di Carlo Lania
Il Manifesto, 22 giugno 2021
Draghi a Berlino in vista del vertice di giovedì. Ma sui ricollocamenti ancora nulla di fatto. Su una cosa, più di altro, Mario Draghi e Angela Merkel si sono trovati d'accordo nell'incontro che hanno avuto ieri a Berlino: la necessità di arrivare a un modello di gestione dei migranti che coinvolga di più i Paesi di origine e transito e pesi sempre meno sull'Europa. Quella che i due leader europei hanno definito "la dimensione esterna della migrazione", eufemismo che delinea sempre più la strategia con cui l'Unione europea punta a bloccare i flussi di coloro che attraversano il Mediterraneo.
Non a caso ieri proprio Draghi ha confermato la volontà del governo italiano di riproporre quello che è considerato il modello scuola, quell'accordo con la Turchia di cui nel 2016 fu artefice proprio la cancelliera tedesca e che, oggi, il premier italiano - dimenticato quel "dittatore" con cui solo tre mesi fa etichettò il presidente Erdogan - ripropone facendolo proprio, quasi come un passaggio di testimone tra i due nel ruolo di leader dell'Unione europea. "L'Italia è favorevole a rinnovare l'accordo con la Turchia sulle migrazioni", conferma il premier al termine del vertice tedesco. E dopo la Turchia, lo stesso accordo - soldi in cambio di frontiere serrate - si intende proporre anche ad altri, a partire da Libia, Tunisia e Marocco.
I soldi ci sono, e non sono pochi: otto miliardi di euro, pari a circa un decimo dei 79,5 miliardi che la Commissione europea ha destinato per la gestione delle partnership con i Paesi terzi. Di questi è plausibile che almeno sei - stessa cifra stabilita cinque anni fa - saranno destinati ad Ankara, ma l'impegno finanziario è destinato ad ampliarsi. Draghi lo dice chiaramente, indicando la direzione lungo la quale dovrà muoversi Bruxelles: serve, spiega, "una maggiore presenza dell'Ue in Nord Africa, non solo in Libia e Tunisia, ma anche nel Sahel, in Mali, Etiopia ed Eritrea. Occorre che l'Ue sia economicamente più sentita".
Quanto questo sia vero lo si capirà presto, a partire già da domani quando, sempre a Berlino, si terrà la seconda conferenza internazionale sulla Libia. Anche su questo punto Merkel e Draghi stanno bene attenti a sottolineare una convergenza di vedute: "Sulla Libia sosteniamo il processo di Berlino, che dovrebbe vedere un maggiore impegno dell'Ue, non solo dei singoli Paesi, in quell'area" afferma Draghi, ricevendo in cambio i ringraziamenti della Merkel per il lavoro svolto dall'Italia "per una soluzione politica in Libia".
Tutto bene dunque? No. I risultati raggiunti ieri saranno al centro del Consiglio europeo di giovedì e venerdì prossimo voluto da Draghi proprio per discutere di immigrazione, ma saranno anche l'unico punto in comune tra i 27 leader. Sul resto, infatti, le distanze restano abissali a partire proprio dalla questione che più sta a cuore al premier come i ricollocamenti di quanti arrivano non solo in Italia, ma anche in Spagna, Grecia, Malta e Cipro, i Paesi che si affacciamo sul Mediterraneo e che sono quelli maggiorente investiti dal fenomeno migratorio. Punto sul quale gli altri Stati invece non vogliono neanche aprire la discussione. Germania compresa, tanto più in vista delle elezioni. Al punto che Draghi è costretto ad ammettere che sui ricollocamenti "si sta discutendo, i negoziati prenderanno del tempo". E la cancelliera tedesca non perde l'occasione per rimarcare come Italia e Germania abbiamo priorità diverse. "L'Italia è una Paese di arrivo, noi invece siamo colpiti da movimenti secondari", spiega la cancelliera facendo riferimento ai cosiddetti dublinanti, i migranti che dopo essere sbarcati da noi si sono mossi verso il Nord Europa. E che adesso Berlino, ma anche Parigi, insistono perché l'Italia li riprenda.
