di Errico Novi
Il Dubbio, 1 luglio 2021
Dem mobilitati sui pestaggi in cella anche per marcare le distanze dalla Lega. Che fa muro sulla cannabis. Uno guarda il calendario e si rasserena. Il calendario della capigruppo di Montecitorio, non quello gregoriano. Quest'ultimo dice che siamo a luglio e che per il Parlamento è partito il "countdown trolley", cioè il conto alla rovescia che precede il giorno della grande fuga dei deputati verso le vacanze. Manca un mese e pochissimo più, un margine irrisorio per le riforme della giustizia. Ma appunto il calendario della capigruppo può illudere: ieri infatti la conferenza dei presidenti ha riaggiornato i turni d'Aula, cioè le date di arrivo dei ddl e, pensate un po', ha fissato al 23 luglio - che comunque non è dietro l'angolo - la discussione sul ddl penale, cioè la riforma più problematica per i Cinque Stelle spaccati. In uno sforzo ulteriore di ottimismo, la capigruppo ha addirittura previsto che tre giorni dopo, lunedì 26 luglio, si passerà al voto. È fatta? Macché: come spiegano dalla commissione Giustizia, dov'è incardinato il ddl su processo e prescrizione, si tratta di un mero automatismo. La data d'arrivo del ddl in Aula era stata fissata al 28 giugno, che ormai è passato. La dicitura "Disegno di legge delega sul processo penale" è lì in elenco e, un po' burocraticamente, i capigruppo di Montecitorio la ripropongono. Ma dietro il nuovo calendario non c'è alcuna novità concreta. Non ce ne sono in commissione, dove l'esame degli emendamenti non è mai partito, e non ce ne sono da parte del governo, perché gli altri decisivi emendamenti, quelli della ministra Marta Cartabia, non sono ancora stati illustrati al Consiglio dei ministri e difficilmente lo saranno nelle prossime ore.
Falso allarme, insomma. La giustizia resta al palo, anzi si balcanizza. Non può affrontare i nodi strutturali del processo penale e del Csm, divaga perciò verso declinazioni che meglio fanno emergere le distanze fra destra e centrosinistra. Il carcere, innanzitutto. Ieri, prima ancora che Cartabia sferrasse il proprio colpo durissimo (di cui si dà conto in altro servizio, ndr) sull' "oltraggio alla dignità della persona e della divisa" perpetrato coi pestaggi di Santa Maria Capua Vetere, il pm aveva le chiesto di riferire in Parlamento su quegli "abusi intollerabili".
Il segretario Enrico Letta ha detto a Domani che i dem sono "profondamente indignati per le violenze degli agenti". È, sì, la naturale sensibilità della maggiore forza progressista sui diritti dei detenuti, ma è anche un modo per segnare le distanze dalla destra. Sulla mattanza in carcere, Matteo Salvini pensa bene di esibirsi, oggi, in una visita agli agenti del penitenziario campano "per portare la mia solidarietà" (sic!), e si rifiuta, come la leader di Fratelli d'Italia Giorgia Meloni, di rilasciare altri commenti sulle violenze. Con la propria vigorosa indignazione, il Nazareno insomma ricorda che esiste pur sempre una giustizia di sinistra lontana da quella dei partiti legge e ordine, partiti dei quali il Pd pure è alleato nel governo Draghi.
Sono diversivi nella pausa delle riforme causata dalla crisi grillina. E se ne possono fare altri esempi. Nella commissione Giustizia della Camera in cui non c'è ombra di convocazioni su penale e Csm, ci si divide ancora, fra il centrodestra e le altre forze, a proposito di legge sulle droghe. Tanto che il deputato del Carroccio Jacopo Morrone lascia l'incarico di relatore al 5 stelle che della commissione è presidente, Mario Perantoni, e lo fa in polemica con quello che per lui è un deragliamento antiproibizionista: il leghista era per il testo del suo capogruppo a Montecitorio Riccardo Molinari, tutto centrato sull'inasprimento delle pene; Pd e 5 stelle sono più attratti dalle proposte che prevedono anche la coltivazione legale della cannabis. Perantoni assicura che si sforzerà di trovare un punto di equilibrio. Ma è chiaro come destra e sinistra, sulle droghe, siano abbastanza lontane da rendere ancora più sbilenca la reciproca convivenza sotto lo stesso governo.
Vogliamo continuare? Spostiamoci un attimo a Palazzo Madama, dove le solite indicibili difficoltà permangono per il ddl Zan: in teoria domani scadrebbe il termine per gli emendamenti, in pratica il tavolo di maggioranza riunitosi ieri ha lasciato addosso al presidente della commissione Giustizia, Andrea Ostellari della Lega, la croce di un'improbabile sintesi tra favorevoli e contrari, da presentare al nuovo summit di martedì. Visto il clima di sospetti e diffidenze che l'implosione pentastellata sembra esasperare fra destre, moderati e progressisti, è difficile intravedere schiarite per la legge antiomofobia.
