di Viola Giannoli
La Repubblica, 18 novembre 2021
Si terrà a Genova il 27 e 28 novembre. Tra gli eventi tavoli tematici con esperti e istituzioni. La ministra: "I numeri e le statistiche degli ultimi anni evidenziano un trend allarmante che necessita di un intervento globale. Lo dobbiamo soprattutto a giovani".
Si sarebbe dovuta tenere ogni 3 anni, ma da 12 è scomparsa dai radar. Il 27 e 28 novembre a Genova si svolgerà la VI Conferenza nazionale sulle dipendenze convocata dalla ministra per le Politiche giovanili con delega alle politiche antidroga Fabiana Dadone, finita ai tempi della sua nomina al centro delle polemiche perché antiproibizionista. "Farò il test antidroga e invito tutti a farlo" aveva risposto allora. "Ora pubblicherò i risultati - dice oggi in conferenza stampa - Attendo invece ancora che gli altri lo facciano...".
Poi sulla Conferenza di Genova spiega: "I numeri e le statistiche degli ultimi anni evidenziano un trend allarmante che necessita di un intervento globale che coinvolga l'intero Sistema Paese: dalla sanità alla scuola, dalla giustizia alla famiglia, dalla società scientifica a quella civile, dal mondo dello sport al lavoro. Lo dobbiamo soprattutto a giovani e giovanissimi che rischiano sempre più di essere inghiottiti dalle dipendenze".
Tra i 15 e i 19 anni, secondo i dati forniti dal Cnr, dal 2014 il consumo di sostanze stupefacenti è sostanzialmente stabile (tranne che per l'anno della pandemia), attorno al 26% come media annua. Nel 2020 sono state sequestrate 29 tonnellate tra hashish e marijuana, nel 2019 quasi 55 e da cinque anni in qua i sequestri di marijuana sono nettamente superiori a quelli di hashish, un'inversione di tendenza nel consumo rispetto al passato. Sempre lo scorso anno c'è stato un sequestro record di cocaina: 13 tonnellate, il più alto dal 2009. Mentre sono stabili, tranne un picco nel 2018, i sequestri di eroina, attorno ai 6 quintali l'anno.
"È a partire da questi dati e dagli interventi di 122 esperti del settore che si sono incontrati in presenza o da remoto nella fase preparatoria che nasce la Conferenza di Genova" spiega Dadone. Si chiamerà oltre le fragilità, "umane, del sistema sanitario e delle prese di posizione ideologiche" dice la ministra. "Il dibattito sulle dorghe è polarizzato tra parti politiche, invece serve un approccio differente, un approccio alla persona dipendente, e non alle sostanze o alla dipendenza".
Due gli obiettivi del summit a cui prenderanno parte 18 esperti dalle Regioni, 21 dai ministeri, 24 dal privato sociale, 24 dalla società civile, 20 servizi pubblici oltre a scienziati, medici, membri dell'Aifa, degli enti locali, di ricerca, delle università e assistenti sociali. "Suggerire, anzitutto al Parlamento, i cambiamenti alle leggi attuali visto che il testo di riferimento sulle droghe, seppur con alcune modifiche successive, risale al '90" spiega Dadone. L'altro è "raccogliere input per scrivere il nuovo Piano di azionale nazionale sulle droghe".
Sette i tavoli tematici e 45 i sottotemi da cui usciranno le proposte della Conferenza: il primo riguarda la giustizia penale, le misure alternative e le prestazioni sanitarie penitenziarie. Tra i problemi più urgenti c'è l'effetto della legislazione sulle droghe sul sovraffollamento carcerario. Al 10 novembre 2021, nelle 189 carceri italiane per adulti sono presenti 54.307 persone detenute a fronte di una capienza regolamentare di 50.851 posti. E secondo l'ultimo libro bianco sulle droghe il 30,8% degli ingressi in carcere sono stati causati da imputazioni o condanne sulla base dell'art. 73 del Testo unico. Una percentuale da rialzare secondo Sandro Libianchi, già responsabile medico presso il complesso polipenitenziario di Rebibbia, e presidente dell'associazione Co.N.O.S.C.I. (Coordinamento Nazionale Operatori per la Salute nelle Carceri Italiane), se si guarda al numero di tossicodipendenti: "Secondo le statistiche più recenti, risalenti all'anno scorso, sono entrati in carcere dalla libertà 14.092 tossicodipendenti con un rilevante calo rispetto agli anni precedenti a causa della pandemia. I detenuti tossicodipendenti entrati nel corso del 2020 rappresentano il 39,9% sul totale degli ingressi, quindi una percentuale sempre molto alta".
