di Marco Belli
gnewsonline.it, 16 novembre 2021
Sono quasi 10 mila in Italia, su una popolazione detenuta di circa 54 mila unità, i reclusi appartenenti al circuito dell'alta sicurezza. Di questi, 749 sono sottoposti al regime speciale previsto dall'art. 41-bis dell'Ordinamento Penitenziario: sono ristretti in 12 istituti penitenziari e fra loro si contano 13 donne.
di Angela Stella
Il Riformista, 16 novembre 2021
Il giudice di sorveglianza da Sassari a Nuoro: "incompatibilità ambientale". La decisione per una telefonata intercettata con un avvocato sotto indagine. Il Csm ha aperto un procedimento disciplinare. Il dottor Riccardo De Vito, magistrato di sorveglianza e ex Presidente di Magistratura Democratica fino a qualche mese fa, è stato trasferito dal Tribunale di Sorveglianza di Sassari in un altro ufficio del settore civile a Nuoro.
A darne notizia è stata l'Unione Sarda: all'origine di tutto una telefonata intercettata tra lui e un avvocato penalista sotto indagine, con un trojan inoculato nel telefono. Non si conoscono i dettagli della conversazione ma appena il Csm è stato informato del contenuto dell'intercettazione ha disposto il trasferimento per "incompatibilità ambientale" e aperto un procedimento disciplinare nei confronti di De Vito. Come è noto il Tribunale di Sorveglianza di Sassari è competente per le richieste di benefici dei reclusi nel carcere di Bancali, che ospita molti detenuti al 41-bis. Secondo l'Unione Sarda, essendo l'avvocato intercettato legale di alcune persone rinchiuse al carcere duro, probabilmente l'oggetto della chiamata potrebbe riguardare una richiesta di differimento pena o di altri benefici. Ma siamo nel campo delle ipotesi.
Quello che si è appurato fino ad ora è che è stato lo stesso dottor De Vito a richiedere il trasferimento a Nuoro appena interpellato dal Csm. Ha già dato mandato ad un suo collega che lo assisterà dinanzi alla sezione disciplinare e ha fatto sapere che non ha concesso favoritismi, anzi in passato ha respinto anche delle richieste del legale. Comunque parlerà a tempo debito a Palazzo dei Marescialli. Le persone che lo conoscono si dicono profondamente dispiaciute per lui sul piano umano e professionale e confermano la stima nei suoi riguardi.
L'associazione radicale Nessuno tocchi Caino "conosce de Vito e gli manifesta piena fiducia e stima. Ha partecipato al nostro ultimo Congresso nel carcere di Opera a Milano e lo abbiamo invitato anche al prossimo del 17 e 18 dicembre. È un magistrato che rivendica autonomia e indipendenza della magistratura dal potere politico ma non accetta che la giurisdizione si spinga oltre i suoi confini, sconfinando in ambiti non propri. In uno splendido intervento ha spiegato come "solo un magistrato di sorveglianza vicino ai detenuti può essere in grado di agire come vero mediatore tra il potere che punisce e l'essere umano che cerca di rieducarsi".
Insomma un magistrato che se chiamato a decidere la scarcerazione di un boss per motivi di salute non ha dubbi: al cupo e maldicente mormorio delle Erinni preferisce l'ascolto della sua coscienza specchio della legge fondamentale che considera sacro il diritto alla salute di ogni individuo". Quello che viene da pensare, anche se non lo si può dimostrare, è che il dottor De Vito sia stato in qualche modo punito per il modo in cui ha gestito il caso di Pasquale Zagaria. Come vi abbiamo raccontato da queste pagine De Vito l'anno scorso, durante i mesi più difficili della pandemia, ha autorizzato la detenzione domiciliare per motivi di salute a Pasquale Zagaria, fratello del capoclan dei casalesi.
Ne sono nate polemiche feroci, soprattutto da parte di alcuni magistrati requirenti antimafia che sono andati in televisione a demonizzare questa scelta che invece era rispettosa dei principi costituzionali. Anzi, come ha stabilito un gip nei mesi successivi, Zagaria ha trascorso in carcere più mesi del dovuto, per un errato calcolo della pena. De Vito inoltre, insieme ad altri colleghi, aveva sollevato questione di legittimità costituzionale nei confronti del decreto Bonafede anti-scarcerazioni. Ma Riccardo De
Vito è anche colui che, in una delle numerose interviste su questo giornale, ha detto: "Non vi è dubbio che il paradigma culturale del buttare la chiave costituisca la questione da affrontare. [...] Sarebbe importante raccontare come mettere da parte gli strumenti dell'umanità della pena sia il più grande regalo che si possa fare, in termini di consenso, ai sodalizi criminosi.
