di Carlo Lania
Il Manifesto, 30 giugno 2021
Intesa tra parlamento europeo e Consiglio: "Renderà le procedure più rapide e uniformi". A Bruxelles qualcuno parla già di decisione "storica": a undici anni dalla sua nascita (è stato fondato nel 2010 ma è diventato operativo solo l'anno dopo) Easo, l'Ufficio europeo per l'asilo, cambia pelle, si rafforza e diventa una vera Agenzia dell'Unione europea.
Il cambiamento è frutto di un accordo raggiunto tra il parlamento europeo e il Consiglio e rientra tra le novità introdotte con il nuovo Patto su immigrazione e asilo presentato a settembre dello scorso anno dalla presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen. La nuova agenzia, ha spiegato ieri la commissaria agli Affari interni Ylva Johansson, "migliorerà la protezione delle persone e colmerà le lacune per creare una maggiore convergenza tra i sistemi di asilo degli Stati membri".
Il via libera alla nascita dell'Agenzia per l'asilo è arrivato di fatto l'8 giugno scorso quando i ministri dell'Interno di Italia, Spagna, Grecia, Malta e Cipro, i cinque Paesi che danno vita al Med5 e da sempre sostenitori della necessità di modificare il patto sull'immigrazione tutto insieme e non per singoli punti, con una lettera alla Commissione Ue sono scesi a patti accettando di procedere con la riforma di Easo e lasciando in sospeso altre questioni sulle quali manca ancora un accordo, come la Riforma di Dublino, le Procedure, le qualifiche, le condizioni di accoglienza e il regolamento Eurodac, il database europeo delle impronte digitali (con un potenziamento per evitare movimenti secondari e rendere più efficace lo strumento dei rimpatri).
Easo cessa dunque di essere un ufficio di supporto agli Stati, per diventare un'Agenzia attiva in tutte le procedure di asilo con il compito di esercitare un monitoraggio sul rispetto dei diritti dei migranti riuscendo, si spera, a facilitare i ricongiungimenti familiari. Inoltre avrà a disposizione un organico di 500 esperti tra interpreti, gestori di casi o specialisti dell'accoglienza e potrà stilare le liste delle persone ritenute ammissibili per i ricollocamenti o destinate a essere rimpatriate.
Compito, quest'ultimo, a cui dovrebbe far fronte solo nel caso scattasse il meccanismo di solidarietà verso i Paesi di arrivo dei migranti. Resta inteso che l'esame delle richieste di asilo rimane di competenza degli Stati. "Gli esperti - hanno spiegato ieri fonti della Commissione europea - faranno parte delle squadre di supporto all'asilo su richiesta degli Stati membri, avranno il mandato di preparare l'intera procedura amministrativa di asilo per la decisione delle autorità nazionali e di offrire assistenza nella fase di appello".
Secondo i sostenitori del progetto, la nuova Agenzia europeo dovrebbe in qualche modo fare da contrappeso al lavoro svolto da Frontex, l'agenzia che si occupa del controllo delle frontiere, e prevalentemente basato su principi di sicurezza. Resta in sospeso uno dei compito pure attribuiti all'Agenzia, come il monitoraggio delle frontiere, congelato su richiesta dei Paesi Med5 fino al 2024 quando, si spera, l'Unione europea raggiungerà un accordo su un effettivo sistema di solidarietà, vale a dire sui ricollocamenti dei migranti tra tutti gli Stati membri.
Prima di diventare operativo l'accordo dovrà ora superare l'approvazione del Consiglio Ue e del parlamento europeo, passaggio che non dovrebbe però riservare sorprese. "La riforma di Easo segna un primo passo verso una solidarietà significativa, procedure di asilo efficaci e una maggiore protezione dei diritti fondamentali", ha commentato Elena Yoncheva, l'eurodeputata S&D che ha guidato i negoziati sulla nuova Agenzia. "Un aggiornamento dell'Easo era atteso da tempo - ha proseguito Yoncheva. E' davvero importante potersi concentrare su politiche interne efficaci in materia di asilo e non solo sulla prospettiva delle frontiere esterne che ha dominato il dibattito per troppo tempo".
di Maria Grazia Giannichedda
Il Manifesto, 30 giugno 2021
Un tentativo per una fase nuova ma sotto pesanti nubi: il modello "posto letto ospedaliero, farmaco" e non invece territorio, salute mentale e servizi. L'ambigua "mozione Lorenzin". È stata molto diversa da quella di vent'anni fa la Conferenza Per una salute mentale di comunità che si è conclusa il 26 giugno, promossa come la prima dal ministero della salute. La Conferenza del 2001, voluta dalla ministra Bindi e finita in mano al ministro Veronesi, era stata un flop, e aveva inaugurato vent'anni di degrado dei servizi di salute mentale. Questa seconda Conferenza potrebbe aprire una fase nuova, ma nubi pesanti si vedono all'orizzonte.
La relazione del ministro Speranza e quella della sua consulente Dirindin hanno dato indicazioni politiche chiare: rafforzare l'assistenza territoriale e la presa in carico integrata delle persone con sofferenza mentale, aprire un confronto con le Regioni per superare l'uso della contenzione meccanica, reperire da subito nuove risorse secondo modalità che il ministro ha indicato pur senza quantificarle, in attesa di un possibile uso di fondi dal Piano per la ripresa, il Pnrr (ne ha riferito Dell'Aquila su il manifesto del 27 giugno). Il messaggio forte è stato che occorre non solo rimediare alla carenza di risorse ma "ripensarle e riallocarle in termini economici e culturali" (Dirindin) con un'attenzione "all'innovazione organizzativa e gestionale perché non è sensato mettere carburante in un'auto in panne", come ha detto Fabrizio Starace del Consiglio superiore di sanità. Altro dato importante la partecipazione: 130 relatori nelle otto sessioni, oltre tremila visualizzazioni, tra i relatori non solo operatori dei servizi ed esperti di università e istituti di ricerca ma anche utenti, familiari, operatori e volontari di cooperative e associazioni.
Questa scelta di coinvolgere tanti e diversi attori ha probabilmente contribuito alla scelta di non partecipare da parte della Società italiana di psichiatria (Sip), la più antica società scientifica del campo psichiatrico, dove oggi si contano almeno ventiquattro società scientifiche accreditate. Alcune di queste, e diversi aderenti alla Sip, sono intervenuti alla Conferenza così come società, ordini professionali e associazioni di psicanalisi, psicologia, psicoterapia, infermieristica, servizio sociale, tecniche della riabilitazione ecc. Il campo della salute mentale infatti non è più solo psichiatria, e tanto meno lo è quello della salute mentale di comunità. Ma se il monopolio del discorso psichiatrico sulla sofferenza mentale è finito da tempo, non altrettanto si può dire del potere istituzionale della psichiatria, almeno finché i servizi pubblici restano più psichiatrici che di salute mentale.