Il secondo tavolo si occupa dell'efficacia dell'azione di prevenzione, a partire dalla scuola e dall'informazione, e della presa in carico precoce delle dipendenze patologiche, compreso l'abuso dell'alcol e del gioco d'azzardo. E ancora il terzo tavolo è dedicato all'evoluzione delle dipendenze e all'innovazione del sistema dei Ser.D. e delle comunità terapeutiche. Il quarto al potenziamento delle modalità di intervento nell'ottica della riduzione del rischio e del danno con un confronto con pratiche europee e l'ipotesi dell'introduzione del "drug checking", ovvero l'analisi del composto chimico delle sostanze stupefacenti che una persona intende assumere e dunque le informazioni sulle possibili reazioni.
Il quinto tavolo si riunirà attorno alle modalità di reinserimento socioriabilitativo e occupazionale come parte del continuum terapeutico con l'ipotesi della istituzionalizzazione del budget di salute per il ritorno alla vita sociale, di comunità dell'ex dipendente. Il sesto tavolo è dedicato alla ricerca e alla formazione nell'ambito delle dipendenze.
E infine ci sarà un tavolo sui prodotti di origine vegetale a base di cannabis a uso medico. Proprio ieri la ministra ha pubblicato su Facebook un intervento per chiarire la sua posizione: "La canapa industriale è un valore aggiunto per l'economia italiana e non presenta alcuna criticità. La cannabis a uso medico prodotta in Italia non è sufficiente per i malati". Fino al 2019 la produzione italiana dello Stabilimento chimico farmaceutico di Firenze non ha mai superato i 150 chilogrammi, nel 2020 ha dichiarato di averne prodotti 250. Il fabbisogno stimato è di 2.500 chili.
di Stefano Massini
La Repubblica, 18 novembre 2021
È l'esito di un meccanismo naturale e rischiosissimo, quello per cui la familiarità con il nemico induce a sottovalutarlo. Ci siamo assuefatti. L'emergenza è la nuova normalità. Talvolta mi fermo a pensare: ma quanto tempo è passato dalla proclamazione della prima emergenza? Fra poco due anni. E infatti Alessandro - figlio di amici nato poche ore prima del lockdown 2020 - è un ometto che cammina da solo, ha imparato a parlare e, se glielo chiedi, disegna se stesso con papà e mamma, tutti e tre con la mascherina.
Per Alessandro non esiste un mondo senza mascherina (sul viso o in tasca), e mentre lo osservi nella sua inconsapevole infanzia di ostaggio pandemico, ti senti un privilegiato a pensare che per anni, dalla fine della guerra, conoscevamo perlopiù emergenze locali, dettate da terremoti, alluvioni, incendi o da tragedie circoscritte come il crollo del ponte Morandi, senza che mai si desse l'occasione di un'emergenza nazionale così lunga, grave e protratta.
Tant'è, dentro questa bolla - adesso ulteriormente prorogata - abbiamo smaltito poco a poco lo sbigottimento iniziale, imparando a convivere con l'anomalia, con l'anormalità, con la spia d'allarme costantemente lampeggiante, cosicché ormai la diamo per scontata, e come il piccolo Alessandro riusciamo a giocare al di là di tutto.
Già, al di là di tutto. Questo "al di là" è in fondo l'unico vero meccanismo che l'essere umano conosca per disinnescare la portata altrimenti devastante di un trauma: lo accettiamo, lo inglobiamo, ne smussiamo gli angoli impervi rendendolo per paradosso un rifugio, un utero protettivo in cui rintanarsi perché ormai noto, consueto, familiare.
E infatti a rendere memorabile La metamorfosi di Kafka non è tanto lo shock della trasformazione di Gregor in scarafaggio, ma il lento processo con cui egli (e la sorella Grete) imparano a convivere con la mostruosità, tramutandola in un tran-tran domestico. Alla camera del repellente insetto vengono tolti i mobili per consentirgli di scorrazzare sulle pareti, e ogni sera gli vengono serviti gli avanzi del cibo di casa, come si farebbe con un cagnolino, salvo poi rabbrividire ogni volta che lo scarafaggio si torna a guardarlo con gli occhi oggettivi di un terzo.
Pensavo a questo lo scorso sabato sera, in un affollato locale di Milano, mentre guardavo attorno a me le decine di persone che assiepate schiena contro schiena, spalla contro spalla, celebravano il loro rito dello spritz con la mascherina calata sul mento, e a colpirmi era lo spettacolo conclamato di un Covid forzatamente regredito a mostro addomesticato, un Cerbero tenuto al guinzaglio, una Chimera nel passeggino.