Volete un lapsus? Rieccoci di nuovo alla Camera. A mostrare quanto la banalità dell'episodio sia spesso rivelatrice è un tweet del deputato Enrico Costa, responsabile Giustizia di Azione: "Il voto sul testo base della legge eutanasia è saltato. Motivo? La sala individuata era troppo piccola per contenere tutti i deputati delle commissioni Giustizia e Affari sociali e la seduta è stata sciolta. Non stupiamoci se fanno i referendum". Ultima chiosa: "Si può essere favorevoli o contrari al testo proposto, ma è sconcertante che il voto su una materia così delicata dipenda da ragioni logistiche". Ma appunto, dietro il rischio assembramenti si nascondono in realtà contrasti pure su quel dossier. Infine, è slittato ad oggi il termine per gli emendamenti, sempre in commissione Giustizia alla Camera, sull'equo compenso: la legge che tutela le retribuzioni dei professionisti, e degli avvocati in particolare, è a trazione FdI-Lega-FI, eppure è tra le poche materie che, come ricordato da Perantoni, mette d'accordo tutti, grillini inclusi. Ma figuriamoci se, col caos e l'isteria che regnano sovrani, su quell'unico dossier condiviso ci si poteva aspettare un'ansia di far presto.
Ristretti Orizzonti, 1 luglio 2021
"Suscitano profondo turbamento e grande preoccupazione i gravi episodi criminosi ai danni delle persone detenute di Santa Maria Capua Vetere, definiti 'una orribile mattanza' dal Gip che ha emesso sulla base di plurimi riscontri oggettivi 52 misure cautelari di diversa specie nei confronti dei poliziotti penitenziari e di qualche dirigente individuati dalla Procura come possibili responsabili". Così la Conferenza dei Garanti territoriali delle persone private della libertà.
"Che personale addetto alle carceri - prosegue la Conferenza dei Garanti territoriali - abbia potuto, nell'aprile 2020 - secondo l'ipotesi accusatoria - reagire con torture, violenze e intimidazioni di vario genere alle proteste inscenate dai detenuti dell'istituto di pena casertano, in seguito alla scoperta al suo interno di un caso di positività da Covid-19, è un fatto di una gravità inaudita che non può non destare indignazione e allarme, specie in un contesto come quello odierno in cui daremmo ormai pressoché per scontato che il rispetto della vita, dell'incolumità personale, della dignità umana e degli altri diritti connessi sia imposto da obblighi costituzionali inderogabili che non ammettono, in linea di principio, discriminazioni di trattamento tra cittadini liberi e persone recluse per motivi di giustizia".
"Poiché però la realtà effettuale talora continua, purtroppo, a smentire la teorica pretesa che la legalità legislativa e costituzionale debba fungere da stella polare anche della gestione "concreta" delle carceri, riceve - tra l'altro - conferma l'indispensabilità della figura del garante dei diritti dei detenuti, prevista nel nostro ordinamento secondo una articolazione territoriale differenziata (cioè a livello nazionale, regionale e locale): è stata infatti la sollecita e coraggiosa denuncia del garante campano prof. Samuele Ciambriello a rendere note all'autorità giudiziaria competente le violenze subìte dai detenuti".
"Come garanti, ribadiamo pertanto al valoroso collega Ciambriello il nostro apprezzamento e la nostra solidarietà. I plurimi e corposi elementi di prova raccolti dalla Procura competente (attraverso telecamere di videosorveglianza, analisi di chat, sequestri di smartphone ecc.) convergono nell'attestare la serietà delle gravi contestazioni delittuose ipotizzate, e sarà comunque compito dei giudici delle fasi successive vagliarne l'effettivo livello di fondatezza nel massimo rispetto - auspichiamo - di tutte le garanzie processuali. Ma resta il fatto che la magistratura interviene ex post, dopo che le reali o presunte condotte illecite sono state realizzate. Mentre l'attività di prevenzione, sotto diversi aspetti ancora più rilevante, spetta ad altri organi istituzionali individuabili in questo caso nel Dap e nei suoi vertici: i quali dovrebbero - appunto - farsi nel futuro maggiormente carico di orientare la formazione professionale dei poliziotti e di tutto il personale penitenziario alla stregua di modelli culturali, criteri e metodi in grado di inibire alla radice il possibile manifestarsi di una mentalità contrappositiva e di atteggiamenti aggressivo-ritorsivi nei confronti della popolazione detenuta.
Mentalità e atteggiamenti tanto più inammissibili, se si considera che al poliziotto penitenziario l'ordinamento vigente affida, oltre al compito di tutelare l'ordine e la sicurezza, quello di partecipare al trattamento rieducativo. È evidente come la possibilità di contemperare in maniera equilibrata le due funzioni suddette richiede un elevato livello di preparazione e professionalizzazione. Sollecitare non solo nel capo e nei dirigenti del Dap, ma in primo luogo nella neoministra Marta Cartabia un supplemento di riflessione e di impegno in vista di una sempre più adeguata formazione culturale di tutto il personale carcerario, appare a questo punto necessario sia per scongiurare il ripetersi di eventi gravi e incresciosi del tipo di quelli verificatisi a Santa Maria Capua Vetere, sia per migliorare più in generale le condizioni complessive della vita detentiva".