La differenza non sta nel nome (indicato dalla legge) ma nei modelli organizzativi che svelano l'orientamento. È psichiatrico un sistema di servizi incentrato sul posto letto ospedaliero, cioè sul servizio psichiatrico di diagnosi e cura (Spdc) concepito, contro la legge "180", come reparto specialistico per ricoveri di breve durata, a cui seguono ricoveri di durata media in altri reparti psichiatrici di ospedale o di clinica, day hospital e visite ambulatori per il controllo dei farmaci e i colloqui. L'esito di un tale sistema sono i ricoveri in istituti, cliniche e comunità che escludono dalla vita. Questo è il modello lombardo-veneto ormai diffuso, qui il farmaco è la prestazione chiave, che mette lo psichiatra in cima alla piramide degli operatori. Quando i dirigenti della Sip si dichiarano portatori di innovazione è di questo che stanno parlando, dei farmaci, in parte nati negli ultimi anni dai potenti investimenti di Bigfarma. Peccato che questa innovazione, su cui manca - lo ha ripetuto Silvio Garattini nella Conferenza - un'informazione indipendente, sia usata dentro un modello organizzativo che risale agli anni '50, posto letto, farmaco, ambulatorio, con alle spalle allora i grandi contenitori manicomiali e oggi contenitori più piccoli dello stesso tenore.
Le psicologie, i cui professionisti sono cresciuti in modo rilevante, stanno cercando di sottrarsi alla relazione soffocante con questo modello di servizio psichiatrico, e cercano di creare, anche grazie a questi tempi di Covid, un proprio territorio specifico, separato. Potrebbero invece trovare spazio nel sistema di comunità, fondato su centri accoglienti 24 ore, sul lavoro nelle abitazioni e nei contesti di vita delle persone che stanno male e che prendono anche farmaci, che non sono però l'unica né la principale risposta poiché i centri hanno costruito un circuito di risorse, istituzionali e non, che aiutano le persone a trovare casa, lavoro e spazi di vita.
Gli organismi internazionali, la ricerca, le leggi, indicano che le risorse vanno allocate in questa direzione, ma non da oggi certe lobbies e certa politica remano contro. L'ultimo episodio è la mozione approvata all'unanimità dalla Camera il 16 giugno, prima firmataria Beatrice Lorenzin, ministra della salute con Forza Italia, oggi nel Partito democratico.
Per Lorenzin e il sottosegretario alla salute Costa (gruppo del presidente Toti) che l'ha approvata a nome del governo, questa mozione ha l'ambizione di "disegnare una visione per un nuovo piano nazionale salute mentale". In realtà c'è tutto fuorché una visione. Si tratta di un patchwork in 32 punti che include le solite inutili campagne contro lo stigma (punto1); l'offerta di "fino a dieci sedute dallo psicologo ai giovani depressi per via della pandemia" (p.5); l'incremento dei posti letto pubblici per adulti e minori "per rispondere ai quadri acuti con luoghi di ricovero specialistici" (p.14); non meglio identificate "iniziative per investire sull'innovazione farmacologica, riabilitativa e psicoterapica"(p.17); telepsichiatria e telepsicologia infine per coloro che per ragioni imprecisate "altrimenti avrebbero difficoltà ad accedere ai servizi"(p.19).
di Emanuele Giordana
Il Manifesto, 30 giugno 2021
Una settimana fa, Mai Nuam Za Thiang, 19 anni, è morta dissanguata dopo essere stata ferita dai soldati a Kalay, nel Sagaing. I suoi parenti hanno raccontato che i militari li hanno costretti a cremarla immediatamente, sostenendo che fosse affetta da Covid. Il magazine birmano Myanmar-Now ha rivelato una storia che spiega fino a che punto si sta spingendo il regime militare: nascondere il Covid - in forte ascesa - assieme alle proteste. Farne un fascio, bruciarlo e occultarlo.
Secondo gli ultimi dati diffusi dall'Onu sono circa 350mila gli sfollati del conflitto sociale e militare in Myanmar: dal 1 febbraio sono 177mila nel Sudest e nello Shan meridionale (103 mila nel solo Stato Kayah da fine maggio) cui se ne aggiungono quasi 18 mila sempre da altre aree dello Shan, sfollati sin da gennaio. Altri 20mila sono dello Stato Chin, del Magway e di altre regioni dove infuriano i combattimenti da maggio.
Oltre 11mila sono sfollati interni dello Stato Kachin (scontri armati cominciati in marzo). L'Humanitarian Response Plan dell'Onu prevederebbe un esborso di almeno 270 milioni di dollari ma resta finanziato solo per il 21%. Difficile nascondersi che aiutare gli sfollati è difficile visto che già lo era ai tempi della fragile democrazia birmana quando comunque Tatmadaw, l'esercito fedele alla giunta, controllava o impediva l'accesso a certe zone dell'assistenza umanitaria. Essenziale ora in una guerra iniziata ormai 5 mesi fa e che, oltre alla resistenza di gruppi in "abiti civili" (le cosiddette People's Defence Force), vede impegnati eserciti e milizie regionali armate che non si sono piegate al golpe di febbraio.
Il governo ombra di Aung San Suu Kyi (National Unity Government-Nug) chiede adesso "un'assistenza umanitaria ampia e rapida per salvare la vita di chi vive in in Myanmar... Il recente colpo di stato militare e le atrocità in corso commesse dalla giunta - dice il documento-appello - hanno gettato ancora una volta il nostro popolo in una complessa emergenza politica e umanitaria" con 3,4 milioni di persone senza cibo, 883 vittime e oltre 5mila detenuti politici. Ma c'è un ovvio problema politico. Bypassare la giunta? I problemi stanno a monte delle evidenti necessità di cibo, medicine, assistenza.
"L'appello ci riporta all'urgenza di reagire di fronte a quanto sta succedendo in Myanmar. Il golpe di febbraio si può ormai dire che a livello internazionale sia stato "digerito" e cancellato. Ma la resistenza interna continua e un governo illegittimo, impegnato soltanto a garantirsi l'impunità e controllare il Paese, non può fare fronte all'emergenza umanitaria, aggravata dalla pandemia", commenta Alfredo Somoza presidente dell'Ong Icei: "È molto difficile per la società civile immaginare come si possa rispondere a questo appello che dovrebbe spronare la comunità internazionale a chiedere seriamente conto ai militari di quanto sta avvenendo. Senza l'attenzione dell'Onu, o almeno dell'UE, il dramma birmano rischia di assumere dimensioni gigantesche. Nel silenzio e l'ipocrisia di chi, quando dichiara di volersi impegnare contro l'autoritarismo, lo fa in modo selettivo per non urtare 'sensibilità'".