Ad agire così, poi gli si consegna il carcere in mano. Per questo, devo dire, mi ha fatto una certa impressione sentire autorevoli commentatori dire che "la legge è la legge, ma i mafiosi sono mafiosi". Lo Stato di Diritto ha una sola parola e una sola legge per tutti, altrimenti si degrada, diventa meno credibile e più aggredibile". A qualcuno non sono piaciute queste parole?
di Davide Varì
Il Dubbio, 16 novembre 2021
Il direttore di Questione Giustizia Nello Rossi: "Pericoloso se il Csm lasciasse Davigo in carica anche dopo che sarà entrato in quiescenza". Parla il direttore di Questione Giustizia: "Le intercettazioni irrilevanti per l'accertamento dei fatti oggetto del processo penale non dovrebbero né circolare né essere divulgate".
"Le intercettazioni irrilevanti per l'accertamento dei fatti oggetto del processo penale non dovrebbero né circolare né essere divulgate. Sulla base della normativa in vigore, in particolare di quanto previsto dall'articolo 268 del Codice di Procedura Penale, le intercettazioni irrilevanti ai fini del processo dovrebbero essere puramente e semplicemente stralciate e riposte poi nell'archivio delle procure". Ne parla con l'Adnkronos Nello Rossi, magistrato e direttore di Questione Giustizia, rivista promossa da Magistratura democratica che aggiunge: "Lo stralcio avviene all'esito di una procedura regolata dalla legge e svolta dal Gip in contraddittorio tra le parti. Se si tratta di intercettazioni coperte dal segreto si incorre nel reato di violazione del segreto d'ufficio sanzionato severamente dall'articolo 326 del Codice penale".
"Mi limito a ricordare l'abc in una materia molto complessa, oggetto di numerosi interventi anche recenti del legislatore nella ricerca di un difficile equilibrio tra le esigenze proprie del processo e della sua pubblicità e quelle della tutela di tutte le parti coinvolte nella procedura", prosegue il direttore del periodico di Magistratura democratica, citando, a proposito delle intercettazioni irrilevanti, l'articolo 268, comma 6, del codice di rito: "....il giudice dispone l'acquisizione delle conversazioni o dei flussi di comunicazioni informatiche o telematiche indicati dalle parti, che non appaiano irrilevanti, procedendo anche di ufficio allo stralcio delle registrazioni e dei verbali di cui è vietata l'utilizzazione e di quelli che riguardano categorie particolari di dati personali, sempre che non ne sia dimostrata la rilevanza". "Dunque sostanzialmente intercettazioni irrilevanti da pubblicare non ce ne dovrebbero più essere - sottolinea Rossi - perché sono state preventivamente stralciate".
Inoltre, nel Codice di procedura (articolo 114 comma 2 bis) è stato aggiunto, nel 2019, un divieto assoluto di pubblicazione, anche parziale, del "contenuto" delle intercettazioni non acquisite in conformità alle regole processuali. E se invece vengono divulgate? "Se si tratta di intercettazioni coperte dal segreto si incorre nel reato di violazione del segreto d'ufficio sanzionato severamente dall'articolo 326 del Codice penale", risponde il Magistrato.
Diverso trattamento invece per quelle rilevanti e non più coperte dal segreto: del loro contenuto "si può dare notizia, ma ad esse si applicano i divieti di pubblicazione in versione integrale di cui all'articolo 114 del codice di procedura penale, che sono calibrati sulle diverse fasi del processo e si esauriscono con il suo progredire. Il punto debole del sistema in quest'ultimo caso - spiega - è che la sanzione per il divieto di pubblicazione è molto modesta.