"Sarebbe, tuttavia, sbagliato prendere spunto da questa drammatica vicenda casertana per formulare giudizi di generalizzata censura nei confronti dell'intero corpo della polizia penitenziaria, i cui componenti in larga maggioranza sono invece soliti operare nel rispetto delle leggi, con dedizione al lavoro e spirito di sacrificio; sottoponendosi spesso per di più, anche a causa di carenze o mancate coperture di posti in organico, a turni stressanti che producono a loro volta usura fisica e disagi psicologici di varia natura. Ed è giusto, altresì, dare in questo momento atto agli agenti e al restante personale penitenziario di avere molto contribuito, con competenza e scrupolo, a fronteggiare l'emergenza sanitaria, così impedendo una diffusione di contagi intramurari che avrebbe altrimenti potuto assumere proporzioni assai allarmanti".
"Piuttosto che occasione di una ingiustificata e ingenerosa critica a tutto campo, quanto accaduto nel carcere di Santa Maria Capua Vetere dovrebbe, allora, costituire motivo di una rinnovata attenzione politico-istituzionale verso l'intero pianeta-carcere. Ciò ad un duplice, auspicabile scopo. Da un lato, per promuovere quelle iniziative e realizzare quegli interventi che appaiono da tempo necessari per riorganizzare e rendere più moderna ed efficiente l'amministrazione penitenziaria; e, dall'altro, per riprendere il cammino delle riforme, la cui interruzione ha finito col provocare non solo una situazione di stallo, ma anche una delusione di aspettative foriera - a sua volta - di effetti ulteriormente pregiudizievoli nell'esperienza quotidiana di quanti vivono il carcere da reclusi, o vi espletano a vario titolo attività funzionali. Sarebbe, in verità, coerente con gli obiettivi di fondo perseguiti con la riforma della giustizia oggi in discussione concepire una prosecuzione del programma riformistico mirante, in una fase immediatamente successiva a quella della riforma del processo e della prescrizione, a ridurre le distanze tra il carcere così com'è e il carcere così come dovrebbe essere alla luce della Costituzione. Una prospettiva di avvicinamento - conclude la Conferenza dei Garanti territoriali - tra essere e dover essere, questa, che certamente sta molto a cuore all'attuale guardasigilli, mostratasi anche nella sua veste di costituzionalista ed ex presidente della Consulta attenta al tema dei diritti fondamentali, e culturalmente sensibile alla più ampia valorizzazione dei paradigmi della rieducazione e della riparazione quali criteri ispiratori di un sistema sanzionatorio conforme allo spirito del nostro tempo".
di Riccardo Noury*
Corriere della Sera, 1 luglio 2021
Tra meno di un mese ricorrerà il ventesimo anniversario del G8 di Genova, dove le forze di polizia si resero responsabili di quella che all'epoca Amnesty International definì "una violazione dei diritti umani di proporzioni mai viste in Europa nella storia più recente".
A Genova, 20 anni fa, nei confronti di persone inermi tanto alla scuola Diaz quanto nella caserma di Bolzaneto, si praticò la tortura: pestaggi violentissimi, atti crudeli come lo spegnimento di sigarette sui corpi dei detenuti, umiliazioni gratuite come l'obbligo di spogliarsi, inginocchiarsi e fare flessioni nudi.
Sappiamo com'è andata a finire: quella parola, tortura, ripetuta infinite volte nei dibattimenti giudiziari non trovò spazio nelle sentenze perché nel codice penale non esisteva. Non sarebbe esistita fino al luglio 2017 quando, a seguito di una campagna decennale delle organizzazioni non governative e di una sentenza della Corte europea dei diritti umani, il parlamento colmò un ritardo di quasi 30 anni e introdusse finalmente nel codice penale il reato di tortura. La legge non è perfetta: è ridondante e infarcita di locuzioni e aggettivi inutili, come se il legislatore volesse renderla difficile da applicare.
Ma da allora è stata applicata. Due processi, relativi a episodi avvenuti nelle carceri di Ferrara e San Gimignano, si sono chiusi con condanne per tortura. Ieri, accogliendo la richiesta della procura locale, il giudice per le indagini preliminari di Santa Maria Capua Vetere ha disposto l'esecuzione di 52 misure cautelari, molte delle quali nei confronti di agenti della polizia penitenziaria, per vari reati tra cui torture pluriaggravate commesse il 6 aprile 2020 ai danni di numerosi detenuti del carcere locale che avevano avviato una rivolta nei giorni precedenti. Il giudice per le indagini preliminari ha scritto queste parole: "orribile mattanza". Ricordano la "macelleria messicana" descritta dall'allora vice questore di Genova Michelangelo Fournier a proposito dell'assalto alla scuola Diaz.
Nelle chat degli agenti di polizia penitenziaria di Santa Maria Capua Vetere si parla di "abbattimento di vitelli". Vent'anni dopo Genova, tra macellerie, mattanze e abbattimenti, pare che passi avanti non siano stati fatti. In realtà, qualcosa è cambiato: ora c'è il reato di tortura e l'auspicio è che sia usato per punire i colpevoli e per evitare il ripetersi di orrori del genere.
