di Giovanna Casadio
La Repubblica, 1 luglio 2021
Una settimana di tempo per le "modifiche informali". Il Pd: il 13 luglio si discuta in aula. Le posizioni sul ddl Zan non potrebbero essere più distanti. Il tavolo di confronto - convocato per trovare un accordo tra la destra e i giallo-rossi - dà solo la misura del disaccordo. È muro contro muro sulla legge contro l'omotransfobia, su cui si è abbattuta la scure del Vaticano con tanto di nota diplomatica di contrarietà. La riunione a Palazzo Madama finisce con un nulla di fatto. Ma viene aggiornata a martedì prossimo. Una settimana di tempo per presentare modifiche "informali". Pd-M5Stelle e Leu non ci pensano affatto. "Il Pd non propone alcuna modifica, per noi resta il ddl Zan e vogliamo se ne discuta in aula il 13 luglio, quella deve essere la data certa", chiarisce la capogruppo dem, Simona Malpezzi.
A metà riunione oggi, dalla commissione Giustizia - dove si svolge il dialogo, voluto dal presidente, il leghista Andrea Ostellari - trapela che c'è la disponibilità a trattare. È lo slogan delle buone intenzioni. Le modifiche chieste dalla Lega significano una riscrittura del disegno di legge che porta il nome del deputato dem e attivista Lgbt, Alessandro Zan. Tutti gli articoli del testo Zan sono da ritoccare per i leghisti, che puntano a una cosa precisa: cancellare ogni riferimento all'identità di genere nel ddl. Massimiliano Romeo e Simone Pillon ipotizzano di unire i due testi, lo Zan (approvato alla Camera il 4 novembre scorso) e il ddl Ronzulli-Salvini. Ovviamente, dicono, l'esame va continuato in commissione.
Lo scontro è servito. Il Pd ha un mandato preciso del segretario Enrico Letta: stabilire la data per discutere del ddl contro l'omotransfobia in aula: il 13 luglio. Malpezzi e Franco Mirabelli non derogano da questa linea. "Le distanze sono siderali. Il sospetto è che la Lega continui a simulare il dialogo per prendere altro tempo", si spazientisce Mirabelli. Nota che il forzista Malan lascia la riunione per andare in tv a parlare del Concordato. Per la sinistra, Loredana De Petris conferma che il testo è e resta il ddl Zan.
A smarcarsi sono i renziani. Illustrano le possibili modifiche e insistono per trovare una qualche intesa "altrimenti si rischia il pantano parlamentare". Davide Faraone, il capogruppo di Italia Viva, spiega però che cercare un accordo non significa smantellare o affossare la legge contro l'omofobia. Dice: "Il tavolo politico che abbiamo voluto si è rivelato utile come avevamo detto, perché ogni forza politica ha potuto esprimere il proprio pensiero e confrontarlo con gli altri. Siamo finalmente entrati nel merito. Entro venerdì ogni forza politica presenterà le sue proposte e martedì ci sarà una nuova riunione. Però se l'intesa non si trova, Iv voterà per portare il ddl in aula".
Il fronte del centrosinistra quindi resta compatto. Alessandra Maiorino, che per i 5Stelle ha seguito passo passo la legge, ribadisce che la tabella di marcia che i giallo-rossi si sono dati, verrà rispettata: il 6 riunione dei capigruppo in cui confermare l'approdo in aula del ddl Zan il 13, nello stesso giorno in cui Ostellari riconvoca il tavolo di dialogo perché insieme le forze politiche valutino le modifiche cosiddette informali. In realtà quando in Parlamento si vuole modificare qualcosa si presentano gli emendamenti al testo in esame. In questo caso si tratta di un pre-partita. Il leghista Ostellari, che è anche il relatore della legge, insiste per cambiare subito gli articolo 1, 4 e 7 del ddl Zan e arrivare alla discussione dell'aula con una proposta radicalmente diversa.
di Viviana Daloiso
Avvenire, 1 luglio 2021
Necessario riprendere il confronto e individuare nuovi percorsi. Che sia il momento di svolta - tanto atteso, tanto invocato - lo si capisce da chi si siede al tavolo virtuale convocato ieri mattina dalle comunità terapeutiche in occasione della Giornata contro la droga celebrata appena lo scorso weekend. Ovvero, tutto il mondo degli operatori pubblici e privati impegnati nel campo delle dipendenze (nessuno escluso: i progressisti, i conservatori, i vecchi e i nuovi, i sostenitori delle liberalizzazioni, i prudenti, i visionari), ma soprattutto il governo, nella persona del ministro con deleghe alle Politiche antidroga Fabiana Dadone e il numero uno del dipartimento, Flavio Siniscalchi, appena sbarcato qui dopo una lunga esperienza alle Politiche giovanili e alla Protezione civile. Lo Stato c'è, finalmente, dopo anni di latitanza sul punto. E c'è perché le dipendenze - la droga, l'alcol, l'azzardo, Internet - non possono più essere dimenticate. Quello che sta succedendo nella carne viva del Paese, tra i giovani e i giovanissimi inghiottiti sempre più dall'abisso dell'emergenza educativa, è sotto gli occhi di tutti: non basta indignarsi, non serve gridare al lassismo sui social, alle colpe della pandemia e del lockdown, alla generazione iperconnessa che non vuol sentir parlare di regole e spesso anche di scuola. Adesso bisogna intervenire.
