di Rocco Vazzana
Il Dubbio, 24 novembre 2021
Il presidente della Repubblica ai referendari di nuova nomina della Corte dei Conti: "La professionalità non può mai ridursi a mera tecnicalità, ma richiede l'esercizio di onestà intellettuale, di equilibrio, di sobrietà, di obiettività, assenza di autoreferenzialità".
"Le logiche corporative deprimono la figura del magistrato", cui sono richieste rispetto dell'"etica pubblica e assenza di autoreferenzialità". Lo ha affermato il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, incontrando al Quirinale i referendari di nuova nomina della Corte dei Conti. "Il filo rosso che deve caratterizzare, non soltanto l'esercizio delle varie funzioni, ma ogni presa di posizione del magistrato in tutte le sedi, è il sentimento profondo di un'etica delle istituzioni, la consapevolezza - ha spiegato il Capo dello Stato - di dover agire sempre sulla base di principi e per l'affermazione di valori. La professionalità non può mai ridursi a mera tecnicalità, ma richiede l'esercizio di onestà intellettuale, di equilibrio, di sobrietà, di obiettività, assenza di autoreferenzialità, disponibilità al confronto, e impone di rifuggire da logiche corporative che snaturano e deprimono la figura del magistrato".
"Fronteggiare la pandemia e sostenere la ripresa - ha ricordato - hanno comportato l'impiego di risorse ingenti, determinando un incremento significativo del debito pubblico, reso possibile dalle scelte di politica monetaria della Banca centrale europea e dalla sospensione del Patto di stabilità. La crescita del debito pubblico richiede un supplemento di responsabilità nella gestione della finanza pubblica e un utilizzo delle risorse mirato alla crescita economica".
"Già a partire da quest'anno - ha poi aggiunto il Capo dello Stato - i documenti di finanza pubblica indicano l'obiettivo di una riduzione del debito pubblico, obiettivo ineludibile se intendiamo rendere la ripresa stabile e duratura". "Le ingenti risorse attualmente destinate all'Italia" per il Pnrr "vanno utilizzate in modo attento e responsabile, nella consapevolezza che ci troviamo in una condizione senza precedenti e verosimilmente irripetibile. Si tratta di cogliere o di perdere un'opportunità straordinaria per l'Italia e per l'Europa".
"Non è rilevante soltanto quanto le risorse a nostra disposizione ci consentiranno nell'immediato di realizzare -ha aggiunto il Capo dello Stato- ma lo sono in misura ancor maggiore le prospettive aperte da questa coraggiosa e inedita forma di collaborazione fra gli Stati europei. La legalità finanziaria non è un asettico sistema di regole, in quanto riguarda la promozione dell'uguaglianza sostanziale e l'effettiva tutela dei diritti sanciti dalla Costituzione come fondamentali. Basti pensare al diritto alla salute, quanto mai in evidenza in questo periodo. Parimenti, i principi di efficienza, efficacia ed economicità dell'agire amministrativo sono, con la legalità, la garanzia della qualità e quantità delle prestazioni e dei servizi in favore della collettività".
di Susanna Marietti*
Il Fatto Quotidiano, 24 novembre 2021
Il mio racconto di alcuni giorni fa su quanto ho visto nel reparto psichiatrico "Sestante" del carcere di Torino ha smosso una grande attenzione e molte reazioni. Tra queste, quella del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria che sta in queste ore chiudendo la sezione. Ovviamente ne siamo felici.
Immagino quanto sia difficile guidare una struttura complessa come il sistema carcerario. Immagino il carico di lavoro, le responsabilità, i tanti livelli decisionali sovrapposti: sarebbe ingenuo pensare che le cose si facciano con lo schioccare delle dita. Però rimango stupita dal leggere sui giornali che il Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria avrebbe affermato - firmando il contratto solo ieri, dopo il polverone sollevato, con la ditta aggiudicatrice dell'appalto - che "è un'opera su cui abbiamo lavorato fin dall'inizio del nostro insediamento e che oggi realizziamo conoscendo benissimo la situazione in cui versa la sezione del penitenziario in questione".
Io non ho dormito, dopo aver conosciuto quella situazione. Non riesco a immaginare come possa qualcuno conoscerla addirittura benissimo e lasciarla lì. Se davvero è stato detto quanto riportato, se davvero la conoscevano benissimo (anche dopo le molte segnalazioni, in particolare quelle del Garante nazionale), perché è dovuto servire l'intervento di Antigone per far cambiare le cose? Ripeto: so bene che i meccanismi sono complessi e coinvolgono tante persone, fasi, ingranaggi. Per questo parlo a tutti noi: inorridiamo, per favore. Non diamo nulla per scontato. Non abituiamoci a che ci siano vite da buttare via. Se si conosceva benissimo la situazione e si sono aspettati degli anni, allora si è dato per scontato che qualche vita si poteva trattare così.
Fino a che resteremo assuefatti all'orrore non ci sarà scampo. Cambieremo le mattonelle al Sestante, trasferiremo i detenuti in un reparto senza la turca a vista, ma le pratiche profonde con le quali ci rapporteremo a queste persone resteranno le stesse. Non c'è solo quel reparto in Italia. In giro per le carceri si trovano altre sezioni di osservazione psichiatrica, che versano in condizioni strutturali meno degradate ma dove si incontrano le stesse persone imbottite di psicofarmaci e lo stesso abbandono e noncuranza.
Sono felicissima che il reparto stia chiudendo, ma non fermiamoci qui. Adesso guardiamo al futuro. Non facciamo sì che la chiusura del Sestante possa costituire una distrazione da tutto il resto. In queste ore abbiamo già avuto preziosi segnali di attenzione da parte del mondo medico, penitenziario, giudiziario.
Se il Dipartimento conosce oggi altre situazioni come quella, non aspetti mesi e anni prima di firmare il contratto per i lavori. Non vogliamo leggere tra sei mesi che "conosceva benissimo" ma non ha fatto nulla. Se i dirigenti delle Asl sanno che i loro medici lasciano vivere le persone chiuse in gabbia e incapaci di reggersi in piedi per la quantità di psicofarmaci che ingeriscono, prendano immediati provvedimenti e impongano la chiusura dei reparti per ragioni sanitarie. Se una direzione di istituto sa di avere un reparto come quello nel proprio carcere, urli, lo denunci, lo scriva sui giornali. Non c'è burocrazia di fronte a violazioni così profonde della dignità della persona.
