borderline24.com, 26 giugno 2021
Sabato 26 giugno alle ore 18.30 nel Giardino della Scuola Primaria "Giovanni Falcone", nel quartiere Catino a Bari, il Presidente della Regione Puglia Michele Emiliano parteciperà alla premiazione dei vincitori del "Premio Letterario Fumarulo", promosso dall'Associazione "Giovanni Falcone" di Bari. Il Premio è rivolto ai detenuti delle case circondariali di Puglia e Basilicata e dedicato alla memoria del dirigente regionale Stefano Fumarulo.
Seguirà un'esibizione musicale del gruppo Alioune Ndiaye, dell'Associazione "Ghetto Out - Casa Sankara Centro Fumarulo". Il Premio Letterario Fumarulo ha una doppia valenza: festeggiare i 25 anni dell'associazione Giovanni Falcone e soprattutto celebrare la memoria di Stefano Fumarulo, il dirigente regionale scomparso prematuramente nell'aprile del 2017.
Fumarulo ha sempre dedicato la sua vita alla lotta alla criminalità, oltre ad aver lottato a fianco delle persone più deboli contro il caporalato e ogni tipo di mafia, sia personalmente che in qualità di dirigente regionale, unendo professionalità e rigore tecnico. Proprio per questo motivo si è imposto come modello di virtù etica e sociale, di legalità e solidarietà, e soprattutto come modello per le nuove generazioni e per chi vuole cambiare la rotta della propria vita. A lui è dunque dedicato il Premio Letterario, che vede coinvolti i detenuti delle carceri di Puglia e Basilicata. Consci dell'importanza della cultura quale strumento per sconvolgere alla radice l'essenza della nostra società, i membri dell'Associazione "Giovanni Falcone" hanno voluto rendere protagonisti proprio coloro che, imparando dai propri errori, cercano una rinascita e chiedono a gran voce una seconda possibilità.
La scrittura diventa così strumento di redenzione, un mezzo per comunicare se stessi e la voglia di riscatto, al di là di ogni forma di pregiudizio. Una porta sulla loro vita e sulla loro interiorità, alla ricerca di una nuova possibilità. I detenuti hanno infatti partecipato attivamente al concorso presentando dei componimenti poetici e narrativi. Questi sono stati valutati da una commissione ad hoc che ha valutato e nominato i vincitori. Il Premio Letterario ha ottenuto il Patrocinio Morale della Presidenza della Regione Puglia, della Regione Puglia, del Comune di Bari, della Casa Circondariale di Bari, del Provveditorato di Puglia e Basilicata, del Garante dei diritti delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale della Regione Puglia, dell'Associazione Nazionale Magistrati, della Fondazione Falcone, di Libera e le associazioni Gens Nova e Antigone.
di Eleonora Lanzetti
Corriere della Sera, 26 giugno 2021
Succede nella Casa circondariale di Torre del Gallo, che ospita 720 detenuti. I cani arrivano dal canile di Voghera: sono i protagonisti del progetto "Qua la zampa". Risollevarsi da un passato difficile e provare a costruire un futuro migliore insieme. Il percorso di reinserimento dopo la condanna al carcere, passa attraverso le cure amorevoli riservate agli amici a quattro zampe. Sono entrati nelle case di riposo per anziani, nelle corsie degli ospedali, e ora anche nei penitenziari. Arrivano dal canile di Voghera i cani protagonisti del progetto "Qua la zampa", reso possibile grazie alla sinergia tra il direttore del carcere di Pavia Stefania D'Agostino, il direttore generale di Ats Mara Azzi e l'ex garante provinciale dei detenuti Vanna Jahier, in collaborazione con la Scuola Cinofila "Il Biancospino" di Casteggio.
Nella Casa circondariale di Torre del Gallo, che ospita 720 detenuti suddivisi in due padiglioni, è stata costruita anche un'area esterna recintata, con due accoglienti box, uno spazio per lo sgambamento e le attività educative degli animali. Saranno i detenuti stessi a prendersi cura dei cani e ad addestrarli per ottenere il patentino di educatore cinofilo usufruendo di una borsa lavoro. Il progetto è finanziato da Fondazione Banca del Monte di Pavia e Fondazione Ubi di Milano e promosso dall'Associazione di volontariato Amici della mongolfiera di Pavia, che da anni collabora con la casa circondariale Torre del Gallo, attivando laboratori interculturali e servizi di assistenza per detenuti stranieri.
Diventerà un rapporto simbiotico e salvifico per entrambi: i cani, sin dai primi giorni, si sono affidati alle cure dei loro nuovi addestratori che così inizieranno anche un percorso su loro stessi per superare le difficoltà sapendo di avere un'opportunità fuori, quando avranno finito di scontare la pena. Al tempo stesso, i cani che in canile hanno rapporti spersonalizzanti, possono avere ora un padrone al quale legarsi. Insomma, con questo progetto si favorisce il benessere del detenuto e dell'animale. E, nel caso in cui il detenuto durante la sua vita prima della carcerazione abbia avuto un cane, potrà portarlo con sé all'interno della casa circondariale. "Il nostro obiettivo è quello di restituire alla società una persona cambiata dalla detenzione, dopo un percorso riabilitativo - spiega il direttore del carcere di Pavia, Stefania D'Agostino. L'amore per gli animali è trasversale e questi cani hanno alle spalle storie difficili di abbandono e solitudine. In qualche modo, simili a quelle dei loro nuovi addestratori. Il percorso sarà positivo sia per i detenuti che per gli animali stessi".
