di Errico Novi
Il Dubbio, 27 giugno 2021
Enrico Costa, l'ex viceministro poi responsabile Giustizia di FI e ora nell'Azione di Carlo Calenda, inventa un portale web, presuntoinnocente.com, che ha tutta l'aria di essere una piattaforma Rousseau alla rovescia. In principio fu Silvio Berlusconi. Il garantista era lui, e il suo imprinting si rivela, a una decade dall'ultima giornata del Cav a Palazzo Chigi, un infortunio fatale. Perché nell'immaginario italiano la politica garantista è stata indebitamente ridotta alle asserite campagne personalistiche di Berlusconi.
In realtà l'ex premier ha prodotto anche riforme valide, nel campo della giustizia: dalla "Castelli", la revisione dell'ordinamento giudiziario che tuttora regola la vita delle toghe, alla legge Pecorella sul divieto, per il pm, di ricorrere contro le assoluzioni, legge che fu cestinata dalla Consulta ma che viene ora riveduta e corretta dalla commissione Lattanzi. Fatto sta che dirsi garantisti, in politica, è quasi un'autoaccusa, come i giocatori di basket che alzano il braccio se fanno fallo.
Adesso qualcosa è cambiato, per tanti motivi. E adesso la nouvelle vague garantista che tira in Parlamento e ha già prodotto vari risultati, come la ricezione della direttiva Ue sulla presunzione d'innocenza, comincia a consolidarsi e addirittura a farsi "partito", o almeno gruppo interpartitico, cordata trasversale. Chi altri poteva esserci se non Enrico Costa, l'ex viceministro poi responsabile Giustizia di FI e ora nell'Azione di Carlo Calenda.
Costa è il campione di un instancabile lavoro ai fianchi dei giustizialisti. Ha animato più o meno tutte le battaglie già felicemente concluse in questo scorcio di governo Draghi, ora inventa un portale web, presuntoinnocente.com, che ha tutta l'aria di essere una piattaforma Rousseau alla rovescia, e lo fa con altri quattro parlamentari, Guido Crosetto (FdI), Roberto Giachetti (Iv), Giusi Bartolozzi (FI) e Gianni Pittella (Pd), e uno dei pochi protagonisti dell'informazione schierati dalla parte dei diritti, Alessandro Barbano.
Stavolta la "piattaforma" non è il luogo dove coltivare piani politici anticasta ma il punto di partenza per restituire alla politica, attraverso il garantismo, la propria dignità. Vediamo. Ieri i 6 animatori dell'iniziativa hanno anticipato in una nota i contenuti della conferenza stampa in programma alla Camera per le 16 di lunedì: l'idea, spiegano, "nasce da persone di diverso orientamento politico e culturale, accomunate dallo stesso spirito e dalla medesima convinzione in principi affermati nella Costituzione, ma affievoliti nella realtà, quali la presunzione di innocenza, il diritto alla difesa, la certezza della pena e la ragionevole durata del processo". Scopo del sito è "pubblicare informazioni, opinioni e soprattutto ospitare testimonianze di cittadini che raccontino la loro esperienza a contatto con la giustizia. Storie da cui possono nascere proposte, mobilitazioni e idee". Ma è chiaro che un sito di giustizia prodotto da cinque deputati di altrettanti partiti diversi e da un grande giornalista è anche un'altra cosa: è un'alleanza per i diritti. Una promessa di cambiamento.
Oggi i garantisti sono almeno apparentemente maggioranza. Costringono i 5 Stelle con le spalle al muro, tanto che il pacchetto di "emendamenti Cartabia" al ddl penale, con dentro l'addio alla prescrizione di Bonafede, andrà in Consiglio dei ministri, dove sarà certificata la maggiorana contraria al fine processo mai. Ma presuntoinnocente.com può essere qualcosa di più.
"Il nostro obiettivo è far comprendere che i temi della giustizia non sono estranei alla vita quotidiana di ciascuno, ma rappresentano le regole fondamentali dello stare insieme", è la promessa. Creare un intergruppo garantista che si dà anche una propria "antipiattaforma Rousseau" è un modo per dire che la politica deve recuperare i valori del garantismo e della presunzione d'innocenza come prioritari nella propria "costituency" e lo deve fare con forza, anche a costo di fronteggiare un'opinione pubblica spesso divergente. Lo deve fare per riaffermare il proprio primato anche sulla magistratura, superare la maledizione di Mani pulite, l'associazione indebita fra politica e malaffare. Deve insomma avere l'orgoglio di mettere fine a trent'anni di anticasta basata sul pregiudizio colpevolista.
È un'operazione che, se espressa in tutto il suo potenziale, è in grado cambiare gli equilibri. Non fra i partiti, non è questa la pretesa: i 6 promotori dicono di voler lanciare "un appello alla politica e alla società civile ad aderire a questo percorso per far nascere insieme un grande movimento di opinione trasversale", che "sia sganciato dalla convenienza quotidiana dei partiti", appunto.
Gli equilibri da cambiare sono quelli oggi sbilenchi fra politica e giornali, politica e magistratura: in ultima analisi, fra politica e sentire diffuso. Il ritorno dei partiti nel loro ruolo passa attraverso il garantismo: questo è sicuro. Come dice da qualche lustro Luciano Violante, sono i partiti che devono essere in grado di valutare se un'indagine può stroncare o no una carriera politica, e devono smetterla di affidare il compito ai magistrati. È l'approdo decisivo per ricostruire una vera democrazia in Italia. Non basterà certo un portale e 6 coraggiosi che si associano, ma se non si comincia mai si finisce.
di Maria Milvia Morciano
L'Osservatore Romano, 27 giugno 2021
I racconti sul tema dell'attesa nati da un laboratorio di Giuliana Nuvoli nel carcere di Opera. Giuliana Nuvoli, professoressa emerita di Letteratura italiana alla Statale di Milano e critica letteraria, ha tenuto un laboratorio di scrittura creativa nel carcere di Opera in collaborazione con gli studenti dell'università. Il risultato è stato un libro di ventinove racconti, L'attesa (Edizioni Stampa 2009), pubblicato nel 2019.
"Fin dall'inizio del laboratorio, il libro è stato pensato come un coro di voci tutte alla pari" racconta Nuvoli. - "Il percorso intrapreso si è rivelato armonioso: tutto è cominciato nel rispetto delle regole di distanza, dal momento che molti tra gli studenti erano ragazze, mentre i detenuti erano tutti uomini, alcuni condannati a pene detentive di 30-35 anni. In teoria avrebbero potuto esserci molti problemi.
Nel tempo, però, tra loro si è creato un dialogo che alla fine si è trasformato anche in una vicinanza fisica assolutamente straordinaria e, ripeto, rispettosa".