*Coordinatrice associazione Antigone
ansa.it, 24 novembre 2021
Crescono ancora i casi Covid nelle carceri italiane. I detenuti positivi sono 150 (di cui 14 nuovi giunti), su un totale di 53.816 presenze, mentre i casi sono 152 tra i 36.939 poliziotti penitenziari in servizio. I dati, aggiornati a ieri, sono pubblicati nel report settimanale sul sito del ministero della Giustizia. La scorsa settimana i casi erano 103 tra i detenuti, su una popolazione di 53.777 unità, e 133 tra gli agenti.
Tra i detenuti positivi, 146 sono asintomatici, 2 hanno sintomi e sono gestiti all'interno degli istituti e 2 sono ricoverati in ospedale. Tra i poliziotti 149 sono asintomatici in isolamento domiciliare e 3 sono ricoverati in caserma. Dodici sono infine i positivi tra le 4.021 unità del personale dell'amministrazione penitenziaria, tutti in isolamento domiciliare, la scorsa settimana erano 11.
Intanto va avanti la campagna di vaccinazione: 83.378 le dosi di vaccino anti covid somministrate ai detenuti. Sono invece 25.051 i poliziotti penitenziari avviati alla vaccinazione e 2.823 unità tra il personale dell'Amministrazione.
di Annalisa Cuzzocrea
La Stampa, 24 novembre 2021
Il governo prepara la svolta: fondi alle Regioni per costruire nuove case protette. Quando il 18 settembre del 2018 Alice Sebesta, una donna tedesca di 33 anni, uccise i suoi due figli - la bambina di sei mesi, il maschio di un anno e mezzo - gettandoli dalle scale della sezione nido del carcere di Rebibbia, tutti dissero: "Mai più".
L'allora Guardasigilli Alfonso Bonafede ha confidato - anni dopo - di aver pianto, quel giorno. I politici di tutti i colori si sono interessati, per qualche settimana, delle condizioni dei bambini piccoli, piccolissimi, costretti a vivere e crescere dentro a un carcere per espiare la colpa delle loro madri. Ma da allora, quasi nulla è cambiato.
C'è una legge che langue in commissione Giustizia alla Camera: il primo firmatario è il deputato Pd Paolo Siani. La ratio è molto semplice: davanti a una madre con figli piccoli, la prima scelta del giudice deve essere sempre una casa protetta (ce ne sono solo due, una a Milano e una a Roma, ma ci sono - approvati nell'ultima manovra di Bilancio - 4, 5 milioni di euro per costruirne altre). E quindi, solo in caso di reati particolarmente gravi o efferati, una madre col suo bambino dovrebbero andare in cella.
Oggi è il contrario. Oggi sono la prigione o l'Icam, gli istituti a custodia attenuata, la prima scelta. Quella che porta bambini di pochi mesi, fin a tre anni, a vivere la loro prima infanzia chiusi in posti bui, con le sbarre che si chiudono alle otto di sera, con la possibilità di uscire con i volontari sospesa in tempo di Covid e ancora oggi, in un carcere come Rebibbia, dove l'abitudine di portarli al nido al mattino non è mai ripresa per questioni sanitarie. E dove i nuovi arrivi stanno per una settimana in isolamento Covid con le loro madri (vuol dire chiusi in cella, 24 ore su 24, 7 giorni su 7).
Negli Icam i minori possono rimanere fino a 6 anni, alcuni a 10, ma anche se non hanno sbarre, restano una prigione. Dove tornare da scuola senza potersi fermare a casa dei compagni. Dove c'è sempre un'assistente che magari non è in divisa, ma alla quale devi chiedere: "Apri. Ti prego, apri". È la prima parola che imparano i bambini in carcere, "Apri".
Prima di mamma, prima di papà. E così non parliamo solo di scandali come quello del reparto per malati psichiatrici al Lorusso e Cotugno di Torino, quando parliamo di carcere. Lo ha detto più volte Carla Garlatti, Garante nazionale per l'Infanzia, già giudice minorile: "È una questione di uguaglianza sostanziale: ogni bambino deve poter partire dalle stesse condizioni di partenza degli altri. In un carcere non è possibile. A luglio avevo chiesto che i fondi per le case protette fossero sbloccati. Sono felice che il 15 novembre sia finalmente accaduto".
A Torino, poco distante dal Sestante, il reparto della vergogna, c'è l'Icam, al piano terra della palazzina dei semiliberi. In questo momento ci abitano tre bambini. Chi di loro va a scuola, per farlo deve attraversare i cancelli. Sa di essere in prigione. Sa che la colpa è della madre. Sara (il nome è di fantasia) che ora è stata accolta a Saluzzo dalla comunità Giovanni Paolo XXIII, in quell'Icam è stata tre anni. Nel suo racconto, c'è tutto quello che un carcere fa a bambini così piccoli. È entrata che l'ultima figlia aveva un anno e due mesi. Quando quella di tre anni le ha raggiunte "piangeva, non dormiva la notte, aveva gli incubi, non voleva entrare in stanza". A un certo punto la lascia a casa con i parenti e anche ai colloqui, la bambina non vuole più andare: "Si nascondeva sotto il tavolo, aveva paura che la tenessi con me".
Torna quando è un po' più grande e va a scuola, ma il confronto con il mondo fuori fa ancora più male: "Mi diceva stai tranquilla, sto bene, ma poi cominciavano le domande: perché non posso fermarmi al parco dopo scuola? Perché non posso restare a casa dalla mia amica? Molte delle mie compagne i bambini non li mandavano neanche fuori con i volontari, perché poi non volevano tornare, urlavano, si graffiavano la faccia".
Sara - 27 anni oggi, 22 quando è entrata in prigione - ha scoperto in carcere che per vivere si può lavorare, che non si deve rubare per forza. Prima, semplicemente, non lo sapeva. Suo figlio più grande vive con la nonna e con lei non vuole tornare. Quasi non la conosce: "Non voglio vederlo soffrire. Soffro io e va bene così". Ma fuori, con i 250 euro che prende grazie a un lavoretto da volontaria, con i documenti da apolide che finalmente ha ottenuto, sogna di ricostruire.
La luce di fuori è quella di cui parlano a Roma, alla Casa di Leda, una delle due case protette esistenti, Xionati Episcopo e Zhera Hadovic. Xionati ha 30 anni, una condanna a 9 per associazione a delinquere, un marcato accento romano: "Il momento più brutto è stato quando ho lasciato mio figlio che aveva 9 mesi, gattonava, e l'ho rivisto che correva". I suoi due bambini sono con lei, ma presto potrebbe dover rientrare in prigione: "La notte li guardo dormire tranquilli e so che il mio è un conto alla rovescia. Che succederà? Dovrò mandare in cura anche il secondo. Il primo - quello che quando ero a Rebibbia avevo dovuto lasciare - ci ho messo un anno per riconquistarlo".