Gli istruttori della scuola cinofila sono responsabili del percorso educativo che prevede un impegno quotidiano da parte dei detenuti nella cura e nell'educazione dei cani, mentre le cure veterinarie sono garantite dall'Area Veterinaria di Ats Pavia guidata dalla dottoressa Gabriella Gagnone. Attualmente sono tre i detenuti che si occupano quotidianamente dei cani e che frequentano regolarmente il corso di educatore cinofilo. "I cani vengono di fatto adottati dai detenuti che si occuperanno di loro. Prendersi cura di questi animali dal passato spesso difficile, significherà conquistare la loro fiducia, diventarne un punto di riferimento - spiega il direttore generale di Ats, Mara Azzi. Per i detenuti, questa scuola è un impegno che li aiuta a migliorarsi e offre una nuova prospettiva al periodo che dovranno trascorrere in carcere. Consentirà loro di recuperare un ruolo sociale una volta rilasciati e di imparare un mestiere che potranno svolgere in futuro".
di Franco Venturini
Corriere della Sera, 26 giugno 2021
Dopo anni di silenzio si è tornati a discutere di immigrazione, e questo è stato un successo italiano. Ma senza affrontare i veri nodi. Nel 2016, quando su richiesta tedesca la Ue approvò un ben pagato accordo con Erdogan per trattenere in territorio turco l'ondata dei rifugiati siriani, qualcuno parlò di scandalo e di immoralità politica. Ma il vero scandalo è oggi.
Non perché al vertice europeo appena concluso l'accordo con Erdogan sia stato rinnovato (tre miliardi di euro fino al 2024), ma piuttosto perché gli sforzi di Mario Draghi non sono bastati a far diventare quello dei migranti un vero tema europeo, e le azioni future, o le sperabili solidarietà tra Paesi riceventi, restano affidate alla volontà dei governi senza ombra di oneri o di regole comuni.
Il che, tradotto, significa che i Paesi di prima linea come l'Italia ma anche altri (si pensi alla Grecia) dovranno in linea di massima cavarsela da soli, salvo stimolare gesti "generosi" da parte di Paesi disposti ad attuare un più che parziale ricollocamento. E non si tratterà di gesti troppo solidali, perché tanto la Germania quanto la Francia saranno in campagna elettorale nei prossimi mesi.
Certo, i Capi della Ue hanno affrontato l'argomento dopo anni di silenzio, e questo è stato un successo italiano. Ma discutere una riforma del protocollo di Dublino (il migrante resta dove arriva, cioè molto spesso da noi) è parsa una bestemmia, tutti sapevano che la questione sta mettendo a dura prova i decisori svedesi e danesi, tutti erano consapevoli che all'Est dei "nostri" migranti non vogliono sentir parlare, a tutti era chiaro che i palliativi tante volte indicati (accordi con i Paesi di origine, rafforzamento della vigilanza ai confini, lotta a tratta e contrabbando, preparazione di rapporti) sono appunto palliativi. Per fortuna aiuti specifici sono stati previsti per Libano e Giordania. E per la Libia si incrociano le dita, in attesa che molti afghani fuggano dal loro Paese abbandonato dalle armate occidentali. L'Europa infila la testa nella sabbia. Questo sì è uno scandalo.
di Anna Maria Merlo
Il Manifesto, 26 giugno 2021
Contro la discriminazione delle persone Lgbtqi+ l'Unione ritrova la sua anima. Ma sull'accoglienza è la linea Orbán ad avere la meglio. La discussione di fondo sui "valori fondamentali" dell'Unione europea a proposito della legge ungherese, che rappresenta una "minaccia contro i diritti fondamentali, in particolare il principio di non-discriminazione a causa dell'orientamento sessuale", come è scritto nella lettera firmata da 17 capi di stato e di governo (18 se si tiene conto della "favorevole neutralità" del Portogallo, che ha la presidenza del Consiglio Ue), "non è mai stata così profonda e onesta, almeno per quanto mi ricordi" ha commentato Angela Merkel, al suo ultimo vertice dei capi di stato e di governo e veterana dei summit. In primo piano, anche gli altri due primi ministri da più tempo in carica tra i 27: su fronti opposti, l'ungherese Viktor Orbán e l'olandese Mark Rutte, che ha invitato l'Ungheria a uscire dalla Ue se non è d'accordo con i suoi fondamenti.
La spaccatura è tra l'ovest e il nord da un lato (tra i 17 ci sono tutti i paesi della "vecchia Europa" e dall'est hanno aderito solo Estonia e Lettonia) e la cosiddetta "nuova Europa" dall'altro. "Non è un problema Viktor Orbán - ha commentato Emmanuel Macron - ma il crescente anti-liberalismo di società che oggi sono attratte da modelli politici contrari ai nostri valori": succede in Ungheria, in Polonia, ma anche altrove, "come arrivano a questo alcuni popoli?". Per Macron siamo di fronte a "una forma di deriva", che va contrastata ridando "contenuto, prospettiva, senso" alle forze democratiche.