La parola chiave è Conferenza nazionale: un appuntamento disertato da oltre dieci anni. A quel momento fondamentale di confronto, da cui sono nate negli anni Novanta e Duemila le buone pratiche che avevan messo l'Italia sul podio dei servizi di prevenzione e di accoglienza dei tossicodipendenti, si era rinunciato per inerzia, per disinteresse: altre le priorità del Belpaese, tanto che nel corso degli anni i fondi si sono sempre più assottigliati, Sert e comunità sono stati abbandonati a loro stessi, i ragazzi un puntino invisibile relegato nei parchetti e nelle discoteche. Basterebbe guardare a come il tema delle dipendenze è scomparso dalle campagne di comunicazione istituzionali e dai percorsi di prevenzione organizzati nelle scuole.
Il ministro Dadone, quella parola, la pronuncia immediatamente: "Sarà convocata entro l'anno - annuncia -, i tavoli di confronto e di interlocuzione partiranno già nei prossimi giorni". Ed è così, perché le comunità vengono convocate dal Dipartimento già per il prossimo 5 luglio. Un primo momento di confronto, alla mano la Relazione annuale pubblicata sempre ieri e l'esito di un altro confronto molto atteso, fissato per la mattina dello stesso giorno, con i delegati delle Regioni. Si fa sul serio, insomma.
L'appello delle comunità è chiaro e unanime: dopo un anno e mezzo di pandemia, e dopo un decennio di indifferenza assoluta, serve ricominciare dalle relazioni e dalle persone. "Mai come in questo periodo abbiamo toccato con mano l'inadeguatezza del sistema normativo e la solitudine dei servizi" insiste Biagio Sciortino, presidente di Intercear. E Dadone è d'accordo, "il paradosso che ci ha mostrato la pandemia è che tutto si è fermato tranne le tossicodipendenze. Dalla Relazione annuale al parlamento sulle droghe si evince che l'utilizzo della cocaina si è quadruplicato e sono state censite più di cento nuove sostanze psicoattive. Inutile andare dietro alle sostanze, dobbiamo lavorare sulle persone e sulla prevenzione". Il capo del Dipartimento Siniscalchi le fa eco: "Dobbiamo cogliere gli spunti di innovazione e la capacità di resilienza che i servizi hanno mostrato nel periodo della pandemia. Abbiamo bisogno di voi per un ragionamento sulla metodica e sulle modalità con cui vogliamo ripensare il sistema" spiega alle comunità. È il segnale che il cambiamento è possibile.
Il primo a raccoglierlo è Luciano Squillaci, presidente della Federazione italiana delle comunità terapeutiche: "Vogliamo ricostruire il sistema delle dipendenze su basi differenti per essere capaci di rispondere ai bisogni che negli ultimi 30 anni sono profondamente cambiati e differenziati. Per raggiungere questo obiettivo abbiamo bisogno dell'unità e del coinvolgimento di tutte le realtà che operano nelle dipendenze, delle Reti istituzionali e soprattutto delle Reti territoriali. Consapevoli che la riforma della normativa 309/90 è ormai necessaria e che si costruisce sui territori".
Il Testo unico sulle dipendenze, fermo al mondo del 1990 (eroina in vena, Aids, tossici come fantasmi per le strade) è il primo tabù da infrangere. Il mondo delle comunità, in accordo con le società scientifiche, ha lavorato in questi anni su una proposta di riforma del sistema che si fonda su tre pilastri: la centralità della persona e non della sostanza, appunto, "ovvero un processo integrato di presa in carico globale della persona. Il sistema di intervento si è tarato sempre più su un livello prestazionale per singola fase (prevenzione, presa in carico iniziale, disintossicazione, cura e riabilitazione, reinserimento sociale e lavorativo) - spiega Suqillaci -. Dobbiamo superare queste "categorie" in cui la persona viene inserita e per così dire "spacchettata", ripartendo dalla prossimità, dalla complessità delle persone, pensando ad un intervento integrato, sociale e sanitario, includendo anche le dipendenze comportamentali, come il gioco d'azzardo".
Altro tema sul tavolo, la governance: serve costruire un modello capace di garantire il lavoro di rete e la condivisione, a livello nazionale ed a livello territoriale, dei diversi servizi del pubblico e del privato, senza limitarsi ad occuparsi delle singole competenze. "Un sistema sociosanitario di presa in carico che si completa con tutti gli attori chiamati ad interagire sui processi di prevenzione, cura, riabilitazione ed inserimento sociale e lavorativo" puntualizza Riccardo De Facci di Cnca. "Siamo partiti trent'anni fa da 1.300 morti di overdose e dall'emergenza Aids, con due tipologie di comunità. Oggi ne abbiamo 14 tipi, le nuove sostanze sono mille all'anno, 25mila i ragazzi che ci chiedono accoglienza nelle strutture. Dobbiamo esserci ed esserci in modo diverso: ripensare il sistema educativo, quello della riduzione del danno e della prossimità, arrivare prima, dimenticare che il carcere possa servire a superare il problema".
