di Carmen Baffi e Giovanna Faggionato
Il Domani, 19 giugno 2021
Quando Pape Ndiaye, detto Papis, sindacalista dei Si Cobas, prende la parola nello spiazzo di fronte al magazzino Lidl di Biandrate, a Novara, il suo collega Adil Belakhdim è stato ucciso da poche ore. Investito da un autista di un fornitore della azienda, un 25enne campano che ha forzato il presidio organizzato dai sindacati di base, travolgendolo e ferendo un altro lavoratore. Le sigle di base denunciano il silenzio dei grandi sindacati e della politica.
"La libertà e i diritti non ve li regaleranno mai, vanno strappati, dobbiamo farlo solo auto-organizzandoci, i pacchi che muovono qua contano di più della vita del nostro compagno". Quando Pape Ndiaye, detto Papis, sindacalista dei Si Cobas, prende la parola nello spiazzo di fronte al magazzino Lidl di Biandrate, a Novara, il suo collega Adil Belakhdim è stato ucciso da poche ore. Investito da un autista di un fornitore della azienda, un 25enne campano che ha forzato il presidio organizzato dai sindacati di base, travolgendolo e ferendo un altro lavoratore.
Il Si Cobas ieri aveva proclamato lo sciopero nazionale della logistica, cui hanno aderito anche i sindacati di base Adl Cobas, Usb Logistica e Cub Trasporti. Belakhdim, italiano di origini marocchine, si occupava delle lotte della zona di Biella e Novara. In provincia di Milano, dove abitava, lascia una moglie e due figli di 4 e 6 anni. Il camion, secondo quanto riportato dagli altri membri del sindacato, lo avrebbe trascinato per una decina di metri. L'uomo alla guida dovrà ora rispondere di omicidio stradale e resistenza a pubblico ufficiale. Un agente della Digos, infatti, avrebbe tentato di evitare il peggio mostrando il tesserino, poco prima che Adil venisse travolto. Ma il camionista non si è fermato, proseguendo la corsa. I carabinieri lo hanno fermato all'ingresso dell'autostrada, dopo che lui stesso ha telefonato al 112 per costituirsi.
La condizioni lavorative nel magazzino della protesta erano drammatiche. "I lavori più pesanti erano riservati ai migranti", dice Attilio Fasulo, segretario generale della Cgil di Novara che parla di una situazione portata all'esasperazione. Le parole di Papis sono ben più fendenti: "Quello che sta succedendo nella logistica è razzismo istituzionale, lo stato si è girato dall'altra parte e ha lasciato i lavoratori da soli coi padroni". Secondo il Si Cobas la paga arriva a novecento euro al mese per anche tredici ore di lavoro al giorno, per sei giorni a settimana. "Ci sono diversi contratti part time, ma i lavoratori sanno quando entrano e non quando escono, superano le 48 ore al mese di media consentite, sotto intimazioni di lavorare più veloci", dice il sindacalista Luca Esestime.
Cgil e Uil rivendicano di aver provato a fare presente la situazione, finché tre settimane fa non è intervenuto il sindacato di base, che ha deciso di organizzare picchetti continui davanti agli hub della logistica. Esestime spiega che anche Adil aveva chiesto un incontro all'azienda, non lo aveva mai ottenuto. In una nota diffusa ieri Lidl definisce la morte del sindacalista "un drammatico incidente" e rivendica "costanti relazioni con le principali organizzazioni sindacali, orientate al dialogo e al confronto reciproco", confermando quanto la logistica sia percorsa da un profondo conflitto nella gestione delle lotte sul lavoro.
Esestime, collega di Adil, riassume la situazione: "Loro, i sindacati confederali, si vantano di firmare i contratti collettivi, noi li facciamo rispettare". Ieri Si Cobas ha organizzato un picchetto anche alla Dhl di Carpiano, Milano, dove la società Mutechi non vuole nemmeno sedersi al tavolo con loro. Sono settimane che nei loro presidi, che bloccano l'ingresso e l'uscita dei camion dai depositi di merci, accadono episodi di violenza. Il 16 giugno davanti a un magazzino della TexPrint, in provincia di Prato, in Toscana, due soci dell'azienda hanno ferito tre lavoratori colpendoli con pugni e mattoni.
Si è rotto il silenzio - Ieri per la prima volta però il silenzio si è rotto a tutti i livelli. Il premier Mario Draghi ha chiesto che si faccia subito luce sulla morte di Adil. Il ministro del Lavoro Andrea Orlando ha riconosciuto che "nel settore della logistica stiamo assistendo ad una escalation intollerabile di episodi di conflittualità sociale che richiedono risposte urgenti".
