di Attilio Bolzoni
Il Domani, 25 novembre 2021
C'è una mafia che non somiglia per niente alla mafia che abbiamo sempre conosciuto, rozza, ignorante, quella dei pizzini sgrammaticati e criptici di Bernardo Provenzano o quella greve di Totò Riina, uno che con compiacimento si presentava agli altri dicendo che era "un quinta elementare". Nei loro covi avevano sempre una Bibbia, in qualche cassetto i cacciatori di latitanti a volte trovavano anche una copia di Calvello il Bastardo o dei Beati Paoli di William Galt alias Luigi Natoli, per loro testi sacri, letteratura di mafia più che letteratura sulla mafia.
Di scritto, nient'altro. Ma i boss cresciuti all'ombra dei Corleonesi non hanno preso esempio dai Corleonesi stessi. Per colpa dei (brutti) tempi hanno trovato rifugio nella cultura, e rinchiusi da un quarto di secolo in celle che sono buchi si sono ritrovati soli in compagnia di Fëdor Dostoevskij e dei fratelli Karamazov, di Lev Tolstoj, Italo Svevo, Boris Pasternak, Luigi Pirandello, dei filosofi tedeschi, dei teologi protestanti, di Virgilio e Immanuel Kant.
Crediti universitari - È così, nei bracci speciali, è nata la generazione di mafia più colta di sempre. Avidi di sapere, i figli del 41 bis divorano tutto quello che c'è su carta, sono frequentatori assidui delle biblioteche dei penitenziari, pressano ogni giorno i loro avvocati per convincere pm e giudici di sorveglianza a concedere permessi premio e benefici allegando attestati e crediti universitari. L'ultimo a proporsi è stato il boss delle stragi Filippo Graviano, domandina presentata con incluso il diploma di laurea in economia e un certificato di frequentazione a un corso di finanza. Mentre fuori si legge sempre di meno, dentro si legge sempre di più. Gli uomini della vecchia Cupola studiano, si immergono nella storia e nei misteri della religione, una raffica di trenta e lode nelle discipline umanistiche.
La legge ha chiuso per sempre le porte delle celle ma ha spalancato quelle dell'istruzione. Molto significativa la vicenda di Giuseppe Grassonelli, raccolta dal collega Carmelo Sardo fra le pagine di Malerba, un bel libro sul boss agrigentino di Porto Empedocle. Trascinato per la prima volta sull'isola di Pianosa il 15 novembre del 1992, sotto il materasso della sua branda ha trovato una copia di Guerra e pace. Ha cominciato a leggerlo e non riusciva a capire le parole, è scoppiato a piangere per disperazione. Per salvarsi dall'inferno del fine pena mai ha iniziato a studiare. Dopo quindici anni di isolamento la tesi: i moti rivoluzionari napoletani del 1799 e le "insorgenze" nelle province del Regno. La prima laurea in lettere, fra poco Grassonelli avrà anche la seconda in filosofia. È la rivoluzione culturale della mafia siciliana.
Il pentito e la fisica quantistica - Un altro che quasi non sapeva mettere la sua firma è il famoso Gaspare Spatuzza, il mafioso palermitano che ha smascherato il falso pentito Vincenzo Scarantino e che con la sua confessione ha portato alla revisione del processo sulla strage di via D'Amelio. Oggi veste sempre di nero come i preti e nella sua libreria c'è Delitto e castigo, ci sono i volumi di filosofia di Giovanni Reale e Dario Antiseri, le dispense di Joe Dispensa sulla fisica quantistica. L'ultima volta che è stato avvistato fuori dal carcere era dalle parti di Misilmeri, un paese del palermitano dove insieme a un compare aveva fatto sparire un uomo nell'acido. Il suo complice raccontò ai magistrati ogni dettaglio dell'omicidio e di Spatuzza disse: "Subito dopo l'uccisione, Gaspare aveva fame e mi pregò di andare a comprare qualcosa, poi addentò un panino, con una mano mangiava e con l'altra arriminava", con una mano teneva stretto il suo sandwich e con l'altra mano rigirava un mestolo di legno nella vasca dove stava sciogliendo il cadavere. Un passato macabro.
A detta di tutti coloro i quali che conoscono i tormenti della sua prima vita, Gaspare è un'altra persona. Si è iscritto a lettere uno dei fratelli di Giovanni Brusca, Calogero. Si è iscritto ad agraria Antonio Tusa, che è il nipote del boss di Caltanissetta Piddu Madonia, si sono iscritti a medicina il mafioso di Niscemi Giancarlo Giugno e a giurisprudenza Carlo Marchese di Riesi. Nel carcere di Spoleto, dove stava scontando l'ergastolo per l'omicidio di un maresciallo, all'età di 72 anni si è laureato poco prima di morire anche Tommaso Spadaro, il "re della Kalsa" di Palermo. Era un ex contrabbandiere di sigarette, i boss lo avevano voluto nella famiglia di Porta Nuova per appropriarsi delle sue navi e dei suoi antichi contatti con la camorra.
Don Masino, ovvero Tommaso Buscetta, ha mancato la lode per un soffio: "solo" 110. La sua tesi: "La concezione dell'uomo nel pensiero di Gandhi". Ma cosa spinge i mafiosi, oltre alle restrizioni del 41 bis, a studiare forsennatamente? Gli esperti della materia ne sono convinti: ergastolo o non ergastolo, il popolo di Cosa Nostra è convinto che prima o poi tornerà libero. Qualche anno fa i giornali hanno dato con clamore la notizia di un trenta e lode conquistato dal corleonese Pietro Aglieri per il suo esame sulla storia del cristianesimo, a Rebibbia ha incassato anche i complimenti dei tre professori della commissione.
Niente di particolarmente impegnativo per il più filosofo dei mafiosi siciliani, stratega di quella dissociazione "dolce" (pentirsi senza accusare nessuno) promessa all'allora procuratore nazionale antimafia Pierluigi Vigna. In preda a una crisi mistica da quando era in piena attività, viveva in una tana dove aveva fatto costruire un altare e da ricercato riceveva le visite di un frate dell'ordine dei carmelitani scalzi. Aglieri aveva fatto sapere che, se un giorno si fosse mai costituito, non si sarebbe consegnato alla polizia ma all'arcivescovo di Palermo Salvatore De Giorgi. Un tipo così cosa avrebbe mai potuto leggere in latitanza se non tutte le opere di Edith Stein, la monaca filosofa tedesca che morì ad Auschwitz nel 1942?