Ancora, a livello nazionale si deve consentire la proposizione, seppure nel rispetto delle autonomie sancite dal Titolo V della Costituzione, di indirizzi e linee guida capaci di superare l'attuale eccessiva frammentazione e difformità di intervento tra le diverse Regioni: "Attualmente abbiamo venti modalità differenti di affrontare la questione dipendenze, una per regione, che comporta una grande disparità di trattamento e di cura" ricorda Paolo Merello. Infine il nodo delle risorse: è fondamentale, insistono le comunità, rifinanziare il fondo di intervento per la lotta alla droga per sostenere i percorsi di prevenzione, di cura e riabilitazione e di inserimento socio-lavorativo, tramontati con la legge 328/2000. Risorse imprescindibili per un reale rilancio della sfida alle dipendenze.
di Paolo Foschini
Corriere della Sera, 1 luglio 2021
Terza edizione del programma Acri con un budget di 1,2 milioni e una rete di sostegno sempre più ampia. Righetti: "Non possiamo più accettare una privazione di diritti che definiremmo intollerabile se toccasse noi". Interventi divisi in tre linee: corridoi umanitari, assistenza sanitaria e giuridica, soccorso in mare.
Nel 2020, secondo i dati di Unhcr, sono giunti in Europa 94.080 migranti. Quasi tutti via mare (86.649). Un terzo sono quelli che c'entrano con l'Italia. Dire se siano tanti o pochi è una valutazione molto personale, che non può comunque prescindere dal confronto rispetto al numero complessivo degli abitanti d'Europa: 740 milioni di persone. Tanti rispetto al numero dei migranti sono in ogni caso, invece, i morti e/o dispersi durante il viaggio: il conteggio ufficiale dice 1.066 ma va da sé che il pallottoliere calcola solo quelli di cui si ha notizia. Certo è che quest'anno saranno di più: a neanche sei mesi dall'inizio del 2021 siamo già a 807.
Dopodiché, a parte il discorso dei "quanti", quella che sta sul tavolo come un macigno è la questione del "come" e cioè dei diritti che tutte queste persone hanno o - meglio - dovrebbero avere: "Perché ciò che non possiamo più accettare è una privazione dei diritti di esseri umani che definiremmo intollerabile se semplicemente toccasse noi". Il virgolettato è di Giorgio Righetti, direttore generale di Acri e cioè dell'organismo che riunisce la Fondazioni italiane di origine bancaria.
Ed è questa la riflessione con cui egli ha presentato la terza edizione del Progetto Migranti, iniziativa promossa dalla Commissione per la cooperazione internazionale di Acri con l'obiettivo di proporre risposte concrete rispetto ai problemi dei flussi migratori che interessano l'Italia. Un budget di 1,2 milioni di euro, una rete di 13 Fondazioni di origine bancaria più Fondazione Con il Sud, più 9 tra organizzazioni del Terzo settore e ong, più altri 50 partner pubblici e privati sui territori, per la traduzione pratica delle idee in realtà. Tre le linee di intervento: consolidamento del meccanismo dei corridoi umanitari; sostegno per attività di assistenza sanitaria e giuridica a migranti giunti da poco o di passaggio; supporto alle attività di soccorso in mare.
"Le nostre Fondazioni - ha sottolineato Righetti - sono estremamente orgogliose di dare avvio a questa terza edizione del Progetto. La pandemia non ci ha scoraggiati. Al contrario, questa edizione ha visto un numero di adesioni ancora più alto delle precedenti. Tutte unite per contribuire, insieme alle ong che realizzeranno i progetti, a tutelare i diritti fondamentali delle persone che arrivano in Italia". Senza la pretesa di "risolvere il problema, ovviamente, ma con "l'ambizione di sperimentare e consolidare alcune buone pratiche realizzate dal privato sociale, che possano indicare al pubblico possibili strade da percorrere, replicare ed estendere su scala più ampia".
Gli interventi in programma sono sei, distribuiti nelle diverse linee d'azione. Sul tema dei Corridoi umanitari si parte con un percorso di accoglienza e integrazione, in collaborazione con la Comunità di Sant'Egidio, rivolto a 50 profughi in arrivo attraverso la Grecia. Saranno accolti presso "appartamenti diffusi", aiutati per le prime necessità, riceveranno beni e servizi primari, assistenza legale e medica, verranno accompagnati in percorsi di formazione fino a un inserimento lavorativo. Nello stesso ambito si muoverà "La nuova frontiera dell'accoglienza", in collaborazione con le Chiese evangeliche, per 40 migranti provenienti dai corridoi umanitari aperti tra Italia e Libia: ad accoglierli sarà la "Casa delle Culture" di Scicli (Ragusa).
Nel capitolo dei Corridoi universitari si inserisce invece il progetto "Unicore 3.0" portato avanti con Caritas Italiana per 43 studenti etiopi con protezione internazionale: da inserire in 24 Università di tutta la penisola. Per i minori, in parallelo, è pensato il progetto "Pagella in tasca" (con Intersos) per 35 ragazzi provenienti dal Niger, da avviare alle scuole secondarie.