Zhera qui ha due figlie. Parla meno di Xionati. Dice però qualcosa che è al fondo di tutto. E cioè: "Qui adesso vedo la luce. In carcere non c'è la speranza". La casa di Leda (gestita dall'Asp Asilo Savoia) è dedicata a Leda Colombini, mondina, partigiana, deputata del Pci, una vita per gli ultimi e alla fine proprio per i figli delle detenute.
Fu la prima a lottare per una legge migliore. Ancora, a 10 anni dalla sua morte, il suo sogno non si è avverato. Dice Marta Cartabia: "I numeri sono limitati, ma anche un solo bambino in carcere è troppo: perché infliggere la pena a un bimbo o una bimba innocente, la cui infanzia sarà segnata per sempre?". Dal ministero spiegano quanto siano complessi i casi: a volte, davanti a una possibilità di uscire, alcune madri dicono no. Come dice Monica Gallo, garante dei detenuti a Torino: "Il carcere è diventato un enorme contenitore di disagio sociale".
Ma possiamo continuare a permettere che sia così? "Si sta lavorando da mesi per cercare di offrire a ciascuna madre detenuta con i figli una diversa possibilità, in sintonia con i propri bisogni e con le specifiche esigenze del caso - spiega la ministra della Giustizia - un contributo decisivo ci arriva dalla disponibilità di alcune associazioni del terzo settore, come la Papa Giovanni XXIII".
Cartabia si rende conto che è solo l'inizio: "Lavoriamo perché nessun bambino muova i suoi primi passi negli spazi angusti di un carcere o rappresenti il cielo con le grate alle finestre, come ho visto da alcuni disegni. Questo non ha nulla a che fare con la funzione rieducativa della pena di cui parla la nostra Costituzione".
C'è una legge che langue alla Camera, per fare di più. Basta approvarla (se il Parlamento decidesse di andare avanti - dicono a via Arenula - avrebbe l'appoggio della ministra). Ci sono centinaia di migliaia di euro arrivati alle Regioni per costruire nuove case protette: basta spenderli pensando, per una volta, prima di tutto ai bambini. In questo momento in carcere in Italia ce ne sono 23. Erano 59 a febbraio 2020, prima del Covid. 33 a giugno. Si può fare di più. Basta quella che Luigi Manconi, presidente di A buon diritto, da tempo in lotta su questo tema, chiama: "La volontà politica".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 24 novembre 2021
In una relazione del 2019 evidenziati i problemi dell'assistenza e quelli giuridici. Le "articolazioni psichiatriche penitenziarie" presentano una serie di gravi problematiche: dalla mancanza di copertura giuridica adeguata e di indicazioni sulle caratteristiche strutturali; alla carenza di chiarezza circa la gestione delle articolazioni stesse. Molte delle articolazioni psichiatriche previste sono rimaste finora sulla carta, mentre altre risultano prive di qualsiasi caratteristica sanitaria.
A denunciare le forti criticità riguardanti i reparti delle articolazioni psichiatriche nelle carceri, ci ha pensato il Comitato di Bioetica in una relazione del 2019. Non solo, quindi, il reparto "Il Sestante" del penitenziario di Torino, ma è un vulnus che riguarda anche altre strutture. La relazione punta al tema specifico dell'assistenza in carcere, il nodo più delicato e controverso riguarda i condannati e già reclusi cui venga riscontrato un disturbo psichiatrico grave durante la detenzione. Per questi soggetti, il riferimento è agli articoli 147 e 148 del Codice penale (il primo sul differimento pena per incompatibilità con la detenzione, il secondo che stabilisce il trasferimento in Opg).
L'articolo 147 permette a chi si trovi "in stato di grave infermità fisica" di godere della sospensione della pena, uscendo dal circuito penitenziario per essere sottoposto alla misura di detenzione domiciliare al fine di curarsi. Il mancato riferimento in questo articolo alla "infermità psichica" ha finora impedito - prima della pronuncia della Corte Costituzionale - di allargare la possibilità della sospensione ai soggetti con malattia psichiatrica, causando una discriminazione lesiva del principio di uguaglianza e del diritto alla tutela della salute.
Quanto all'art. 148, la norma sopravvive nonostante l'Opg non esista più. Secondo il Comitato di Bioetica si apre perciò il problema di dove e come debbano essere curate queste persone, nel rispetto del loro diritto alla tutela della salute. "Anche per questi - si legge nella relazione -, non è pensabile un loro ricovero nelle Rems, a meno di non venire meno alla loro finalità curativa, trasformandole in un sostituto dell'Opg". Il paradosso della sopravvivenza dell'art. 148 dopo la chiusura dell'Opg induce a riflettere.
"Da un lato, è direttamente la spia della poca chiarezza circa il disegno complessivo della cura dei "rei folli" 25 ma anche, indirettamente, della cura dei "folli rei", perché mette in tensione il nuovo sistema di cura delineato per questi ultimi; dall'altro, alimenta la spinta a usare le Rems come se fossero degli Opg in scala minore", ha sottolineato il Comitato di Bioetica.
Il percorso di adeguamento legislativo si è interrotto dopo la legge 81/2014. Non è stato toccato il "doppio binario" di non imputabilità/ imputabilità, che si apre davanti agli autori di reato affetti da disturbi mentali e che produce il "doppio binario" trattamentale: il primo riguardante i cosiddetti "folli rei", giudicati non imputabili; il secondo per i "rei folli", considerati capaci di intendere e perciò imputabili.
Poiché la legge 81/ 2014 ha affrontato solo il binario assistenziale dei "folli rei", è rimasta incerta la sorte delle altre tipologie di malati in precedenza ospitati negli Opg: le persone in misura di sicurezza provvisoria in attesa che venga accertata la non imputabilità (con eventuale successiva trasformazione della misura di sicurezza provvisoria in definitiva) e i soggetti in osservazione psichiatrica (i cosiddetti "osservandi"), su disposizione del magistrato, per stabilire l'esistenza o meno della infermità psichica sopravvenuta durante la detenzione.
di Ermes Antonucci
Il Foglio, 24 novembre 2021
I pubblici ministeri possono, anzi devono, non includere negli atti di indagine conversazioni (chat, e-mail, sms) acquisite tramite sequestro, ma dal contenuto penalmente irrilevante. Proprio quello che sembra essere avvenuto nell'inchiesta Open, condotta dalla procura di Firenze, dove tra gli atti di indagine sono finiti (oltre all'estratto del conto corrente intestato a Matteo Renzi, non oggetto di indagine) anche conversazioni riguardanti strategie di comunicazione politica e persino messaggi in cui Renzi parla di un amico malato di cancro con Marco Carrai, al quale poi saranno sequestrati cellulare, pc e documenti. A ricordare l'illegittimità di questa pratica è stato il procuratore generale di Trento, Giovanni Ilarda, che alcune settimane fa ha diramato una circolare ai procuratori del proprio distretto "in merito alle modalità operative da adottare nel caso di sequestro di dispositivi di comunicazione mobile finalizzato all'acquisizione di messaggistica memorizzata sugli stessi (chat, email, sms, mms)". La circolare è poi stata inoltrata anche al procuratore generale della Corte di Cassazione, Giovanni Salvi, e a tutti i procuratori generali presso le varie corti di appello.
