il magistrato del proprio provvedimento che tiene in prigione una donna e il suo bambino? Ci sono tre ipotesi, mi pare. La prima: pensa che sia giusto, e cioè che sia appropriata la legge che, suo tramite, realizza quell'abominio. Se è così, credo sia esatto tenerlo per aguzzino, perché non si vede come considerare altrimenti uno che imprigiona quell'innocente.
di Matteo Pucciarelli
La Repubblica, 2 agosto 2021
L'ex presidente del Consiglio difende l'intesa sul testo Cartabia: "È stata una vittoria". E si scaglia contro Melicchio che vota con l'opposizione. Toninelli insiste: meglio consultare gli iscritti. In assemblea coi parlamentari Giuseppe Conte se la prende con i disidenti e difende a spada tratta l'accordo di giovedì scorso in Consiglio dei ministri, "è stata una vittoria". Lo fa anche Alfonso Bonafede ("voterò sì alla fiducia e lo farò con grande orgoglio"), l'ex ministro della Giustizia la cui riforma è stata cestinata - a sentire le dichiarazioni pubbliche di esponenti di Lega, Forza Italia e Italia Viva - e che invece, parola dello stesso ex presidente del Consiglio, "è per tre quarti sovrapponibile a quella di Marta Cartabia".
L'assemblea degli eletti del M5S alla fine promuove il lavoro del proprio (quasi) presidente del partito, anche se alla storia dei "tre quarti" sono in pochi a dar credito. Sui reati ambientali, ad esempio, sono stati i deputati della commissione Ambiente a chiedere ulteriori allargamenti temporali nei processi, ma è praticamente impossibile fare altre modifiche al testo, così anche sulla gestione del decreto semplificazioni c'è stata qualche lamentela. Danilo Toninelli ha ribadito che avrebbe preferito far vidimare l'accordo dagli iscritti con una votazione sulla nuova piattaforma ("la riforma rimane la riforma Bonafede e quindi non tradiamo nessun valore e non tradiamo nessun principio. Non possiamo presentarci e svolgere l'attività politica, istituzionale e di governo se ogni volta dobbiamo passare per il voto sul web", la replica di Conte).
Una sola deputata invece ha spiegato che no, difficilmente dirà sì in aula, oggi o domani, al voto di fiducia. "Sono in difficoltà. Ci sono stati miglioramenti ma questo testo resta un abominio. Con questo non voglio mancare di rispetto alle persone che si sono impegnate per migliorare la riforma e a chi ha più competenze ma sono molto in difficoltà anche se non mi sono mai permessa di uscire con dichiarazioni su questo mio disagio", le parole di Antonella Papiro.
Dopodiché c'è un dato che ieri ha fatto preoccupare Conte, cioè l'assenza in aula alla Camera di una quarantina di deputati del Movimento, un quarto del gruppo, al voto sulla pregiudiziale di costituzionalità proposta dagli ex 5S di "L'Alternativa C'è". Nomi anche di peso, come Giulia Sarti, che poi però a inizio discussione ha illustrato la riforma; ma pure l'ex sottosegretario alla Giustizia Vittorio Ferraresi, l'ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio del governo Conte Riccardo Fraccaro. "È vero che era domenica, che la nostra presenza non era fondamentale, ma noi la nostra forza la dimostriamo con la compattezza. Chi vuole bene al M5S partecipa alle votazioni ed ai processi decisori compattamente, esprimendo la nostra linea", ha sottolineato.
E all'unico voto interno in dissenso sulle pregiudiziali, quello di Alessandro Melicchio, altro rimprovero: "Hai mancato di rispetto a tutti i tuoi colleghi ed è arrogante e presuntuoso pensare che la tua coscienza sia più importante di quella collettiva e dei tuoi colleghi. D'ora in poi queste cose devono cambiare". Posto che comunque altri gruppi (Forza Italia, Italia Viva, il misto) hanno avuti tassi di presenza ancora più bassi, e la Lega molto simili a quelli dei 5 Stelle. Segnale di ammutinamento in vista della fiducia che si voterà oggi? Nel Movimento assicurano di no. "Ero al matrimonio della mia migliore amica - assicura ad esempio Vittoria Baldino, una dei non presenti a Montecitorio - e peraltro penso che la presenza del M5S sia stata determinante per evitare una moria di processi. Conte ha fatto un ottimo lavoro. Al governo ha dimostrato ampie doti di mediatore, ora determinazione".
