di Pierfrancesco Majorino*
Il Manifesto, 26 novembre 2021
In questi giorni una nostra delegazione di europarlamentari del Pd sarà sul posto per denunciare la condizione di chi è respinto dagli idranti e dalle forze di sicurezza. Quel che sta accadendo in una parte dell'area di confine tra Bielorussia e Polonia è grave e inaccettabile. La scelta, folle, di Lukashenko, di favorire e organizzare un flusso di migranti verso l´Unione Europea, non è altro che il tentativo di giocare, utilizzando le persone come carne da macello, la propria partita.
La partita, assai sporca, portata avanti da un regime autoritario, periodicamente spalleggiato dalla Russia di Putin, che non può certamente essere riconosciuto come un interlocutore - cosa purtroppo in parte già accaduta - dalla comunità internazionale. Il Parlamento Europeo ha fatto proprio bene, quindi, a ospitare, il 24 di novembre, l´intervento di Svetlana Tikhanovskaya, leader dell'opposizione democratica al regime di Lukashenko, e a ribadire, attraverso il Presidente Sassoli, ancora una volta, piena sintonia con le sue parole. Parole di democrazia, libertà, diritti. Se vogliamo affrontare l´emergenza umanitaria materializzatasi al confine, dunque, dobbiamo partire da qui: considerare le pesantissime responsabilità di Lukashenko come un punto irrinunciabile per qualsiasi reazione. E, però, dobbiamo anche sapere che questa riflessione non basta.
Le gravi colpe del regime bielorusso rappresentano una parte del complicato problema che abbiamo di fronte. L´altra riguarda la dimensione della vita vera, cioè quel che stanno realmente subendo donne, uomini, bambine, bambini. Persone, non numeri, rispetto alle quali serve un immediato intervento umanitario, e l´apertura di canali d´accesso legali verso la Ue. Il contrario di quel che sta mettendo in campo la Polonia che, al pari dell´Ungheria di Orbàn, si presenta oggi come un laboratorio autoritario, in pratica un avamposto della paura, pervaso da un istinto alla regressione civile e culturale assolutamente incompatibile con i valori dei padri fondatori europei.
In questi giorni una nostra delegazione di europarlamentari del Pd - composta da Pietro Bartolo, Brando Benifei e il sottoscritto - sarà sul posto per osservare quel che sta accadendo, denunciare e contribuire a far crescere la consapevolezza, ad ogni livello, sul senso dell´urgenza che ci comunica la condizione di chi si trova ad essere respinto dagli idranti e fronteggiato dai cordoni delle forze di sicurezza. Saremo lì convinti, ancora una volta, che sul piano delle politiche riguardanti l´immigrazione servano scelte molto diverse da quelle compiute fino ad ora.
Dico di più: io credo che su questa materia si debba avere il coraggio di cambiare tutto. E lo debba fare l´Europa, lo debbano fare le sue istituzioni e i suoi Stati membri. Cambiare tutto significa mettere mano ad una politica che sfugga dall´egemonia della destra. La destra, quella peggiore, ha infatti segnato in modo devastante il dibattito sull´immigrazione. Ciò è avvenuto anche a prescindere dai risultati elettorali dei singoli partiti sovranisti e ha finito con il condizionare in modo sciagurato gli orientamenti e le decisioni di chi di volta in volta si é trovato a far fronte alla questione migratoria. Così si è arrivati alla paralisi. Quella che di fronte ai bambini ammassati ai bordi dell´Europa non riesce ad esprimere interventi immediati di sostegno, aiuto, solidarietà.
La cosa non è nuova e non nasce in questi giorni. Dai campi di concentramento libici alle scelte ambigue operate in Bosnia, dagli accordi con la Turchia alla generalizzata alzata di spalle di fronte al Mediterraneo quel che accade dimostra innanzitutto l´assenza di coraggio. Finché non si mette mano ad un piano - ben diverso da quello presentato in questi mesi dalla Commissione Europea - relativo a vie legali d´ingresso, canali d´accesso, progetti di inclusione la politica continuerà a produrre barriere, respingimenti e muri. Scorciatoie pericolose sul piano umanitario che alimentano il traffico illegale di persone e calpestano la dignità delle donne e degli uomini. Quel che accade in Polonia (fortunatamente messo in discussione da tanti cittadini polacchi che hanno deciso di "aiutare" gli altri) dunque, è un´altra puntata di una "serie" a cui, stagione dopo stagione, ci si è abituati.