di Alessandro Oppes
La Repubblica, 22 giugno 2021
"È il momento della riconciliazione". Condannati due anni fa a pene fino a 13 anni per il referendum illegale del 2017, torneranno presto in libertà. Il presidente regionale Aragonès: "Un passo insufficiente e incompleto, ma facilita il dialogo". Un passo verso la riconciliazione tra Madrid e Barcellona, dopo una lunghissima fase di gelo. A quasi quattro anni dall'ondata di arresti seguiti al referendum illegale, a due dalle pesanti condanne inflitte dal Tribunale Supremo spagnolo, i 9 leader politici catalani in cella saranno presto rimessi in libertà grazie all'indulto che verrà formalizzato domani dal Consiglio dei ministri. Per annunciarlo, il presidente Pedro Sánchez è andato a Barcellona, dove ha tenuto una conferenza al Gran Teatre del Liceu, scenario tra i più emblematici della capitale catalana.
Occasione per spiegare le ragioni di una scelta difficile, destinata con ogni probabilità ad avere conseguenze anche dal punto di vista della politica nazionale, sulla popolarità stessa dell'esecutivo. Per questo Sánchez ha voluto subito precisare che il governo non intende mettere in discussione le decisioni giudiziarie prese dall'Alta Corte - che ha inflitto ai dirigenti indipendentisti condanne fino a 13 anni per sedizione e malversazione - ma che intende solo creare un nuovo quadro politico in cui sia possibile ricostruire un rapporto tra la Catalogna e la Spagna. Mettere da parte il passato e guardare al futuro, favorire la convivenza.
Una linea che trova d'accordo, secondo i sondaggi, almeno tre quarti dei cittadini catalani, quindi anche una parte consistente di coloro che non sono indipendentisti. Sostegno all'indulto è stato espresso anche dai vescovi catalani e dagli imprenditori (tanto dalla Ceoe, la Confindustria spagnola, come da Foment del Treball, l'organizzazione imprenditoriale regionale), preoccupati dalle conseguenze che la rottura istituzionale del 2017, con il referendum del 1° ottobre e il conseguente commissariamento della Generalitat, il governo locale, ebbe sull'economia. Per la ricostruzione post-Covid, è fondamentale che non ci sia più una situazione insostenibile di tensioni politiche e sociali.
Le tensioni, in realtà, esistono ancora, e lo si è visto proprio con la contestazione inscenata da alcuni gruppi indipendentisti davanti al Liceu contro Sánchez. Respingono l'indulto, pretendono l'amnistia e l'autodeterminazione. Un segnale della divisione che si acutizza all'interno del movimento indipendentista, la frattura ormai evidente tra i repubblicani di Oriol Junqueras e il partito Junts per Catalunya di Carles Puigdemont. Per la prima volta oggi si è sentito in piazza lo slogan "Junqueras, non ci rappresenti", mentre gli stessi manifestanti scandivano "Puigdemont, il nostro presidente". Junqueras è il politico che ha subito la condanna più pesante al processo di due anni fa: 13 anni di carcere.
E ora che sta per recuperare la libertà (anche se, come per gli altri condannati, non verrà cancellata l'interdizione dai pubblici uffici) finisce nel mirino delle frange più duro del separatismo perché considerato troppo moderato. La sua ultima "colpa", quella di aver inviato nei giorni scorsi una lettera ai giornali in cui fa autocritica, difende il negoziato con lo Stato, appoggia un referendum concordato con il governo centrale, rifiuta la via unilaterale nell'affrontare la questione indipendentista. Una lettera che ha contribuito ad accelerare la scelta di Sánchez per l'indulto, ma che non va giù al fronte separatista che fa capo a Puigdemont.
I due partiti indipendentisti, cento giorni dopo le elezioni regionali di febbraio, hanno finalmente formato il nuovo governo della Generalitat. Ma con rapporti di forza invertiti rispetto a quanto avvenuto finora: per la prima volta, è il partito di Junqueras, Esquerra Republicana, ad avere la guida del governo, con Pere Aragonès. Che oggi non si è presentato al Liceu a sentire il premier (non era presente nessuno dei componenti dell'esecutivo catalano) e che ha definito l'indulto "un passo insufficiente e incompleto, ma che facilita il dialogo".