La Commissione, con una lettera inviata a Orbán dai commissari Didier Reynders (Giustizia) e Thierry Breton (Mercato interno), attende una risposta entro fine mese per poi, eventualmente, agire contro Budapest. Contro l'Ungheria è già stato utilizzato l'articolo 7, per il non rispetto dello stato di diritto (come contro la Polonia), c'è stato il riferimento alla "condizionalità" dei versamenti del Recovery Plan: ma entrambe queste iniziative sono di fatto spuntate, la prima per i tempi lunghi della procedura, che prevede alla fine un voto all'unanimità che non ci sarà (Polonia e Ungheria si tengono bordone), la seconda è stata annacquata e congelata in attesa del risultato del ricorso di Budapest e Varsavia alla Corte di Giustizia, che non prevede una sentenza prima di due anni. Le ultime minacce rischiano di fare la stessa fine (molti paesi, anche la Francia, non sono d'accordo nel "punire" finanziariamente l'Ungheria). La reazione della Ue, questa volta è stata importante e onesta, come dice Merkel. Segna anche l'esistenza di un'opinione pubblica europea, in un'Unione accusata di essere un non-stato senz'anima. Ma non è il primo scarto guidato da Orbán.
Nel 2015, al momento della "crisi dei migranti" a causa della guerra in Siria, l'Ungheria era stata alla punta del rifiuto della solidarietà dell'accoglienza. Anche allora erano stati evocati i "valori", ma senza grande forza. L'accoglienza della Germania, in quell'occasione, aveva salvato l'anima della Ue. Ma, con il passare del tempo, è purtroppo la "linea Orbán" che ha avuto la meglio. Al Consiglio europeo, ai paesi del sud (Italia, Grecia, Spagna) che chiedono di non essere lasciati soli, non solo l'est ha di nuovo alzato il muro del rifiuto di condividere il "fardello". Anche i grandi paesi che sono già in campagna elettorale - Germania e Francia - hanno optato per la soluzione del denaro e del rafforzamento delle "difese", nel bilancio Ue 2021-2027 ci sono 18 miliardi destinati al controllo delle frontiere esterne e al contenimento dell'immigrazione non voluta. La Commissione propone dei "canali legali" di entrata, ma la questione è a un punto morto.
il patto globale per la migrazione, proposto dalla Commissione nel settembre 2020 resta nei cassetti, a parte l'accordo sull'Agenzia per l'asilo. Nessuno solleva il rispetto dei "valori", quando l'International Rescue Committee parla di condizioni "orribili" di detenzione dei migranti in Libia o quando vengono rivelati i numeri dei morti nel Mediterraneo (più di 500 dall'inizio dell'anno).
L'Europa fortezza si barrica dietro Frontex e ignora le inchieste che denunciano le pratiche dei respingimenti. La Ue punta a risolvere i problemi con i soldi, altri 3,5 miliardi alla Turchia con il rinnovo dell'accordo del 2016, perché si tenga gli esuli siriani, finanziamenti anche per Giordania e Libano, "formazione" per i guardiacoste libici. Ai paesi d'origine, reticenti a riprendersi i loro cittadini arrivati illegalmente nella Ue, per esempio la Tunisia, gli aiuti finanziari sono correlati a minacce sui visti, che saranno limitati se non accettano i ritorni forzati. In Danimarca, il governo a guida social-democratica, propone di "esternalizzare" verso paesi africani - nella lista ci sono Ruanda e Egitto - i richiedenti asilo e l'analisi delle richieste, per evitare arrivi precipitati sul territorio poi difficile da gestire. La Grecia costruisce muri.
di Giovanna Casadio
La Repubblica, 26 giugno 2021
Sulla carta la maggioranza è di 168 voti a favore e 151 contrari. Italia Viva cerca un confronto con le destre. Berlusconi: "Non è una priorità". Salvini si intesta la bandiera della trattativa sul ddl Zan. Ma nel Pd nessuno ci crede. Il leader leghista va per le spicce: "Se togliamo l'ideologia in una settimana si chiude tutto", e dice che nell'sms inviato al segretario dem Enrico Letta propone anche di disincagliare la legge contro l'omofobia dalle secche. A patto ovviamente che si tolga la questione del gender, che non piace alla Chiesa. Letta declina e indica la strada maestra: "Io non ho mai rifiutato il confronto e non lo rifiuterò nemmeno questa volta. Ma la Lega non ha voglia di modificare e di migliorare il testo, vuole affossarlo. La cosa migliore è andare in aula e ognuno si assumerà la sua responsabilità".
La trattativa non decolla. E d'altra parte, a destra non tira buona aria per la legge contro l'omofobia. Silvio Berlusconi liquida la questione: "Il governo deve realizzare grandi riforme, non il ddl Zan". Comunque la prova del nove del confronto sarà il tavolo dei capigruppo del Senato di mercoledì prossimo. Lo ha convocato Andrea Ostellari, il presidente leghista della commissione Giustizia, dove il ddl Zan si è impantanato tra ostruzionismo e audizioni infinite. Tutti i partiti hanno accettato l'invito. I giallo-rossi però chiariscono: andiamo a vedere le carte. E per evitare che sia solo melina, pongono una condizione: che sia confermato l'esame in aula della legge contro l'omofobia per il 13 luglio. Insistono sia la grillina Alessandra Maiorino che la dem Monica Cirinnà.
