unacittaincomune.it, 22 novembre 2021
Alberto Marchesi, il Garante dei diritti detenuti presso la Casa Circondariale Don Bosco, è tornato in questi giorni ad evidenziare le critiche condizioni della vita carceraria e l'acuirsi dei problemi storici dell'istituto durante l'emergenza sanitaria Ha parlato del carcere come di un luogo in cui i diritti costituzionali sono "se non sospesi, quantomeno affievoliti" a causa del persistente sovraffollamento, delle condizioni fatiscenti dell'edificio e delle limitazioni al contatto con l'esterno. Il nodo centrale, ha ribadito ancora una volta il Garante, sta nelle criticità di accesso alle misure alternative alla detenzione, e questo avviene perchè non sono sufficientemente garantiti i percorsi di cura, di riabilitazione, di inclusione sociale.
Competenze queste, dei servizi sociosanitari territoriali e del Comune, che da tempo ha rinunciato a garantire prestazioni essenziali ed interventi di propria competenza. Il Consiglio comunale sia nel 2014 che nel 2017 aveva approvato mozioni e atti di indirizzo estremamente articolati in cui l'amministrazione Comunale si impegnava ad adottare misure per rendere meno drammatica la detenzione e per facilitare l'uscita e l'inserimento sociale delle persone detenute.
Abbiamo ripresentato un nuovo ordine del giorno nell'ottobre del 2020, in cui si chiede che il Comune garantisca l'accesso alle cure dei detenuti stranieri, il potenziamento della presa in carico dei tossicodipendenti, i progetti di inclusione lavorativa, l'accesso all'anagrafe, la mediazione culturale: nulla è stato fatto e nulla sembra essere stato programmato, anche nel corso di questa consiliatura. Ancora una volta assistiamo al totale disinteresse nei confronti della situazione carceraria, carcere che è parte della nostra città e non una struttura avulsa. Questo non è accettabile. Per questo abbiamo depositato la richiesta di una audizione urgente in Seconda Commissione consiliare permanente del Garante dei diritti detenuti e delle associazioni che svolgono attività di volontariato nella Casa Circondariale Don Bosco.
Sottoscrivono: Diritti in comune: Una città in comune - Rifondazione Comunista - Pisa Possibile
di Angelo Panebianco
Corriere della Sera, 22 novembre 2021
Nonostante le responsabilità della Cina, i "potenti della Terra" con cui prendersela saranno soprattutto i "potenti" (i governi) occidentali. Quanto più si diffonde la credenza nel disastro incombente, tanto più il capitalismo (occidentale) può essere messo in difficoltà.
Spenti i riflettori su Cop26, sull'incontro di Glasgow, nonché sulle manifestazioni guidate da Greta Thunberg che lo hanno accompagnato, forse vale la pena di farsi un paio di domande. Nonostante l'intesa a sorpresa sul clima fra Stati Uniti e Cina (che però sembra essere solo una mossa in una più complicata partita a scacchi fra i due Paesi), resta che la contrarietà del più grande inquinatore attuale del Pianeta, la Cina, ad accordi stringenti sull'energia sporca, è stata determinante. Più ancora di quella dell'India che ha manifestato apertamente la sua ostilità (per ragioni, in verità, comprensibili) a una troppo rapida rinuncia all'uso del carbone.
Come mai non si vedono in giro per il mondo attivisti dell'ambiente incatenati di fronte alle ambasciate cinesi? Come mai la Cina non è diventata il loro nemico principale? Un'altra domanda è la seguente: a Glasgow c'erano attivisti arrivati da tante parti del mondo ma c'è da scommettere che quelli con in tasca il passaporto della Repubblica popolare cinese fossero pochini. E forse nessuno. Come mai? La prima domanda obbliga a distinguere fra le genuine preoccupazioni per i cambiamenti climatici e quelle di altra natura. La seconda domanda dovrebbe incoraggiare gli attivisti dell'ambiente a riconoscere che non siamo tutti uguali, che ci sono, fra i vari Paesi coinvolti, differenze politiche radicali e che quelle differenze non saranno ininfluenti sulle future scelte dei governi. Anche in materia di contrasto ai cambiamenti climatici.
La risposta alla prima domanda non è difficile. Nel movimento ambientalista convivono, visibilmente, due orientamenti. Il primo è di coloro il cui unico genuino interesse è bloccare il cambiamento climatico. È certamente l'orientamento di molti attivisti. Ed è anche quello che riscuote le simpatie di un più vasto pubblico occidentale che ne condivide le preoccupazioni.
Ma c'è anche, altrettanto visibile, un altro orientamento che potremmo ribattezzare "anticapitalismo con tutti i mezzi". È l'orientamento di coloro che sono interessati soprattutto a combattere il capitalismo identificato con la società occidentale. Un tempo questa corrente animava i movimenti comunisti. Oggi che il comunismo è un'utopia usurata, inservibile, il nuovo veicolo è la lotta al cambiamento climatico. Non è stato forse il capitalismo occidentale, negli ultimi secoli, ad avere violentato l'ambiente? E dunque lottare contro i cambiamenti climatici e contro il capitalismo in versione occidentale non sono forse la stessa cosa? Ecco perché la Cina non può diventare il nemico principale. Sarebbe in conflitto con la narrazione, forse non dominante ma certo molto diffusa nel mondo ambientalista. Sposterebbe l'attenzione dal "vero" nemico. Il quale, oltre a tutto, è molto più influenzabile della Cina.