Esquerra è uno dei partiti che, a Madrid, sostengono la maggioranza Psoe-Podemos guidata da Sánchez. Nonostante i distinguo, il decreto di indulto servirà comunque per consolidare l'alleanza e garantire alla coalizione di sinistra una maggioranza parlamentare ampia. Sul fronte delle opposizioni si annuncia invece una dura battaglia contro i socialisti "traditori" dell'unità nazionale, accusati aver svenduto la Spagna agli indipendentisti catalani. Una settimana fa sono scesi in piazza insieme i rappresentati di Vox, Partito Popolare e Ciudadanos, ma è la formazione di estrema destra di Santiago Abascal quella che spera di ottenere il maggior reddito politico da questa offensiva.
Per la verità, le destre in piazza non sono riuscite a mobilitare grandi folle, a differenza di quanto era accaduto con altre iniziative convocate negli anni scorsi. E anche la raccolta di firme contro l'indulto è stata un mezzo fiasco. Ciò che più teme Sánchez, in realtà, sono i malumori che la svolta può creare in una parte dell'elettorato socialista, in particolare in alcune regioni dove è più forte il sentimento anti-nazionalista. Ma la speranza del premier - a due anni dalle prossime elezioni politiche - è che i grandi progetti di ricostruzione post-pandemia, da realizzare con l'imponente flusso di finanziamenti in arrivo dall'Ue, possano ridare respiro al governo.
di Daniele Mastrogiacomo
La Repubblica, 22 giugno 2021
L'offensiva di Daniel Ortega contro ogni forma di dissenso non è passata sotto silenzio. Anzi. La ridda di arresti, incursioni dentro casa, per strada, davanti alle scuole o agli studi medici dove i "nemici" andavano a prendere i figli o avevano una visita di controllo, ha avuto una forte eco internazionale. Anche perché l'opera di pulizia da parte del presidente ha coinvolto vecchi amici e compagni di guerriglia, uomini e donne che hanno fatto parte del Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale e hanno avuto un ruolo decisivo nella sconfitta del dittatore Anastasio Somoza. Le strade poi si sono divise e molti, tra gli ex combattenti, non hanno risparmiato le loro critiche all'ex compagno d'armi che il tempo, e il potere, hanno trasformato in un satrapo.
Più volte, tra la fine di maggio e metà giugno, molti esponenti raccolti attorno alla formazione di centrosinistra Unamos hanno lanciato sui social messaggi in cui annunciavano il loro probabile arresto. Chi ha fatto in tempo ha registrato un video sul cellulare e poi lo ha postato su Facebook o Twitter. È accaduto due domeniche fa a Suyen Barahona, anche lei figura di spicco della dissidenza nicaraguense. "Se state vedendo questo video", dice, "è perché la polizia mi ha sequestrato e ha circondato la mia casa come ha fatto con altri leader sociali, politici, avvocati e con gli oltre 120 prigionieri e prigioniere politici".
L'arresto più eclatante è stato quello di Cristiana Chamorro, 62 anni. Il 2 giugno decine di agenti della polizia hanno fatto irruzione nella sua casa poco prima che iniziasse una conferenza stampa in cui denunciava di essere stata esclusa dalle prossime elezioni presidenziali. Figlia di Violeta Barrios de Chamorro, che guidò il Paese tra il 1990 e 1997, dopo aver sconfitto Ortega, e del giornalista Pedro Joaquín Chamorro, assassinato dagli sgherri di Somoza. Era l'avversaria più temibile e con maggiori possibilità di successo per Daniel Ortega deciso a vincere anche le elezioni del 7 novembre per il suo terzo mandato consecutivo. Una storia comune a molti leader di sinistra, o presunti tali, che faticano ad accettare una sfida democratica gridando al complotto o al tradimento. È confinata in casa. Agli arresti.
