gonews.it, 24 novembre 2021
Dal "Giardino degli incontri" alla "Casa delle mosche": tutti gli istituti, in modi diversi, cercano di accogliere gli affetti delle persone detenute Gli Istituti toscani, in modi diversi, si propongono di accogliere gli affetti delle persone detenute nella loro totalità, secondo il principio di dignità. L'attenzione verso le relazioni affettive è ben testimoniata, per esempio, dai corsi di supporto alla genitorialità che si svolgono nella maggior parte di essi e dall'organizzazione di momenti conviviali, come le Feste della famiglia che, periodicamente, vengono organizzate e che vedono le persone detenute cucinare e accogliere i loro cari dentro le mura del carcere. Significativa in questo senso è l'esperienza realizzata all'interno della Casa Circondariale di Livorno che, durante una di queste occasioni, ha permesso alle persone detenute di avere dei ritratti fotografici insieme ai loro cari, supportando le persone detenute nella riappropriazione, anche simbolica, della propria presenza all'interno nel nucleo famigliare, da poter testimoniare attraverso una fotografia, da esporre all'interno della camera detentiva, ma anche da consegnare ai propri cari, come testimonianza del loro legame.
Un altro spazio dedicato agli affetti, in particolare ai bambini, è certamente l'area verde, usufruibile nella bella stagione e presente nella quasi totalità degli Istituti che, come nel caso della Casa di Reclusione di Porto Azzurro, risulta curata e attrezzata per poter accogliere gli ospiti in uno spazio il più possibile simile ad un parco. Sempre più frequentemente, inoltre, a questi spazi viene associata l'attività di Pet Therapy che vede l'accompagnamento dei bambini da parte di cani addestrati, capaci di rendere meno traumatico l'impatto con la dimensione della struttura detentiva e supportando l'incontro col genitore, non sempre sereno.
Importante è anche l'esperienza portata avanti nell'Istituto Mario Gozzini a Firenze dove le persone detenute possono incontrare i loro animali domestici. All'interno della struttura di Massa Carrara, invece, è stata realizzata una casina rossa pensata per gli incontri con i bambini e collocata nel giardino e nella Casa Circondariale. A Pistoia si è tenuto un percorso partecipativo che ha portato alla realizzazione di un giardino per le visite dei famigliari.
Un altro aspetto che testimonia una maggiore attenzione all'accoglienza dei visitatori, soprattutto ai più piccoli, è l'allestimento delle sale colloqui con angoli morbidi o ambienti specificatamente dedicati ai bambini, così come i servizi di animazione che in alcuni Istituti rendono maggiormente sopportabile l'attesa o il colloquio stesso. In tal senso, una grande rivoluzione è stata introdotta dall'emergenza sanitaria che ha reso possibile la prenotazione dei colloqui, andando ad eliminare le file dinanzi agli Istituti e i tempi di attesa, spesso trascorsi all'esterno, senza protezione dalle intemperie o in ambienti non sempre adatti ed accoglienti.
Anche l'introduzione delle videochiamate, soluzione emergenziale per tamponare la sospensione dei colloqui, è andata ad intercettare una necessità, propria di coloro che non erano soliti fare colloqui a causa della distanza della famiglia, ma che ha permesso comunicazioni più frequenti e meno onerose. In questo senso, nel carcere di Livorno è emerso come le videochiamate tramite WhatsApp, più brevi, ma anche più frequenti, vengano spesso preferite rispetto ai collegamenti più lunghi tramite Skype. Naturalmente risulta auspicabile che la possibilità di videochiamare e di prenotare i colloqui restino in vigore anche una volta superata l'emergenza sanitaria.
Sempre a Livorno e a causa dell'emergenza sanitaria, è stato introdotto un servizio di scansione e invio tramite posta elettronica della corrispondenza, che ha portato alla riduzione dei tempi necessari per le comunicazioni scritte. Per quanto riguarda la definizione di spazi espressamente dedicati alle visite, in alcuni Istituti come quelli di Arezzo e Livorno sono stati intrapresi degli approfondimenti per verificarne la fattibilità.
Anche la Casa di Reclusione di Volterra è da anni impegnata nella definizione di un progetto che porti alla creazione di una stanza per gli affetti che, pur non essendo ancora approvato e realizzato, permetterebbe una rapida e preparata applicazione della nuova Legge. Sull'Isola di Pianosa è, invece, attiva la cosiddetta 'Casa delle mosche' dove i familiari delle persone detenute possono risiedere e trascorrere del tempo libero con i loro cari nella fascia oraria che non li vede occupati nelle attività lavorative (15.00 -21.30).