Fin quando i due orientamenti continueranno a convivere, i "potenti della Terra" con cui prendersela saranno soprattutto i "potenti" (i governi) occidentali. Qualunque cosa raccontino le evidenze empiriche (per esempio, quelle che indicano l'avvenuta riduzione, nel corso del tempo, degli effetti inquinanti dell'attività industriale in Europa). Ecco perché il saggio discorso dell'ex Presidente Obama sulla complessità dei problemi e sulla necessaria gradualità della risposta da dare, è stato respinto al mittente. È una delle due ragioni per le quali le previsioni apocalittiche prevalgono necessariamente sulle analisi pacate e prudenti: quanto più si diffonde la credenza nel disastro incombente, tanto più il capitalismo (occidentale) può essere messo in difficoltà. L'altra ragione, più generale, è che le utopie millenariste (l'attesa di un futuro radicalmente diverso dal presente) sono il sale e il motore di tutti i movimenti collettivi.
Il secondo aspetto, collegato al primo, è rappresentato dalla sottovalutazione delle differenze che corrono fra le società aperte e democratiche occidentali e le società chiuse e autocratiche. Come ha osservato Federico Rampini (Corriere, 14 novembre) non può esistere una Greta cinese. Per la semplice ragione che se un dissidente (a qualunque titolo) solleva il capo da quelle parti, glielo tagliano immediatamente. Ne discendono due conseguenze. La prima è che i movimenti ambientalisti possono fare sentire la loro voce soprattutto, o solo, in Occidente. La seconda è che, essendo quelle occidentali società aperte e nelle quali i governi devono rispondere dei loro atti alle opinioni pubbliche, saranno esse, nei prossimi anni, causa l'avvenuta diffusione delle preoccupazioni sul clima in queste società, a mettere in atto misure di contrasto al cambiamento climatico.
Si noti che queste differenze si manifestano in ogni ambito. È difficile (come ha osservato Franco Venturini sul Corriere del 17 novembre) non attribuire il fatto che in Russia la percentuale di vaccinati sia nettamente inferiore a quelle che si registrano nei Paesi occidentali alla comprensibilissima (e antichissima) diffidenza dei russi nei confronti delle autocrazie al potere. Chi può fidarsi, da quelle parti, di ciò che dice il governo?
Come mai queste evidenti differenze fra i Paesi sono così spesso ignorate tanto da certi attivisti dell'ambiente quanto da molti di coloro che, operando nel sistema della comunicazione, tifano apertamente per loro? Questa "dimenticanza", plausibilmente, è parte di una più generale sindrome da tanto tempo conosciuta e osservata: la tendenza, soprattutto di diversi occidentali che svolgono, a qualunque titolo, lavori intellettuali, a detestare le società aperte e democratiche nelle quali vivono e a preferire le società chiuse e autocratiche. Diceva l'economista Joseph Schumpeter che solo la società occidentale ha allevato un così ampio numero di intellettuali i quali si sono attribuiti il compito di contribuire a distruggerla. Non apprezzare la società aperta di cui fanno parte ed eventualmente anche combatterla (purché con mezzi pacifici e legali) è un diritto dei cittadini occidentali. Va ricordato loro che c'è anche il diritto di difenderla.
di Gianluca Varraso*
Il Sole 24 Ore, 22 novembre 2021
Non siamo più solo italiani, siamo cittadini dell'Ue. E anche la procedura penale si adegua al processo di europeizzazione in corso. Un libro spiega come. L'approccio allo studio della materia penale sostanziale e processuale è profondamente mutato negli anni con il mutare delle caratteristiche stesse del fenomeno criminale e degli obblighi che derivano all'Italia dalla sua appartenenza al Consiglio d'Europa e all'Unione europea.
La criminalità, soprattutto se "organizzata", assume sempre di più carattere transnazionale e impone di andare anche all'estero per l'accertamento dei reati. In stretta connessione, diventa indispensabile che la cooperazione giudiziaria e di polizia tra gli Stati diventi più efficace e di comune utilizzo, nel rispetto sempre dei diritti fondamentali sanciti dalle Carte internazionali.
Il volume in questione - In questo contesto, il volume curato da Massimo Ceresa Gastaldo e Simone Lonati dal titolo "Profili di procedura penale europea", edito con la casa editrice Giuffrè, sviluppa un'indagine a più voci, realizzando la premessa anche pratica per uno studio a tutto tondo della materia: contribuire, con una indagine sempre puntuale e concreta, a diffondere non solo tra gli addetti ai lavori i principi del diritto processuale penale europeo. Ampio spazio è così dedicato agli arresti della Corte europea dei diritti dell'uomo e della Corte di Giustizia dell'Unione europea, con il raffronto costante delle garanzie del modello europeo con le garanzie interne, nell'ottica di un adeguamento di quest'ultimo, nel rispetto parimenti importante dei principi costituzionali.