Ma intanto l'uomo che Orlando ha scelto nel giorno della morte di Luana D'Orazio per dirigere l'ispettorato nazionale del lavoro, Bruno Giordano, non ha ancora ricevuto il via libera del Csm per lasciare la Cassazione. "Nel mondo della logistica c'è sfruttamento e violazione dei diritti sociali e umani, ferie, aspettative, diritto al riposo e alle pause", ci dice in attesa che si sblocchi la situazione, "anche la grande distribuzione si deve fare un esame di coscienza".
La Cgil spera che ora si apra il tavolo per il settore "che chiediamo da anni per discutere di sicurezza e appalti nella filiera", dice il segretario generale della FitCgil Stefano Malorgio. Per incontrare Orlando a maggio i Si Cobas hanno deciso di occupare la sede del Pd. Lo chiamano "il sindacato combattivo", quello che passa all'azione contro le violazioni dei diritti. Per oggi hanno indetto una manifestazione nazionale a Roma e nel comunicato che annuncia la protesta dichiarano che è in corso "una guerra a tutto campo contro la classe lavoratrice, alimentata dell'omertà delle istituzioni", ma anche "dal collaborazionismo dei vertici confederali".
di Ilaria Venturi
La Repubblica, 19 giugno 2021
Il Rapporto 2021 di Almalaurea: le matricole vorrebbero proseguire con la didattica online. I rischi del proliferare di atenei telematici. L'università ha retto l'onda della pandemia meglio della scuola, si è velocemente organizzata per garantire le lezioni. Ma ora all'orizzonte c'è una nube che agita i rettori: il timore che gli studenti, in particolare le matricole, non tornino nelle aule perché in fondo è comodo stare a casa e anche più economico. "Lo smartphone e il pigiama hanno fatto dei danni e noi ora abbiamo una responsabilità supplementare di fronte al Paese: dire alle famiglie e far capire ai ragazzi che devono tornare perché l'università è vita, respiro, contatto, ritmo" il grido di allarme di Ivano Dionigi, presidente di AlmaLaurea, che ieri ha presentato gli annuali rapporti sulla condizione occupazionale e il profilo dei laureati italiani.
Non che gli studenti non ne siano convinti. Su oltre 110mila laureandi tra dicembre 2020 e maggio scorso, entrati dunque in università prima della pandemia, il 78,4% preferisce andare a lezione. Ma c'è anche un laurendo su cinque che promuove la formula digitale perché così può risentire le lezioni registrate, non si deve muovere, e si abbattono i costi degli studi. Si tratta di un giudizio che viene da chi è già alla fine del percorso, ma chi si è iscritto un anno e mezzo fa e ha conosciuto solo o in prevalenza la modalità a distanza? Questo il punto. Nell'ultimo mese e mezzo, quando si è potuti tornare in presenza, negli atenei lombardi il fenomeno si è visto: aule mezze vuote. Lo afferma il rettore di Bergamo, ma è un campanello d'allarme condiviso da molti, un dibattito che arriverà alla Conferenza dei rettori (Crui). Osserva il suo presidente, Ferruccio Resta: "La presenza è indispensabile, la didattica a distanza ha funzionato bene come giubbotto di salvataggio, ma ora è tempo di vincere pigrizie e comodità. Un discorso che vale per gli studenti, ma anche per i docenti".
Dunque l'invito è tornare ad affittare case, a spostarsi di nuovo perché fare l'università significa crescere in competenze nella relazione. Al politecnico di Milano Resta ha voluto tutti gli esami della sessione estiva in presenza: "La nostra sfida è essere un sistema di vita". La paura sottotraccia è che prendano il volo le università telematiche e il tema non è banale perché comunque nessuno degli accademici demonizza il digitale. "Prenderà sempre più piede, ma non sottovalutiamo i giovani: non scelgono scappatoie, ma esperienze di qualità". Ivano Dionigi, ex rettore di Bologna, leggendo i dati sui laureandi che promuovono le lezioni in presenza s'interroga su chi ha conosciuto l'università al pc: "Non capisco quanti s'incontrano all'apericena e poi non fanno l'esame in presenza". Un problema politico incalza Dionigi: "Inutile predicare che ci vuole la relazione, bisogna creare le condizioni garantendo il diritto allo studio. I ragazzi hanno cicatrici, buchi culturali: tornare in presenza è il modo per sanarli". Meno pessimista si dice il rettore di Trieste Roberto Di Lenarda, ma non nasconde: "Dobbiamo sapere come comportarci nel nuovo anno: indurre aspettative sul frequentare tutto un corso a distanza sarebbe sbagliato, non sarebbe sana competizione. La creazione del pensiero si fa dentro alle aule e nei laboratori. È un messaggio a cui non possiamo derogare".
di Tommaso Nannicini
Il Domani, 19 giugno 2021
Hanno subito più di tutti, insieme alle donne, i costi della crisi del 2008 e della pandemia del 2020, per colpa di assetti gerontocratici e patriarcali. Sono i giovani italiani, a cui adesso qualcuno pretende di spiegare che la colpa è loro. Serve un "reddito di formazione" che funga da ammortizzatore sociale universale. Una Naspi rafforzata legata a un bilancio delle competenze e a servizi personalizzati di accompagnamento al lavoro. È l'opposto del "teorema Barilla": un welfare più forte e più a misura di giovani. Non stiamo parlando di politiche per i giovani. Ma di un'altra idea di lavoro: emancipazione, non sfruttamento. E di un'altra idea di welfare: universale, non categoriale.