Insomma non basta l'acqua sul fuoco gettata l'altro ieri dal segretario di Stato della Santa Sede, Pietro Parolin. Parolin ha invitato al dialogo, garantendo che il Vaticano non ha mai voluto bloccare la legge contro l'omofobia con quella nota diplomatica che si è abbattuta come una scure sulla laicità dello Stato italiano e sul suo Parlamento. Ma modifiche sono possibili? La Chiesa invoca in particolare la riscrittura dell'articolo 1 del ddl Zan in cui si parla di "identità di genere" e quindi della fluidità del passaggio da un sesso all'altro; dell'articolo 4 che affronta il tema della libertà d'espressione; dell'articolo 7 ovvero dell'istituzione di una giornata contro l'omotransfobia e delle iniziative di sensibilizzazione nelle scuole di ogni ordine e grado. Questo punto soprattutto metterebbe in discussione uno dei pilastri del Concordato, la libertà delle scuole cattoliche paritarie.
I giallo-rossi fiutano la trappola della destra. E per chiarire che i sospetti sono fondati, il vice capogruppo dem a Palazzo Madama, Franco Mirabelli cita le parole del governatore del Friuli Venezia Giulia, il leghista Fedriga, secondo il quale il ddl non va corretto, ma rifatto. "Ringraziamo Fedriga per la semplicità e l'onestà con cui ha chiarito cosa vuole la Lega", reagisce Mirabelli.
Molto conta il pallottoliere di Palazzo Madama. Qui la differenza la fanno i renziani e la pattuglia dei dissidenti e ribelli trasversale ai gruppi. Italia Viva ha fatto sapere con Davide Faraone di puntare a un dialogo con le destre. Ma Ivan Scalfarotto, che nella scorsa legislatura presentò il ddl contro l'omofobia poi naufragato, ragiona: "Se i leghisti sono a favore delle leggi omofobe di Orban, come è pensabile una mediazione? La strada dell'aula è la scelta obbligata". I 17 senatori di Iv, messi davanti a un "prendere o lasciare", si orienteranno verso il ddl Zan (già dai renziani votato alla Camera)? I Dem scommettono di sì. Inoltre escludono defezioni nel gruppo del Pd, nonostante dubbi ci siano. Sulla carta quindi la maggioranza è di 168 voti a favore del ddl Zan e 151 sono i contrari. Una ventina di voti tuttavia potrebbero fare la differenza nello scrutinio segreto. In Forza Italia c'è una pattuglia liberal che potrebbe staccarsi.
di Sarantis Thanopulos
Il Manifesto, 26 giugno 2021
Chi sono i pazienti "psichiatrici", gli "schizofrenici" e i "bipolari", portatori di un turbamento psichico destrutturante? La loro definizione dominante privilegia il fatto che non sono dentro il sistema sociale: né in termini di adesione, né in termini di contestazione. Sono percepiti come avulsi dall'interpretazione logica della vita, come mine vaganti. È vero che tendono a costruire una rappresentazione persecutoria della realtà, vivono in un mondo che si è presentato fin dall'inizio estraniante.
Percepirlo ostile dà significato alla violenza dell'estraniazione subita. La parte più difensiva e normativa di noi, teme la violenza che li ha azzannati (e di cui essa è parte). Vede nell'aporia che essi incarnano una minaccia da tenere a bada e proietta in loro la propria ostilità contro ciò che sfugge al suo controllo. La cura diventa assistenza che li deve addomesticare, neutralizzarli o contenerli con la forza ("a fin di bene") se non sono compiacenti.
In realtà i "folli", recintati senza via d'uscita in diagnosi psichiatriche sempre più codificate e sempre più alienanti (l'evanescenza della denominazione ossessiva diventata canone dell'esistenza), sono alla ricerca disperata di una rappresentazione logica della realtà, che possa colmare il vuoto di senso che minaccia la loro vita. Cercano di appropriarsi di ciò a cui si sentono più estranei, ma che appare loro il segreto inarrivabile dello stare in modo. Cadono in una trappola perché la logica separata dalla soggettività tende a diventare omogenea all'oggettività e l'oggettività pura è alienazione, autodistruzione della ragione. Si ribellano alla trama impersonale che li ingabbia, accettando la lacerazione della loro soggettività, a cui la ribellione li espone, perché così si sentono vivi. Il delirio è espressione del conflitto tra l'alienazione e la soggettivazione della loro esperienza. Nel punto in cui sembra avvicinarsi all'interpretazione, ne fugge, al tempo stesso, via.
L'unico modo autentico di relazionarsi con la follia, senza ingabbiarla negli schemi assistenziali della psichiatria correttiva, è partire dalla sofferenza che, nonostante l'angoscia a volte devastante che l'accompagna, è soprattutto domanda di relazione, di vita. L'angoscia diventa spesso invasiva, destrutturante e l'uso accorto di farmaci può contenerla, alleviarla, renderla elaborabile.
I farmaci non cancellano il delirio, ma attutendo l'angoscia lo rendono meno incandescente, più sintonico con la spontanea tendenza alla vita che viene dalla soggettività tormentata. Usare i farmaci in modo indiscriminato, massiccio, aggredendo insieme all'angoscia l'esperienza soggettiva, vivente nella maniera apparentemente bizzarra di relazione con il mondo, che è creduta un sintomo, induce catatonia affettiva.
