di Andrea Fabozzi
Il Manifesto, 29 giugno 2021
Il capo leghista cavalca la rabbia degli agenti penitenziari che hanno contestato la ministra. Tensioni in vista dei passaggi decisivi per la riforma del processo penale. Cartabia: dobbiamo costruire il nostro ponte di Genova. Giovedì andrà, o meglio tornerà a Santa Maria Capua Vetere, dove la solidarietà agli agenti di polizia penitenziaria era già andato a portarla a giugno dell'anno scorso quando ci furono i primi indagati. Allora Matteo Salvini era all'opposizione del governo Conte 2, oggi a giorni alterni si presenta in veste di scudiero del governo Draghi o di spina nel fianco, come nel caso dei referendum sulla giustizia. Così un giorno è novello garantista che propone con i radicali un freno alla carcerazione cautelare, il giorno dopo eccolo tornare tutore della legge e ordine perché "è bizzarro che siano arrestati dei poliziotti".
"Io non condanno né assolvo nessuno prima del giudizio - è il saltellante ragionamento di Salvini - ma fare retate di poliziotti come fossero boss della camorra, addirittura arrestandoli entrando in casa loro alle quattro del mattino svegliando i figli, non è quello di cui l'Italia ha bisogno in questo momento". Tanto che secondo il capo leghista "da oggi purtroppo si rischia il caos in tutte le carceri italiane".
Del resto il legame della Lega con il sindacato autonomo di polizia penitenziaria Sappe - che la settimana scorsa ha manifestato davanti al ministero della giustizia contro la decisione della ministra di costituirsi parte civile nel processo ai presunti torturatori - è noto e provato da diverse biografie di parlamentari. Il commento agli arresti di ieri che arriva da via Arenula è naturalmente di tutt'altro segno: "La ministra e i vertici del Dap rinnovano la loro fiducia nel corpo di polizia penitenziaria, restando in attesa di un pronto accertamento dei gravi fatti contestati".
Queste tensioni, che si aggiungono a quelle inevitabilmente causate dall'appoggio di Salvini ai referendum promossi con i radicali, finiranno per pesare nei prossimi giorni, decisivi per la riforma della giustizia. "Siamo chiamati a costruire il ponte di Genova della giustizia", ha detto ieri a Milano Marta Cartabia. E ha confermato che gli emendamenti al disegno di legge di riforma del processo penale, una "profonda" riscrittura del testo di Bonafede, "a breve saranno all'attenzione del Consiglio dei ministri dopo intense settimane di sintesi politica".
Ma non sarà l'ultimo passaggio e potrebbe non essere nemmeno quello decisivo, visto che le distanze nella maggioranza almeno su due punti - abolizione dell'appello e nuove regole per la prescrizione - restano grandi. Tanto che il calendario della ministra subisce qualche adattamento: "Queste riforme sono da concludersi entro il mese di luglio, almeno nella parte governativa".
Non è più realistico sperare nel primo sì della camera entro l'estate, di conseguenza è difficile immaginare un via libera al nuovo processo penale entro la sessione di bilancio (lo prevede il Pnrr). Ma Cartabia insiste sul fatto che "il prossimo rinnovo del Csm non può avvenire con le attuali norme". La riforma del Consiglio superiore è persino più in ritardo di quella del processo penale. Però le nuove norme sulla sua elezione sono fuori dalla delega e potranno entrare in vigore prima del 2022.
di Valentina Errante
Il Messaggero, 29 giugno 2021
A luglio sarà completata la proposta di riforma della giustizia, almeno per la parte inerente al governo. "In quattro mesi e mezzo abbiamo portato in dirittura di arrivo alcune riforme importanti da concludersi almeno nella parte governativa entro il prossimo mese", lo ha affermato la ministra della Giustizia Marta Cartabia. La ministra ha parlato davanti ai vertici degli uffici giudiziari milanesi, presente in sala, tra gli altri, anche il procuratore Francesco Greco, in un Palagiustizia scosso in queste settimane da varie vicende giudiziarie.
Durante il suo intervento al Palazzo di giustizia a Milano di questa mattina Cartabia ha sottolineato che "le riforme del processo civile, a volte ingiustamente sottovalutate, sono già state licenziate dal governo e sono ora incardinate al Senato", mentre gli emendamenti al disegno di legge delega sul processo penale "a breve saranno all'attenzione del Consiglio dei ministri dopo intense settimane di sintesi politica". "Quella in corso è una riforma molto profonda che va a incidere su punti nevralgici della procedura penale", ha proseguito la guardasigilli.
"Puntiamo a una giustizia che sia efficace ed efficiente, veloce e allo stesso tempo credibile, moderna e innovativa, capace di rispondere alle domande di cittadini e imprese", ha proseguito ancora la ministra Cartabia. "Una giustizia che arranca, che fatica a seguire il ritmo e i cambiamenti dei bisogni dei suoi cittadini non sempre riesce a garantire risposte certe e giuste, e in tempi certi e giusti. La giustizia - ha aggiunto - diventa l'immagine di un Paese lento, che non cresce, inefficiente e quindi poco credibile e poco affidabile. E per tutto questo, non appetibile anche per gli investitori stranieri".
In un recente questionario stilato dalla cabina di regia per l'attrazione dei capitali esteri, infatti, nell'elenco delle criticità del nostro Paese, insieme al forte peso della burocrazia e alla lunghezza dei processi autorizzativi vengono indicate la mancanza di certezza del diritto, la corruzione, la repentina modifica delle norme, i tempi e le incertezze della giustizia.
Oggi è iniziato anche il "viaggio" della ministra nei distretti delle Corti d'appello. Anche di questo ha fatto menzione nel suo intervento la guardasigilli. "L'intento è duplice: da un lato raccontare le novità e le occasioni importanti che per tutto il comparto giustizia potranno arrivare con i finanziamenti del Recovery plan, a cominciare dalle assunzioni dell'ufficio del processo (16.500 in due tranche, ndr); dall'altra, vorrei appunto che questo viaggio fosse davvero una grande occasione di ascolto delle esigenze, delle eventuali criticità, dei problemi, come dei progetti in atto in ogni distretto", ha spiegato Cartabia.