Il tema scelto è stato quello dell'attesa. "Tutti gli esseri umani sono in attesa. In attesa di finire la vita o delle cose che accadono; in attesa di quello che è lontano o sta per accadere, del bene, del male". Un sentimento che accomuna i giovani studenti, impazienti di scoprire la vita, e i detenuti, che nella detenzione coltivano la speranza. I racconti sono stati pubblicati con i nomi in ordine alfabetico, senza alcuna distinzione e, nonostante le differenze, disegnano una comune radice: la vita porta in direzioni diverse, si può essere liberi o rinchiusi, ma alla fine le persone sono accomunate da più di quanto non si creda. C'erano ragazzi e ragazze, detenuti giovani e adulti, provenienti da ogni parte del Mediterraneo e del mondo, e tutti hanno interagito insieme in armonia.
Tra le maglie dei racconti emerge sempre un pezzo della loro storia personale. "Ovviamente negli scritti degli "studenti ristretti" la componente autobiografica è più forte, perché il loro orizzonte rimane chiuso. Sanno di dover stare nel carcere per un determinato tempo. Per loro l'io riempiva quasi tutto lo spazio presente e futuro". Sono stati totalmente liberi di esprimersi come individui. Esisteva una sola regola: non fare cenno ai loro reati, né alla pena comminata. "I pochi giovanissimi tremavano, fragili, di speranza - scrive Nuvoli nell'introduzione - i più, adulti, parlavano come chiusi in una corazza. Per tutti, però, vi era la stessa luce, in fondo: la famiglia. Madri, mogli, figli".
Per gli studenti della Statale la cosa è stata invece un po' diversa. A 19-26 anni ci si immagina il futuro con più libertà "con più possibilità di quanto ovviamente non si possa fare chiusi tra quattro mura, ma la componente autobiografica è presente, potente, in tutti i racconti". Eppure i tempi che viviamo non sono facili neppure per loro: l'incertezza sempre latente, la precarietà, la possibilità di non poter immaginare un futuro, di crearsi una famiglia li fa sentire in gabbia.
"In realtà - osserva Nuvoli - non esiste un solo individuo a questo mondo, ieri come oggi, che possa dire di non sentirsi prigioniero di una gabbia più o meno visibile, di non essere condizionato dalle regole, dai pregiudizi, dagli obblighi e dai doveri, dalla necessità di patteggiamenti". Una percezione che nel tempo di pandemia ha riguardato tutti. Siamo stati quasi nella stessa situazione, tutti un po' rinchiusi. E per questo motivo sembra che questo libro abbia guardato lontano, catturando nell'aria il presagio di qualcosa che già c'era.
"L'importante è pensare che le gabbie abbiano pareti di cristallo e permettano di guardare fuori, che non abbiano pareti di piombo. Sentirsi completamente liberi è una presunzione, una follia, paragonabile alla hybris, all'arroganza di Ulisse che, secondo Dante, precipita nel gorgo e muore quando passa le antiche e invalicabili Colonne d'Ercole. La vera libertà ce la portiamo dentro. La vita è fatta di affetti ed emozioni e questi non hanno gabbie. Dovremmo imparare a pensare a relazioni più leggere, non condizionate dall'economia, dal denaro, dal successo, dai bisogni materiali. La vita è bella se si prende così, come viene", aggiunge la professoressa.
Un altro punto di contatto tra tutti gli autori dei racconti è "la voglia di futuro, di camminare col corpo teso in avanti e lasciarsi indietro rabbia e paura. In realtà, in ognuno di loro c'è il bisogno di essere amati", si legge nella quarta di copertina del libro. "Esiste una virtù primaria comune a tutti, laici e credenti, cattolici e non, che è una virtù civile: il perdono. Se ci si lascia trattenere a terra dalla zavorra della rabbia, della paura, dai sentimenti di vendetta, non ci si libera. Se non impariamo a buttarci dietro le spalle tutto il dolore che ci possono aver procurato, le angherie e le offese, non abbiamo scampo, non viviamo".
Nel celebre monologo del terzo atto, Amleto dice che "la coscienza fa vili" e impedisce di tentare di sfuggire ai mali andando incontro alla morte, forse anche scegliendo il suicidio. La paura di ciò che attende al di là della vita rende sopportabile il male quotidiano.
"In queste parole - prosegue Nuvoli - manca la speranza, che è quella che spinge a vivere. Elpis o Spes, come la chiamavano i greci e i romani, nell'iconografia antica è raffigurata come una fanciulla che avanza verso il futuro in punta di piedi. La speranza è l'unica a rimanere in fondo al vaso di Pandora, quando tutti i mali sono usciti".
D'altra parte la speranza è per i cristiani una virtù teologale, ricordata di continuo da Papa Francesco che la definisce "un'ancora che noi abbiamo dall'altra parte: noi, aggrappati alla corda, ci sosteniamo" e che chiama "la più piccola virtù ma la più forte". La speranza - conclude Giuliana Nuvoli - "tiene in vita nell'attesa, ma nulla è possibile se non scendiamo a patti con noi stessi. È tutto questo è possibile solo se impariamo a perdonare gli altri e noi stessi".
La Provincia Pavese, 27 giugno 2021
L'infermeria del carcere si rinnova grazie al lavoro di due detenuti. Da anni gli ambulatori non erano mai stati ristrutturati. Così la direttrice della casa circondariale, Stefania Mussio, ha deciso di dare la possibilità a due ospiti della struttura di rimboccarsi le maniche e dare il loro contributo. R.R. e G.P. si sono messi all'opera lo scorso febbraio e con un accurato lavoro durato mesi hanno riqualificato l'intero settore, rendendolo dignitoso e ordinato, con la supervisione e il coordinamento degli operatori di Polizia Penitenziaria.
Molto soddisfatto anche il Dirigente sanitario, Gianni Belfiore: "Questo rinnovo, iniziato a metà febbraio e vissuto da tutto il carcere con curiosità e sincero interesse, ha portato a un totale rinnovo dei locali, con un apprezzabile miglioramento. Un segno importante e concreto della considerazione verso l'area sanitaria e del lavoro, spesso complesso, che si svolge in essa da parte della attuale direzione della casa circondariale di Voghera". Il medico che dal 2015 frequenta il carcere iriense come dottore del Ser.D. e da circa un anno ha assunto anche il ruolo dirigente sanitario, ha notato come il cambiamento in questi ultimi mesi "darà sicuramente nuovo impulso alla rivalutazione dell'attività".
tgvercelli.it, 27 giugno 2021
Lunedì 28 giugno alle 11.30 nella Sala Convegni della Fondazione CRV verrà presentato il progetto Liberare lo sguardo, un percorso di formazione e di promozione della cultura cinematografica dedicato alla Casa Circondariale di Vercelli. Si partirà con la visione del docu-film di Wim Wenders del 2018 Papa Francesco. Un uomo di Parola.
Il progetto in questione nasce dalla volontà di investire in un'iniziativa di cultura, bellezza e rieducazione di una fascia considerata debole della società come quella dei detenuti, in totale continuità con le attività già messe in campo dal territorio e, nello specifico, dalle case circondariali molto attente alla promozione culturale e da iniziative attente alle persone detenute.
Il percorso formativo, promosso dall'associazione Officina Cultura e Territorio, costituirà occasione di approfondimento e comprensione del linguaggio cinematografico, ma sarà soprattutto opportunità di incontro e di lavoro di team per le persone detenute che vorranno partecipare al percorso.