*Amnesty Italia
di Federico Minniti
Avvenire di Calabria, 1 luglio 2021
Giovanna Russo, è la Garante per i diritti dei detenuti. Si occupa delle "libertà" dei carcerati. In apparenza può sembrare un ossimoro, ma l'impegno ci dice altro. Dietro l'abito da avvocato, c'è un "occhio materno". Entrata in sordina, durante l'emergenza pandemica, si sta affacciando al dibattito pubblico distinguendosi per determinazione e stile. Il 12 giugno è stata tra le prime reggine ad accogliere il nuovo arcivescovo di Reggio Calabria - Bova, monsignor Fortunato Morrone, in occasione della sua visita presso il carcere di Arghillà.
Perché una giovane donna reggina decide di fare il Garante per i diritti dei detenuti?
Una domanda intensa che spiega il senso dell'intera intervista. Proverò in poche semplici parole a esporlo. Ho sempre trovato il senso di ciò che faccio quando il mio operato è utile a far valere i diritti altrui. Studiare Legge mi ha portato a sviluppare ulteriore sensibilità ai diritti degli ultimi ed a dar voce alle loro legittime pretese. La mia forte vocazione alla difesa dei soggetti più fragili e vulnerabili ha definito il quadro. Reggio è la città nella quale ho scelto di rimane perché sono fermamente convinta che con spirito di sacrificio, serietà, abnegazione, collaborazione su più livelli, rispetto delle competenze altrui e occhio materno si possano ottenere grandi risultati.
Ci può raccontare una giornata "da Garante". Quali sono le attività che ordinariamente portate avanti?
Il garante cittadino si muove tra impegni istituzionali al fine di promuovere e dare il giusto impulso al lavoro, alla formazione, alla cultura, all'assistenza, alla tutela della salute, allo sport, per quanto nelle attribuzioni e competenze del comune. Opera per migliorare le condizioni di vita e di inserimento sociale delle persone private della libertà personale e l'aspetto più delicato sono le visite nei luoghi di detenzione ed i colloqui. È lì che incontri il volto dell'uomo smarrito, delle paure che si agitano nell'animo di ciascun recluso. È lì che devi spogliare te stesso e porti sempre la domanda: e se fossi io? Il superamento cui un garante deve sempre tendere è sapere che qualunque sia il reato commesso dal detenuto, risponde a principi ben più nobili: la tutela dei loro diritti in quanto essere umani.
Sabato 12 giugno, ha accolto l'arcivescovo Morrone nel carcere di Arghillà. Quali sono state le sue emozioni di quel momento?
Emozionata e felice perché ho assistito all'importanza che l'arcivescovo Morrone ha prestato ai detenuti. Cella per cella, mano per mano, incrociando gli occhi ed i volti di chi spesso è troppo solo. Ci siamo abituati a scartare, non ad educare e la prima visita ricaduta sul plesso penitenziario di Arghillà segna l'avvio di un concreto apostolato. Il ministero di "speranza" nelle carceri dove mi auspico, in tal senso ho già ricevuto il conforto di alcuni sacerdoti della città, che le parrocchie accompagnino con numerose iniziative i detenuti. Non senza difficoltà certo, ma si realizzerebbe un notevole supporto alle famiglie dei detenuti accompagnandoli in questo periodo di grande prova. Dalla detenzione alla redenzione, non mi stanco mai di ripeterlo.
La cittadinanza come può cooperare con le Istituzioni per favorire i processi di riscatto sociale di chi vive una misura detentiva?
Reggio è una città difficile e la diffidenza iniziale del reggino spesso le fa da padrona. Io però credo che da qualche tempo sta soffiando il vento del cambiamento. C'è buona parte della cittadinanza che vuole conoscere le realtà e soprattutto essere protagonista del nuovo, di ciò che verrà. Importante in questo spazio di inversione di rotta, non mi stanco di ripeterlo, saranno le relazioni tra istituzioni ed il rispetto dei ruoli e dell'operato altrui. Si sta lavorando alla stesura di alcuni protocolli ed altre attività che vedranno Reggio protagonista di una riforma di umanizzazione dei processi sociali. Anche Roma guarda al futuro di Reggio Calabria. Ma questo è un tema di cui parleremo presto.
di Melinda French Gates*
Corriere della Sera, 1 luglio 2021
Leader e attivisti sono a Parigi per iniziare a dare forma concreta alle promesse di 26 anni fa a Pechino. Ventisei anni fa, gli attivisti per la parità di genere si riunirono a Pechino in occasione di una conferenza mondiale decisiva dedicata alle donne e alle ragazze per difendere una rivendicazione semplice: "i diritti delle donne sono diritti umani". In risposta, i leader mondiali si impegnarono a "promuovere l'indipendenza economica delle donne" e ad "adottare tutte le misure necessarie per eradicare qualsiasi forma di discriminazione contro le donne". Ma a tali annunci non seguirono nuovi mezzi finanziari né politiche di grande impatto. Per questo motivo, malgrado i graduali passi avanti compiuti, ciò che era vero nel 1995 resta vero ancora oggi: non importa dove nasci, la tua vita sarà più dura se sei una donna o una ragazza.