Le radici della sofferenza individuale sono nella relazione tra patrimonio genetico e ambiente affettivo, culturale e sociale. Il disagio del singolo è l'estrinsecazione nei soggetti più vulnerabili di un disagio collettivo. La psicoanalisi mette a fuoco l'ambiente affettivo dell'infanzia, perché è in questo spazio che l'esperienza gravemente ferita si è configurata in modo personale, umano. Del dolore nessuno possiede la chiave di "guarigione". Se i soggetti "psichiatrici" guariscono ciò accade spontaneamente (Winnicott). La cura è un prendere cura della relazione che include una accurata ricerca epidemiologica, il supporto farmacologico e la ricerca transdisciplinare sulle correlazioni tra la soggettività e il suo substrato genetico/neurofisiologico. Il suo fondamento è l'umanizzazione della sofferenza: il lavoro di elaborazione che dà spazio e riconoscimento alla creatività soggettiva a cui danno accesso la cura psicoanalitica, la cura delle relazioni familiari, le esperienze di gruppo, il lavoro di integrazione socio-culturale nella comunità, l'espressione artistica dei vissuti. Un impegno importante di passioni e energie.
aduc.it, 26 giugno 2021
Le conoscenze attuali e le sfide future sulla droga e sul carcere in Europa sono oggetto di un nuovo studio dell'Agenzia dell'UE per la droga (Oedt/Emcdda). Pubblicato alla vigilia della Giornata internazionale contro l'abuso e il traffico illegale di droga (26 giugno), il rapporto, "Prigione e droga in Europa: sfide attuali e future", esamina una gamma di questioni in ambito carcerario, compreso l'uso di droghe e i danni, risposte sanitarie e sociali e offerta di farmaci. E mentre in diversi Paesi europei i servizi in carcere per le persone con problemi di droga sono aumentati, i trattamenti e assistenze disponibili sono limitati e devono essere ampliati.
Ogni giorno, in Europa ci sono più di 856 000 persone in carcere. Questa persone è molto probabile che abbiano fatto uso di droghe, regolarmente o di avere problemi legati alla droga. Hanno anche tassi più elevati di infezione da HIV, virus dell'epatite B (HBV), dell'epatite C (HCV) e tubercolosi. Per coloro che si iniettano oppioidi, il rischio di morire per overdose aumenta notevolmente nel periodo iniziale dopo la detenzione. Dato che le persone in carcere provengono dalla comunità e alla fine vi ritornano, è probabile che gli interventi realizzati in questo contesto abbiano un impatto significativo sulla salute pubblica complessiva.
Il direttore dell'Emcdda, Alexis Goosdeel: "È fondamentale avere una buona comprensione dei modelli e della prevalenza del consumo di droga tra la popolazione carceraria e identificare il tipo di risposte disponibili e che funzionano meglio. Spesso è in carcere che le persone che fanno uso di droghe accedono per la prima volta ai servizi sanitari e sociali. Questo rapporto mette in evidenza alcune delle sfide, ma anche le opportunità, che emergono in questo contesto per intervenire e fornire supporto per ridurre i danni correlati alla droga. Descrive inoltre come gli strumenti dell'Emcdda stiano aiutando a rafforzare il monitoraggio, scambiare le migliori pratiche e informare i Paesi nelle loro decisioni politiche e pianificazione dei servizi in merito".
L'importanza del contesto carcerario per affrontare i problemi della droga è sottolineata nella nuova strategia dell'UE in materia di droga 2021-2025, che ha come priorità strategica di rispondere alle esigenze sanitarie e sociali delle persone che fanno uso di droga in carcere e dopo la detenzione. L'Emcdda ha sviluppato un quadro metodologico per monitorare la droga in questo contesto, compresi strumenti come il questionario europeo sul consumo di droga tra le persone in carcere (EQDP). Basato su dati provenienti da 30 Paesi, il rapporto odierno presenta gli ultimi sviluppi nel campo della droga e del carcere, identificando le lacune nelle conoscenze e le implicazioni per la politica, la pratica e la ricerca.
Risultati chiave - Le persone che fanno uso di droghe sono sovrarappresentate in carcere e la prevalenza di problemi legati alla droga in questa popolazione è sostanzialmente più alta che nella popolazione generale. Le donne in carcere sono particolarmente vulnerabili e a rischio di consumo problematico di droga. Sebbene molte persone smettano di usare droghe quando entrano in prigione, alcune continuano o iniziano a fare uso di droghe in questo contesto. Il consumo di droga all'interno del carcere è indicato da tutti gli 11 Paesi che riportano dati su questo argomento. L'uso di nuove sostanze psicoattive (NPS) in carcere ha rappresentato una sfida crescente negli ultimi anni, in particolare l'uso di cannabinoidi sintetici. Le nuove tecnologie sono sempre più utilizzate per fornire droga alle carceri (ad es. consegne tramite drone), ma vengono anche impiegate per limitare l'offerta (ad es. nuova tecnologia di scansione per esaminare il contenuto della posta).
Le persone in carcere hanno una salute fisica e mentale e un benessere sociale più scarsi rispetto ai loro coetanei nella comunità e un'aspettativa di vita inferiore. Mentre le condizioni carcerarie possono influire negativamente sulla salute già compromessa delle persone che fanno uso di droghe, queste sono anche strutture che possono fornire servizi sanitari a coloro che prima erano difficili da raggiungere.
La terapia sostitutiva con oppiacei (OST) è disponibile in carcere in 29 dei 30 Paesi ma, nella maggior parte di questi, la copertura è bassa.
L'accesso ai test e alle cure per le malattie infettive è disponibile nella maggior parte dei Paesi, sebbene la copertura debba essere ampliata.
