di Stella Cervasio
La Repubblica, 29 giugno 2021
Botte anche a un detenuto in sedia a rotelle. Il dialogo intercettato tra due indagati: "Sono state 4 ore di inferno per loro". "Questo è Santa Maria, il capolinea. Qui ti uccidiamo". I più aggressivi tra gli agenti penitenziari raggiunti ieri dalla misura cautelare della Procura di Santa Maria Capua Vetere, secondo il Gip che ha firmato l'ordinanza, facevano parte di quella che tutti chiamavano la "squadretta". Immortalati nei video delle telecamere interne, il 6 aprile 2020 gli agenti misero in atto quella che venne definita una "mattanza", con trasferimenti effettuati attraversando un corridoio sotto gragnuole di colpi, come in una tonnara.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 29 giugno 2021
Sono 52 le misure cautelari, emesse dal Gip su richiesta della Procura di Santa Maria Capua Vetere. Interdetto il provveditore regionale. Non solo i video, ma anche le chat proverebbero il pestaggio del 6 aprile del 2020. Al carcere di Santa Maria Capua Vetere gli agenti penitenziari avevano formato "un corridoio umano" al cui interno erano costretti a transitare i detenuti, ai quali venivano inflitti un numero impressionante di calci, pugni, schiaffi alla nuca e violenti colpi di manganello.
di Attilio Nettuno
casertanews.it, 29 giugno 2021
Il 28enne algerino non è stato curato ma per il Gip è morto per suicidio. Si chiamava Lamine Hakimi ed è morto il 4 maggio 2020 all'interno del carcere di Santa Maria Capua Vetere. Hakimi, affetto da schizofrenia, era tra i 15 detenuti posti in isolamento, dopo i pestaggi del 6 aprile, in quanto ritenuti i promotori della protesta al reparto Nilo di qualche giorno prima per la distribuzione di mascherine dopo il primo caso di Covid nell'istituto penitenziario.
di Nello Trocchia
Il Domani, 29 giugno 2021
Domani aveva rivelato l'esistenza dei video e raccontato nei dettagli gli abusi. Era settembre scorso. Ora l'operazione dei carabinieri di Caserta. Il giudice per le indagini preliminari del tribunale di Santa Maria Capua Vetere, su richiesta della locale procura, ha disposto 52 misure cautelari nei confronti di appartenenti al corpo della penitenziaria. Per il gip si è trattato di violenze premeditate.
di Gennaro Migliore*
Il Riformista, 29 giugno 2021
Passato più di un anno, che senso ha mettere in cella degli agenti per evitare il pericolo di fuga o di inquinamento delle prove, proprio mentre le carceri scoppiano? Inutile spettacolarizzazione. "Nessuno tocchi Caino" non è una formula biblica ma è il fondamento costituzionale del nostro ordinamento penale.
Chi è sottoposto alla privazione della libertà, a seguito di una condanna, è nelle mani dello Stato, che deve esercitare il suo potere secondo l'articolo 27 della Costituzione, che impedisce trattamenti inumani e degradanti. A seguito di una rivolta nel carcere di Santa Maria Capua Vetere nel mese di aprile del 2020, il successivo intervento della Polizia penitenziaria era stato oggetto di una denuncia per fatti gravissimi, dalle lesioni fino alla tortura, reato che fu introdotto nel 2017 e che io seguii come sottosegretario alla Giustizia.
Proprio per questo, non intendo parlare delle contestazioni e del futuro processo cui saranno sottoposti 52 agenti della Polizia Penitenziaria per i presunti reati ascritti, poiché per quelli ci dovrà essere una verità giudiziaria da accertare in sede giurisdizionale. Qui vorrei sottolineare, invece, l'assoluta anomalia delle misure cautelari che hanno colpito gli indagati: si va dagli otto arresti in carcere fino a una ventina di detenzioni domiciliari, passando per obbligo di dimora nel comune di residenza e interdittiva dai pubblici uffici.