L'articolo 684 del Codice penale prevede una pena minima di arresto ed ammenda suscettibile di oblazione, che fa estinguere il reato con il pagamento di una somma denaro. Non sta a me dire se queste sanzioni debbano essere aumentate - conclude il Magistrato - ma è evidente che la loro deterrenza ed efficacia dissuasiva è assai ridotta".
di Aldo Fabozzi
Il Manifesto, 16 novembre 2021
Una norma a sorpresa nella legge di bilancio subordina l'iscrizione a ruolo delle cause al versamento del contributo unificato. Per gli avvocati è un ritorno al medioevo. Ma anche per la maggioranza la novità va corretta. L'articolo 192 della legge di bilancio, finalmente arrivata in senato, contiene una sorpresa: d'ora in poi se non si prova il pagamento per intero e correttamente del contributo unificato (che è la tassa che sui ricorsi civili, amministrativi e tributari) la causa non può essere iscritta a ruolo. Siccome per i ricorsi ci sono quasi sempre dei termini tassativi da rispettare, questo vuol dire che il diritto alla giustizia è subordinato al pagamento. Fino ad ora, anche da quando una ventina d'anni fa è stata introdotta questa tassa spesso molto alta come forma di deterrente e per fare cassa, la causa è stata sempre e comunque iscritta a ruolo.
Al ricorrente insolvente viene notificato un invito a mettersi in regola o una cartella esattoriale. Anche perché il calcolo del contributo non è semplicissimo: in alcuni casi è escluso, in altri è dovuto in misura ridotta, qualche volta è dovuto in misura fissa e qualche altra volta è legato al valore della causa (che non sempre è conoscibile in partenza). La novità contenuta nella legge di bilancio ha sollevato immediate proteste degli avvocati. Sulle spalle dei quali probabilmente finirà col pesare, perché per avviare il ricorso saranno obbligati a fornire la prova del versamento, quindi ad anticipare la somma dovendosi poi rivalere sui clienti.
"L'accesso alla giurisdizione deve essere assicurato a tutti, senza discriminazioni di censo - ha detto il presidente dell'Organismo congressuale forense, Malinconico - chi ha meno disponibilità economiche potrebbe rinunciare a chiedere giustizia, è il Medioevo". "Il fine è chiaro: arginare, limitare, inibire l'accesso alla giustizia a scapito dei più deboli e caricare di ulteriori responsabilità l'avvocatura", ha aggiunto la presidente del Consiglio nazionale forense, Masi.
Reagiscono anche le forze politiche. Di opposizione, come Fratelli d'Italia che con il responsabile giustizia Delmastro chiede un'immediata correzione della "peggiore stortura della storia della giustizia italiana".
Ma anche di maggioranza. Contrario il M5S che con i capigruppo in commissione giustizia e bilancio della camera invitano a pensare "a cosa potrebbe accadere se i contributi unificati non potessero essere pagati per un qualsiasi problema con le marche telematiche e il portale per i versamenti". Chiedono un ripensamento anche i due presidenti delle commissioni giustizia, il deputato Perantoni dei 5 Stelle e il senatore Ostellari della Lega per il quale "la tutela dei cittadini non può essere sottoposta a veti burocratici". Per la responsabile giustizia del Pd, Rossomando, "vanno valutate modifiche al testo". Cosa che a questo punto sembra inevitabile.
di Luigi Labruna
La Repubblica, 16 novembre 2021
Cinque anni e cinque governi di svariati colori (Renzi - Gentiloni - Conte I - Conte II - Draghi) si son succeduti prima che l'Italia riuscisse a dare attuazione alla Direttiva europea 2016/243 sul "rafforzamento" di alcuni aspetti della "presunzione d'innocenza" delle "persone fisiche" accusate o imputate di un crimine. La Costituzione, com'è noto, prevede già la "presunzione di non colpevolezza" sino a condanna "definitiva" dell'indagato o imputato, ma quella presunzione si è rivelata più "nominale" che reale.
Soprattutto a causa del frequente distorsivo affiancarsi ai processi ordinari (specie a quelli in cui sono coinvolti politici o personaggi famosi) di invasivi processi mediatici, frutto avvelenato, in apparenza, della sacrosanta libertà di stampa ma, in realtà, spesso innescati da impropri comportamenti di magistrati, soprattutto inquirenti. Che, per far carriera, scendere in politica o per insipienza, fanno dichiarazioni o redigono atti (che poi arrivano miracolosamente ai media) in cui esprimono giudizi di disvalore e di colpevolezza sugli indagati o imputati esponendoli, ben prima del definitivo giudizio, alla pubblica gogna. E, del resto, anche la normativa sugli illeciti disciplinari dei magistrati, che attribuisce ai capi delle Procure la responsabilità delle pubbliche comunicazioni, rivela (lo ha ben sottolineato il pm Melillo) "una discreta dose di rassegnata ipocrisia, nulla dicendo sul quomodo".