Tra i temi toccati dal procuratore generale di Trento spicca il richiamo al rispetto del principio di proporzionalità, il quale impone che "il sequestro sia rigorosamente mantenuto sui soli dati della copia forense rilevanti ai fini delle indagini, in quanto il sequestro probatorio è consentito solo per le cose pertinenti al reato necessarie per l'accertamento dei fatti (art. 253, co. 1, c.p.p.), con conseguente obbligo di estrazione dei soli dati d'interesse e restituzione della copia integrale, perché quando non è necessario mantenere il sequestro a fini di prova, le cose sequestrate sono restituite (devono essere restituite) a chi ne abbia diritto (art. 262, co. 1, c.p.p.)".
Ma è nelle righe successive che il procuratore Ilarda richiama in modo particolare l'attenzione dei magistrati contro il deposito indiscriminato negli atti di indagine dei dati raccolti tramite sequestro. Il passaggio è un po' lungo, ma merita di essere riportato nella sua interezza: "Un riversamento agli atti del procedimento della copia forense nella sua interezza, comprendente anche chat o messaggi con contenuto irrilevante per il processo, implica, invece, un'inammissibile ed illecita diffusione di dati che attengono alla sfera personale, intima ed inviolabile di ogni individuo e non è assolutamente consentito, perché comporta, inevitabilmente, fra l'altro, la possibilità di divulgazione di fatti lesivi dell'onorabilità e della reputazione della persona, di dati penalmente irrilevanti che possono, però, risultare devastanti per la vita dei soggetti coinvolti (anche se estranei al procedimento) e che quando riguardano l'attività di operatori economici, rendendo conoscibili know how o strategie riservate d'impresa possono anche alterare l'ordinario andamento del mercato con grave danno per l'economia nazionale o di un determinato territorio, nonché la conoscibilità e tracciabilità di orientamenti politici, tendenze sessuali, convincimenti religiosi, rapporti sentimentali, dati sanitari e altri dati sensibili non solo della persona sottoposta ad indagini, ma anche di soggetti del tutto estranei e persino di minorenni".
Il procuratore ricorda che sul punto la giurisprudenza della Corte di Cassazione è "molto chiara e perentoria", dal momento che stabilisce che "il pubblico ministero può trattenere la copia integrale solo per il tempo strettamente necessario per selezionare, tra la molteplicità delle informazioni in essa contenute, quelle che davvero assolvono alla funzione probatoria sottesa al sequestro". Vista l'"eccezionale rilevanza e delicatezza delle questioni affrontate", il procuratore Ilardi ha inoltrato la circolare al procuratore generale della Cassazione, Giovanni Salvi, pregandolo di valutare "l'opportunità di iniziative dirette a promuovere linee di orientamento e indirizzo uniformi sull'intero territorio nazionale".
di Riccardo Lo Verso
Il Foglio, 24 novembre 2021
Vuoi vedere che manca una parte della sceneggiatura. E che parte. Come se in un film d'amore tagliassero i baci appassionati. Chissà se l'avvocato Antonio Ingroia era accompagnato dalla scorta quando ha incontrato la sua nuova cliente, Gina Lollobrigida. Da un paio di mesi, infatti, a Roma valutano se mantenere attiva la protezione solo in terra siciliana. Da Villa San Giovanni in su la sua incolumità non è a rischio per mano mafiosa. Non lo dice un perfido nemico di Ingroia, ma il ministero dell'Interno. All'appuntamento con l'attrice e sua nuova cliente, l'ex magistrato, ex leader politico ed ex aspirante premier, ex pedina del sottogoverno regionale siciliano, ex candidato a sindaco, potrebbe essersi presentato da solo, in giacca e cravatta, come un avvocato qualunque. Senza offesa per l'ordine a cui si è iscritto, naturalmente, ma la scorta è un tratto distintivo che lo rende diverso dagli altri, una cornice che lo colloca ancora in un contesto che non gli appartiene più.
La scorta che lo segue suscita un déjà-vu in tutti coloro che lo incrociano. Ci si ricorda che Ingroia, fino a non molto tempo fa, stava dall'altra parte della barricata. Dalla parte dei pubblici ministeri, e per giunta di coloro che conoscono le verità inconfessabili e lottano contro chi vuole tenerle nascoste. Il fatto che non siano riusciti a portare in aula ciò che serve, le prove, in anni e anni di processi è un dettaglio, un peccatuccio. È accaduto per la Trattativa Stato-mafia, per Calogero Mannino processato per venticinque lunghi anni e per il generale Mario Mori assolto non una ma tre volte. Non è andata come i pubblici ministeri avevano dato per certo. C'è un'opinione pubblica che non si nutre di sentenze, però, ma di suggestioni raccontate in televisione, di ricostruzioni farlocche spacciate per verità. Tanto basta per la sopravvivenza. La vita di Ingroia è un contenitore di esistenze vissute alzando sempre più in alto l'asticella dei colpi di scena. Troppo in alto a volte, tanto da finire sopra le righe e sprofondare nel grottesco.
Il cognome di Ingroia per una lunga stagione è stato un marchio di fabbrica che andava parecchio di moda. Si sceglieva il personaggio prima ancora della persona. Come poteva essere credibile, ad esempio, che l'ex presidente della Regione siciliana, Rosario Crocetta, lo avesse nominato commissario dell'ex provincia di Trapani, ente già di per sé simbolo di una politica irredimibile, con la pretesa di dare fastidio a Matteo Messina Denaro. No, non poteva essere credibile ed infatti divenne patetico. E che dire della seconda nomina di sottogoverno. Mandarono Ingroia a dirigere una società di servizi informatici e digitali, ma issarono il vessillo della legalità per giustificare la nomina spacciandola per l'ennesima crociata contro il malaffare affidata al comando dell'ex pubblico ministero. Si resta pubblico ministero per sempre. Ci tiene Ingroia a sottolineare, tutte le volte che può e tutte le volte che viene compulsato, la sua militanza fra gli accusatori, così come tiene alla sua scorta per la quale è in perenne battaglia con chi ha deciso di togliergliela. Nel 2018 il Viminale gli aveva comunicato che dopo ventisette anni non c'erano più esigenze di sicurezza. Era stato il prefetto di Palermo d'intesa con l'Ucis - Ufficio centrale interforze per la sicurezza personale - a valutare che non esisteva più una "concreta e attuale esposizione a pericoli o minacce". Ingroia fece ricorso al Tar del Lazio. Respinto. Andò meglio al Consiglio di Stato. Ricorso accolto.