Daniel Ortega ha timore di perdere. Ha forzato la mano alla Costituzione che vietava la sua ennesima ricandidatura facendo approvare dal Parlamento che controlla una norma di modifica costituzionale; ha represso con durezza le proteste di piazza che avevano visto la partecipazione di decine di migliaia di cittadini; ha provocato la morte di 300 manifestanti e 1200 feriti gravi; ha messo in galera oltre 600 giovani studenti, giornalisti, docenti, industriali, banchieri. Ha rotto con la Chiesa per le critiche che aveva rivolto dopo le stragi commesse durante le continue manifestazioni. Ha fatto aggredire a bastonate le mamme dei ragazzi arrestati, anche loro scese in piazza per sapere dove fossero finiti i loro figli. Oltre 180 mila nicaraguensi sono fuggiti nel vicino Costa Rica per sottrarsi alla repressione. Adesso, l'ennesimo giro di vite per fare piazza pulita dei potenziali avversari.
Gli arresti più sconcertanti riguardano tre elementi di spicco della guerriglia contro la dittatura di Somoza. Due uomini e una donna che sono vere icone della lotta di liberazione diventati fastidiosi nemici perché critici sulla deriva assunta dal loro compagno di battaglie. Ha protestato l'Organizzazione degli Stati Americani, c'è stata una risoluzione di condanna da parte del Parlamento Europeo, l'Onu ha reagito esprimendo tutta la sua preoccupazione. Ma è servito a poco.
Human Rights Watch ha elaborato un dossier nel quale aggiorna a 124 il numero di persone ancora in carcere. Alcune da oltre un anno. Sono stati contattati 53 attivisti che hanno fornito foto e testimonianze sugli arresti arbitrari. Valeska Sandoval, 22 anni, studentessa universitaria, ha raccontato di essere stata prelevata a forza da una strada e portata nel carcere di El Chipote. "Due poliziotti mi hanno appeso a una corda con le mani legate sopra la testa. Sono stata picchiata, colpita in faccia e sul corpo, sullo stomaco con sbarre di ferro. Poi, per venti minuti, mi hanno tenuta la faccia dentro e fuori da una tinozza con dell'acqua lasciandomi tramortita. Infine, prima di rilasciarmi mi hanno minacciato: "La prossima volta che ti vediamo, ti uccidiamo".
Il 9 giugno scorso un portavoce Onu ha detto che il segretario generale Antonio Guterres "era profondamente scosso dai recenti arresti e dalla inammissibilità alle prossime elezioni di molti leader dell'opposizione". Hrw chiede un passo in più alle Nazioni Unite. "In difesa dei diritti umani", afferma il direttore per l'America Latina, José Miguel Vivanco, "il segretario generale deve invocare l'articolo 99 e convocare il Consiglio di Sicurezza per adottare una risoluzione che impegni Ortega a rispettare libere elezioni e a rilasciare i candidati dell'opposizione". Sono intervenuti anche gli Usa con sanzioni che colpiscono i vertici del regime. L'ultima mossa diplomatica è quella annunciata ieri da Messico e Argentina, che hanno deciso di richiamare gli ambasciatori per consultazioni. Una decisione, spiegano i due governi in un comunicato congiunto, presa "per le preoccupanti iniziative politico-legali del governo nicaraguense che hanno messo in pericolo l'integrità e la libertà di diverse figure dell'opposizione".
Ma Daniel Ortega e sua moglie Rosario Murillo si sono limitati a fermare la macchina repressiva. Dalla loro hanno una legge, la 1055, approvata dall'Assemblea nazionale. Definisce "traditori della Patria" chiunque muova critiche al governo. Consente di escludere da incarichi pubblici presenti e futuri chiunque la infranga. Sono accusati di "incitare all'ingerenza straniera nelle faccende interne, di chiedere interventi militari, sono sostenuti da finanziamento di potenze estere". Basta un viaggio e un breve soggiorno negli Usa e sei pronto per il carcere.