Si tratta di una prospettiva di rinnovato interesse a fronte della prossima attuazione delle deleghe per la riforma del processo penale contenute nella c.d. riforma Cartabia (l. 27 settembre 2021, n. 134), con la quale si tenta (per l'ennesima volta) di favorire la ragionevole durata del processo in un'ottica auspicabile di rispetto delle garanzie individuali. L'analisi contenuta nel libro prende le mosse proprio da tale ultima ispirazione di fondo con l'approfondimento sulle fonti della materia affrontata e del sistema di protezione giurisdizionale dei diritti fondamentali dell'uomo, sia davanti alla Corte europea di Strasburgo che dinanzi alla Corte del Lussemburgo.
Il diritto a un equo processo - Ampio risalto è così dato al diritto all'equo processo, in tutte le sue componenti: in particolare, l'indipendenza e l'imparzialità del giudice penale, la presunzione di innocenza dell'imputato, il diritto di difesa e il confronto con l'accusatore. Sono così identificati gli argini imposti dall'Europa alle tentazioni - ricorrenti nel dibattito interno - di compressione delle garanzie processuali della persona accusata di un reato in nome di esigenze efficientistiche, spesso ispirate al populismo giudiziario. Con una condivisibile scelta di metodo, il volume si sofferma anche su ambiti di confine con il diritto penale sostanziale o con il diritto amministrativo. L'impostazione è coerente con la nozione autonoma di materia penale elaborata dalle Corti europee, che include istituti formalmente estranei al diritto penale interno, ma che incidono anch'essi in profondità sui diritti della persona, quali le misure di prevenzione.
Il senso della pena e la sua esecuzione - Non manca, in un libro che si contraddistingue per la sua completezza, la necessaria attenzione ai profili attinenti alla pena e alla sua esecuzione. Si coglie così come sia ancora lungo in Italia il cammino per la piena realizzazione della finalità rieducativa che la pena stessa deve avere alla luce dell'art. 27 comma 3 della Costituzione, a fronte in particolare di una popolazione carceraria che presenta numeri troppo elevati. La centralità stessa del carcere va superata per dare una svolta in tale direzione, come si ricava ancora troppo timidamente ma con prime aperture importanti sempre dalla "riforma Cartabia", soprattutto in tema di criteri delega per l'introduzione di una più ampia giustizia riparativa.
La vittima del reato e i suoi bisogni - Ultima, ma non per importanza, è la parte del volume dedicata alla vittima del reato e dei suoi bisogni di tutela. La figura - tradizionalmente trascurata dal diritto processuale interno - è infatti al centro di una rinnovata centralità della legislazione e della giurisprudenza europea. Il che ha imposto, negli ultimi anni, un adeguamento del nostro ordinamento, non senza delicati problemi di bilanciamento con le garanzie dell'accusato del reato. È certo che la chiarezza dell'esposizione e l'attenzione al dato giurisprudenziale rendono il libro adatto sia allo studio universitario sia all'aggiornamento professionale, ma soprattutto a diffondere una cultura vera e non di facciata dei diritti fondamentali dell'uomo.
*Professore ordinario di procedura penale, Università Cattolica di Milano
di Giulio Cavalli
Left, 22 novembre 2021
Sfilata di industrie italiane (con società controllate anche dallo Stato) alla fiera delle armi in Egitto, dove il regime di al-Sisi nega che si faccia giustizia sull'assassinio di Giulio Regeni e continua a tenere ingiustamente in carcere Patrick Zaki. Abbiate almeno la decenza di non fare finta di voler risolvere la questione dell'ergastolo cautelare di Patrick Zaki e di trovare la verità su Giulio Regeni con presunte pressioni politiche sventolate alla stampa.
Sarebbe curioso ad esempio sapere dal ministro tiepido Lorenzo Guerini cosa pensi del ruolo dell'Italia come fornitore del governo di Al-Sisi, quello stesso che sta facendo di tutto per ammazzare il già morto Giulio Regeni e per torturare psicologicamente Patrick Zaki sottraendolo a un giusto processo e cosa ne pensa del ruolo dell'Italia nella seconda edizione della Egypt Defense Expo, dove 400 espositori internazionali correranno nell'Egitto assassino per vendere le loro armi di morte a capi di Stato e contractor.
Come scrive Antonio Mazzeo (un giornalista che sarebbe curioso invitare in qualche trasmissione in prima serata per vedere l'effetto che fa) "principale sponsor della fiera d'armi egiziana sarà l'holding della cantieristica nazionale Fincantieri S.p.a., controllata per il 71,6% dallo Stato italiano tramite la Cassa Depositi e Prestiti. La società leader nella progettazione e realizzazione di unità navali da trasporto e da crociera, ha indirizzato la propria produzione al settore militare accrescendo contestualmente le esportazioni ai regimi nordafricani e mediorientali più autoritari. Tra i migliori (o più correttamente peggiori) clienti di Fincantieri c'è proprio l'Egitto del dittatore-generale Al-Sisi. Nell'ultimo biennio sono state consegnate alla Marina militare egiziana due fregate multimissione Fremm (classe Bergamini), ammodernate ed equipaggiate nel cantiere navale di Muggiano-La Spezia".
