di Roberto Monteforte
, 21 novembre 2021
Oltre due ore intense di incontro sulla vita dei detenuti in un carcere romano, quello di Rebibbia, prima e durante il Covid è stato quello tenuto lo scorso 18 novembre presso la sede nazionale dell'Usmi (Unione Superiore Maggiori d'Italia) a via Zanardelli a Roma.
Una sferzata di umanità ha arricchito il percorso di formazione delle religiose "novizie" - una quarantina quelle presenti nell'aula magna dell'istituto, tante altre collegate da remoto - grazie alla testimonianza di suor Emma Zordan, della Congregazione delle Adoratrici del sangue di Cristo, che da oltre sette anni presta servizio di volontariato nel carcere romano, animando un laboratorio di scrittura creativa.
La religiosa ha raccontato tutto il percorso che l'ha condotta a Rebibbia. Le sue inquietudini, il coraggio e la forza ritrovati dopo aver varcato il cancello del carcere e i tanti che si sono aperti e richiusi prima che arrivasse alla sezione penale, quella dove avrebbe svolto la sua attività di volontaria. Tutto è più forte e intenso "dentro" le mura, dove nulla è scontato.
I rapporti tra le persone si fanno profondi, autentici, ma solo quando scatta la fiducia. È stato così per suor Emma. Da alcuni anni vive a Latina dove è responsabile della comunità "san Gaspare" di 29 suore anziane, ma ogni sabato mattina alle otto, immancabilmente, è lì, a Rebibbia, con i pacchi per i suoi amici detenuti. Lo dice apertamente alle consorelle che l'ascoltano attente: "Quella è ora la mia famiglia!".
E in effetti è amica, madre e sorella per tanti detenuti. Anche un piccolo suo gesto, come "portare le caramelle" ha per loro un grande significato. È come una carezza dell'anima.
Lo conferma l'altro protagonista dell'incontro all'Usmi: Carmine C., detenuto in regime di semilibertà dopo 16 anni scontati in vari istituti di pena. È stato tra i primi ad incontrare la religiosa "volontaria" a Rebibbia e a collaborare con lei. Proprio il confronto tra i due, a volte intenso, altre volte scherzoso, ha consentito di "far vivere" ai presenti la durezza della vita carceraria e quanto sia importante la presenza di una persona che "da fuori" sappia portare ascolto, affetto, attenzione, speranza.
In una condizione come quella carceraria che limita non solo gli spazi fisici, ma anche la dignità della persona, la testimonianza di quella suora - all'apparenza così esile e minuta, aperta e sorridente, ma anche esigente e severa - ha aiutato tanti reclusi a recuperare la propria dignità, insieme alla consapevolezza degli errori commessi e alla speranza di futuro, di perdono, di vita nuova. Lo racconta con emozione Carmine, senza nascondere l'affetto e la riconoscenza per questa donna di Dio, che senza chiedere nulla di loro, della loro vita precedente, né delle colpe di cui si erano macchiati, senza chiedere nulla in cambio, ha offerto la sua umanità. Si è presa cura delle loro ferite testimoniando così, nella carità, la sua fede.
Lo strumento di questo percorso è stato il "laboratorio di scrittura creativa". Nel suo intervento la religiosa ha ripercorso le tappe di questi anni di lavoro, ricordando i titoli dei libri che hanno raccolto le testimonianze dei detenuti.
Un video, "Non siamo soli..." realizzato dagli stessi detenuti, ha accompagnato questa riflessione. Sino ad arrivare all'ultima fatica: la presentazione del libro "Non tutti sanno...La voce dei detenuti di Rebibbia" che è stata l'altra ragione dell'incontro. Il volume propone alcune testimonianze dei carcerati sulla speranza, raccolte prima e durante la pandemia. Questa volta il libro è stato pubblicato dalla Lev Libreria Editrice Vaticana e con una prefazione del cardinale Giuseppe Petrocchi arcivescovo de l'Aquila.
La ragione di questa scelta la spiega il giornalista Roberto Monteforte che ha collaborato con suor Emma alla realizzazione del libro: "Le testimonianze sono proposte a chi è fuori le sbarre, alle persone comuni che si considerano "libere" e che, invece, troppo spesso sono prigioniere dei loro pregiudizi che le rendono incapaci di accogliere". Su questo punto interviene anche l'avvocato Antonella Pacifico, coinvolta anche lei da suor Emma nel progetto "laboratorio di scrittura in carcere". Lo fa ricordando la "paura del dopo" espressa da tanti detenuti.
"A preoccupare è la violenza che c'è fuori dal carcere, fatta di pregiudizio e prevenzione. Così la pena che non si finisce mai di scontarla perché - lo sottolinea citando passi di una testimonianza del libro - lo stigma del carcerato è impresso come un marchio a fuoco indelebile sulla pelle". Perché la pena non deve avere fine? Perché a pagare devono essere anche le famiglie innocenti di chi la sta scontando? Come si affronta il dopo? Una volta fuori, cosa sarà il reinserimento sociale del detenuto? Il tema si presenta in ogni parte del mondo e coinvolge le "novizie" giunte a Roma da tutti i continenti. C'è chi ricorda l'esperienza positive maturata in uno stato del Brasile. Ma il tema più sentito è l'appello lanciato da suor Emma. "Siamo troppo poche. Venite anche voi a dare testimonianza di fede nel servizio ai carcerati".