La scorsa estate una pec ha sparigliato le carte. Il ministero ha annunciato la revisione in corso per la revoca della sua scorta su tutto il territorio nazionale esclusa la Sicilia. Non si tratta soltanto di fare i conti in rischi e con la paura - su cui nessun può e deve metter bocca -, c'è il non volersi rassegnare al tramonto di una stagione e di un personaggio, il suo, creato fra aule di giustizia e programmi televisivi. La scorta serve per sentirsi parte di un mondo che non esiste più sia per la scelta di Ingroia di lasciare la magistratura, sia per le condizioni in cui lo Stato ha ridotto Cosa Nostra. I boss di oggi si danno un gran da fare per piazzare bancarelle abusive nelle feste di borgata e selezionare le scalette dei cantanti neomelodici. La mafia succhia la residuale linfa della sua sopravvivenza sguazzando nel malessere sociale, nella mancanza di futuro e lavoro. La stagione dello strapotere mafioso, delle stragi, degli attentati fa parte per fortuna del passato. Lo dicono gli analisti, i magistrati e gli investigatori sul campo quando ripetono che non bisogna mollare per evitare di dare fiato e forza ad un'associazione criminale che arranca.
La mafia va tenuta sotto controllo - il numero dei blitz conferma che è questa la strada battuta - ma non fa più pura come in passato. Eppure i successi dello Stato, pagati a caro prezzo con il sangue delle vittime, vengono bisbigliati. Se ne parla sottovoce. Non sia mai che venga sbaraccato l'apparato dell'antimafia. Scorte comprese. Ci sono episodi che spiegano quanto distorto sia il concetto di sicurezza. È accaduto che in occasione delle commemorazioni per la stragi di mafia, a Palermo, sbarcassero decine di auto blindate appena uscite dalla concessionaria. Auto blu nuove di zecca, come un vestito buono da indossare per le passerelle in favore di telecamera. Perché apparire conta più di essere. Fiction e realtà non sono più piani separati. Si intrecciano, si confondono.
E così accade che un giorno Gina Lollobrigida chiami Ingroia. All'attrice, oggi novantaquattrenne, è stato assegnato un amministratore di sostegno dal Tribunale, ma la donna ritiene che sia un modo per privarla del patrimonio. Un bel mucchio di soldi accumulati nel corso di una carriera da diva del cinema. Potenza di Netflix. Lollobrigida ha visto la docuserie sulle vendette dell'antimafia. Da una parte Pino Maniaci, anima della piccola emittente televisiva Telejato, assolto dalla più grave accusa di estorsione e condannato per diffamazione. Dall'altra Silvana Saguto, travolta dallo scandalo delle misure di prevenzione, radiata dalla magistratura e condannata nel processo che ha svelato una delle più grandi imposture dell'antimafia, quella che ruotava attorno alla gestione dei beni confiscati alla mafia e agli imprenditori accusato di avere fatto affari con i boss.
I protagonisti sono loro due, ma c'è pure Antonio Ingroia, attore e avvocato difensore di Maniaci con il piglio battagliero del pubblico ministero. Che non ha perduto, seppure indossi una toga diversa. Ingroia recita la parte di se stesso perché, come ha candidamente ammesso, l'avvocato vive anche di presenza scenica. La Lollo lo ha notato e gli è piaciuto la sua vena battagliera. Si sono incontrati, piaciuti e scelti con tanto di video che gira su YouTube.
Netflix è stato l'approdo naturale per uomo che si è sempre mosso con disinvoltura sotto i riflettori, protagonista indiscusso delle manfrine di una certa televisione che ha individuato nel pubblico ministero l'ariete per sfondare l'Auditel. Per anni ha funzionato. Una toga antimafia e le sue mirabolanti rivelazioni hanno tenuto incollati i telespettatori allo schermo.
I processi si facevano in tv spacciando per verità le ipotesi infine crollate al vaglio di giudici dopo che altri giudici ne avevano subito la suggestione. O meglio, il martellamento a colpi di libri, film e talk show. La trama tessuta da Ingroia è stata scandita dai colpi di scena, centellinati come nella migliore narrativa. Innanzitutto la battaglia costituzionale sulle intercettazioni fra Giorgio Napolitano e l'ex presidente del senato Nicola Mancino. Intercettazioni che la stessa procura di Palermo, in un controsenso tuttora inspiegabile, riteneva ininfluenti eppure mosse una guerra senza precedenti contro il Capo dello Stato.
Ingroia lasciò l'inchiesta sulla Trattativa prima che entrasse nel vivo della fase processuale. Fece le valigie per approdare nientepopodimeno che alla Commissione internazionale contro l'Impunità in Guatemala che già a leggerne gli obiettivi veniva difficile orientarsi tanto erano fumosi. Ci rimase un paio di mesi, giusto il tempo di dare un tocco di esotico ai suoi collegamenti televisivi via satellite con le palme a fare da sfondo.
Ancora oggi resta il dubbio che fosse tutto vero. Ingroia ricomparve in carne e ossa in Italia una mattina di dicembre. In un teatro romano si diedero appuntamento per firmare il manifesto elettorale 'Io ci sto' e candidarsi. Stare dove? Di sicuro non in Guatemala, da cui tornò in fretta e furia per buona pace dei guatemaltechi, sedotti e abbandonati. Gli sarebbe toccato il rientro in magistratura, ma fare il sostituto ad Aosta gli stava stretto. Un palcoscenico anonimo troppo lontano dal malaffare della criminalità organizzata siciliana. Altro giro, altra corsa. Addio alla toga, lo aspettava la politica. Quella delle campagne elettorali e delle preferenze, mica la politica giudiziaria. Fra rivoluzioni civili, liste del popolo e salti del cavallo ne raccolse poche di preferenze. Stessa cosa nel suo ultimo colpo di teatro, quando si candidò a sindaco di Campobello di Mazara, piccolo comune trapanese. Raccolse il 19 per cento dei voti.