di Diodato Pirone
Il Messaggero, 21 giugno 2021
Marta Cartabia ieri ha scosso la magistratura. La ministra della Giustizia, ed ex presidente della Corte Costituzionale, a poche ore dalle polemiche durissime sui referendum sulla giustizia fra l'Associazione Nazionale Magistrati che ha preannunciato una "ferma reazione" e il leader della Lega Matteo Salvini che li ha difesi a spada tratta, ha fatto ricorso a frasi durissime ed inequivocabili per sottolineare non solo la necessità di una riforma profonda della Giustizia ma soprattutto di un salto di qualità morale dell'intera categoria. Da Taormina, dove era ospite dio di Benedetta Tobagi nell'ambito di TaoBuk 2021, la ministra è stata protagonista di un intervento di ampio respiro andato dall'estradizione dei terroristi da parte della Francia alla crisi della magistratura.
di Dario Pasquini*
Ristretti Orizzonti, 21 giugno 2021
Questa mattina il Collegio del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale ha presentato alla Camera dei Deputati la Relazione al Parlamento 2021.
Nel suo intervento, il Presidente Mauro Palma ha riassunto i punti principali delle più di 400 pagine della Relazione consegnata ai Presidenti delle Camere, affrontando i diversi ambiti di intervento del Garante nazionale: dalla detenzione penale a quella amministrativa delle persone migranti, dalla privazione della libertà in ambito sanitario alla custodia nei luoghi delle Forze di Polizia, fino ad arrivare alla possibile perdita di autodeterminazione di persone anziane o disabili ospiti in residenze sanitarie assistenziali.
di Francesco Grignetti
La Stampa, 21 giugno 2021
Il Garante delle libertà personali: il virus fa esplodere problemi latenti. Due i nodi: il sovraffollamento delle carceri e l'isolamento degli anziani. È stato un anno di speciale sofferenza, questo 2020 segnato dalla pandemia. Specie per chi a vario titolo è privato della propria libertà.
di Liana Milella
La Repubblica, 21 giugno 2021
L'ex procuratore di Milano ed ex presidente dell'Anm di Salvini dice: "È spesso in conflitto con i principi acquisiti in Europa". Il referendum sulla separazione delle carriere? "Solo propaganda, la Consulta lo boccerà". "Insensato" il quesito sulla custodia cautelare. La responsabilità civile? "Renderà il giudice più timoroso di fronte ai casi difficili"
Lei, Edmondo Bruti Liberati, è stato procuratore di Milano, ma anche leader dell'Anm negli anni caldi dello scontro con Berlusconi. Nonché figura di spicco di Magistratura democratica. L'ultimo protagonista ad aver organizzato uno sciopero per garantire l'autonomia delle toghe. Cosa vede adesso? L'Anm, con Giuseppe Santalucia, interviene sui referendum radical-leghisti e subito Matteo Salvini insorge e lo invita al silenzio, mentre il segretario radicale Maurizio Turco chiama addirittura in aiuto Mattarella. Che sta succedendo?
"L'Anm ha criticato il metodo e il contenuto dei quesiti referendari preannunciando più articolate osservazioni critiche. È esattamente ciò che prevede il parere del 2020 che porta il numero 23 del Consiglio consultivo dei giudici europei a proposito del "ruolo delle associazioni dei magistrati a sostegno dell'indipendenza della giustizia". Ciò non è tollerato in paesi come Polonia e Ungheria che hanno pesantemente cercato di limitare l'intervento delle associazioni di magistrati. Non stupiscono, dunque, le reazioni dell'onorevole Salvini, che con i principi acquisiti in Europa ha spesso un rapporto piuttosto conflittuale".
Santalucia fa un'osservazione scontata. Mentre la Guardasigilli Marta Cartabia lavora alle riforme, un partito della stessa maggioranza come la Lega si allea con i Radicali per promuovere sei referendum che chiaramente terremotano le riforme stesse. E Santalucia osserva che se il governo lavora, il referendum è un controsenso. Non è così?
"Le commissioni istituite dalla ministra Cartabia hanno prodotto molte proposte che formeranno oggetto di emendamenti. È impensabile che il lavoro del Parlamento si fermi in attesa dei referendum. I progetti di legge saranno discussi nella commissione Giustizia e poi in aula; sulle singole questioni si aprirà un confronto nelle Camere, ma anche nell'opinione pubblica, e in particolare tra i giuristi. Non mancherà certo il contributo, adesivo o critico sulle singole questioni, sia dell'Anm, sia dei singoli magistrati".