"Quante corone del Rosario mi chiedono! - aggiunge la religiosa - E io li invito a recitare il Padre Nostro". Perché si può evangelizzare anche in questo modo: offrendo ascolto e amicizia. La testimonianza di Carmine commuove. Racconta del suo dialogo nelle notti di solitudine in cella con il Crocifisso. "Lo prego, ci parlo, mi confido, ci litigo...". Suor Rosanna Costantini responsabile dell'area formativa dell'Usmi lo aveva già sottolineato all'apertura dell'incontro: la missione oggi è offrire testimonianza nella vita concreta, nell'amore per gli ultimi, "Come ci ha insegnato papa Francesco che ha celebrato la sua prima Coena Domini non in Vaticano, ma nel carcere minorile di Casal di Marmo lavando i piedi ai ragazzi detenuti. Questa è la Chiesa in uscita al servizio degli scartati!".
È grande l'attenzione nell'aula magna dell'Usmi ed anche per chi era collegato a distanza. Arrivano domande, richieste di chiarimenti, testimonianze e tanta disponibilità. C'è chi ha assicurato che chiederà alla madre generale della propria Congregazione la possibilità di seguire la strada indicata da suor Emma. Ecco quando una testimonianza arriva al cuore! Verrebbe da dire un obiettivo è stato raggiunto. Ma resta quello più difficile: arrivare al cuore di chi è abituato a giudicare senza compassione e aiutarlo a scoprire la fraternità. Anche verso i fratelli delle carceri. È proprio l'obiettivo del volume "Non tutti sanno...". Aiutare a capire e a sapere per essere tutti più umani.
antennaradioesse.it, 21 novembre 2021
Il prossimo lunedì 22 novembre 2021, alle ore 12,00, presso la sala di attesa del centro Emotrasfusionale del Policlinico Universitario "Santa Maria alle Scotte" di Siena, si terrà la cerimonia di consegna del quadro realizzato dai partecipanti al laboratorio di pittura presso la Casa Circondariale di Siena, nell'ambito del progetto "Siena, comunicare da dentro. laboratorio di pittura in carcere" curato da Monica Minucci per l'Associazione Culturing APS, realizzato grazie al contributo di Fondazione Chianti Banca.
Saranno presenti alla cerimonia Antonio Davide Barretta, direttore generale dell'Aou Senese, Sergio La Montagna, direttore della Casa Circondariale di Siena, la docente del corso Monica Minucci e la presidente dell'Associazione Culturing APS Carolin Angerbauer. Parteciperà all'evento anche uno degli autori dell'opera.
Il laboratorio, a cadenza settimanale, è andato avanti dal 1° febbraio al 30 aprile 2021 grazie all'impegno della docente di pittura Monica Minucci, e ha visto impegnati circa dieci detenuti. Il progetto è nato proprio con l'idea di realizzare un'opera durante il laboratorio da destinare al Policlinico "Santa Maria alle Scotte" di Siena, cui l'opera è stata poi donata e allestita, a cura dell'Aou Senese, nella sala di attesa del centro Emotrasfusionale del Policlinico, luogo altamente simbolico.
L'opera (tela di cotone dipinta ad acrilico, misure 1,80 x 2,00 mt) è stata intitolata "Siena. Comunicare da dentro" e rappresenta l'immagine di Siena con in primo piano il profilo stilizzato di Guidoriccio, un messaggero di emozione e libertà.
Le attività svolte durante il corso, ritardate per il sopraggiungere dell'emergenza sanitaria da Covid-19, sono state: disegni preparatori su carta, pittura su tela, fotografia come strumento di documentazione dell'attività svolta, raccolta di documenti inerenti al tema oggetto del programma del laboratorio.
L'obiettivo principale del progetto è stato quello di favorire la risocializzazione, aiutare i detenuti a sentirsi meno esclusi, a ritrovare il piacere di avere contatti con altre persone. Magari anche a prendere per la prima volta in mano una matita o dei colori per fare un disegno, proprio sotto la guida dei compagni di cella partecipanti al laboratorio. Questo serve molto a migliorare la vita in carcere, a promuovere scambi relazionali, agevolando, poi, il reinserimento nella Società dopo che si è scontata la pena. L'Arteterapia aiuta i detenuti a ritrovare la libertà di esprimersi e a uscire dall'isolamento, ristabilendo rapporti con gli altri e incanalando positivamente e in maniera costruttiva le tensioni in attività legate alla pittura.
La presente attività ha voluto portare fuori dal contesto penitenziario quelle che sono le risultanze di un lavoro realizzato dai detenuti e finalizzato a realtà esterne e che ne andranno a beneficiare, in questo caso spazi espositivi ospedalieri, per creare un ponte comunicativo con l'esterno attraverso il lavoro artistico dei partecipanti all'opera.
di Carlo Verdelli
Corriere della Sera, 21 novembre 2021
Bene la diminuzione degli "inattivi", meno bene che quasi tutti i nuovi contratti siano a termine
(353 mila su 422 mila totali). E a chi sostiene che la flessibilità sia volano di occupazione, la replica del Primo Cittadino è che "precarietà e frammentarietà aumentano le diseguaglianze".
La domanda sbagliata è chiedersi se alla fine, preso atto della delicatezza del momento, Sergio Mattarella si lascerà convincere ad allungare di un altro po' il suo mandato. In realtà, ogni atto di questo suo periodo conclusivo sembra segnato da due evidenti certezze.