Un intellettuale mafioso ante litteram. Come quell'altro - se è vero ciò che gli viene attribuito - il famigerato Matteo Messina Denaro, l'imprendibile, protagonista di uno strepitoso scambio epistolare con l'ex sindaco di Castelvetrano Antonino Vaccarino, il proprietario di un cinema arrestato per traffico di stupefacenti. Agganciato dai servizi segreti, Vaccarino sotto lo pseudonimo "Svetonio" scriveva lettere a un misterioso "Alessio" che altro non era che Matteo. Dialoghi sull'esistenza, sull'etica, sulla politica.
Con il boss trapanese che confessava all'interlocutore, immedesimandosi nel personaggio inventato dallo scrittore Daniel Pennac, "di essere diventato il Malaussène di tutti e di tutto". Citava l'Eneide, ragionava su Toni Negri, giudicava Bettino Craxi "il miglior politico che ha avuto l'Italia". E, dal suo punto di vista non a sproposito, ricordava in ogni lettera le parole di Jorge Amado: "Non c'è cosa più infima della giustizia quando va a braccetto con la politica". Una raffinatezza di pensiero che sbatte con la grossolanità di un Totò Riina, la primitività di un Leoluca Bagarella, il grottesco linguaggio di Provenzano nei suoi bigliettini agli amici: "Sendi, puoi dirci, ha tuo compare, che siamo entrati in primavera, e lui dovessi conoscere, la verdura nominata Cicoria, se potesse trovare, il punto dove la porta la terra questa cicoria, se potesse fare umpò di seme, quando è granata, e me la conserva?
Ti può dire che la vendono in bustine, non è questa allo stato naturale che conosciamo, io volessi questa natura, io volessi il Seme". Per questi messaggi ritrovati e la mania (o la necessità, per evitare pericolose intercettazioni telefoniche e ambientali) di imbrattare fogli, Provenzano si è persino attirato le malignità di Riina: "Il mio compaesano? Una brava persona, anche se è troppo scrittore". La cultura però non sempre cambia l'uomo.
Per esempio, Cesare Lupo, mafioso di Brancaccio e cognato dei boss Giuseppe e Filippo Graviano, mentre era rinchiuso a Catanzaro si è laureato all'università della Magna Grecia con una tesi su "Le estorsioni". Voleva festeggiare il titolo di studio con lo champagne, il direttore del carcere gli ha concesso una Coca Cola. Lupo era un profondo conoscitore delle estorsioni tant'è che, appena scarcerato, è stato riarrestato dai poliziotti della squadra mobile di Palermo per lo stesso reato.
Luciano Liggio e Socrate - Trent'anni dopo le stragi ce li ritroviamo tutti "dottori" i boss della Cosa Nostra. Chissà, forse avranno preso a modello il vecchio Luciano Liggio, il primo dei detenuti mafiosi ad avere in cella qualche libro. Ascoltato negli anni '70 dalla Commissione parlamentare antimafia, Liggio si vantò del suo sapere: "Ho letto di tutto, storia, filosofia, pedagogia. I classici. Ho letto Charles Dickens e Benedetto Croce". E poi, facendo intendere che non avrebbe mai firmato una confessione, sussurrò sibillino: "Quello che ammiro di più però è Socrate, uno che come me non ha mai scritto niente".
di Andrea Fabozzi
Il Manifesto, 25 novembre 2021
Giustizia. Il presidente malgrado lo scandalo Palamara e le dimissioni forzate di sei magistrati non ha sciolto il Consiglio superiore per aspettare le nuove regole. Ma il tempo passa, le elezioni per la prossima componente togata si avvicinano e la maggioranza ancora attende gli emendamenti annunciati dalla ministra Cartabia.
Sergio Mattarella dà voce alle preoccupazioni che circolano nel triangolo Csm-parlamento-ministero della giustizia. Per l'iter parlamentare della riforma del Consiglio superiore della magistratura si sta facendo seriamente tardi. Travolto dallo scandalo Palamara, ma ancora in piedi per precisa volontà del presidente della Repubblica nonostante sei magistrati costretti alle dimissioni, il Csm vedrà il rinnovamento della sua componente togata nel luglio 2022. Mattarella tempo fa ha spiegato sarebbe stato inutile sciogliere l'organo in carica in assenza di una riforma che ne cambiasse organizzazione e soprattutto sistema di selezione. E ieri, visitando la scuola superiore della magistratura di Scandicci, il presidente della Repubblica ha lanciato l'allerta: "È indispensabile che la riforma venga al più presto realizzata, tenendo conto dell'appuntamento ineludibile del prossimo rinnovo del Consiglio".
Allo stato degli atti, il richiamo andrebbe rivolto alla ministra della giustizia, che ieri era accanto al capo dello Stato alla cerimonia di Scandicci. Perché è da lei che i partiti della maggioranza stanno aspettando le proposte che, così com'è stato per la riforma del processo penale e del processo civile, avranno la forma degli emendamenti al vecchio disegno di legge Bonafede (governo Conte due). La ministra, dicono da via Arenula, potrà concentrarsi sul Csm ora che, proprio oggi, con il voto finale sul processo civile, si conclude l'iter parlamentare delle riforme (che però sono in gran parte leggi delega) che il governo si era impegnato nel Pnrr a far approvare entro l'anno.
In realtà Cartabia ci sta lavorando da tempo, addirittura dalla primavera quando ha insediato una commissione presieduta dal costituzionalista Luciani che ha presentato le sue proposte a giugno. Un mese fa, dopo alcune difficoltà, si è tenuto un primo vertice di maggioranza in via Arenula che non ha sbloccato la situazione. I nodi sono tutti nel Capo IV del vecchio testo Bonafede, dove ci sono le norme di immediata applicazione che riguardano il numero dei consiglieri del nuovo Csm (dovrebbero crescere a 30), la nuova organizzazione delle commissioni e del disciplinare, l'eventuale designazione dei componenti per sorteggio e soprattutto il nuovo sistema di voto per la componente togata. Tutte le soluzioni sono ancora in campo, salvo il sorteggio integrale che un tempo era un cavallo di battaglia dei 5 Stelle e adesso piace alla destra e a una piccola minoranza delle toghe. La proposta della commissione Luciani di un sistema proporzionale con tre macro collegi e il voto singolo trasferibile non piace alla corrente oggi più forte delle toghe (la destra di Mi) e ha pochi sostenitori tra i partiti, dove prevale la preferenza per un sistema maggioritario uninominale.