La comunità internazionale in effetti si muove lentamente e non fa molto. L'Assemblea generale dell'Onu il 18 giugno ha votato l'embargo delle armi alla giunta (119 a favore, 36 astenuti tra cui Cina e Russia e il voto contrario della Bielorussia) ma se non si muovono Consiglio di sicurezza e singoli Stati si arriva a poco. Ue e Usa hanno congelato i conti dei militari che però ne hanno diversi a Singapore. E, per quanto si sa, le cooperazioni bilaterali intendono sbaraccare. Anche nell'agenda europea i diritti umani non stanno sempre al primo posto.
di Elisabetta Galeazzi*
Il Dubbio, 30 giugno 2021
Ma ora anche gli Stati facciano la loro parte sui crimini contro l'umanità. Un imponente edificio a metà strada tra il centro dell'Aia ed il mare. All'interno delle sue severe architetture ha trovato sede per decenni il Tribunale Penale Internazionale per i crimini nell'ex Jugoslavia. Istituito con risoluzione del Consiglio di Sicurezza Onu, ha operato dal 1993 al 2017 celebrando processi per i crimini internazionali commessi nel corso dei conflitti balcanici che videro disgregare quella che fu la federazione jugoslava. Unitamente al Tribunale "gemello" che giudicò i crimini commessi in Ruanda, la loro creazione nell'ambito del sistema delle Nazioni Unite ha rappresentato il primo archetipo postbellico - successivo ai processi di Tokyo e Norimberga - per una giustizia penale internazionale.
Scaduto il suo mandato istituzionale, residua oggi il cd. Meccanismo (International Residual Mechanism for Criminal Tribunals), organo temporaneo a cui è affidato il compito di completare i giudizi ancora in corso. In questo scenario, reso plastico dall'ordinata efficienza olandese e, se possibile, ancor più avulso dall'attuale contesto storico - a cagione dell'eccessivo tempo trascorso e dell'attuale monopolio mediatico della pandemia - il Meccanismo ha pronunciato nei giorni scorsi la sentenza d'appello che ha definitivamente condannato all'ergastolo Ratko Mladic, uno dei più importanti e tristemente noti protagonisti di quelle guerre lontane. Confermando la sentenza di primo grado del 2017, i giudici d'appello (con alcune dissenting opinions) hanno ritenuto il "macellaio di Bosnia" colpevole di genocidio, crimini contro l'umanità e crimini di guerra.
Mladic è oggi un anziano quasi ottuagenario, almeno somaticamente assai distante dal generale e capo di stato maggiore delle forze armate della Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina, resosi responsabile durante la guerra Bosniaca dell'assedio di Sarajevo e del massacro di Srebrenica. Di quei tragici fatti, consegnati alla Storia, è augurabile si conservi anche memoria comune, giacché molti ancora sono i conflitti nel mondo ove continuano barbarie non dissimili dai crimini per cui Mladic dovrà scontare la sua pena, per il tempo di vita che gli rimane.
Dopo quasi tre decadi, tutti i principali responsabili dei crimini commessi nell'ex Jugoslavia sono stati individuati, seppur con destini giudiziari diversi. Con la morte improvvisa di Slobodan Miloševic nel carcere di Scheveningen, il primo grande processo si è concluso anzitempo nel 2006. Željko Ražnatovic, più noto come Arkan, per anni è sfuggito al mandato d'arresto internazionale per genocidio e crimini di guerra, per poi essere ucciso nel 2000, giustiziato da ignoti in un hotel di Belgrado. Anche Radovan Karadžic ha goduto di una lunga latitanza, interrotta con la sua cattura solo nel 2008. Portato a processo, non ne ha mai riconosciuto la legittimità. Oggi sconta un ergastolo nelle carceri britanniche. Lo stesso Mladic, latitante fino al 2011, ha potuto contare su contiguità ed appoggi politici, ad intralcio delle attività del Tribunale, come descrisse l'ex Procuratrice Carla Del Ponte, nel famoso libro "La caccia: io e i criminali di guerra". In ogni caso, la sentenza Mladic non esaurisce il compito del Meccanismo: oltre ai vertici di comando in gran parte processati restano tuttora "at large" molti coautori e dunque l'attività investigativa e d'indagine per ora prosegue.
Tuttavia, nonostante le lentezze processuali, l'esperienza dei Tribunali ad hoc è generalmente considerata positiva, ancor più se confrontata con le criticità (e le critiche) che al contrario investono la Corte Penale Internazionale. Organo giurisdizionale universale e permanente, indipendente dal sistema Onu ed istituzione internazionale fondata sullo Statuto di Roma, dopo nemmeno due decenni dalla sua creazione la Cpi trova molti ostacoli e detrattori, non solo in ambito politico ma anche tra gli studiosi. Senza addentrarsi nelle complesse ragioni che ostacolano un suo più efficiente funzionamento, vi è certo un consolidato fronte d'opinione secondo cui la giustizia penale internazionale trova più compiuta risposta in Corti speciali o con mandati limitati, più simili appunto ai Tribunali Onu.
Esempio fra tutti, il Tribunale speciale per i crimini in Libano, correlati all'assassinio nel 2005 del premier al-? ariri. Fortemente voluto dal suo primo presidente Antonio Cassese, l'Stl non ha retto l'impatto con i mutamenti dell'assetto geopolitico mondiale. Sicché, la notizia degli ultimi giorni è che ne è stata decretata la chiusura definitiva per mancanza di fondi, senza che dal 2007 ad oggi si siano ottenuti risultati processuali di rilievo. Un segnale di riassestamento del contesto globale in cui queste istituzioni internazionali sono chiamate a rendere giustizia.
Di talché, al di là di velleità locali con ovvia matrice politica, la Corte Penale Internazionale resta l'unico riferimento, ancor più efficace se gli Stati parte della Convenzione daranno piena attuazione al principio di complementarietà, processando i crimini internazionali nelle Corti domestiche, secondo le norme dello Statuto di Roma. Ne è consapevole il neo eletto Procuratore della Corte Karim Khan, avvocato londinese, grazie alla pregressa esperienza maturata sia nei Tribunali ad hoc sia dinnanzi alla stessa Cpi.
Una linea di continuità che induce grandi aspettative, per il prossimo mandato di nove anni durante il quale Khan dovrà confrontarsi con indagini epocali, che non potranno più evitare ipotesi di crimini come il genocidio. Basti pensare a quanto perpetrato in Myanmar ai danni dei Rohingya o all'eterno conflitto israelo- palestinese, situazioni entrambe di competenza della Cpi. Dopo la condanna di Mladic per genocidio, si rafforza dunque quel filone giurisprudenziale a cui anche la Cpi potrà attingere, quando si troverà a fare i conti con la Storia e con le migliaia di vittime che, come partecipanti ai processi, chiederanno di avere giustizia.
*Avvocata in Bologna, difensore alla Cpi
di Raimondo Bultrini
La Repubblica, 30 giugno 2021
Nelle librerie di Yangon e delle altre città birmane si moltiplicano i libri che riproducono i discorsi del generale Min Aung Hlaing che danno una versione stravolta degli eventi seguiti al colpo di Stato contro Aung San Suu Kyi. Gli arresti e le sanguinose repressioni diventano normali e democratiche misure di sicurezza per difendere la legge. Una versione prima utilizzata per motivare i soldati e ora imposta al paese.