La prima è che non concederà, per rispetto della Costituzione e anche per non dare alibi ai partiti, alcuna proroga al proprio settennato, che onorerà fino al 31 gennaio 2022, non oltre. La seconda è che nell'ultimo giro d'onore, tra incontri all'estero e occasioni pubbliche nazionali, il Presidente sta indicando una serie di priorità che sarebbe utile ascoltare, e possibilmente tradurre in atti o almeno intenzioni di governo, piuttosto che sciupare tempo a porsi la domanda sbagliata. E invece i suoi richiami rimbalzano flebili, come se il distacco che in tanti vorrebbero scongiurare fosse di fatto già avvenuto e le indicazioni di rotta che provengono dal Quirinale somigliassero alle raccomandazioni di un professore a fine scuola. Sì, certo, giusto, grazie.
Così è stato dopo alcuni interventi dove Mattarella ha messo di peso sul tavolo un tema forse non abbastanza centrale nel dibattito politico: lo stato del lavoro. Il Presidente ha detto cose incontestabili e durissime, senza però che il giorno dopo ne restasse una traccia visibile nelle dichiarazioni di qualche leader (partitico o sindacale o confindustriale) né nell'impegno di qualche membro dell'Esecutivo.
Vero che la ripartenza ha preso slancio, che il Pil sta toccando punte come mai da mezzo secolo e che la produzione industriale ormai supera stabilmente i livelli pre-Covid. Vero anche che, stando all'Istat, a settembre si sono registrati quasi mezzo milione di lavoratori e lavoratrici in più sull'anno prima, con un recupero che ridurrebbe a meno 300 mila il ritorno al totale di posti del febbraio 2020, inizio della grande depressione da pandemia. Calcoli approssimativi, che non tengono conto per esempio delle 150 mila occupazioni in meno nel segmento del lavoro autonomo, come osservato ieri su questo giornale da Dario Di Vico. Nel complesso, comunque, tutto vero, tutto incoraggiante. Ma.
Ecco, i "ma" sollevati dal Presidente sono puntuali e impegnativi. Bene la diminuzione degli "inattivi", meno bene che quasi tutti i nuovi contratti siano a termine (353 mila su 422 mila totali). E a chi sostiene che la flessibilità sia volano di occupazione, la replica del Primo Cittadino, indiretta naturalmente visto l'incarico che ricopre, è che "precarietà e frammentarietà aumentano le diseguaglianze", anche perché si assiste "a un allargamento dei poveri da lavoro, con salari bassi, impieghi intermittenti e part-time involontari", cioè subìti invece che richiesti.
Negli ultimi trent'anni, l'Italia è l'unico Paese europeo in cui gli stipendi sono diminuiti invece che adeguarsi all'aumentato costo della vita: -2,9 per cento, con un'ulteriore discesa di altri 6 punti per l'effetto pandemia. Persino il commissario europeo al Lavoro, Nicolas Schmit, ha di recente osservato che i nostri salari annui (27.900 euro medi, ma più di 5 milioni di persone guadagnano meno di 10 mila euro l'anno) sono effettivamente molto bassi, e anche se non si è spinto a suggerire la soluzione del salario minimo (siamo uno dei 6 Paesi dell'Unione che ancora non lo ha adottato), ha apprezzato che almeno si sia cominciato a discuterne. Il punto è trovare un rimedio a quella "povertà da lavoro" che, sommata alla disoccupazione ufficiale (e fermiamoci a quella), rischia di trasformare l'attesa ripartenza in un destino a portata di pochi. E tra i pochi faticano molto a entrare le donne e i giovani, i più penalizzati anche nei programmi post virus.
È un'angoscia diffusa, quella di un futuro ad accesso limitato, a cui proprio il presidente Mattarella sta dando contorno e voce: "È un dovere inderogabile delle Istituzioni, a ogni livello, combattere la marginalità dovuta al non lavoro, al lavoro mal retribuito, al lavoro nero, alle forme illegali di reclutamento che sfociano in sfruttamento, quando non addirittura in schiavitù contemporanee inammissibili".
Per concludere con una sollecitazione, e il destinatario è inequivocabilmente il governo, a cogliere la grande opportunità offerta dai fondi europei per il nostro Piano di rilancio: "Il lavoro sarà la misura del successo del Pnrr". E andrebbe messa nel conto anche la spinta ad affrontare con vigore e da subito una deriva non secondaria di questa enorme emergenza: le due o tre morti al giorno in fabbriche, campi o cantieri, che ci sfilano davanti da inizio anno senza che si sia ancora attivata una massiccia opera di reale protezione e prevenzione.
Dopo queste preoccupate denunce di Mattarella, dopo parole così sfidanti per chiunque abbia una parte nella gestione del caso Italia, sarebbe stato lecito aspettarsi almeno reazioni di ricevuto allarme. Non ne risultano di rimarchevoli. Anzi sì, una, coincidente con il rischio paventato dal Capo dello Stato. È del primo banchiere nazionale, Carlo Messina, amministratore delegato di Intesa Sanpaolo: "La priorità assoluta è la lotta alla povertà.