Cornuti e mazziati. Non hanno partecipato al banchetto del debito pubblico e hanno ereditato un paese ingessato da un welfare e da un'organizzazione del lavoro, nel pubblico e nel privato, a uso e consumo delle generazioni più anziane. Hanno subìto più di tutti, insieme alle donne, i costi della crisi del 2008 e della pandemia del 2020, per colpa di assetti gerontocratici e patriarcali. Sono i giovani italiani, a cui adesso qualcuno pretende di spiegare che la colpa è loro. Che devono mettersi in gioco e accettare vecchi tirocini e nuovi voucher, versione Matteo Salvini. O che devono preferire quello che passa il convento ai sussidi, versione Guido Barilla. Dopo il danno, la beffa: nessuna opportunità e una narrazione tossica che li dipinge come bamboccioni. Peccato che il nostro welfare di sussidi ne preveda pochi per i giovani, e che proprio per questo l'unica scelta che rimane è tra venire sfruttati o andare all'estero. Qualcuno obietta: ma le nuove generazioni stanno meglio delle precedenti, c'è più ricchezza, c'è la casa dei genitori, c'è il parcheggio in qualche università. Peccato che non tutti abbiano genitori in grado di sostenerli. E peccato che chi li ha vorrebbe altro, quello che hanno avuto le generazioni precedenti: un ascensore sociale non completamente bloccato, che permetta di mettersi in gioco e costruire il proprio futuro. Il proprio, non quello di altri.
Adulti bamboccioni - Salari che crescono solo con l'anzianità; tirocini non pagati e finte partite Iva; una formazione pensata solo per chi la fa; un welfare che si preoccupa di quando mandarti in pensione, non di aiutarti a rischiare e costruire una storia contributiva: sono tutti ingredienti di una ricetta che ha privato intere generazioni del diritto a sognare. I bamboccioni sono gli adulti che hanno fatto queste scelte, non chi le ha subìte.
La questione generazionale è lo specchio della questione italiana, del perché il nostro paese non cresce e non investe sulla qualità del lavoro. Il nuovo Pd di Enrico Letta ne ha fatta la sua priorità, creando una "missione giovani" che non sta solo mettendo in fila politiche giovanili, ma sta ridisegnando il cuore dell'indirizzo politico che l'Italia dovrebbe darsi. Le prime partite su cui il Pd ha fatto sentire il suo peso vanno tutte in questa direzione: le condizioni a favore dell'occupazione giovanile e femminile nel Pnrr; la proposta di riformare l'apprendistato e cancellare i tirocini extracurricolari; una pubblica amministrazione che valorizzi l'impegno dei giovani e non un pezzo di carta; una dote universale per liberare la voglia di emancipazione dei diciottenni. Ora queste proposte vanno rafforzate nella discussione pubblica e, soprattutto, vanno inserite in una svolta su tutto: welfare, fisco, politiche industriali scuola e università. Solo se l'Italia riparte, i divari generazionali si riducono. E viceversa.
Sul welfare, il reddito di cittadinanza non basta. Se perdi un lavoro, non devi diventare povero perché lo stato ti aiuti. Serve un "reddito di formazione" che funga da ammortizzatore sociale universale per chi perde un lavoro o lo cerca per la prima volta. Una Naspi rafforzata legata a un bilancio delle competenze e a servizi personalizzati di orientamento, formazione e accompagnamento al lavoro. È l'opposto del "teorema Barilla": un welfare più forte e più a misura di giovani rafforza il loro salario di riserva, l'offerta minima che sono disposti ad accettare, sottraendoli al ricatto dello sfruttamento generazionale.
Un'altra idea di lavoro - Non solo, dobbiamo rafforzare la buona contrattazione collettiva dei sindacati più rappresentativi, perché solo da lì può arrivare la garanzia di una giusta retribuzione. Se ci sono filiere produttive o aziende che non riescono a creare lavoro senza sfruttamento, l'Italia del dopo pandemia, e del dopo Pnrr, non deve fare per loro. Per questo quel piano di investimenti va rafforzato con politiche industriali che sostanzino un'idea diversa di qualità del lavoro. Servono politiche fiscali che favoriscano lavoro e investimenti, chiedendo un sacrificio in più a rendita e ricchezza, e che tornino a fare redistribuzione. Servono risorse permanenti su politiche per l'infanzia, scuola, ricerca e università, per combattere la povertà educativa e moltiplicare le opportunità delle nuove generazioni. Non stiamo parlando di politiche per i giovani. Ma di un'altra idea di lavoro: emancipazione, non sfruttamento. E di un'altra idea di welfare: universale, non categoriale. Passa da qui la soluzione alla questione generazionale. Alla questione italiana.
di Bernard-Henri Lévy*
La Repubblica, 19 giugno 2021
Il dibattito sul ruolo dei social network. Il presidente della Repubblica Macron ha ragione. Esiste sul serio un imbarbarimento collettivo ascrivibile al successo dei social network. E ciò è dovuto a cinque motivi.