"La cinematografia - spiegano gli organizzatori - rappresenterà un efficace strumento formativo, nello stesso modo dei percorsi educativi già attivati dall'istituto. Il modello del progetto, una volta consolidato, potrà essere facilmente applicato ad altre carceri e realtà del territorio". Il progetto di Officina Cultura e Territorio è stato realizzato in collaborazione con Fondazione CRT, Fondazione Cassa di Risparmio di Vercelli, Fondazione CRC, Banca Alpi Marittime, Associazione Amicorti, Ausilia Onlus, Casa Tecnica e Stile, MG Project, Patrimonio Immobiliare Srl, La Sesia.
Gazzetta del Sud, 27 giugno 2021
L'avv. Agostino Siviglia, accompagnato dal Garante Comunale, avv. Federico Ferraro, si è confrontato anche con il sindaco Vincenzo Voce. Il Garante Regionale dei detenuti, avv. Agostino Siviglia, giovedì si è recato nella città di Crotone, accompagnato dal Garante Comunale dei detenuti, avv. Federico Ferraro. Il Garante Siviglia, nella prima parte della mattinata, è stato accolto dal sindaco di Crotone, ing. Vincenzo Voce, e nel colloquio istituzionale si è avuto modo di tracciare i profili inerenti le problematiche del mondo carcere e anche dei vari luoghi di restrizione della libertà personale: le Rems, le camere di sicurezza, il C.a.r.a.
La disanima delle varie situazioni ha consentito di aggiornare il primo cittadino sugli sviluppi futuri e sui recenti interventi ministeriali su temi come la ripresa dei colloqui tra detenuti e familiari a pieno regime.
L'insorgenza del Covid-19, come evento imprevisto e imprevedibile, ha amplificato le criticità del sistema penitenziario e ha costretto tutti a un vero e proprio fermo di alcune attività e modifica degli assetti ordinari. Nonostante ciò la popolazione detenuta calabrese, e in particolare a Crotone, ha mantenuto sempre un atteggiamento responsabile e collaborativo, volto alla cooperazione nella soluzione delle criticità pandemiche. Al termine della visita di cortesia in Comune, il Garante Regionale, accompagnato dal Garante Comunale, si è recato presso l'Istituto penitenziario di Crotone per una visita ispettiva, alla luce del monitoraggio Covid-19 avviato da tempo nei 12 istituti penitenziari della Calabria. La visita ha consentito anche un incontro diretto con la popolazione detenuta a Crotone nelle sezioni media sicurezza e un sopralluogo nelle celle e negli altri ambienti penitenziari. Importante è stata, infine, interfacciarsi con la direzione sanitaria penitenziaria con cui sono già da tempo avviate interlocuzioni e un monitoraggio periodico che coinvolgono anche il Garante comunale Ferraro.
di Maurizio Molinari
La Repubblica, 27 giugno 2021
Dagli Stati Uniti in Israele, fino allo scontro in Italia sul ddl Zan e in Europa sulla legge Orbàn. La battaglia sui diritti Lgbt in Ungheria e la contemporanea disputa sul ddl Zan fra Italia e Vaticano portano l'Unione Europea a confrontarsi con la sfida che già distingue Stati Uniti e Israele: i sistemi democratici hanno bisogno di valorizzare le proprie diversità per rigenerarsi e rafforzarsi.
Negli Stati Uniti l'elezione alla presidenza di Joe Biden è stata il frutto di una coalizione elettorale guidata da una schiacciante maggioranza di donne, minoranze e giovani che si riflette nella composizione della sua amministrazione: fra i primi cento incarichi per importanza 57 sono donne e 39 non-bianchi. È il risultato di un cammino che ha visto l'America nel 2008 eleggere in Barack Obama il primo presidente afroamericano, nel 2011 approvare con la Corte Suprema le unioni civili per i gay, nel 2017 unirsi dietro il movimento #Metoo in difesa dei diritti delle donne e nella campagna elettorale del 2020 reagire all'uccisione di George Floyd a Minneapolis con una grande mobilitazione antirazzista.
Ciò significa che l'humus di diversità espressa dall'amministrazione Biden viene da lontano ed è questa idea diffusa del diritto alla identità differente che ha portato alla sconfitta dei repubblicani di Donald Trump, la cui maggiore debolezza - come osserva il columnist del Washington Post EJ Dionne - è stata di essere soprattutto un partito di uomini bianchi. Quando Karine Jean-Pierre si presenta dunque ai giornalisti nella Brady's Room della Casa Bianca come la prima portavoce presidenziale al tempo stesso donna, gay e afroamericana incarna un'idea di democrazia delle diversità che punta a includere ogni tassello della società nazionale.
Trovando nel mosaico identitario una formidabile ricetta capace di rivaleggiare - e sconfiggere nelle urne - il populismo che invece si nutre di scontento sociale e protesta contro le istituzioni rappresentative. Nulla da sorprendersi dunque se Biden e Kamala Harris - la prima donna nera divenuta vicepresidente - accelerano in questa direzione: dichiarando "Juneteenth" festa nazionale il 19 giugno per ricordare come nel 1865 vide la liberazione degli ultimi schiavi dopo la Guerra Civile come anche promettendo di raddoppiare il numero delle donne afroamericane fra i giudici di appello.
Il nuovo governo di Israele, da poco insediato, va nella stessa direzione perché include ebrei ortodossi e musulmani fondamentalisti, politici israelo-etiopi e israelo-moldavi, un ministro apertamente gay e più in generale componenti con le origini in Asia, Africa, Europa e America. Per non parlare delle 9 donne su 27 ministri, un premier ultranazionalista, un ministro degli Esteri centrista, i leader della sinistra storica e il primo partito arabo-israeliano in una coalizione di governo. Come riassume Alan Dershowitz, giurista liberal di Harvard, "sfido chiunque a trovare una democrazia parlamentare con una coalizione di governo più diversa".
Anche Israele ha fatto emergere le proprie diversità unendosi contro un leader nazionale conservatore - Benjamin Netanyahu è stato al governo per 12 anni consecutivi - e le similitudini con gli Stati Uniti non finiscono qui perché nello Stato ebraico solo il 44 per cento degli abitanti è bianco mentre negli Usa il 48 per cento delle nuove nascite avviene in famiglie ispaniche. Ovvero, si tratta di due nazioni costruite da immigrati che vedono le rispettive democrazie rigenerarsi esaltando le diversità - politiche, etniche e di genere - delle rispettive collettività.
Gli Stati europei hanno popolazioni etnicamente più compatte e dunque arrivano con un certo ritardo alla sfida della ridefinizione dell'identità nazionale dovuta all'impatto demografico delle minoranze. Da qui la novità del fattore Lgbt che invece sembra far breccia con più efficacia con il risultato di portare anche il Vecchio Continente davanti alla sfida politica delle diversità.