È l'esito di un meccanismo naturale e rischiosissimo, quello per cui la familiarità con il nemico induce a sottovalutarlo, ed è in fondo il motivo per cui comunità intere accettano di vivere sulle pendici dei vulcani attivi. Gradualmente, un passo dopo l'altro, si accetta ogni cataclisma per non morire, e chi avesse dubbi pensi a Mitridate VI, il re del Ponto che per sopravvivere al rischio di avvelenamenti assumeva ogni giorno minuscole dosi di intrugli letali, così guadagnandosi un'invulnerabilità che non gli evitò comunque di infliggersi una morte terribile.
Parliamo di una strategia che può essere cosciente (è il caso appunto di Mitridate) o inconsapevole, e in questo caso degenera talora in una pericolosa passività. Primo Levi era solito ricordare che nelle vene del popolo ebraico, da secoli disperso e vessato dai pogrom, scorre una innata abilità esistenziale a curvarsi alle raffiche di vento, come quei giunchi che flettendosi non si spezzano, ma è sorprendente leggere i vibranti scambi in cui Jean Améry respingeva le parole di Levi come foriere di un inaccettabile compromesso: Améry non volle mai piegarsi a normalizzare l'emergenza del lager, non si adagiò nella fatidica ricerca del sole nell'ombra, fosse anche per il mero obiettivo di non farsene inghiottire.
Il suo è un monito a restare sempre vigili, combattendo l'assuefazione cui siamo naturalmente portati, quella che in queste ore fa dire a qualcuno "Draghi ha rinnovato lo stato d'emergenza, ma è una formalità". Purtroppo non lo è affatto.
di Gian Carlo Caselli
Corriere della Sera, 18 novembre 2021
Ci troviamo di fronte a comportamenti prodromici rispetto ad altri reati più concreti che quindi non vanno sottovalutati. La Procura di Torino sta indagando 18 persone distribuite tra 16 città italiane accusate di aver "chattato" pesanti minacce e istigazioni a delinquere contro chiunque sia favorevole al green pass. Il caso specifico impone prudenza e cautela: l'inchiesta è all'inizio e logicamente occorre attenderne gli sviluppi.
Intervenendo su un piano di carattere generale si può tuttavia dire, innanzitutto, che la storia non si ripete mai uguale ma qualcosina la può sempre insegnare. Alla fine degli anni Sessanta compaiono in varie democrazie industriali (Germania, Giappone, Francia e Italia) movimenti collettivi di contestazione da cui scaturiscono "costole" che estremizzano la protesta individuando obiettivi da colpire. Via via queste "costole" abbandonano l'intervento politico, duro ma ancora nel perimetro della democrazia, per praticare forme di conflitto violento, talora organizzando anche gruppi armati.
Nel caso che forma oggetto delle cronache di questi giorni sembra di poter dire che siamo di fronte a comportamenti prodromici rispetto ad altri reati più concreti, ancorché certe espressioni riecheggino tempi assai cupi: come la parola, odiosa e feroce, "gambizzazione", della quale si direbbe che qualcuno, sebbene nostalgico, abbia dimenticato l'effetto terribile di storpiatura dolorosissima e perpetua della vittima designata come simbolo, non più dalle catacombe della clandestinità ma dai meandri del web.
In ogni caso, la fase che abbiamo definito prodromica non deve essere sottovalutata. Le conseguenze della propaganda violenta possono essere nefaste e guai a lasciarsi sorprendere trovandosi spiazzati, come in altre occasioni è già successo nel nostro Paese.
Vauro, sul Fatto del 16 novembre, ha pubblicato una vignetta intitolata "No Vax, perquisizioni in tutta Italia", nella quale due uomini con mascherina, un civile e un poliziotto, si scambiano queste battute: "Trovato niente?", "Macché, manco un neurone". La vignetta è divertente e si può leggere in due modi; uno rassicurante (senza neuroni non si combina niente), ma anche con preoccupazione (la mancanza di neuroni può generare malefatte).
Comunque sia, è storicamente verificabile che la violenza in democrazia è la risposta di chi, a dispetto delle sue illusioni, è incapace di analisi veramente approfondite ed è insofferente ad ogni valutazione realistica dei dati di fatto. Alla fine si finisce per essere condizionati da una impazienza avventuristica, si rimane travolti da una mescolanza di radicalismo verbale e nullismo pratico che oscura la realtà.