In orario serale, però, le persone recluse devono rientrare al Sembolello. La Casa delle mosche consiste di due appartamenti, uno destinato ai detenuti che possono già usufruire di permessi e un altro per le persone che ancora non ne possono usufruire e che sono quindi autorizzati ai soli colloqui visivi con familiari o terze persone.
Altro elemento interessante di questa sperimentazione è l'equiparazione delle persone terze ai familiari; ciò ha permesso, infatti, ad alcuni detenuti di avere colloqui visivi anche con le rispettive fidanzate conosciute su internet. La Casa delle mosche è certamente un'esperienza facilmente replicabile anche in altri contesti, in primis nella Casa di Reclusione di Porto Azzurro che potrebbe ristrutturare una delle foresterie per destinarla a questo tipo di incontri. L'intervento potrebbe essere di tipo progressivo e rivolgersi, in una prima fase, alle persone in permesso, per poi allargarsi anche agli altri detenuti sempre nel rispetto delle indicazioni del Magistrato di sorveglianza. Un'esperienza simile è stata sperimentata anche sull'Isola di Gorgona, dove i famigliari hanno potuto permanere per alcuni giorni e vedere i propri cari, in permesso sull'isola, in un ambiente attrezzato. L'opera che, tuttavia, rimane un punto di riferimento per la definizione di un luogo pensato per ospitare gli affetti, è sicuramente "Il Giardino degli incontri" all'interno del Nuovo Complesso Penitenziario di Sollicciano a Firenze.
Progettato dall'Architetto Giovanni Michelucci, rappresenta un caso unico all'interno del panorama regionale e nazionale. Nato come luogo per gli incontri tra il detenuto e i familiari in visita, si caratterizza per la qualità degli spazi che offre in antitesi con l'architettura carceraria, mitigandone la sensazione di oppressione specialmente quando alle visite partecipano dei minori. Attraverso il giardino, infatti, la persona detenuta può godere un momento di effettivo rilassamento in compagnia di familiari ed affini in visita.
Il Giardino degli incontri accoglie al suo interno un'area verde, un teatro all'aperto, percorsi a pergolato, corsi d'acqua e panchine che ricordano quelle del "Parc Guell". Attualmente gli spazi destinati ai colloqui consistono in specifici locali per colloqui visivi ed un edificio per gli incontri interno al Giardino. Per gli incontri con i minori è presente uno spazio giochi collocato all'interno dell'edificio del giardino dove i bambini possono attendere il genitore detenuto. L'edificio per gli incontri prevede anche una vasta area esterna dove poter effettuare incontri all'aria aperta durante il periodo estivo. La modalità di accesso avviene a seconda del regime di detenzione.
di Jacopo Storni
Corriere Fiorentino, 24 novembre 2021
Mazzeo, presidente del Consiglio regionale, scrive a Roma: sbloccate la nostra legge. "Istituire in ogni carcere uno spazio per l'affettività dei detenuti e i loro familiari". Lo chiede a gran voce la Toscana al Parlamento, dopo che nel 2021 il Consiglio regionale aveva promosso la legge che chiedeva strutture adeguate in ogni penitenziario. Quella legge è adesso ferma, da circa un anno, in Commissione giustizia del Senato, con relatrice la senatrice del Partito Democratico Monica Cirinnà.
"Sarà forse un tema impopolare - ha detto il presidente del Consiglio regionale Antonio Mazzeo - ma noi vogliamo dare voce a chi non ha voce, per questo chiediamo con forza che la nostra proposta di legge venga discussa al più presto. Non è possibile che sia ferma da così tanto tempo. Scriverò personalmente al presidente della Commissione giustizia per far sì che la discussione venga inserita subito nel calendario parlamentare".
Secondo il Garante dei detenuti regionale Giuseppe Fanfani, nelle carceri toscane "non ci sono luoghi adeguati per far vivere l'affettività e la sessualità dei reclusi" ed ecco perché "chiediamo al Parlamento di modificare l'articolo 28 dell'ordinamento giudiziario stabilendo che in tutti i penitenziari sia possibile trovare questi spazi adeguati".
Anche la fondazione Michelucci, in un'ampia ricerca, ha sottolineato come gran parte degli spazi attualmente presenti per l'affettività sia inadeguato o addirittura inutilizzato, come ad esempio il giardino degli incontri a Sollicciano. Ci sono però dei luoghi virtuosi, che soprattutto durante la pandemia hanno permesso un contatto più concreto tra reclusi e familiari. Tra questi il carcere di Livorno che ha permesso ai detenuti di avere dei ritratti fotografici insieme ai loro cari che hanno esposto nelle celle. E poi la casa di reclusione di Porto Azzurro, che accoglie gli ospiti in uno spazio simile ad un parco. E ancora il Gozzini di Firenze dove i detenuti possono incontrare perfino i loro animali domestici.