Il costituzionalista Cassese oggi dice una cosa scontata, che il referendum è ammissibile. Decideranno Cassazione e Consulta se i sei quesiti proposti lo sono, ma l'Anm e le toghe hanno il diritto di esprimere una "ferma reazione" contro questa iniziativa?
"Il referendum, strumento di partecipazione previsto dalla Costituzione, nella sua attuazione pratica ha avuto momenti positivi, e altri meno. Abbiamo avuto quesiti dichiarati inammissibili dalla Corte Costituzionale, altri dichiarati ammissibili hanno trovato ben poco interesse tra i cittadini chiamati ad esprimersi, tanto che non è stato raggiunto il quorum".
Non avverte un vento antidemocratico quando il presidente della commissione Giustizia del Senato, il leghista Ostellari, dice che la "sovranità appartiene al popolo" quasi che i magistrati se ne dovessero stare zitti?
"Un'ovvietà dire che la sovranità appartiene al popolo, una preoccupante lesione di principi costituzionali se si volesse mettere il bavaglio all'Anm e ai magistrati. Gli slogan sono facili. Più utile sarebbe misurarsi sul merito delle critiche che vengono avanzate sui quesiti referendari".
Nel merito, lei come giudica i sei referendum? Quale trova più bizzarro? Politicamente appaiono come una provocazione...
"Uno dei quesiti proposti, a differenza di altri, è breve e, piuttosto che intervenire con abrogazione di diverse norme o con il ritaglio di pezzi all'interno di singole norme, si traduce nell'abrogazione di poche righe dell'articolo 274 del codice di procedura penale".
Parla di quello sulla custodia cautelare?
"Esatto. Non sarà più consentita la custodia cautelare dell'indagato, in carcere e neppure agli arresti domiciliari, quando l'esigenza cautelare fosse determinata "solo" dal "concreto e attuale pericolo che questi commetta" delitti "della stessa specie di quello per cui si procede". Ipotizziamo il caso dell'arresto in flagranza di un soggetto con diversi precedenti specifici e con non poche probabilità che prosegua nella sua attività criminosa. Il gip convalida l'arresto e dispone l'immediata scarcerazione, non essendovi questioni di inquinamento delle prove o di pericolo di fuga per un soggetto che non avrebbe la possibilità e nemmeno la convenienza di darsi alla latitanza. Il giorno dopo alcuni quotidiani ricorreranno agli sbrigativi titoli "la polizia arresta, i giudici scarcerano". Altri, con un'analisi più articolata, si chiederanno: "Ma chi mai è stato così insensato da modificare la legge?".
Visto che nella Costituzione è scritto che la magistratura è un corpo unico, che obiettivo ha chiedere agli italiani se vogliono separare giudici e pm? Ci vorrebbe una riforma della Costituzione oggi impossibile...
"Il quesito sulla separazione delle carriere consta di 1.069 parole e 7.775 battute, con richiami e ritagli di varie norme. Fa venire il mal di testa anche agli esperti giuristi che ne volessero seguire lo sviluppo. Difficilmente supererà il vaglio di ammissibilità della Corte costituzionale, ma intanto vi è stato l'effetto propagandistico. Già oggi il passaggio di carriera tra giudici e pm è sottoposto a rigidi criteri. Una radicale separazione non solo, ovviamente, non avrebbe alcun effetto sulla celerità dei giudizi, ma, contrariamente a quanto si vuol far passare, determinerebbe una diminuzione, e non un incremento di garanzie. Un pm più "lontano" dai giudici sarebbe ineluttabilmente più "vicino" alla polizia, più sensibile alle pressioni per il risultato immediato da raggiungere con misure cautelari e strumenti di indagine invasivi come le intercettazioni".
Santalucia e l'Anm criticano il referendum che rilancia la responsabilità civile dei giudici. Si può affermare che il quesito è ispirato all'animosità contro le toghe ed esprime la voglia di ridurle più fragili e timorose?