Il primo è l'istantaneità dei pensieri che vi si esprimono, il fatto che questi non conoscano più un minimo di distacco, di filtro e, letteralmente, di mediazione. Di conseguenza, i pensieri sui social sono affini a quel linguaggio troppo crudo, troppo presente a sé stesso, troppo intenso che Hegel considerava tra le cause di violenza e ferocia tra gli uomini.
Il secondo è l'inganno di questi social che, lungi dal farci socializzare come starebbe a indicare il loro nome, in verità non fanno altro che desocializzarci, con la conseguente illusione di presunti amici che ci amano con un click, che smettono di amarci con un altro click e il cui incremento è segno, come per i non-cittadini di Saint-Just, del fatto che non abbiamo davvero più amici... Falsa ricchezza di autentiche parole a vanvera che si misura in like e follower che dovrebbero apportare maggior valore alle nostre esistenze e, al contrario, ci confinano in una solitudine senza precedenti. In sintesi, regno di un narcisismo che, con il pretesto della connessione, sottolinea la rottura rispetto a tutto quello che un tempo plasmava le comunità, la solidarietà, la fraternità.
Terzo: conosciamo la storia del famoso vescovo Dionigi, decapitato dai barbari e che nondimeno attraversò a piedi la collina di Saint-Denis tenendo sottobraccio la sua testa mozzata. Con i meccanismi della Rete, assistiamo a un fenomeno dello stesso tipo, ma su scala planetaria e che interessa tutti gli esseri umani. Oggi non si tratta più della nostra testa, certo, ma della nostra memoria. Non la portiamo più con noi sottobraccio, ma nel palmo delle nostre mani, oppure in fondo a una tasca, considerato che sui nostri smartphone ci alleggeriamo dell'attenzione che consente di risalire consapevolmente a informazioni, situazioni e frammenti di ricordi che dimentichiamo tanto più di buon grado quanto più la tecnologia ci consente di recuperarli a nostro piacimento. In questa dislocazione, in questa esfiltrazione, in questo scaricabarile della nostra facoltà di ricordare affidata alle macchine c'è un fatto antropologico che conduce all'inesorabile atrofizzazione di una facoltà della memoria che, dai tempi di Platone, sappiamo essere uno dei legami più solidi tra gli esseri umani e uno di quelli più adatti a scongiurare il peggio.
Quarto, la volontà di verità. Anch'essa crea un legame tra gli uomini. Nel riconoscimento di una verità - il cui amore, se non altro, è condiviso - vi è un'altra ragione concreta che impedisce loro di uccidersi a vicenda. E nondimeno, che cosa è un social network? È la sede di uno slittamento progressivo, di cui non si sono quantificate a sufficienza tutte le conseguenze. Si comincia con il dire: "Tutti hanno pari diritto di esprimere ciò in cui credono". Poi si passa a: "Tutte le cose espresse in cui si crede godono del medesimo diritto a essere rispettate nello stesso modo". E poi, ancora: "Se tutte sono rispettabili nello stesso modo, significa che sono tutte valide, importanti e apprezzabili nello stesso modo". Ecco, è così che, a partire dal desiderio di democratizzare il "coraggio della verità" caro a Michel Foucault e pensando di offrire a tutti il mezzo tecnologico per contribuire all'avventura della conoscenza, si è creato un parlottio globale in cui nulla autorizza più a gerarchizzare o a distinguere tra intelligenza e delirio, tra informazione e fake news, tra ricerca della verità e passione per l'ignoranza. Si tratta di un ritorno, quasi ricalcando l'eleganza greca, di quei celebri sofisti che sostenevano che quella che un tempo chiamavano "la" Verità è un'ombra indistinta in una notte in cui tutte le illusioni sono grigie. E, in questa profusione oscura e assordante in cui si sono trasformati i social network, la verità di ognuno vale quanto quella del suo vicino e ha diritto a tutti i mezzi - assolutamente tutti, fossero pure violenti e financo feroci - atti a imporre la propria legge.