"Non si può accettare il rischio di doverne indire le elezioni con vecchie regole e con sistemi ritenuti da ogni parte come insostenibili", ha detto ieri Mattarella. Aggiungendo che la riforma deve "sradicare accordi e prassi elusive delle norme" ora che, dopo gli scandali, "occorre un ritrovato rigore" e "la magistratura è chiamata a rivitalizzare le proprie radici deontologiche, valorizzando l'imparzialità e l'irreprensibilità delle condotte individuali".
Ma il calendario avanza e, a questo punto, tra legge di bilancio ed elezione del presidente della Repubblica, la camera (dov'è incardinato il disegno di legge) non riuscirebbe comunque a dedicarsi agli emendamenti del governo (che questa volta non dovrebbero passare per il consiglio dei ministri) prima di febbraio-marzo. Dal Csm hanno spiegato che oltre maggio con l'approvazione non si può andare, perché alla riforma segue la necessità di cambiare i regolamenti del Consiglio. Ancora una volta l'unica possibilità per rispettare i tempi sarà quella di imbrigliare il parlamento: monocameralismo e tanti voti di fiducia.
di Adriana Pollice
Il Manifesto, 25 novembre 2021
Sabato corteo nazionale a Roma. Non una di meno: "Governo immobile rispetto alla popolazione femminile che più di tutti ha pagato la pandemia". Il 25 novembre è la Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne. La risoluzione 54/134 del 1999 dell'Onu recita: "Si intende per violenza contro le donne qualsiasi atto di violenza di genere che si traduca o possa provocare danni o sofferenze fisiche, sessuali o psicologiche, comprese le minacce, la coercizione o privazione arbitraria della libertà, sia che avvengano nella vita pubblica che in quella privata". La data è stata scelta per ricordare la storia delle tre sorelle Mirabal, attiviste che lottavano contro la dittatura del generale Trujillo. Il 25 novembre del 1960 nella Repubblica Dominicana furono bloccate dai militari: stuprate, torturate e strangolate, furono gettate in un precipizio per simulare un incidente.
Le manifestazioni in giro per l'Italia per mettere al centro del dibattito la violenza di genere proseguiranno fino a domenica. A Roma oggi un'iniziativa in Senato con le parlamentari di vari gruppi, la Women orchestra, l'attrice Claudia Gerini e la cantautrice Grazia Di Michele. Palazzo Montecitorio si illumina di arancione, il ministero dell'Istruzione di rosso. Manifestazione nazionale sabato nella Capitale (partenza da piazza della Repubblica alle 14) indetta da Non una di meno, che accusa il governo di immobilismo nei confronti delle donne, che più di tutti hanno subito la pandemia. Ancora a Roma, oggi, all'università La Sapienza alle 12 presentazione dei dati dell'Osservatorio nazionale su femminicidi e transcidi a cura di Non una di meno nazionale. Quindi "El violador eres tu!", flashmob a piazzale Aldo Moro e, a seguire, passeggiata rumorosa per l'università.
A Bologna oggi alle 9 un drappo rosso e un paio di scarpe rosse saranno posizionati nel cortile d'onore di Palazzo d'Accursio, in una delle sedute di pietra, alla presenza della vicesindaca. Quattro panchine rosse saranno inaugurate nel giardino Lorusso (via dello Scalo). Alle 17 presso la Sala Consiliare di Castenaso ci sarà la posa simbolica delle scarpe rosse; il comune inoltre inaugurerà una panchina rossa nell'area verde presso il nuovo comparto abitativo di via Bulgarelli. All'Università di Bologna dalle 8.30 alle 18.30 presso l'aula Giorgio Prodi il seminario "Donne in movimento e salute mentale": una maratona di testimonianze sulla resilienza delle donne.
A Reggio Emilia la Cgil ha indetto per domani un flash mob dedicato in particolare a Juana Cecilia Hazana, uccisa la scorsa settimana dall'ex compagno in un parco della città. Alle 17 piazza Martiri del 7 Luglio sarà riempita simbolicamente da uomini e donne vestiti di rosso e nero: verranno lette testimonianza di donne vittime di violenza. A Ravenna sabato prossimo flash mob al maschile e corteo dalla sede di CittAttiva a piazza del Popolo.
A Firenze il Museo Novecento oggi propone testimonianze in versi di Anna Achmatova, Sylvia Plath, Antonia Pozzi e Anne Sexton. Il reading teatrale "Ho letto che l'anima è immortale", a cura del gruppo INuovi, accompagnerà i visitatori negli spazi della mostra di Jenny Saville. Alla Biblioteca delle Oblate si inaugura l'esposizione "Com'eri vestita?" legata alla campagna di Amnesty international "IoLoChiedo: il sesso senza consenso è stupro". A Torino la facciata del Consiglio regionale è illuminata di rosso. L'Università statale di Milano oggi propone l'incontro "La violenza contro le donne. Spunti per un dibattito nazionale e sovranazionale" partecipano Eva Cantarella e Lorenza Violini. Sempre alla Statale dibattiti su "Discriminazioni di genere e lavoro: criticità, sviluppi e prospettive" e "La condizione della donna nel diritto privato tra Medioevo e prima età moderna".
A Napoli oggi un convegno per raccontare i dieci anni di attività della Casa di accoglienza per donne maltrattate Fiorinda. Le sedi campane della Cgil saranno illuminate di rosso per ricordare le 109 le donne uccise da un uomo dall'inizio dell'anno, 8 finora in regione. A Lamezia Terme oggi pomeriggio sit in di Non una di meno davanti l'edificio scolastico. A Palermo sabato mattina in viale regione Siciliana verrà inaugurata una panchina rossa in memoria di Lia Pipitone, uccisa nel 1983 dalla mafia con il benestare del padre per una presunta relazione extra coniugale. Domenica alle ore 18.30 ai Cantieri Culturali alla Zisa va in scena lo spettacolo "Dalla finestra..." da un'idea di Veronica Bonaceto, Angela Chiazza e Cristina Sbacchi. Oggi a Cagliari inaugurazione di una panchina rossa nel Parco di Monte Claro.
di Liana Milella
La Repubblica, 25 novembre 2021
"Stop alla sospensione dopo il primo grado per gli amministratori locali". Dopo la proposta di ridurre la portata dell'abuso d'ufficio nuovo passo del Pd per "proteggere" governatori, sindaci, assessori. Firmano big dei dem come Rossomando, Parrini, Mirabelli, Bazoli, Giorgis e Ceccanti. Il 18 novembre era stato condannato a 1 anno e 4 mesi e costretto a sospendersi il primo cittadino di Reggio Calabria Falcomatà.