Ma la Magistratura di Santa Maria Capua Vetere ha riscontrato, dopo quattordici mesi (!), un pericolo di fuga o un possibile inquinamento delle prove? O forse si è temuto che vi fosse il pericolo di reiterazione del reato? Stiamo parlando di quattordici mesi passati senza che vi fosse nessuna di queste circostanze, o mi sbaglio? Per non dire della misura interdittiva che ha colpito il Provveditore regionale Antonio Fullone che, al netto dell'accertamento di eventuali responsabilità, è conosciuto, fin dai tempi in cui dirigeva il carcere di Poggioreale, per il suo equilibrio e per la sua capacità di gestire le situazioni più complesse con misura e senso delle istituzioni.
Ma allora perché ancora misure cautelari e non, invece, accelerare l'iter giudiziario? Del resto la stessa Procura aveva spettacolarizzato anche la consegna delle notifiche dei rinvii a giudizio facendolo fare all'esterno dell'Istituto, davanti ai colleghi e ai parenti dei detenuti. Un tratto dimostrativo/ disciplinare che mal si addice all'equilibrio che dovrebbe caratterizzare l'azione giudiziaria. Intanto le carceri scoppiano di nuovo e questa vicenda non farà altro che gettare benzina sul fuoco.
Dalla parte dei detenuti poiché, mentre aumentano i casi di autolesionismo e di condizioni insostenibili, mancano i provvedimenti per diminuire le presenze in carcere: dall'eseguire in maniera alternativa le pene residue sotto un anno o addirittura sei mesi, depenalizzare i reati bagatellari sanzionati con il carcere, rivedere l'eccesso di custodia cautelare preventiva e i detenuti in attesa di condanne definitive, che portano a migliaia i processi per ingiusta detenzione.
Dalla parte della Polizia Penitenziaria, al cui corpo giustamente la ministra Cartabia ha rinnovato la fiducia, che lamenta carenza d'organico, mancanza di una riforma strutturale che adegui le strutture penitenziarie alle previsioni di legge e che, soprattutto, è vittima di numerosi casi di violenza da parte dei detenuti, soprattutto psichiatrici, che dovrebbero stare altrove e sottoposti a cure che gli istituti penitenziari non possono garantire. Insomma, il carcere di nuovo al centro dell'attenzione per un fatto grave ma non ancora centrale nelle politiche quotidiane. Eppure bisogna far presto, anzi prestissimo.
*Parlamentare di Italia Viva
di Fabio Anselmo e Ilaria Cucchi
Il Domani, 29 giugno 2021
Ricordate Rachid Assarag? Il detenuto che per anni ha registrato i suoi aguzzini, rivelando le violenze in alcune delle nostre carceri italiane. Violenze, torture (non c'era ancora la legge che la puniva), connivenze e depistaggi. Aveva fatto così tanto scalpore che venne disposta un'inchiesta ministeriale sulla quale il sottosegretario alla Giustizia, Cosimo Ferri, venne chiamato a riferire in parlamento. Nulla di fatto, ovviamente. Brillante fu l'idea di chiedere relazioni al personale interessato di tutti gli istituti di pena coinvolti.
Ma qui vogliamo parlare del Garante regionale della Campania, dei magistrati in forza alla procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere e dei carabinieri al loro servizio. Sono loro che, oggi, ci fanno avere ancora fiducia nelle istituzioni.
I fatti - Siamo in piena emergenza pandemica, il 5 aprile del 2020. Scoppia la protesta in numerose carceri italiane e così anche a Santa Maria Capua Vetere. Le condizioni di vita dei detenuti, già critiche, diventano drammatiche a causa della situazione sanitaria. Lo stato reagisce con la sola repressione violenta. Il 6 aprile l'istituto diventa teatro di pestaggi e torture. Ma lo stato ha anche i propri anticorpi. Il garante regionale dei detenuti, Samuele Ciambriello, sporge denuncia. La procura fa il suo dovere e apre un'inchiesta per far luce su quegli indegni episodi. Così dev'essere.