Nell'ultimo anno la situazione si è ulteriormente aggravata. Immaginiamo cosa comporta avere 5 milioni di poveri che hanno difficoltà ad arrivare a fine mese, a soddisfare bisogni elementari. È indispensabile accelerare sulla crescita, che porta posti di lavoro e dignità". Ancora meglio: una crescita che porti posti di lavoro dignitosi. Insieme al contenimento della quarta ondata del virus, è questa la sfida dal cui esito si misurerà non solo la riuscita della missione del governo Draghi ma la bontà delle scelte in opera per uscire dal tunnel un po' meglio di come ci siamo entrati. Le risorse ora ci sono, molto dipende dalla volontà di utilizzarle per colmare disparità e marginalità sempre più evidenti, almeno per il Presidente ormai a termine di questo Stato. La domanda giusta non è soltanto chi prenderà il suo posto al Colle, ma chi sarà in grado di raccoglierne l'eredità, compresa la capacità di indirizzo e anche, quando serve, di indignazione.
di Michele Cozzi
Corriere del Mezzogiorno, 21 novembre 2021
I principali temi della giustizia e le considerazioni dello scrittore siciliano in un volume edito da Cacucci. Il caso giudiziario di Mimmo Lucano, ex sindaco di Riace, condannato in primo grado a 13 anni e due mesi per una serie di reati riguardanti la gestione del sistema dell'accoglienza dei migranti rappresenta la vicenda che ha maggiormente scaldato gli animi della società italiana, divisa tra innocentisti, a prescindere, e rigorosi gestori della razionalità della legge. Nel dibattito, improvvisandosi frettolosi scienziati del diritto, non sono mancate voci di uomini dello spettacolo, influencer di ogni sorta che hanno espresso il proprio parere, tacciando la sentenza di tecnicismi o peggio ancora, di asimmetria rispetto al sentiment dell'opinione pubblica.
Un terreno scivoloso, contro lo stato di diritto, poiché l'accertamento della verità giudiziaria ha canali "propri" che non possono che oltrepassare la concezione della "verità" di cui ogni cittadino è portatore. La casa editrice barese Cacucci, nella collana "Biblioteca di cultura giuridica" diretta Pietro Curzio, primo presidente della Cassazione, ha pubblicato il saggio "Diritto, verità, giustizia", a cura di Luigi Cavallaro e Roberto Giovanni Conti, (entrambi consiglieri della Corte di Cassazione) che ha una ispirazione originalissima: affrontare i temi centrali della giustizia attraverso gli scritti di Leonardo Sciascia, nel centenario della nascita dello scrittore di Racalmuto. Un approccio inedito che, come scrive Curzio nella presentazione, "interpreta al meglio la filosofia della collana, collocandosi sul confine tra letteratura e diritto, un confine meno definito di quanto si creda".
Lo scopo? Scoprire e analizzare attraverso la grande letteratura di Sciascia i meandri, le luci e le ombre dei percorsi della giustizia e la "solitudine" del magistrato "costretto" a decidere della vita degli altri, districandosi in un sentiero costantemente frantumato - scrivono i curatori per "l'irruzione di fonti sovranazionali dotate di immediata capacità confermativa del nostro ordinamento e, soprattutto, di sollecitazioni dei testi normativi sempre più orientati da giudizi di valore".
L'opera di Sciascia ruota attorno "al problema della giustizia", che ingloba i valori della libertà, della dignità umana, e del contraltare, i numerosi casi di ingiustizia di cui sono piene le sue pagine. Così magistrati e docenti universitari, del calibro di Natalino Irti, Massimo Donini, Davide Galliani, Mario Serio, Giovanni Mammone, Nicolò Lipari, Gabriella Luccioli, Ernesto Lupo, Paolo Squillacioti, analizzando gli scritti più noti di Sciascia (Il giorno della civetta, Il consiglio d'Egitto, Morte dell'Inquisitore, A ciascuno il suo, Il contesto, Todo modo, La strega e il capitano, Porte aperte) si interrogano su verità, diritto e giustizia, e sull'"immane problema concernente la possibilità, il modo e la misura in cui un ordinamento giuridico può riuscire ad essere garante della verità e della giustizia".
Dal pensiero di Sciascia emergono alcuni delle tematiche di grande attualità: il tema reo-vittima, il rispetto della dignità del reo, presunta o accertata che sia, le inutili manette in tribunale, le gabbie, il diritto che dispensa giustizia e non vendetta. Il testo si avvale di un breve scritto, del 1986 di Sciascia, che sembra profetico: "Quando i giudici godono il proprio potere invece di soffrirlo, la società che a quel potere li ha delegati, inevitabilmente, è costretta a giudicarli. E siamo a questo punto".
polesine24.it, 21 novembre 2021
Prima del film Livio Ferrari ha spiegato le condizioni dei penitenziari in Italia. Il saluto del regista di "Ariaferma", Leonardo Di Costanzo, ha sorpreso ed emozionato il pubblico del cinema Duomo, dove venerdì sera il film è stato l'occasione per un evento speciale. Interpretato da Silvio Orlando e Toni Servillo, il film racconta con umanità e passione il mondo del carcere e chi vi vive. Un'opera toccante, premiata dall'ottima partecipazione di pubblico allo spettacolo delle 20.30.
Prima del film una piccola sorpresa: quindici minuti di chiacchierata tra Francesco Casoni del cinema Duomo e Livio Ferrari, scrittore, giornalista ed esperto di carcere, nonché direttore del Centro francescano di ascolto, storica associazione di volontariato carcerario.
Nel suo intervento Ferrari ha tracciato la situazione delle carceri italiane, alle prese con sovraffollamento, condizioni di vita spesso estreme, carenza di personale. Un'emergenza che la pandemia ha reso ancora più drammatica non solo per gli ospiti, ma anche per chi vi lavora. Tra i segnali più allarmanti, il numero elevatissimo di morti in cella, che nel 2021 ha ormai superato da tempo il centinaio.