"Si tratta della più consistente immissione di nuove e fresche energie - ha proseguito - per la giustizia degli ultimi tempi. Ma sono anche la quota principale dell'intero reclutamento avviato dal governo con le assunzioni del Pnrr". E ancora: "Non mi stanco di ripetere che dalla riforma della giustizia dipende l'erogazione non solo della quota di finanziamenti destinati al nostro settore, 2,3 mld di euro destinati alla giustizia, ma l'intero finanziamento destinato al nostro paese 219 mld di euro".
"Le critiche siano pur severe ma non prevalgano interessi personali e di categoria, ogni opposizione che arriverà sia costruttiva e mai sterile, ogni resistenza propositiva e mai nella difesa dello status quo, non possiamo limitarci a difendere l'esistente, non possiamo permettercelo davanti ai cittadini e davanti all'Europa", ha concluso la ministra.
di Giulia Merlo
Il Domani, 29 giugno 2021
Online da oggi, è stato presentato da Enrico Costa (Azione), Gianni Pittella (Pd), Guido Crosetto, ex parlamentare di Fd'I e Roberto Giachetti (Italia Viva). Raccoglierà storie di malagiustizia e suggerimenti di riforma. Lo ripetono tutti gli organizzatori: "Ci siamo seduti al tavolo spogliandoci delle casacche dei partiti per abbracciare una battaglia culturale". Tradotto: il vicepresidente dei senatori Pd Gianni Pittella, Roberto Giachetti di Italia Viva, Enrico Costa e Alessandro Barbano di Azione, l'ex parlamentare di Fratelli d'Italia Guido Crosetto e Giusi Bartolozzi e Andrea Ruggieri di Forza italia parlano a titolo individuale. Altrimenti, sarebbe un'alleanza ulteriormente inedita all'interno di questo arco parlamentare.
L'iniziativa che li vede coinvolti è quella del sito presuntoinnocente.com, un sito "per la giustizia giusta", lo definisce Enrico Costa, "I promotori, con percorsi differenti, si ritrovano su principi sanciti nella Costituzione, come la presunzione d'innocenza. Vogliamo dare voce a tante persone che hanno storie da raccontare". Il senso del progetto è quello di aprire una sorta di piazza virtuale in cui i cittadini possano raccontare le loro storie legate alla giustizia e soprattutto alla malagiustizia e per raccogliere idee per la riforma della giustizia.
Nonostante ce ne sia una già in via di approvazione e un referendum - quello promosso dal partito radicale e dalla Lega - a provare ad aggiungere qualche pezzo. I due ispiratori "intellettuali" del progetto sono il presidente dell'Unione camere penali italiane Gian Domenico Caiazza, con cui molti dei promotori erano in piazza per chiedere la separazione delle carriere, e l'ex magistrato Carlo Nordio.
"Penso che la trasversalità di questa iniziativa sia molto importante"; ha spiegato Roberto Giachetti, parlando di ribaltamento culturale per cui la presunzione ormai è quella di colpevolezza e non quella di innocenza. Anche Gianni Pittella, vicepresidente dei senatori Pd, ha messo l'accento sul fatto che questa concomitanza di sensibilità è preziosa per "per cogliere un'opportunità di riforma". Ed è suo l'accenno forse più inaspettato, perché parla anche della separazione delle carriere come riforma necessaria: un tabù che rimane ancora intoccabile per molti all'interno del Partito democratico.
Nessuno di loro si esprime sulla riforma incardinata da Cartabia: il giudizio rimane sospeso, troppo spinoso perché le trattative tra singoli partiti di appartenenza sono ancora aperti, e il tema esula dalle ragioni per cui l'iniziativa sarebbe nata. "Non ci siamo uniti intorno a un colore politico o per trattare argomenti di appannaggio del parlamento, ma è una iniziativa di singoli", ripete Costa.
Eppure, il punto politico c'è e la domanda è una: che tipo di pressione potranno esercitare questi singoli nei loro partiti, per orientarne l'agire politico in una direzione che, almeno per il sito web, è caratterizzata da una parola: garantismo. Per alcuni il lavoro è più semplice: Azione e Italia Viva. Crosetto è sempre stato un battitore libero, anche quando era parlamentare di Fratelli d'Italia. L'incognita invece è legata al Partito democratico, dove lo stesso segretario Enrico Letta ha addirittura cancellato la parola quando ha chiesto di smettere con la "guerra dei trent'anni tra giustizialisti e impunitisti".
Per ora, dunque, il tutto si ferma al sito web e oltre è impraticabile spingersi. Soprattutto quando di i singoli, usciti dalla sala stampa, devono reindossare la loro casacca politica e in ballo c'è una riforma della giustizia in corso di approvazione.
di Valentina Maglione e Bianca Lucia Mazzei
Il Sole 24 Ore, 29 giugno 2021
L'arrivo di nuovi assunti per l'ufficio per il processo penale. L'ipotesi di dare l'addio agli appelli del pubblico ministero e delle parti civili e limitare quelli degli imputati. E trasformare l'appello in una impugnazione "a critica vincolata", cioè solo per determinati motivi. Sono questi i punti chiave della strategia proposta dalla commissione per la riforma del processo penale, voluta dalla ministra della Giustizia Marta Cartabia e presieduta da Giorgio Lattanzi, per rendere più efficiente il giudizio in Corte d'appello, che oggi rappresenta il collo di bottiglia del processo penale.
I tempi del giudizio di appello - Il giudizio di appello ha infatti tempi lunghi (oltre mille giorni in media), un arretrato monstre (271.640 pendenze a fine 2020, al 39% concentrate nelle Corti di Napoli e Roma) e un alto tasso di prescrizioni (più di un quarto del totale dei definiti). Un quadro su cui si punta a intervenire nell'ottica della riduzione del 25% dei tempi totali di trattazione dei processi penali previsti dal Piano nazionale di ripresa e resilienza. Le proposte della commissione ministeriale sono attese nei prossimi giorni al Consiglio dei ministri: sul tavolo ci sarà soprattutto la ricerca di un accordo sulla prescrizione, ma non sono escluse modifiche anche su altri capitoli. Poi, le proposte saranno presentate come emendamenti al disegno di legge delega sul processo penale, elaborato quando ministro della Giustizia era Alfonso Bonafede, e all'esame della commissione Giustizia della Camera (atto 2435). Passaggi che dovrebbero comunque avvenire in tempi "brevissimi", ha detto la ministra Cartabia.