La storia si ripete più volte, lungo i confini. E lo schema, l´approccio, sembra essere sempre quello di chi si illude che il mancato intervento o il filo spinato - più o meno materiale - possano essere un pezzo di una strategia. Si chiama "esternalizzazione" e produce scorciatoie davvero pericolose laddove invece avremmo bisogno di immaginare l´accoglienza come una grande responsabilità da condividere nel nome della cooperazione tra gli Stati.
Quel che tenteremo di fare, attraverso il nostro piccolo gesto, è semplice. Cercheremo di ripetere ciò che andiamo dicendo nelle aule parlamentari: va provata e sperimentata un´altra strada. La strada illuminata dal faro del rispetto dei diritti umani. Strada praticabile se si ha il coraggio, dentro i confini europei, di combattere una grande battaglia culturale. E se, contestualmente, si è molto più radicali sulla questione sociale che riguarda "noi".
La paura verso le migrazioni, infatti, cresce laddove le diseguaglianze e la precarietà non diventano temi affrontati di petto. Rimettere al centro la giustizia sociale come grande valore di fondo è dunque il primo modo per sconfiggere proprio quell´egemonia a cui alludevo che ha incantato la società civile e politica nostrana.
E poi, non dimentichiamolo: affrontare con più radicalità la questione sociale esistente, il sentimento di insicurezza rispetto al proprio futuro che segna ancora tante cittadine europee e tanti cittadini europei è in sé ciò che deve motivare chi fa parte di un campo sociale e politico di stampo progressista.
*Europarlamentare del Pd
di Michele Calamaio e Leonardo Di Stasi
Il Manifesto, 26 novembre 2021
"Non è normale che quando una donna esce di casa rischi la vita. Rischia di essere violentata e uccisa". Con queste parole Jean-Claude Ilunga, attivista congolese e presidente dell'associazione "Les amis du Congo solidarité" a Bruxelles definisce in maniera lapidaria la situazione socio-politica femminile nella Repubblica democratica del Congo.
Ilunga ha lasciato il suo Paese 40 anni fa per emigrare a Bruxelles dove vive e lavora tutt'ora nell'associazione da lui stesso fondata che ha come obiettivo l'essere un punto di contatto primario per l'integrazione di immigrati e ponte tra le prime e seconde generazioni di congolesi in Belgio.
"L'est del Congo è in preda alla violenza da 20 anni. Tutti i giorni in questa parte del Paese ci sono dei massacri - prosegue Ilunga - ma se non si tratta di ambasciatori non se ne parla. Il riferimento è all'assassinio dell'ambasciatore italiano Luca Attanasio nello scorso febbraio - evento che aveva portato l'attenzione mediatica sui diritti umani nello Stato centraficano. Per Ilunga "non si va a lavorare in un Paese per morire, non è normale. Per me l'uccisione dell'ambasciatore è una catastrofe". La Repubblica democratica del Congo continua a vivere in un clima particolarmente instabile. Soprattutto nelle province orientali del Nord e Sud Kivu persiste la presenza di bande armate, di milizie non governative, di ex-militari e di gruppi tribali, i quali effettuano razzie e massacri di civili.
Secondo l'ultimo rapporto del segretario generale al Consiglio di sicurezza dell'Onu, l'insicurezza è aumentata ulteriormente nella parte orientale del Congo dopo le crescenti tensioni politiche all'interno della coalizione di governo, culminate col suo scioglimento da parte del presidente della Repubblica, Félix Antoine Tshilombo Tshisekedi, nel dicembre 2020.