E, infine, quinto. Ricordiamo tutti la struttura panoptica teorizzata per le prigioni dal filosofo utilitarista inglese del XVIII secolo Jeremy Bentham, basata su un osservatorio collocato in una torretta centrale che permetteva alle guardie di osservare senza essere viste e ai detenuti, sistemati in celle individuali poste a raggiera attorno a essa, di vivere sotto il loro sguardo. L'originalità dei social consiste nel fatto che quell'occhio non si chiude mai, sorveglia i corpi e penetra nelle anime, viola la loro interiorità rendendola evidente a chiunque e non è più l'occhio di una guardia, di un superiore, di un padrone, bensì di ciascuno di noi. La novità è che questo progetto consistente nel voler vedere tutto, sapere tutto e penetrare nello spirito e nell'intimità altrui è alla portata di qualsiasi nostro vicino in Rete. Nella misura in cui permette ai superiori di spiare i sottoposti, ma anche ai sottoposti di spiare i superiori, e indifferentemente a tutti di controllare o condannare chiunque altro, questo meccanismo neobenthamiano crea un regime politico nuovo che non si può definire né seriamente democratico né distintamente autocratico; che si sarebbe tentati di chiamare scopocratico, in ragione di questa teoria dello sguardo e del voyerismo gaudente a cui esso dà vita; e che viola una delle leggi più antiche della Storia, enunciata dai tempi dei tragici greci a Epidauro e Olimpia: "Uomini, non andate a guardare troppo da vicino - con il rischio di essere accecati o, peggio ancora, imbrattati dal loro sangue - da quel lato dello specchio che è il corpo animale dei vostri simili." I tragici greci non avevano torto. Da questo furore scopocratico, infatti, nasce depredazione. Una rabbia accusatrice osservata di rado nella storia del genere umano. Un clima di giustizia popolare che viaggia alla velocità della luce virale di una Rete che funziona a pieno regime e crea un'umanità assetata, come gli dèi di Anatole France, non di sangue ma di chiacchiericcio. E, al termine di questa mischia - in cui a ogni istante, o quasi, un'altra testa cade nella cesta panoptica dei nuovi corvi - è in corso una guerra di tutti contro tutti, la cui ferocia nessun Hobbes ha mai immaginato.
Come uscire da questo incubo? Lo ignoro.
*Traduzione di Anna Bissanti
di Marika Ikonomu
Il Domani, 19 giugno 2021
Le denunce del nuovo rapporto di Save the Children "Nascosti in piena vista. Minori migranti in viaggio (attra)verso l'Europa", realizzato lungo le rotte tra Oulx, Ventimiglia, Udine e Trieste. A fine aprile sono stati censiti sul territorio italiano 6.633 ragazze e ragazzi stranieri non accompagnati.
A Mentone, in Francia, le forze di polizia francesi trasformano con un tratto di penna i minori stranieri in maggiorenni. Modificano, cioè, la data di nascita dei bambini, dei ragazzi e delle ragazze che attraversano il confine, perché possano essere respinti verso l'Italia. La denuncia è nel nuovo rapporto dell'organizzazione umanitaria Save the Children dal titolo Nascosti in piena vista. Minori migranti in viaggio (attra)verso l'Europa. Il report è stato realizzato lungo le rotte tra Oulx, Ventimiglia, Udine e Trieste, in occasione della Giornata mondiale del rifugiato.
Allo stesso modo la polizia italiana, fino a pochi mesi fa, riammetteva i migranti nel territorio sloveno, senza che venisse effettuato alcun accertamento dell'età, come prevede la legge Zampa, introdotta nel 2017 a garanzia dei minori stranieri non accompagnati, che attraversano paesi e frontiere per raggiungere l'Europa senza genitori. Nel 2020 sono stati 1.301 i respingimenti dalle province di Gorizia e Trieste verso la Slovenia, tra questi c'erano anche minori. Il blocco su quel lato del confine ha modificato le modalità di ingresso in Friuli-Venezia Giulia: il passaggio si è spostato più a nord, nell'entroterra, nella provincia di Udine. I flussi nella regione, nei primi quattro mesi del 2021, sono aumentati del 20 per cento, rispetto agli stessi mesi dell'anno precedente.
A fine aprile sono stati censiti sul territorio italiano 6.633 ragazze e ragazzi stranieri non accompagnati. "Ad aprile 2021 gli ingressi registrati in Italia sono stati 453, di cui 149 da sbarchi", si legge nel rapporto. La maggior parte sono maschi, ma ci sono anche ragazze provenienti da paesi dell'Africa occidentale e il "rischio di tratta e sfruttamento è concreto".
Con l'aumento dei flussi aumentano anche i traumi psicologici, che secondo il rapporto sono legati alle esperienze subite lungo la rotta balcanica. Nelle testimonianze dirette raccolte da Save the Children è ricorrente il racconto di quello che i ragazzi chiamano game, ossia gli svariati tentativi di attraversamento delle frontiere, tra "settimane di cammino e mesi di attesa".