Per 24 ore è circolata in rete la foto del dittatore birmano piccolo di statura vestito da laureato russo dentro una toga rossa accecante grande il doppio delle sue misure. Poi è quasi sparita al di fuori di qualche tweet, eliminando dalla storia un'altra delle tante memorie che nessun libro di testo del regime militare riporterà mai, l'antidoto ridanciano alle tensioni di una repressione feroce e ininterrotta da 5 mesi, con 850 vittime, migliaia di detenuti e orrende torture inflitte a moltissimi di loro.
Maggioranze birmane e minoranze etniche hanno associato l'immagine al lato debole del nemico comune sanguinario e sul campo invincibile, la vanagloria di un re che non è nudo, ma vestito da clown: il cappello da laureato più stretto del cranio, goffo in piedi di fianco a un corpulento e impassibile generale russo molto più alto di lui (non ce n'erano della stessa altezza in tutta l'Armata) in sobria divisa verde. Qualcuno sospetta che il governo di Mosca abbia voluto fargli un dispetto abbigliandolo così per una laurea accademica in 'Scienze della Difesa' chiaramente associata ai cospicui acquisti di armi firmati la settimana scorsa al Cremlino dal generale e capo di stato Min Aung Hlaing, l'uomo del ritratto. A sentire i dietrologi Putin non era rimasto troppo soddisfatto dell'incasso, sapendo che molti più miliardi Min aveva sganciato a Xi Jinping in cambio delle armi e della protezione cinese prima, durante e dopo il golpe di febbraio.
Per le genti del Myanmar che lo odiano ormai dal profondo dell'anima, ripiegare sul lato ironico della storia è una delle poche armi a disposizione di quanti, tra i membri della Disobbedienza civile, non hanno imbracciato i fucili come fanno altri. Sono costretti però a ridere in segreto della figuraccia di un uomo che si sta dimostrando estremamente pericoloso, perché la giunta sta migliorando velocemente la rete di controlli sulla telefonia mobile, oggi semiparalizzata dalle restrizioni Internet.
Ma sta avvenendo ben altro sul piano della riscrittura della Storia caratteristico di ogni conquistatore dopo la conquista. Il comandante generale Min i capitoli li sta vergando già oggi a futura memoria e i libri pubblicati sono tratti da suoi discorsi pubblici e ristretti disponibili oggi ovunque, come nella celebre strada dei Librai di Pansodan a Rangoon, dov'è sparito da 5 mesi ogni ritratto un tempo ubiquo di Aung Suu Kyi dagli scaffali e dalle copertine dei testi ammessi dalla Censura militare.
Dall'alto del trono della Capitale dei Re, cioè Naypyidaw, il comandante in capo dell'esercito e del paese sta passando o cercando di far passare tra la popolazione civile attraverso una cospicua pubblicistica la stessa versione degli eventi servita a convincere i suoi soldati e inferiori che si era giunti a un punto di non ritorno nell'alleanza con il governo civile della Lega per la democrazia. D'accordo o in dissenso i librai espongono questi piccoli tomi che spiegano come mai la cancellazione del voto di novembre e l'arresto di leader come Aung San Suu Kyi hanno sventato i pericoli di anarchia e dissoluzione dell'Unione. Nessun cenno alle feroci repressioni degli ultimi 5 mesi per un pubblico finora ristretto a militari e supporter del regime, ma potenzialmente esteso alle prossime generazioni di studenti costrette a studiarseli con cura per passare gli esami.
Min Aung Hlaing è l'autore o ispiratore di diversi libri che l'attuale ministro militare dell'Informazione U Chit Naing si è premurato di presentare al pubblico con tre titoli che raccolgono ciascuno una selezione dei suoi discorsi tenuti in varie circostanze. Il settimanale birmano in lingua inglese Irrawaddy ne cita uno chiamato "È tempo che le persone distinguano tra giusto e sbagliato, giustizia e ingiustizia" che contiene più di 90 articoli sul pensiero del leader per lo più pubblicati sui quotidiani controllati dalla giunta Myanma Alinn e Kyemon. Un esempio di revisionismo a caso: "La polizia militare - ha detto - sta svolgendo il suo lavoro in conformità con le pratiche democratiche e le misure che sta adottando sono persino più morbide di quelle di altri paesi".
Per ora nessuno tra birmani ed etnici di fede democratica si beve la nuova versione degli eventi d'inizio anno che già circola nei tre testi e altri in uscita destinati al solo pubblico di militari e sostenitori del regime in cerca di risposte alla domanda: "Perché stiamo facendo tutto questo?". Quando l'oggi diventerà storia da memorizzare i futuri studenti troveranno certo molte altre fonti con la vera storia del golpe, ma difficilmente potranno raccontarla ai professori che li esamineranno, vincolati come loro a testi e programmi stabiliti dai ministeri militari.
La narrativa ufficiale del regime da offrire ai posteri è riassunta in ciascuno dei discorsi pubblicati e tenuti in varie circostanze da Hlaing. Anche questi diventeranno testi scolastici, quantomeno per le facoltà di storia delle università, attualmente boicottate in gran numero da insegnati e studenti. Il 2 marzo, un mese dopo il golpe, il generale supremo spiega così le punizioni inflitte ai dipendenti pubblici che si sono ribellati. "Alcuni - disse - hanno preso i loro stipendi senza andare a lavorare, adducendo vari motivi. I rispettivi ministeri avvieranno sistematiche ispezioni. Circolano contenuti illegali e foto (delle manifestazioni di studenti, ndr) che ritraggono chi indossa abiti indecenti contrari alla cultura birmana, soprattutto sui social. Tali atti intendono danneggiare la moralità delle persone, quindi sono necessarie azioni legali". I messaggi culturali passano dal capo supremo ai suoi vice e giù giù fino all'ultimo fante spedito a combattere lungo i confini dell'Unione di Myanmar. Lo scopo è esaltare la supremazia militare e politica della maggioranza di etnia Bamar buddhista come la sola in grado di evitare il baratro dell'anarchia e - più pragmaticamente - dominare territori ricchi di risorse da sfruttare. Uno dei libri che Min Aung Hlaing ha senz'altro studiato a fondo durante i cosi di "psicoguerra" si può trovare liberamente anche dai librai che espongono la loro merce con approvazione ministeriale sui marciapiedi di Pansodan road, oggi pieni di negozi e librerie (e la letteratura "illegale" su ordinazione in fotocopia).
Si tratta dell'Arte della guerra di Sun Tsu, pensatore cinese vissuto 2500 anni fa, ispiratore di Mao come dei generali birmani e di quelli americani addestrati a West Point su questo manuale di tattiche per conquistatori. È un trattato machiavellico destinato a istruire non il re, ma i suoi soldati su come preparare una guerra, che non è cosa semplice ma richiede l'analisi delle forze fisiche e psicologiche in campo, dell'ambiente naturale attorno al fronte di battaglia e dei punti deboli o di forza dell'altrui difesa.