L'anno scorso, la Missione di stabilizzazione delle Nazioni unite nella Repubblica democratica del Congo (Monusco) ha documentato 1.053 casi di violenza sessuale legata al conflitto che hanno colpito 675 donne e solo tre uomini e cinque ragazzi. La maggioranza (700) è stata attribuita a gruppi armati non statali. Gli attori statali hanno rappresentato i casi rimanenti, tra di essi 239 violenze sono attribuite alle Forze armate della Repubblica democratica del Congo (Farc), 76 alla Polizia nazionale Congolese e 38 ad altri attori dello Stato. Le violenze perpetrate dalla polizia hanno riguardato per oltre la metà i minori e si sono verificati all'interno delle case delle vittime, nei centri di detenzione, nei campi o in altri luoghi isolati.
La disponibilità dei servizi pubblici sanitari in Congo è molto precaria, a causa dei continui soprusi e conflitti tra bande armate. Già dal 1999, per affrontare la continua emergenza e cercare di salvare le vite di migliaia di donne, è stato aperto l'ospedale Panzi a Bukavu, il capoluogo della provincia del Sud-Kivu. Il centro è specializzato nel trattamento dei sopravvissuti alla violenza, la maggior parte dei quali ha subito abusi sessuali (200 letti su un totale di 350).
Per fare fronte a questa emergenza medica e umanitaria il professore Guy Bernard Cadière, esperto di chirurgia mininvasiva all'Ospedale Saint Pierre di Bruxelles, è da un decennio impegnato assieme a Denis Mukwege, medico congolese specializzato in ginecologia e ostetricia, fondatore nel 1998 del Panzi Hospital a Bukavu, ospedale in cui è diventato il massimo esperto mondiale nella cura di danni fisici interni alle donne vittime di violenze e stupro. Un lavoro per il quale Mukwege è stato insignito del Nobel per la Pace nel 2018.
Cadière racconta così al manifesto il suo primo incontro con Mukwege: "È venuto a trovarmi dieci anni fa presso il dipartimento di chirurgia dell'Université Libre de Bruxelles ed è rimasto colpito dalla mia tecnica per le operazioni chirurgiche, che non prevede l'apertura della cavità addominale ma solo piccole incisioni. Mukwege mi ha invitato a unirmi alla sua missione in Congo, dove ha già operato oltre 40 mila donne vittime della barbarie umana. Per me è stato naturale seguire questo tipo di missione assieme a lui".
La chirurgia mininvasiva consiste nell'operare all'interno della cavità addominale senza aprirla ampiamente. "Facciamo piccole incisioni di 5 millimetri, inseriamo il dispositivo e la fotocamera. Grazie a questo possiamo operare utilizzando lo schermo che ci permette di visualizzare perfettamente l'organo genitale molestato" spiega Cadière; senza aprire ampiamente la cavità addominale, il recupero del paziente è più rapido. Le persone possono lasciare l'ospedale dopo 2 giorni dall'operazione e non vi è alcun rischio di infezione o contaminazione.
Mukwege a Cadière tra il 2011 e 2015 oltre a curare circa 260 bambine vittime di stupro hanno operato circa 200 donne e ragazze di età compresa tra 16 e 49 anni con la tecnica della laparoscopia. La morbilità (il rapporto tra numero di morti e numero di persone esposte al rischio di morire) è risultata molto bassa dopo le operazioni, ma Cadière sottolinea quanto sia importante "sostenere le vittime anche dal punto vista legale e psicologico per aiutarle a reintegrarsi in una società che le stigmatizza".
E sul futuro della sua missione avverte: "Non sono io quello che cambierà il destino del Congo, né il suo sviluppo. Continuerò a lavorare con il dottor Mukwege per insegnare ad altri medici questa tecnica per curare sempre più persone"; Poi aggiunge un pensiero sul futuro del Paese: "Sono molto preoccupato per l'impunità in Congo. La giustizia è l'unico modo per ottenere la pace".
rainews.it, 26 novembre 2021
Dopo una serie di scandali riguardanti torture e violenze, compresi stupri, dei detenuti nelle carceri russe, il presidente Vladimir Putin ha silurato il direttore dell'amministrazione penitenziaria Aleksandr Kalashnikov, generale del Fsb. A sostituirlo sarà Arkadij Gostev, vice-ministro dell'Interno che nel suo ministero si occupava degli affari amministrativi.