L'ufficio per il processo - La creazione dell'ufficio di staff del giudice è uno dei capisaldi della riforma della giustizia delineata dal Pnrr. Ed è il punto che catalizza le maggiori risorse riservate alla Giustizia: 2,3 miliardi per quasi 17mila assunzioni, tutte a tempo determinato. Si tratta in realtà di una struttura già prevista dalle norme del 2014, ma finora realizzata in modo disorganico e limitato in ambito penale. Tanto che parte questa mattina da Milano il "viaggio" della ministra Cartabia nelle Corti d'appello per far conoscere l'ufficio per il processo. Un tour che è anche un'occasione per ascoltare le esigenze, le richieste e i progetti delle diverse realtà giudiziarie.
Non a caso l'avvio è da Milano: "Da noi l'ufficio per il processo è operativo e ha dato buoni risultati in termini di aumento della produttività. Finora è stato fatto con poche risorse e usato perlopiù per le emergenze, ora può diventare strutturale", afferma il presidente della Corte d'appello, Giuseppe Ondei. "È uno strumento molto positivo - conferma Giuseppe De Carolis Di Prossedi, presidente della Corte d'appello di Napoli -. Il lavoro del giudice è di tre tipi: studio del fascicolo, decisione e poi scrittura della sentenza. Sia nella prima che nella terza attività può essere aiutato da uno staff qualificato di aspiranti magistrati e concentrarsi così sulle decisioni. Il limite è che si tratta di assunti a tempo determinato, da formare".
Meno impugnazioni - Nel 2020, secondo una rilevazione dell'ufficio statistiche della Corte d'appello di Roma, a livello nazionale i processi sopravvenuti in appello sono stati il 37,8% di quelli definiti in tribunale; una percentuale che cresce nei distretti di Roma (38,7%) e Napoli (45,7%). Un flusso che verrebbe ridotto con le proposte della commissione. Intanto, l'eliminazione della possibilità di proporre appello per i Pm e per le parti civili. Poi, lo stop all'appello degli imputati contro le sentenze di proscioglimento su reati puniti solo con pena pecuniaria o con pena alternativa, le sentenze di condanna a pena detentiva sostituita con il lavoro di pubblica utilità e le sentenze di condanna alla sola pena pecuniaria, anche se risulta dalla sostituzione della detenzione, con alcune eccezioni (particolare afflittività della pena e se si impugna anche la condanna al risarcimento del danno). Più in generale, si propone di rivedere la funzione dell'appello, strutturandolo come una "impugnazione a critica vincolata", per cui dovranno essere individuati i motivi per cui potrà essere proposto, a pena di inammissibilità. Sono norme introdotte, dal punto di vista della commissione, per allineare il sistema delle impugnazioni al modello accusatorio del processo penale introdotto dal 1988. Un tentativo "giusto - secondo il presidente della Corte d'appello di Roma, Giuseppe Meliadò - di razionalizzare, semplificare e specializzare l'appello, trasformandolo in un giudizio sempre più "cassatorio", cioè nella direzione del giudizio di Cassazione: non si riesaminerà tutto il processo ma solo i motivi oggetto di censura".
Contro l'appello a critica vincolata si schierano invece gli avvocati: "Dietro i discorsi sull'efficientismo si nasconde lo stravolgimento dell'appello - attacca il Presidente dell'Unione delle Camere penali, Giandomenico Caiazza. Lo si vuole trasformare in un giudizio solo sugli atti, mentre è importante che resti un secondo grado sui fatti. Per allargare il collo di bottiglia dell'appello bisogna soprattutto aumentare il numero dei magistrati e dei cancellieri".
Le altre misure - Per togliere pressione all'appello "occorre individuare un modo condiviso di gestione, coinvolgendo gli uffici giudicanti e requirenti e tutta l'avvocatura - osserva il presidente della Corte di Bologna, Oliviero Drignani. Siamo al lavoro per stabilire i criteri di priorità per i processi, ad esempio privilegiando quelli che hanno più chance di essere definiti, evitando la prescrizione". Si tratta di una strada percorsa anche da altri uffici giudiziari e che trova spazio tra le proposte della commissione ministeriale, per cui gli uffici giudiziari dovranno predisporre i "criteri di priorità" ma nell'ambito di criteri generali definiti dal Parlamento anche sulla base di una relazione presentata dal Csm.
di Errico Novi
Il Dubbio, 29 giugno 2021
"Serve una seria assunzione di responsabilità, non prevalgano interessi di categoria", dice la ministra. Altre volte Marta Cartabia ha fronteggiato la controparte con l'abilità del politico. Ma ieri a Milano, tappa d'esordio del suo "Viaggio nella giustizia", non si è trovata di fronte i partiti, come nei vertici che hanno rivelato la sua forza diplomatica. Nel Palazzo di giustizia e nell'aula magna dell'università Statale, Cartabia ha parlato ai protagonisti del processo, avvocati e magistrati, e all'accademia. E per paradosso, è sembrata più consapevole di un possibile conflitto. Soprattutto quando ha evocato il "cantiere complicatissimo" delle riforme, che "sta impegnando molto il ministero", dove "ci sono state, e assicuro ci saranno ancora, luci accese fino a notte fonda". Ecco, di fronte alla "corsa contro il tempo" imposta dal Piano di ripresa, "io farò tutto quello che è nelle mie possibilità", dice la guardasigilli, ma, aggiunge, "non basterà: servirà la disponibilità di tutti". Una coesione che non può coniugarsi però con quelli che Cartabia definisce "interessi personali e di categoria".
Evocati un attimo dopo essersi esplicitamente rivolta ad "avvocati e magistrati". Non è difficile interpretare. La titolare della Giustizia ha da poco depositato gli emendamenti alla riforma del processo civile. A breve, come lei stessa ribadisce, "saranno portati in Consiglio dei ministri gli emendamenti al penale" ed "entro luglio si concluderà la parte governativa", anche per le altre riforme: il Csm, "visto che il prossimo Consiglio non potrà essere eletto con la vecchia legge", quello sulla crisi d'impresa e, forse, l'intervento sulla magistratura onoraria. Eppure tutti questi capitoli che finora hanno tenuto impegnatissimo il ministero non sembrano impensierire Cartabia quanto le osservazioni dei magistrati e soprattutto degli avvocati al ddl civile.