In alcuni Paesi sono disponibili altri interventi di riduzione del danno (ad es. programmi con aghi e siringhe, naloxone da portare a casa al momento della scarcerazione).
In molti Paesi europei sono state attuate alternative alle sanzioni coercitive. Deviare i delinquenti con un consumo problematico di droga verso la riabilitazione può avere una serie di effetti positivi (ad esempio, evitare gli effetti dannosi della detenzione e contribuire a ridurre i costi del sistema carcerario). Fornire equità e continuità delle cure, mentre le persone si spostano tra il carcere e la comunità, è la chiave per ottenere risultati terapeutici sostenibili ed efficaci; eppure questo non si ottiene nella maggior parte dei Paesi. È necessario intensificare gli interventi relativi alla droga nelle carceri, interventi che si sono dimostrati efficaci in altri contesti. Mentre la base di prove sta gradualmente aumentando, è necessaria una maggiore comparabilità dei dati tra i Paesi e ulteriori studi sui risultati degli interventi mirati alla riduzione della domanda e dell'offerta in carcere.
di Marco Perduca e Leonardo Fiorentini
Il Manifesto, 26 giugno 2021
World Drug Report. Criminalizzare il consumo (che continua ad aumentare) è più dannoso delle sostanze. La metà dei detenuti per droga è "tossicodipendente". In un Libro bianco la richiesta di una riforma.
La giornata internazionale contro il narcotraffico viene celebrata dalle Nazioni unite con il World Drug Report. Per lanciare il documento la Direttrice dell'Unodc Ghada Waly ha sottolineato come "la pandemia ci abbia mostrato il ruolo vitale di informazioni scientifiche affidabili e il potere della comunità nell'influenzare le scelte sanitarie. Dobbiamo urgentemente sfruttare questo potenziale per affrontare il problema mondiale della droga". Come a dire che finora né la scienza né la "comunità" avevano accompagnato le politiche globali in merito. Lo slogan per pubblicizzare il Rapporto è "Tutto quello che devi fare è #ShareFactsOnDrugs (condividere fatti sulle droghe) per #SaveLives (salvare vite)". A parte questi inciampi nella comunicazione c'è il problema dei numeri.
Secondo i dati del 2019, negli ultimi 12 mesi, 275 milioni di persone (5,5% del totale), ha fatto uso di droghe: 6 milioni in più dell'anno prima con un aumento del 58% dal 1998 e un ritmo più che doppio rispetto alla popolazione mondiale. 36 milioni di queste (13% del totale) ha sviluppato un uso problematico. Oltre 11 milioni si iniettano, di queste una metà convive con l'epatite C. Circa 200 milioni (4% del totale) hanno usato cannabis, un consumo aumentato di quasi il 18% negli ultimi 10 anni. Le stime parlano di 20 milioni di persone (0,4% del totale) che usano cocaina. Infine, anche qualche "buona notizia": gli oppioidi farmaceutici (metadone e buprenorfina) usati per trattare le persone con disturbi da uso di oppiacei sono diventati più accessibili negli ultimi 20 anni. La quantità disponibile per fini medici è aumentata 6 volte, da 557 milioni di dosi giornaliere a 3.317 milioni indicando che "il trattamento farmacologico basato sulla scienza è più disponibile che in passato". Ma anche qui si gioca un po' (troppo) coi numeri.
All'Onu, come in Italia, non ci si pone il problema di come utilizzare questi dati. Se neanche durante una paralisi mondiale durata mesi abbiamo registrato un contenimento del consumo di sostanze illecite, anzi notato un aumento in particolare per cannabis e sedativi, logica vorrebbe che ci si soffermasse sul perché certe abitudini siano dure a diminuire. Il rapporto con le sostanze "sotto controllo internazionale" è una caratteristica culturale globale. La cannabis si trova dappertutto indipendentemente dalle pene previste per il suo consumo. Non potendo limitarne l'accesso, l'Unodc denuncia l'aumento della percentuale di THC e il crollo della percezione del rischio negli adolescenti: -40% negli Usa e -25% in Europa in 25 anni, senza però ricordare l'Uruguay, dove in virtù della legalizzazione è aumentata la percezione del rischio e l'età media di primo consumo.
In attesa della relazione governativa i dati del Libro Bianco sulle droghe - promosso dalla Società della Ragione, Forum Droghe, Antigone, Cgil, Cnca, Associazione Luca Coscioni, Arci, Lila e Legacoopsociali - ci aiutano a comprendere meglio un fenomeno la cui criminalizzazione finisce per fare più danni delle sostanze stesse. Il 30% degli ingressi in carcere è dovuto al solo articolo 73 del Testo Unico sulle droghe e il 40% è qualificato come "tossicodipendente". Il 35% dei detenuti resta in carcere per droghe. Si tratta di una percentuale quasi doppia rispetto a quella europea (18%) e mondiale (20%). Nonostante la propaganda di Salvini e Meloni, non è vero che gli spacciatori non finiscono in galera. È vero semmai il contrario, ci entrano praticamente solo loro, tant'è vero che 7 processi su 10 per droghe finiscono con una condanna, mentre solo 1 su 10 per reati contro il patrimonio o la persona. Questo in un paese con 235.174 processi per droghe che alimentano una catena repressiva efficientissima dalla perquisizione al carcere.