Oggi e domani comunque sarà una doppia giornata di voto per il Movimento. Non solo sulla riforma della giustizia, ma anche per la modifica dello Statuto e che istituisce la figura del presidente, Conte per l'appunto. Problemi non ce ne saranno, se non per il quorum. Infatti la modifica passerà solo se parteciperà la maggioranza assoluta degli iscritti, altrimenti si dovrà andare in seconda convocazione, il 5-6 agosto, dove basterà la maggioranza semplice
di Federico Capurso
La Stampa, 2 agosto 2021
Domenica d'agosto inedita a Montecitorio, in tanti scelgono il mare. Quarantuno grillini non si presentano, il leader li striglia. La Giustizia, le Olimpiadi o le vacanze? Per un giorno diventa difficile dire quale sia l'ordine delle priorità dei nostri deputati, costretti - pur di iniziare la discussione della riforma Cartabia - a presentarsi alla Camera sotto il sole sahariano della prima domenica d'agosto. Quando il presidente della Camera Roberto Fico dà il via alla giornata, alle 14, la prima impressione è che in tanti abbiano preferito il mare. Forza Italia e il gruppo Misto sono praticamente dimezzati, a Italia viva manca un deputato su tre, e i Cinque stelle, dopo le recenti fibrillazioni, contano 41 assenti ingiustificati. O meglio, le giustificazioni date non sembrano essere proprio inattaccabili. In tre sono a un matrimonio, una decina ha "problemi logistici", e dei rimanenti "alcuni non si sono presentati perché avevano impegni sui territori - fanno sapere dal direttivo M5S - Altri invece non hanno dato spiegazioni. Ma questa, in fondo, non è la nostra riforma".
Per quanto indigesta, a Giuseppe Conte non è "affatto piaciuto" l'atteggiamento mostrato dai deputati e li striglia: "È vero che era domenica, che la nostra presenza non era fondamentale, ma noi la nostra forza politica la dimostriamo con la compattezza". Peccato che per fare la ramanzina sull'eccepibile comportamento dei suoi, Conte decida di convocare un'assemblea dei parlamentari mentre l'Aula a Montecitorio è ancora riunita. E infatti i deputati, per seguire la riunione di partito, devono mettere da parte i lavori parlamentari, infilare le cuffiette e connettersi su Zoom. Non che prima, all'interno della Camera, il livello dell'attenzione generale fosse altissimo. Deputati di ogni schieramento hanno già da un pezzo gli occhi fissi sugli schermi dei telefonini, intenti a seguire le Olimpiadi. Un po' come Fantozzi, alla proiezione della Corazzata Potemkin con la radiolina nascosta per non perdersi Italia-Inghilterra.
Si potrebbe cronometrare il tempo che separa lo storico doppio oro olimpico, ottenuto per il salto in alto e i cento metri, dal momento dell'ovazione scattata a Montecitorio. Questione di secondi e giù urla e applausi. C'è anche chi se l'è perso, come il vice-capogruppo dei Cinque stelle Riccardo Ricciardi, che esce infuriato in cortile: "Possibile che la Rai, nel 2021, non faccia vedere le Olimpiadi in streaming?". Avrebbe dovuto fare come il suo collega Simone Valente, che fa segno di essere occupato a chi si avvicina, mostrando il cellulare: "Telefonata? No, sto vedendo la diretta su Eurosport". Le vie dello streaming sono infinite, ma in fondo Valente, da ex sottosegretario allo Sport, è comprensibile che le percorra. Anche la deputata di Fratelli d'Italia Rachele Silvestri, ascolana, è occupata: "Sta per partire la Quintana, ho un groppo allo stomaco", dice al suo capogruppo, Francesco Lollobrigida.
I meloniani, a metà pomeriggio, si riposano. La loro raffica di richiami al regolamento è stata respinta, a fatica, dal presidente della Camera Roberto Fico, così come la richiesta di voto segreto sulle pregiudiziali di costituzionalità. Fico "ha perso anche troppo tempo", borbottano i "veterani" del Pd: "Un'ora e mezza a spiegare e a rievocare il caso del voto segreto sul green pass". Volano, tra i loro banchi, battutine sarcastiche: "Fico sta trattando questioni fon-da-men-ta-li, ma non potremmo discuterne in un altro momento?". Ad Alessandro Melicchio, M5S, le pregiudiziali invece interessano, perché è l'unico della maggioranza a votare a favore: "Vedo criticità di tipo costituzionale e il testo nel complesso non mi piace, nonostante Conte e i ministri M5S lo abbiano migliorato", dice a La Stampa.