La guardasigilli pare riferirsi anche alle critiche ribadite venerdì scorso dal Consiglio nazionale forense, quando dice di sapere bene che "tutte le riforme sono imperfette e certamente lo saranno anche quelle messe in campo da questo governo: le riforme disturbano, i cambiamenti disturbano", aggiunge. Fino alla sfida: "Chiedo a tutti voi, magistrati e avvocati, una seria assunzione di responsabilità: lo dobbiamo al nostro Paese, dobbiamo scrivere una nuova pagina della giustizia italiana per ridare credibilità al sistema e più fiducia ai cittadini. Le critiche siano pur severe ma non prevalgano mai interessi personali o di categoria", appunto.
Il discorso è pronunciato al Palazzo di giustizia milanese davanti a una platea composta da attori del processo, avvocati, giudici e pubblici ministeri, in un clima sereno: poco dopo a parlare per il Foro sarà un presidente dell'Ordine, Vinicio Nardo, a propria volta leale nel citare anche i riconoscimenti che la ministra rivolge alla "capitale morale". Ma sembra di poter cogliere un potenziale dialettico ancora tutto da verificare, fra Cartabia e l'avvocatura contraria a preclusioni e sanzioni previste per accelerare il processo civile.
D'altra parte la guardasigilli ricorre ad altre espressioni forti. Una su tutte: "Non dimentichiamo il ponte di Genova ricostruito in due anni, con un cantiere che ha lavorato giorno e notte anche in piena pandemia: noi siamo chiamati a costruire il nostro ponte di Genova della giustizia". Evoca quindi la riduzione dei tempi attesa dall'Ue ("25% per i procedimenti penali e 40% nel civile, rispetto al 2019") e l'impegno davvero notevole che si è dovuta assumere: "In questi 4 mesi e mezzo a via Arenula, i piani delle urgenze convivono ogni giorno con quelli di una progettazione a più lungo raggio: sono stati avviati moltissimi processi di trasformazione e affrontate innumerevoli emergenze".
Al momento, a proposito di piani, non è ancora fissato il Consiglio dei ministri in cui si discuterà degli emendamenti al penale, che promettono di creare certamente una tensione coi 5 stelle. Sul merito, Cartabia offre un paio di indizi: "Considerando i dati oggettivi, si evince che la prescrizione, vexata quaestio degli ultimi governi, è un problema davvero marginale quando la giustizia funziona", dice a proposito del virtuoso esempio milanese: un modo per sdrammatizzare in anticipo il conflitto sulla legge Bonafede.
Poi la ministra è forse ancora più netta quando aggiunge: "La mia riforma penale sarà frutto di una sintesi politica che, a partire dal disegno di legge già incardinato in Parlamento, tenga conto di un governo in cui è cambiata la maggioranza". Non ci si può illudere dunque - non possono farlo neppure i pentastellati che sulla prescrizione e altri aspetti del ddl penale prevalga la logica seguita durante l'esperienza giallorossa.
A Milano, e soprattutto nel secondo incontro, tenuto all'Università, Cartabia si sofferma innanzitutto sull'Ufficio del processo, struttura concepita per agevolare i giudici nel produrre sentenze, grazie all'apporto di 16.500 neoassunti a tempo determinato. È emerso che i laureati in Giurisprudenza, Economia e Scienze politiche da reclutare a breve vedranno equiparata la loro attività a un anno di frequenza nelle scuole di specializzazione per le professioni legali e a un anno di tirocinio professionale per l'accesso alle professioni di avvocato e di notaio.
di Andrea Mascolini
Italia Oggi, 29 giugno 2021
Il whistleblowing non si applica ai magistrati e l'Anac non può intervenire in caso di condotte illecite denunciate dall'interno della magistratura. È quanto si legge nelle nuove linee guida in tema di whistleblowing emesse dall'Autorità nazionale anticorruzione (delibera 469 del 9 giugno 2021, con relativo modulo per segnalazioni) sulla segnalazione di condotte illecite all'interno delle pubbliche amministrazioni, che fornisce indicazioni sull'applicazione della legge 179/2017. Le linee guida sono rivolte alle p.a. e agli altri enti indicati dalla legge tenuti a prevedere misure di tutela per il dipendente che segnala condotte illecite, nonché ai potenziali segnalanti. In questa materia Anac è titolare di un autonomo potere sanzionatorio in caso di mancato svolgimento di attività di verifica e analisi delle segnalazioni ricevute; di assenza o non conformità (rispetto alle modalità delineate nelle presenti linee guida) di procedure per l'inoltro e la gestione delle segnalazioni; di adozione di misure discriminatorie nei confronti del segnalante.
Nelle linee guida sono approfonditi i profili relativi all'articolo 1 della legge 179 concernente le segnalazioni effettuate in ambito pubblico, tenendo anche conto dell'art. 3. L'Autorità chiarisce che in base alla definizione di dipendenti pubblici non è possibile estendere, diversamente da quanto previsto nelle direttive Ue, la disciplina ad altri soggetti che, pur svolgendo un'attività lavorativa in favore dell'amministrazione, non godono di tale status (stagisti, tirocinanti etc.). Nella categoria dei dipendenti con rapporto di lavoro pubblicistico sono inclusi anche i magistrati ordinari, amministrativi e contabili ma a tale riguardo l'Anac rileva che "ciò fa nascere perplessità sulle effettive modalità di applicazione della disciplina in parola anche a tali soggetti.
Infatti, il rapporto di lavoro dei magistrati ordinari, amministrativi, contabili è regolato anche da norme di rango costituzionale (art. 101 e seguenti, Cost.), che prevedono, fra l'altro, competenze esclusive attribuite agli organi di autogoverno". In base a tali considerazioni l'Anac, "tenuto conto della lacunosità della disciplina nonché dell'inquadramento costituzionale della magistratura, ritiene di non poter intervenire direttamente sulle segnalazioni proposte da magistrati o relative a magistrati (seppure proposte da dipendenti pubblici)".