Altro importante gruppo industriale-militare nazionale che sarà presente alla fiera della morte del Cairo è Leonardo S.p.A. (ex Finmeccanica), controllata per il 39% dal Ministero dell'economia e delle finanze. Nell'ultimo quinquennio Leonardo ha esportato al Ministero della difesa egiziano 32 elicotteri AgustaWestland, 24 di tipo AW149 multiruolo e 8 AW189, per un valore complessivo di 871,7 milioni di euro.
Anche i manager di Leonardo si presenteranno al Cairo con la speranza di concludere lucrosissimi affari con i militari egiziani: in ballo c'è la commessa per 24 cacciabombardieri Eurofighter "Typhoon" (prodotti dall'omonimo consorzio europeo di cui il gruppo italiano controlla il 21% delle quote sociali) e per 24 caccia da addestramento piloti e da combattimento Alenia Aermacchi M-346 "Master" (questi velivoli sono già in dotazione alle Aeronautiche militari di Italia e Israele).
Tra le industrie italiane che saranno presenti alla seconda edizione di Edex compare Elettronica S.p.A., tra le maggiori produttrici al mondo di sistemi di difesa e attacco elettronici, cyber security, tecnologie elettro-ottiche e a infrarossi, apparecchiature di sorveglianza e intelligence, con applicazioni in ambito navale a terrestre. Fondata nel 1951, Elettronica S.p.A. ha esportato i propri prodotti a una trentina di paesi e ha sedi di rappresentanza in Europa, Medio Oriente e Asia. La società è reduce da un'altra importante esposizione di sistemi bellici, il Dubay Air Show tenutosi nella capitale negli Emirati Arabi Uniti a metà novembre.
Al Cairo sarà presente anche uno stand di Intermarine S.p.A., società con sede ufficiale a Sarzana (La Spezia) che progetta, costruisce ed equipaggia navi militari con requisiti operativi speciali (cacciamine, imbarcazioni d'assalto, pattugliatori veloci, ecc.) e navi logistiche e da trasporto.
Non poteva mancare alla kermesse dei mercanti d'armi Iveco Defence Vehicles S.p.a., società con sede principale a Bolzano e stabilimenti pure a Piacenza, Vittorio Veneto e Sete Lagoas in Brasile, produttrice di carri armati, veicoli blindati, motori, componentistica per automezzi da difesa, automezzi per le forze di sicurezza e la protezione civile.
Tra i sistemi bellici più noti ci sono i carri "Ariete" e "Centauro", i blindati "Puma" e "Lince", i veicoli da combattimento della fanteria "Dardo" e diverse versioni di camion pesanti per il trasporto truppe e il supporto logistico alle unità. Davvero tutto questo avete il coraggio di chiamarla "pressione" politica? Davvero con questa sorridente partecipazione credete che il dittatore Al-Sisi possa sentirsi oppresso dal nostro Paese? Davvero il governo ha il coraggio di pronunciare anche solo il nome di Regeni e di Zaki senza provare un minimo di vergogna? Facciamo così: mercanteggiate morte là dove è morto Giulio Regeni, continuate pure ad avere le mani sporche di sangue ma almeno abbiate la decenza di non nominarlo mai più.
di Antonio Stango*
La Repubblica, 22 novembre 2021
Un meccanismo abusato dai despoti per perseguitare i dissidenti. L'appello di oltre 60 Ong. Quando ad Istanbul, dal 23 al 25 novembre, i delegati di circa 190 Paesi parteciperanno all'89a Assemblea Generale dell'Interpol, molti di loro potrebbero essere imbarazzati per la proposta di Risoluzione che più di 60 Ong internazionali per i diritti umani, giuristi e altre personalità di primo piano hanno lanciato in questi giorni.
La risoluzione, guidata dalla Federazione Italiana Diritti Umani e dalla Arrested Lawyers Initiative, esprime infatti forte preoccupazione per il continuo abuso dei meccanismi dell'Interpol, quali gli "avvisi rossi", da parte di regimi autoritari e invita fra l'altro a migliorare la trasparenza sulle procedure, rendere più rapidi i ricorsi davanti alla Commissione per il Controllo degli Archivi, istituire un organo di ricorso indipendente contro le sue decisioni, migliorare l'analisi delle richieste presentate da Stati che violano i diritti umani, assicurare un controllo efficace sulla banca dati.
Un "avviso rosso" non è un mandato di cattura internazionale, ma è una richiesta da parte di uno Stato alle forze di polizia di tutto il mondo di individuare e arrestare provvisoriamente una persona in attesa che venga decisa la sua eventuale estradizione. Il problema è che, accanto alle legittime richieste di arresti per reati effettivi e gravi, molti governi negli ultimi anni hanno usato sempre più spesso il sistema (soprattutto da quando, nel 2009, è stato reso più rapido) per perseguitare dissidenti politici ovunque, sulla base di accuse che spesso riguardano improbabili reati finanziari o "vandalismo".
Si tratta di centinaia di casi sui circa 66.370 "avvisi rossi" attualmente effettivi (11.094 emessi nel 2020), di cui poco più di un decimo sono pubblici. In molti casi, la persona oggetto di tale richiesta di arresto non ne è al corrente fino a quando, attraversando un confine, non viene fermata dalla polizia: il che è giustificabile per un criminale internazionale, ma certamente non per chi ha l'unica "colpa" di non essere gradito a un regime per attività forense, articoli o semplici dichiarazioni politiche. Io stesso mi sono occupato negli ultimi anni di diversi casi, riguardanti in particolare Russia, Kazakhstan, Cina, Turchia.