Un appello al Parlamento arriva anche dall'assessore regionale alle politiche sociali Serena Spinelli: "Non possiamo continuare a non trattare questi temi del carcere, servono spazi per l'affettività negli istituti perché è un diritto delle persone. Il carcere non deve essere solo un luogo securitario ma anche un luogo di ricostruzione". Infine, nel dossier presentato dalla Fondazione Michelucci, viene messa in evidenza una buona notizia, ovvero il considerevole calo di reclusi nei penitenziari toscani negli ultimi dieci anni, che da circa 4 mila sono passati a circa 3 mila.
romatoday.it, 24 novembre 2021
La giunta approva una delibera da 180mila euro. Coinvolte ad oggi Roma Tre, Tor Vergata, Cassino e Tuscia. Prosegue l'opera della Regione a sostegno della popolazione detenuta del Lazio. Dopo i 550.000 euro disposti per la riqualificazione degli spazi e interventi di adeguamento tecnologico e i 170.000 per fornire nuove competenze digitali, la Pisana approva in giunta una delibera per ulteriori 180.000 euro da destinare alle Università per rendere più facili gli studi universitari tra chi è privato della propria libertà.
Non solo sostegno allo studio ma anche creazione di poli universitari dedicati (come già accaduto a La Sapienza su iniziativa del Senato accademico), nonché l'ampliamento dell'offerta didattica a distanza, questi sono gli obiettivi principali dello stanziamento economico che coinvolge, al momento, gli atenei di Roma Tre, Tor Vergata, Cassino e Tuscia, tutte firmatarie di un protocollo d'intesa sottoscritto da Regione, Garante dei detenuti e Provveditorato regionale dell'amministrazione penitenziari.
"Sono misure queste finalizzate al miglioramento delle condizioni della popolazione detenuta della nostra regione - commenta Valentina Corrado, assessora a Turismo, Enti Locali, Sicurezza Urbana, Polizia Locale e Semplificazione Amministrativa della Regione. Favorire e promuovere gli studi, in particolare, significa offrire nuovi stimoli e contrastare l'immobilità mentale, implementare il bagaglio culturale e quindi dare strumenti di formazione e istruzione capaci di incentivare la riflessione ma anche agevolare l'instaurazione di relazioni umane".
gonews.it, 24 novembre 2021
Genitorialità, diritti, sessualità. In via di discussione approcci diversi alla detenzione femminile, in un'istituzione pensata per gli uomini "La riflessione sulla condizione delle donne detenute, inserite in un'istituzione pensata per gli uomini e assoluta minoranza nel mondo carcerario, ha messo in luce i pregiudizi sul genere, che nel carcere hanno una maggiore persistenza rispetto al mondo esterno, sebbene anche lì sopravvivano - ha sottolineato il Garante per i diritti dei detenuti della Toscana Giuseppe Fanfani presentando la ricerca della Fondazione Michelucci durante il convegno 'La dimensione affettiva delle persone in carcere' - Si sono discusse proposte di approcci differenti alla detenzione femminile, che restano aperte come possibili alternative.
La ricerca è un passo avanti, uno strumento che può servire a progredire verso un cambiamento reale". (Le donne detenute in Toscana sono il 3% sul totale della popolazione carcerata, a fronte di una media nazionale pari al 4,2%) La segregazione binaria obbligatoria per sesso di appartenenza si scontra con una realtà che deve necessariamente tenere conto dei diritti e delle necessità di una popolazione variegata che non corrisponde affatto a tale suddivisione.
Un esempio su tutti, la gestione delle sezioni per detenute e detenuti transgender come il cosiddetto Reparto D (o "reparto trans") della Casa Circondariale Firenze Sollicciano rappresenta a oggi l'unica esperienza nazionale in cui le persone transgender (unicamente M to F) sono detenute all'interno di un reparto femminile, andando contro il paradigma prevalente che prevede l'assegnazione in sezioni protette all'interno del reparto corrispondente al sesso biologico.
Nel ricercare un modello alternativo per la detenzione femminile che contrastasse l'imposizione del carcere maschile alle donne, tradizionalmente è stato proposto un modello femminile ben distinto rispetto al carcere maschile, ma quanto mai oppressivo e pervasivo, perché ricalcato sull'esperienza dei riformatori - di fatto, istituzioni volte a riprodurre e confermare approcci rieducativi basati su un'immagine stereotipica della donna deviante.