Vengono disposte perquisizioni a tappeto a carico degli agenti che si trovavano in servizio il giorno delle torture.
Il delicato e "ingrato" compito di eseguirle viene affidato all'arma dei carabinieri che non si sottrae. I militari operano anch'essi in modo corretto ed efficace. Onorano il giuramento di fedeltà fatto al popolo italiano e vanno a meta. Vengono acquisti filmati e documenti. Ma l'infezione reagisce con forza cercando di mettere in crisi gli anticorpi.
Lo stato non può ammettere di esser così cattivo da aver permesso le violenze denunciate. Non indugiamo qui sulla loro descrizione. Non serve. È più facile negare e mettere ancora una volta tutta l'immondizia sotto il tappeto. Ecco allora che gli agenti della penitenziaria salgono sui tetti dell'Istituto per mettere in scena una plateale protesta osannando il sempre presente Matteo Salvini che scalda loro i cuori con le consuete perle di ignorante (nel senso di disinformata) saggezza. I sindacati di polizia inveiscono contro magistrati e carabinieri lamentando la lesione inaccettabile del dovuto fair play tra i due corpi dello stato.
Il procuratore generale di Napoli interviene pubblicamente rendendo noto di aver chiesto, "anche nella sua qualità di capo della polizia giudiziaria del distretto, una dettagliata e sollecita relazione al procuratore di Santa Maria Capua Vetere e ai vertici regionali dell'arma dei carabinieri per accertare" la veridicità di quanto riportato dagli articoli di stampa e denunciato da alcuni esponenti della penitenziaria. Ne ha facoltà ma perché volerlo dire pubblicamente in un momento così delicato?
Ma c'è un video. La cronaca ora parla di 52 misure cautelari nei confronti di appartenenti al corpo della Polizia penitenziaria. Misura interdittiva inflitta persino al provveditore Antonio Fullone. 117 indagati. Il giudice parla di "orribile mattanza". Il procuratore aggiunto di violenza premeditata. Gli anticorpi paiono avere la meglio ma le insidie di quell'infezione culturale che spesso attacca gli uomini delle nostre istituzioni inducendoli a perseguire un del tutto malinteso senso di autotutela, sono ancora pericolose.
di Patrizio Gonnella*
Il Manifesto, 29 giugno 2021
L'inchiesta. Il provvedimento con cui la procura della Repubblica presso il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere ha eseguito ben 52 misure cautelari nei confronti di altrettanti appartenenti al corpo di Polizia penitenziaria e funzionari dell'amministrazione costituisce un manuale di etnografia carceraria.
Torture, lesioni, depistaggio, falso. Non è questo un sommario dei fatti accaduti a Genova nel 2001 ma è il cuore dell'inchiesta sulle violenze avvenute nel carcere di Santa Maria Capua Vetere il 6 aprile 2020 in pieno lockdown. Il provvedimento con cui la procura della Repubblica presso il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere ha eseguito ben 52 misure cautelari nei confronti di altrettanti appartenenti al corpo di Polizia penitenziaria e funzionari dell'amministrazione costituisce un manuale di etnografia carceraria.
Il primo elemento è la pianificazione della rappresaglia. Dalle conversazioni via whatsapp avvenute tra gli agenti, tratte dagli smartphone sequestrati all'indomani dei fatti, emerge chiara la voglia di vendicarsi per le proteste inscenate dai detenuti nei giorni precedenti. La vendetta si consuma sempre con un'azione spettacolare di forza e violenza. L'operazione a Santa Maria Capua Vetere, che viene giustificata con l'esigenza di fare una perquisizione straordinaria alla ricerca di armi improprie, è condotta da centinaia di agenti quando oramai in carcere non c'era più tensione.