A ben vedere per l'Ue la data di inizio di questa battaglia è il 2017 con la decisione della Corte europea dei Diritti Umani di definire "discriminatoria" la legge russa del 2013 contro la raffigurazione pubblica di comportamenti e valori Lgbt, definendola "discriminatoria" e sfidando il Cremlino nell'aggiungere che "incoraggia l'omofobia".
La legge ungherese ora difesa a spada tratta dal primo ministro ungherese Viktor Orbàn ha caratteristiche simili e lo scontro che ha innescato in seno all'ultimo Consiglio europeo indica proprio nei diritti Lgbt il test della diversità per gli Stati dell'Unione, con le democrazie occidentali determinate nel considerarli diritti civili a differenza di alcuni Paesi dell'Est, guidati da Ungheria e Polonia. Quando il ministro della Giustizia magiaro, Judit Varga, si spinge fino ad accusare il premier olandese Mark Rutte di "essere uscito dal cerchio delle persone civilizzate" a causa della sua difesa dei diritti Lgbt, emerge con chiarezza un approccio illiberale alle diversità - non solo di genere - con cui l'Europa deve fare i conti.
Da qui la domanda se l'Ue, dopo aver assistito in gran parte passivamente alle profonde trasformazioni americane innescate dall'elezione di Obama e dalla mobilitazione per il #Metoo, non stia trovando sul terreno dei diritti Lgbt la propria strada verso un approccio più inclusivo al diritto alle diversità. Ed è un interrogativo che si rafforza davanti alle evidenti divisioni che il ddl Zan innesca nel nostro Parlamento, nella Chiesa italiana e in Vaticano.
Rinnovando così l'idea che una democrazia si consolida in maniera direttamente proporzionale al numero dei diritti che riesce a identificare, codificare, proteggere e far coesistere fra i propri cittadini. Aumentandone di conseguenza espressione e rappresentanza a dispetto di ogni distinzione di sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche, condizioni personali e sociali. Come recita l'articolo 3 della Costituzione repubblicana.
di Javier Cercas
La Repubblica, 27 giugno 2021
Dall'Inferno di Dante a Sartre, da Adolf Eichmann a Ingmar Bergman. Il grande scrittore ragiona su delitto, castigo e senso di colpa. È impossibile pensare a Dante senza pensare al problema del Male; inversamente, è impossibile pensare al problema del Male senza pensare a Dante, almeno senza pensare alla Divina Commedia, almeno senza pensare all'Inferno, che può e forse deve essere letto come una vasta meditazione sul Male, come un'intricata e visionaria enciclopedia metaforica delle diverse forme in cui il Male si incarna negli esseri umani. Tuttavia, cos'è davvero il Male, o ciò che chiamiamo il Male oggi, settecento anni dopo la morte di Dante? E qual è il rapporto che il Male intrattiene oggi con la letteratura, o con l'arte in generale?
Non credo che nemmeno a Roma, così vicino al Vaticano, ci sia bisogno di evocare Lucifero per definire ciò che è il Male; e non è più alla nostra portata immaginarlo come fa Dante alla fine dell'Inferno, al centro stesso della Terra, nel punto più lontano da Dio, sprofondato tra il ghiaccio e le ombre, come una creatura orripilante dotata di sei smisurate ali di pipistrello e di tre teste con le fauci che divorano tre peccatori famosi, tre malvagi senza remissione: Giuda, che tradì Cristo, e Bruto e Cassio, che tradirono Cesare.
No, per noi, per la nostra povera immaginazione senza Dio né Diavolo, senza Inferno né Purgatorio né Paradiso, il Male è qualcosa di più pedestre, di più comune, qualcosa che fa parte del dramma più intimo e quotidiano degli esseri umani, che è il dramma della libertà: il Male è, semplicemente, il prezzo della libertà. Non siamo liberi di non essere liberi, scrisse in una frase famosa Jean-Paul Sartre. Il che significa che, perfino quando non scegliamo, scegliamo; significa pure che possiamo scegliere il bene, ma possiamo anche scegliere il male.
Georges Bataille, che tante volte polemizzò con Sartre, andò ancora più in là: non soltanto il male è sempre alla nostra portata e siamo sempre liberi di sceglierlo; il male abita dentro ogni essere umano, fa parte di noi. "La parte maledetta", chiamò quella zona dell'essere umano Bataille, che nel 1929 scrisse: "C'è in ogni uomo un animale rinchiuso in una prigione come un forzato e c'è una porta, e se si socchiude quella porta l'animale si getta al di fuori come il forzato che cerca l'uscita; allora provvisoriamente l'uomo cade morto e la bestia si comporta da bestia".
Questa assidua familiarità con il male spiega il fatto che, nel 1963, a proposito del processo a Eichmann a Gerusalemme, con un'espressione non meno famosa, Hannah Arendt parlasse della Banalità del male. Ciò che Arendt voleva dire in quel libro che tanto scandalo suscitò all'epoca non è, tuttavia, che il male sia banale; ciò che voleva dire è che coloro che commettono il male sono spesso persone banali, a cominciare da Adolf Eichmann, il protagonista del suo libro, uno dei più grandi criminali della storia dell'umanità, architetto della cosiddetta Soluzione Finale, un uomo insignificante che, a quanto conclude la stessa Arendt, "non era un mostro, ma era davvero difficile sospettare che fosse un pagliaccio".
Detto ciò, la domanda quasi si impone: perché il male continua ad affascinarci, sia nella realtà sia nella finzione? Com'è possibile che, soprattutto nella finzione, ci sentiamo più attratti dai criminali che dalle brave persone? Sarà vero che, come diceva André Gide, non si può fare buona letteratura con i buoni sentimenti o, come diceva il grande poeta catalano Gabriel Ferrater, è impossibile parlare della felicità senza fare una faccia da idiota? Fatto sta che il Riccardo III di Shakespeare è forse la più grande canaglia della letteratura universale, ma ci sono passaggi di quella tragedia crudele in cui ci si sorprende a mettersi dalla sua parte, a solidarizzare con quella belva spaventosa, così come in Delitto e Castigo si solidarizza con lo studente Raskol'nikov nonostante si sappia che ha ucciso Aliona Ivanovna, una vecchia e repellente usuraia.
Ma torniamo per un momento alla realtà; torniamo, anche, ad Adolf Eichmann. Poco tempo fa ho visto un documentario sul suo processo a Gerusalemme, quello su cui Hannah Arendt scrisse il suo libro. Si intitola Uno specialista, è opera di Rony Brauman ed Eyal Sivan ed è stato realizzato con le immagini riprese da Leo Hurwitz durante il processo. Verso la fine del dibattimento il pubblico ministero chiede a Eichmann se si sente colpevole dell'assassinio di milioni di ebrei. "Dal punto di vista umano, sì" risponde Eichmann. "Perché sono colpevole di avere organizzato le deportazioni." Poi aggiunge: "Però i rimorsi sono inutili, non faranno resuscitare i morti. I rimorsi non hanno nessun senso. I rimorsi vanno bene per i bambini. Ciò che importa è trovare il modo di evitare questi avvenimenti nel futuro". Quando ho sentito Eichmann pronunciare queste parole ho avuto un soprassalto: soltanto pochi giorni prima avevo sentito dire qualcosa di simile da Ingmar Bergman, il grande cineasta svedese.