Tra il 30 giugno e il 2 luglio quest'anno, a Parigi e online in tutto il mondo, attivisti e leader si riuniscono di nuovo, questa volta per iniziare a dare una forma concreta alle promesse formulate una generazione fa a Pechino. Mi unirò a loro in occasione del Generation Equality Forum che ci permetterà, lo spero, di cominciare finalmente a colmare il divario tra ambizioni e azioni. Questo significa assumersi importanti impegni di finanziamento, creare programmi di politiche basati sui fatti per garantire che il cambiamento avvenga per davvero, e giungere a un piano condiviso che permetta a tutti di sentirsi responsabili dei risultati.
La pandemia di Covid-19, che ha costretto il Forum a celebrare il venticinquesimo anniversario della conferenza di Pechino con un anno di ritardo, ha brutalmente evidenziato la necessità di cambiamento. Quando si è scatenata la pandemia, il rischio di perdere il proprio posto di lavoro era quasi doppio per le donne rispetto agli uomini. In parte, ciò è dovuto al fatto che le donne sono sovra-rappresentate in quelle professioni che più duramente sono state colpite dalle misure di distanziamento sociale, negli ambiti per esempio della ristorazione e del turismo. Ma in parte ciò è anche dovuto al fatto che, con la chiusura delle scuole e una maggior presenza a casa, la domanda di cura dei bambini e di altre forme di lavoro domestico non retribuito è salita alle stelle, e sono state principalmente le donne a soddisfare tale domanda. Già prima le donne svolgevano circa tre quarti del lavoro non retribuito; ora la ripartizione del lavoro è ancor più asimmetrica e alcune donne sono state persino costrette ad abbandonare completamente la propria attività professionale.
In molti Paesi, l'economia sta iniziando a riprendersi, ma questo non vale per le donne. Recenti dati dell'Organizzazione Mondiale del Lavoro indicano che mentre gli uomini, considerati come gruppo, hanno già praticamente recuperato tutti i posti di lavoro andati persi dall'inizio della crisi sanitaria attuale, le donne continuano a perdere il lavoro. Quest'anno, altre 2 milioni di donne perderanno il proprio lavoro, andando a sommarsi ai 9 milioni di donne disoccupate dal 2019. Questi dati mettono in luce la fragilità latente di un'economia mondiale basata sul fatto che molte donne hanno due lavori, uno retribuito (solitamente meno rispetto agli uomini) e un altro svolto gratuitamente.
Poiché gli ostacoli all'avanzamento delle donne indeboliscono l'economia, eliminare tali ostacoli la rafforzerà: una ripresa basata sulla parità di genere non permetterà solamente di rimettere in marcia la crescita del Pil nel breve termine, ma aiuterà anche a gettare le basi di una prosperità sostenibile, dando valore all'energia, alla creatività e allo sconfinato potenziale di metà della popolazione mondiale.
Ad esempio, recenti studi dell'Eurasia Group dimostrano che ripensare i programmi statali di trasferimento di fondi a beneficio diretto delle donne potrebbe far uscire dalla povertà fino a 100 milioni di persone, innescando reazioni a catena positive per molte generazioni future. Tali ricerche indicano inoltre che garantire l'accesso ai servizi di cura dei bambini potrebbe tradursi in un aumento fino a 3 mila miliardi di dollari del Pil mondiale. Secondo le stime di McKinsey, focalizzare gli sforzi per la ripresa sulle donne potrebbe, nel tempo, generare una crescita del Pil mondiale di circa 13 mila miliardi di dollari, equivalenti al 16%, da qui al 2030. Perché quando le donne prosperano, prosperano a cascata anche le loro famiglie e le loro comunità.
Per la prima volta nella storia, quest'anno i governi del G20 sotto la presidenza italiana hanno firmato la Dichiarazione di Roma e hanno concordato di rendere i bisogni delle donne una priorità nella risposta globale e coordinata alle pandemie. Questo è un passo fondamentale per rendere più inclusivo il modo in cui gestiremo le future crisi globali.
Per riassumere, la parità di genere è una necessità economica. Le previsioni mondiali per una ripresa durevole dopo la crisi di Covid-19 dipendono dalla nostra capacità di cogliere l'occasione per fermare la marginalizzazione delle donne e delle ragazze. Ed è per questo che l'obiettivo del Generation Equality Forum deve essere il passaggio dalla retorica ai risultati.
A sostegno di questa importante missione, la Bill & Melinda Gates Foundation investirà 2,1 miliardi di dollari nei prossimi cinque anni, in tre degli ambiti ai quali il Forum è dedicato: empowerment economico; pianificazione familiare e salute delle donne; donne nella leadership. In collaborazione con i nostri partner, lavoreremo affinché le liquidità arrivino nelle tasche delle donne e sosterremo le donne che assistono le persone malate, attraverso lo sviluppo di nuovi e migliori metodi di contraccezione, assicurando che le donne vi abbiano accesso, nonché monitorando che nell'ambito sanitario, economico e giuridico vi sia un'equa rappresentanza delle donne a livello manageriale, perché possano pesare sui processi decisionali che determinano il domani.