Però vuole rassicurare i suoi: "Non è in discussione il mio voto favorevole sulla fiducia". Ci provano gli ex M5s di Alternativa c'è a smorzare l'atmosfera da infradito, occupando i banchi del governo in segno di protesta quando il ministro per i rapporti con in Parlamento Federico D'Incà pone la fiducia sulla riforma (si voterà oggi). Ma è un lampo. Poi si può tornare a pianificare le vacanze. Tanto che un gruppo di quattro leghisti si sparpaglia in cortile e ognuno, con lo smartphone, partecipa alla videochiamata con una collega rimasta a casa malata: "Tranquilla, non ti stai perdendo nulla".
di Gian Domenico Caiazza
Il Riformista, 2 agosto 2021
Non facciamoci distrarre dal penoso teatrino politico andato in scena in questi ultimi giorni a proposito di "riforma della giustizia penale". Disinteressiamoci delle bandierine pateticamente piazzate da tutti in ogni dove, e di improbabili leader che pretenderebbero di costruire su simili cialtronerie nientedimeno che la propria nuova avventura politica (auguri!). Salutiamo con la dovuta soddisfazione la fine dell'era Bonafede e del suo fanatico culto dell'"imputato a vita" come cifra -pensa te- di una giustizia finalmente equa e "uguale per tutti" (?!). Investiamo tutte le nostre incerte speranze sul fatto che i soldi arrivino davvero, e che possano finalmente essere spesi per rinnovare profondamente le strutture collassate della amministrazione della giustizia penale, vera e principale causa della irragionevole durata dei processi in Italia.
Concentriamoci invece su ciò che davvero questa vicenda, sedimentatasi in particolare intorno al tema della prescrizione, ci ha ancora una volta drammaticamente confermato. Si faccia finalmente uno sforzo coraggioso (il fondo di Paolo Mieli sul Corsera lascia baluginare qualche scampolo di speranza) da parte dei media e di qualche leader politico meno conformista e giudiziariamente non intimidito, per lanciare seriamente una profonda riflessione sulla vera emergenza democratica di questo Paese. Vale a dire l'anomalo, indebito, incostituzionale potere di interdizione e condizionamento che la Magistratura italiana esercita nei confronti del Parlamento e del Governo in materia di legislazione penale.
La umiliante condizione nella quale versa la nostra malferma democrazia è chiarissima: se alla Magistratura non piace una legge in materia penale ed in materia di ordinamento giudiziario, quella legge non si fa. O altrimenti - se il Governo, come in questa ultima vicenda, oppone una seppur ossequiosa resistenza, va riscritta quanto più possibile nei sensi brutalmente indicati dalle bocche di fuoco mediatiche che puntualmente, e con accorta strategia, fanno partire l'immancabile cannoneggiamento.
Non raccontiamoci la storiella della libera manifestazione di pensiero che la magistratura rivendica. Se un magistrato di Procura ai vertici dell'Antimafia si permette di dire, per di più contro ogni logica ed ogni effettiva realtà giudiziaria, ma con la forza micidiale che gli deriva dallo scranno, che una legge in gestazione tra Governo della Repubblica e Parlamento sovrani "mette in pericolo la sicurezza nazionale", e quell'altro Procuratore simbolo, nello stesso giorno, che "migliaia" di mafiosi rimarranno impuniti, siamo semplicemente in presenza di un protervo tentativo di indebito condizionamento del potere legislativo e di quello esecutivo da parte di un potere - quello giudiziario - il cui compito costituzionale è di applicare la legge, ossequiandola fedelmente, non di scriverla.
D'altro canto, pretendere - per capirci - che il Capo dello Stato non rilasci interviste sul merito di una legge mentre essa è in discussione in Parlamento, non ha nulla a che fare con la limitazione della libertà di manifestazione del pensiero del Capo dello Stato, ma ha molto a che fare con la intangibilità degli equilibri costituzionali. Se poi si aggiungono al cannoneggiamento mediatico di cui sopra i pareri del Csm e - sopra ogni altra cosa - il lavoro quotidiano, tecnicamente dettagliato e perciò sostanzialmente incontrollabile, della legione di magistrati militarmente distaccati presso il Ministero di Giustizia, il quadro è completo e chiarissimo, per chi non voglia foderarsi gli occhi di prosciutto. Chi nutrisse ancora qualche dubbio sulla sistematica progettazione, attraverso quei distacchi, del condizionamento del Ministro di Giustizia di turno, legga la documentata testimonianza di Luca Palamara. Siamo l'unico Paese al mondo nel quale accade una vergogna del genere. Unico in tutto il mondo, non so se sono stato chiaro.
Dunque, possiamo finalmente sperare, quando avremo finito di ascoltare minacciose assurdità sui processi in fumo di mafia e di droga (cioè, come è a tutti noto, gli unici processi che in Italia si celebrano da sempre in tempi imparagonabilmente inferiori alla media di tutti gli altri, perché nella quasi totalità con imputati detenuti e dunque entro i termini di scadenza della custodia cautelare), che qualcuno ci ascolti? Occorre porre fine a questa inconcepibile anomalia democratica, che da decenni condiziona, in tema di giustizia penale e di ordinamento giudiziario, la sovranità della politica democraticamente eletta ad opera di una burocrazia intoccabile, mai responsabile dei propri atti, e come se non bastasse addirittura distaccata ad occupare fisicamente, tecnicamente e politicamente il potere esecutivo lì a via Arenula, al Ministero di Giustizia.