Un altro modello che si dovrebbe portare avanti è invece il carcere delle donne che vale anche per gli uomini: recupera degli aspetti della differenza femminile cercando di superare la sussidiarietà della detenzione delle donne, presentandosi come un modello più comprensivo dei diversi soggetti e quindi capace di farsi portatore di diritti a prescindere dall'appartenenza di genere. Il tema della genitorialità in carcere è uno dei punti chiave per ridiscutere le percezioni condivise sulla differenza maschile/femminile. Tanto i dati esperienziali di chi frequenta il carcere per lavoro o volontariato, quanto le ricerche condotte nel contesto del penitenziario confermano la centralità del tema della genitorialità per le donne detenute, che nel successo o fallimento della propria capacità genitoriale riescono a trovare un punto di forza o un motivo di forte sofferenza. Ciò nonostante, si ritiene necessario garantire la continuità del rapporto tra genitori e figli per tutta la popolazione detenuta, non solo per le detenute donne.
L'essere e (soprattutto) raccontarsi madre diviene un'arma dalla lama affilata e doppia. Da una parte, è possibile intravederne il ruolo sociale narrato come necessario, come elemento di trattamento; dimostrare di essere una buona madre ne è parte costitutiva. I figli e le figlie sono un'àncora necessaria per riuscire a reggere durante la carcerazione, ma allo stesso tempo diventano motivo di profonda sofferenza aggiuntiva a causa del ruolo mancato e della lontananza affettiva. Altro tema estremamente significativo è la presenza di relazioni omosessuali, letti spesso in un'ottica patologizzante da parte dell'Amministrazione penitenziaria, quasi a decretare il carcere responsabile di disturbi del comportamento sessuale.
Tuttavia, l'omosessualità femminile è maggiormente accettata rispetto a quella maschile. Viene infatti considerata meno problematica perché le donne sembrano farla ricadere all'interno delle relazioni affettive, con un preciso richiamo a un ambiente di tipo familiare. Ancora una volta, viene censurato il corpo sessuato e si focalizza l'attenzione sulla relazione: le donne, si dice, si vogliono bene in modo gentile e non creano problemi.
Il problema della sessualità in carcere viene raccontato come un problema di sicurezza: gli uomini vengono percepiti vivere la sessualità in maniera violenta e aggressiva, mentre le donne sembrano esprimersi senza traumi e problemi. Tuttavia, se l'Amministrazione penitenziaria italiana pare assumere un approccio naturalistico nell'analisi dell'omosessualità femminile in carcere già agli inizi degli anni Novanta si è cercato di confutare tale posizionamento introducendo il concetto di gender fluidity, negando l'esistenza di ruoli prestabiliti.
di Sandra Figliuolo
palermotoday.it, 24 novembre 2021
Il Gup ha scagionato Carmelo Geraci e Bernardo Mazzerbo che erano accusati dell'omicidio colposo di Samuele Bua, 29 anni, che si suicidò a novembre del 2018. Secondo l'accusa, il detenuto non sarebbe stato accuratamente controllato. Gli imputati però lo visitarono oltre un mese prima del decesso.
"Il fatto non sussiste". È con questa formula che il Gup Stefania Brambille, al termine del processo che si è svolto con il rito abbreviato, ha deciso di assolvere i medici Carmelo Geraci e Bernardo Mazzerbo, entrambi in servizio nel carcere di Pagliarelli. Gli imputati erano accusati dell'omicidio colposo di un detenuto, Samuele Bua, che a novembre del 2018 si suicidò all'interno del penitenziario.
Il giudice ha accolto le tesi degli avvocati Claudio Gallina Montana, Valeria Minà e Gianluca Corsino, che difendono i medici, stabilendo che non avrebbero avuto alcuna responsabilità per il gesto estremo (e non prevedibile) di Bua. La stessa Procura, rappresentata dall'aggiunto Ennio Petrigni e dai sostituti Renza Cescon e Salvatore Leopardi aveva chiesto l'assoluzione. La famiglia della vittima si è costituita parte civile con l'assistenza dell'avvocato Giorgio Bisagna.
Bua aveva 29 anni ed era affetto da una grave forma di schizofrenia quando si tolse la vita, impiccandosi con i lacci delle scarpe. Il detenuto, poco più di un mese prima del suicidio, era stato posto in vita comune, ma sarebbe subito stato male, sostenendo che se non fosse stato lasciato da solo avrebbe "spaccato tutto".
Gli imputati, su disposizione della direttrice del carcere, visitarono quindi Bua, per il quale alla fine si decise la detenzione in una cella singola. Dove sarebbe rimasto per 34 giorni, visitato ogni giorno da altri medici (precisamente degli psichiatri), senza che vi fossero segnali di un possibile gesto estremo. Un isolamento comunque legato ad un preciso nulla osta, che in quel periodo era stato pure rinnovato. Alla fine, però, Bua venne trovato impiccato.