Le nuove norme estendono i divieti a ogni "autorità pubblica" e introducono, tra l'altro, il diritto a chiedere "la rettifica della dichiarazione" all'autorità in questione che, se la ritiene fondata, deve farlo "non oltre 48 ore" con le stesse modalità dell'indebita asserzione. Se non lo fa, l'interessato può chiedere al tribunale di ordinarlo ex art.700 cpc.
Queste e le altre nuove norme non comportano, certo, grandi innovazioni. Cercano tuttavia di incoraggiare un recupero di eticità e responsabilità in coloro che svolgono un'attività giurisdizionale o comunque istituzionale e, insieme, di promuovere una più incisiva tutela dei diritti di libertà. Segnali normativi entrambi positivi in un momento opaco come l'attuale in cui anche i democratici, ingessati sui populisti, esitano e si ritraggono dal sano garantismo.
di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 16 novembre 2021
Via al processo per corruzione contro l'ex pm. Il sindacato delle toghe: noi parte offesa. È la prima volta. Il nodo dell'imparzialità dei giudici. Offesi nella reputazione e nell'immagine, i magistrati italiani chiedono i danni al loro ex collega Luca Palamara in un'aula di giustizia. La "portata lesiva" dei reati contestati al loro ex collega, sostengono, è "destinata a riflettersi sull'immagine e la reputazione della magistratura nel suo complesso, e sull'Associazione che la rappresenta pressoché totalitariamente"; per questo motivo, alla prima udienza del processo a carico dell'ex presidente dell'Anm radiato dall'ordine giudiziario e imputato di corruzione, il sindacato delle toghe chiede di costituirsi parte civile.
L'avvocato Francesco Mucciarelli consegna al tribunale l'atto formale in cui ha scritto: "Il comportamento specifico posto in essere e contestato al dottor Palamara, anche in considerazione del ruolo rivestito dallo stesso all'interno della magistratura, si pone in assoluto contrasto con i principi che governano l'agire del magistrato e rappresenta fonte di danno diretto per l'Anm". E ancora: "La gravità e la numerosità dei fatti penali addebitati al dottor Palamara, inscindibilmente legati al contestato abuso della sua qualità di appartenente alla magistratura, unitamente al ruolo di spicco rivestito sia all'interno dell'Anm sia di componente del Csm, nonché di magistrato in servizio alla Procura di Roma, si riverbera direttamente in modo negativo ed è fonte diretta di danno in relazione ai prestigio, all'indipendenza e al rispetto caratteristici della funzione giudiziaria, oggetto di tutela da parte dell'Anm".
Una sorta di atto d'accusa aggiuntivo che si somma a quello sostenuto dalla Procura di Perugia - schierata in aula con il procuratore Raffaele Cantone e i sostituti Mario Formisano e Gemma Miliani, come avevano già provveduto a fare la presidenza del Consiglio, il ministero della Giustizia e lo stesso Csm, rappresentati dall'Avvocatura dello Stato. Palamara in aula non c'è, è rimasto a Roma in isolamento fiduciario, e della richiesta dell'Anm si discuterà alla prossima udienza fissata al 15 marzo 2022 (un tempo lungo per la necessità di sostituire uno dei tre giudici, destinato ad altro incarico). Ma da casa fa notare quello che considera un accanimento particolare: "Per la prima volta Anm e Csm si sono costituite nei confronti di un magistrato a differenza di quello che accade ad esempio in relazione ad altre vicende, come quelle milanesi sui verbali della loggia Ungheria".
Per quei fatti un processo ancora non c'è, e Palamara è accusato di aver messo a disposizione del lobbista Fabrizio Centofanti (che per questo lo avrebbe ricompensato con viaggi, cene e altre "utilità") proprio le sue funzioni di leader dell'Anm, oltre che di pm e di consigliere del Csm. Situazioni diverse, quindi, rispetto alla presunta loggia Ungheria o altre storie.