"La semplificazione del "chi sbaglia paga" è stata ricorrentemente proposta, ma resta una semplificazione fuorviante. Dieci anni fa un grande professore di diritto civile, Pietro Trimarchi, scriveva: "Se in un sondaggio di opinione si chiede se sia opportuno che il giudice sia tenuto a risarcire i danni che abbia cagionato con una decisone colpevolmente errata, i più risponderanno di sì. 'Chi sbaglia, paga', sembra ovvio. Ma che la responsabilità personale del giudice per i danni (problema, si noti, diverso e indipendente dalla responsabilità dello Stato) costituisca uno strumento efficace e opportuno allo scopo, non è affatto ovvio, anzi". Non saprei dire meglio".
Dunque un quesito persecutorio?
"Può essere interessante ricordare che in Francia, dov'è previsto un sistema abbastanza simile al nostro, l'azione di regresso, "action recursoire", nei confronti del magistrato di fatto non è mai stata esercitata. Una disciplina vendicativa nei confronti del singolo avrebbe il solo risultato di renderlo più timoroso di fronte ai casi difficili, che però sono il pane quotidiano della giustizia. Gli eccessi sulla responsabilità professionale dei medici hanno portato alla medicina difensiva. I magistrati professionalmente attrezzati, quale che sia la futura disciplina, continueranno ad assumersi le loro responsabilità".
Abolire la legge Severino sulla decadenza e incandidabilità di chi ha avuto una condanna oltre i due anni e vuole correre alle elezioni. È una sorta di segnale "libera tutti" che mette nel nulla le decisioni dei giudici?
"Qui la scelta del "liberi tutti" è una scelta tutta politica sui requisiti di eleggibilità che non escludono neppure i condannati definitivi per gravi reati. L'importante è che sia esplicitata e che i promotori se ne assumano la chiara responsabilità".
di Stefano Zurlo
Il Giornale, 21 giugno 2021
Il giurista: "Un referendum sulla giustizia è costituzionalmente ammissibile". Non ci sono ancora, ma fanno già litigare. Giuseppe Santalucia, presidente dell'Anm, ritiene che i referendum sulla giustizia siano inammissibili.
di Federico Capurso
La Stampa, 21 giugno 2021
La ministra: la riforma della giustizia cambierà tutto ciò che si deve cambiare. Di fronte alla crisi in cui è sprofondata la magistratura italiana, la Guardasigilli Marta Cartabia non si nasconde dietro "parole di convenienza" e invoca la forza dei "buoni modelli". Se da una parte emergono storture e scandali, dall'altra "si devono valorizzare di più i tanti Livatino in silenzio", dice dal palco del festival di Taormina Taobuk.
di Simona Musco
Il Dubbio, 21 giugno 2021
Intervista all'ex procuratore aggiunto di Venezia Carlo Nordio: ll referendum è una buona occasione "per dare uno scossone a questa pergamena marcita che è la giustizia". Il referendum è una buona occasione "per dare uno scossone a questa pergamena marcita che è la giustizia". E l'abrogazione della legge Severino non solo è giusta, ma anche necessaria per far ripartire il Paese. A dirlo è Carlo Nordio, ex procuratore aggiunto a Venezia.
Radicali e Lega propongono l'abrogazione della legge Severino. È d'accordo?
Sostengo da sempre l'abrogazione di questa legge, che è nata male, in quanto è stata applicata subito nei confronti di Berlusconi in modo retroattivo. E da lì si è vista l'anomalia di questa legge, perché aveva colpito una persona per un fatto commesso prima dell'entrata in vigore della legge stessa. Alle critiche come la mia, si rispose che la sanzione della decadenza dall'incarico pubblico non era una sanzione penale, che come tale sarebbe stata ovviamente irretroattiva, ma e amministrativa. Al che io risposi, e non fui il solo, che si trattava di una risposta ignorante, perché anche le sanzioni amministrative sono irretroattive, come previsto dalla legge del 1989 e anche dal 231 sulle sanzioni amministrative degli enti. Al che si disse che si trattava di una sorta di condizione di permanenza in una carica pubblica e che quindi, non essendo sanzionatoria, poteva essere retroattiva. Ma il punto è che si tratta pur sempre di una norma afflittiva e tutte le norme afflittive seguono il principio dell'irretroattività.