Meno facile da trovare in libreria, anche se ispirato agli stessi principi di questo antico di strategia militare, è una raccolta di riflessioni, in gran parte segrete, del primo dittatore dell'attuale dinastia che contribuì notevolmente a creare l'odio tra birmani e resto delle minoranze in nome del divide et impera attribuito a Giulio Cesare. Chiamata in suo nome Dottrina Ne Win, è un manuale di strategia privo di scrupoli etici, ispirato agli stessi trucchi consigliati 2500 anni fa da Sun Tsu che ogni generale dovrebbe adottare per ottenere la vittoria sul nemico, sia esso un esercito armato etnico o un movimento dissidente politico popolare e pericoloso.
Tra la fine degli anni 40 e 50, quando una pace duratura post-indipendenza poteva portare a un governo e un esercito federale di pacificazione nazionale, Ne Win ha capito che senza avversari da combattere non avrebbe avuto ragione di chiedere all'allora governo civile di espandere le truppe dei birmani. La strategia di provocazione e istigazione all'odio adottata in regioni di natura ribelle come Kachin e Karen era basata proprio su questa esigenza di accrescere il numero dei nemici. Villaggi bruciati, ingiustizie e persecuzioni ottennero lo scopo di far crescere i gruppi di guerriglia, contro i quali servirono armi sempre più sofisticate oltre che uomini. Così l'esercito è passato dai 2000 soldati nel post liberazione agli attuali 500mila.
Oggi i militari decidono tutto da soli e prendono il 40 per dell'intero bilancio statale attualmente destinato anche a combattere un nemico interno, gente della stessa fede ed etnia buddhista che ha osato sfidare in massa nelle strade delle città il loro potere. Nei libri attribuiti a Min Aung Hlaing in circolazione oggi, i lettori trovano questa spiegazione che nelle sue intenzioni formerà d'ora in poi la versione "storica" ufficiale: "Le manifestazioni (di protesta) sono causate - ha detto - da persone scontente per l'azione intrapresa contro i brogli elettorali (attribuiti al partito di Aung San Suu Kyi) e per le restrizioni di prevenzione e contenimento del Covid-19. La polizia del Myanmar sta controllando la situazione con il minimo della forza e con i mezzi meno dannosi".
Quanto fosse falso oggi lo sappiamo tutti visto l'alto numero di vittime e le violazioni di qualsiasi codice internazionale dei diritti umani. Ma la domanda resta la stessa: e domani? Tra gli articoli della raccolta che distingue tra "il giusto e lo sbagliato" ce n'è uno che giunge ad accusare gli influencer dei social network di aver istigato le proteste. "Se le persone sono morte e sono state arrestate - è scritto - è per causa loro". Come quando nei libri di testo del 1988 la rabbia di un intero popolo venne attribuita all'istigazione di Aung San Suu Kyi "in combutta con l'Occidente".
di Sara Volandri
Il Dubbio, 30 giugno 2021
Sovraffollamento, igiene, sicurezza, soprusi, detenzioni preventive: la protesta estrema chiama in causa l'autorità giudiziaria di Caracas. Una protesta clamorosa, dolente, estrema. Un gruppo di ottanta detenuti venezuelani nello stato centrale di Miranda si è letteralmente cucito la bocca con ago e filo per protestare contro le disumane condizioni di prigionia che dopo l'arrivo della pandemia di covid 19 sono diventate "infernali", in particolare nei centri di detenzione provvisoria.
L'iniziativa avviene alla fine di una lunga settimana di sciopero della fame e interpella direttamente l'autorità giudiziaria affinché intervenga: al di là del sovraffollamento, delle condizioni igienico- sanitarie, della sicurezza (la situazione degli istituti di pena venezuelani è storicamente disastrosa e conta uno dei più alti tassi di rivolte interne di tutto il pianeta): lo sciopero delle "bocche cucite" vuole denunciare il prolungamento abusivo della custodia cautelare nei locali della polizia municipale della città di Plaza; come spiega in una nota l'Ong Una Ventana a la Libertad (Uvl) che da anni di batte per i diritti delle persone in prigione "i detenuti rimangono nelle segrete della polizia municipale e hanno iniziato lo sciopero della fame per chiedere l'attenzione della magistratura per essere trasferiti nelle carceri", precisa l'Uvl in una nota.
L'organizzazione, che opera per la difesa e la promozione dei diritti umani dei detenuti in Venezuela, ha chiarito che i parenti degli stessi si trovano fuori dal complesso della Plaza Police "per accompagnare i loro parenti in sciopero e per sollevare alle autorità governative il sovraffollamento situazione in cui si trovano in questo centro di detenzione preventiva". Secondo i dati raccolti dell'organizzazione, nelle celle sono rinchiusi più di 110 prigionieri ammassati gli uni sugli altri, sono talmente stipati che alcuni di loro sono sdraiati anche nei corridoi delle celle. "Più di 20 di hanno una condanna definitiva da scontare e di quel totale, la metà è stata detenuta lì da quattro a sette anni", ha aggiunto Uvl.
I familiari, secondo il comunicato dell'organizzazione, hanno sottolineato che i loro parenti non mangiano da una settimana e hanno solo bevuto solamente acqua. Per questo hanno chiesto al ministro del Servizio penitenziario, Mirelys Contreras, "di pronunciarsi su questo caso, prima che i nostri ragazzi peggiorino di salute, per mancanza di cibo", aggiunge l'informazione.
"Vogliamo che li trasferiscano a coloro che dovrebbero già essere trasferiti. Per questo chiediamo al ministero penitenziario di affrontare questo caso in modo che cessino lo sciopero", hanno concluso.
Il 21 giugno, il presidente Nicolàs Maduro ha annunciato la creazione di una commissione per realizzare una ambiziosa "rivoluzione giudiziaria" in un periodo di non oltre sessanta giorni. La commissione, ha spiegato l'uomo forte di Caracas, deve risolvere il sovraffollamento nei centri di carcerazione preventiva entro 60 giorni e garantire il passaggio dei detenuti da questi centri alle carceri. Le quali rimangono comunque tra le peggiori del mondo.
recensione di Angela Stella
Il Riformista, 30 giugno 2021
Antonio Mattone ne "La vendetta del boss - L'omicidio di Giuseppe Salvia" (Guida Editori, pag. 517, Euro 20) "è spinto a scrivere la storia" di un servitore fedele dello Stato "da una passione: quella per il dramma della vita carceraria che, ben lontano dall'antica ma sempre valida prospettiva di Cesare Beccaria, riproduce la criminalità, più che rinnovare le persone".