Fra gli altri, quello di una giovane avvocata russa arrestata in Austria con l'accusa palesemente infondata di una "frode" di poche migliaia di euro, ma per la quale la Procura russa formulava un'ipotesi di reato che prevede fino a dieci anni di carcere: in realtà, per avere collaborato con il movimento "Russia aperta", organizzando incontri di formazione per aspiranti candidati indipendenti a elezioni comunali. Altri casi tipici riguardano imprenditori di successo, finiti nella rete degli "avvisi rossi" per avere denunciato atti di corruzione o per avere finanziato movimenti di opposizione.
Una persona innocente può così essere detenuta per molti mesi, avendone anche rovinata la reputazione, spesso distrutta la vita, non per un errore giudiziario (cosa non rara anche nei Paesi democratici), ma per una precisa volontà di persecuzione da parte di un regime.
Sarà necessario un processo, con i suoi tempi e le sue spese legali, per stabilire se la richiesta è politicamente motivata; e se questa sarà la sentenza, una volta liberata quella persona potrà tuttavia essere di nuovo arrestata se entrerà nel territorio di un altro Stato, fino a quando - con un procedimento complesso - l'Interpol non cancelli l'avviso che la riguarda.
L'assemblea di Istanbul dovrà anche procedere all'elezione del nuovo presidente: con il rischio, che chiediamo di scongiurare, che a tale mandato di 4 anni sia eletto il candidato Ahmed Naser al-Raisi, ispettore generale del Ministero dell'Interno degli Emirati Arabi Uniti, accusato da molte ONG di essere responsabile di gravissimi abusi. Tra i firmatari della risoluzione ci sono Freedom House, la Open Dialogue Foundation, il Norwegian Helsinki Committee, la Human Rights Foundation, Bill Browder (leader della Global Magnitsky Justice Campaign), Emma Bonino e il premio Sacharov Lorent Saleh.
*Presidente della Federazione Italiana Diritti Umani
aduc.it, 22 novembre 2021
Più di 45.000 ragazzi e ragazze sono stati liberati dalla detenzione durante la pandemia di Covid-19, a dimostrazione che soluzioni di giustizia a misura di bambino "sono più che possibili", secondo i nuovi dati diffusi dal Fondo delle Nazioni Unite per l'infanzia (Unicef). La detenzione di bambini ai tempi del Covid rivela che le autorità di almeno 84 paesi hanno restituito in sicurezza decine di giovani detenuti alle loro famiglie dall'aprile 2020, quando l'Unicef ha lanciato l'allarme su come il confinamento aumenta il rischio di contrarre la malattia per i bambini. Il rapporto è uno dei due studi pubblicati prima del Congresso mondiale sulla giustizia con i bambini, che si è svolto online la settimana appena trascorsa.
Henrietta Fore, il direttore esecutivo dell'Unicef, ha elogiato quei paesi che hanno ascoltato la richiesta dell'agenzia. "Sappiamo da tempo che i sistemi giudiziari non sono attrezzati per gestire le esigenze specifiche dei bambini, una situazione ulteriormente esacerbata dalla pandemia di Covid-19", ha affermato. "Proteggendo i bambini da condizioni che avrebbero potuto esporli a gravi malattie, questi paesi sono stati in grado di superare la resistenza pubblica e stimolare soluzioni di giustizia innovative e adeguate all'età. Questo ha dimostrato qualcosa che già sapevamo: le soluzioni di giustizia a misura di bambino sono più che possibili". In tutto il mondo, i bambini sono stati detenuti, anche in custodia prima e dopo il processo, o in centri di detenzione per immigrati. Sono stati anche trattenuti in relazione a conflitti armati o sicurezza nazionale, o vivono con genitori in carcere.
Impatto del Covid-19 - Le strutture di detenzione sono spesso sovraffollate e i bambini non hanno un accesso adeguato ai servizi di nutrizione, assistenza sanitaria e igiene.
Sono anche vulnerabili all'abbandono, all'abuso fisico e psicologico e alla violenza di genere. Inoltre, a molti viene negato l'accesso agli avvocati e all'assistenza familiare. Le prove mostrano che molti bambini, compresi quelli che vivono per strada, sono stati detenuti per aver violato gli ordini del coprifuoco pandemico e le restrizioni di movimento.
Giustizia per i bambini - Secondo il secondo rapporto dell'Unicef, in tutto il mondo sono detenuti circa 261.000 bambini. La stima del numero di minori privati ??della libertà nell'amministrazione della giustizia è la prima analisi di questo tipo in più di un decennio e probabilmente evidenzia che la registrazione incompleta, e i sistemi di dati amministrativi non sviluppati in molti paesi, significano che il numero è probabilmente molto più alto. L'Unicef ha chiesto ai governi e alla società civile di reinventare la giustizia per porre fine in modo sicuro alla detenzione di tutti i bambini. "Ogni bambino detenuto è la prova di sistemi falliti, ma tale fallimento è ulteriormente aggravato. I sistemi giudiziari destinati a proteggere e sostenere i bambini spesso aumentano la loro sofferenza", ha affermato la signora Fore.