Nella predisposizione delle linee guida l'Autorità ha considerato i principi espressi in sede europea dalla Direttiva (UE) 2019/1937 del Parlamento europeo e del Consiglio del 23 ottobre 2019 e gli effetti che possono produrre sul sistema di tutela previsto dal nostro ordinamento nazionale e dalle linee guida stesse. L'Anac potrebbe, in un futuro prossimo, adeguare il documento al contenuto della legislazione di recepimento della direttiva del 2019 da adottarsi entro il 17 dicembre 2021.
Le linee guida sono suddivise in tre parti. La prima dà conto dei principali cambiamenti intervenuti sull'ambito soggettivo di applicazione dell'istituto, con riferimento sia ai soggetti (pubbliche amministrazioni e altri enti) tenuti a dare attuazione alla normativa, sia ai soggetti, i segnalanti, beneficiari del regime di tutela. Vengono anche date indicazioni sulle caratteristiche e sull'oggetto della segnalazione, sulle modalità e i tempi di tutela, nonché sulle condizioni che impediscono di beneficiare della stessa.
Nella seconda parte si declinano, in linea con quanto disposto dalla normativa, i principi di carattere generale che riguardano le modalità di gestione della segnalazione preferibilmente in via informatizzata. Si forniscono indicazioni operative sulle procedure da seguire per la trattazione delle segnalazioni. Nella terza parte si dà conto delle procedure gestite da Anac e del relativo cui potere sanzionatorio.
di Alessandro Puglia
La Repubblica, 29 giugno 2021
Già più di 14mila i migranti riportati nell'inferno della Libia. Nel Mediterraneo prevale l'attività della guardia costiera libica: si prospetta un'estate drammatica e senza "testimoni". Vita difficile anche per i pescatori italiani. MAI così tanti migranti intercettati in mare e riportati in Libia. L'estate appena cominciata, che in Italia sul fronte sbarchi ha visto interessata in prima linea Lampedusa con l'arrivo in autonomia di barchini provenienti dalla Libia e dalla Tunisia, ci restituisce un Mediterraneo centrale ridisegnato, con i ruoli dei protagonisti sempre più definiti. L'Europa e l'Italia da una parte che supportano la stabilità di Tripoli e di fatto affidano il coordinamento dei soccorsi alla guardia costiera libica; l'utilizzo delle navi quarantena per alleggerire le strutture a terra; il coinvolgimento di mercantili anch'essi chiamati a coordinarsi con le autorità libiche; le Ong che, se non si trovano in stato di fermo amministrativo in qualche porto siciliano, riescono a condurre solo una piccolissima parte dei soccorsi.
Uno scenario mutato come dimostrano i numeri. Stando ai dati dell'Organizzazione mondiale per le migrazioni (Oim) dall'inizio dell'anno sono infatti 14.388 i migranti intercettati in mare e riportati in Libia. Un record dalla firma del primo memorandum tra Italia e Libia di luglio 2017. Cifre, relative alle persone riportate in quello che le maggiori organizzazioni internazionali da anni definiscono "porto non sicuro", che superano già i dati del 2020, quando furono 11.891 le persone riportate in Libia.
Dall'inizio di quest'anno, secondo i dati forniti dal Ministero dell'Interno, in Italia sono sbarcati 19.360 migranti, a fronte dei 34.154 arrivati in tutto il 2020 quando ci fu un picco proprio nel mese di luglio (7062, più che ad agosto dello stesso anno). Nel 2021 sono già 827 i morti accertati in vari naufragi secondo quanto riferisce il progetto Missing Migrants dell'Oim, rispetto ai 375 dell'anno precedente a cui si aggiungono le vittime dei naufragi "fantasma", circa 600 persone che hanno affrontato la rotta del Mediterraneo centrale e di cui non si hanno più notizie.
Nonostante lo scenario dei soccorsi stia mutando verso quella che appare sempre più come una politica europea basata sulla difesa dei confini, in previsione delle condizioni meteo-marine favorevoli ci saranno migliaia di persone pronte a partire. "Farebbero qualsiasi cosa pur di scappare dai centri di detenzione dove sono costretti a vivere in condizioni disumane - spiega a Repubblica Deanna Dadush, che insieme ad altri 100 volontari, ricercatori di diritto internazionale ed esperti nel campo delle migrazioni, fa parte di Alarm Phone la piattaforma che raccoglie gli Sos dei migranti in difficoltà nel Mediterraneo. E purtroppo avendo affidato tutta l'amministrazione del Mediterraneo alla guardia costiera libica è possibile prevedere altri possibili naufragi, con i migranti che alla vista delle motovedette libiche si getteranno in mare come è già accaduto. È uno scenario che peggiora di giorno in giorno. In base alle chiamate che riceviamo possiamo dire che la guardia costiera italiana non soccorre più come prima, la guardia costiera maltese è invece inesistente considerando che nel 2021 a Malta sono sbarcate meno di 100 persone".
Sbarchi fantasma e navi quarantena - "Di sicuro la maggior parte degli arrivi sarà costituita da sbarchi autonomi e quindi direttamente su Lampedusa o Pantelleria - spiega Fulvio Vassallo Paleologo, già docente di diritto d'asilo all'Università di Palermo e vice presidente dell'associazione Diritti e Frontiere. Anche se di fronte a un rallentamento di partenze di queste ultime settimane dovuto alle trattative in corso con ingenti contropartite economiche tra autorità libiche, italiane e dell'Unione europea e agli esiti incerti della conferenza di Berlino sulla Libia del 23 giugno, è difficile fare previsioni". La settimana scorsa sono stati circa 1000 in meno di 48 ore i migranti arrivati a Lampedusa con sbarchi fantasma di barchini con a bordo dalle 10 alle 30, massimo 40 persone.
I migranti che giungono a Lampedusa vengono accolti nell'immediato nell'hotspot di Contrada Imbriacola, che ha una capienza di circa 250 persone, quindi nei giorni successivi allo sbarco vengono trasferiti nelle navi quarantena a largo dei porti siciliani. Il Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale, nella relazione annuale presentata al Parlamento il 21 giugno ha sottolineato come le navi quarantena presentino diverse criticità sul piano dei diritti: dall'impossibilità di richiedere la protezione internazionale, alla difficoltà di individuare le vulnerabilità, al fatto che l'operazione sia nata in un contesto pandemico di piena emergenza e oggi quindi andrebbe ripensa.