Ma la questione rilevante e inedita potrebbe essere un'altra: è legittimo che un tribunale composto da giudici a loro volta rappresentati dall'Anm, processi un imputato contro cui s'è costituita la loro stessa Associazione? Si può essere considerati imparziali e "terzi" se il proprio "sindacato di categoria" è schierato al fianco dell'accusa? Secondo l'Anm sì perché in gioco c'è la difesa di valori generali e la rappresentanza collettiva, non quella dei singoli magistrati (tantomeno quelli chiamati a giudicare), che peraltro non avrebbero da rivendicare interessi o risarcimenti personali. Tuttavia è probabile che i difensori di Palamara porranno la questione, quando se ne parlerà.
Un processo destinato a cominciare con qualche scintilla, dunque. E altre ce ne saranno. Da tempo Palamara ripete che "il dibattimento sarà il luogo per chiarire la vicenda", e ieri ha aggiunto: "Ancor più dopo l'ammissione delle riprese audio e video in aula, per spiegare a magistrati e opinione pubblica come sono andate realmente le cose. A partire dal funzionamento del trojan".
Il virus che trasformò il telefonino dell'ex magistrato in una microspia che ne registrava ogni movimento e ogni discorso, fu inserito per ipotesi di corruzione che poi si sono modificate - e in parte ridimensionate - nel corso delle indagini. Ed è stato scoperchiato lo scandalo che ha travolto il Csm. Alla fine l'accusa riguarda la "capacità e disponibilità" ad acquisire informazioni su processi in corso (quelli di Centofanti, che ha patteggiato una pena di un anno e mezzo, e altri) nonché a "influenzare e/o determinare" decisioni e nomine del Csm.
di Piero Sansonetti
Il Riformista, 16 novembre 2021
L'accusa del membro del Csm: si sono formate delle cordate, anche trasversali rispetto alle correnti, attorno a un procuratore o a un magistrato molto autorevole, composte da ufficiali della polizia giudiziaria e altre persone estranee alla magistratura.
Nino Di Matteo, membro del Csm ed ex Pm di grande fama, ha lanciato delle accuse devastanti alla magistratura italiana. Molto, molto più delegittimanti di quelle che in questi anni di Riformista siamo riusciti a lanciare noi. Trascrivo qui le sue dichiarazioni testuali e poi faccio un'osservazione: "Io temo che, soprattutto negli ultimi anni, si siano formate anche al di fuori o trasversalmente alle correnti, delle cordate attorno a un procuratore o a un magistrato particolarmente autorevole, composte da ufficiali di polizia giudiziaria e da esponenti estranei alla magistratura che pretendono, come fanno le correnti, di condizionare l'attività del Consiglio superiore della magistratura e dell'intera magistratura...Con l'appartenenza alle cordate vieni tutelato nei momenti di difficoltà, la tua attività viene promossa, vieni sostenuto anche nelle tue ambizioni di carriera e l'avversario diventa un corpo estraneo da marginalizzare, da contenere, se possibile da danneggiare... La logica dell'appartenenza è molto simile alle logiche mafiose, è il metodo mafioso che ha inquinato i poteri, non solo la magistratura".
Bene, pensateci un momento. Dopo le accuse di Palamara, dopo quelle di Storari e dopo questo atto furibondo di accusa, può il parlamento far finta di niente e non aprire un'inchiesta per accertare se ai vertici della magistratura sia rimasto qualcosa di non illegale e sovversivo?
Voi sapete chi è Nino Di Matteo. Uno dei magistrati più importanti di Italia, piuttosto amato dai giornali e dalle Tv, temuto, membro autorevolissimo del Consiglio superiore della magistratura, ex davighiano. Questo giornale molto spesso lo ha attaccato frontalmente, specialmente per le vicende palermitane. Qualche volta invece lo ha sostenuto, perché ogni tanto è lui il solo che dice al re: "maestà, sei nudo". Lo ha fatto per esempio quando in magistratura e in politica si faceva a gara a nascondere il famoso dossier Storari, quello che rivelava l'esistenza della Loggia Ungheria. Fu lui a denunciare l'insabbiamento. L'altra sera Di Matteo si è fatto intervistare da Andrea Purgatori su La7. Trascrivo qui alcune frasi che ha pronunciato e che mi hanno fatto saltare sulla sedia:
"Io temo che, soprattutto negli ultimi anni, si siano formate anche al di fuori o trasversalmente alle correnti, delle cordate attorno a un procuratore o a un magistrato particolarmente autorevole, composte da ufficiali di polizia giudiziaria e da esponenti estranei alla magistratura che pretendono, come fanno le correnti, di condizionare l'attività del Consiglio superiore della magistratura e dell'intera magistratura... Con l'appartenenza alle cordate vieni tutelato nei momenti di difficoltà, la tua attività viene promossa, vieni sostenuto anche nelle tue ambizioni di carriera e l'avversario diventa un corpo estraneo da marginalizzare, da contenere, se possibile da danneggiare... La logica dell'appartenenza è molto simile alle logiche mafiose, è il metodo mafioso che ha inquinato i poteri, non solo la magistratura".