I difensori dei diritti dell'uomo non credono che la sostituzione dell'uomo proveniente dai servizi con un poliziotto possa contribuire a far migliorare il sistema penitenziario russo. Formalmente Aleksandr Kalashnikov ha rassegnato le dimissioni di sua propria volontà, presentando la domanda di dimissioni al presidente.
Secondo alcune informazioni, Kalashnikov è stato delegato nel sistema penitenziario, conservando il suo grado del generale del Fsb e pertanto potrebbe ritornare nei ranghi dei servizi. La relatrice del disegno di legge sull'inasprimento delle pene per torture, senatrice Liudmila Narusova, ha constatato la volontà politica di sradicare le torture nell'amministrazione penitenziaria, pur ammettendo che anche nell'ambito del ministero dell'Interno e del Servizio Federale di Sicurezza (Fsb) si praticano le torture anche se non in modo così sistematico come nell'amministrazione penitenziaria: ciò va oltre ogni concetto di una società civile.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 26 novembre 2021
Nell'ultimo quarto di secolo la Comunità di Sant'Egidio ha favorito, direttamente e con l'aiuto di altri, 15.384 corrispondenze epistolari con condannati a morte negli Stati Uniti d'America e di altri stati. Solo nell'ultimo anno, le richieste ricevute sono state 2500. In occasione del 30 novembre, Giornata mondiale contro la pena di morte e data ormai storica dell'iniziativa "Città per la vita - Città contro la pena di morte", cui partecipano oltre 2000 municipalità in ogni parte del mondo, Ianieri Edizioni pubblica "La seconda lettera. Corrispondenza con un condannato a morte, di Laura Bellotti. Bellotti traduce di solito ciò che scrivono altri autori, ma stavolta è lei a prendere la parola. Anzi, la penna. E scrive, incuriosita dalla proposta della figlia. Inizia così, nel 2012, una lunga corrispondenza con James Aren Duckett, condannato a morte nello stato della Florida.
Questo è un estratto della seconda lettera ricevuta dal braccio della morte: "Buongiorno. È stato bello ricevere una lettera da te, ieri sera. È stato particolarmente importante ricevere la seconda lettera, perché quando qualcuno mi scrive per la prima volta, non so mai se scriverà di nuovo, dopo la mia risposta. È stato un gran sollievo e una grande felicità vedere la tua busta datata 5 gennaio. Grazie! La lettera ha impiegato 11 giorni... mi domandavo quanto tempo impiega ad arrivare una lettera dall'Italia alla Florida".
Duckett è stato condannato a morte per un'azione orribile: lo stupro e l'uccisione di una bambina di 11 anni. Immagino sia stata una scelta difficile, soprattutto per una madre, avviare questa corrispondenza. Ma non è solo l'asserita innocenza di Duckett, su cui speriamo un giorno le corti d'appello vorranno approfondire, a dare a Bellotti la spinta per mantenere aperto questo dialogo a distanza. Non sono solo i pensieri, le paure e le riflessioni di un uomo che ormai da oltre 30 anni è sospeso tra la speranza di uscire dal carcere e la paura di terminare a sua vita legato al lettino dell'esecuzione. A segnare quasi 10 anni di scambi epistolari è soprattutto il rifiuto dell'idea che la giustizia passi attraverso la pena capitale. L'idea, sempre più diffusa grazie alle campagne delle organizzazioni abolizioniste, che la risposta dello stato a un reato (ammesso, in questo caso, che sia stato commesso) non può essere né uguale né, tantomeno, peggiore.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 25 novembre 2021
Il consigliere del Csm, nella sua audizione in commissione Giustizia della Camera, ha sostenuto che la modifica dell'ergastolo ostativo era l'obiettivo della mafia di Totò Riina attraverso le stragi del '92 e del '93. "Il rischio che si corre, è quello di far raggiungere l'obiettivo dei mafiosi stragisti". È questa la messa in guardia, non nuova, esternata dall'attuale consigliere del Csm Nino Di Matteo durante la sua audizione in commissione Giustizia della Camera a proposito della modifica della legge sull'ergastolo ostativo.