Così scrive Andrea Riccardi, Fondatore della Comunità di Sant'Egidio, nella prefazione del libro che ripercorre la storia del vice direttore del carcere napoletano di Poggioreale ucciso il 14 aprile 1981 dalla Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo. Il volume verrà presentato domenica 4 luglio, con la presenza anche di un nostro giornalista, alle ore 17 presso la sala della Fondazione Premio Napoli a Palazzo Reale all'interno della più ampia manifestazione culturale "NapoliCittàLibro - il salone del libro e dell'editoria di Napoli". Cutolo, morto lo scorso febbraio a 79 anni di cui 57 trascorsi dietro le sbarre, aveva sempre negato di essere stato il mandante di quel barbaro assassinio, anche se la giustizia lo aveva condannato all'ergastolo.
Poi, come racconta Mattone, quando lo incontrò nel 2019 nel carcere di Parma dove era rinchiuso al 41 bis, Cutolo confessò per la prima volta: "sì, l'ho fatto io l'omicidio di Salvia. Lui si accaniva contro di me, non so perché, non lo faceva con gli altri, ma mi faceva sempre perquisire. E per questo gli diedi due schiaffi". In realtà, come si evince dalle numerose testimonianze raccolte nel libro, Salvia non si accaniva contro nessuno, faceva semplicemente rispettare i regolamenti: "aveva una grande umanità e, nello stesso tempo, manteneva un fermo rispetto delle regole. Non era un burocrate esecutore, né un ingenuo sognatore. Il suo atteggiamento fin dall'inizio fu di grande ascolto e comprensione per i problemi dei carcerati e di coloro che lavorano all'interno della struttura", ossia il carcere di Poggioreale. Tra gli anni Settanta e Ottanta l'istituto di pena, una tra più sovraffollati ancora adesso (su 1476 posti regolamentari disponibili, ci sono 2053 detenuti), era una vera palestra di delinquenza, dove a comandare erano i detenuti eccellenti, in primis il boss Cutolo, con la complicità di diverse guardie carcerarie, deferenti più verso il potere criminale che verso la legge, o semplicemente impotenti e impaurite dalle possibili ritorsioni.
Eppure in quel contesto di profondo degrado sociale, Salvia non si è girato mai dall'altra parte, ha sempre lavorato per un carcere giusto da un lato e rigido nel rispetto delle norme dall'altro. Il funzionario fu colui che "non volle fare il penalista per non avere a che fare con i delinquenti" ma allo stesso tempo "la sua indole non gli avrebbe consentito mai di condannare qualcuno". E allora scelse di stare lì dove la pena si esegue, "incarnando quella che Benedetto Croce definì 'la religione del dovere'", e tentò con tutte le sue forze, spesso lasciato solo da chi stava sopra di lui, affinché il potere dei boss non prevalesse su quello dello Stato. Ma pagò con la sua vita per questo: mentre guidava sulla tangenziale di Napoli per tornare a casa dall'amata moglie Giuseppina, conosciuta quando lei aveva solo 15 anni, fu crivellato da diversi colpi e morì sul colpo, lasciandola vedova a solo 33 anni. Tuttavia il suo sacrificio fu presto dimenticato.
Riccardi ricorda: "l'assassinio di un vice direttore, che voleva un carcere 'legale', si scontrava con una pratica diversa che, in alcuni casi, sembra utile alla politica. Confondere e dimenticare sono il modo di sopravvivere per una cultura politica carica di contraddizione". Ed infatti pochi giorni dopo l'uccisione di Salvia, venne rapito dalle Br l'assessore regionale democristiano Ciro Cirillo, "per la cui liberazione pezzi di Stato e della stessa Dc sollecitarono Cutolo. L'autorevolezza di questi, già forte dentro Poggioreale, in crescita in Campania, ebbi quasi una consacrazione politica. Il suo intervento, prima negato, è stato poi acclarato. La vicenda Cirillo - nota l'Autore - con l'intervento di Cutolo fece scivolare in ombra l'omicidio Salvia".
In più, evidenzia Mattone, ai funerali "l'assenza del ministro di Grazia e Giustizia non passò inosservata, così come quella del Cardinale Ursi". Ma l'aspetto più sorprendente fu che nel processo a carico degli esecutori e dei mandanti dell'omicidio "lo Stato, non costituendosi parte civile, dopo averlo lasciato solo in vita, anche da morto ne prese le distanze".
A ciò si aggiunge che solo nel 2013 il carcere napoletano venne finalmente intitolato a Giuseppe Salvia. Tuttavia il libro non è solo narrazione di un dramma personale: è il racconto del rapporto tra camorristi e Br, dei cambiamenti di prospettiva nei confronti dei detenuti a seguito del Concilio Vaticano II per cui "non dovevano essere più considerati persone da evitare ma tutto sommato erano dei bisognosi anche loro", dei sanguinosi fatti avvenuti nel carcere nella notte del tragico terremoto che sconvolse l'Irpinia, dell'entrata in prigione con iniziale scetticismo degli educatori, è una critica ai falsi pentiti, è la denuncia delle torture della 'cella zero', ma soprattutto è una luce sul senso rieducativo della pena e una denuncia degli ostacoli che impediscono ancora oggi l'attualizzazione dell'articolo 27 della Costituzione.
In uno sfogo con il giornalista del Mattino Enzo Perez, Salvia disse: "Le condizioni di vita nel gigantesco carcere sono proibitive, a volte impossibili per i detenuti e gli agenti di custodia. Un bubbone di malessere nel quale fermentano e si sprigionano solo sentimenti di vendetta, di odio e di morte. Come si fa a parlare di rieducazione e reinserimento futuro nella società in questo modo?". C'è un punto ancora più apprezzabile del libro per chi, come questo giornale, negli ultimi mesi di vita di Raffaele Cutolo - che fu detenuto dal 25 marzo 1971 e messo tra i sepolti vivi del 41 bis dal 20 luglio 1992 - ha denunciato un accanimento nei suoi confronti da parte di uno Stato più di vendetta che di Diritto, avendogli negato non la liberazione bensì la detenzione domiciliare per motivi di salute e avendolo lasciato morire solo e gravemente ammalato nel carcere, lontano dalla sua famiglia. Ebbene, anche l'autore ha "avuto la sensazione di un accanimento inutile contro questo vecchio che, è vero, forse è stato il più grande criminale italiano di tutti i tempi, ma le restrizioni che subisce sono troppo disumanizzanti. Anche lui sa bene che non può aspirare alla libertà, ma si potrebbe riservare un trattamento più umano, che certamente non cancellerebbe le sue colpe e le sue condanne".