Il secondo elemento è la certezza dell'impunità. Nonostante nell'ultimo anno ci siano state ben due condanne per tortura nelle prigioni di Ferrara e San Gimignano, nonostante le condanne europee per quanto accaduto a Genova nel 2001, nonostante la condanna nei confronti dei carabinieri che hanno ucciso Stefano Cucchi, si continuano a pianificare azioni di rappresaglia illegale senza temere le reazioni dei superiori gerarchici. È come se ci fosse una certezza di impunità. In qualche modo conta l'assenza di un messaggio universale e inequivocabile di inaccettabilità etica della tortura. D'altronde, a commento dell'inchiesta, esponenti di alcune forze politiche hanno affermato che andrebbe cancellata la legge che prevede il delitto di tortura. Dunque non andrebbe eliminata la tortura ma la legge che la proibisce. Negare la violenza significa fare il gioco dei violenti. Nessun paese è esente dal rischio di tortura. Lo abbiamo visto a Genova vent'anni fa. Lo stiamo vedendo a Santa Maria Capua Vetere oggi.
Il terzo elemento è lo spirito di corpo. Negli atti di indagine si intravede come, a vari livelli, si sia cercato di manipolare le prove, depistare le indagini fino a cercare di modificare i contenuti della video-sorveglianza. Una parte delle misure cautelari riguarda chi, nel nome dello spirito di corpo, ha provato a coprire le violenze e le torture, così come accadde nella famosa conferenza stampa post-Diaz o all'indomani della morte di Stefano Cucchi. Lo spirito di corpo è l'ostacolo maggiore per chi lotta - a livello giudiziario, sociale e culturale - contro la tortura. Contribuirebbe a sradicarlo la decisione del ministero della Giustizia di costituirsi parte civile nel processo che si andrà ad aprire nei prossimi mesi. Lo Stato è leso nella propria immagine da chi fa uso arbitrario di violenza.
Infine, il quarto elemento è il linguaggio. Il detenuto è considerato, finanche nelle parole, come un animale. Nelle conversazioni si parla di vitelli e bestiame. Nello slang carcerario resiste la parola "camosci" per chiamare i detenuti. D'altronde c'è chi a livello istituzionale ha usato l'espressione "marcire in galera" che poco si adatta a esseri umani. Ci vuole una rivoluzione di igiene nel linguaggio, affinché esso sia costituzionalmente orientato. Il linguaggio non è solo forma. Il linguaggio, in contesti chiusi come le galere, è performativo.
*Presidente di Antigone
di Luigi Manconi
La Stampa, 29 giugno 2021
Va da sé: per i 52 poliziotti penitenziari raggiunti da altrettante misure cautelari vale la presunzione di innocenza fino a condanna definitiva. Eppure, ribaditi anche in questa circostanza i principi del più rigoroso garantismo, è difficile ignorare quanto emerge dall'indagine della Procura di Santa Maria Capua Vetere.
di Dimitri Buffa
L'Opinione, 29 giugno 2021
Avrà il coraggio il capo dello Stato in carica di sfidare i forcaioli in servizio permanente effettivo dei giornali e dei talk-show filo-grillini e di concedere la grazia presidenziale entro il prossimo 9 settembre - in pieno semestre bianco - a un innocente come Ambrogio Crespi? Condannato però in via definitiva per il famigerato reato di concorso esterno in associazione mafiosa?