di Valter Vecellio
lindro.it, 25 novembre 2021
Il 70 per cento dei detenuti ha almeno una malattia, quasi il 45 per cento è obeso o sovrappeso, oltre il 40 per cento risulta affetto da una patologia psichiatrica, il 53 per cento dei nuovi detenuti è valutato a rischio suicidio. Sì: c'è stato un tempo in cui Carmine Montescuro, boss di Sant'Erasmo e del centro storico di Napoli, faceva paura; il suo nome pronunciato con reverenza, ma più spesso taciuto.
di Lucio Boldrin*
Avvenire, 25 novembre 2021
Un tempo senza tempo, così sono le giornate in carcere. Sei rinchiuso per ore, ti annoi in continuazione. Mentre i ricordi vacillano ci sono cose che non puoi dimenticare. Il tempo è un'efficace tortura. Tempo lungo che non sempre si può, si riesce, a riempire. Qui nulla permette di distinguere un'ora dall'altra. Una volta trascorse, le ore svaniscono nel nulla, ma il minuto presente si può dilatare all'infinità. Il tempo, dunque, non esiste. È una logica da pazzi? Forse.
di Luca Tescaroli
Il Fatto Quotidiano, 25 novembre 2021
"Un diritto penale liberale non confisca proprietà, aziende a cittadini ancora innocenti o addirittura assolti" e "non può contenere nel suo ordinamento una norma che si chiama ergastolo ostativo". Espressioni che le cronache di questi giorni hanno attribuito a un autorevole commentatore nel corso di un convegno organizzato a Firenze da un partito politico.
Si tratta di prese di posizioni sempre più frequenti contro i cardini della regolamentazione antimafia, che si inseriscono nel solco di un progressivo processo di erosione degli strumenti introdotti nella nostra legislazione. Le misure di prevenzione patrimoniali - che la proposta di legge n. 3059, presentata il 26 aprile alla Camera dei deputati, di fatto vanificherebbe ove dovesse divenire legge - e la disciplina che impedisce ai mafiosi ergastolani che non collaborano con la giustizia di tornare in libertà, fruendo dei benefici della liberazione condizionale, delle misure alternative, dell'accesso al lavoro esterno e ai permessi premio, hanno consentito di ottenere gran parte dei successi ottenuti nell'azione di contrasto al crimine mafioso.
A fronte dei dubbi di incostituzionalità del vigente regime dell'ergastolo manifestati dalla Corte costituzionale, il Parlamento fatica a trovare una convergenza da parte di tutte le forze politiche per introdurre una nuova rigorosa regolamentazione. E tutto avviene nel silenzio, insieme alla convinzione di molti per cui, essendo stata la "Cosa Nostra corleonese" sconfitta, si possa fronteggiare il fenomeno della criminalità organizzata con una legislazione più blanda, che non necessiti più nemmeno del regime del "carcere duro" di cui all'art. 41-bis.
Perciò, credo sia utile ricordare la realtà criminale esistente nel nostro Paese, ove albergano plurime strutture mafiose estremamente pericolose, fra le quali, la 'ndrangheta che ha saputo colonizzare il Centro-Nord d'Italia. La mafia dei corleonesi è stata certamente ridimensionata, con le catture dei latitanti e le condanne degli esponenti più rappresentativi. I numerosi collaboratori di giustizia ne hanno minato la credibilità e intaccato il suo patrimonio più importante, vale a dire l'affidabilità verso l'esterno. Tuttavia, uno dei più autorevoli stragisti, il corleonese Matteo Messina Denaro, continua la propria latitanza, mostrando di disporre di una rete di protezione impenetrabile. Le collaborazioni all'interno della compagine corleonese si sono inaridite e i condannati accarezzano da qualche anno la possibilità di riottenere permessi e la libertà per riprendere il potere.