Ventisei anni fa, le persone riunite a Pechino condividevano una visione di parità per il futuro e strapparono al mondo delle promesse. Ma troppo spesso le promesse fatte alle donne sono promesse non mantenute. Oggi abbiamo una seconda chance. Abbiamo bisogno di impegni decisivi e di un'assunzione di responsabilità da parte dei leader rispetto al futuro, per garantire che, per le nostre figlie e le nostre nipoti, la vita di una donna non sarà più dura di quella di un uomo. Così facendo, la vita sarà migliore per tutti.
*Co-presidente della Bill & Melinda Gates Foundation
di Valerio Marcangeli
cittaceleste.it, 1 luglio 2021
L'iniziativa ideata dall'Associazione Nazionale Polizia Penitenziaria in collaborazione con l'Associazione Culturale Litorale Romano. Nel pomeriggio di ieri i è andato in scena un quadrangolare di solidarietà nell'istituto penale minorile di Casal del Marmo. "Un calcio per la libertà", questo il nome dell'iniziativa ideata dall'Associazione Nazionale Polizia Penitenziaria (Anppe) in collaborazione con l'Associazione Culturale Litorale Romano e resa possibile dalla direttrice dell'istituto, Maria Teresa Iuliano il comandante Rosario Moccaldo, gli educatori della struttura e gli organi di vigilanza che hanno sorvegliato l'iniziativa per l'intero pomeriggio.
Solidarietà per i giovani detenuti - Prima del calcio d'inizio, il responsabile dell'evento e appartenente all'Anppe, Luigi Zaccaria, ha voluto parlare così a cuore aperto ai giovani detenuti: "Siamo convinti che da un evento sportivo può nascere qualcosa di importante. Il decalogo dello sportivo è dentro ognuno di noi, una persona che ama il proprio corpo può dare tanto. Magistrati e poliziotti sono qui per dare un segnale chiaro: la giustizia esiste. Non è vero che fuori dal carcere non ci sono opportunità. Oggi potevamo andare tutti al mare, invece siamo qui per dirvi che all'esterno c'è una società che funziona che vi può sostenere".
Al signor Zaccaria hanno fatto seguito il segretario nazionale dell'Associazione Nazionale Magistrati, il dottor Salvatore Casciaro, e il direttore generale del dipartimento di giustizia minorile, il signor Giuseppe Cacciapuoti, con il seguente messaggio: "Sport, sicurezza e legalità, questi sono i temi principali di questa iniziativa. Sport è disciplina e rigore oggi, qui, vogliamo far comprendere che il mondo è pronto a offrirvi una seconda opportunità".
Wilson tra le vecchie glorie - Presenti anche alcune vecchie glorie del calcio come Gigi Corino, ex Lazio, Carlo Cherubini ex Fiorentina e attuale procuratore, e infine l'ex capitano della Lazio del primo scudetto, Pino Wilson, il quale si è espresso così sull'evento: "Un onore partecipare a tale iniziativa. Da parte mia c'è tutta la voglia di supportare questi eventi. Spero che organizzazioni del genere possano ripetersi spesso per aiutare questi ragazzi".
Tutti in campo - Dopo le dichiarazioni largo al quadrangolare che è consistito in gare da mezz'ora (due tempi da 15 minuti) tra l'Anppe, l'Anm, le vecchie glorie coadiuvate da alcuni ragazzi dell'Astrea, società di Eccellenza e una selezione dei giovani detenuti dell'istituto di Casal del Marmo. A trionfare nel rettangolo verde sono stati i magistrati, ma i giovani detenuti sono stati elogiati senza sosta con applausi e cori dai coetanei dell'istituto recatisi a bordocampo per fare il tifo. In seguito alle partite andate in scena sotto il sole cocente della capitale largo alle premiazioni con coppe e targhe. L'evento è terminato con un rinfresco, in un pomeriggio ricco di gioia, solidarietà e senza pregiudizi nell'IPM di Casal del Marmo.
sardegnareporter.it, 1 luglio 2021
Grande emozione ieri pomeriggio nella biblioteca della Casa circondariale di Uta dove venti detenuti/attori, sotto la direzione di Pierpaolo Piludu e Alessandro Mascia, registi e drammaturghi del Cada Die Teatro, hanno messo in scena "Arcipelaghi", un racconto forte e importante, di violenza, vendetta e omertà, ma anche di debolezze e difficoltà che possono spingere qualsiasi essere umano a compiere azioni delittuose.
Lo spettacolo conclude la terza edizione del progetto nazionale "Per Aspera ad Astra - Come riconfigurare il carcere con la cultura e la bellezza", promosso da Acri (Associazione di Fondazioni e di Casse di Risparmio) e sostenuto da 10 Fondazioni bancarie, tra cui la Fondazione di Sardegna e che da 3 anni coinvolge circa 250 ospiti degli istituti penitenziari di 12 carceri italiane in percorsi di formazione artistica e professionale nei mestieri del teatro.