Vi rendete conto? A me ogni tanto mi accusano di essere uno che attacca la magistratura in modo generico e insolente. Ma io non ho mai osato dire o scrivere cose così drammaticamente pesanti. In confronto a Di Matteo sono un timido chierichetto. Di Matteo dice che la magistratura è governata da bande, organizzate in cordate secondo il metodo mafioso. Francamente è andato molto oltre le accuse sanguinose lanciate da Palamara nel libro famoso scritto con Alessandro Sallusti
(Il Sistema). Di Matteo sostiene che esistono delle cordate, o forse Logge (anche se lui non usa questo termine) composte, se capisco bene, da magistrati, alti ufficiali di polizia, alti militari, politici, forse giornalisti, gente di potere, tutti radunati attorno a un magistrato molto potente, e che queste cordate fanno poi il bello e il cattivo tempo ai vertici della magistratura, ne decidono gli assetti, le linee guida, immagino anche la collocazione politica. Di Matteo non fa nomi, però il ritratto di quel Procuratore amico della polizia giudiziaria e di altri, diciamo la verità, è un ritratto abbastanza preciso, e chiunque abbia un po' seguìto i fatti recenti della magistratura può facilmente identificarlo. Sì, capisco, vorreste che scriva qui il suo nome.
Ma voi sapete a quante querele da parte di alti magistrati io sono arrivato da quando dirigo il Riformista? Credo 22, più le cause civili. Meglio non fare i nomi, se non lo fa Di Matteo. Però ragioniamo un po' sulle cose che lui ha detto. E proviamo a trarre le conseguenze che Di Matteo, per ora, non ha voluto trarre. Anche ponendo delle domande a Di Matteo. La prima domanda è questa: ma le vittime di questo sistema completamente illegale, e che contraddice clamorosamente il principio dell'indipendenza della magistratura, sono solo i magistrati che -restando al di fuori di correnti e cordate e metodi mafiosi- non riescono a fare carriera, oppure sono anche gli imputati?
Ogni volta che si parla di Giustizia e di magistratura si pensa ai magistrati e agli equilibri al loro vertice. Ma i magistrati non è che quando lavorano vendono il pesce. Fanno una cosa diversa: decidono chi indagare e poi chi rinviare a giudizio, e poi chi condannare e chi assolvere. I veri protagonisti, i "fruitori" della giustizia, sono gli imputati. Dopo aver letto le parole di Di Matteo, che fiducia possono avere, gli imputati, sulla equanimità della magistratura?
A me questo sembra il punto decisivo. Però, ogni volta che lo tocco, discutendo anche con magistrati dissidenti e fuori dai circoli del potere, sento di aver toccato dei fili elettrici che è proibito toccare. Io vi devo dire la verità: in fondo non mi importa molto se il procuratore di Potenza sarà il dottor X o il dottor Y, né voglio sapere chi e perché diventerà aggiunto a Bologna, e nemmeno chi andrà alla procura nazionale antimafia.
Mi interessa sapere, invece, se il signor Rossi subirà un giusto processo. E mi chiedo che cosa possa succedere al signor Rossi se il Pm, il Gip e poi il Presidente della Corte che lo giudicherà appartengono alla stessa corrente, o addirittura alla stessa cordata, cucita con metodi mafiosi. Non vi pare una domanda legittima? Non sarebbe giusto se i magistrati che oggi iniziano a denunciare le storture del nostro sistema, e la forza di sopraffazione ai vertici, si ponessero anche questo problema, senza per questo dover essere accusati di eccesso di garantismo?
La seconda domanda che vorrei porre a Di Matteo riguarda le riforme. Ho letto che lui è molto arrabbiato con la ministra Cartabia per i piccoli aggiustamenti che sta realizzando, per esempio, sulla prescrizione o sulla presunzione d'innocenza (ma quella sulla presunzione di innocenza è una direttiva europea che non può essere aggirata). Ok, ognuno ha le sue idee.