Il Pd si schiera con gli amministratori locali. Un mese fa una proposta per eliminare quasi del tutto gli effetti dell'abuso d'ufficio. Adesso via anche gli articoli 8 e 11 del decreto legislativo Severino del 2012 che rendono obbligatoria la sospensione dalla carica per sindaci, governatori, assessori che abbiano subito una condanna in primo grado. A meno che non si tratti di reati gravi. A provocare l'ultima mossa sicuramente l'avvenuta sospensione del sindaco di Reggio Calabria Giuseppe Falcomatà, che nel settembre 2020 ha vinto le elezioni guidando una coalizione di centrosinistra, e che è stato appena condannato a 1 anno e 4 mesi proprio per abuso d'ufficio per l'affidamento di palazzo Miramare a un'associazione guidata da un imprenditore che gli avrebbe concesso i suoi locali per la campagna elettorale.
Con nomi di spicco del Pd - tra i senatori la responsabile Giustizia Anna Rossomando, Dario Parrini, che ha firmato anche la proposta sull'abuso d'ufficio, Franco Mirabelli, e i deputati Alfredo Bazoli e Stefano Ceccanti e l'ex sottosegretario alla Giustizia Andrea Giorgis, oggi coordinatore del comitato riforme istituzionali del partito - ecco sul tavolo una mini legge di un solo articolo che però va letta in chiave filo sindaci e amministratori locali. Perché per il Pd, dopo una condanna in primo grado, quindi non definitiva, non è giusto sospenderli dalla carica, ma devono restare al loro posto, in attesa che si arrivi, se ci si arriva, al terzo grado di giudizio e quindi alla condanna definitiva.
In mezza pagina il Pd taglia corto su una questione - quella della sospensione degli amministratori locali - che ormai da nove anni è un vero tormentone. Perché chi vuole abrogare la norma sostiene che vi è un contrasto rispetto alla stessa legge Severino che impone la decadenza per uomini di governo e parlamentari italiani ed europei che però siano stati condannati in via definitiva a più di due anni. Fino a oggi polemiche e rimostranze non avevano sortito effetti, né erano riuscite a raggiungere l'obiettivo di cambiare le regole della legge firmata dall'ex ministro della Giustizia Paola Severino e dall'ex ministro per la Funzione pubblica Filippo Patroni Griffi.
Il Pd adesso "ascolta" la voce dei sindaci. Scrive nella sua proposta che la legge Severino, "che intende far convergere anche il nostro Paese su rigorosi standard in materie comuni alle altre principali democrazie, appare ancora attuale". Proprio per questo i Dem sostengono che uno dei sei referendum radical-leghisti, per cui in Cassazione sono giunte solo le richieste dei Consigli regionali e non le firme raccolte dal partito di Salvini, che chiede l'abrogazione totale della legge Severino, "non appare convincente".
Ma secondo senatori e deputati Pd è "un dato obiettivo che le disposizioni contenute nel testo siano tra loro disomogenee". Proprio perché sono frutto di "una scelta ragionevole" quelle che riguardano la decadenza dei parlamentari italiani ed europei, mentre non lo sarebbero quelle sugli amministratori locali. "Sulla base della casistica degli ultimi anni - sostengono i Dem - è emerso un problema oggettivo di bilanciamento tra lotta all'illegalità da una parte e salvaguardia dell'efficienza e della stabilità delle amministrazioni dall'altra".
Sospesi dopo la condanna di primo grado, in alcuni casi gli amministratori locali hanno ottenuto un'assoluzione in Appello. Da qui la richiesta del Pd, che sicuramente farà discutere proprio in vista del referendum, di cercare "un opportuno e nuovo bilanciamento che rispetti parimenti le esigenze di legalità e il principio di garanzia costituzionale di cui all'articolo 27 della Costituzione". Quello che recita al secondo comma: "L'imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva". C'è da dire che la legge Severino, fino a oggi, è sempre uscita indenne dai pur numerosi ricorsi presentati davanti alla Corte costituzionale.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 25 novembre 2021
La notizia è che la ministra Marta Cartabia ha dato il via libera al decreto attuativo attraverso il quale si adottano i criteri e le modalità di erogazione dei rimborsi delle spese legali per gli assolti. Ora manca solo la firma del ministro dell'Economia Daniele Franco. A segnalare il ritardo del provvedimento attuativo, che sarebbe dovuto arrivare già a febbraio di quest'anno, era stato proprio su questo giornale, due giorni fa, il responsabile Giustizia di Azione Enrico Costa, autore dell'emendamento alla legge di bilancio 2020, approvato all'unanimità, che stanziava un fondo di 8 milioni annuali.
Costa, dalle nostre pagine, si era rivolto proprio alla guardasigilli: "Mi appello a Lei e ai suoi nobili principi affinché possa dare una accelerazione all'emanazione del decreto attuativo". Se non fosse arrivata la firma entro la fine dell'anno, i fondi per gli assolti sarebbero andati persi. "Ringrazio la ministra Cartabia - dice Costa - perché ha sbloccato una situazione che a livello di struttura non era risolvibile. Avendo avuto delle interlocuzioni con gli uffici ministeriali e avendo fatto atti di sindacato ispettivo, ero consapevole che senza il suo intervento si sarebbe protratta la fase di stallo: per questo mi sono rivolto direttamente a lei, quando mancava davvero poco alla scadenza massima dei termini. Ancora una volta - ci tiene a sottolineare il deputato - ho avuto la dimostrazione che sui principi e nel rapporto con il Parlamento possiamo contare sulla ministra. Non mi ero permesso prima di disturbarla per questa questione, perché credevo che si sarebbe risolta nella fisiologia dei lavori ministeriali".
Costa ci tiene a esprimere riconoscenza anche al nostro giornale: "Ringrazio anche il Dubbio che subito ha dato voce a questa mia urgenza, che poi non è solo la mia ma di tutte quelle migliaia di persone che ogni anno vengono trascinate in un calvario giudiziario e poi assolte. È stata una bella soddisfazione prendere atto che la ministra, nel giro di due giorni, si sia adoperata per una norma che apre uno spiraglio su un tema". Comunque Costa continua la propria battaglia ed è già pronto a rilanciare, perché conferma che presenterà degli emendamenti all'attuale legge di bilancio per implementare il fondo: "Certo, se i decreti fossero stati emanati entro febbraio di quest'anno, quando ancora c'era il ministro Alfonso Bonafede, adesso, in base alle domande che sarebbero pervenute dai cittadini assolti, avremmo avuto maggiore contezza per chiedere un aumento della somma da poter stanziare".