Poi, sul fronte dell'assistenza sanitaria e giuridica, ci sarà il progetto "D(i)ritti al confine" che nell'arco di dodici mesi interverrà dove si concentrano i migranti in transito: Trieste (in entrata dai Balcani), Ventimiglia e Oulx (in uscita verso la Francia). Infine il progetto #TogetHerForRescue, con Sos Mediterranée Italia, per co-finanziare le operazioni di soccorso in mare che saranno realizzate nel 2021 attraverso la nave Ocean Viking.
di Giuditta Pini*
Il Domani, 1 luglio 2021
Un anno fa, infatti, il Partito democratico alla Camera e al Senato votò a favore di quel finanziamento e addirittura lo aumentò. Al senato del Pd solo in tre votarono contro, alla camera fummo otto. Il voto causò un grande clamore tra gli iscritti e i militanti del partito. Ci furono raccolte firme per chiedere chiarimenti, circoli che si auto convocarono, direzioni provinciali e regionali infuocate. La motivazione di tanta rabbia e scompiglio era semplice: pochi mesi prima, a gennaio, durante la stessa assemblea che aveva eletto Cuppi presidente del Pd era stato votato un ordine del giorno a mia prima firma, che aveva raccolto decine e decine di firme da parte di tutta l'assemblea, in cui si chiedeva di interrompere immediatamente i rapporti con la Guardia Costiera libica e il suo finanziamento.
Gli impegni erano quelli della lettera inviata pochi giorni prima dal Consiglio d'Europa al nostro ministro degli Esteri Luigi Di Maio. Il voto parlamentare fu quindi contrario all'espressione unanime dell'organismo più alto del Pd. E questo non passò inosservato agli occhi dei nostri iscritti. Scrissi allora alla presidente Cuppi, per sapere se e quali iniziative avrebbe intrapreso a difesa delle decisioni dell'assemblea da lei presieduta che erano state palesemente ignorate. La risposta arrivò poche ore dopo con una lettera pubblica in cui la presidente annunciava implicitamente che non ci sarebbero state conseguenze e in cui provava a giustificare il rifinanziamento, sostenendo, tra le altre cose, che quei soldi andavano in realtà alla Guardia di Finanza che avrebbe addestrato la guardia costiera e con altre argomentazioni piuttosto deboli.
Purtroppo nessuno degli auspici contenuti in quella lettera si è avverato. I campi di concentramento in Libia continuano a funzionare a pieno regime, Rahman al Milad detto Bija, tra i capi della guardia costiera di Zawaiya, condannato per crimini contro l'umanità e tra i promotori di una serie di minacce che hanno portato il giornalista Nello Scavo a vivere sotto scorta, dopo una breve detenzione è stato promosso a maggiore della Guardia costiera libica.
Il Memorandum non è stato modificato di una sola virgola e nel 2020 la Guardia costiera libica ha intercettato in mare 12mila persone. Queste persone sono state poi sottoposte a sparizione forzata, detenzione arbitraria, tortura, stupri, lavoro forzato ed estorsione, secondo l'ultimo rapporto pubblicato da Amnesty. Insomma la situazione, non solo non è migliorata, ma è peggiorata.
Mi fa quindi piacere vedere il cambio di linea da parte della presidenza. Certo sarebbe stato probabilmente più semplice per noi cambiare quei decreti l'anno scorso, quando eravamo in un contesto governativo completamente diverso. Ma non dispero. Il nostro compito è quello di legiferare e cambiare le cose. Quegli accordi vanno cancellati e spero che il Partito democratico sia coerente con le decisioni che prese ormai diciotto mesi fa, più di quanto non lo sia stato nel recente passato.
*Deputata Pd
di Erasmo Palazzotto
Il Manifesto, 1 luglio 2021
Dobbiamo ripristinare, ora, un dispositivo europeo di soccorso in mare sul modello di Mare Nostrum e interrompere immediatamente il finanziamento alla cosiddetta Guardia Costiera libica gestita dagli stessi trafficanti. La notizia dell'ennesimo naufragio a poche miglia da Lampedusa ci impone una riflessione seria sulla sostenibilità etica e morale delle nostre politiche migratorie. Non possiamo più chiudere gli occhi su quanto sta accadendo nel Mediterraneo centrale.
La dismissione dei dispositivi di soccorso europei, l'accanita criminalizzazione del soccorso in mare insieme alla limitazione dell'operatività delle Ong sta determinando una sostanziale sospensione del Diritto internazionale ad opera dei governi europei, in particolare delle convenzioni a tutela della difesa della vita in mare e dei diritti umani. Ritengo che abbia centrato il punto la Presidente del Pd Valentina Cuppi quando, qualche giorno fa, richiamava il Pd e le forze del campo progressita alle proprie responsabilità rispetto ad una politica migratoria che si fonda sull'esternalizzazione della frontiera (e il cui scopo è il contenimento dei flussi), che chiude gli occhi sulla drammaticità delle condizioni sulla terraferma dall'altra parte del Mediterraneo.
Considerare la Libia come un porto sicuro, organizzare e coordinare i soccorsi di una organizzazione criminale come la guardia costiera libica con l'obiettivo di deportare donne, uomini e bambini nello stesso inferno dei lager libici da cui sono fuggiti, comporta una corresponsabilità grave nella sistematica violazione dei diritti umani che avviene in quei luoghi, testimoniate da diversi rapporti delle Nazioni Unite e delle Ong presenti sul campo.