Per l'accusa, gli imputati non avrebbero tenuto conto della certificazione di un altro medico che avrebbe disposto la detenzione di Bua nel reparto "grande sorveglianza", con un compagno che potesse controllarlo. La parte civile ha poi sostenuto che nel sangue della vittima erano state trovate tracce di alcol. Geraci e Mazzerbo hanno sempre professato la loro innocenza, spiegando di aver sempre operato correttamente e seguendo le linee guida. Cosa che oggi è stata riconosciuta anche dal giudice che li ha scagionati.
di Marco Preve
La Repubblica, 24 novembre 2021
"Lesivi per il prestigio della divisa". La sentenza del Tar per i fatti avvenuti nella struttura di San Gimignano. Erano stati condannati per un brutale pestaggio. Per Salvini fecero il loro dovere. I dieci poliziotti penitenziari condannati per tortura non possono rientrare in servizio anche la condanna non è definitiva. Lo ha deciso il Tribunale amministrativo regionale della Toscana respingendo i ricorsi di dieci agenti del carcere di San Gimignano condannati con rito abbreviato a febbraio per tortura e lesioni aggravate. Altri cinque hanno scelto il processo con rito ordinario. Per i dieci condannati erano scattate le sospensioni dal servizio.
Gli interessati hanno presentato ricorso al Tar. Secondo i giudici però il ministero si è mosso correttamente facendo scattare la sospensione solo dopo la sentenza di condanna. Il Tar ha poi ricordato che il provvedimento di sospensione facoltativa è motivato dai fatti contestati agli agenti "ritenuti lesivi del prestigio del corpo e di grave pregiudizio nell'assolvimento dei compiti istituzionali".
Il caso riguardava un detenuto tunisino. Erano andati a prenderlo in quindici per trasferirlo da una cella all'altra del carcere di San Gimignano: agenti e ispettori di polizia penitenziaria. Indossavano tutti i guanti. Era il pomeriggio dell'11 ottobre 2018. Lui, un cittadino tunisino di 31 anni, pensava di andare a fare la doccia, aveva le ciabatte ai piedi e un asciugamano al braccio. Invece è stato trascinato per il corridoio del reparto isolamento, picchiato con pugni e calci. "Gli hanno abbassato i pantaloni", lui "è caduto" e hanno continuato a picchiarlo. "Sentivo le urla" racconta un detenuto, "poi lo hanno lasciato svenuto" in un'altra cella. Nell'ordinanza si parla di "trattamento inumano e degradante", di "violenza" e "crudeltà".
A febbraio l'associazione Antigone aveva ricordato come nei giorni dell'inchiesta l'allora ministro degli Interni del primo governo Conte, Matteo Salvini andò in visita al carcere di San Gimignano per portare la propria solidarietà ai poliziotti indagati: "Chiediamo oggi, alla luce di queste condanne, che Salvini chieda scusa alle vittime e alla giustizia italiana" aveva dichiarato Patrizio Gonnella, presidente dell'associazione Antigone, che sottolineava come "è la seconda volta in poche settimane (il primo caso riguardava un agente in servizio nel carcere di Ferrara) che i giudici applicano la legge per la quale Antigone ha combattuto vent'anni e che, dal 2017, punisce questo crimine contro l'umanità".
La sospensione dopo una condanna definitiva è uno dei provvedimenti reso più efficace dalla nuova legge sulla tortura che il nostro parlamento ha approvato nel 2017 dopo un difficile iter e dopo che l'Europa lo chiedeva da anni al nostro paese. In realtà, in ottemperanza alle prescrizioni internazionali e alle sentenze della Corte europea dei diritti dell'uomo già prima sarebbe stato possibile per le amministrazioni intervenire con sospensioni e radiazioni addirittura in fase di indagini preliminari di fronte ad alcuni reati commessi da rappresentanti delle forze dell'ordine. Ma il nostro Stato è sempre stato piuttosto cauto nell'attuare simili provvedimenti e lo dimostrano le mancate sospensioni per i condannati per le violenze e le false accuse del G8 di Genova.
lavocedeltrentino.it, 24 novembre 2021
La questione delle molte, troppe persone detenute nella Casa circondariale di Spini di Gardolo affette da disagio psichico anche grave, che né il personale sanitario né gli agenti di polizia penitenziaria sono in grado di gestire e contenere adeguatamente per carenza di organici, è emersa con evidenza dalle consultazioni volute ieri dalla Quarta Commissione presieduta da Claudio Cia (FdI).