Mi sembra il caso anche di coloro che propagandano le proprie convinzioni soggettive "no vax" accampando argomenti (si fa per dire...) come la dittatura, il genocidio della shoah, il nazismo e le SS (come acronimo di "siero sperimentale": e chissà che il presidente Mattarella cercando di porre un argine all'abuso sconsiderato degli acronimi non pensasse anche a questo...). Infine, almeno un accenno rispettoso - senza infingimenti - a quei personaggi eccellenti che intervenendo nel dibattito non sempre sembrano rendersi contro di giocare col fuoco. Sul versante dei "cattivi maestri" abbiamo già dato. Non dimentichiamolo.
di Fabio Scaltritti*
Il Manifesto, 18 novembre 2021
Verso Genova. La Rete nazionale antipunizionista (Cgil, Forum Droghe, Cnca, Libera, Antigone, Fuoriluogo, La Società della ragione, Gruppo Abele, ItaRdd, ItanPud, Lila Nazionale, Ass. Luca Coscioni) si mobilità e sotto l'obiettivo comune della piena depenalizzazione (penale e amministrativa) si organizza la FuoriConferenza: il 26 novembre a Palazzo San Giorgio.
Il Dipartimento delle Politiche Antidroga ha finalmente annunciato la convocazione - dopo 12 anni, anziché i tre previsti per legge - della Conferenza nazionale sulle dipendenze, a Genova, per il 27 e 28 novembre. Il fatto che la Ministra Dadone non sia una proibizionista cieca come coloro che l'hanno preceduta ci ha fatto sperare in qualcosa di vero e possibile.
In poche settimane sono stati inviati i 7 Temi che avrebbero dovuto diventare argomenti di preparazione per i successivi Tavoli Tecnici, già preconfezionati e a cui sedersi senza indugi o dubbi: 1) Giustizia penale 2) Prevenzione e presa in carico precoce 3) Innovazione sistema SerD e Comunità 4) Potenziamento prevenzione e Riduzione del Danno 5) Reinserimento sociale e riabilitativo 6) Prodotti di origine vegetale a base di Cannabis a uso medico 7) Ricerca scientifica e formazione.
La Comunità San Benedetto è inserita nel Tavolo Cannabis ma subito ci siamo chiesti perplessi cosa c'entri la cannabis ad uso medico con le Droghe e la Conferenza. Come inizio è decisamente scoraggiante (con un referendum alle porte, le sentenze penali degli ultimi due anni, l'assoluzione di Walter De Benedetto e il Lussemburgo che ha già ampiamente legalizzato). La legislazione sulla cannabis terapeutica è forse l'unica cosa che funziona in Italia, anche se poi i pazienti rimangono rigorosamente senza terapie.
Anche il Cnca (Coordinamento nazionale comunità di accoglienza) aderisce pienamente alla richiesta di depenalizzazione dell'uso e del consumo ma sulla cannabis non riesce a scegliere, dopo più di 40 anni, la strada della legalizzazione anche per uso ricreativo e l'autoproduzione come strumento di emancipazione. (sic!).
La Rete nazionale antipunizionista (Cgil, Forum Droghe, Cnca, Libera, Antigone, Fuoriluogo, La Società della ragione, Gruppo Abele, ItaRdd, ItanPud, Lila Nazionale, Ass. Luca Coscioni) si mobilità e sotto l'obiettivo comune della piena depenalizzazione (penale e amministrativa) si organizza la FuoriConferenza: il 26 Novembre a Palazzo San Giorgio con la Comunità San Benedetto, sulle orme di Don Gallo, accoglierà alcuni esperti da tutta Italia e dal mondo per approfondire e problematizzare ciò che non "entra" nella Conferenza governativa.
Che più si avvicina la data di fine novembre e più sembra sfuggire (argomenti, organizzazione, inviti, esclusioni, omissioni) agli obiettivi che un evento di questo tipo dovrebbe perseguire. Anche i consumatori in questa edizione non avranno voce in capitolo, il rappresentante di ItanPud Italia è stato escluso in quanto impedito da provvedimenti amministrativi.
I tempi e l'organizzazione dei lavori della Conferenza hanno permesso una limitata e parziale partecipazione, sicuramente superficiale e troppo rapida, dalla quale rischiano di emergere documenti e ipotesi di lavoro non condivisi o compresi dai partecipanti. Anche gli inviti e la definitiva organizzazione dell'evento, con i possibili ospiti, è una sorpresa per tutti. Nessuno è stato coinvolto o ascoltato nella programmazione che sembra essere riservata ad una mano "invisibile", di cui nessuno si assume direttamente le responsabilità.