Ma dopo la sua denuncia, e dopo la denuncia di Palamara, e dopo la denuncia di Storari, è giusto o no porsi il problema dell'autogoverno della magistratura? Di Matteo ci fa capire che l'autogoverno della magistratura non esiste: la magistratura - dice - è governata da oscure. Benissimo, ma allora è giusto o no stabilire dei sistemi di controllo democratico, che impediscano a logge e cordate di impadronirsi in modo illegittimo e sovversivo del terzo potere dello Stato (forse ormai il primo...) e restituiscano al sistema democratico, e dunque non alla corporazione, il potere di controllo e in questo modo assegnino davvero al singolo magistrato la sua indipendenza, che oggi spesso non ha, perché espropriata da correnti e cordate?
In sostanza, a me pare che non abbia senso immaginare un nuovo Consiglio superiore della magistratura di nuovo a grande maggioranza di togati. Occorre modificare la Costituzione. La terza domanda riguarda i processi politici. Ce ne sono stati centinaia e centinaia, in questi anni. Hanno coinvolto anche i leader dei partiti, distruggendone qualcuno. Se la magistratura è davvero dominata dalle cordate, è legittimo immaginare (come ha immaginato Palamara) che molti processi politici siano studiati a tavolino per ragioni che c'entrano poco o niente con la giustizia?
di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 16 novembre 2021
La valutazione positiva del periodo di carcerazione subita può essere annullata da quella negativa sui nuovi delitti commessi. I reati commessi successivamente ai semestri in base ai quali si domanda la liberazione anticipata, possono incidere sul giudizio relativo al percorso di rieducazione, determinando il diniego del beneficio.
Come spiega la Cassazione, con la sentenza n. 41358/2021, il "giudizio di valore" che può scaturire dai successivi reati - per natura ed entità - può negare rilevanza alla buona condotta e al ripensamento emersi durante i periodi di carcerazione già subita.
Nel caso, in esame, il tribunale ha confermato il no alla concessione del beneficio maturato, in quanto il ricorrente aveva commesso tre nuovi reati a distanza di tempo, dimostrando la non reale dissociazione dall'abitudine a una vita criminale che lo aveva condotto in carcere per altri delitti risalenti e per cui aveva subito i periodi di carcerazione posti alla base dell'istanza di liberazione anticipata.
Giustamente l'avvocato della difesa fa rilevare che non vi è alcun automatismo tra la commissione di un nuovo reato e il diniego nella concessione della libertà anticipata. Ma ciò non può rendere indifferente l'ordinamento giuridico rispetto a quelli che possono costituire sintomi del persistere di una condotta tendente al crimine.
Per rafforzare il proprio orientamento interpretativo la Cassazione cita un proprio precedente in cui è stato affermato che anche il beneficio già concesso può essere negato retroattivamente se la condotta posta in essere dopo la liberazione anticipata dimostra la non effettiva partecipazione al precedente periodo di rieducazione.
di Diego Neri
Giornale di Vicenza, 16 novembre 2021
"Il recluso che lavora per l'amministrazione non ha le medesime caratteristiche di chi lavora all'esterno, e nemmeno le stesse necessità". Il detenuto che perde il posto di lavoro all'interno del carcere non ha diritto all'indennità di disoccupazione. Lo ha stabilito, con una sentenza che trova pochissimi precedenti in giurisprudenza, il tribunale del lavoro di Vicenza, che con il giudice Giulia Beltrame ha rigettato il ricorso presentato dagli avv. Capuzzo e Moro, per conto di P. S., immigrato dell'Est Europa, che aveva chiesto all'Inps la Naspi. Fra le ragioni della decisione il fatto che un recluso ha comunque diritto a vitto e alloggio gratuiti, e non ha la necessità stringente di arrivare alla fine del mese.
La vicenda del detenuto è invero singolare. Recluso da vari anni, era stato ospite del carcere di Belluno, dove si era dato da fare ed aveva lavorato, dall'ottobre 2017 in avanti, alle dipendenze dell'amministrazione penitenziaria come imbianchino; un'opera per la quale era stato regolarmente retribuito. Nel giugno 2019, non per decisione sua, era stato trasferito alla casa circondariale di San Pio X, dove però non c'era bisogno delle sue prestazioni e dove P. S. non aveva più lavorato. Per questo aveva chiesto all'Inps il sussidio di disoccupazione, ma l'istituto (rappresentato in aula dall'avv. Tomasello) glielo aveva negato. Di qui il ricorso in tribunale.