Come uscirne? La proposta di Ferrari è "No prison": non solo il titolo di una delle sue ultime fatiche letterarie, ma anche il nome di un movimento di cui lo scrittore rodigino si fa promotore. "Dopo molti anni dentro le carceri, ho sentito il bisogno di impegnarmi per fare qualcosa - ha spiegato al pubblico in sala -. Occorre superare il modello punitivo e offrire a chi non è pericoloso delle vere opportunità di riabilitazione e umanità". "Ariaferma" sarà proiettata anche nel weekend, domenica è in programma alle 20.30.
di Antonio Averaimo
Avvenire, 21 novembre 2021
Un modo diverso per commemorare i 700 anni dalla morte di Dante, ma anche ricordare Annalisa Durante, giovanissima vittima innocente della criminalità organizzata.
"Altrove, per commemorare i 700 anni dalla morte di Dante, si sono fatti convegni. Noi invece abbiamo deciso di renderlo attuale". Giuseppe Perna, presidente dell'associazione Annalisa Durante, dedicata all'adolescente ammazzata nel corso di un agguato di camorra nel quartiere napoletano di Forcella, descrive così il progetto messo a punto la scorsa primavera dalla sua associazione.
Gli alunni dell'istituto Adelaide Ristori hanno non solo riletto, ma riscritto il primo canto dell'Inferno della Divina Commedia. E hanno sostituito la selva oscura con i vicoli del loro quartiere. A guidare il poeta fiorentino nelle strade di Forcella hanno immaginato che fosse proprio Annalisa, alla quale hanno affidato il doppio ruolo di Virgilio-Beatrice. Dante si smarrisce nei vicoli oscuri del quartiere, divenendo preda delle belve, che qui sono allegoria dei pericoli che corre chi si avvicina al sistema camorristico.
Annalisa lo condurrà sulla strada del bene, guidandolo fra le bellezze storiche del quartiere, culminanti nel bivio a "Y" nel quale si dirama il decumano inferiore - simbolo pitagorico del discernimento tra la virtù e il vizio, tra il bene e il male -, da cui Forcella prende il nome. L'atto finale del progetto è stata la rappresentazione del primo canto riscritto dagli studenti di Forcella andata in scena questa settimana, in occasione della Giornata internazionale dello studente, nei vicoli del quartiere.
Partiti dal sagrato della chiesa di San Giorgio Maggiore, sono state effettuate cinque soste in luoghi simbolo della resistenza di Forcella al sistema camorristico, tra i quali la Biblioteca Annalisa Durante, la "Y" pitagorica raffigurante il bivio tra vizio e virtù e il Teatro Trianon Viviani. Un trampoliere ha guidato, nei panni di Dante, il corteo di studenti.
Durante le diverse tappe, gli alunni del Ristori hanno declamato i versi del ricalco del primo canto della Divina Commedia, scritti nei mesi scorsi nel corso dei laboratori tenutisi nella Biblioteca Annalisa Durante e tra le vie del quartiere, sotto la guida di scrittori, bibliotecari ed esperti del Patto locale per la lettura Reading Forcella (di cui il progetto Dante a Forcella è parte integrante).
Il grande lavoro di condivisione è finito nel libro Dante a Forcella, edito da Guida, che sarà distribuito in tutte le scuole della municipalità di Forcella, nelle case del quartiere e in un centinaio di biblioteche italiane, "al fine di divulgare in tutte le Regioni il modo originale con cui il Patto locale per la lettura Reading Forcella è riuscito ad attualizzare e a mantenere vivo il pensiero del Sommo Poeta nei 700 anni dalla sua morte", spiegano i promotori.
Ma c'è molto di più: fin dall'inizio della sua attività, la diffusione della lettura fra i giovani di Forcella è stata il principale obiettivo dell'associazione Annalisa Durante. "Subito dopo la sua morte abbiamo introdotto nel quartiere la lettura 0-6 anni - spiega il presidente Perna -. I ragazzi vanno seguiti fin da quando nascono per evitare che imbocchino la strada della devianza.
Quando chiediamo ai nostri bambini: "A cosa vuoi giocare?", ci sentiamo troppo spesso rispondere: "Voglio giocare a Gomorra". Per noi, la risposta a tutto questo è il libro". Proprio per questo, il più grande simbolo della resistenza alla camorra di Forcella è diventata la biblioteca che prende il nome di Annalisa. Che sui libri di scuola trascorreva gran parte delle proprie giornate, sognando fra un compito e l'altro quel futuro rubatole dai camorristi.
di Gabriella de Filippis*
weeklymagazine.it, 21 novembre 2021
Si è tenuto il 18 novembre nella sala convegni del Centro Cultura e Formazione dell'Ordine degli Avvocati di Genova il convegno organizzato dalla sezione genovese dell'AGI (Associazione Giuriste Italiane) dedicato alle problematiche delle detenute madri. Oltre alla Presidente e alla segretaria dell'AGI - sezione Genova, rispettivamente avv. Laura Granata e avv. Gabriella de Filippis hanno preso parte, quali relatrici, la dott.ssa Valeria Fazio, già Procuratore Generale presso la Corte di Appello di Genova, la dott.ssa Chiara Semenza, magistrato di sorveglianza presso il Tribunale di Genova, la dott.ssa Sandra Vasè, psicologa e la senatrice del Movimento 5 Stelle Cinzia Leone, vicepresidente della Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio. La senatrice, che è anche componente della Commissione studio del Senato sulle carceri, ha illustrato la situazione attuale degli istituti di pena, con particolare riferimento agli istituti di pena che ospitano donne.