Le pagine migliori sono quelle dedicate alla famiglia di Giuseppe Salvia e alla loro riconciliazione con chi sbaglia. Nonostante il male subìto, Riccardi nella prefazione scrive che "Claudio, figlio di Giuseppe, non coltiva odio verso Cutolo ed è sensibile alla condizione dei carcerati. Mattone è rimasto colpito dalla dignità e dalla capacità di perdono della famiglia Salvia". Tant'è vero che ormai da diversi anni lui e sua madre partecipano al pranzo di Natale organizzato dalla Comunità di Sant'Egidio a Poggioreale: Claudio, che oggi lavora in prefettura, mentre suo fratello maggiore Antonino è impiegato nell'amministrazione penitenziaria come formatore del personale, "aveva avuto - scrive Mattone - un senso di scetticismo sul recupero dei detenuti, soprattutto di quelli incalliti. Li considerava irrecuperabili e quella casa circondariale era il luogo dove riteneva fosse radunato il peggio della società". Ma decise comunque di varcare "quel portone angosciante e, senza darne troppa pubblicità, servì a tavola i carcerati e riuscì anche a scambiare qualche parola con alcuni di loro. Quando uscì dal carcere aveva il morale a mille: "camminavo a due metri da terra - ricorda -mi sentivo il cuore pieno ed ero soddisfatto della giornata. Aveva avuto contatto con una realtà che pensava completamente diversa. I carcerati erano persone come tutte le altre e gli vennero in mente le parole del padre, attraverso i racconti della madre: quando non si ha una guida, una famiglia che ti educa, allora è facile perdersi". Lo stesso disse la madre: "erano persone che avevano sbagliato ma vedevo nei loro occhi la speranza di uscire e riabilitarsi". Lo stesso concetto di 'speranza' richiamato ormai nelle sentenze sia europee che nazionali per denunciare l'incompatibilità dell'ergastolo ostativo con la Convenzione per la salvaguardia dei Diritti dell'Uomo e delle Libertà fondamentali e con la nostra Carta Costituzionale.
di Gianluca Di Feo
La Repubblica, 30 giugno 2021
Il generale americano Miller avvisa i talebani: fermatevi o vi bombardiamo. E le milizie tribali scendono in campo per difendere i loro territori, complicando la situazione del Paese. Ritorno al passato. Con le truppe occidentali che in queste ore stanno completando il ritiro, l'Afghanistan rischia di precipitare nella guerra civile. E' il monito del generale Austin Miller, l'ufficiale americano a cui è stato affidato il compito di chiudere la missione durata venti anni: "La guerra civile è certamente una prospettiva e dovrebbe essere una preoccupazione per il mondo". Di fronte all'offensiva dei talebani, che stanno conquistando decine di province, Miller ha minacciato raid aerei: "Io non voglio ordinare i bombardamenti. Ho detto ai talebani che devono fermarsi: l'unico modo di evitare il nostro intervento è far cessare la violenza". Ma la situazione sembra procedere inesorabilmente verso il caos.
I talebani sostengono di avere occupato cento distretti, in molti casi senza bisogno di sparare perché le truppe hanno deposto le armi, affidandosi alla mediazione degli anziani dei villaggi. L'alto ufficiale spiega la disfatta con un sovrapporsi di cause. Il logoramento delle forze di Kabul, che stanno subendo perdite altissime, il crollo psicologico e in alcuni casi la sconfitta sul campo ad opera dei talebani, che sentono vicina la vittoria finale. Guardando al futuro prossimo, Miller ritiene che l'esercito nazionale debba consolidare le sue posizioni, creando delle aree strategiche da proteggere. La milizia fondamentalista infatti grazie al controllo dei nuovi territori può rendere difficili i rifornimenti e le comunicazioni con i capoluoghi, in cui si stanno asserragliando i soldati fedeli al governo.
Il generale non difende l'impegno militare statunitense: "L'unica soluzione per il popolo afgano è qualcosa che ruoti intorno a una soluzione politica. Ma devo dire che non se non si riduce la violenza, questa soluzione diventa sempre più difficile". A rendere più complicato lo scenario, adesso stanno scendendo in campo anche le brigate personali dei vecchi signori della guerra. I comandanti mujaheddin che hanno lottato prima contro i sovietici, poi contro i talebani dando vita all'Alleanza del Nord, tornano ad armare i loro seguaci. Nascono così formazioni tribali che vogliono proteggere i propri territori dall'offensiva fondamentalista. Intorno a Mazar-e-Sharif centinaia di volontari delle "forze pubbliche" - come si definiscono - si sono schierati per pattugliare le strade principali e partecipano agli scontri per liberare i villaggi della provincia di Balkh.
Due giorni fa il generale Abdul Rashid Dostum, che vent'anni fa guidò assieme a un pugno di commandos statunitense il primo grande attacco contro i talebani, ha annunciato di volere tornare alla guida delle sue truppe. Dostum, in passato vicepresidente del governo afghano, adesso è ricoverato in un ospedale turco: "Non gli permetteremo di prendere la nostra terra".
Anche il controverso Gulbuddin Hekmatyar, ora leader del movimento Hizb-e-Islami, fa sentire il suo peso sul fragile governo di Kabul. In passato le sue bande hanno tenuto testa ai russi nell'area di Herat, poi si è avvicinato all'Iran e adesso torna con prepotenza sulla scena chiedendo spazio politico al presidente Ghani nella gestione della crisi. Ed è chiaro che questi personaggi si stanno trasformando nello strumento delle potenze interessate ad arbitrare il futuro del Paese. Turchi, russi, pachistani, cinesi, iraniani, indiani muovono velocemente le loro pedine vecchie e nuove per occupare il vuoto creato dalla partenza dei reparti della Nato. Ieri è stato completato il ritiro dei militari italiani e di quelli tedeschi, lasciando le aree di Herat e Mazar-e-Sharif senza presidio occidentale: nello scorso ventennio erano state le zone più sicure, con i talebani sempre sulla difensiva. Adesso il timore che l'esercito nazionale non sia capace di proteggerle spinge i capi tribali a mobilitare i propri uomini.
Miller sostiene di essere ancora in grado di offrire sostegno alle divisioni di Kabul, a quell'esercito regolare che è l'unica istituzione realmente nazionale esistente in Afghanistan. Ma solo l'aeroporto di Bagram, alle porte della capitale, rimane ancora nelle mani della Nato. Tra pochi giorni, gli americani potranno contare esclusivamente sulla portaerei Reagan che naviga a largo del Pakistan: in tutta la regione il governo statunitense non avrà più una base, nemmeno per operare con i droni.
di Pietro Pellegrini*
Il Manifesto, 30 giugno 2021
La "rivoluzione gentile" che ha portato alla chiusura degli OPG richiede un più avanzato punto di incontro tra politica, giustizia, psichiatria e sociale. In questa direzione va la recente ordinanza n.131/2021 della Corte Costituzionale che sulla base di rilievi di costituzionalità della legge 81/2014 sollevati dal Tribunale di Tivoli richiede a ministeri e regioni dati e modalità di funzionamento del nuovo sistema. Un approccio apprezzabile che prende atto di una situazione profondamente cambiata non riportabile allo stato precedente e agli OPG.
Per questo i codici vanno rivisti togliendo la parola "internati" e l'art 222 del c.p. (che prevede il ricovero in OPG che non esiste più!) cancellare il doppio binario, promuovere l'imputabilità e il principio di responsabilità sia per la terapia sia per la sicurezza. Le persone vanno giudicate per l'atto commesso, devono avere il diritto al processo, cioè a confrontare con la legge, espressione della comunità, le proprie convinzioni e motivazioni. L'ascolto partecipe dà diritto alla parola, al punto di vista della persona, riconosciuta interlocutore degno di attenzione e non infantilizzato o reso alieno.