È la ferocia delle gesta dei corleonesi che ha rappresentato l'elemento di traino per giungere al varo della normativa che oggi si vorrebbe cancellare. Il germe della loro scellerata violenza prese le mosse nel 1977, con il progetto di uccisione di Giuseppe Di Cristina, il rappresentante mafioso della provincia di Caltanissetta, ed esplose nei primi anni 80 che videro l'eliminazione fisica o l'emarginazione dei propri rivali.
Una lunga scia di sangue con migliaia di vittime e l'abbattimento di numerosissimi esponenti delle istituzioni: il 20.08.'77 il colonnello dei carabinieri Giuseppe Russo; il 9.03.1979 il segretario regionale della Dc Michele Reina; il 21.07.'79 il dirigente della Squadra mobile Boris Giuliano; il 25.09.1979 il giudice Cesare Terranova e il maresciallo di polizia Lenin Mancuso; il 6.01.1980 il presidente della Regione siciliana Piersanti Mattarella; il 3.05.1980 il capitano dei carabinieri Emanuele Basile; il 6.08.1980 il procuratore di Palermo Gaetano Costa; il 30.04.1982 il segretario regionale Pci, Pio La Torre; il 3.09.1982 il prefetto di Palermo Carlo Alberto dalla Chiesa, la moglie Emanuela Setti Carraro e l'agente di scorta Domenico Russo.
Solo dopo quest'ultima strage venne approvata la legge La Torre-Rognoni che introduceva le misure di prevenzione patrimoniali (che oggi si criticano), che hanno previsto la possibilità di sequestrare e confiscare i beni, anche solo sulla base di un giudizio di pericolosità sociale, senza che prima sia intervenuta una sentenza penale di condanna.
E per giungere alla normativa sull'ergastolo ostativo la mattanza corleonese dovette continuare per tutti gli anni 80 sino agli inizi degli anni 90, con le uccisioni, fra gli altri, dei giudici Alberto Giacomelli, Antonino Saetta (e del figlio disabile Stefano), Rosario Livatino e Giovanni Falcone, che concepì quella regolamentazione, introdotta nel 1991, poi affinata dopo la strage di Capaci nel 1992.
Perciò è fondamentale tenere presente i prezzi che sono stati pagati per non essere costretti a rivivere quel tragico passato. Nel quadro di disorientamento che il Paese oggi sta vivendo si esige un impegno quotidiano e serio da parte della magistratura per non dare il fianco a posizioni di attacco sempre più frequenti.
di Antonella Mascali
Il Fatto Quotidiano, 25 novembre 2021
Il pm: "Corriamo il rischio che escano con la libertà condizionale proprio in virtù dell'applicazione della sentenza della Consulta e della legge che state predisponendo". Le pronunce della Corte costituzionale che hanno depotenziato l'ergastolo ostativo ai benefici per i detenuti di mafia e terrorismo e costretto il legislatore ad approvare modifiche entro giugno prossimo, avranno conseguenze gravi: meno collaboratori di giustizia e pericolo concreto che i boss stragisti escano dal carcere, proprio quelli che misero le bombe per ricattare lo Stato in cambio di maglie larghe per i mafiosi condannati e non pentiti.
di Errico Novi
Il Dubbio, 25 novembre 2021
Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella: "Vanno sradicati accordi e prassi elusive di norme usate per stravolgere la legge elettorale dei togati". Ci sono priorità assolute che non sfioriscono col trascorrere del semestre bianco. Sergio Mattarella ne ha una in particolare: assicurare la svolta nel travagliato cammino della magistratura. E se le settimane che separano il Presidente dalla conclusione del settennato rappresentano un cuscinetto troppo sottile, ieri Mattarella ha fatto capire che quel tempo così breve dovrebbe bastare per ottenere la riforma del Csm. O almeno l'approdo definitivo del nuovo sistema per eleggere i togati: perché non si può rischiare, ha avvertito, di "indire le elezioni per il rinnovo del Consiglio superiore con vecchie regole e con sistemi ritenuti da ogni parte come insostenibili".