Sbarchi fantasma, navi quarantena, mercantili e "push-back": cosa accade nel Mediterraneo - Dal 12 aprile 2020 ad oggi sono transitati nelle navi quarantena oltre 23mila persone, più di 11mila nel 2021. Per il governo il nodo delle navi passeggeri per la quarantena dei migranti, riguarda anche i costi superiori a quelli delle strutture a terra. Nell'ultimo bando della Protezione civile del 14 maggio con cui si cercavano altre quattro grandi navi da impiegare nel periodo dal 1 giugno al 31 luglio, si apprende che le unità "potranno avere da 361 a 460 cabine con un costo massimo stimato per la fornitura del servizio pari a 36mila euro al giorno, 25 euro al giorno per ospite". Una nave quarantena quindi costa all'incirca poco più di un milione di euro al mese.
In assenza di un dispositivo di soccorsi davanti alle coste italiane è successo che a Lampedusa a soccorrere i migranti siano stati i pescatori, come avvenuto il 12 giugno quando il consigliere comunale dell'isola, Vincenzo Partinico, a 39 miglia dall'isola ha soccorso con il suo peschereccio San Matteo 24 persone che altrimenti sarebbero annegate: "Avvicinandosi la loro barca ha cominciato a piegarsi e imbarcava acqua, alcuni ragazzi si sono aggrappati al nostro peschereccio, altri si sono tuffati in mare. Siamo riusciti a salvarli tutti, erano 24, non c'erano donne e bambini", racconta commosso.
Le Ong ai box per fermo amministrativo - Dal 17 aprile al 25 giugno, la nave della Ong spagnola Open Arms è stata sotto fermo amministrativo al porto di Pozzallo per carenze tecniche che secondo la Guardia costiera italiana andavano dalla "sicurezza della navigazione", ovvero la possibilità di portare a bordo solo un esiguo numero di persone, alla "prevenzione dell'inquinamento".
Con questo modus operandi sono state in un anno nove le navi delle Ong costrette a fermarsi. Oggi, dopo il dissequestro della Open Arms, sono la Sea-Eye 4 a Palermo, la Sea Watch 4 a Trapani, la Sea Watch 3 e la Alan Kurdi che dopo il provvedimento delle autorità italiane sono in sosta in Spagna, nel porto di Buriana. La Geo Barents di Medici Senza Frontiere è in quarantena al porto di Augusta dopo aver completato lo sbarco di 410 persone, mentre la Aita Mari di Salvamento Maritmo Humanitario e la Mare Jonio di Mediterranea sono ferme per lavori di manutenzione.
La Ong italiana vede oggi alcuni dei suoi fondatori indagati per favoreggiamento aggravato dell'immigrazione clandestina da parte della Procura di Ragusa. Il caso risale allo scorso 11 settembre a seguito di quello che fu il più lungo "stand off" della storia marittima internazionale. Dopo 38 giorni di richieste di aiuto da parte del colosso marittimo internazionale Maersk, la Mare Jonio autorizzata dal Centro di coordinamento dei soccorsi di Roma effettuava il trasbordo dalla petroliera Maersk Etienne dei 27 naufraghi. L'accusa per Mediterranea è di aver accettato un corrispettivo economico tramite un assegno di 125 mila euro a Idra, ma sia la Ong italiana che Maersk hanno precisato che si è trattato di una semplice donazione per l'opera svolta, donazioni che sono fonte di sostentamento per le unità della società civile. Nonostante l'indagine a carico, l'equipaggio di Mediterranea ha ricevuto quest'anno il "Premio navigazione 2021" proprio da parte della Danish Shipping, la più importante categoria di armatori danesi fondata nel 1864, che premia i marittimi che si sono distinti per il loro coraggio. "L'unico vero pull factor dalle coste della Libia sono le terribili condizioni di vita in cui queste persone sono costrette a vivere e le condizioni meteo-marine che come ogni anno incentivano le partenze. Il risultato di ciò che accadrà lo stiamo già vedendo con un incremento pesantissimo di persone intercettate e deportate in Libia attraverso una strategia di supporto alla guardia costiera Libica, con motovedette regalate dal nostro Paese e informazioni fornite da Frontex" spiega Beppe Caccia, il fondatore di Mediterranea Saving Humans.
I mercantili in attesa di istruzioni - Il 14 giugno il mercantile battente bandiera di Gibilterra "Vos Triton" ha soccorso 270 migranti in acque internazionali, consegnando le persone soccorse alla guardia costiera libica che il giorno successivo li ha riportati a Tripoli. L'Organizzazione internazionale per le migrazioni e l'Agenzia delle Nazioni Unite in un comunicato congiunto hanno richiamato i Paesi europei affinché "nessuna delle persone soccorse in mare faccia ritorno in Libia e perché, in assenza di meccanismi collaudati di sbarco, gli attori marittimi non devono essere obbligati a far tornare rifugiati e migranti in luoghi non sicuri. I migranti - continuano le due organizzazioni - sbarcati in Libia una volta soccorsi sono poi esposti ad abusi ed estorsioni, altri spariscono e tornano nelle mani dei trafficanti di esseri umani". L'Oim e l'Unhcr richiamano quindi gli Stati europei "per porre fine all'arbitraria detenzione in Libia, trovando soluzioni alternative e rilasciando nell'immediato i più vulnerabili".
Il caso della Vos Triton non è così diverso da quelli documentati tra il 23 e 25 giugno dal velivolo di ricognizione Moonbird della Ong Sea Watch. Due navi mercantili italiane, l'Asso 25 e l'Asso 29, si trovano nelle vicinanze di una barca in legno in pericolo con circa 20 persone a bordo. Scrive la Ong tedesca: "Confermato il respingimento illegale in Libia. L'Italia ha rifiutato il coordinamento, due navi italiane nelle vicinanze non sono intervenute e la cosiddetta guardia costiera libica ha catturato le persone. Ennesima grave violazione del diritto internazionale marittimo".