"Siamo qui in questi corpi privati della libertà che si muovono in ristretti confini, che premono, che ci spingono e a volte ci affogano. Siamo qui ma in fondo liberi, liberi dentro, liberi di viaggiare ogni volta con la mente, liberi di volare con la fantasia, liberi di sentirci ancora uomini liberi". Sono le note della canzone scritta e musicata da due dei partecipanti ai laboratori che chiude lo spettacolo. Accanto alla recitazione e alla drammaturgia, i detenuti/attori hanno potuto frequentare i seminari di musica e scenografia, tenuti rispettivamente da Giorgio Del Rio e Marilena Pittiu. Il risultato è una messa in scena interessante e credibile.
C'era l'emozione nei volti degli attori e dei musicisti, certamente anche la paura di sbagliare, ma di sicuro la consapevolezza di star facendo qualcosa di importante, soprattutto per se stessi. Oltre ai dirigenti del carcere, ai docenti del Cpia 1 di Cagliari e agli agenti di polizia penitenziaria, ha potuto assistere allo spettacolo anche un gruppo di altri detenuti che non hanno fatto mancare il loro supporto ai compagni sul palco.
di Francesca Sabella
Il Riformista, 1 luglio 2021
Dal carcere minorile di Nisida alla scoperta dell'arte della scultura e di un talento straordinario: è la storia di Mirea raccontata nell'omonimo docufilm realizzato dal regista Salvatore Sannino e prodotto dalla Fondazione Banco di Napoli, guidata dalla presidente Rossella Paliotto.
In questi frame Mirea fa rima di riscatto, speranza e rinascita. È la storia di chi è riuscito a immaginare oltre le sbarre della cella una nuova vita e ha avuto il coraggio di inseguirla. "L'idea è nata mentre frequentavamo il carcere minorile di Nisida - racconta Sannino - Lì abbiamo visto che, laddove esistono istituzioni capaci e famiglie che seguono i propri figli, la possibilità del riscatto esiste". Mirea vuole anche distruggere gli stereotipi di una Napoli che non lascia scampo e dove chi nasce in un posto ha già un destino scritto. "Abbiamo raccontato il riscatto di una giovane donna con delle immagini che vanno contro la narrazione che solitamente si alimenta su Napoli, fatta solo di delinquenza, omicidi e assenza delle istituzioni - prosegue il regista - Ecco, Mirea è un atto di speranza verso i giovani e verso la nostra città". La pellicola è stata finanziata e prodotta dalla Fondazione Banco di Napoli, sempre attenta al sociale e alle problematiche che affliggono la città.
"È una storia meravigliosa - commenta la presidente Rossella Paliotto - che racconta la scoperta di un talento durante la detenzione rieducativa. Mirea, infatti, scopre di essere un'artista mentre sconta la sua pena in carcere e lo scopre con l'aiuto del maestro Lello Esposito". L'artista napoletano, famoso in tutto il mondo per le sue opere che interpretano l'iconografia partenopea, trascorre molto tempo nell'istituto penitenziario cercando di insegnare i segreti della scultura ai giovani detenuti. "Nisida è e deve essere un'occasione per questi ragazzi di riscattarsi - racconta Esposito - Mirea, attraverso l'arte, ha trovato la sua strada, è diventata un'artista e ha vissuto in qualche modo anche l'infanzia perduta: attraverso la cultura si rinasce". Un messaggio di speranza e di coraggio, dunque, ma anche la dimostrazione che, quando le istituzioni sono presenti, i risultati arrivano e tanti ragazzi si lasciano alle spalle una vita che non avrebbe riservato loro nulla di buono.
"Il ruolo delle istituzioni è fondamentale e deve essere sinergico. Ognuno deve fare la sua parte - afferma Paliotto - E poi vorrei sottolineare che la pena non deve essere solo la privazione della libertà, ma anche un'occasione per aiutare i ragazzi in questa loro adolescenza così difficile e insegnare loro dei mestieri affinché, usciti da Nisida, non ripetano gli stessi errori: solo l'inclusione lavorativa e l'autonomia economica possono tenerli lontano da certi ambienti". Mirea è una ragazza con un passato difficile e un presente tutto da riscrivere: a interpretarla è Giovanna Sannino. "È stato un impegno importante dal punto di vista emotivo - racconta la giovane attrice - In questa pellicola doniamo quello che abbiamo ricevuto da Nisida e lanciamo un messaggio di speranza: con sofferenza e attraversando un percorso lungo e tortuoso, si può vincere".
nova.news, 1 luglio 2021
A breve verrà stipulato il protocollo d'intesa tra il Comune di Milano e il ministero della Giustizia. Coinvolgere i detenuti che ne facciano richiesta in attività di tutela e valorizzazione del patrimonio pubblico, verde in particolare, come occasione di reinserimento sociale, opportunità di formazione e recupero rieducativo, anche in una prospettiva di avvicinamento al mondo del lavoro. Queste le finalità del Protocollo d'intesa che verrà stipulato a breve tra il Comune di Milano e il ministero della Giustizia - Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria - e di cui l'amministrazione ha approvato le linee guida. Un percorso in linea con le finalità rieducative della pena sancite dalla Costituzione, volto anche a ridurre il rischio di recidiva per le persone detenute consentendo, in sinergia con la magistratura e con gli enti territoriali, l'individuazione di progetti di più ampia riabilitazione e reinserimento sociale. Si partirà con il coinvolgimento diretto di 20 detenuti all'anno (il Protocollo avrà durata triennale) nelle attività di associazioni di volontariato e del Terzo settore che già operano nelle zone individuate per potenziare interventi di gestione ordinaria e straordinaria di aree pubbliche verdi, a partire dal parco di Porto di Mare, nel quartiere di Rogoredo e Santa Giulia.