Noi però ci siamo, e Genova e la sua FuoriConferenza del 26 novembre proverà a problematizzare argomenti e temi che nell'ultimo decennio sono sempre stati soffocati come "temi divisivi o sensibili", e quindi non appannaggio della politica nazionale.
Noi Operatori nel frattempo saremo questa settimana a Lisbona, all'Osservatorio Europeo sulle Droghe e le Tossicodipendenze (Oedt - Emcdda) dove il Centro Europeo sta elaborando i dati sui consumi di droghe in Ue e sulle strategie di innovazione che alcune esperienze ci stanno mostrando. "Il Paese che più proibisce, più si droga", potrebbe essere lo slogan del Dopoconferenza di Genova. Scommettiamo?
*Comunità San Benedetto al Porto
di Riccardo Luna
La Repubblica, 18 novembre 2021
Il primo Open Summit di Green & Blue ci ha detto quanto la questione climatica sia diventata importante, quanto sia entrata nelle nostre vite mentre entrava nelle nostre case.
Abbiamo parlato per ore ma non è stato un bla bla bla. Abbiamo messo a confronto le attiviste del clima con gli statisti provando a capire perché le prime considerano la questione climatica così urgente da apparire a volte furiose, e perché per i secondi provare a risolverla è così complesso da salutare piccoli passi avanti come vittorie epocali. Abbiamo ammirato le ragioni che portano un ragazzo a mollare un lavoro sicuro per fare una startup che si occupa di piantare alberi o ridurre la plastica; e abbiamo notato come il profitto del pianeta stia lentamente diventando uno dei valori guida delle strategie delle multinazionali (accanto al profitto degli azionisti).
Abbiamo ascoltato spaventati gli scenari degli scienziati, rimanendo impietriti quando il premio Nobel per la Fisica Giorgio Parisi ci ha detto che non è il futuro della Terra ad essere in gioco, ma solo quello della specie umana. Abbiamo scoperto gli influencer del clima, che usano i social per fare cultura della sostenibilità; e gli artisti che lo fanno con le canzoni; e gli scrittori che hanno smesso di fare romanzi per scrivere solo su questo, sull'urgenza di fermare il riscaldamento globale. Non hai paura che la tua arte ci rimetta?, ha chiesto Antonio Monda a Jonathan Safran Foer. E lui: "In questo momento bisogna fare delle scelte, questa è la mia scelta, il mio contributo".
Il primo Open Summit di Green&Blue ci ha detto in maniera lampante quanto la questione climatica sia diventata importante, quanto sia entrata nelle nostre vite mentre entrava nelle nostre case. Dove sono i figli ad averci svegliato dal torpore con cui ci relazionavamo ai rischi del riscaldamento globale: praticamente tutti hanno un figlio da citare, qualcuno per cui hanno deciso finalmente di impegnarsi. Le prime persone a cui rendere conto di quello che facciamo e non facciamo non sono in piazza, sono in famiglia, li incontriamo ogni giorno. E non fanno sconti.
La climatologa Paola Mercogliano, che aggiorna ogni mese i dati sugli scenari italici, ha detto una cosa fondamentale: parliamo sempre di cambiamento climatico come di una cosa che avverrà, ma è già avvenuto. Ci siamo dentro. La cosa ci spaventa? Sicuramente alcuni sono spaventati, ma non sarà questo a farci vincere la sfida più grande che questa generazione ha davanti: "Sarà la speranza", ha detto alla Cop 26 di Glasgow David Attenborough. La speranza di essere in grado di costruire un mondo migliore. E magari, più giusto. Ma la speranza, ha detto qualche giorno fa Greta Thunberg, non si cerca, va creata. Per questo lanciando l'evento avevamo chiamato a raccolta i sognatori.
Persone disposte a impegnarsi nella costruzione di un mondo nuovo: non solo perché è giusto ma perché adesso conviene. Ci sono finalmente i capitali, somme così grandi che si fa fatica a scrivere gli zeri. C'è maggiore consapevolezza dei consumatori che con gli acquisti possono premiare i virtuosi e punire i dannosi. E ci sono le nuove tecnologie.
A questo proposito il dialogo a distanza che è avvenuto fra diversi relatori sul tema dell'idrogeno è stato una rivelazione: davvero questa molecola può essere il fattore che manca alla transizione energetica? Davvero ci può consentire di sfruttare tutto il potenziale delle energie rinnovabili e arrivare là dove sole e vento non basteranno (industria pesante, trasporti lungo raggio)?