I pescatori siciliani mitragliati dalle motovedette libiche - Lo scacchiere ormai definito nelle zone Sar (Search and Rescue) del Mediterraneo centrale riguarda anche le vicende dei pescatori siciliani che, dopo l'esperienza del sequestro per 108 giorni a Bengasi da settembre a dicembre 2020 da parte delle milizie del generale Haftar, si trovano a fronteggiare gli spari delle motovedette "governative", come avvenuto il 6 maggio al peschereccio Aliseo di Mazara del Vallo, con il comandante Giuseppe Giacalone che è rimasto ferito dopo oltre un'ora e mezza di mitragliamento da parte della motovedetta 660 Ubari, tra le prime unità navali donate dall'Italia alla Libia nel 2018. Il comandante del peschereccio tramite il suo avvocato ha presentato una denuncia contro la motovedetta libica e l'intero equipaggio per i reati di tentato omicidio aggravato, sequestro di persona, minaccia grave, naufragio, danneggiamento di nave e tentato incendio. Nel frattempo la motovedetta Ubari da cui partirono i colpi è tornata indisturbata a intercettare i migranti nel Mediterraneo riportandoli in Libia.
Abusi e torture in Libia - Dopo le immagini shock del 24 maggio che nessuno di noi avrebbe voluto vedere, con donne e bambini morti e con il corpo e volto ricoperti di sabbia nella spiaggia di Zwara, le violazioni dei diritti umani in Libia sono venuti nuovamente alla luce con il caso delle donne somale violentate e abusate dalla polizia libica nel centro di detenzione ufficiale di Shar al-Zawyah. A seguito di ripetuti episodi di violenza contro migranti e rifugiati, Medici Senza Frontiere ha annunciato nei giorni scorsi la sospensione delle sue attività nei centri di detenzione di Al-Mabani e Abu Salim: "Non è una decisione facile da prendere perché significa che non saremo presenti lì dove sappiamo che le persone soffrono quotidianamente - ha commentato Beatrice Lau, capo missione Msf in Libia -. I continui e violenti incidenti che causano gravi danni a migranti e rifugiati, nonché il rischio per la sicurezza del nostro personale, hanno raggiunto un livello che non siamo più in grado di accettare. Fino a quando la violenza non cesserà e le condizioni non miglioreranno, non potremo più fornire assistenza medico-umanitaria in queste strutture".
di Concetto Vecchio
La Repubblica, 29 giugno 2021
Mercoledì vertice dei capigruppo del Senato per trovare un punto di caduta. Il Pd chiede l'approvazione senza modifiche, Iv più propensa a dialogare con il centrodestra. Sulla legge Zan tutto sembra rotolare verso la conta in aula, il 13 luglio. Mercoledì, convocato dal relatore al Senato, il leghista Andrea Ostellari, si terrà un vertice con tutti i capigruppo per tentare di giungere a una mediazione tra le parti.
Il fronte pro legge, Pd, M5S, Leu, Italia viva, autonomisti da un lato, e dall'altro il centrodestra che invece chiede modifiche, facendosi forte della nota verbale della Santa sede. Ma nel centrosinistra in pochi sono ottimisti sull'esito, nessuno ci crede davvero. "La trattativa è stata proposta da chi in questi mesi ha fatto soltanto muro", ragiona amaro il capogruppo pd in Commissione Giustizia, Franco Mirabelli. "Sarà complicato trovare un compromesso sulle modifiche, ad ogni modo andremo ad ascoltare".
Il Pd chiede che la legge venga approvata così com'è uscita dalla Camera, il 4 novembre scorso; il centrodestra reclama la riformulazione di almeno tre articoli: 1, 4 e 7. "La rigidità di Enrico Letta - avvisa Licia Ronzulli, vicepresidente di Forza Italia al Senato - porterà all'affossamento: avvisatelo che nemmeno i suoi senatori lo seguiranno". In questo contesto di muro contro muro il capogruppo di Italia Viva Davide Faraone tenta a sua volta un negoziato, "nella convinzione che la Lega non è solo Pillon, e che se non allarghiamo la maggioranza al momento del voto rischiamo di naufragare".
Ma qual è il punto di caduta per i renziani? Faraone cita il presidente emerito della Consulta Giovanni Maria Flick, che ha suggerito di modificare l'articolo 1, perché "in sede penale elenchi e casistiche non funzionano troppo", ed "è difficile capire dove finisce la legittima scelta, decisione ed espressione di un pensiero e dove invece inizi un atto discriminatorio". "Dobbiamo puntare ad avere 50-60 voti di scarto, altrimenti è un terno a lotto", sostiene Faraone. Ma è un proposito realistico?
Il Pd preferisce morire sul campo, addossando ad altri l'eventuale fallimento di una legge che definisce la sua identità di partito dei diritti, piuttosto che finire impelagato nella palude di una riformulazione, visto che poi il testo tornerebbe a Montecitorio. "Siamo nel punto di equilibrio più avanzato, il frutto di lunghe mediazioni, ma se la cambiamo non vedrà più la luce", preme il padre della riforma, il pd Alessandro Zan.
"Sono convinto che anche i renziani alla fine la voteranno". Ivan Scalfarotto, Italia viva, condivide la fretta di Zan: "Corriamo il rischio di fare la fine della mia legge contro l'omofobia. Siamo seri: qui c'è chi la vuole e chi non la vuole, tutto il resto è strumentale. Voglio ricordare che sulle unioni civili Renzi mise la fiducia. E l'introduzione del concetto di identità di genere, nell'articolo 1, nasce per tutelare dalle discriminazioni anche i transessuali. Non la penso come Flick, le sue obiezioni mi sembrano debolissime". E quindi Italia viva è divisa? "Con Faraone siamo d'accordo sul fatto che si rischia grosso in aula, ma non credo affatto che la Lega voglia una legge migliore".
Il sentiero è strettissimo. "Quello che noi, come tante associazioni e la Santa Sede abbiamo contestato, è l'introduzione di nuovi reati d'opinione e il fatto che alcuni temi arrivino sui banchi di scuola dei bambini di sei anni", ha ribadito Salvini, a proposito di un altro punto criticato dalla destra: l'istituzione della giornata nazionale contro l'omofobia anche nelle scuole. Ho mandato un messaggio a Letta la scorsa settimana e manco mi ha risposto". "Gli scriverò su whatsapp", ha replicato Letta, "e gli dirò che il luogo del confronto è il Parlamento. Mi auguro che sia nel merito, ma le dichiarazioni della Lega sono per affossare tutto". In aula quindi. "I numeri ci sono", giura Mirabelli.
di Massimo Ammaniti
Corriere della Sera, 29 giugno 2021
Inchiodati ore ed ore davanti allo schermo del computer per la didattica a distanza. Questa drastica rinuncia alla vita sociale li ha spinti a rinchiudersi nella loro stanza. Degli adolescenti si parla solo se si comportano in modo spericolato e violento oppure se manifestano alterazioni psichiche, per il resto sono socialmente invisibili. Proprio in questi giorni El Pais ha pubblicato un articolo allarmante sulle patologie psichiche degli adolescenti spagnoli che sono emerse in questo periodo, nonostante le attuali riaperture e le maggiori libertà di movimento che dovrebbero intuitivamente migliorare il loro equilibrio mentale e la loro vita.