Ora naturalmente quello che interessa sapere agli interessati è a quali condizioni, come e quando si potrà chiedere il rimborso delle spese legali. Costa infatti ci ha raccontato come siano molte le persone che lo hanno contattato per sapere quando avrebbero potuto procedere. In linea generale la legge prevede che, all'imputato assolto, con sentenza divenuta irrevocabile, perché il fatto non sussiste, perché non ha commesso il fatto o perché il fatto non costituisce reato o non è previsto dalla legge come reato, è riconosciuto il rimborso delle spese legali nel limite massimo di euro 10.500. Ristoro che dovrebbe essere ripartito in tre quote annuali di pari importo, a partire dall'anno successivo a quello in cui la sentenza è divenuta irrevocabile, e non concorrere alla formazione del reddito.
L'avvocato, per ottenerlo, deve presentare la fattura, con espressa indicazione della causale e dell'avvenuto pagamento, corredata di parere di congruità del competente Consiglio dell'Ordine forense, nonché di copia della sentenza di assoluzione con attestazione di cancelleria della sua irrevocabilità. Il rimborso non è riconosciuto nei seguenti casi: assoluzione da uno o più capi di imputazione e condanna per altri reati; estinzione del reato per avvenuta amnistia o prescrizione; sopravvenuta depenalizzazione dei fatti oggetto di imputazione. Ora il decreto ministeriale dovrà chiarire diversi aspetti: può fare domanda solo colui che è assolto dal giorno dell'emanazione del decreto o anche chi è stato prosciolto prima? L'avvocato a quale organo deve presentare la domanda? Una risposta possiamo già darla: la scelta tra chi rimborsare sarà fatta attribuendo rilievo al numero di gradi di giudizio cui l'assolto è stato sottoposto e alla durata del giudizio. Il meccanismo di erogazione è difatti a rubinetto, ossia che va ad esaurimento, perciò era necessario emanare nel dettaglio i decreti di assegnazione.
di Carlo Bellotto
Il Mattino di Padova, 25 novembre 2021
Una decisione che farà giurisprudenza per i casi analoghi. Il giudice del Lavoro di Padova ha dato ragione a un detenuto del Due Palazzi, di origini tunisine, che dopo aver svolto per diversi mesi nel 2019 un'attività lavorativa in favore dell'amministrazione penitenziaria, alla fine aveva presentato domanda all'Inps al fine dell'ottenimento dell'indennità di disoccupazione (Naspi), vedendosela respingere. Per questo motivo, con il sostegno di Inca Cgil e Cgil Padova, il detenuto ha deciso di ricorrere al tribunale contro ciò che riteneva un abuso. E il giudice gli ha dato ragione.
Il ricorso presentato dagli avvocati della Cgil ha puntato sul fatto che il detenuto, che lavorava per conto di una cooperativa, aveva diritto allo stesso trattamento degli altri dipendenti, che infatti avevano potuto accedere all'indennità. E invece l'Inps aveva rifiutato il contributo al carcerato perché lo classificava come un dipendente del ministero di Giustizia. Altri tre detenuti stanno affrontando lo stesso iter giudiziario e potrebbero aver presto ragione. Sono una quarantina i dipendenti della coop che lavorano all'interno del carcere a cui è stata negata l'indennità, e che ora potrebbero ricorrere.
Il tunisino era assistito dall'avvocato Marta Capuzzo, mentre la vicenda è stata seguita dall'inizio dallo sportello Inca all'interno del Due Palazzi. "All'origine di tutto - dice Antonella Franceschini, direttrice dell'Inca Cgil Padova - c'è il messaggio Inps del 2019 con il quale l'Istituto, informava che i detenuti dipendenti dell'Amministrazione penitenziaria non hanno diritto alla Naspi. Una situazione in cui si trovava il ricorrente che aveva lavorato come addetto alla distribuzione dei pasti. Si badi bene, che se invece di lavorare direttamente per il carcere, avesse lavorato per conto di una delle cooperative che operano all'interno del Due Palazzi, la Naspi gli sarebbe stata riconosciuta.
Secondo l'Inps, la sua posizione era del tutto simile a quella di qualsiasi dipendente del Ministero che non ha diritto alla Naspi". "Consideriamo questa sentenza - aggiunge Sergio Palma della Cgil - la conferma del pieno riconoscimento di un diritto, e cioè che il lavoro deve valere sempre in termini etici, morali ed economici indipendentemente se lo si svolge dentro o fuori un istituto di pena.
È veramente assurdo da un lato, da parte dell'Inps, parificare il detenuto lavoratore a qualsiasi altra persona dipendente a tempo indeterminato del Ministero di Giustizia e, allo stesso tempo, negare qualsiasi equiparazione con i detenuti che lavorano per datori di lavoro diversi dall'amministrazione penitenziaria. Una differenza di trattamento che il giudice del Lavoro, nella sua sentenza peraltro molto articolata, è riuscito a smontato pezzo per pezzo".
di Alessandra Pigliaru
Il Manifesto, 25 novembre 2021
25 novembre. Intervista ad Alessandra Dino, docente di sociologa all'Università di Palermo, che ha condotto un'analisi qualitativa su 370 sentenze. "Il problema è quello di una scelta arbitraria fra la dimensione del malinteso spirito di possesso e quella della gelosia; quando c'è quest'ultima i futili motivi non sono spesso concessi".
Nell'ambito degli omicidi volontari di donne andati a giudizio, la lettura delle sentenze consente un'analisi non solo rispetto ai numeri ma anche per ciò che riguarda la qualità di ciò che viene dichiarato. Di dati, tabelle e comparazioni, si è occupata Alessandra Dino, sociologa all'università di Palermo, che ha condotto insieme alla sua unità di ricerca uno studio prezioso su 502 sentenze, selezionandone 467, infine fermandosi a 370. Ne dà conto nel volume Femminicidi a processo. Dati, stereotipi e narrazioni della violenza di genere (Meltemi) ma il lavoro sta proseguendo. "Dalla lettura si possono confermare alcuni punti", ci riferisce Dino, "ad esempio che la maggior parte dei femminicidi avviene all'interno di una relazione di coppia ancora in atto, quasi come se la donna debba preoccuparsi di più del partner che ha accanto che non di quello che ha lasciato".
Le sentenze possono essere lette come dei testi condizionati da un immaginario culturale che risponde, oltre che all'applicazione della norma, al modo e alla qualità di chi le compone. Quali sono le insidie sulla rappresentazione delle donne uccise?