Un dato positivo ci viene però dalla relazione della Direzione Centrale dei Servizi Antidroga: dopo 3 anni di aumento costante, le morti per overdose nel 2020 sono diminuite da 377 a 308. A conferma di quanto illustrato nel Libro Bianco dell'anno scorso rispetto alle capacità di autoregolazione dei consumatori italiani durante il lockdown. Malgrado il proibizionismo le persone hanno imparato a convivere con certe abitudini regolando i propri consumi e, in parte, anche i rischi e i danni che queste possono creare.
Il Rapporto Mondiale sulle Droghe, come la Relazione al Parlamento, non dovrebbero essere considerati un mero adempimento burocratico bensì essere punti di partenza - insieme a ricerche accademiche e della Società Civile - per una valutazione e revisione più ampia di leggi e politiche sulle droghe. La Ministra delle politiche giovanili con delega sulle droghe Fabiana Dadone ha annunciato che convocherà la Conferenza nazionale sulle droghe, il luogo deputato a valutare l'impatto del Testo Unico e aggiornare, adeguare e aggiustare quel che non funziona. Non c'è che l'imbarazzo della scelta, a partire dal metodo con cui è iniziato il processo preparatorio.
di Alessandra Fabbretti
agenziadire.com, 26 giugno 2021
La denuncia dell'attivista Sayed Nasr, esponente di EgyptWide. Sabato a Bologna la conferenza "L'Egitto 10 anni dopo la rivoluzione". "La condanna a quattro anni di carcere per il ricercatore egiziano Ahmed Samir Santawy era tristemente prevedibile: a memoria non ricordo un solo caso per la Corte suprema per la sicurezza dello Stato che non si sia concluso con una condanna. E le sentenze di questo tribunale non sono neanche appellabili: è stato istituito nel 2017 con decreto del presidente Abdel Fattah Al-Sisi proprio con lo scopo di prendere di mira attivisti e oppositori politici". Così all'agenzia Dire Sayed Nasr, esponente di EgyptWide, una iniziativa nata in Italia da cittadini egiziani, italiani e italo-egiziani per monitorare la questione dei diritti umani in Egittoe in particolare i detenuti di coscienza.
Tra questi, c'è anche il caso di Santawi, il ricercatore iscritto alla Central European University di Vienna arrestato al Cairo lo scorso febbraio e condannato per "pubblicazione di false notizie" per post su Facebook. Nel 2017, continua l'attivista, oltre a istituire la Corte suprema, "Al-Sisi ha fatto scattare anche lo Stato d'emergenza, che viene rinnovato regolarmente, un altro modo per mantenere il controllo sul dissenso" a partire dalla censura e dalla compressione di diritti e libertà fondamentali. Secondo Nasr, la vicenda di Ahmed Samir Santawi dimostra che il governo del Cairo cerca di imbavagliare non solo giornalisti, politici e attivisti ma anche studenti universitari, sia quelli "che studiano in Egitto che all'estero". Una vicenda che ricorda il caso di Patrick Zaki, iscritto all'Università di Bologna e in carcere per "attentato alla stabilità dello Stato" dal febbraio del 2020.
Proprio pensando a Zaki EgyptWide a marzo ha lanciato l'iniziativa "60mila Patrick", per sensibilizzare sul problema dei detenuti di coscienza perché "quello che sta succedendo a Zaki è accaduto anche a Giulio Regeni, Rami Shaath e altre decine di migliaia di persone". Quindici di queste storie sono state raccontate nel rapporto 'Repression Mapped' da cui secondo Nasr emergerebbe che "il regime applica modelli standard per reprimere i diritti".
Per discutere di questi temi, EgyptWide ha organizzato per oggi alle 17.30 presso il circolo Porta Pratello di Bologna la conferenza dal titolo "L'Egitto 10 anni dopo la rivoluzione". "Vogliamo affrontare questi temi a partire dall'export italiano di armi con l'Egitto - dice Nasr - il cui volume è aumentato a un ritmo stabile nonostante le continue, drammatiche violazioni dei diritti umani e la mobilitazione di ampi settori della società civile attorno alla questione".
Di questo parlerà la professoressa Barbara Gallo, dell'Istituto di ricerche internazionali Archivio Disarmo (Iriad), che come spiega Nasr, "illustrerà l'esportazione di armi verso l'Egitto nonché l'operato dei movimenti di disarmo italiani nella denuncia di tale commercio". Interverrà poi la senatrice Michaela Montevecchi sulle sue attività per fare da ponte tra società civile e istituzioni nel favorire la liberazione di Patrick Zaki; la ricercatrice e attivista Céline Lebrun, coordinatrice della Campagna internazionale Free Ramy Shaath, parlerà del caso di suo marito, in carcere da due anni. Infine illustrerà i casi di abuso dei diritti Kareem Taha, fondatore dell'ong con sede in Francia Egyptian Human Rights Forum. A moderare il panel sarà Laura Cappon, secondo Nasr "tra le voci più significative del giornalismo italiano nel seguire la situazione in Egitto durante e dopo la rivoluzione".
di Gabriella Colarusso
La Repubblica, 26 giugno 2021
Studenti, artisti, giovani imprenditori: dopo l'elezione del conservatore Raisi cresce la voglia di lasciare il Paese. Una fuga di cervelli che costa a Teheran 50 miliardi all'anno. "La paura è il primo livello. Poi vengono l'indignazione, la rabbia, la protesta. Ora siamo al livello 5: se qualcuno mi parla di politica dico: ok, next?". Il giorno prima di compiere 30 anni Aniseh si è fatta un "regalo", ha completato la procedura per chiedere il visto in Australia per "motivi di studio".