È il Direttore dell'Ospedale Pediatrico Sant Joan de Deu di Barcellona, il più grande di tutta la Spagna, a parlare dei frequenti tentativi di suicidio degli adolescenti che arrivano al loro Pronto Soccorso, più di venti casi settimanali ben più dei quattro casi del passato. E non si tratta solo dei tentativi di suicidio sono molto diffusi anche gravi disturbi alimentari comparsi soprattutto nel periodo del lock-down. E riguardano specificamente ragazze di 13-14 anni, periodo estremamente critico per le trasformazioni del corpo e del cervello. Il Direttore dell'Ospedale amaramente commenta che la società è poco attenta alle esigenze dei giovani, bisognerebbe non solo rispondere a queste emergenze ma soprattutto cercare di prevenirle.
Anche in Italia le condizioni degli adolescenti sono state molto difficili durante la pandemia, costretti all'isolamento in casa, inchiodati ore ed ore davanti allo schermo del computer per la didattica a distanza. Questa drastica rinuncia alla vita sociale ha spinto gli adolescenti a rinchiudersi nella loro stanza quasi appropriandosi dell'isolamento per non doverlo subire, connessi al mondo dei coetanei solo attraverso i social network, le chat e i videogiochi. Tutto questo ha stravolto i ritmi e le abitudini della loro vita quotidiana che si muoveva fino ad allora entro rotaie di prevedibilità, necessarie per il riconoscimento della propria identità personale. Anche le interazioni e gli scambi coi coetanei davano un'ulteriore stabilità attraverso condivisioni e coinvolgimenti affettivi.
Con la pandemia si è insinuato nella mente dei giovani un senso di solitudine e di vuoto che ha cominciato a minare la fiducia di sé, anche perché il mondo che si era sempre conosciuto veniva scomparendo, non più la scuola e gli incontri cogli amici e i coetanei, le uscite in gruppo, le schermaglie sentimentali, le corse in motorino, lo sport, le discoteche con la musica a palla. È scesa una nebbia che ha reso tutto sfumato e insignificante. Non va dimenticato che il cervello degli adolescenti ha bisogno di questi stimoli e queste esperienze sociali per maturare come ha messo in luce la ricerca neurobiologica internazionale.
E quali sono state le conseguenze di queste restrizioni negli adolescenti italiani? Molti adolescenti hanno cominciato a manifestare stati di ansia e di stress con somatizzazioni fastidiose, difficoltà di concentrazione e di attenzione che ha reso l'apprendimento scolastico più problematico. E poi disturbi del sonno dal momento che la notte era l'unico momento nel quale si potevano connettere coi coetanei, mandarsi delle chat e delle foto, fare dei videogiochi in gruppo.
Ed internet è divenuto sempre più pervasivo, non solo le ore della didattica a distanza ma i continui messaggi coi coetanei per non sentirsi soli. Molte ricerche hanno messo in luce che si è creata nei ragazzi una difficoltà a regolare e a vivere le proprie emozioni, momenti di appiattimento emotivo a cui fanno seguito reazioni impulsive. Ma quello che è più allarmante è quello che si è verificato negli ultimi mesi un aumento anche in Italia di tentativi di suicidio al pari della Spagna come è stato segnalato dagli ospedali pediatrici italiani.
Addirittura ragazze e ragazzi alle soglie dell'adolescenza ricorrono al suicidio come unica via di uscita da una situazione insopportabile, come è successo ad Orlando il ragazzo di Torino insultato e deriso perché gay. Quando i tentativi disperati di controllare la propria psiche e il proprio corpo falliscono, come succede anche nei disturbi alimentari, non rimane che tentare il suicidio.
Dovremmo chiederci che possiamo fare per i ragazzi e le ragazze che stanno uscendo dalle restrizioni e che esprimono il loro malessere che si è accumulato in questi sedici mesi e rischia ora di esplodere. È importante che le famiglie e la scuola ne siano consapevoli e che soprattutto il Governo appronti un progetto per le nuove generazioni che non significa il voto ai sedicenni, ma un impegno ad investire sul loro futuro formativo e lavorativo evitando che stazionino anni ed anni senza nessuna prospettiva.
regione.lazio.it, 29 giugno 2021
Rappresentazione teatrale nella casa circondariale "G. Pagliei" il 30 giugno e il 7 luglio. Luna piena. Un luogo ideale dove andare e respirare, per sfuggire all'emergenza Coronavirus che sta angosciando l'umanità intera andrà in scena mercoledì 30 giugno e mercoledì 7 luglio (alle 10,30) nella Casa circondariale "G. Pagliei" di Frosinone. Assisterà alla prima di mercoledì 30 giugno anche il Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale della Regione Lazio, Stefano Anastasìa. Si tratta della rappresentazione teatrale "Ossigeno", frutto dell'immaginazione dei dodici detenuti attori del laboratorio teatrale media sicurezza.
La regia è della funzionaria giuridica pedagogica Laura Mariottini, con la collaborazione volontaria delle operatrici teatrali Sofia Tremontini, Chiara Petrolati e Cristiana Lucentini. L'evento s'inserisce nell'ambito delle iniziative promosse dalla direzione della casa circondariale, per condividere i risultati conseguiti durante il secondo anno di attività teatrale con i detenuti.
- I diritti negati dei migranti respinti in Grecia dal porto di Bari
- Ddl Zan, Salvini attacca Letta. Il segretario Pd: confronto solo in Parlamento
- Caritas, da 50 anni dalla parte di chi ha bisogno: "Ascolto, accoglienza, aiuto, amore"
- Vercelli. Il cinema in carcere per vivere un'esperienza di bene
- Iran. Diari dal carcere: "Temo che non resterò in vita"