Era successo sempre in un documentario, stavolta intitolato L'isola di Bergman, opera di Marie Nyveröd. Lì, un Bergman crepuscolare parla a rotta di collo di tutto o di quasi tutto, e a un certo punto l'intervistatrice menziona i nove figli avuti nei suoi diversi matrimoni, e gli domanda: "Non hai rimorsi per averli abbandonati?". Bergman risponde quasi senza pensarci, come se avesse riflettuto spesso sulla faccenda. "Li avevo" riconosce.
"Avevo dei rimorsi; fino a quando ho scoperto che avere dei rimorsi per una cosa così seria come abbandonare i tuoi figli è puro teatro, è un modo di vivere con una sofferenza che non è paragonabile alla sofferenza che hai causato".
Queste parole di Bergman mi hanno commosso quando le ho ascoltate. Ho ricordato Spinoza, il quale afferma che il rimorso è uno dei due peggiori nemici del genere umano (l'altro, secondo lui, è l'odio), una passione ripugnante e triste che alla lunga ci distrugge, e mi sono detto che quella di Bergman era la risposta di un uomo libero, coraggioso e onesto, che conosce gli esseri umani e sa che è indegno aggiungere al peccato di aver commesso un errore il peccato di soffrire per averlo commesso... Però adesso, ascoltando anche Eichmann esprimere il suo rifiuto del rimorso per il male causato ad altri, mi sono chiesto: com'è possibile non provare dispiacere per aver provocato la morte di milioni di persone?
Salvaguardando per un momento l'enorme distanza tra l'errore di Bergman e quello di Eichmann, mi sono chiesto se il loro comune rifiuto del pentimento unisse in qualche modo il genio del bene e il genio del male, e mi sono chiesto in che modo lo facesse. Mi sono chiesto: può esistere qualche vincolo rilevante tra la visione del mondo di un uomo che si è dedicato a creare e quella di un altro che si è dedicato a distruggere, quella di un uomo che ha illuminato il mondo e ha lasciato dietro di sé una scia di bellezza e di irresolubili complessità e quella di un altro che ha oscurato il mondo e che ha lasciato al suo passaggio una scia di semplicità letale e di inconcepibile distruzione? E mi sono anche chiesto: uno stesso precetto etico può essere onesto e coraggioso sulle labbra di una persona e abietto e codardo sulle labbra di un'altra?
La risposta a questi perturbanti interrogativi è arrivata subito, nello stesso documentario su Eichmann, quando, poco dopo avere accettato di essere colpevole dello sterminio degli ebrei, l'ex gerarca nazista l'ha negato, recuperando la sua linea di difesa essenziale durante tutto il processo: considerava l'accaduto con gli ebrei un fatto mostruoso, ma lui aveva potuto soltanto agire come aveva agito, perché era soltanto un tecnico ed era obbligato dal suo giuramento di obbedienza a fare ciò che aveva fatto; pertanto, dentro di sé si sentiva "libero da ogni responsabilità".
La prima differenza tra Bergman e Eichmann sta, ovviamente, nella dimensione dei loro errori; neanche la seconda è banale: Bergman accetta del tutto la propria responsabilità; Eichmann, soltanto in apparenza: in realtà la rifiuta. Accettare il dramma della libertà assumendo la responsabilità del male commesso, essendone consapevole, costituisce forse il primo passo per poterlo combattere: nonostante il male da lui commesso sia infinitamente minore di quello di Eichmann, Bergman lo fa; Eichmann, invece, no. Pascal osservò che esistono soltanto due tipi di uomini: gli uni, giusti che si credono peccatori; gli altri, peccatori che si credono giusti. Bergman forse era un peccatore, ma non si credeva un giusto. Questa è forse una condizione indispensabile per essere un giusto.
di Luca Attanasio
Il Domani, 27 giugno 2021
I decreti Salvini sono vivi e vegeti. A quasi sette mesi dalla loro modifica strutturale a firma della ministra dell'Interno Luciana Lamorgese, sono ancora serenamente applicati in numerose questure, come se non fosse esistito il Papeete e a dettare legge sulla questione migranti fosse ancora la creatura normativa più amata dall'ex titolare del Viminale. L'impietosa fotografia della mancata attuazione della riforma dei decreti sicurezza ce la fornisce un'azione di monitoraggio sul campo, chiamata Paradosso all'italiana. Quando il governo italiano boicotta sé stesso, curato dal Forum per cambiare l'ordine delle cose che ha scandagliato le prassi degli uffici immigrazione delle questure di 16 grandi città italiane e dimostrato la "totale disapplicazione della legge e l'emersione di gravi criticità procedurali".
L'indifferenza - Agitati come soluzione finale ai problemi di legalità del paese, con l'abrogazione della protezione umanitaria, le multe e le inibizioni alle Ong che soccorrono in mare e la diffusione di un'idea aggressiva nei confronti degli immigrati (che ha conseguenze dirette sulle scelte operative di questure e prefetture) i decreti sicurezza hanno in realtà fatto schizzare il tasso di irregolarità: già stimati in 562mila alla fine del 2018, gli irregolari, per effetto del primo decreto sicurezza dell'ottobre 2018, hanno superato i 610mila a fine 2019 (Dossier immigrazione 2020). Con effetti negativi sulla criminalità, come hanno spiegato Milena Gabanelli e Simona Ravizza lo scorso ottobre sul Corriere della Sera: "Secondo le ultime statistiche, quando uno straniero passa da regolare a irregolare, il rischio che commetta un reato aumenta tra le 10 e le 20 volte".
Sebbene moltissimi tra politici, parlamentari, organismi transnazionali e mondo dell'associazionismo ne chiedessero l'abrogazione totale, la riformulazione dei decreti Salvini a opera del secondo governo Conte, con la legge n. 173/20 (in vigore dallo scorso dicembre), è stata salutata come un passo in avanti. Ma, come dimostra il monitoraggio, il miglioramento è in moltissimi casi solo nel testo. "Ci sono due aspetti inquietanti che il dossier evidenzia - spiega il regista Andrea Segre, tra i promotori del Forum - da una parte siamo di fronte alla palese inapplicazione di una legge, un fatto gravissimo che sbugiarda la resistenza strutturale della macchina dello stato controllata da prefetti e questori nostalgici della misura precedente, che nei fatti si sono opposti alla protezione speciale, misura introdotta dal nuovo decreto. Dall'altra assistiamo a un progressivo sgretolamento della volontà politica che davanti alla mancata attuazione di una legge, si fa incerta se non indifferente".
Nulla di diverso - Nelle 16 città sotto osservazione (tra queste Reggio Calabria, Brindisi, Napoli, Roma, Firenze, Bologna, Trieste e Bolzano) sono state vagliate le prassi degli uffici immigrazione delle questure e delle commissioni territoriali per la protezione umanitaria, oltre che le posizioni assunte dai tribunali ordinari, in particolare per quanto attiene all'accesso alla protezione speciale prevista dalla nuova normativa.