Tutti i bei discorsi sull'esemplare provvedimento del Tribunale di sorveglianza di Milano che alcuni giorni fa ha rimesso in libertà quasi a furor di popolo e con motivazioni esemplari una persona che - per chi lo ha conosciuto anche solo superficialmente - sta ad una condanna passata in giudicato per contiguità con la mafia come Enzo Tortora a suo tempo stava ad una accusa e a una condanna in primo grado per avere spacciato droga, si infrangono su una decisione che dovrà essere, per forza di cose, politica. Una vera assunzione di responsabilità di sfidare l'impopolarità presso i followers dei pm milanesi che a suo tempo a Crespi lo arrestarono senza prove. Senza badare, lui che per costituzione presiede il Csm, a quegli equilibri sempre interni alla magistratura milanese che per quieto vivere lo hanno condannato in via definitiva per chiudere una pratica scottante limitando i danni e senza sconfessare quei colleghi che purtroppo hanno tuttora carriere non separate con chi deve giudicare sulla base delle loro inchieste.
Sergio Mattarella finora non ha dimostrato di avere quella grinta che ebbe a suo tempo Francesco Cossiga, suo illustre predecessore, con la corporazione in toga. Ma a fine mandato magari potrebbe prendere il coraggio a due mani per dare un segnale a chi ancora crede nella giustizia - come lo stesso regista Ambrogio Crespi ha sempre dimostrato non retoricamente di credere - e per darne un altro a chi vorrebbe riformare questa maniera di amministrare la procedura penale. Magari giovandosi dei referendum dei Radicali e della Lega in materia.
Visto che il Parlamento è fermo al palo da sempre e che anche la bravissima ministra Marta Cartabia più di tanto sembra non poter fare. Come nel film più bello di Crespi, "Spes contra spem", il presidente della Repubblica potrebbe dare alla speranza un significato ontologico e contribuire a cambiare le cose. Verrebbe così ricordato nella storia patria non solo per essere stato un buon notaio ma anche un grande, immenso statista. Se ne freghi delle critiche dei giustizialisti a un tanto al chilo. Quelli saranno il sarcasmo e la nemesi della storia a seppellirli sotto un'ondata di ridicolo.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 29 giugno 2021
Il trasferimento di Cesare Battisti dal carcere di Rossano a quello di Ferrara scatena la polemica nel centrodestra. "Il pluriomicida rosso Cesare Battisti avrebbe chiesto e ottenuto il trasferimento - grazie all'appoggio della sinistra - anche perché i compagni di carcere islamici lo escluderebbero dalla vita sociale, facendolo annoiare. Come non comprenderlo?
Anni e anni di latitanza - alla faccia delle vittime, dei familiari e della giustizia - gli avranno fatto passare una vita sicuramente più movimentata. Per noi, questo terrorista dovrebbe scontare la sua pena senza la minima concessione", ha scritto su Facebook il presidente di Fratelli d'Italia, Giorgia Meloni. Sempre da Fdi l'onorevole Wanda Ferro annuncia un'interrogazione parlamentare per fare chiarezza sulla vicenda del trasferimento dell'ex terrorista dei Pac: "Si muove ancora il "Soccorso rosso" per il terrorista Cesare Battisti, annoiato dalla vita carceraria e disturbato dalla convivenza con detenuti stranieri.
Quasi fosse il viziato ospite di un resort di lusso e non un criminale condannato all'ergastolo per quattro omicidi. Vogliamo capire - aggiunge Ferro - se e quali sono stati gli interventi politici che hanno consentito a Battisti di lasciare il carcere di Rossano, mentre la stessa solerzia non ci sarebbe stata per altri detenuti con problemi psichiatrici che, secondo quanto riferisce il sindacato Sappe, dovrebbero essere trasferiti altrove. Così come nessuno si preoccupa degli agenti di polizia penitenziaria più volte aggrediti". Dello stesso tenore le parole dell'azzurro Maurizio Gasparri, che invece ha già presentato un'interrogazione: "Battisti è un criminale che deve rimanere in carcere, non un ospite del nostro Paese da assecondare nelle sue pretese".