Avanti, dunque, con la separazione delle carriere (quella vera, perché della separazione delle funzioni, già pressoché in atto nella realtà, non ce ne facciamo nulla), e con il divieto di distacco dei magistrati presso il potere esecutivo: questa è la strada maestra dell'unica, vera, indispensabile riforma liberale della giustizia penale, in grado di restituire al Paese gli equilibri costituzionali e democratici tra poteri dello Stato, da troppo tempo perduti.
di Valentina Maglione
Il Sole 24 Ore, 2 agosto 2021
Verso la riforma. Il testo all'esame della Camera incarica un altro magistrato di valutare prima le richieste dei Pm per ridurre carichi e arretrati. Si avvicina l'udienza filtro per i giudizi a citazione diretta di fronte al tribunale monocratico. È una delle novità previste dalla riforma del processo penale, che prova così a offrire una cura a uno dei settori della giurisdizione penale più in sofferenza, soprattutto in termini di arretrato (cresciuto del 41,1% in dieci anni, mentre quello delle pendenze penali totali è sceso del 5,2%).
La norma è contenuta nel testo approvato venerdì scorso dalla commissione Giustizia della Camera. A dettagliarla è uno degli emendamenti presentati dal Governo in base alle proposte in Commissione - voluta dalla ministra della Giustizia Marta Cartabia, e presieduta da Giorgio Lattanzi. Ma l'accordo raggiunto in seno alla maggioranza - su questo punto, a differenza di altri, a partire dalle norme sull'improcedibilità - ha sostanzialmente confermato l'impianto del disegno di legge delega approvato quando ministro era Alfonso Bonafede.
L'udienza filtro non ha solo finalità deflattive, ma punta anche a evitare il dibattimento se non necessario perché, come spiega la relazione della commissione Lattanzi, "il dibattimento per chi è costretto a subirlo costituisce già di per sé una "pena", che non deve essere inflitta se ne mancano le ragioni".
La modifica è stata pensata a partire dall'alto numero delle assoluzioni nei giudizi di primo grado: l'incidenza delle condanne sui definiti, negli anni 2015- 2019, è pari in media al 41% del totale. Ma la norma, secondo gli operatori, non è esente da criticità. La "citazione diretta" Il rito monocratico (in cui cioè la decisione spetta a un solo giudice) a citazione diretta è quello riservato ai reati meno gravi. Sono quelli previsti dall'articolo 550 del Codice di procedura penale: le contravvenzioni e i delitti puniti con la pena della reclusione non superiore a quattro anni nel massimo o con la multa, oltre ad altri reati individuati puntualmente, come rissa aggravata, furto aggravato, lesioni personali stradali.
In questi casi, oggi il processo si instaura senza che sia preceduto da una richiesta di rinvio a giudizio da parte del pubblico ministero, con la conseguente fissazione dell'udienza preliminare. È l'ipotesi di fatto più frequente. E la riforma prevede di ampliare ancora il raggio della citazione diretta ai reati con pena fino a sei anni, che non presentino rilevanti difficoltà di accertamento. L'udienza predibattimentale In questi procedimenti a citazione diretta, la riforma propone di introdurre un'udienza predibattimentale in camera di consiglio, di fronte a un giudice diverso da quello davanti al quale si dovrà eventualmente celebrare il dibattimento.
In questa udienza il giudice avrà, di fatto, il ruolo di filtrare le citazioni dirette formulate dal Pm, per verificare l'effettiva necessità della celebrazione del dibattimento. Così, se il processo non è definito con un procedimento speciale, il giudice sarà chiamato a valutare, sulla base degli atti contenuti nel fascicolo del Pm, se sussistono le condizioni per pronunciare sentenza di non luogo a procedere perché gli elementi acquisiti non consentono una ragionevole previsione di condanna. Altrimenti, il giudice fisserà la data per una nuova udienza per l'apertura del dibattimento, da tenere non prima di 20 giorni di fronte a un altro giudice.
Nel parere sulla riforma approvato giovedì scorso dal plenum, il Csm ha valutato positivamente gli obiettivi e le potenzialità deflattive dell'udienza filtro ma ha anche sollevato preoccupazioni sulle ricadute organizzative, perché la "doverosa previsione" per cui il dibattimento si dovrà svolgere di fronte a un giudice diverso da quello dell'udienza filtro aumenterà le ipotesi di incompatibilità, con problemi soprattutto nei tribunali più piccoli. Netti, invece, nei loro pareri sulla riforma, gli avvocati dell'Unione delle Camere penali, per cui la previsione di un'udienza filtro rischia di appesantire i meccanismi processuali.
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