"Mentre politici, professionisti legali, accademici, società civile e bambini e giovani si riuniscono al Congresso mondiale questa settimana, dobbiamo lavorare insieme per porre fine alla detenzione dei bambini". Le raccomandazioni includono investire nella consapevolezza dei diritti legali per i bambini nei sistemi di giustizia e welfare, espandere l'assistenza e la rappresentanza legali gratuite e dare priorità alla prevenzione e all'intervento precoce.
Per porre fine alla detenzione dei minori, i governi sono incoraggiati ad attuare riforme legali per aumentare l'età della responsabilità penale e per garantire giustizia per i ragazzi e le ragazze che sono sopravvissuti a violenze sessuali, abusi o sfruttamento. L'azione dovrebbe comprendere anche l'investimento in processi giudiziari sensibili ai minori e di genere e l'istituzione di tribunali specializzati a misura di minore, nonché di tribunali virtuali e mobili.
di Rocco Cotroneo
Il Domani, 22 novembre 2021
Si sceglie un nuovo presidente: il bipolarismo tradizionale e moderato degli ultimi 30 anni di democrazia verrà spazzato via come effetto a distanza dell'esplosione sociale di due anni fa. Secondo gli ultimi sondaggi andranno al ballottaggio il conservatore nostalgico Kast e il 35enne Gabriel Boric, appoggiato dai comunisti. Due visioni opposte per far ripartire il Cile. Boric promette che il Cile "culla del neoliberalismo, sarà anche la sua tomba" e vuole lavorare in sintonia con l'assemblea costituente richiesta a gran voce dagli elettori per rompere con il passato.
Un conservatore nostalgico della dittatura contro un ex leader della protesta giovanile di sinistra. Nemmeno il Cile - da trent'anni esempio di pragmatismo e moderazione, dentro e fuori l'America Latina - sfugge al karma politico dei nostri tempi: al momento di andare alle urne, o rispondere a un sondaggio, è sempre alta la possibilità che si scelgano profili radicali con tendenza al populismo. Addio vecchia corsa a conquistare il centro moderato, quindi. Il 21 novembre il Cile andrà al voto per scegliere un nuovo presidente, il successore del conservatore Sebastian Piñera, ed è la sfida più incerta degli ultimi 30 anni. L'elezione è a due turni e il ballottaggio sarà poco prima di Natale.
Secondo gli ultimi sondaggi dovrebbero passare al secondo turno i due candidati più radicali. Viene accreditato con circa il 30-32 per cento delle preferenze il 55enne José Antonio Kast, avvocato di origine tedesche, cattolico, nove figli, all'estrema destra nello scenario. Lo segue con il 26-27 per cento il suo opposto viscerale. Gabriel Boric ha soltanto 35 anni, occhiali e barbetta, arriva dal sud antartico e ha guidato la federazione degli studenti universitari, che in Cile ha un peso politico rilevante. Tra i partiti storici ha soltanto l'appoggio dei comunisti.
Gli altri candidati - Gli altri candidati sono assai distanti, e il loro probabile destino sancisce la fine del bipolarismo moderato che ha retto il paese dal 1989 in poi, quando finì la dittatura di Augusto Pinochet. Soltanto l'11 per cento voterebbe per Yasna Provoste, democristiana scelta nelle primarie del centrosinistra; peggio ancora il conservatore Sebastian Sichel, candidato del governo uscente, che rischia di non arrivare al 10 per cento. E a poco è servito a Sichel, nell'ultimo dibattito tv, accusare il suo concorrente di destra di rimpiangere Pinochet, o mostrare alle telecamere gli elogi del giovane Boric al dittatore venezuelano Maduro. La rabbia dell'elettore grida più forte. Con la probabile finale Kast-Boric insomma, l'intero sistema politico cileno ne uscirebbe terremotato, dopo decenni di pacifiche alternanze. Fino ad oggi la politica cilena è stata facile da capire, soprattutto per gli italiani della Prima repubblica: c'erano il partito socialista, il comunista, la Dc, i liberali e i post-fascisti. Niente strane alchimie come il peronismo argentino o il Pri messicano, per restare in questo continente. Persino la parentesi tragica del regime militare (1973-1989) aveva lasciato intatto lo scacchiere. Per i primi 20 anni di democrazia ha poi governato il centrosinistra, dominio interrotto da Piñera nel 2010. Due mandati ha avuto la socialista Michelle Bachelet. Cosa resterà di questo bipolarismo dopo le elezioni di quest'anno è difficile da prevedere.
L'origine della svolta - La svolta ha origine in realtà nell'ottobre del 2019, quando il Cile è stato colto di sorpresa dal cosiddetto "estallido (esplosione) social". Da una protesta nella capitale Santiago per l'aumento del prezzo dei mezzi pubblici, la rivolta si è estesa ad altre città, dagli studenti al resto della popolazione, e ha provocato una serie di violenze soprattutto per gli eccessi delle forze dell'ordine. Le proteste sono durate settimane, si è arrivati al coprifuoco e il bilancio è stato pesante, con decine di morti e migliaia di feriti. Sotto processo popolare in quei giorni è finito il "modello", e cioè tutto quello che covava sotto le ceneri in un paese che pure aveva avuto decenni di crescita economica, riduzione della povertà e la piena democrazia. Sono scesi in piazza gli studenti per il costo elevato delle tasse universitarie e i debiti che erano costretti a trascinarsi per tutta la vita; gli adulti per il carovita e le spese sanitarie; i pensionati per l'esiguità delle loro pensioni.