Davvero, come ha autorevolmente suggerito il plenipotenziario americano sul clima John Kerry, l'Italia può diventare l'attore principale dell'era dell'idrogeno in Europa? È più di una speranza. Ma di questo abbiamo bisogno adesso: della consapevolezza che la sfida sarà durissima e meravigliosa e che possiamo farcela. Steve McCurry, che ha fotografato le meraviglie e gli orrori del pianeta, sostiene che finché ci saranno esseri umani nel vero senso della parola, "il mondo non scomparirà". È solo un sogno, ma quando quel sogno lo fanno in tanti, inizia a diventare realtà.
huffingtonpost.it, 18 novembre 2021
Riguarda quasi 3 mila migranti, in media 7 richiedenti asilo su 10, anche donne incinte e minori non accompagnati. In Grecia la detenzione amministrativa dei migranti richiedenti asilo è diventata la regola e non l'eccezione, in aperta violazione con la normativa europea. Uomini, donne e bambini sono sottoposti a condizioni di detenzione degradanti e che negano i loro diritti fondamentali, come rilevato dalla Corte europea dei diritti dell'uomo. È l'allarme lanciato oggi da Oxfam e Greek Refugees Council con nuovo rapporto che fotografa una situazione a dir poco drammatica: quella che colpisce persone estremamente vulnerabili arrivate in Europa per trovare salvezza da guerre e persecuzioni in paesi come Afghanistan, Siria, Repubblica Democratica del Congo e molti altri.
Quasi la metà dei migranti resta in detenzione per oltre sei mesi - Il dossier rileva come: già a giugno i migranti in detenzione amministrativa, quindi senza nessuna accusa penale a carico, erano quasi 3 mila; 7 migranti irregolari su 10 sono posti in detenzione amministrativa e la maggior parte rimane detenuta anche una volta presentata la domanda di asilo; 1 persona su 5 viene detenuta per lunghi periodi in celle anguste concepite per poche ore di fermo; donne incinta, bambini e persone con gravi vulnerabilità vengono detenute senza un'assistenza sanitaria e legale adeguata; quasi la metà (il 46%) dei migranti vi rimane per oltre 6 mesi.
"La volontà di usare la detenzione come prassi si riflette nelle recenti politiche adottate dalla Grecia. Nonostante la normativa europea indichi la detenzione amministrativa come ultima risorsa - ha detto Paolo Pezzati, policy advisor per le emergenze umanitarie di Oxfam Italia - nel 2019 le autorità greche hanno ampliato i motivi che portano alla detenzione anche alla verifica dell'identità della persona; hanno eliminato la possibilità di prendere in considerazione misure alternative, in determinate circostanze; e hanno introdotto la possibilità di estendere la detenzione fino a 3 anni. Un approccio che rappresenta una chiara violazione del diritto europeo e greco".
"La detenzione amministrativa è solo un altro strumento per impedire alle persone di cercare sicurezza e un futuro in Europa - ha aggiunto Vasilis Papastergiou, esperto legale del Greek Refugees Council - Mentre le autorità greche si rifiutano di considerare altre opzioni, i tribunali greci spesso rifiutano i ricorsi e gli appelli contro la detenzione, anche da parte di donne in gravidanza. Uno status quo avvallato anche dall'Unione Europea che sta finanziando i nuovi centri di semi-detenzione in Grecia, luoghi chiusi e controllati dove i migranti vengono abbandonati a sé stessi e dimenticati. Tutto questo, la detenzione assunta come regola e non come eccezione, non è solo contrario alle normative internazionali ed europee sulle migrazioni, ma implica anche un pesante costo morale ed economico".
"È necessario che la Grecia cambi approccio politico e prenda immediati provvedimenti legislativi che la riportino in linea con lo Stato di diritto - continua Pezzati - I principali sono: porre fine alla detenzione prolungata nelle stazioni di polizia, evitare l'uso della detenzione senza che esista una decisione di un giudice e permettere la concreta possibilità di un sostegno legale alle persone straniere. È inoltre inaccettabile che le stazioni di polizia, centri di pre-allontanamento o espulsione e altri luoghi di detenzione amministrativa siano diventati luoghi di detenzione anche per i bambini. Questa pratica deve terminare quanto prima".
di Andrea Nicastro
Corriere della Sera, 18 novembre 2021
L'atto è spregiudicato, certo, ma sfrutta persone che si offrono volontarie allo sfruttamento. Chi è al gelo in Bielorussia ha pagato molti soldi per partire e molti sono disposti a morire pur di non tornare indietro. I tentennamenti davanti alla marea umana che vuole vivere e lavorare nell'Ue provocano quasi solo drammi: la morte di migliaia di persone, costi di sorveglianza esorbitanti rispetto a quelli dell'accoglienza, criminalità, perdita di credibilità morale.