Il giudice ha in primo luogo ricordato, nella sentenza, che è un obbligo per l'amministrazione penitenziaria "favorire in ogni modo la destinazione dei detenuti al lavoro", anche alla luce della Costituzione. Fra i vari tipi di impiego, quello interno, alle dipendenze dell'amministrazione, non ha molti posti a disposizione, e per questo è soggetto a criteri di avvicendamento, con una durata "fisiologicamente temporanea". Il recluso, di fatto, è come se fosse stato trasferito da una sede di lavoro ad un'altra, la quale aveva necessità di riorganizzare i servizi dopo il suo arrivo.
Non aveva cessato il rapporto di lavoro (uno dei prerequisiti per avere diritto all'assegno di disoccupazione), pur essendo assai particolare la sua condizione. Non solo. Come argomenta il giudice, vanno pesate "la peculiare funzione rieducativa del lavoro del detenuto... l'indifferenza di questo rapporto alle regole del libero mercato e l'assenza in capo al lavoratore detenuto di esigenze di sostentamento tipiche dell'individuo libero, elementi estranei al lavoro nella società libera che pongono in dubbio la necessità, in assenza di una specifica previsione in tal senso, di riconoscimenti della tutela economica contro la disoccupazione".
Di fatto, il recluso che lavora per l'amministrazione non ha le medesime caratteristiche di chi lavora all'esterno, e nemmeno le stesse necessità. Ragion per cui non ha diritto all'assegno negato correttamente dall'Inps.
di Manuela D'Alessandro
agi.it, 16 novembre 2021
"Il lavoro penitenziario non può consentire l'introduzione di un trattamento differenziato tra i detenuti e gli altri cittadini in materia di assicurazione contro la disoccupazione". La sentenza è firmata da un giudice del lavoro di Milano e viene definita dal Garante dei detenuti "molto importante perché sancisce il principio che il lavoro dei reclusi è equiparato sotto tutti i punti di vista a quello dei cittadini liberi". La "disoccupazione" spetta anche ai detenuti che lavorano dentro al carcere. Lo ha stabilito una sentenza del Tribunale del Lavoro di Milano che ha condannato l'Inps a corrispondere la Naspi, il sussidio dell'ente previdenziale per chi ha perso un impiego, a un ex carcerato che aveva svolto per quasi due anni la funzione di addetto alla consegna e alla gestione della spesa e come cuoco.
Per il Garante "è una sentenza che fa chiarezza" - "È una decisione molto importante – commenta Francesco Maisto, Garante dei diritti delle persone private della libertà del Comune di Milano - perché tante persone si erano viste negare questo fondamentale sostegno al reddito in seguito a una circolare del dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, poi avallata dall'Inps nel marzo 2019. Ora viene fatta finalmente chiarezza su un punto inderogabile: al detenuto deve essere assicurato lo stesso trattamento economico e previdenziale cui hanno diritto i cittadini liberi e non è possibile occultare questo diritto con la 'finzione' che il lavoro penitenziario rientri nell'ambito di altre attività 'ricreative' che si svolgono all'interno del carcere. Il lavoro è lavoro per tutti". Il rapporto tra l'uomo e l'amministrazione penitenziaria era cessato solo per il 'fine pena' e, in seguito, l'ex recluso aveva presentato domanda per l'indennità dimostrando, buste paga alla mano, che l'attività prestata era stata continuativa.
Il riferimento alla Costituzione - Nella sentenza, il giudice Luigi Pazienza si richiama al principio che "il lavoro penitenziario non può consentire l'introduzione di un trattamento differenziato tra i detenuti e gli altri cittadini in materia di assicurazione contro la disoccupazione" citando gli articoli 35 e 3 della Costituzione sulla tutela del lavoro e sulla rieducazione del condannato. In sostanza, è la sintesi del magistrato, "non possono sussistere ragioni per escludere il diritto alla Naspi qualora ricorrano tutti i presupposti previsti dalla normativa specifica e non vi sono differenze tra lavoro penitenziario svolto all'interno alle dipendenze del Ministero e quello reso all'esterno in favore di un soggetto terzo".
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