Prima di iniziare il lavoro, i volontari verranno inseriti in un percorso formativo e di orientamento volto a sviluppare le competenze necessarie per poter svolgere la mansione di operatore del verde, attraverso una parte di formazione teorica e una successiva di tirocinio. Il coinvolgimento di soggetti volontari per la tutela del parco di Porto di Mare fino a questo momento ha fatto conseguire risultati apprezzabili nel recupero di ampie aree, oggi pienamente fruibili dai cittadini in modo sicuro. Nel tempo, si è consolidato un rapporto di collaborazione molto virtuoso tra il Comune e diverse associazioni particolarmente attive nella cura del verde e in contesti di rigenerazione urbana (come il Cfu - Centro di riforestazione urbana di Italia nostra e Associazione giacche verdi), che contribuiscono in modo efficace a organizzare e promuovere attività di coesione sociale, volontariato e di educazione civica.
di Daniela Preziosi
Il Domani, 1 luglio 2021
Fra una settimana l'ora della verità. Da destre e giallorossi letture opposte. Il leghista Ostellari è "ottimista" sulla possibilità di accordo. Per il Pd restano "distanze siderali". Finisce con un passetto in avanti il tavolo di un accordo di maggioranza per modificare la legge contro l'omofobia. Ma è un passetto così piccolo da sembrare inutile. I due fronti, le destre di governo e gli ex giallorossi, danno letture opposte della riunione di ieri al senato. Il presidente della commissione giustizia, il leghista Andrea Ostellari, si dichiara "ottimista" sull'ipotesi di un testo condiviso. Il collega Franco Mirabelli, Pd, racconta invece un dettaglio rivelatore: "Quando uno come Malan (Lucio, senatore di Forza italia, ndr) si siede al tavolo per trovare una mediazione e si alza poco dopo per andare a una conferenza stampa dal titolo "La legge Zan viola il Concordato", diciamo che i motivi per sospettare ci sono tutti". Sospettareche Lega e Fi vogliano fare con altri mezzi l'ostruzionismo fatto fino a qui per rimandare l'ora della verità, il voto dell'aula.
Le destre giocano su due tavoli. Da una parte c'è quello di maggioranza, in cui fanno professione di dialogo, dall'altra la commissione, dove il presidente manda avanti la serie infinita di audizioni per lo più a senso unico. Il tavolo della maggioranza è riconvocato martedì 6 luglio alle 11. Entro venerdì i gruppi dovranno presentare le proposte di modifica al testo Zan, che resta il testo base. Ostellari tenterà una sintesi. Scettici e pronti alla rottura Pd e M5S: "Le distanze restano siderali", secondo Mirabelli, "la mediazione continua ad apparire difficile e non c'è chiarezza sulla necessità di chiudere il provvedimento al più presto, cosa che abbiamo chiesto come priorità. E resta il legittimo sospetto che sia l'ennesimo tentativo di perdere tempo".
In mezzo ai due fronti c'è la strana partita di Italia viva. Davide Faraone, come le destre, propone qualche modifica alla legge (dopo che Iv l'ha scritta e sostenuta insieme agli ex alleati giallorossi). Nel merito riscrive l'art.1 cancellando la contestata definizione "identità di genere" (ma inserita alla camera proprio su suggerimento della ministra della Famiglia Elena Bonetti, renziana), cancella l'art.4 (quello che fa salva "la libera espressione di convincimenti od opinioni" purché "non idonee determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori o violenti") e infine inserisce nell'art.7 il rispetto dell'"autonomia scolastica" - del resto ovvio - nella prescrizione alle scuole di organizzare cerimonie e incontri contro le discriminazioni nel giorno della (istituenda) giornata nazionale contro l'omofobia.
Se il testo arriverà in aula senza accordo qualche emendamento potrebbero passare a voto segreto. sarebbe uno smacco per il Pd e il suo segretario Letta innanzitutto, che ha chiesto ai suoi senatori di andare avanti verso l'aula. E anche uno smacco per la vecchia e ormai malconcia maggioranza giallorossa. Due sconfitte che piacciono a una parte di Italia viva. Dalla quale invece vengono indicati i grillini come possibili franchi tiratori perché ormai fuori controllo. C'è anche un pugno di senatori e senatrici dem tentati da qualche voto in dissenso. Mirabelli non chiude la porta ai correttivi di Iv: "Il punto è che non vanno bene alla Lega dalle cose che abbiamo sentito al tavolo. Per una mediazione serve il consenso di tutti". Per i dem resta fermo il voto dell'aula, piega la presidente dei senatori Simona Malpezzi: il 6 luglio alle 16 e 30 il calendario, a maggioranza dovrebbe passare la scelta del 13 luglio come data certa per l'inizio del dibattito.
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