Il ponte aereo organizzato tra Medio Oriente e Bielorussia dal presidente-dittatore Lukaschenko ha reso chiaro ciò che Draghi definisce la "strumentalizzazione dei migranti in politica estera" e la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen "guerra ibrida". Sono storici esperti della materia Gheddafi, Erdogan, re Mohamed VI e, ora, anche Lukashenko si aggiunge al club. L'atto è spregiudicato, certo, ma sfrutta persone che si offrono volontarie allo sfruttamento. Chi è al gelo in Bielorussia ha pagato molti soldi per partire e molti sono disposti a morire pur di non tornare indietro. E il problema per la titubante Europa è che la loro non è un'eccezione, al contrario.
Solo ieri sulla rotta Sud verso l'Europa c'erano circa 500 persone in navigazione. Duecento sono arrivate in Italia, le altre, su due gommoni e una bagnarola, si stavano ancora giocando la vita nella sera. Alla deriva una carretta su cui lunedì sono morti in dieci. Sempre ieri, a Nord-Est, nella foresta tra Bielorussia e Polonia, c'erano circa 4mila persone. Secondo i dati polacchi, 11 sono morte in 10 giorni, secondo le Ong le vittime sono almeno il doppio.
Nella rotta Nord, in uscita dall'Ue, verso la Gran Bretagna, invece, 560 persone sono sbarcate sulle coste del Kent e di Dover. Dall'inizio dell'anno sono 24mila, il triplo di quelli del 2020. Come paragone, nello stesso periodo, ne sono arrivati in Italia poco più del doppio, 59mila, molti dei quali hanno poi proseguito proprio per Londra.
Al confine bielorusso le Ong denunciano (sottovoce) il trattamento disumano delle autorità di Minsk e di Varsavia. Sulla Manica altre Ong fanno lo stesso con Parigi. Nel canale di Sicilia lo dicono a Roma. Colpa dell'"effetto deterrenza" che gli Stati perseguono astenendosi da soccorsi efficienti per evitare quello di "chiamata".
Per fortuna, però, c'è una differenza tra Lukashenko e i governi di Francia o Gran Bretagna. Davanti alla tragedia di migranti disposti ad attraversare il Canale in kajak, Parigi è intervenuta, ha spostato i migranti in centri di accoglienza più lontani dal mare. Certo, torneranno, ricostruiranno i loro campi, ma almeno Parigi non li ha sfruttati come "strumenti di politica estera" per punire Londra della Brexit o per esigere banchi di pesca. I migranti sono "armi", ma solo se qualcuno è disposto a premere il grilletto. Altrimenti restano persone e la (nostra) morale è salva.
di Filippo Miraglia
Il Manifesto, 18 novembre 2021
Crisi migratoria. Da condannare sia l'uso strumentale dei migranti da parte Bielorussa, sia il violento il respingimento polacco vietato dalle leggi internazionali e dalle Direttive europee.
Al confine tra Bielorussia e Polonia si confrontano due comportamenti illegali. Da un lato un dittatore che usa migliaia di persone per ottenere un obiettivo favorevole al suo regime: l'azzeramento delle sanzioni; dall'altro il governo polacco, sostenuto dall'Unione europea, che cancella il diritto d'asilo e i diritti umani, in nome della difesa della frontiera.L'attacco all'Europa arriva niente di meno che da poche migliaia di profughi, non armati né pericolosi, ma bisognosi di protezione. Uomini, donne, bambini e bambine, provenienti in gran parte da quell'Afghanistan, la cui sorte disastrosa ci ha tanto commossi ad agosto, e dalla Siria, dove una tregua nella guerra non c'è mai stata e non sono finite le persecuzioni e le violenze.
I governi europei, anche quelli che si professano a parole contrari al sovranismo e ai muri, si indignano per il cinismo di Lukashenko, ma sorvolano sulle violenze dei militari polacchi e, anzi, intervengono a sostegno del governo di Varsavia, come se i getti d'acqua fredda o le manganellate europee le prendesse il dittatore bielorusso e non persone inermi alle quali l'Unione europea dovrebbe garantire, per legge, il diritto d'asilo. Tra l'uso strumentale dei profughi, sottoposti a violenze dalla polizia bielorussa, e il respingimento vietato dalle leggi internazionali e dalle Direttive europee, attuato con violenza dall'esercito polacco, non è possibile fare una graduatoria e bisognerebbe condannare entrambi senza se e senza ma. L'Unione europea si trova sotto ricatto, come è già successo peraltro nel recente passato con Erdogan, e rischia di restare schiacciata dalle sue stesse contraddizioni, perché ha scelto l'ideologia dei muri e non i principi del diritto internazionale ed europeo.