Le audizioni - dedicate alle condizioni di vita dei detenuti e del personale della Casa circondariale, nonché alle possibili misure migliorative da adottare - chieste per primo da Paolo Zanella (Futura), hanno permesso di acquisire informazioni dai più importanti interlocutori coinvolti: la Garante dei diritti dei detenuti Antonia Menghini; la sostituta comandante del reparto dirigente di polizia penitenziaria della Casa circondariale Ilaria Lomartire (intervenuta al posto della direttrice Annarita Nuzzaci); Simona Sforzin dell'Azienda provinciale servizi sanitari; e Andrea Mazzarese, segretario del Sindacato nazionale autonomo di polizia penitenziaria (Sinappe).
La Garante dei diritti dei detenuti Antonia Menghini si è soffermata sull'incidenza della pandemia nella vita all'interno della Casa circondariale, con alcune problematiche generate dal Covid 19 e altre acuite dalla crisi sanitaria. Ha parlato di situazione interna particolarmente difficile per colpa della pandemia che ha visto sospese le visite dei parenti, le restrizioni dei movimenti e la lontananza dal mondo esterno.
La pandemia ha inciso anche sui numeri delle persone detenute, che in Italia sono calate di 7.000 unità. Poi si è registrato un leggero e progressivo aumento. Da questo punto di vista la Garante ha ricordato l'importantissimo lavoro svolto dalla magistratura di sorveglianza, che per limitare il pericolo di diffusione del contagio e considerando alcune situazioni particolarmente a rischio, ha permesso di riconoscere per qualche tempo misure alternative alla detenzione per l'esecuzione della pena all'esterno della struttura.
Molto critica - ha sottolineato la Garante - anche la ricaduta della pandemia sui trasferimenti, perché le richieste presentate sono state sospese tranne che per gravissimi motivi di salute e di sicurezza. Questo si è riflesso sul diritto il diritto del detenuto di esecuzione della pena nell'istituto più prossimo al luogo di dimora della famiglia. Anche la polizia penitenziaria è stata colpita dal contagio durante la pandemia e si è resa quindi necessaria una riorganizzazione del personale. Lo stesso è accaduto per il comparto sanitario.
Menghini ha segnalato che - il dato è di ieri - nella struttura di Spini vi sono 305 persone detenute che lavorano, ma molto spesso questo risulta solo sulla carta, perché nel 93% dei casi si tratta di attività che durano al massimo sei mesi all'anno e neppure full time, limitate a un solo turno lavorativo.
Investire sul lavoro è rimane comunque assolutamente centrale - ha sottolineato la Garante - e per questo servirebbero convenzioni con cooperative o imprese interessate ad affidare alle persone detenute a Spini alcune attività. Due "luci" importanti - ha ricordato - si sono però accese in questo periodo nero che la vita detentiva sta attraversando: dall'inizio dell'estate 2021 è iniziato il progetto "seminare oggi per raccogliere domani", anche con un finanziamento della Provincia, che coinvolgerà 43 persone, 17 delle quali in esecuzione penale esterna.
Quest'anno hanno iniziato a lavorare per questo progetto 7 donne il cui impegno è stato particolarmente apprezzato. Si tratta di un progetto costoso ma del quale le persone detenute hanno estremo bisogno, perché non si tratta di occupare il loro tempo ma di fornire una formazione professionalizzante che un domani sia spendibile all'esterno nel mercato del lavoro.
Opportunità di cui questo progetto è uno splendido esempio. Altro progetto: un corso per le detenute con quattro macchine da cucire donate all'istituto di pena per una formazione nel settore della modellistica sartoriale. Esperienza, questa, che ha dato a queste persone la soddisfazione di sentirsi produttive e creative.
di Sarah Martinenghi
La Repubblica, 24 novembre 2021
Blitz in carcere della polizia giudiziaria. Nel reparto "Sestante" reclusi al buio, ambienti luridi, umiliazioni: un incubo denunciato dall'associazione Antigone. Ora anche la procura di Torino accende un faro sul Sestante, il reparto del carcere di Torino con celle buie, piccole e sporche in cui, secondo la denuncia sporta dall'associazione Antigone, i detenuti sono reclusi in condizioni disumane. Un fascicolo, al momento contro ignoti, è stato aperto dai pm Gianfranco Colace e Chiara Canepa: si ipotizza il reato di maltrattamenti. Proprio questa mattina gli inquirenti hanno mandato gli ispettori di polizia giudiziaria per verificare la situazione e prelevare la prima documentazione. La stessa pm Canepa ha partecipato all'ispezione per rendersi conto di persona dei luoghi che saranno oggetto di indagine.