Disse che nella terra di Messina Denaro aveva vinto la paura della mafia, la paura dei ricatti, la paura di pagare i prezzi della legalità. Più semplicemente la gente si era stufata delle piroette di Ingroia, le sue trovate avevano smarrito il gusto dell'imprevedibilità, per assumere quello stantio del pane raffermo. Erano scontate come il finale dei film in cui vivono felici e contenti. Si accasò allora nel sottogoverno di un altro rivoluzionario dimenticato, Crocetta, ed è pure incappato nell'incidente di percorso di una condanna per peculato. Siamo in primo grado e gli imputati sono innocenti, Ingroia da ex pm lo sa (?) fino a sentenza definitiva.
Da qualche tempo Ingroia fa l'avvocato. "La mafia non dimentica", disse la prima volta che gli tolsero la scorta. Ingroia ritiene di vivere una minaccia attuale e bolla come paradossale la decisione di scortarlo solo in Sicilia. Seguiranno ricorsi e controricorsi, c'è da giurarci. Si decida, una volta e per tutte il caso dell'ex pm, che non è l'unico. Tanti altri vivono ancora sotto protezione dello Stato con dispendio di uomini, mezzi e risorse economiche.
Sono e saranno sempre soldi ben spesi se c'è da difendere la vita di una persona, ma l'ipotesi di una rivalutazione, da più parti invocata, non è un'eresia. Altrimenti la scorta diventerà come la cabina telefonica rossa di Londra, che ormai esiste solo nelle foto. Una cornice dell'ultimo quadro dell'antimafia.
di Centro Prima Onlus
La Repubblica, 24 novembre 2021
L'Associazione Centro Prima Onlus, già Centro Ascolto Uomini Maltrattanti Sezione di Roma (Cam Roma), è attiva dal 2015. È la prima associazione a Roma e nel Lazio ad occuparsi specificatamente del lavoro con gli uomini autori di violenza nelle relazioni affettive. Qui l'intervento inviatoci da Anna Valeria Lisi e il suo gruppo di lavoro basato sull'esperienza dei casi con i quali sono venuti a contatto.
Le panchine rosse, così come tutte le strategie comunicative fondate principalmente sulla condanna e il rifiuto della violenza, sono il segno di una denuncia sociale, il tentativo che tale denuncia resti visibile e una strategia di promozione di un senso di appartenenza a quel movimento che vuol contrastare la violenza di genere.
Ma, d'altra parte, con le panchine rosse ci sembra non si riesca a raggiungere quello che è forse l'obiettivo più ambizioso che ci si pone installandole: raggiungere quella fetta di persone che non si sente coinvolta in questo tentativo di contrasto alla violenza per sensibilizzarla o, se vogliamo, contattare quella parte di ciascuno di noi più pigra e svogliata, quella che se una cosa non ci riguarda da vicino non si lascia coinvolgere, per farla risvegliare dal torpore.
Sappiamo bene che nella società c'è sempre chi distoglie lo sguardo e nega il problema, come c'è chi condanna la violenza ma senza voler provare a comprenderla davvero o aver voglia di capirne le ragioni; c'è quindi chi si ferma alla superficie delle cose senza la curiosità di esplorarne i perché e chi infine ritiene che la cosa in effetti non lo riguardi in quanto persona emancipata. Così, troppo spesso la violenza di genere - non solo il femminicidio - viene spiegata in modi frettolosi, semplicistici, liquidatori.
Raramente ci si addentra nel provare a capire cosa significhi davvero per chi la compie, come si produca, che cosa comporti o come operi. La condanna, la colpa, la punizione e il rifiuto sono subito chiamati in causa per darne ragione. E tuttavia, questi modi non bastano a provare a dare un senso che aiuti a comprendere il fenomeno né a contrastarlo per risolvere i danni che fa o prevenirne di nuovi. Più che mai oggi c'è bisogno andare oltre il senso comune e di creare nuove competenze e modelli di lettura per provare a intervenire in maniere valide ed efficaci.
Lavorare con gli autori di violenza ci ha consentito di entrare, nel tempo, nelle storie di vita di molti di loro e di conoscere le dinamiche che li hanno portati a mettere in atto la violenza, di contattarne le fantasie, le paure, le ossessioni, i desideri. Sono, queste storie, anche molto diverse l'una dall'altra ma in esse è possibile scorgere alcuni elementi che di solito ricorrono.
Il primo di questi elementi è il vissuto che questi uomini hanno di sentirsi uno "scarto", di sentirsi senza valore; non è questa una sensazione unicamente percepita nei confronti della donna verso cui hanno agito violenza ma, in generale, verso il mondo e i contesti in cui vivono.
Il secondo di questi elementi è il vissuto di essere loro le vere vittime. Diversamente da come alcuni pensano, non c'è quasi mai sadismo né soddisfazione nel compiere violenza verso la propria compagna; piuttosto, spesso ci troviamo di fronte all'idea pervasiva di essere vittime di una qualche forma di tradimento, di un abbandono insopportabile.
Questo vissuto diventa progressivamente sempre più centrale nella loro rappresentazione della realtà e rende concepibili fantasie violente di vendetta. Attraverso questo vissuto vittimistico questi possono quindi legittimare la violenza nonostante il forte discredito, attuare uno spostamento della responsabilità della violenza da sé all'altro e percepire la partner come una nemica. Percepire la partner come nemica sembra inconcepibile nel senso comune, ma dobbiamo comprendere una specifica dinamica psicologica per capire il perché di questo passaggio da oggetto d'amore a nemico oggetto di violenza.
Nella nostra primissima infanzia per ognuno di noi il vero pericolo non è la presenza del nemico, come invece avviene per tutte le altre specie animali (i predatori, la fame ecc.), ma l'assenza della figura "amica", della persona portatrice di cure (in poche parole, della madre). Per l'uomo il nemico non è il nemico, ma l'assenza della persona amata e portatrice di amore. Per questo, nel momento in cui l'uomo sente il venir meno della propria partner, la percepisce come nemica o, più precisamente, come assenza della persona amica, come esposizione alla piena percezione del senso di impotenza, cioè la più atavica e profonda paura per l'essere umano.
Il terzo elemento è il modo in cui opera la costruzione della violenza. Di solito, questa si realizza secondo delle escalation, le cui iniziali avvisaglie sono retrospettivamente ben riconoscibili in quegli atteggiamenti relazionali comuni e assai diffusi come il provocarsi, il pretendere, il lamentarsi, il diffidare, l'obbligare e il controllare, tutti atti che, nel loro insieme, possiamo pensare come altrettanti tentativi di semplificare il rapporto con l'altra persona fondandolo sul potere e sul possesso, anziché sullo scambio reciproco e sulla condivisione di scopi.