Il Capo dello Stato ne parla in una cornice solenne e scelta non a caso: la Scuola superiore della magistratura, di cui si celebra il decennale. Scandisce: "Il dibattito sul sistema elettorale per i componenti del Consiglio superiore deve ormai concludersi con una riforma che sappia sradicare accordi e prassi elusive di norme". È una frase pesante, che in poche battute riassume un quadro di indisturbati abusi corporativi. Mattarella ricorda che le vigenti "norme" per la scelta dei togati, seppur "poste a tutela della competizione elettorale", in realtà sono state "talvolta utilizzate per aggirare le finalità della legge". Cosa che, realizzata da chi, della legge, dovrebbe assicurare la corretta applicazione, non è proprio il massimo.
Mattarella dice basta alla deriva correntizia - Le pieghe impietose del discorso presidenziale sono forse più aspre dei richiami rivolti da Mattarella al Csm già due anni fa, subito dopo il deflagrare del caso Procure. Anche perché l'evocazione di quelle "prassi elusive" chiarisce una cosa: la deriva correntizia, il mercato delle nomine, non sono un episodico eccesso degli ultimi due o tre anni, ma l'epifenomeno di una concezione distorta dell'autogoverno radicatasi per decenni.
Subito la riforma del Csm - Non a caso, al cuore del suo discorso, Mattarella non solo definisce "non più rinviabile la riforma del Csm", ma ricorda come "l'organo di governo autonomo, quale presidio costituzionale per la tutela dell'autonomia e indipendenza della magistratura" sia "chiamato ad assicurare le migliori soluzioni per il funzionamento dell'organizzazione giudiziaria, senza mai cedere a una sterile difesa corporativa". È un monito che riguarda sì le logiche interne a Palazzo dei Marescialli, che vanno radicalmente cambiate, ma che segnala anche una questione più immediata: la rinuncia alla "sterile difesa corporativa", per Mattarella, deve avvenire innanzitutto nelle discussioni che l'Anm e le sue correnti inscenano sulla riforma. Una litigiosità autoreferenziale che al Colle dev'essere sembrata incredibile.
Non solo Mattarella, parlano anche la Cartabia ed Ermini - L'evento si tiene ieri mattina nella consueta sede della Scuola superiore: a Scandicci, nella villa di Castel Pulci. Intervengono anche le altre due figure istituzionali chiamate a dirimere le tensioni sulla riforma: la ministra della Giustizia Marta Cartabia e il vicepresidente del Csm David Ermini. Entrambi puntano su un concetto: "La formazione del magistrato ne garantisce la legittimazione", come dice il vertice di piazza Indipendenza. E la guardasigilli è altrettanto netta nel definire il percorso formativo un alleato "per il pieno recupero della credibilità e della fiducia nella magistratura". Aggiunge: quel recupero è l'obiettivo "a cui tutti lavoriamo".
Dopo ieri, si può dare per assai probabile che gli attesi emendamenti di Cartabia al ddl sul Csm arrivino a brevissimo. Forse si voleva ottenere prima il via libera alla riforma del civile, per evitare sovrapposizioni: ma con la fiducia votata ieri a Montecitorio sulla legge delega per il nuovo processo, si può evidentemente passare al dossier magistrati.
Un atto di coraggio - Il Capo dello Stato parla con estrema chiarezza. Forse anche alla politica: sa che cambiare il Csm implica un atto di coraggio. Definisce "indispensabile che la riforma venga al più presto realizzata, tenendo conto dell'appuntamento ineludibile del prossimo rinnovo del Consiglio superiore. Non si può accettare il rischio", infatti, "di doverne indire le elezioni con vecchie regole e con sistemi ritenuti da ogni parte come insostenibili".
È urgente "rivitalizzare le radici deontologiche" della magistratura. "Le vicende registrate negli ultimi tempi", avverte ancora il Presidente, "non possono e non devono indebolire l'esercizio della funzione giustizia, essenziale per la coesione di una comunità, attività svolta quotidianamente, con serietà, impegno e dedizione, negli uffici giudiziari. Se così non fosse, ne risulterebbero conseguenze assai gravi per l'ordine sociale e nocumento per l'assetto democratico del Paese. Ma occorre un ritrovato rigore". È in gioco la democrazia. Spazio per sotterfugi, Mattarella non ne vede più.
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