L'ultima in ordine di tempo è la drammatica denuncia di Medici senza Frontiere che pochi giorni fa ha reso pubblica la necessità di sospendere le attività in due centri di detenzione a Tripoli. Drammatico il comunicato che sottolinea 'ripetuti episodi di violenza contro migranti e rifugiati' oltre alla mancanza delle condizioni di sicurezza per il proprio personale. La vita nei lager libici è spaventosa: stupri, abusi quotidiani, violenze, torture.
Dai report delle organizzazioni che faticosamente operano sul campo e che si sommano alle diverse inchieste giornalistiche, emerge un quadro drammatico. Davvero pensiamo di poter continuare a delegare alla Libia la gestione dei flussi migratori, di casi vulnerabili, di donne, uomini e bambini detenuti e i cui diritti vengono quotidianamente violati?
Siamo consapevoli, ne conosciamo i dettagli, abbiamo migliaia di testimonianze. Ciononostante continuiamo a promuovere e a sostenere politiche disumane che contemplano respingimenti illegali, abusi e violenze. Sappiamo per esempio che a gestire i centri detenzione ci sono persone come Rahman al Milad detto Bija, noto trafficante di esseri umani, tra i capi della guardia costiera di Zawiya, sotto inchiesta per crimini contro l'umanità e che, dopo una brevissima detenzione, è stato promosso al grado di maggiore della Guardia costiera libica.
Non può non riguardarci la condizione di vita delle donne e delle bambine stuprate nei centri di detenzione in Libia. Non può non riguardarci la disumanità del contenere e respingere chi cerca di fuggire dall'inferno. Abbiamo il dovere di invertire la rotta per difendere la civiltà giuridica dell'Europa. Dobbiamo ripristinare, ora, un dispositivo europeo di soccorso in mare sul modello di Mare Nostrum e interrompere immediatamente il finanziamento alla cosiddetta Guardia Costiera libica gestita dagli stessi trafficanti. Dobbiamo sostenere la Libia nel suo processo di stabilizzazione senza appaltargli la gestione della nostra frontiera.
Dobbiamo pretendere la chiusura di tutti i campi di detenzione ed evacuare le circa 6000 persone che vi sono detenute con corridoi umanitari che devono diventare una strutturale via di accesso legale verso l'Europa per tutti coloro che fuggono da condizioni di guerra e di violazione dei propri diritti. È da questo che dipenderà la qualità della nostra democrazia e il livello di civiltà della nostra società. È su questa sfida che l'Europa ritroverà una sua identità e dal modo in cui saprà affrontarla dipenderà il suo, il nostro, futuro.
di Chiara Cruciati
Il Manifesto, 1 luglio 2021
Il governo dà indicazioni a giornali e tv: nascondere le cattive notizie, descrivere una nazione prospera che non c'è. Intanto il paese scala la classifica e si piazza terzo per esecuzioni: 32 condannati a morte nel 2019, 107 nel 2020, già 51 nel 2021. La chiama "rivoluzione" nel messaggio affidato a Facebook, la sua salita al potere: Abdel Fattah al-Sisi festeggia i suoi otto anni di regime ringraziando gli egiziani che il 30 giugno 2013, dopo giorni di proteste contro l'allora presidente islamista Morsi, avallarono il golpe militare del 3 luglio successivo, inconsapevoli di quel che ne sarebbe seguito.
In piazza in quei giorni c'erano laici, liberali, c'era la sinistra egiziana, persone che avevano fatto la vera rivoluzione, quella del gennaio 2011, e che si ritrovavano al potere i Fratelli musulmani e un'evidente deriva autoritaria. Gli ultimi otto anni impediscono di parlare di rivoluzione: quella di al-Sisi è stata la restaurazione, in forma se possibile ancora più brutale, del regime di Mubarak.
Negli ultimi giorni a ricordarlo sono stati gli arresti preventivi e gli abusi arbitrari contro normali cittadini, fermati per le strade e le piazze delle città egiziane dalla polizia e dai servizi segreti, perquisiti, privati dei cellulari per verificarne l'attività sui social e in alcuni casi detenuti per impedire che qualsivoglia protesta potesse essere messa in piedi in concomitanza degli otto anni dal golpe. Qualcuno è sparito per giorni, interrogato nelle sedi della National Security.
Notizie introvabili nel dorato mondo della stampa di regime. L'agenzia indipendente Mada Masr, che intervista in condizione di anonimato redattori e caporedattori delle principali testate cartacee e televisive egiziane, spiega cosa c'è dietro la copertura entusiastica di otto anni di presidenza al-Sisi. Titoli, articoli e inserti speciali da settimane narrano di un paese che non esiste, "una nuova repubblica", una "nazione dell'abbondanza", una società trasformata dal progresso portato dal regime.
Secondo le fonti di Mada Masr, la stampa ha ricevuto specifiche indicazioni dal governo per nascondere le cattive notizie (dalle proteste ad Alessandria contro le demolizioni di case alla chiusura di fabbriche storiche alle condanne al carcere di giovani tiktoker) ed esaltare quelle buone, di cui è stata fornita una lista pronta per l'uso. E poi c'è l'interpretazione funzionale delle notizie, quella specifica strategia mediatica che tramuta in successo un palese abuso. È il caso dell'aumento vertiginoso di condanne a morte, numeri così alti da scaraventare l'Egitto in cima alla classifica mondiale del ricorso alla pena capitale, terzo dopo Cina e Iran.