Le strategie finora pensate per trattare il problema sociale della violenza di genere appaiono spesso strategie scaturite da una visione fondata sulla desiderabilità sociale, ossia su un pensiero che vorrebbe che le cose accadessero in un certo modo: quando le cose non vanno come dovrebbero, in definitiva basta ricorrere a modi correttivi, che riconducano le cose a come dovrebbero andare.
La sostanziale novità che suggeriamo con il nostro modello si fonda su un'idea totalmente diversa, che prende forma dal tentativo di provare a comprendere quelle che sono le motivazioni che generano le aggressività per poi sfociare nei comportamenti violenti. La nostra ipotesi è che la violenza sia sempre il prodotto dell'incapacità di dare senso a quel che si prova.
E le emozioni possono essere esperite solo in due modi: o sono pensate e comprese - e in tal senso sono un utilissimo modo per dare senso e comprendere quali sono le nostre aspettative e le nostre possibilità verso il mondo e verso gli altri - oppure possono essere agite allo scopo di raggiungere in modo immediato (ma sempre e solo apparente) ciò che si vuole. È evidente che la violenza è sempre l'esito di questo secondo modo di funzionare coercitivo e impulsivo.
La violenza è pertanto l'esito del tentativo illusorio di liberarsi di emozioni difficili o angoscianti o, se vogliamo, il tentativo (sempre fallimentare) di semplificare il proprio mondo affettivo. Chi agisce violenza è qualcuno che, in situazioni di elevata conflittualità o profonda tensione emotiva, rimane del tutto incapace di dare senso a quel che prova: non sapendo che farsene di quel che pensa e che sente, sperimenta solo la realtà di vissuti che lo sovrastano e la violenza gli appare il modo (forse l'unico) per liberarsi di questo senso di oppressione.
Prospettiamo che la violenza possa essere moderata e superata soltanto aiutando le persone a rivedere questa modalità che li porta a liberarsi delle emozioni, promuovendo al contempo lo sviluppo di modi alternativi di rapportarsi anzitutto a se stessi e alle proprie emozioni e poi, di conseguenza, anche agli altri. In definitiva, non basta dire NO alla violenza: piuttosto occorre entrarci in rapporto per comprenderne la struttura e le ragioni.
Le panchine rosse, così come tutte le strategie comunicative fondate principalmente sulla condanna e il rifiuto della violenza, non riescono ad avere pieno successo perché si fondano sulla logica del giudizio e della colpa. Per la stessa ragione, anche molti percorsi riabilitativi per uomini violenti hanno un effetto parziale e, talvolta, anche contraddittorio, perseguendo il cambiamento prevalentemente attraverso lo stigma, la paura e la promozione di strategie di controllo e inibizione delle emozioni e dei comportamenti.
Chi agisce violenza è consapevole più di quel che si creda che i propri comportamenti sono incoerenti, assurdi e distruttivi, il problema è una mancata visione di alternative possibili e un senso di urgenza riguardo al bisogno di liberarsi di alcune emozioni angoscianti.
È necessario, oggi più che mai, diffondere un messaggio di sostegno al cambiamento per gli uomini che sono, sono stati o possono divenire maltrattanti, a partire dalla condivisione dell'idea che quello che vivono è un dramma anche per loro.
Questo, ovviamente, non vuol dire che dobbiamo rivolgere loro la nostra compassione o una qualsiasi forma di giustificazione o deresponsabilizzazione. Piuttosto, pensiamo che sia possibile provare a rintracciare e sollecitare in loro una domanda di cambiamento, a partire dal desiderio di vivere relazioni migliori, più piene, piacevoli e soddisfacenti. Questi uomini, come tutti gli altri, vogliono amare ed essere amati e questa esigenza può essere raccolta insieme a loro e trasformata in una domanda da stimolare, sostenere e accogliere. Solo quando si ha una domanda di sviluppo di sé si può veramente cambiare.
Il nostro invito è quello di implementare una strategia nuova di contrasto alla violenza, che non sostituisce le strategie "delle panchine rosse", ma si affianca ad esse, una strategia che non sia fondata sulla vendetta e sul regolamento dei conti ma sull'impegno, sempre faticoso, a capire i perché di certi comportamenti e che si fondi sulla convinzione di poter stimolare una vera domanda di cambiamento negli uomini, a partire dalle loro chiare difficoltà a creare relazioni soddisfacenti. Questa ci pare una nuova proposta culturale da sperimentare.
di Giovanna Casadio
La Repubblica, 24 novembre 2021
Parla la senatrice dem presidente della Commissione parlamentare sul femminicidio: "Interpretiamo i fenomeni come raptus. Non è così. Il gesto della violenza fisica o sessuale, fino alla tragedia dell'omicidio, è l'escalation in una relazione segnata dalla disparità di potere".
"Contro la violenza sulle donne c'è bisogno di una rivoluzione civile come fu la lotta alla mafia negli Anni Novanta". Valeria Valente è la senatrice dem presidente della Commissione parlamentare sul femminicidio. Elenca i dati della relazione della commissione: "Sconcertante che una sola donna su sette denunci colui che diventerà il suo assassino, e che ben il 65% delle donne vittime di violenze non ne parli con nessuno, non si confidi neppure".
Senatrice Valente, tanti strumenti, a partire dal codice rosso, per combattere la violenza sulle donne, e poi 89 donne ogni giorno le subiscono. Come può accadere?
"Siamo un Paese dove c'è una forte asimmetria di potere tra uomo e donna, ancora più rischiosa oggi perché nascosta".
Cosa significa asimmetria di potere e in quale relazione sta con la violenza?
"Per troppo tempo abbiamo continuato a pensare - lo vediamo spesso scritto nelle sentenze - che gli atti violenti siano frutto di raptus, di una tempesta emotiva. Voglio premettere che gli stati passionali come causa per escludere l'imputabilità, sono stati cassati dal nostro ordinamento con l'articolo 90 del codice penale. Ma ancora leggiamo la violenza sulle donne come raptus. Non è così. Il gesto della violenza fisica o sessuale, fino alla tragedia dell'omicidio, non avviene all'improvviso, ma è l'escalation in una relazione segnata appunto dalla disparità di potere. Non esserne consapevoli ci fa approntare strumenti non sufficientemente adeguati dal punto di vista della lotta".
Qualche dato della relazione della commissione parlamentare?