"Ho partecipato con molto piacere al convegno sulla genitorialità delle detenute madri presso il Centro Cultura, Formazione e Attività Forensi di Genova. Ciò che è emerso, ascoltando i relatori, è che la invisibilità delle donne nella nostra società è cosa ben nota, diventa altamente drammatica quando questa pratica viene protratta nelle nostre carceri, luoghi dello Stato, presidi di civiltà che hanno motivo di esistere perché devono assolvere al loro compito precipuo di riabilitare la persona.
È quanto mai fondamentale che le istituzioni si prendano carico di questa parte della popolazione carceraria femminile e che la rispettino anche nelle necessità più elementari, l'igiene intima, per esempio, e altre necessità prettamente femminili. Molte donne detenute non sono altro che ragazzine che per incoscienza o idee confuse sono divenute mamme; ecco che a questa leggerezza individuale lo Stato deve aiutare con la sua forza possente a recuperare questa dimensione poetica che è la maternità. Purtroppo le nostre oltre 2000 detenute restano ancora invisibili e trovano un po' di conforto solo tra le compagne di cella, con un'insopprimibile voglia di solidarietà tutta al femminile e solo umana.
Lo Stato non può restare indifferente a tutto ciò, deve attivarsi. Deve creare spazi nuovi e adatti per questa tipologia di detenute, formare personale adatto per loro, inventarsi forme alternative di pena, perché la vita le ha già punite, e non si può infierire ulteriormente. "Nella mattinata di oggi la senatrice Cinzia Leone, accompagnata dall'avv. Gabriella de Filippis si è recata in visita presso la casa circondariale di Genova-Pontedecimo. Qui è stata accolta dalla nuova direttrice dell'istituto, la dott.ssa Paola Penco, e dal Comandante, dirigente della Polizia Penitenziaria dott. Stefano Bruzzone.
La senatrice Cinzia Leone e l'avv. Gabriella de Filippis sono state accompagnate nella loro visita anche dal vice comandante e dal coordinatore della sezione femminile. Oltre ad aver visitato le celle che ospitano le detenute sono poi state condotte nella sala adibita a biblioteca, ove hanno potuto incontrare e colloquiare con diverse donne detenute.
La direttrice, dott.ssa Penco ha poi illustrato i vari progetti che, coadiuvata da tutto il personale che opera all'interno della detta casa circondariale, sta portando avanti. Tra i vari progetti la senatrice è rimasta colpita in particolare dal progetto "Con Fido in gabbia", che, con la partecipazione e sotto la super visione della educatrice cinofila Marta Marchini, presidente della associazione What a wonderfull dog, si propone di istruire le detenute in modo che poi possano in seguito potersi proporre per adottare un animale maltrattato o abbandonato. Anche il fatto che all'interno del penitenziario oltre alla presenza di un Polo Universitario vi sia la possibilità di usufruire delle attività di scolarizzazione, a partire dalla scuola primaria sino alle scuole superiori è stato molto apprezzato dalla Senatrice.
A tale proposito, piace segnalare che, mentre le due visitatrici ospiti si trovavano nella biblioteca sono state raggiunte da una detenuta, iscritta al corso di laurea in giurisprudenza, che aveva appena brillantemente superato l'esame di diritto romano. Infine, dopo avere appreso che all'interno dell'istituto di pena in questione vi è anche una apposita sezione dedicata ai "sex offender" la senatrice, superate le prime perplessità sulla opportunità di collocazione di tale sezione all'interno di un carcere in cui vi sono anche detenute donne ha comunque apprezzato il lavoro di rieducazione dell'uomo maltrattante portato avanti dalla associazione White Dove, sotto la presidenza del dott. Arturo Sica, coadiuvato dalla dott.ssa Silvia Baudrino.
Le detenute hanno comunque tutte manifestato in generale apprezzamento per il personale di polizia penitenziaria che opera all'interno del carcere di Pontedecimo, personale che è presente e molto partecipe alle varie iniziative e che riesce comunque a contemperare le diverse esigenze, a volte contrapposte tra loro, che la loro particolare professione comporta.
*Segretaria AGI - sezione Genova
di Maria Teresa Meli
Corriere della Sera, 21 novembre 2021
Il leader di Italia viva attacca sulla giustizia. E cerca altri voti centristi per pesare sull'elezione del prossimo capo dello Stato al Quirinale. Settantatré. È il numeretto magico che nella sala della Leopolda viene sussurrato dai fedelissimi di Matteo Renzi. Settantatré come i parlamentari di questo ipotetico centro che forse non vedrà mai la luce, ma che di certo peserà sui giochi per il Quirinale. Non a caso vengono invitati a parlare diversi esponenti di quest'area: Enrico Costa di Azione, Emilio Carelli e il sindaco di Genova Marco Bucci di Coraggio Italia, Benedetto Della Vedova di +Europa.
Poi attacca a testa bassa: "Se noi facessimo come il Csm ci prenderemmo gli avvisi di garanzia per traffico di influenze". I magistrati sono nel mirino: "Hanno impiegato più forze dell'ordine per le perquisizioni di Open che per prendere Matteo Messina Denaro, spendendo i soldi dei contribuenti". Quindi tocca ai 5 Stelle. Nei loro confronti, come sempre, è irridente: "Non soi se sia un reato volerli distruggere. Il mio vero reato è stato quello di non essere riuscito a farlo. Ma ci stanno pensando loro con lo scontro sotterraneo tra Conte e Di Maio".