In realtà quello di Cesare Battisti non è stato l'unico spostamento dal carcere di Rossano. Assieme a lui sono stati trasferiti dal penitenziario calabrese altri due detenuti. Inoltre nell'ultimo periodo si era creato nella sezione dell'Alta Sicurezza 2, dov'era detenuto Battisti a Rossano, un clima di possibile contrapposizione e tensione che, sfociato anche in alcuni episodi specifici, ha indotto a rivedere - anche in questo caso sulla base di pareri emessi dall'autorità giudiziaria - la sua collocazione altrove. Peraltro il trasferimento rientra pure in una più generale riorganizzazione del circuito alta sicurezza a livello nazionale, nei mesi scorsi ostacolata dal perversare della pandemia e dalle conseguenti limitazioni ai trasferimenti.
Dunque nessuno appoggio politico, nessun trattamento di favore, come ribadito anche dall'onorevole dem Enza Bruno Bossio che proprio venerdì, nell'ambito dell'attività ispettiva propria di un parlamentare all'interno degli istituti di pena, aveva visitato il carcere di Rossano, in provincia di Cosenza, dove aveva anche incontrato Battisti: "La scelta di trasferirlo non ha nulla a che fare con le bandiere politiche. Semplicemente lo Stato interpreta la funzione della pena in chiave costituzionale; o dovrebbe farlo con la cultura vendicativa della Meloni? Politicizzare il trasferimento di Battisti significa strumentalizzare la questione, quando invece bisognerebbe preoccuparsi che ad ogni detenuto sia garantita una esecuzione della pena dignitosa".
Per uno dei legali di Cesare Battisti, Gianfranco Sollai, "dobbiamo essere tutti soddisfatti per il suo trasferimento nel carcere di Ferrara, perché tutti dobbiamo essere contenti quando si applicano le norme previste dall'ordinamento, a tutela di tutti i cittadini. Rimane la questione dell'Alta Sorveglianza, cui Battisti sarà sottoposto anche a Ferrara; non si conoscono i motivi della decisione del settore, probabilmente sulla base del titolo del reato, ma tenuto conto del tempo decorso e che da due anni sconta la pena, riteniamo che una valutazione su Battisti doveva essere fatta. Si può declassificare la sua posizione, ci sono tutti gli estremi, non possiamo solo attenerci al titolo del reato per cui ha subito la condanna. Battisti - conclude il legale - non deve avere un trattamento diverso dagli altri, né vantaggi, ma chiediamo che anche a lui vengano applicate le norme e i principi fondamentali dello Stato italiano".
Intanto l'altro legale, Davide Steccanella, ha presentato un esposto presso la Procura di Bologna contro Giovanni Battista Durante, segretario generale aggiunto del Sappe che per primo aveva dato all'Ansa la notizia del trasferimento: "Ignoro con quali modalità il segretario Sappe abbia potuto apprendere prima della famiglia stessa dell'interessato, ed evidentemente direttamente dal carcere di Rossano, la notizia dell'avvenuto trasferimento di un detenuto in regime di alta sicurezza.
Sta di fatto che a causa dell'evidente gravità del contenuto del messaggio affidato alla più importante agenzia di stampa italiana, posto che si affermava che detto trasferimento sarebbe avvenuto "grazie al sostegno politico ricevuto", il ministero della Giustizia si trovava costretto a diffondere in risposta all'evidente quanto infamante accusa di abuso per sudditanza politica, un comunicato ove si affermava che le ragioni del trasferimento del detenuto erano dovute, da un lato a ragioni di tutela della di lui incolumità personale, e dall'altro a già previste rotazioni rallentate dall'emergenza Covid".
Pertanto, conclude Steccanella, "ritengo che quanto avvenuto il 27 giugno 2021 (e di cui non credo si ravvisino precedenti) meriti di essere compiutamente accertato da Codesta A. G sia per le modalità con cui è stata divulgata la notizia dall'interno del carcere sia per l'evidente abuso di funzione nel diffonderla in quei termini da parte del segretario Sappe, che non è un privato cittadino ma riveste una carica pubblica ben precisa"
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