È laureata in economia, ha già fatto anche un master, lavora per una impresa online che verifica i marchi di fabbrica, ma ricominciare a studiare è la strada con più chance di riuscita per lasciare l'Iran. La incontriamo in un caffè di Teheran due giorni dopo il voto che ha portato alla presidenza Ebrahim Raisi, un religioso ultraconservatore di Mashhad che ha vinto in un'elezione "engineered", dice lei, "ingegnerizzata" dalla Guida suprema e dal consiglio dei Guardiani "per fare in modo che non avesse sfidanti". Avevamo fatto diversi tentativi di vederci, ogni volta era finita con lo stesso messaggio: "Scusa, ma meglio di no": Aniseh non è un'attivista né fa parte dell'opposizione, ma come tutti a Teheran sa che incontrare giornalisti può essere un rischio.
I reporter sono controllati, a quelli stranieri è consentito lavorare solo con agenzie che hanno il compito di limitare i contatti a quelli autorizzati dal governo. Quando la sera concede un margine di libertà, le conversazioni sono più schiette. "Mia sorella ha 4 anni più di me, lavora per una grande casa farmaceutica, ma anche lei ha chiesto un visto estero: non si fida, se anche faranno l'accordo con gli americani ha paura che finisca come con Trump. E con questo nuovo governo all'estero sarà più difficile negoziare", racconta. Due anni fa aveva aperto un caffè con gli amici, c'erano un cortile interno per i dj set d librerie in condivisone. La pandemia li ha costretti a chiudere.
La crisi economica scatenata dal ritorno delle sanzioni e dal malgoverno e corruzione ha piegato la classe creativa e tecnologica di Teheran. Le sanzioni rendono complicato fare ogni cosa, anche scaricare un software. La censura incombe su tutto. I vpn sono la porta di accesso al mondo, schermano la connessione e consentono di visitare siti e social filtrati, come Twitter, fino a quando il governo non decide di staccare la spina. È successo a novembre del 2019 quando sono scoppiate le proteste di piazza contro il carovita e il caro-carburante: per sei giorni l'Iran è rimasto isolato dalla Rete globale, la prima volta su una scala così ampia, i morti sono stati più di 300, secondo Amnesty International, e migliaia le persone arrestate. In quel momento Raisi era il capo della magistratura.
"Penso che la situazione con lui peggiorerà. Sono conservatori e sanno di avere pochi voti. Non era ancora nemmeno stato eletto che già ci ammoniva a comportarci bene", dice Aniseh. Bene vuol dire da hezbollahi, da veri "rivoluzionari", nell'idea del nuovo presidente che si dice sia tra i candidati più quotati per succedere alla Guida suprema, Ali Khamenei. Recuperare i principi originari su cui si fonda la Repubblica islamica, la giustizia sociale e la rettitudine morale, è stato uno dei leitmotiv della sua campagna elettorale. L'Iran però oggi è un Paese diverso, "tra i più secolarizzati del Medio Oriente, con un alto tasso di alfabetizzazione e una società civile molto vivace", riflette un funzionario europeo. "C'è una distanza sempre più marcata tra il sistema e il popolo".
A casa di Seyyed ci si arriva con 20 minuti di macchina a nord di Teheran. È un appartamento condiviso ma accogliente. La cena è persiana, la musica elettronica: Radiohead, poi Muse. "Io lavoro in teatro, la pandemia ha bloccato tutto. Siamo indietro di tre mesi con l'affitto. Molti amici sono partiti", dice mentre trattiene il pianto. "Ma io faccio teatro classico, fuori dall'Iran non avrei lavoro. Si, è vero, la repressione pesa, mi piacerebbe uscire a farmi una birretta, ma il problema reale è il lavoro".
L'emigrazione è un tema politicamente sensibile in Iran. Il governo non dà numeri ufficiali, i dati che arrivano dall'estero sono raccolti grazie alle statistiche di immigrazione dei Paesi ospitanti. In uno studio pubblicato in primavera, i ricercatori del progetto "Iran 2040" dell'università di Stanford hanno stimato che nel 2020 nelle università estere si sono iscritti circa 130mila studenti di origine iraniana, la percentuale più alta degli ultimi anni. La fuga di cervelli costa all'Iran circa 50 miliardi di dollari all'anno, secondo le stime della Banca mondiale.
Bahram Salavati, responsabile del centro per l'immigrazione dell'università Sharif di Teheran, contesta i numeri di Stanford. "Hanno commesso dei grossi errori nell'analisi, per esempio non considerando la differenza scientifica tra mobilità e immigrazione", spiega. In base ai "nostri dati nel 2003 avevamo 17mila studenti all'estero, nel 2012 erano 50mila, nel 2019 il numero è rimasto quasi stabile, 56mila studenti all'estero nel 2020". Eppure anche Salavati ammette che "oltre il 40% degli studenti desidera andarsene dall'Iran", stessa percentuale tra medici, docenti universitari, startupper. Riuscirci è un'altra faccenda perché i visti sono rari e i costi per ottenerli molto alti. A Teheran ci sono diversi uffici di traduzione che servono per preparare i documenti da presentare alle ambasciate: gli appuntamenti vanno da due mesi in su, tante sono le richieste.
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