Il tema è stato riacceso dalle proteste delle organizzazioni per i diritti umani e delle famiglie degli ultimi condannati all'impiccagione, 12 membri dei Fratelli musulmani incarcerati per la manifestazione di piazza Raba'a (mille uccisi dall'esercito a un mese e mezzo dal golpe, calzante ouverture della futura capillare repressione di Stato). Dal 2018 sono state giustiziate 241 persone (88 per motivi politici). Il picco si è registrato negli ultimi anni: se nel 2019 sono stati giustiziati 32 detenuti, nel 2020 il numero è quadruplicato, 107. Nel 2021 sono già 51; 64 i prigionieri nel braccio della morte. Il caso dei 12 fratelli musulmani ha attirato l'attenzione perché si tratta di leader del movimento, condannati insieme a oltre 700 membri del partito dopo un processo di massa giudicato internazionalmente privo degli standard minimi di correttezza ed equità.
Human Right Watch in un recente articolo descrive la pena di morte come mezzo "di sradicamento di tutte le potenziali opposizioni", insieme alla "ingannevole narrativa" della minaccia terroristica, al totale controllo della magistratura, leggi liberticide e tribunali speciali: "Le esecuzioni sono il prodotto dell'enorme sforzo per rimodellare le sfere politiche e sociali dell'Egitto secondo la visione autocratica del regime".
di Giulia Merlo
Il Domani, 1 luglio 2021
Il parere, che però aggiungerebbe anche che la gip avrebbe sbagliato nell'auto-assegnarsi quel fascicolo, verrà inviato al Csm dove è già aperta una pratica. La gip Banci Bonamici: "Mi sono assegnata procedimento d'accordo con presidente, come già centinaia di volte". La sostituzione del gip nel caso del crollo della funivia del Mottarone non è stata corretta. A scriverlo è stato il consiglio giudiziario di Torino (l'organo territoriale di autogoverno della magistratura, una sorta di mini Csm), che ha esaminato la decisione del presidente del Tribunale di Verbania Luigi Montefusco di sostituire la gip Donatella Banci Buonamici con la gip Elena Ceriotti per ragioni "tabellari".
Il ragionamento del consiglio giudiziario è più articolato, però: la gip non avrebbe seguito la procedura corretta nell'auto-assegnarsi quel fascicolo, tuttavia una volta assegnato non avrebbe potuto venirle tolto per le ragioni addotte dal presidente del tribunale. Sarebbe infatti, stato violato il cosiddetto principio di concentrazione, ovvero quello che prevede che - una volta che l'assegnazione di un fascicolo è avvenuta e un gip ha preso una decisione - quel fascicolo resti nelle mani dello stesso giudice per tutto l'iter giudiziario, in questo caso delle indagini preliminari.
Il parere ora verrà inviato al Consiglio superiore della magistratura, dove è già aperta una pratica sulla questione per valutare sia la liceità della scelta del presidente del tribunale che eventuali profili disciplinari. Davanti al consiglio giudiziario, che aveva ricevuto memorie scritte sia dalla gip che dal presidente del tribunale di Verbania, entrambe le parti in causa sono state ascoltate di persona.
La posizione della gip - Il consiglio giudiziario ha valutato la condotta di entrambi e ha valutato anche che la gip Banci Bonamici avrebbe sbagliato nell'auto-assegnarsi il fascicolo. Una valutazione che non è stata condivisa dalla diretta interessata, che ha rilasciato diverse dichiarazioni sul punto, dando la sua versione dei fatti e specificando che quel fascicolo lei lo ha gestito in accordo proprio con il presidente del tribunale che poi glielo ha tolto. "Mi sono assegnata procedimento d'accordo con presidente, come già centinaia di volte", ha dichiarato, aggiungendo che "La cosa chiara è che il fascicolo non mi poteva essere tolto. Che mi si dica che non potevo fare il gip è un'accusa falsa, infamante, lesiva della mia dignità".
La gip ha infatti spiegato che in un piccolo tribunale come Verbania, dove i togati sono pochi, tutti esercitano sia le funzioni di giudice per le indagini preliminari che di giudici per il dibattimento. Inoltre Banci Bonamici ha esercitato funzioni esclusivamente di gip per 13 anni al tribunale di Milano occupandosi di mafia e terrorismo, "dunque sono assolutamente qualificata per esercitare quel ruolo".
Ha aggiunto che il fascicolo con la richiesta di convalida del fermo con custodia cautelare in carcere dei tre indagati per i fatti della funivia "è arrivato alle 6 di sera, ho autorizzato l'apertura della cancelleria perché era chiusa, non c'era nessuno. Mi sono consultata con il presidente che non c'era, avevo i termini che scadevano sabato alle 18 e d'accordo con il presidente, come ho fatto in altri centinaia di casi, ed è documentato, mi sono, nelle mie facoltà presidenziali, assegnata il procedimento e ho provveduto nei termini su una convalida con due, tre persone che erano da 96 ore in stato di custodia cautelare". In sostanza, dice Banci Bonamici, lei era sola in tribunale, i termini stavano per scadere e due persone erano in carcere da quattro giorni: bisognava decidere in tempi rapidi e lei ha provveduto, decidendo per la scarcerazione.