L'esito non è omogeneo, la lettura di queste pagine di sentenze ci consegna però una miniera di scenari che, a parte l'incipit e il verdetto, consente di verificare, nella cosiddetta "parte molle" cioè nelle motivazioni, quel che ogni giudice e ogni Corte può scrivere, utilizzando registri differenti: drammatico-passionali, logico-deduttivi, più legati ai precedenti penali. Le narrazioni interne sono completamente diverse e si possono leggere quasi come un atto teatrale, personaggi e interpreti di cui la regia è il collegio giudicante che utilizza di volta in volta, ibridandoli, linguaggi presi dalla giurisprudenza ma anche dalla psichiatria, dalla psicologia e da tutti quei saperi esperti di cui si servono per elaborare la sentenza stessa. Un esempio è la psicologizzazione dell'autore come affetto da qualche patologia psichica, mentre solo nel 7,8% è stata rinvenuta una psicosi grave.
Quali altri elementi possono essere sollevati?
Sono diversi. L'efferatezza, cioè nella maggior parte dei casi abbiamo l'utilizzo di armi da taglio, oggetti contundenti, aggressione fisica. Si fa ricorso alle armi da fuoco solo nel 15% dei casi (tra gli italiani). Altro aspetto importante è il luogo del delitto che coincide spesso con l'abitazione della vittima, del femminicida o di entrambi. A proposito delle motivazioni troviamo, nel 44% circa, femminicidi che i giudici definiscono come sentimentali, per rifiuto abbandono gelosia, oppure relazionali, per possesso. Ci sono poi uccisioni per motivi economico-strumentali, mentre il resto (un 10% circa) sono i cosiddetti femminicidi per patologia mentale e altruistici, ovvero l'uccidere una donna, la propria compagna, madre eccetera, perché ha una patologia e non la si vuol far più soffrire.
Soltanto nel 25% dei casi l'omicida ha precedenti penali generici e solo il 6% di essi riguardano reati di violenza contro la vittima, nel 37% dei casi ci sono invece violenze pregresse contro la vittima, denunciate o meno, da cui si evince la continuità. Sulla nazionalità, abbiamo un 25% di vittime e autori di reato che sono stranieri con una rappresentanza più rilevante da chi proviene dall'est europeo. Riguardo le pene comminate abbiamo notato delle ricorrenze (pregiudiziali?) tra la pena e la nazionalità, sia in primo che in secondo grado: quelle verso gli stranieri sono più severe.
Quali aspetti concorrono a mantenere o a rompere i pregiudizi?
Il problema è quello di una scelta piuttosto arbitraria, compiuta dai giudici, fra la dimensione del malinteso spirito di possesso e quella della gelosia; quando c'è quest'ultima i futili motivi per esempio non sono spesso concessi. Parto da una premessa perché al momento mi sto occupando di un caso di femminicidio piuttosto paradigmatico andato a giudizio nel 2015 a Palermo; in questo caso, il delitto viene chiamato esplicitamente femminicidio perché, scrive il giudice nella sentenza di secondo grado, il termine è mutuato dal linguaggio giornalistico. E, aggiunge, che lo fa per mettere in evidenza la relazione di possesso e il senso di dominio che l'uomo esprime nei confronti della donna.
Anche in questo caso virtuoso in cui si nomina ciò che è accaduto per quel che è, il collegio giudicante non riconosce all'assassino la premeditazione e parla invece di dolo d'impeto per segnalare che il motivo che lo ha spinto a quel gesto è stato il "sentirsi sbeffeggiato dalla donna".
L'altro caso che viene in mente è quello di una donna incinta che viene strangolata con un laccio; da ciò che l'autore dichiara emerge una gelosia soffocante da parte di lei, una continua vessazione in nome di un malinteso legame affettivo per poi concludere che quanto all'aggravante per futili motivi la Corte osserva come "l'imputato sia stato indotto ad agire da un sincero e profondo amore verso la vittima, motivo di per sé non futile e non espressivo di un'indole malvagia o depravata ovvero di un malinteso spirito di possesso". Il processo di vittimizzazione secondaria sta nella descrizione della vittima che molto spesso viene vista come ondivaga, fragile, quando non si evidenzia la sua condotta sessuale disinibita all'origine del gesto.
Riguardo la vittimizzazione secondaria nella rappresentazione interna ai tribunali, i centri antiviolenza Di.Re. stanno procedendo con l'osservatorio sul tema in cui indicano l'aspetto della cosiddetta sindrome da alienazione parentale. Crede che anche questo faccia parte della narrazione di cui lei parla presente anche nelle perizie esterne?
L'argomento dell'affidamento del minore è di grande rilevanza là dove molto spesso c'è la possibilità di un affidamento congiunto anche in casi di violenza. Nella sentenza di cui mi sto occupando adesso, nonostante l'imputato venga condannato a 30 anni con rito abbreviato, quando viene descritto l'iter della relazione, là dove la donna aveva denunciato il compagno per ripetute vessazioni (per esempio aveva perso temporaneamente la vista a causa delle bastonate infertele) siccome spesso ritirava le denunce, il figlio era stato affidato a lui.
La Corte segnala che gli Uffici della Procura non avevano "sufficientemente attenzionato" il caso e formula precise accuse di nei confronti dei Servizi Sociali il cui impegno è definito "grandemente insufficiente e spesso negligente", ponendo quasi sullo stesso piano il comportamento della vittima e del suo assassino in un gioco di reciproche accuse. Solo il giorno prima di essere uccisa la donna aveva ottenuto la possibilità di trasferimento in comunità insieme a suo figlio di tre anni, che poche ore dopo ha assistito alla uccisione della propria madre.
di Antonella Veltri*
Il Dubbio, 25 novembre 2021
I casi non vanno considerati come un atto privato, ma come fenomeno strutturale. Oggi leggerete, oltre a questo mio, sicuramente tanti altri articoli sulla violenza contro le donne. Ascolterete e vedrete reportage, inchieste, interventi di ministri, sindaci, assessori. Magari parteciperete a dibattiti, e sarete in piazza con noi a Roma il 27 novembre per la manifestazione Non Una Di Meno.
Dichiarazioni di indignazione, di impegno, annunci di iniziative: tutto un popolo che dice a gran voce che la violenza maschile contro le donne deve finire, e che d'ora in poi tutto questo cambierà. Le stesse parole che sentiamo a ogni femminicidio - 109 dall'inizio dell'anno - quando la cruda realtà ci confronta con il fatto che le donne continuano a subire violenza per mano del loro partner, dell'ex partner o di un familiare nell' 82,3 per cento dei casi (dati D. i. Re 2020). Sono quasi sempre mariti, fidanzati o ex gli uomini che le uccidono. Le stesse parole che ci sentiamo risuonare nelle orecchie quando ci rendiamo conto che del reddito di libertà tanto decantato potranno usufruire solo 625 donne: sempre che riescano a presentare la domanda attraverso i servizi sociali entro il 31 dicembre. Perché i fondi a disposizione sono solo 3 milioni di euro. Oppure quando calcoliamo che i 30 milioni previsti dal Piano nazionale antiviolenza per centri antiviolenza e case rifugio, e resi finalmente misura strutturale nel bilancio dello Stato, si traducono in appena 60 euro investiti per ognuna delle circa 50 mila donne che trovano supporto in uno dei 302 centri antiviolenza accreditati dalle Regioni, secondo le stime dell'Istat ferme al 2018. Questo, a fronte di percorsi che, nei centri antiviolenza della rete D. i. Re, comportano in media 82 ore di colloqui con le operatrici, a cui si aggiunge il supporto legale, quello psicologico e, nei casi a maggior rischio, la protezione in casa rifugio.