Il numero dei respingimenti è sempre più alto, spesso vengono respinti ai confini esterni dell'Unione europea, come ad esempio al confine croato-bosniaco. Sono stati 1.216 i respingimenti tra Croazia e Bosnia Erzegovina nel mese di aprile 2021, alcuni anche a catena su più confini: sono 170 i minori respinti a catena dalla Slovenia, 5 quelli respinti tra Italia, Slovenia e Croazia.
In base alle 84 testimonianze raccolte l'ufficio di Save the Children dei Balcani nord occidentali stima che ogni minore abbia subito almeno sette "respingimenti da parte delle autorità croate per un totale di 451 tentativi di attraversamento della frontiera".
Nel report viene raccontata la storia di Gyasi, un ragazzo di diciassette anni nato in Ciad, ferito a una gamba da un poliziotto libico all'interno di un centro di detenzione. È arrivato in Italia via mare, dopo essere sopravvissuto tre giorni su un gommone in panne ed essere stato recuperato dalla Guardia costiera libica. Passato il confine a Ventimiglia, è stato fermato dalla polizia francese a Mentone, dove ha passato una notte in un container. La Francia, a partire dal 2015, ha reintrodotto i controlli alle frontiere, "giustificandoli con il rischio di infiltrazioni terroristiche".
I respingimenti - Le motivazioni del respingimento sono diverse: la maggiore età, senza che ci sia un adeguato accertamento, la mancanza di un tampone molecolare per rilevare eventuali contagi da Covid o l'insufficienza di denaro per il soggiorno in Francia. Anche Gyasi è stato respinto in Italia e ha raccontato la sua storia a Save the Children: "Ho dichiarato la mia data di nascita, 2004, quella con cui sono stato registrato allo sbarco in Sicilia. Ma non mi hanno creduto e mi hanno riportato in Italia scrivendo sul refus d'entrée una data che mi fa risultare maggiorenne".
Al confine italo-francese nel 2017 si contavano 50mila respinti, 15mila nel 2019 e 20mila nel 2020. Costa d'Avorio, Eritrea, Sudan, Mali, Nigeria, le nazionalità più diffuse tra i ragazzi e le ragazze che attraversano il confine tra Liguria e Francia. La terza via di transito studiata dal rapporto è quella di Oulx, una cittadina della Val di Susa, in provincia di Torino, dove si verificano i respingimenti, da parte della polizia francese, di almeno 60 nuclei familiari al mese. La direttrice dei programmi Italia-Europa di Save the children, Raffaela Milano, denuncia l'indifferenza dell'Unione europea, che nel 2012 ha peraltro ricevuto il premio Nobel nel 2012 per aver contribuito alla pace, alla riconciliazione, alla democrazia e ai diritti umani in Europa.
"Non si può più dire "non sapevamo", continua Milano, "e soprattutto è necessario cambiare rotta subito: gli Stati membri potrebbero gestire virtuosamente questi flussi di minori vulnerabili, non solo in nome della solidarietà, che è un valore fondante, ma anche per cogliere l'opportunità di rendere parte attiva della società tutti questi ragazzi determinati a costruirsi un futuro. La Commissione europea si deve impegnare per arrivare a una raccomandazione agli Stati membri".
Con il rapporto l'organizzazione umanitaria chiede dunque alle istituzioni europee "una protezione immediata, un monitoraggio efficace e indipendente delle frontiere e progetti di assistenza umanitaria nei luoghi di transito", per i minori stranieri non accompagnati che rischiano la vita per superare confini blindati della fortezza europea.
La Repubblica, 19 giugno 2021
Più di 82 milioni di profughi. Il doppio di dieci anni fa. Rapporto dell'Alto commissariato Onu per i rifugiati. Nel 2020 superata di tre milioni di unità la cifra già record del 2019. Aumentato anche il numero degli sfollati interni. Nonostante la pandemia di Covid-19, il numero di persone in fuga da guerre e persecuzioni in tutto il mondo nel 2020 ha superato gli 82 milioni, un numero pari a più del doppio di quello registrato dieci anni fa. È quanto risulta dall'ultimo rapporto dell'agenzia Onu per i rifugiati (Unhcr). Lo scorso anno il numero di persone in cerca di asilo, si legge nel rapporto, è aumentato di altri 3 milioni rispetto a un 2019 già record. Si tratta del nono anno consecutivo di crescita del numero di rifugiati, con le nuove crisi in Etiopia e Mozambico che si sono aggiunte a quelle in corso da lungo tempo in Siria, Yemen, Afghanistan e Somalia, che continuano a causare sfollamenti. Durante la pandemia "tutto il resto si è fermato, comprese le economie, ma le guerre, i conflitti, la violenza, la discriminazione e la persecuzione, tutti fattori che hanno spinto queste persone alla fuga, sono continuati", ha spiegato Filippo Grandi, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati, all'agenzia Afp.