La posizione del pg Saluzzo - Al pasticcio al tribunale di Verbania si aggiungerebbe un ulteriore dato che riguarda il procuratore generale di Torino, Francesco Saluzzo (che è parte del consiglio giudiziario che ha preso la decisione). Secondo una ricostruzione del Riformista, infatti, esisterebbe una mail che Saluzzo avrebbe inviato al presidente del tribunale di Verbania per esercitare pressioni contro la gip Banci Buonamici. Della mail esisterebbero conferme che provengono da fonti vicine al Consiglio superiore della magistratura, tuttavia Saluzzo nega categoricamente qualsiasi tipo di coinvolgimento nella questione e aggiunge: "Eserciterò le azioni giudiziarie nei confronti di chiunque abbia fatto queste affermazioni".
di Liana Milella
La Repubblica, 1 luglio 2021
La segretaria di Magistratura democratica, alla vigilia del congresso di Firenze, lancia l'allarme sul rischio che in Italia prevalgano atteggiamenti repressivi nei confronti delle toghe. Un giudizio netto contro i referendum radical-leghisti, mentre ci sono valutazioni positive sulle riforme della Guardasigilli Cartabia, dall'ufficio del processo alla giustizia riparativa. Nel mare in tempesta della giustizia, Magistratura democratica, la storica corrente di sinistra delle toghe, d'ora in avanti navigherà da sola. Nella pienezza del suo lungo passato. Nella certezza che, soprattutto in questo momento, ci sia bisogno di chi è convinto che i giudici italiani potrebbero rischiare in futuro l'effetto "museruola", dal nome della legge che in Polonia è stata battezzata così e che punisce con sanzioni disciplinari i magistrati che osano parlare criticamente delle riforme della giustizia del loro paese. Maria Rosaria Guglielmi, "Maro" per gli amici, la pm di Roma scelta da poco dal Csm come sostituto procuratore europeo, segretaria uscente di Md, paventa la "museruola" non certo per mano della Guardasigilli Marta Cartabia, da cui anzi arrivano idee riformatrici che condivide come quella sull'ufficio del processo e sulla giustizia riparativa, ma quando assiste agli attacchi della destra contro il presidente dell'Anm Giuseppe Santalucia e quando scorre i temi dei sei referendum radical-leghisti, e ancora quando si materializza l'attacco alla giurisdizione che sfrutta a suo uso e consumo il caso Palamara.
A dieci giorni dal congresso di Magistratura democratica, che si svolgerà a Firenze dal 9 all'11 luglio nel palazzo dei congressi, "Maro" Guglielmi rende pubblica la sua relazione. Venti pagine pubblicate su Questione giustizia, la rivista online di Md diretta dall'ex avvocato generale della Cassazione Nello Rossi, con le due vice Ezia Maccora e Rita Sanlorenzo, la prima presidente aggiunta dei gip di Milano, la seconda sostituto procuratore generale della Suprema Corte, due toghe "rosse" da sempre. Rivista che, in queste settimane, ha affrontato più volte il tema dei referendum e degli aspetti potenzialmente critici delle riforme di Cartabia, come nel caso del gip che vigila sul pm per l'iscrizione del reato e può costringerlo a farla.
Dopo una lunga stagione al vertice delle toghe "rosse" Guglielmi passerà la mano. Ma a chi prenderà il suo posto consegna dei presupposti fermi. Innanzitutto il cammino autonomo di Md che si lascia definitivamente alle spalle la pagina di Area, il cartello di sinistra della magistratura, che univa sia Md sia il Movimento per la giustizia, la corrente dell'ex procuratore di Torino Armando Spataro per intenderci, ma che vedeva al suo interno anche degli "areisti" puri, non iscritti a nessuna delle due correnti. Nata come cartello elettorale, Area è divenuta un soggetto autonomo, dove più di un protagonista ha chiesto e spinto perché Md decidesse di sciogliersi. Ma Md non ne aveva alcuna intenzione. Chi aveva la doppia tessera ha lasciato quella di Md, come alcuni componenti del Csm, ma Md ha deciso di andare avanti. E in questo congresso spiegherà come intende proseguire il suo cammino da sola. Perché, come dice Guglielmi, "vuole fare la sua parte, in quanto molte sfide attuali sui diritti, sulla democrazia, sui cambiamenti culturali della magistratura, che rivelano tendenze corporative, richiedono la sua presenza".
E conviene partire da quell'immagine della "museruola" - che certo fa impressione - per descrivere sommariamente i contenuti della relazione di Guglielmi. Da sempre magistrata impegnata anche in Medel, il gruppo che raccoglie le toghe di sinistra in Europa. Toga dalla visione internazionalista, che tante volte ha denunciato la cancellazione dei diritti in Turchia anche per gli stessi giudici messi in galera, attenta al destino degli ultimi, come i 13mila migranti respinti in Libia quest'anno, paese sul libro nero "per le gravissime violazioni dei diritti fondamentali, con i campi di detenzione arbitraria e la tortura".