Di fronte alla tragedia di Sassuolo, in cui un uomo ha sterminato la moglie, i figli e la suocera, o all'annuncio della morte del piccolo Matias, sgozzato dal padre che non avrebbe dovuto avvicinarsi a più di 500 metri alla casa dove viveva con la madre per le violenze a cui sottoponeva la donna, restiamo mute. E sentiamo rimbombare nella testa le tante parole che il 25 novembre sono e saranno pronunciate. Ma la realtà rimane la stessa. Perché si continua a considerare la violenza maschile contro le donne come un evento isolato, un fatto privato, e non come fenomeno strutturale radicato nella cultura patriarcale che determina la disparità di potere tra uomini e donne, un problema che deve essere invece pubblico. Poi ci siamo noi. Le oltre 3.000 operatrici, attiviste, avvocate, psicologhe, educatrici, attiviste dei centri antiviolenza della rete D. i. Re. E le oltre 20.000 donne che accogliamo ogni anno e che supportiamo in percorsi di fuoriuscita dalla violenza e in procedimenti legali - presso i tribunali penali, civili e per i minorenni - che spesso, anziché liberarle dalla violenza in tempi accettabili per consentire loro di ricostruire la propria vita, si trasformano nel calvario della vittimizzazione secondaria.
Le leggi ci sono. Ma continuano a essere interpretate e applicate senza tener conto del dettato della Convenzione di Istanbul, ratificata dall'Italia nel 2013 e in vigore dal 2014. Nelle decisioni adottate dai tribunali civili e per i minorenni, la Convenzione di Istanbul non è mai citata come riferimento normativo, come ha rilevato l'indagine "Il (non) riconoscimento della violenza domestica nei tribunali civili e per i minorenni", condotta tra le avvocate dei centri antiviolenza della rete D. i. Re, e non viene quasi mai fatta la valutazione del rischio.
Anche nelle due indagini della Commissione femminicidio del Senato - quella sulla violenza domestica nel sistema giudiziario e quella sul femminicidio presentata ieri - emerge con chiarezza come la violenza maschile contro le donne sia sottovalutata, i maltrattamenti derubricati a liti in famiglia equiparando la donna che subisce violenza all'uomo che la agisce, gli ordini di protezione applicati poco e senza verificarne con costanza il rispetto. È evidente dunque che qualcosa non va. Manca, come D. i. Re dice da tempo, la formazione specializzata di tutti gli attori che intervengono sulla violenza per contrastarla, per prevenirla, per supportare efficacemente le donne che cercano di liberarsene.
Una formazione che non può essere limitata solo all'illustrazione delle norme. Quello che serve, ora, subito e in maniera continuativa, è una formazione che cambi la percezione e la comprensione del ciclo della violenza e del suo impatto sulle vittime, e che renda consapevoli degli stereotipi e pregiudizi che condizionano non solo lo sguardo, ma anche atti e procedure messi in campo quando le donne si rivolgono alle istituzioni per dire basta. Occorre far propria una lettura della violenza maschile contro le donne che la riconnetta al contesto culturale e sociale in cui siamo immersi, una conoscenza che non può prescindere dal coinvolgimento delle esperte dei centri antiviolenza che questa conoscenza l'hanno costruita in oltre 30 anni di lavoro.
Solo così può cambiare la cultura. E solo cambiando la cultura si può prevenire la violenza e la vittimizzazione secondaria. D. i. Re ha contribuito al corso online Never Again, sulla vittimizzazione secondaria nel contesto della violenza contro le donne, che è accreditato dal Consiglio Nazionale Forense. C'è tempo per iscriversi fino al 30 novembre (www.vittimizzazionesecondaria.it). Un atto concreto, al di là delle parole di questo 25 novembre 2021.
*Presidente di D.i.Re.
collettiva.it, 25 novembre 2021
Inca e Cgil provinciali: "Vittoria! Il Tribunale ci ha dato pienamente ragione sul primo dei quattro ricorsi che abbiamo presentato a favore di altrettanti detenuti a cui l'Inps ha negato l'indennità di disoccupazione che avevano maturato con il loro lavoro. Almeno una cinquantina i detenuti nella medesima situazione"
"Per questo motivo (il Tribunale del Lavoro di Padova) accoglie il ricorso ed accerta il diritto del ricorrente alla Naspi (...) e condanna l'Inps a rifondergli le spese di giudizio (...)". È con queste parole che si conclude la Sentenza n 603/2021 con la quale il giudice Roberto Beghini del Tribunale del Lavoro di Padova, circa una decina di giorni fa, ha dato pienamente ragione ad un detenuto di origine tunisine che dopo aver svolto per diversi mesi, nel corso del 2019, un'attività lavorativa in favore dell'amministrazione penitenziaria, una volta cessata, aveva presentato domanda all'Inps al fine dell'ottenimento dell'indennità di disoccupazione (Naspi) vedendosela respingere, motivo per cui, con il sostegno di Inca Cgil e Cgil Padova, aveva deciso di ricorrere al tribunale contro ciò che riteneva un abuso. E il giudice gli ha dato ragione.
"All'origine di tutto - dice Antonella Franceschin, direttrice dell'Inca Cgil Padova - c'è il messaggio Inps n 909 del 2019 con il quale l'Istituto informava che i detenuti dipendenti dell'Amministrazione penitenziaria non hanno diritto alla Naspi. Una situazione in cui si trovava il ricorrente che aveva lavorato come addetto alla distribuzione dei pasti. Si badi bene, che se invece di lavorare direttamente per il carcere, avesse lavorato per conto di una delle cooperative che operano all'interno del Due Palazzi, la Naspi gli sarebbe stata riconosciuta. Secondo l'Inps, la sua posizione era del tutto simile a quella di qualsiasi dipendente del Ministero di Grazia e Giustizia che in quanto tale non ha diritto alla Naspi. A noi sembrava una evidente forzatura per cui, di comune accordo con la segreteria confederale della Cgil, abbiamo deciso di "accompagnare" alcuni detenuti, per la precisione 4, nei loro ricorsi. Questa è la prima sentenza che ci arriva e ci conforta, considerato che le altre tre situazioni sono praticamente uguali. Ma al Due Palazzi saranno almeno una cinquantina i detenuti a cui è stata negata la Naspi dopo aver lavorato per l'amministrazione penitenziaria".