"Nonostante la pandemia, nel 2020 il numero di persone in fuga da guerre, violenze, persecuzioni e violazioni dei diritti umani è salito a quasi 82,4 milioni", si legge nell'ultimo rapporto annuale Global Trends dell'Unchr, "si tratta di un aumento del quattro per cento rispetto alla cifra record di 79,5 milioni di persone in fuga toccata alla fine del 2019". Il 42% di tutte le persone costrette alla fuga hanno meno di 18 anni e tra il 2018 e il 2020 quasi un milione di bambini sono nati rifugiati. Il rapporto mostra che "alla fine del 2020 c'erano 20,7 milioni di rifugiati sotto mandato Unhcr, 5,7 milioni di rifugiati palestinesi e 3,9 milioni di venezuelani fuggiti all'estero. 48 milioni di persone erano sfollati all'interno dei loro paesi. Altri 4,1 milioni erano richiedenti asilo. Questi numeri ci dicono che nonostante la pandemia e l'appello per un cessate il fuoco globale, i conflitti hanno continuato a costringere le persone ad abbandonare le proprie case". Il rapporto rileva anche come "al picco della pandemia nel 2020, oltre 160 paesi avevano chiuso le loro frontiere, con 99 Stati che non facevano eccezioni per le persone in cerca di protezione". "Eppure, con misure adeguate - come screening medici alle frontiere, certificazione sanitaria o quarantena temporanea all'arrivo, procedure di registrazione semplificate e colloqui a distanza - sempre più paesi hanno trovato il modo di garantire l'accesso all'asilo cercando, allo stesso tempo, di arginare la diffusione della pandemia", sottolinea l'Unhcr.
Mentre la gente continuava a fuggire varcando i confini, altri milioni di persone sono state costrette alla fuga all'interno dei loro stessi paesi. Alimentato soprattutto dalle crisi in Etiopia, Sudan, paesi del Sahel, Mozambico, Yemen, Afghanistan e Colombia, il numero di sfollati interni è aumentato di oltre 2,3 milioni. Nel corso del 2020, circa 3,2 milioni di sfollati interni e solo 251.000 rifugiati sono tornati alle loro case - un calo rispettivamente del 40 e del 21 per cento rispetto al 2019. Altri 33.800 rifugiati sono stati naturalizzati dai loro paesi d'asilo. Il reinsediamento dei rifugiati ha registrato un crollo drastico - l'anno scorso sono stati reinsediati solo 34.400 rifugiati, il livello più basso in 20 anni - una conseguenza del numero ridotto di posti messi a disposizione dagli Stati per il reinsediamento e della pandemia.
"Per trovare soluzioni adeguate occorre che i leader globali e le persone influenti mettano da parte le loro differenze, pongano fine a un approccio egoistico alla politica e si concentrino piuttosto sulla prevenzione e sulla risoluzione dei conflitti e sul rispetto dei diritti umani", ha detto Grandi. Più di due terzi di tutte le persone che sono fuggite all'estero provengono da soli cinque paesi: Siria (6,7 milioni), Venezuela (4,0 milioni), Afghanistan (2,6 milioni), Sud Sudan (2,2 milioni) e Myanmar (1,1 milioni). La stragrande maggioranza dei rifugiati del mondo - quasi nove rifugiati su dieci (86%) - sono ospitati da paesi vicini alle aree di crisi e da paesi a basso e medio reddito. I paesi meno sviluppati hanno dato asilo al 27% del totale. Per il settimo anno consecutivo, la Turchia ha ospitato il numero più alto di rifugiati a livello mondiale (3,7 milioni di rifugiati), seguita da Colombia (1,7 milioni, compresi i venezuelani fuggiti all'estero), Pakistan (1,4 milioni), Uganda (1,4 milioni) e Germania (1,2 milioni). Le domande di asilo in attesa a livello globale sono rimaste ai livelli del 2019 (4,1 milioni), ma gli Stati e l'Unhcr hanno registrato collettivamente circa 1,3 milioni di domande di asilo individuali, un milione in meno rispetto al 2019 (43% in meno).
di Gerardo Villanacci
Corriere della Sera, 19 giugno 2021
L'iniziativa americana con ogni probabilità produrrà effetti anche sul nostro Paese. Nonostante il disciplinato scetticismo sulla possibilità di una effettiva concretizzazione dell'impegno contro la corruzione, annunciato dall'allora candidato alla presidenza degli Stati Uniti Joe Biden, con il saggio "Why America Must Lead Again" pubblicato nella edizione della primavera scorsa di Foreign Policy, bisogna prendere atto che la promessa è stata traslata nel memorandum recentemente firmato con il quale l'anticorruzione è stata posta come una questione di sicurezza nazionale.