Torna ad attaccare Pier Luigi Bersani che "ha ricevuto 98 mila euro dai Riva per la sua campagna elettorale" e da cui non accetta "lezioni di etica". Lo stesso dicasi per Massimo D'Alema che "è riuscito a distruggere il Monte dei Paschi di Siena, cosa che non erano riuscite a fare la guerra e la peste". Va avanti, Renzi: "Io non mi fermo". E infatti fa sapere: "Chiederò di parlare in tutte le udienze". Per raccontare la storia così come la racconta agli "amici" della Leopolda. Una storia di 92 mila cartelle, "in cui ci sono messaggi privati che non hanno nessuna rilevanza penale". Messaggi, alcuni, scritti nelle chat quando era parlamentare: "Una palese violazione".
E in questa giornata dei diritti violati o meno, il leader di Iv avanza una proposta: "Con Ivan Scalfarotto abbiamo lanciato un modo per superare il fallimento del ddl Zan. Un semplice articolo per allargare la tutela della legge Mancino ai casi di omofobia, transfobia e abilismo. Chi vuole la legge firma l'emendamento Scalfarotto". Gli risponde Matteo Salvini, pur non citandolo direttamente: "Aumentare le pene per chi discrimina, offende e aggredisce in base all'orientamento sessuale? Per me si può votare anche domani, tanto che esiste una proposta di legge a mio nome al Senato".
di Marco Perduca*
L'Espresso, 21 novembre 2021
La prossima conferenza governativa sulle droghe parlerà solo di temi marginali. Il 28 ottobre scorso la Corte di Cassazione ha ricevuto oltre 630.000 firme a sostegno di un referendum sulla cannabis. I ritagli del Testo Unico sulle droghe del 1990 prevedono la depenalizzazione delle coltivazioni di varie piante (ma non della trasformazione in sostanze), la cancellazione delle sanzioni penali per uso personale della cannabis e l'eliminazione della sospensione della patente per consumo della pianta, ma non per guida in stato alterato.
Dopo aver invaso le piazze di tutta Italia con il referendum per legalizzare l'eutanasia e dopo aver raccolto - a ferragosto! - centinaia di migliaia di firme grazie alla possibilità di sottoscrizione con lo Spid, l'Associazione Luca Coscioni si è assunta la responsabilità politica ed economica di una campagna lampo online sulla cannabis. Le 500.000 firme necessarie sono state raccolte in meno di una settimana, un'impresa straordinaria ma non sorprendente.
La firma digitale e la popolarità della pianta hanno reso possibile un risultato che è storico. La mobilitazione è stata accompagnata da influencer del mondo dello spettacolo ma l'arrivo delle firme è stato costante per cinque giorni consecutivi con picchi di tre firme al secondo! L'ultimo congresso dell'Associazione Luca Coscioni è stato inaugurato con un dibattito su "Democrazia: ritorno al futuro" incentrato sulla firma digitale su cui molto è stato scritto anche senza diretta cognizione di causa. Come nel film di Zemeckis, "Doc" ha viaggiato nel tempo, visto cosa andava storto, attivandosi per aggiustare le ingiustizie.
Lo scienziato pazzo qui è Marco Pannella grazie al quale la "terza scheda" ha consentito al popolo sovrano di farsi legislatore in momenti critici per i diritti civili in Italia. Lotte che hanno sempre messo in mora leggi che limitavano l'esercizio dei diritti individuali prevedendo, tra le altre cose, il rispetto della legalità costituzionale anche grazie alla tecnologia. Il viaggio indietro nel tempo ci ricorda che, se la platea degli autenticatoci è stata ampliata a Consiglieri regionali, Parlamentari e avvocati, e se esiste la firma digitale, è merito di un ricorso vinto all'Onu da Mario Staderini (già segretario di Radicali Italiani) presentato nel 2015 per denunciare gli "irragionevoli ostacoli" frapposti da leggi di 50 anni fa alla raccolta firme. È per porre rimedio a questo mancato rispetto dei suoi obblighi internazionali che la Repubblica italiana ha dovuto garantire il "progresso scientifico e le sue applicazioni".
Il viaggio in avanti nel tempo è stata la raccolta lampo delle firme che ha dimostrato che, abbattuti gli "irragionevoli ostacoli", le persone partecipano. Pubblicare online un quesito referendario non lo rende necessariamente virale - i referendum su caccia e "giustizia giusta" non hanno avuto sorte simile - ma se si individua un problema sentito e si riesce a far breccia nella comunicazione online la partecipazione c'è.
La mobilitazione è costata 1 milione di euro. Per ora ne sono rientrati quasi due terzi - e tutti online - a ulteriore conferma che la partecipazione civica su questioni sentite non è solo quantitativa ma anche qualitativa. In "Ritorno al futuro" si raddrizza una malasorte famigliare, la firma digitale restituisce la possibilità di partecipazione popolare e, nel caso della cannabis, escluderebbe dal circuito penale comportamenti che non creano vittime e che raramente creano consumi problematici promuovendo un uso consapevole della pianta.
La riforma proposta dal referendum è anche l'unica modifica radicale del Testo Unico del 1990 e arriva alla vigilia della VI Conferenza Nazionale sulle droghe che il Governo ha convocato il 27 e 28 novembre a Genova. L'organizzazione dell'incontro ha omesso di criticare minimamente l'impianto repressivo della legge inquadrando il dibattito su questioni di contorno e non strutturali. Fortunatamente, grazie all'Associazione Luca Coscioni c'è il referendum.