Il risultato preoccupa: migliaia di persone escluse dall'accoglienza legale a causa dei decreti sicurezza del 2018 - con effetto immediato in quel caso - continuano a galleggiare in un pericoloso limbo giuridico, tra irregolarità e invisibilità. Prassi illegittime, circolari contraddittorie, istanze non ricevute o non prese in esame, richieste da parte delle questure di documenti previsti dai vecchi decreti che la legge attuale non esige, documentazioni integrative dimenticate, ignoranza dei cambiamenti: un confuso patchwork che elude in modo evidente la legge.
"Quando il decreto 130 è diventato legge per noi è stata una vera e propria liberazione - confessa Valeria Pecere, membro del direttivo del Forum e socia della cooperativa Solidarietà e Rinnovamento che gestisce due Sai (ex Sprar) a Brindisi e Ostuni - i richiedenti asilo potevano rientrare nei sistemi di accoglienza (per i decreti Salvini i richiedenti erano in grado di rientrare nel diritto alla protezione, e quindi nei centri di seconda accoglienza, solo se la loro richiesta fosse stata accettata, ndr) e veniva istituita la protezione speciale che sostituiva e ricalcava l'umanitaria abolita nel 2018.
Ma ben presto ci siamo resi conto che le cose non cambiavano: le questure rimandano, lasciano passare mesi, e le richieste di protezione speciale che per la nuova legge dovevano passare per le questure e avere un iter più rapido, continuano a essere affidate alle commissioni che, a loro volta, tardano ulteriormente. Le cifre dei rientri nei Sas grazie alle protezioni speciali, a quanto ci risulta, sono irrisorie. Queste norme sono fintamente progressiste, piuttosto sembrano dei palliativi, degli slogan per dire che abbiamo superato il salvinismo, ma siamo ancora lì".
Sprofondare nell'invisibilità - Per molti immigrati l'ingresso o il ritorno alla regolarità è una specie di gioco dell'oca in cui arrivi a un passo dal traguardo ma ritorni sempre al punto di partenza. Un meccanismo che estenua chi ne è vittima e lo forza a scomparire nell'invisibilità. "Il mio caso è emblematico - spiega Mamadou Toure, maliano, mediatore interculturale e tesoriere della comunità africana di Brindisi - Io ho avuto un permesso umanitario che è scaduto nel 2019 e che, essendo stato abolito, non potevo rinnovare. Nel frattempo ho firmato un nuovo contratto e ho chiesto appuntamento in questura per ottenere, come da regola, il permesso per lavoro subordinato. Mi hanno dato prima un appuntamento dopo quattro mesi, poi dopo altri sei, nel frattempo il contratto di lavoro è scaduto.
Il datore me lo avrebbero rinnovato ma, senza un permesso regolare, non poteva esserci alcun rinnovo. Poi, finalmente, la legge è cambiata e avrei potuto usufruire nuovamente della protezione speciale, ma, anche qui, lungaggini infinite, continui ostacoli, mancata conoscenza della nuova normativa, un concentrato di problemi insormontabili che mi ha portato a ottenere un permesso solo qualche giorno fa. Io però sono da sette anni in Italia, parlo correntemente la lingua, sono diplomato ragioniere e conosco a perfezione i meccanismi burocratici. Immaginate un immigrato solo, che non abbia neanche una delle mie abilità: sprofonda nell'invisibilità con tutti i problemi che comporta per l'intera società, non solo per lui".
Di male in peggio - A completare il quadro caotico una direttiva che contraddice la legge stessa. "La circolare numero 23186 del 19 marzo 2021, emanata dalla Direzione centrale dell'immigrazione del ministero dell'Interno - denuncia il senatore Gregorio De Falco, firmatario di un'interrogazione parlamentare sulla inapplicazione della Legge 173/20 - aggrava ancora di più le procedure per il permesso di soggiorno. Si afferma che le istanze per protezione speciale devono essere presentate personalmente dall'interessato nelle forme previste dalla legge (kit postale o direttamente all'ufficio immigrazione competente, ndr) e che, quindi, non possono essere considerate valide le istanze presentate tramite email, pec, ecc.
Ma anche che la tipologia di permesso di protezione speciale non potrebbe essere richiesta direttamente al questore pena l'irricevibilità. Si gioca quindi a disorientare il richiedente aumentando burocrazie e ostacoli. Peraltro non si comprende perché debba essergli consentito, ancor più in fase di emergenza Covid-19, di presentare l'istanza solo di persona.
C'è una preoccupante tendenza delle amministrazioni periferiche ad applicare la vecchia normativa, nonostante sia stata superata". Rispetto al passato, in realtà, un cambiamento netto nella pratica c'è stato. Ma in peggio. Se prima alle navi delle Ong si inibiva l'attracco, adesso non gli si consente proprio di partire: come riporta l'Ispi, i sequestri o i fermi amministrativi hanno raggiunto il record di 8 proprio in queste settimane.
di Tommaso Giagni
L'Espresso, 27 giugno 2021
Il Trentino è in cima alla classifica del riciclo. Ma chi lo rende possibile sono lavoratori sottopagati e senza garanzie. Un simbolo del lavoro in Italia. "Le mansioni sono retribuite diversamente in base al colore della pelle". Massaman è stato mandato via di colpo, dopo tredici anni di contratti di un mese, rinnovati volta per volta. Era maggio e Massaman è diventato un simbolo per chi lavorava con lui, la rassegnazione che faceva sopportare l'insopportabile è diventata altro. Da alcune settimane, così, un gruppo di operai della raccolta differenziata in Trentino dà battaglia. Si sono rivolti al sindacato, hanno fatto tre giornate di sciopero. Sono africani, in regola con i documenti e guadagnano poco più di 6 euro netti (8,77 lordi) all'ora per separare e imballare il materiale per il riciclo. Da anni il loro orizzonte è mensile come la durata del contratto. Non hanno tredicesima, non maturano scatti di anzianità. Chiedono una stabilizzazione, ma ha più senso parlare di dignità.
"Quando esco per il turno non sono mai contento, nel cuore. Il fatto che non sono istruito, non vuol dire che non capisco. Siamo schiavi moderni", dice Adama, maliano, figura chiave della lotta e delegato Usb. Eppure è anche merito suo e degli altri operai, se la Provincia di Trento può vantarsi di essere ai vertici delle classifiche nazionali della differenziata. Daniel Agostini, funzionario Usb che segue la vicenda, è sbalordito: "Mi sembra di vivere nell'Ottocento, quando i diritti non esistevano. Varcati i cancelli dell'azienda, si entra nel passato". L'azienda è la Ricicla Trentino 2 Srl, che nella Provincia si occupa della separazione di plastica, metallo e vetro. Tra le pieghe della sostenibilità ambientale, del Green Deal, dello slancio ecologista verso il futuro, esistono ombre che ospitano i vecchi problemi del lavoro, neri come il carbone.