Su educazione e previdenza, in particolare, sono venute alla luce gli effetti perversi delle riforme iperliberiste degli anni di Pinochet (quella di privatizzazione integrale delle pensioni è stata lodata in tutto il mondo, ma ha provocato assegni da fame), effetti che nemmeno i governi socialisti successivi sono riusciti a mitigare. La presidenza Piñera è stata sul punto di crollare, poi ha risposto con una serie di misure per mitigare gli squilibri. È stato per esempio consentito ai cittadini di ritirare a rate una parte dei contributi versati ai fondi pensione privati.
Adeguarsi ai modelli - I due candidati in testa ai sondaggi sono entrambi figli, per ragioni opposte, dell'esplosione del 2019, così come i politici dei partiti tradizionali di destra e sinistra sono trascinati via dalla stessa corrente di malcontento. Il conservatore Kast, per esempio, ha rotto le titubanze sulla dittatura militare, passando dal vecchio "Pinochet ha fatto anche cose buone" all'esaltazione totale di quel modello economico. Suo fratello Michael era stato ministro del regime, che provocò tra l'altro migliaia di esecuzioni e sparizioni sommarie. Kast ha adeguato il fascismo cileno del Novecento alle parole d'ordine dei suoi modelli Trump e Bolsonaro su temi come l'immigrazione (il Cile ha molti esuli venezuelani), l'aumento della violenza, il narcotraffico, i valori della famiglia tradizionale. Tocca le corde di un paese dove esiste ancora una forte anima conservatrice, l'aborto è una conquista limitata e recente e i diritti civili assai controversi. Per Kast non esiste una questione indigena nel sud del paese (dove i Mapuche esigono le terre ancestrali), ma soltanto terrorismo. E naturalmente tutti i guai derivano dalla violenza delle manifestazioni a partire dal 2019. È stato l'estallido social ad aver bloccato la crescita del Cile, dice.
L'estremismo di Kast ha finora funzionato. Come ha detto l'analista politico Cristobal Bellolio, "a ogni episodio di violenza a Santiago o nel sud, Kast guadagna un punto percentuale". Il Cile ha livelli di criminalità irrisori rispetto ai suo vicini di continente, ma è sempre una questione di percezione. Per la destra è già un'emergenza grave, la violenza è "fuori controllo".
Lotta al neoliberismo - Eppure, anche vincendo il primo turno, il cammino verso la presidenza di Kast non appare semplice. I sondaggi lo danno al ballottaggio in lieve svantaggio rispetto a Gabriel Boric. Segno che presentare come qualcosa di nuovo la nostalgia di Pinochet e dei suoi Chicago Boys potrebbe essere troppo anche per il conservatorismo cileno. I sondaggi sono ufficialmente proibiti due settimane prima del voto, ma circolano tranquillamente anche perché i media stranieri possono pubblicarli.
Domani ne è entrato in possesso. Secondo il primo l'ex leader studentesco di sinistra vincerebbe al ballottaggio del 19 dicembre per 41 a 39, una seconda inchiesta vede un ancor più risicato 51 a 49 dei voti validi. Un presidente di 35 anni sarebbe una novità assoluta per l'America Latina e non solo. Per riuscirci, Boric deve convincere la maggioranza dei cileni che la rivolta di due anni era sacrosanta e che il Cile "culla del neoliberalismo, sarà anche la sua tomba", il suo slogan forte.
Il ragazzo venuto dalla Patagonia ha modificato la sua capigliatura ribelle delle manifestazioni per un figurino più da prof che da alunno e ha scalato la leadership della sinistra passo a passo. Se aveva fatto fatica a raccogliere le 35mila firme necessarie alla candidatura, poi la sua sfida è stata scardinare la rigida militanza dei suoi alleati comunisti a favore di una maggiore moderazione. Si è detto aperto al dialogo per formare una maggioranza parlamentare e ha tagliato corto con i suoi compagni di strada che hanno esaltato la recente vittoria frode di Daniel Ortega in Nicaragua ("non ha il mio appoggio", ha detto).
Dalla sua, rispetto a Kast, avrebbe da presidente una maggior sintonia con l'Assemblea costituente che è stata di recente formata per modificare la Carta iperliberista dell'epoca militare, una delle richieste delle proteste del 2019. Accusano Boric di non avere un programma, e in effetti la "lotta al neoliberalismo" è piuttosto generica. Anche considerando che è dal giorno dopo che Pinochet ha lasciato il potere che i socialisti promettono di smantellare la sua eredità, e nessuno vi è ancora riuscito.
di Antonio Ferrari
Corriere della Sera, 22 novembre 2021
Gli incontri-verità con Gheddafi padre e suo figlio Saif. La limpida onestà di Sharon. L'orologio che mi donò il figlio di Saddam. L'emozione con Sadat e l'amicizia con Mubarak. Il tradimento di Erdogan e l'orrore di Al Sisi. All'aeroporto di Tel Aviv, una ragazzina della sicurezza mi chiese, alcuni anni fa, quando la tecnologia più avanzata era ancora un sogno: "Signore, ha mai stretto la mano di un dittatore? Di un terrorista? Di un furfante nemico di Israele?".