*Associazione Luca Coscioni
di Samuele Damilano
L'Espresso, 21 novembre 2021
Negli Stati Uniti tra il 2010 e il 2018 quasi 300.000 ragazzi si sono uniti in matrimonio ben prima dei 18 anni. E l'86 per cento è di sesso femminile. La denuncia di Fraidy Reiss, fondatrice di Unchained at last: "Ho iniziato questa lotta per affrontare il trauma vissuto in prima persona".
Fraidy Reiss per la sua famiglia è morta. Quando nel 2007 ha deciso di trasferirsi e iscriversi al college, lasciando un uomo violento e la comunità ebraica ultraortodossa che glielo aveva imposto a 19 anni, madre e sorelle hanno celebrato il suo funerale. All'ennesima minaccia, all'ennesimo disegnino del marito che spiegava nel dettaglio come sarebbe stata uccisa insieme alle due figlie, si è rivolta alla madre, chiedendo di essere accolta in casa. Ma lei è rimasta in silenzio, la faccia sdegnata. È uscita dalla stanza senza dire nulla. Un anno dopo il divorzio, ufficializzato nel 2010, Reiss ha fondato un'organizzazione, Unchained at last, da dieci anni l'unica negli Stati Uniti che si batte contro i matrimoni forzati e/o imposti ai minori.
A oggi ha rimesso in piedi la vita di più di 700 persone. All'assistenza legale donata pro bono dagli avvocati dei più importanti studi newyorchesi per separarsi dal marito, o per affrontare le pratiche di regolarizzazione di persone immigrate, altro motivo di ricatto, si aggiunge il supporto economico, psicologico e morale. Molte ragazze, una buona percentuale provenienti da comunità religiose, proprio nell'avere qualcuno che si occupi di loro, che voglia il loro bene, trovano un appiglio più forte di qualsiasi altra cosa.
Nel sito dell'organizzazione sono raccolte numerose storie di "sopravvissute". April, nata da un rapporto tra la madre e lo zio, è cresciuta senza genitori, entrambi alcolizzati. All'età di 12 anni ha iniziato a frequentare un ragazzo già ventenne, che viveva in un camper in Arkansas. Nemmeno adolescente, la drogava e la faceva ubriacare. Solo molto più tardi, grazie a una psicoterapia, ha capito che si trattava dei primi segnali di abuso.
A 15 anni si sono sposati, e la violenza sessuale, fin dalla notte nella "luna di miele", rientrava in una più ampia costrizione. April non poteva andare a scuola, non frequentava amici. A 28 anni le sono stati diagnosticati i primi disturbi della personalità e attacchi di panico. Solo a 30 ha deciso di raccontare la sua storia, e di affidarsi ad Unchained at last.
Una recente inchiesta svela che tra il 2010 e il 2018 quasi 300.000 ragazzi, l'86 per cento di sesso femminile, si sono sposati prima dei 18 anni. Esclusi pochi Stati che, sotto la pressione di Unchained, solo di recente hanno adottato delle leggi a loro tutela - Delawere e New Jersey nel 2018, Pennsylvania e Minnesota nel 2020, Rhode Island e New York nel 2021 - in America la pratica è legale. Nonostante il Dipartimento di Stato l'abbia certificata come un abuso dei diritti umani.
"Ho iniziato questa lotta per affrontare il trauma", spiega Reiss in un'intervista al New York Times, "una volta stabilizzata nella mia nuova vita, ho sentito l'urgenza di aiutare altre persone che stanno vivendo la mia stessa situazione". Traumatica a dir poco. Nella sua comunità ebraica ultraortodossa, racconta in numerose testimonianze, gli uomini pregano ogni giorno per ringraziare Dio di non averli fatti nascere non-ebrei, e per non essere nati donne. Se una ragazza vuole lasciare liberi i capelli, indossare pantaloni attillati o, addirittura, studiare, le autorità giudiziarie della comunità hanno il diritto di sequestrarle i figli. Il divorzio non è contemplato. O meglio, lo è solo se l'uomo è d'accordo e firma un atto, chiamato in gergo "get", che autorizzi la donna a iniziare una nuova vita. Non è stato il caso di Reiss. C'è un termine preciso in ebraico, agunah, che rimanda alla condizione di prigionia delle ragazze. E a cui il nome della fondazione, Unchained, rimanda.
"Rimanere nubile a 20 anni era considerata una vergogna. Non avevo realmente la facoltà di rifiutare il pretendente. Né tantomeno, una volta resami conto della sua pericolosità, di lasciarlo", conferma la fondatrice di Unchained at last. Dopo l'ennesimo episodio di violenza, si è rivolta alla polizia, prima donna a farlo nella sua comunità, per chiedere un ordine restrittivo. Un errore, con il senno di poi. Il rabbino ha mandato un avvocato, che l'ha scortata fin dentro al tribunale per ritirare la richiesta. Quando il giudice ha provato ad accertare la spontaneità della scelta, Reiss non ha avuto il coraggio di denunciarlo.
Non solo. Spesso i tribunali civili, nel momento di pronunciare la sentenza di affidamento, tengono conto anche del giudizio dei giudici della comunità religiosa, ritenuta un elemento di stabilità importante per i figli. "È stato un processo agonizzante. Ci sono voluti dodici anni solo per cambiare la serratura della porta. La rabbia mi ha dato l'energia di guardare avanti. Ho imparato a svegliarmi ogni giorno con il pensiero di provare alla mia famiglia che si sono sbagliati. E l'ho fatto".