Nel tedesco monatlich, mensile, Alessandro Manzoni individuava l'origine della parola "monatto". Un lavoro legale e detestabile. "D'altronde la legge non sempre è giustizia", dice Agostini. Questi lavoratori hanno un contratto a tempo indeterminato con un'agenzia interinale, Gi Group, e contratti mensili di missione con l'azienda. Se Ricicla Trentino lascia a casa il lavoratore, l'agenzia gli paga una sorta di disoccupazione. "Sì, per massimo otto mesi, a un massimo di 800 euro lordi", dice Agostini: "L'agenzia dovrebbe ricollocarli altrove, ma non lo fa mai, non offre alternative". Così RT ricorre sistematicamente a un bacino di manodopera a basso costo.
Zona industriale di Lavis, all'ombra della Paganella, pochi chilometri a nord di Trento. In fabbrica, selezionare i materiali è un lavoro ripetitivo che pretende estrema attenzione. Turni di sette ore al giorno. Dai centri di raccolta sparsi per la provincia arrivano i rifiuti, che in seguito verranno spediti altrove per lo smaltimento. Dopo un lungo nastro di prima differenziazione, un macchinario incanala su nastri più piccoli, dove la precisione aumenta: il vetro blu va separato dal vetro verde, il nylon dal polipropilene.
Agostini spiega che "il nastro viene accelerato, i materiali corrono anche a ottanta chilometri orari", per chi viene considerato esperto. È il caso di Adama, addetto ad alluminio e tetrapak, con le cuffie per difendersi dal rumore delle lattine. Ha trentatré anni, dal Mali è arrivato in Algeria attraverso il deserto, poi in Libia. Era il 2010, ha lavorato come elettricista. Pochi mesi dopo è scoppiata la guerra, passare le frontiere è diventato proibitivo, restare impossibile, l'unica via di fuga era l'Italia. Sul barcone erano in trecento, tre i giorni che sono serviti a raggiungere Lampedusa. E lui riassume così il viaggio: "Se hai fortuna, vivi, se no muori". Non è mai andato a scuola perché la famiglia non poteva permetterselo, quindi in Italia ha imparato a leggere e scrivere, su uno dei pochi mobili di casa c'è un manuale di italiano.
Fawali separa le bottiglie su un altro nastro. "Sono cresciuto tra Mali e Guinea, poi sono andato dove potevo vivere meglio: in Libia". Ha una postura che gli anni in fabbrica e i mesi da stagionale in Puglia e a Rosarno non hanno piegato. Ancora ricorda che sul barcone arrivato a Lampedusa erano 183 persone. In Trentino ha lavorato in una fabbrica di trattori, prima di essere mandato via per la crisi nel 2008. RT è stata un'opportunità: "Ho preso questo lavoro contento, perché nel settore non c'è crisi". A tredici anni di distanza, con la famiglia lontana e a condizioni di lavoro indegne, lo spirito è ben altro.
Quasi tutti hanno i figli in Africa con la moglie. Hosei ne ha uno, in Ghana, nato quando iniziò a lavorare qui, sedici anni fa. Lo vede solo durante le ferie, dall'ultima volta sono passati due anni, dice che si conoscono poco. Kanda da tredici anni lavora per RT e di figli in Mali ne ha cinque. Vorrebbe averli sempre con sé ma non li vede dall'ottobre prima della pandemia. Impossibile portarli in Italia, sarebbe un passo più lungo della gamba, queste condizioni tengono tutto nell'incertezza. "Anche volendo, non potrebbero: per il ricongiungimento va dimostrato di avere un lavoro stabile, una casa abbastanza grande e le capacità economiche per mantenere i familiari", commenta Agostini.
Già è un problema trovare casa per sé: affitti inaccessibili, proprietari che non vogliono inquilini neri o che chiedono garanzie più consistenti di un contratto mensile. Si finisce per dividere appartamenti piccoli e bui a Trento Nord, l'area urbana stigmatizzata dove gli affitti sono meno cari.
Avrebbero un mese di ferie all'anno, ma non sempre vengono accordate dall'azienda. Alla richiesta di Adama, l'anno scorso, è stato risposto che troppi lavoratori erano via. "La dicitura "congruo preavviso" è talmente arbitraria che viene girata come si vuole", dice Agostini. Ora che Adama ha maturato un altro mese di ferie, ne ha chiesti due di seguito. "Possono anche darglieli, ma il rischio è che al ritorno non gli ridiano subito il lavoro o che non venga ricollocato affatto", prosegue Agostini. L'incertezza accompagna le loro vite. Così le relazioni familiari passano per il telefono e per i soldi inviati ogni mese, con la tagliola delle commissioni tra il cambio di valuta e il trasferimento di denaro, "nove euro su 100", spiega Fawali.
A insistere nell'ombra si scopre che le stesse mansioni vengono pagate in modo diverso, a seconda che a svolgerle sia un dipendente o un interinale. Cioè: a seconda del colore della pelle. RT dichiara, da visura camerale, sette dipendenti, "tutti italiani" spiega Agostini. "Ma a lavorare sono una quarantina, con gli interinali: che sono tutti africani, tutti lavoratori svantaggiati". Una categoria, questa, appetibile per chi dà lavoro: prevede sgravi fiscali e permette di aggirare il tetto che limita il ricorso agli interinali. "Svantaggiato è chi è straniero, chi non ha un titolo di studio concorrenziale sul mercato, chi non conosce bene l'italiano".
Hosei è addetto al muletto e alla ruspa, in questi sedici anni ha visto via via gli italiani arrivati dopo, addetti a ruspa e muletto, venire strutturati mentre lui restava coi contratti mensili. Come per gli altri africani, il contratto firmato con Gi Group non era in doppia lingua perché non è obbligatorio che lo sia. "Un vuoto normativo, così hanno accettato condizioni indegne, Gi Group li ha fregati. Per esempio il contratto non riconosce che la missione sia a tempo indeterminato, benché il lavoro per l'azienda sia continuativo e per anni", lamenta Agostini.
Secondo Usb c'è ancora altro: "Una carenza di sicurezza". Gli odori sono violenti, già solo all'esterno della fabbrica. Soprattutto, i lavoratori sono a contatto con polveri pericolose, per esempio quelle del vetro. Non è raro che sentano dolore tra le scapole e abbiano problemi respiratori. Prima del Covid-19 l'azienda li dotava di mascherine adeguate. "Ora che sul mercato è esplosa l'offerta, la mascherina è diventata l'FFP2. Economica e insufficiente. L'azienda ne fornisce circa otto al mese", spiega Agostini. In più, gli operai dovrebbero avere qualcosa che protegga l'avambraccio dai pezzi di vetro e plastica che maneggiano sul nastro che corre. Invece RT fornisce solo i guanti, e loro si arrangiano indossando sugli avambracci calzini lunghi a cui tagliano le punte.