La sezione dove sono detenuti persone private della libertà che presentano problemi psichiatrici è da anni oggetto di segnalazioni per situazioni invivibili e degradanti. Ma è stata una relazione di Susanna Marietti, presidente dell'associazione Antigone, a sollevare con più forza l'attenzione sul padiglione A: "un luogo vergognoso dove si rinuncia a vite umane come se valessero niente". Il resoconto della sua ultima visita è un elenco di situazioni in cui i detenuti appaiono come tristi fantasmi privati di dignità.
"Al Sestante - ha infatti spiegato la coordinatrice - si trovano circa venti celle, dieci su ogni lato del corridoio. In ciascuna è reclusa una singola persona detenuta. La cella è piccola, sporca, quasi completamente vuota. Al centro vi è un letto in metallo scrostato e attaccato al pavimento con i chiodi. Sopra è buttato un materasso fetido, a volte con qualche coperta e a volte no. Qualcuno, ma non tutti, ha un piccolo cuscino di gommapiuma".
"Non vi è una sedia né un tavolino - continua la denuncia - Solo un piccolo cilindro che sembra di pietra dove ci si può sedere in posizione scomodissima. L'intera giornata viene trascorsa chiusi là dentro, senza nulla da fare e nessuno con cui parlare. Unico altro arredo, un orrendo bagno alla turca posizionato vicino alle sbarre, di fronte agli occhi di chiunque passi per il corridoio". Adesso sarà la magistratura ad accertare se dietro a queste condizioni sia stato commesso anche il reato di maltrattamenti nei confronti dei detenuti. Perché tenere le persone che avrebbero bisogno di cure in cella, (alcune di loro sono in attesa che si liberino i posti nelle Rems), è già qualcosa di non previsto dal codice. Tenerle in condizioni degradanti è una violenza.
ansa.it, 24 novembre 2021
Un adattamento dell'Ulisse all'interno di "Destini incrociati". Sono partiti dalla Casa di Reclusione dell'isola di Gorgona e dismessi i panni da carcerati hanno vestito quelli di attori teatrali. Cinque detenuti hanno affrontato il viaggio che li ha portati dall'isola dell'arcipelago toscano a Roma, al teatro Palladium, dove sono andati in scena con un adattamento dell'Ulisse di Omero all'interno di "Destini incrociati", ottava edizione della Rassegna Nazionale di Teatro in Carcere che si è conclusa la settimana scorsa.
"Ulisse o i colori dell'anima", questo il titolo dello spettacolo, è il risultato di un progetto nato due anni fa nel carcere di Gorgona grazie anche alla disponibilità del direttore Carlo Mazzerbo, racconta il regista Gianfranco Pedullà. Sono una trentina i detenuti coinvolti anche se il permesso per raggiungere la Capitale lo hanno ottenuto solo in cinque.
Insieme a loro, sul palco, anche attori professionisti. Il lavoro si è aggiudicato il Premio ANCT 2020, Catarsi Teatri della Diversità come miglior spettacolo di teatro sociale in Italia nel 2020 ed è il primo episodio della trilogia "Il teatro del mare", il secondo affronterà le Metamorfosi di Ovidio, anticipa il regista, il terzo è ancora da decidere. La tappa romana non è la prima uscita pubblica, a settembre c'è stata la prima proprio sull'isola, poi ad ottobre è andato i scena al Teatro delle Arti di Lastra a Signa (FI), dove Pedullà dirige la compagnia stabile del Teatro Popolare d'Arte.
"Gorgona è un luogo speciale - racconta - la prima volta che sono andato sono rimasto impressionato dal contesto naturalistico, dal mare e ho subito pensato ad Ulisse. E' nato poi il laboratorio con i detenuti, abbiamo preparato il testo e insieme al musicista Francesco Giorgi e Chiara Migliorini, formatrice teatrale e attrice, abbiamo fatto una sintesi, ma il contenuto è dedicato a loro, ai reclusi, sono le loro biografie.
La prima volta che lo abbiamo messo in scena lo abbiamo fatto all'aperto davanti al mare, con una barca che si muoveva sull'acqua". Poi lo spettacolo è stato adattato anche per un teatro al chiuso con la fantasiosa quanto essenziale scenografia di Claudio Pini.
"'Ulisse o i colori dell'anima' è un working in progress - avverte il regista che da 25 anni lavora con il teatro nelle carceri - abbiamo già fatto dieci repliche e non ho avuto mai gli stessi attori, nel teatro normale sarebbe una tragedia, qui diventa una ricchezza.