Risposi: "Non so quanti mia cara! Non li ho mai contati. Se vuole mi lavo le mani, anche perché ne ho incontrati molti anche qui, nel suo Paese che amo da sempre". La ragazzina fece una smorfia. Poi, quando le proposi di accendere il registratore per farle ascoltare la voce del premier Benjamin Netanyahu, uno dei peggiori personaggi che ho incontrato nella mia vita, mi rispose con un sorrisetto che voleva essere quasi seccato: "Vada pure".
Sissignori, ho stretto la mano a mezzo mondo, senza chiedere garanzie preventive. Mi ha sempre interessato il contatto umano. Ecco perché mi riempie di simpatia il fatto che un Gheddafi, Saif al Islam, figlio di Moammar, potrebbe diventare leader della Libia. Ho avuto modo di conoscere molto bene il padre e il figlio. Moammar Gheddafi non era certo un democratico, ma aveva tre doti: intelligenza, simpatia e sarcasmo. L'ho incontrato non so quante volte, ma una è davvero indimenticabile.
Ad Algeri, ad un vertice arabo, si presentò vestito di bianco ma con un solo guanto indossato sulla mano destra. Chiesi "Colonnello, perché un solo guanto?" Mi guardò sorridendo: "Bravo, lei è un grande giornalista". I miei colleghi sorrisero con me. E lui: "Lei ha centrato il problema. I miei colleghi arabi mi fanno così schifo che non voglio stringere le loro mani nude". Con lui avevo simpatizzato, perché era sempre sincero, anche se faceva finta di non conoscere l'italiano.
Suo figlio Saif, che ho incontrato non so quante volte, anche a pranzo, mi aveva spiegato con grande e onesta chiarezza perché la Libia è davvero, e resterà per sempre, un caso speciale. Troppe tribù, troppi piccoli potentati. Se non si capisce il problema non si risolve nulla.
Parole sagge e verissime. La vita di un giornalista ha una ricchezza prevalente: non il denaro, ma le emozioni e gli incontri. Ho conosciuto di tutto: ho incontrato, in Medio Oriente e a Davos (in Svizzera) sette presidenti degli Stati Uniti. Quasi sempre a pranzo o a cena. Ho conosciuto tutti i leader libanesi e siriani. Il premier israeliano Ariel Sharon, che avevo attaccato a testa bassa durante l'occupazione in Libano, mi diede, da capo del governo, non so quante interviste. Diceva: "Lei, Ferrari, mi ha attaccato in buona fede. Ha fatto bene. Era il suo dovere. La stimo".
Ho conosciuto Yasser Arafat e i massimi Leader iraniani. Ho stretto la mano al capo degli Hezbollah. Un figlio di Saddam Hussein mi ha regalato un prezioso orologio con l'immagine del padre. Ho intervistato quattro volte il presidente-dittatore turco Recep Tayyip Erdogan. Lo avevo creduto, da sindaco di Istanbul e da primo ministro. Credevo fosse davvero un riformista.
Errore clamoroso. È diventato un furfante, assetato di denaro e pronto a vendere la terra del suo grande Paese. Non ho conosciuto l'egiziano Al Sisi, che ha fatto ammazzare il nostro Giulio Regeni e impone la prigione più dura a Zaki, accusato non si capisce bene di cosa. Povero Egitto. Ho stretto la nobile mano di Anwar Sadat, e poi quella del suo grande successore Hosni Mubarak, che mi ha rivelato molti segreti e che mi onorava della sua stima e amicizia. La vita di incontri, di sguardi negli occhi, di colloqui profondi. Questo è per me il giornalismo vero. Libero e senza alcun limite.
di Alessia Candito
La Repubblica, 21 novembre 2021
Il fondatore di Libera a Palermo per il via al progetto che porterà nelle scuole 50mila piantine nate dall'Albero Falcone. "Tra coltura e cultura cambia solo una vocale, ma entrambe richiedono costanza e impegno e per trovare nutrimento devono piantare radici. La coltura nella terra, la cultura nelle coscienze". Settantasei anni, da più di trenta in prima linea nella lotta ai clan, per don Luigi Ciotti, cresciuto a Torino, Palermo è "una città con cui ho un rapporto vivo, viscerale, che fa parte della mia anima, del mio paesaggio emotivo ed esistenziale".
di Federica Olivo
huffingtonpost.it, 21 novembre 2021
Circa 340 persone ritenute socialmente pericolose dopo il carcere sono finite in una terra di mezzo con più problemi che soluzioni. Il racconto di chi conosce queste realtà e chiede siano eliminate. Antonio era uscito dal carcere da quattro anni. Alle spalle aveva una serie di reati, non gravissimi, ma che sommati uno all'altro facevano di lui quello che categorie vecchie, "lombrosiane, borboniche" - per citare l'avvocato Michele Passione, che conosce bene la materia - definiscono delinquente abituale. Le cose, però, per lui stavano cambiando.
- Ho visitato la sezione psichiatrica del carcere di Torino...
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