Vi è bisogno di chiarezza per creare le migliori condizioni per la cura e la prevenzione di nuovi reati. Occorre assicurare il diritto alla salute a prescindere dallo stato giuridico e al contempo, il diritto alla giustizia in ogni condizione, supportando con più diritti le persone fragili. Se con la legge 180 il malato mentale è diventato cittadino, portatore di diritti e doveri salvo che in ambito penale, dopo la legge 81 si può completare il percorso.
Ha diritto alla giustizia ed ha bisogno della parola della legge. L'incapacità a stare in giudizio per disturbi mentali va superata con il supporto culturale e professionale. Laddove sono maggiori i problemi della comunicazione, vanno fatti sforzi per ripristinarla in quanto fattore essenziale per la regolazione degli affetti e dei comportamenti. La riforma deve abolire la "pericolosità sociale" del malato mentale perché non ha fondamenti scientifici. Possono essere al più valutati i fattori di rischio e protezione.
Le misure di sicurezza detentive "provvisorie" sono confusive e di fatto "cautelari", mentre quelle "definitive" vanno sostituite da pene la cui esecuzione dovrà tenere conto delle condizioni di salute della persona. Il reato è sempre molto presente nel suo mondo interiore e su questo occorre lavorare con gli strumenti della psichiatria di comunità, tenendo conto del contesto culturale, religioso, filosofico, e promuovendo l'assunzione di responsabilità, di forme di elaborazione, di riparazione possibile, di riconciliazione, di ristoro. Un percorso doloroso, difficile e complesso che la psichiatria cerca di realizzare con la persona e la sua famiglia, all'interno del quale il ruolo della giustizia e della comunità sono fondamentali.
Si sono create misure di cura e giudiziarie di comunità, basate sulla reciproca responsabilità, dove la valutazione non è oggettivante ma di sistema, è centrata sulla persona e sul suo contesto, nel quale sono attori anche il sistema curante, della giustizia, del sociale, dell'ordine pubblico.
Non il proscioglimento e la misura di sicurezza che sospendono, isolano e non fanno altro che aumentare la confusione, l'incomprensione della persona e della comunità, ma un altro scenario che fondi la convivenza sullo sviluppo della reciproca responsabilità, nella sua accezione etimologica di "res pondus", del farsi carico delle persone e delle situazioni, di portare insieme il senso delle esperienze umane, anche quelle estreme, di vite coesistenti. Nel legame inestricabile che lega reciprocamente la qualità della cura, della convivenza e della sicurezza. La Consulta chiede se sono allo studio riforme legislative. La proposta di legge n. 2939 dell'on. Magi offre una soluzione radicale.
di Giansandro Merli
Il Manifesto, 30 giugno 2021
La conferenza stampa. In parlamento arriva il "Il Libro nero del Cpr di Torino", scritto dopo il suicidio del ragazzo. "L'urlo che ha lanciato Moussa Balde togliendosi la vita ha superato mura e sbarre del Cpr di Torino", ha detto ieri l'avv. della difesa Gianluca Vitale, in conferenza stampa alla Camera. Non capita spesso quando muore un migrante, un "clandestino", che l'attenzione pubblica superi il tempo di un tweet indignato.
Con Balde, il ragazzo aggredito a Ventimiglia e trasferito dall'ospedale al Centro di permanenza per il rimpatrio (Cpr), forse è accaduto qualcosa di diverso: la rete No Cpr si è mobilitata due volte davanti al centro; gli avvocati di Asgi hanno manifestato il 4 giugno in piazza Castello; Nicola Fratoianni (LeU) ha presentato un'interrogazione parlamentare alla ministra dell'Interno Luciana Lamorgese il 9 giugno; il 23 del mese si è tenuta una preghiera interreligiosa con autorità cittadine. È stata organizzata una raccolta fondi per riportare la salma a casa, in Guinea.
IERI, POI, "Il Libro nero del Cpr di Torino" pubblicato da Asgi a inizio giugno è giunto a Roma. "Questa conferenza stampa serve a dare attenzione al testo all'interno del parlamento, la sensibilità alle violazioni dello stato di diritto che avvengono nei Cpr è insufficiente", ha affermato Riccardo Magi (+Europa). Durante l'incontro sono state denunciate le problematiche specifiche del Cpr piemontese, ma anche quelle più ampie del sistema di detenzione amministrativa.
La pubblicazione di Asgi è un piccolo libro degli orrori che assembla storie e voci dei reclusi: quella di Hossain Faisal, morto l'8 luglio 2019 dopo quasi 5 mesi di isolamento; quelle di chi per protesta ingoia lamette e pile, si frattura gli arti, si cuce le labbra; di chi è malato di leucemia ma riesce a ottenere un esame medico solo 49 giorni dopo l'inizio della detenzione; oppure di chi finisce in isolamento nelle "celle di sicurezza" non ufficiali o all'"Ospedaletto", che i giuristi ritengono luoghi illegali e il Garante nazionale dei detenuti ha chiesto di chiudere.
È PROPRIO all'Ospedaletto che è deceduto Balde. L'autopsia ha confermato l'ipotesi della morte autoinflitta, ma nel corso delle indagini il capo di accusa è cambiato: da istigazione al suicidio a omicidio colposo. Nel registro degli indagati, per ora, sono iscritti direttrice e responsabile medico del Cpr. Sembra che le indagini della Procura torinese non si stiano limitando alla vicenda singola, ma stiano passando sotto la lente tutto il funzionamento del centro di detenzione.
Al 24 giugno erano rinchiusi nei Cpr italiani 452 migranti, tutti uomini (su 786 posti). Lo ha detto ieri Daniela De Robert, membro del collegio del Garante nazionale dei detenuti. De Robert ha sottolineato come negli anni la media dei migranti transitati nei Cpr e poi espulsi resti intorno al 50%. Vale anche per i 4.387 reclusi del 2021. La detenzione amministrativa, quindi, nella metà dei casi risulta ingiustificata perfino in base alla funzione che le attribuisce la legge: il rimpatrio. Come nel caso di Balde visto che, ha ricordato De Robert, "nessuno è stato espulso in Guinea negli ultimi anni". L'avv. Lorenzo Trucco, presidente Asgi, ha definito i Cpr "uno squarcio nel nostro sistema di diritto".
- I verbali dell'orrore: "Qui è Santa Maria, è il capolinea: qui ti uccidiamo"
- "Macelleria sammaritana" tra violenze e depistaggi
- False perquisizioni e detenuti fatti "sparire" in isolamento. Spunta vittima dopo i pestaggi
- Pestaggi in carcere, le intercettazioni: "Detenuti bestiame", "Li abbattiamo come vitelli"
- Quattordici mesi dopo, c'era bisogno di arrestarli?