"A chi oggi vorrebbe museruole e bavagli, dobbiamo ricordare che non siamo in Polonia, non siamo in Ungheria, non siamo in Turchia" scrive Guglielmi. "Siamo in uno Stato di diritto. E ci aspettiamo di trovare un fronte ampio di difesa sul diritto di parola: dall'avvocatura, donne e uomini della parola, a tutti coloro che hanno a cuore la democrazia". L'episodio che ha sconvolto Guglielmi è quello dell'attacco della destra, di Salvini, al presidente dell'Anm Santalucia, che aveva parlato di "ferma reazione" dei giudici di fronte ai referendum radicali-leghisti. Parliamo di quelli che vogliono la separazione delle carriere, la responsabilità diretta dei giudici, la cancellazione della legge Severino sull'incandidabilità di chi è condannato, ma anche un'attenuazione della custodia cautelare. Secondo Guglielmi quella levata di scudi mette a rischio la libertà dell'Anm e quindi degli stessi giudici. Tant'è che lei ricorda come proprio l'Anm "sia stata già sciolta dal fascismo che ne perseguitò i dirigenti". Da qui si arriva alle leggi "museruola", Polonia, Ungheria, Turchia, e a quello che "può succedere quando si nega il diritto di parola e quello di associarsi ai magistrati, ai giornalisti, agli avvocati, ai cittadini".
Ma non si esaurisce certo in questo "allarme" la relazione di Guglielmi. Che necessariamente parte dal caso Palamara, stretto nella polemica "sempre più inestricabile fra cause irrisolte delle degenerazioni e delle cadute, analisi incompiute e letture strumentali, proposte di cure sbagliate, tentativi di rinnovamento di facciata e progetti concretissimi, capaci di travolgere l'assetto costituzionale voluto a tutela di una giurisdizione indipendente". Oggi Guglielmi vede "una magistratura che appare immobile, percorsa da divisioni e contrapposizioni al suo interno, incapace di dare segnali riconoscibili di una svolta unitaria verso il necessario cambiamento". Ma soprattutto non vede "un'assunzione di responsabilità collettiva rispetto alla necessità di affrontare i tanti nodi venuti al pettine".
Certo è che la crisi esiste, come dimostra "la frequenza di indagini per fatti gravi e gravissimi che coinvolgono giudici e pm" che esigerebbe "risposte immediate agli inquietanti interrogativi sull'attualità, gravità e ampiezza della nuova questione morale". Ma quali sarebbero le risposte giuste? Non certo quelle che "si esauriscono nelle sanzioni penali e disciplinari". Urge invece una riflessione "sugli scenari che si intravedono dietro inchieste, arresti, contesti ambientali nei quali fatti e condotte si collocano, e sulla necessità di fare luce su tutte le zone d'ombra dove si annidano i fattori di degenerazione". Perché il rischio è che venga intaccata "l'imparzialità della giurisdizione e la fiducia della collettività nell'imparzialità del giudizio e delle decisioni". Come dimostra il tentativo "di chi teorizza l'esistenza di un sistema e in questa chiave riscrive anche la storia di indagini e processi". Quasi che ad indagare ed emettere sentenze sia stata una magistratura ideologizzata e quindi politicamente orientata.
E qui Guglielmi lancia il suo messaggio ai colleghi delle altre correnti, perché "ogni gruppo deve fare i conti con il suo passato e rileggere in questa chiave la sua storia, interrogandosi sulle degenerazioni subite con la nascita di potentati; le dinamiche interne e le condotte nell'autogoverno comunque condizionate dall'obiettivo di acquisizione del consenso e di rafforzamento di presenza nei territori e negli uffici; il consolidamento di posizioni di potere individuale di singoli, sino ad arrivare alle zone d'ombra e di incontro con i poteri esterni". Md, dice Guglielmi, ha già fatto la sua parte, assumendosi le necessarie responsabilità. Adesso tocca agli altri farlo.
di Maurizio Crippa
Il Foglio, 30 giugno 2021
Non siamo di quelli che "le divise fanno paura", scemenza destituita di ogni rapporto con la realtà. Dunque il punto non è pretendere processi sommari e simbolici assalti alla Bastiglia: gli agenti di Polizia penitenziaria esistono perché servono, non dovrebbero fare paura. Ci sarà modo, anche per noi, di affrontare il tema.
di Piero Sansonetti
Il Riformista, 30 giugno 2021
Gli agenti della Polizia penitenziaria, come chiunque, hanno il diritto di difendersi e anche di essere considerati innocenti. Una retata con più di 50 misure cautelari, delle quali una decina in prigione, colpisce. È legittima? Era necessario alle indagini, quattordici mesi dopo il reato, sbattere in prigione gli indiziati? C'era rischio di fuga, di reiterazione, di inquinamento delle prove? Direi di no. Urge un referendum per riformare le norme sulla carcerazione preventiva. Finché non verrà riformata drasticamente, e cioè finché non ci si deciderà a ridurre al minimo la possibilità della magistratura di utilizzarla come strumento di indagine, continuerà questo costume dell'uso molto disinvolto della prigione da parte delle toghe. Per comodità di chi indaga. O addirittura come mezzo di pressione per far confessare o per ottenere delle delazioni.