L'attenzione alla sostenibilità può essere una retorica vuota, anche nel virtuosissimo Trentino. I lavoratori migranti non hanno intenzione di cedere all'ipocrisia e al ricatto: l'Italia è il posto dove vivono da anni e vogliono restarci. A condizioni finalmente dignitose, come quelle dei bianchi che nella stessa azienda svolgono le stesse mansioni. "Durante un presidio ai cancelli della fabbrica, un amministratore di RT si è avvicinato dicendo che se ai lavoratori non andava bene così, potevano andarsene", racconta Agostini. L'assemblea sindacale del sabato, sul terrazzo in cima alla sede Usb di Trento, si chiude con l'esortazione in italiano a non mollare finché non si vincerà. È sabato e il prossimo turno inizia lunedì, coi materiali sul nastro a cinquanta, settanta, ottanta chilometri orari. È sabato ma i materiali sul nastro li accompagnano comunque, nella vita fuori dai cancelli, come spiega Adama: "Le cose continuano a girarti nella testa".
di Vanessa Ricciardi
Il Domani, 27 giugno 2021
Mentre l'Italia si prepara a prorogare le missioni in Libia e il Consiglio europeo si limita a rinnovare gli auspici per la stabilizzazione dell'area, Medici senza frontiere ha dovuto sospendere le sue operazioni Tripoli perché ormai le condizioni umanitarie sono insostenibili. "Vogliono rendere più digeribile la collaborazione con la Guardia costiera libica che intercetta i migranti e li porta nei centri di detenzione, dove le condizioni sono disumane" dice Marco Bertotto, responsabile Affari Umanitari della Ong. Il presidente del Consiglio Mario Draghi il giorno dopo l'annuncio di Msf è intervenuto alla Camera e al Senato in vista del Consiglio europeo dichiarando la sua soddisfazione per aver sollevato il tema migratorio in Europa, ma alla fine non si è raggiunto nulla.
La maggiore cooperazione - Sui flussi l'Italia aveva detto di aspettarsi una maggiore cooperazione dell'Unione europea. Richieste disattese, visto il brevissimo passaggio delle conclusioni del Consiglio che si sono limitate a confermare "gli impegni" e "gli auspici". Nel suo discorso, Draghi aveva fatto riferimento alla possibilità che sui diritti umani ci sia un maggiore intervento dell'Alto commissariato delle nazioni unite dell'Oim, così come il Consiglio. Ma Bertotto commenta: "È pazzesca la citazione dell'Unhcr e dell'Oim per ristabilire i diritti umani in Libia. Le stesse Nazioni unite hanno dichiarato di avere possibilità minime".
Le violenze - Martedì Medici senza frontiere ha annunciato che lascerà i centri di Al-Mabani e Abu Salim a Tripoli. Nei centri di detenzione libici oggi ci sono circa seimila persone "una delle cifre più alte raggiunte, persone tenute in condizioni di violenza e pericolo tale che ci hanno spinto a dichiarare l'impossibilità per Medici senza frontiere di continuare a lavorare in quei due centri". Da febbraio di quest'anno, maltrattamenti, abusi e violenze sono aumentati costantemente. Le persone, detenute arbitrariamente, vengono lasciate morire di fame, in quattro per cella, dove sono costrette a dormire a turno: tutti non potrebbero avere lo spazio per stendersi. Anche le madri con i loro bambini vengono lasciati senza cibo. Il 17 giugno, durante una visita al centro di detenzione di Al-Mabani le équipe di Msf hanno visto che i detenuti venivano picchiati mentre lasciavano le loro celle per essere visitati dagli operatori sanitari, che si sono così trovati in uno stato di minaccia: "Abbiamo identificato una soglia oltre la quale non potevamo più rimanere per assistere impotenti" racconta a Domani Bertotto.
I corridoi umanitari - La risposta a tutto, da qualche settimana a questa parte, sembrano essere i corridoi umanitari: "Dicono che il tema non è il soccorso in mare ma i corridoi umanitari. I corridoi sono giustissimi - replica Bertotto - ma finora hanno permesso l'evacuazione di poche centinaia di persone, e i nuovi sono ancora tutti da mettere in piedi, mentre da quando l'Italia nel 2017 ha firmato l'accordo bilaterale col la Libia ci sono state circa 65 mila persone intercettate in mare e portate nei centri di detenzione". L'operatore di Medici senza frontiere non ha dubbi: "La priorità numero uno è impedire le partenze e mettere in pratica politiche di esternalizzazione per non fare arrivare i migranti, quella è l'unica linea su cui c'è un accordo" su tutte le altre "l'Europa ha fallito".
Anche qualora nei prossimi mesi si arrivasse a rafforzare i corridoi umanitari "non si possono giustificare 65 mila persone passate per i centri di detenzione libici. Con una mano sosteniamo i piccoli passi e con l'altra un'autostrada di abusi", questa è "retorica che riempie i documenti ufficiali". Portare avanti così la collaborazione con la Libia per Medici senza frontiere è impensabile: "Finora c'è stata una richiesta di supporto all'interruzione delle partenze in cambio di sostegno economico, non c'è alcuna forma di condizionalità". In questo modo i trafficanti finora ne sono usciti rafforzati: "Non credo che queste cose saranno cambiate adesso".
I salvataggi - Sui salvataggi in mare Draghi e l'Europa hanno taciuto, ma si è espresso il parlamento. La risoluzione dopo le comunicazioni approvata alla Camera e al Senato e firmata da tutti i partiti che sostengono il governo, dalla Lega al Pd, fa riferimento al buon funzionamento dei dispositivi europei per i soccorsi in mare: "Ma non esistono - dice Bertotto - hanno cancellato tutto, se non i dispositivi di intercettazione aerea che dicono ai libici dove andare per i gommoni dei migranti: è proprio finzione". Nelle premesse invece si trova un passaggio dove i parlamentari ritengono assodato che bisogna "assicurarsi che gli Stati di bandiera delle navi europee che effettuano operazioni di salvataggio in mare, collaborino all'individuazione di un porto di sbarco e si assumano la responsabilità dell'accoglienza delle persone soccorse, nel rispetto delle convenzioni internazionali sul diritto del mare". Per Bertotto è "un accenno pericoloso non conforme alle norme internazionali, il richiamo agli stati di bandiera. Un modo di colpire l'attività di soccorso in mare: vogliono disincentivare gli stati di bandiera a supportare le Ong, con la minaccia di far gravare la responsabilità dei salvataggi" una posizione, ribadisce, "illegale".
La Geo Barents di Medici senza frontiere arrivata in mare poche settimane fa batte bandiera norvegese: "Per quale ragione la Francia o l'Olanda dovrebbero avere meno responsabilità? Questo è un tentativo indiretto di fare fuori le navi adducendo motivazioni che non hanno nessun fondamento legale. È assolutamente pretestuoso". Di fronte alla risoluzione approvata da destra sinistra, conclude: "Questa è una constatazione amara. Forse non c'era modo di trovare una mediazione diversa, visto che ci sono partiti dalle posizioni diversificate, ma il fatto che abbiano firmato, e tutti siano d'accordo con le politiche di esternalizzazione e deterrenza, è assodato".
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