"Ad esempio che il 34% degli uomini che ammazzano le donne si suicida. Lo cito per chiedere: quanto può contare l'inasprimento delle pene a chi è disposto a morire?
Allora quali strumenti?
"Solo una battaglia di carattere sociale e culturale in grado di cambiare i termini della relazione uomo/donna può avere successo. Sociale significa promuovere l'affermazione delle donne nella sfera pubblica. Culturale vuol dire combattere e superare gli stereotipi e i pregiudizi che incasellano le donne in un determinato ruolo sociale".
Solo una donna su sette aveva ha già denunciato il suo assassino?
"Sì. Peggio ancora trovo il dato che il 65% di donne vittime di violenza non ne ha mai parlato con nessuno, né la sorella, né una amica. È una fotografia inquietante. Forse dovremmo assumerci le nostre responsabilità davanti a un fallimento: una donna tace o non denuncia perché non si sente creduta, ma etichettata, giudicata se non colpevolizzata".
Cosa è riuscita e riesce a fare la commissione da lei guidata?
"Intanto tenta di imprimere un cambio di marcia. Non c'è esclusivamente da inasprire le pene, ma bisogna lavorare di più e meglio sulla prevenzione. La violenza contro le donne è un fenomeno pubblico, non privato; strutturale e non emergenziale. Sul terreno concreto, nella relazione della commissione suggeriamo alcuni strumenti come le misure di protezione, a partire dall'uso più diffuso del braccialetto elettronico per gli uomini violenti. Maggiore efficacia delle misure cautelari e pre-cautelari, insomma".
Alcuni femminicidi si sarebbero potuti evitare in questo modo?
"Non credo si possa fare un discorso generalizzato, ma occorre vedere caso per caso. Però mi sento di dire che qualche risultato in più si sarebbe potuto ottenere".
Alla vigilia della giornata internazionale, si fanno convegni e si parla tanto di violenza sulle donne. E poi?
"Rischia di tornare il silenzio e se ne occupano coloro che lo fanno abitualmente, gli operatori. La campagna sul "1522", il numero telefonico anti violenza, dovrebbe essere 365 giorni all'anno".
I centri anti violenza hanno pochi fondi?
"I centri anti violenza funzionano grazie all'abnegazione e alla enorme sensibilità, ma sono finanziati poco e male. Nella relazione della nostra commissione diamo indicazioni su come intervenire".
di Francesco Machina Grifeo
Il Sole 24 Ore, 24 novembre 2021
Per Maria Flora De Giovanni, Presidente Unagipa: "La magistratura onoraria in servizio ha sostenuto un regolare concorso per titoli ed esame di idoneità prima dell'ingresso nelle funzioni". E sulla retribuzione: "Almeno uguale al magistrato che abbia superato la prima valutazione di professionalità".
A un giorno dall'inizio dell'ennesimo sciopero della magistratura onoraria - che parte oggi e va avanti sino a sabato - nella giornata di ieri è arrivata una apertura sulla stabilizzazione grazie a un emendamento da inserire nella legge di bilancio. Facciamo un passo indietro: l'astensione era stata proclamata la settimana scorsa dalla Consulta della M.O. proprio perché nonostante la Ministra Cartabia, rispondendo al question time della Camera (il 4 novembre scorso), avesse definito "improcrastinabile" il riconoscimento delle tutele per quasi 5mila lavoratori e avesse annunciato le risorse in Bilancio, il testo arrivato al Senato non conteneva alcuno stanziamento.
All'esito dell'incontro con Stefania Cacciola, Monica Cavassa e Massimo Libri (già componenti per la magistratura onoraria della commissione ministeriale di riforma, presieduta da Claudio Castelli), la Ministra ha invece annunciato due possibili linee di intervento da introdurre con un emendamento governativo al Ddl Bilancio "così da assicurare risposte definitive alla categoria entro il 31 dicembre 2021".
Di cosa si parla esattamente? La prima ipotesi, spiega un comunicato di Via Arenula, è la possibilità di stabilizzazione nelle attuali funzioni di tutta la magistratura onoraria in servizio, secondo un procedimento da completare nell'arco di tre anni, in base all'anzianità di incarico. La stabilizzazione dovrebbe però avvenire tramite una verifica - "in ossequio all'art. 97 della Costituzione" - con prove ancora da definire "volte a valorizzare le esperienze pregresse e tenendo conto delle procedure di conferma già esistenti". La seconda possibilità è un'indennità forfettaria che verrebbe "calibrata sulla base degli anni di servizio maturati".
"Concordiamo con la stabilizzazione di tutta la magistratura onoraria - afferma Maria Flora De Giovanni, Presidente Unagipa-, siamo lavoratori e magistrati europei; ma non comprendiamo cosa la Ministra intenda per 'prove', non è ancora definito".
"La magistratura onoraria in servizio - prosegue De Giovanni - ha sostenuto un regolare concorso per titoli ed esame di idoneità prima dell'ingresso nelle funzioni - che la maggior parte dei colleghi svolge in via continuativa ed esclusiva anche da oltre 25 anni - ed è stata sottoposta a procedure di conferma quadriennali che per pacifica giurisprudenza di Cassazione sono procedure para concorsuali. Per cui basta valorizzare quanto già in essere, senza umilianti verifiche a professionisti in attività da lustri".
De Giovanni ricorda poi che lo status della Magistratura onoraria attuale è ben diverso da quello degli ex pretori che pur vennero stabilizzati nel con la 217 del 74. "In quel caso - spiega - si trattava di colleghi entrati nelle funzioni su chiamata e quindi con un provvedimento politico discrezionale". Sul fronte delle retribuzioni poi Via Arenula fa sapere che "il trattamento economico, è attualmente oggetto di ulteriori interlocuzioni tra il Ministero della Giustizia e il Ministero dell'Economia e delle finanze, al fine di arrivare, nel limite del possibile, ad un risultato corrispondente alle indicazioni fornite dalla commissione ministeriale".
Sul punto, dunque, è possibile si apra un altro fronte. Per De Giovanni infatti "è assolutamente indispensabile - anche perché è uno dei punti della procedura di infrazione Ue - che le retribuzioni previste per questa stabilizzazione siano in qualche modo comparabili con quelle del lavoratore omologo ovvero con il magistrato di tribunale".
"È imprescindibile, quindi, che siano similari al magistrato che abbia superato almeno la prima valutazione di professionalità, per garantire autonomia e indipendenza nell'esercizio della funzione giurisdizionale. E il rispetto dello stato di diritto!". Solo così affermano i non togati si adempie a quanto ci richiede l'Europa e non si rischia di pregiudicare le risorse del Recovery.
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