"Siamo ottimisti - conclude la direttrice dell'Inca Cgil di Padova - sull'esito finale, anche perché ci sono state altre sentenze simili in Lombardia, contro cui l'Inps ha deciso di ricorrere in Cassazione. Per capire se e quando procederanno con i pagamenti toccherà attendere l'esito di questi ricorsi. Intanto però voglio pubblicamente ringraziare l'Avvocata Marta Capuzzo dello Studio Legale Moro per questo ennesimo ottimo risultato e Graziano Boschiero, dello sportello Inca all'interno del Due Palazzi che ha seguito fin dall'inizio la vicenda".
"Consideriamo questa sentenza - interviene Palma Sergio della segreteria confederale della Cgil di Padova - la conferma del pieno riconoscimento di un diritto, e cioè che il riconoscimento del lavoro deve valere sempre in termini etici, morali ed economici indipendentemente se lo si svolge dentro o fuori un istituto di pena, come in questo caso.
Veramente assurdo da un lato, da parte dell'Inps, equiparare il detenuto lavoratore a qualsiasi altro lavoratore dipendente a tempo indeterminato del ministero di Grazia e Giustizia e, allo stesso tempo, negare qualsiasi equiparazione con i detenuti che lavorano per datori di lavoro diversi dall'amministrazione penitenziaria. Una differenza di trattamento che il giudice, nella sentenza, ha smontato pezzo per pezzo riconoscendo, peraltro, assolutamente infondata la pretesa da parte dell'Inps di negare l'involontarietà della disoccupazione data la cessazione del rapporto di lavoro con la fine della detenzione. Un'evidente alterazione della realtà, dal momento che, come è stato scritto nella sentenza, non è certamente il detenuto a scegliere quando essere rimesso in libertà e quindi non dipende certo da lui la fine del rapporto di lavoro".
di Riccardo Polidoro
Il Riformista, 25 novembre 2021
La trasparenza dovrebbe essere una delle prime regole di un Paese democratico. Quanto più il cittadino è informato, tanto più riesce a comprendere l'effettiva capacità di coloro che governano. Solo la piena e totale conoscenza di fatti e dati consente, nel momento di esprimere le proprie valutazioni, un giudizio incondizionato su coloro che hanno in mano le sorti della Nazione, i quali, a loro volta, non possono fare a meno di una conoscenza totale del campo specifico di azione dove sono chiamati ad operare, altrimenti il loro intervento sarà fallimentare o comunque parziale.
Ciò vale sempre e, a maggior ragione, per la Giustizia penale il cui funzionamento incide in maniera determinante sulla vita di coloro - indagati, imputati o persone offese - che vengono coinvolti, e spesso travolti, nel suo incomprensibile meccanismo. Le Camere penali, da tempo, portano avanti la battaglia per una piena conoscenza dei dati che interessano il mondo giudiziario, con l'Osservatorio nazionale acquisizione dati giudiziari, e sono dovute intervenire, cifre alla mano, anche per smentire alcune fantasiose teorie, come quella che addossava la colpa della prescrizione dei reati alle istanze di rinvio degli avvocati. La recente interrogazione dell'onorevole Enrico Costa al Ministro della Giustizia Marta Cartabia ha nuovamente riaperto la ferita, mai suturata e sempre sanguinante, della mancata conoscenza o comunque di assenza di pubblicazione di dati fondamentali per comprendere l'andamento della Giustizia in Italia. Numeri che sono indispensabili per indirizzare in maniera efficace le modalità d'intervento, per ridare credibilità ad un sistema da tempo al collasso.
Tra l'altro è stato chiesto in che percentuale le sentenze di appello riformano quelle di primo grado, dato significativo per comprendere - e far comprendere - l'importanza del secondo grado di giudizio. In che percentuale vengono accolte le richieste delle Procure della Repubblica, da parte dei giudici per le indagini preliminari, suddivise per reati e tipologia: richieste di misure cautelari, d'intercettazioni, di proroga indagini. Informazioni fondamentali per verificare come si concretizza l'intervento del giudice "terzo" dinanzi alle istanze dell'accusa. Esperienza insegna che una richiesta di proroga non viene mai negata, quasi mai quella d'intercettazioni, a volte quella di misure cautelari. Ma è evidente che occorrono numeri certi, per intervenire. Se si vuole. L'argomento dei dati giudiziari fa ricordare l'indagine sui braccialetti elettronici che l'Osservatorio Carcere Ucpi porta avanti da tempo (il 30 novembre prossimo, come ogni anno, vi sarà a Firenze la giornata dedicata a tale strumento di controllo) e che ha rivelato l'assoluta assenza di elementi essenziali per conoscere il numero di apparecchi disponibili e quello delle richieste avanzate dagli uffici giudiziari, nonché il numero di detenuti, pur destinatari della misura degli arresti domiciliari, rimasti in carcere per assenza del dispositivo.
Manca del tutto, poi, una banca dati sulla qualità delle decisioni dei magistrati, in quanto il Ministero della Giustizia registra solo la loro quantità. Circostanza questa che comporta una disparità di trattamento che penalizza ingiustamente chi lavora con maggiore impegno. Invero lo stesso giudice non viene a conoscenza della riforma di un suo provvedimento, in quanto non è prevista alcuna notifica dell'atto riformato a colui che l'aveva redatto. Un grave errore di metodo che non contribuisce certo alla crescita culturale della stessa giurisdizione. Come poi non ricordare la totale assenza di trasparenza che regna sovrana nel sistema penitenziario. Certamente non dovuta a ragioni di sicurezza, ma solo a quell'idea mai del tutto rimossa, che il carcere è un mondo a parte, che non riguarda i liberi e non interessa i politici. Eppure se il dramma delle nostre prigioni fosse patrimonio comune, se la dirigenza del Paese e la cosiddetta "società civile" se ne occupasse in maniera attiva e concreta, non avremmo fatto altro che applicare i principi della Costituzione.
- Bologna. 25 novembre, un film sulle donne detenute della Dozza
- L'Aquila. Ingiusta detenzione, Petrilli ricevuto da Bazoli (Pd)
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