Il patto europeo immigrazione e asilo, una vergognosa resa alla xenofobia della destra europea, è costruito intorno all'idea che bisogna impedire di arrivare in Europa, finanziando sistemi di controllo e strumenti per respingere le persone. Se Lukashenko accettasse l'aiuto europeo, come ha fatto la Turchia, per bloccare i richiedenti asilo lontano dalla frontiera europea, i governi sarebbero disponibili a dimenticare non solo la sorte dei profughi, ma anche quella dei diritti umani e della democrazia in quel Paese.
È bene ricordare che le poche migliaia di persone che oggi sono bloccate alla frontiera bielorussa sono disposte a rischiare la vita per arrivare in Europa e mettersi in salvo, per l'assenza di altre vie di fuga dalla violenza e dalla morte: la loro è una scelta obbligata, determinata dalla ideologia proibizionista degli Stati dell'UE che impediscono a chi vorrebbe cercare protezione di farlo viaggiando in sicurezza e legalità. Il protocollo per i corridoi umanitari per gli afghani e le afghane, che come Arci abbiamo firmato il 4 novembre scorso, insieme a Comunità di S. Egidio, Cei/Caritas Italiana e Fcei, con il nostro governo, è una goccia nel mare della disperazione che oggi ci vede inermi di fronte a chi rischia ogni giorno la vita in quel Paese per mano dei talebani o dell'ISIS, con un progressivo disinteresse della comunità internazionale.
Ci siamo impegnati a nostre spese, con il contributo determinante dei circoli rifugio Arci, ad accogliere un primo nucleo di persone, in particolare donne, che oggi vivono nascoste in case protette e rischiano ogni giorno che passa di diventare vittime dell'oscurantismo violento che ha preso il potere in Afghanistan. Non vorremmo farlo, anche se pensiamo che sia giusto fare qualsiasi cosa per salvare degli esseri umani abbandonati dalla comunità internazionale, e vorremmo che queste persone fossero tratte in salvo dai governi e che l'Unione europea mettesse in campo una straordinaria operazione di evacuazione di tutti coloro che rischiano la vita. Ma a mobilitarsi in questi mesi, dopo la crisi di agosto, è stata soprattutto la società civile, le organizzazioni sociali e le reti associative, senza le quali non sarebbe possibile costruire una via di fuga.
La responsabilità che i governi non mostrano di volersi assumere deve spingere chi come noi opera nella società a scelte straordinarie, che rappresentino da un lato un esempio, come i corridoi umanitari, mostrando che si può fare, e dall'altro obblighino i decisori politici a confrontarsi con quella parte di società che non intende arrendersi alla violenza dei muri e alla violazione dei diritti umani in Paesi dell'Unione europea.
Ma non vogliamo fermarci a questo. La cultura dei diritti nella quale crediamo, va difesa anche con azioni dirette. Nelle prossime settimane l'Europa dei diritti e dell'accoglienza, le associazioni, le reti e i movimenti, si mobiliteranno per prendere la parola e fare arrivare un messaggio da un lato ai governi e dall'altro ai profughi: noi non ci stiamo, non ci arrendiamo alla violazione dei diritti umani e non ci fermeremo finché non verrà ripristinata la legalità anche alle frontiere.
di Luca Rondi
altreconomia.it, 17 novembre 2021
I 132,9 milioni di euro previsti dal Piano nazionale di ripresa per il sistema carcerario si concentrano sull'ammodernamento e la costruzione delle strutture. Una ricetta vecchia e superata. Servono interventi organici per riavvicinare la pena al suo contenuto rieducativo.
Gli investimenti previsti dal Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) sul tema del carcere vanno verso la direzione sbagliata: i fondi europei destinati al sistema penitenziario sono in totale 132,9 milioni di euro, utilizzabili dal 2022 al 2026 per la "costruzione e il miglioramento di padiglioni e spazi per le strutture".
di Marianna Marzano
osservatoriodiritti.it, 17 novembre 2021
Cosa prevedono gli standard internazionali in merito al personale penitenziario e qual è la situazione in Italia. A partire dalla formazione, un elemento essenziale ai fini del trattamento e del reinserimento dei detenuti.