È un po' come nella commedia dell'arte e questo mi piace molto". La pieces teatrale, aggiunge Pedullà, "parla del rapporto fra gli animali e gli uomini, tra l'istinto e la ragione, tra la libertà e la schiavitù, fra la vita, la sua bellezza e le sue mostruosità". Mentre il tema del mare ricorre incessante, come colore, come luogo da attraversare, come elemento che separa, come entità da dominare, come suono. La messa in scena gioca con disinvoltura tra la commedia dell'arte e il teatro classico. Mischia il testo originale, quello nuovo, le musiche popolari, le danze sfrenate e riattualizza la figura di Ulisse, sempre navigante in viaggio verso casa, ma anche un uomo dei giorni nostri. Il protagonista ci ricorda che ognuno di noi è un po' naufrago di qualche tempesta, ognuno è straniero in qualche luogo ed è spesso anche straniero a se stesso.
È un Ulisse dalle molte anime, è al contempo un migrante, un marinaio, un soldato, un assassino, un uomo solo in cerca della sua patria ovunque sia, è un clandestino perché viaggia di nascosto di terra in terra, di popolo in popolo, ma tutti i popoli, recita il testo, "sono ostili ai clandestini del destino". Sul palco ripercorriamo le avventure di Polifemo, di Circe, delle sirene. "Sono sirene - tiene a precisare Pedullà - che rispettano l'impianto classico: mostruose donne uccello con una voce suadente, esseri minacciosi che mangiano la vita".
Le avventure di Ulisse approdano in una sorta di circo Barnum, con fenomeni da baraccone, con gli ultimi della società, impegnati in una danza concitata, che finisce davanti al mare, luogo di approdo e di ripartenza, mentre un coro di voci dagli accenti più disparati fa da sottofondo sonoro, dando voce a tanti naufraghi: "Siamo partiti dalle nostre città distrutte alla ricerca di un nuovo mondo. Siamo foresti, giunti qui spinti da un destino impensabile" e avverte: "La vita è un lungo ritorno".
Cala il sipario. Tanti applausi emozionati l'altra sera al Teatro Palladium e mentre gli attori sorridono a testa alta i detenuti-attori si fanno seri, qualcuno abbassa la testa per nascondere l'emozione troppo forte. Tra i cinque che arrivano dal carcere di Gorgona c'è chi sta vivendo la prima uscita dopo anni di detenzione, chi invece ha scontato la sua pena e da qualche giorno è libero, chi ha una prospettiva a breve di tornare un uomo libero, grazie anche al riconoscimento del lavoro svolto con il laboratorio teatrale.
cosenzachannel.it, 24 novembre 2021
Lo comunicano in una nota il dirigente penitenziario Giuseppe Carrà e la preside dell'istituto Ipseoa della città del Pollino. Il direttore della Casa circondariale di Castrovillari, Giuseppe Carrà, congiuntamente con la dirigente dell'istituto alberghiero Ipseoa di Castrovillari. Immacolata Cosentino, rendono noto che un gruppo di detenute dell'istituto penitenziario - alunne Ipseoa - ed un gruppo di giovani studentesse dell'istituto, metteranno in scena il flashmob "wow! World of women" nella giornata del 25 novembre 2021 - giornata mondiale contro la violenza sulle donne. Accolta la proposta progettuale nata dalla prof.ssa Annamaria Rubino, che ha inteso coinvolgere nella realizzazione le alunne degli istituti.
Il flashmob si terrà all'interno dell'istituto penitenziario nella sala cinema alle ore 9.00 alla presenza delle autorità comunali e dei presidenti delle associazioni di volontariato che collaborano con l'istituzione penitenziaria e vedrà mettere in scena - nei pochi minuti della manifestazione - una poesia nata dall'attività laboratoriale intramuraria ed una coreografia musicale interpretata dalle studentesse.
"Il flashmob - dichiara il dirigente Carrà - è un messaggio forte per dire stop alla violenza sulle donne ed assume una ancor maggiore valenza provenendo da questo istituto che custodisce anche i ristretti per reati di violenza contro le donne. L'idea - con la dirigente cosentino - è stata quindi quella di lanciare un messaggio alla società civile di sensibilizzazione contro qualsiasi atto di violenza di genere, atto che sia di natura fisica, sessuale o psicologica. Tutto ciò insomma che leda la dignità della donna nel riconoscimento di un ruolo imprescindibile nell'ambito della società, del lavoro e della famiglia".
Per il dirigente Carrà si tratta di una iniziativa "assolutamente innovativa in ambito carcerario" che vede "la piena sinergia tra le istituzioni e non solo: i "vasi comunicanti" della trasmissione delle esperienze tra la vita libera, declinata al femminile, e la vita detentiva, parimenti declinata, impone la proiezione nella vita dell'altro/a, il "mettersi in gioco" per uscire da se stessi, per affermare l'appartenenza di genere, ovvero essere donne, libere, capaci di autodeterminarsi nel rispetto della propria dignità".
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