Si tratta di una iniziativa che con ogni probabilità produrrà degli effetti anche sul nostro Paese, quantomeno sotto due angolazioni. La prima è che, avendo acquisito piena consapevolezza che la corruzione esula dalla dimensione nazionale, potrà ora essere effettivamente realizzata una disciplina di contrasto uniforme a livello globale, partendo dalla "Convenzione delle Nazioni Unite sulla criminalità organizzata transnazionale" (Palermo 2020). In questa prospettiva si colloca opportunamente la Procura Europea, istituita nel 2017 ma operativa dal primo giugno scorso, incaricata di vigilare sull'utilizzo dei fondi europei e combattere frodi e corruzione.
Inoltre, ma non meno importante, è l'implementazione anch'essa stimolata dal memorandum Biden del valore della "trasparenza" in quanto elemento fondamentale per la lotta alla corruzione. A ben vedere è proprio questo il punto più di altri meritevole di attenzione e analisi, al fine di approdare a una concezione più moderna ed efficace del concetto di trasparenza.
Ovviamente non sono in discussione le riforme essenziali per le quali sono già stati avviati i lavori preparatori. Né tantomeno si intende ignorare ciò che è stato ben spiegato da Michele Corradino, ovvero che un'arma potente è il "controllo sociale diffuso" unitamente al metodo "Follow the money" elaborato da Giovanni Falcone. Tuttavia per quanto concerne espressamente la corruzione bisogna realisticamente prendere atto di quanto segnalato dal Greco (l'organo anticorruzione del Consiglio d'Europa) sul rischio di un suo aumento in ragione della forte immissione di denaro nell'economia e per i rilievi di lentezza dell'Italia nell'attuare iniziative legislative idonee per sconfiggerla.
Sarebbe ingiustificato non dare atto che non pochi passi in avanti sono stati fatti. Basti considerare la elevazione della trasparenza a vero e proprio diritto quando nel passato rappresentava una mera concessione delle Pubbliche amministrazioni al cittadino allorquando lo stesso richiedeva di poter accedere alle informazioni concernenti la loro organizzazione e l'attività svolte. Un risultato che è stato possibile raggiungere anche grazie alla ispirazione del "Freedom Read Of Information Act" cioè la legge sulla libertà di informazioni emanata nel lontano luglio del 1966 dal presidente Lyndon B. Johnson che consente a chiunque di poter conoscere le modalità operative del governo federale.
Come si diceva molta acqua è passata sotto i ponti, ma siamo ancora lontani dalla meta. La chiave di volta, anche in ragione della accelerazione sollecitata dall'Europa, passa proprio dalla interpretazione evolutiva del principio di trasparenza; uno strumento ancora limitato nel nostro ordinamento per ingiustificati motivi culturali anche se attraverso lo stesso, avvalendosi di regole già esistenti ma troppo spesso disapplicate, è possibile accertare casi di abuso da parte di soggetti che in forza del loro potere pubblico conseguono vantaggi privati. In altri termini un ragionevole e proporzionato utilizzo del principio di trasparenza, sia pure nel pieno rispetto della tutela della riservatezza, la cui violazione non può esservi in nessun caso, è il vero percorso da seguire.
di Matteo Zamboni
Il Riformista, 18 giugno 2021
Il Consiglio d'Europa ha chiesto all'Italia di presentare entro il 15 dicembre un piano di riforma, la Consulta ha dato al parlamento un anno. Va assicurato che le vittorie nelle corti portino a un cambiamento reale per 1.700 sepolti vivi.
Il 7 giugno si è aperta dinnanzi al Comitato dei Ministri del Consiglio d'Europea a Strasburgo la procedura di supervisione dell'esecuzione della sentenza Viola contro Italia del giugno 2019, con la quale la Corte europea dei Diritti dell'Uomo ha sancito che l'ergastolo ostativo viola l'articolo 3 della Convenzione.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 18 giugno 2021
Sono i dati della relazione annuale che Mauro Palma, presidente del collegio del Garante nazionale delle persone private della libertà, illustrerà lunedì prossimo in Parlamento. Lunedì prossimo, 21 giugno, ci sarà la relazione annuale al Parlamento del Garante nazionale delle persone private della libertà. Alle ore 11 il saluto del presidente della Camera Roberto Fico, dopodiché verrà presentata la relazione da Mauro Palma, presidente del Garante nazione, infine cisarà il saluto di chiusura della ministra della Giustizia Marta Cartabia. La relazione si articola in varie sezioni.
di Anna Lisa Antonucci
L'Osservatore Romano, 18 giugno 2021
La modifica del nome del Garante nazionale. Potrebbe sembrare inessenziale ma la modifica del nome della figura del "Garante nazionale delle persone detenute" da cui è stato cancellato, per decreto, il termine "persone detenute" in favore della dizione "persone private della libertà personale" ha un significato importante. Il cambiamento riconosce infatti l'estensione del mandato del Garante rispetto alle diverse e differenti aree di intervento, come i centri di accoglienza per immigrati o le residenze sanitarie assistenziali, superando il rischio che i suoi compiti rimangano ancorati a uno solo degli ambiti della sua azione, quello appunto della detenzione penale.
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