Cosa dimostra questo?
Che questa legge non è stata fatta dopo una opportuna valutazione tecnica, ma per ragioni di demagogia politica. Ed è nata male come tutte le norme che nascono con questa motivazione. In secondo luogo confligge con la Costituzione, che stabilisce la presunzione di innocenza, dato che è applicabile anche alle sentenze che non sono passate in giudicato. Ma secondo me è anche inopportuna perché ha un effetto deterrente nei confronti di chiunque ambisca a cariche pubbliche. E qui mi aggancio ad un'altra proposta -che non è nel referendum ma io spero che questo o il prossimo governo attui - che è in questo momento invocata dai sindaci, ovvero l'abolizione di reati come l'abuso d'ufficio e il traffico di influenze, che sono alla base della cosiddetta amministrazione difensiva. È tutto un complesso di norme che secondo me va eliminato, per ridare fiato alla pubblica amministrazione e, quindi, per un'utilità concreta, in vista anche di una ripresa economica del Paese.
È la famosa "paura della firma"...
Esatto e provoca la paralisi o il rallentamento della pubblica amministrazione per la paura che un domani si possa essere denunciati. I sindaci chiedono da anni questa revisione e se non avviene la pubblica amministrazione non riparte. E se non riparte la pubblica amministrazione non riparte nemmeno l'economia. C'è un discorso concreto e urgente da fare, in vista anche dei soldi che l'Europa dovrà darci con il Recovery Fund.
Il referendum, secondo lei, è una buona occasione o ha ragione chi dice che in questo modo il Parlamento viene esautorato?
Sulla formulazione tecnica dei quesiti ho qualche dubbio, ad esempio sulla responsabilità civile dei magistrati, ma questi dubbi spariscono o sono superati da un fatto molto più strategico: questo referendum è l'unica occasione per dare un forte scossone al sistema giudiziario italiano che è incancrenito e che questo Parlamento non riuscirà mai a cambiare. Non è un sovrapporsi al Parlamento, è fare ciò di cui il Paese ha bisogno e che il Parlamento non è in grado di fare, perché sulla giustizia penale è dannatamente diviso e, anzi, è dominato da una corrente che potremmo dire "giacobina", giustizialista. Una maggioranza che probabilmente col prossimo Parlamento cambierà, ma che con questo non è assolutamente in grado e non ha nemmeno intenzione di fare quelle riforme fondamentali, con la revisione totale del nostro sistema, soprattutto penale. E poiché questo governo, anche giustamente, ha delle altre priorità, come la sanità e l'economia, l'urgenza della riforma della giustizia è messa da parte.
Quindi manca la volontà politica?
Si vede perfettamente che questo Parlamento, al di là delle priorità, le riforme sulla giustizia non le vuole fare, perché si è già diviso su tutte le questioni più importanti.E poiché le riforme sono indispensabili, ma non sono certo quelle proposte da Cartabia, che ha le mani legate dall'esistenza di un Parlamento che non glielo farebbe mai fare, il referendum è l'unica, vera, grande occasione per dare un forte scossone a questa pergamena marcita che è la giustizia italiana, che va rifatta da capo a fondo. Altra cosa è avere dei dubbi, ed io li ho, sulla perfezione tecnica di alcuni quesiti e se devo dirla tutta anche sull'opportunità della responsabilità civile dei magistrati.Perché è inutile colpire un magistrato incapace sul portafoglio, dal momento che è assicurato, va colpito sulla carriera o addirittura sul mantenimento del posto che occupa. Un magistrato che non sa fare il magistrato va cacciato via dalla magistratura.
- Anticorruzione, con Busia è finita la caccia alle streghe
- Magistratura, chi sono i non controllori
- "Responsabilità civile dei magistrati? Non si limita l'autonomia, ma l'arbitrio"
- L'imputato ai domiciliari ha diritto di essere tradotto in udienza anche in assenza di sua richiesta
- No alla giustizia dell'emotività











