di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 30 giugno 2021
Il Garante nazionale delle persone private della libertà ha stigmatizzato la pubblicazione delle foto di alcuni indagati per i presunti pestaggi nel carcere di Santa Maria Capua Vetere. Un giornale, all'indomani degli arresti per i fatti dei presunti pestaggi di Santa Maria Capua Vetere, ha pubblicato in prima pagina le foto degli agenti e funzionari della polizia penitenziaria raggiunti dalle misure cautelari. Una vera e propria gogna pubblica che il Garante nazionale delle persone private della libertà ha prontamente stigmatizzato.
di Nello Trocchia
Il Domani, 30 giugno 2021
Le immagini dell'"orribile mattanza" sembrano girate in una galera di un regime dittatoriale. Eppure sono riprese dei giorni nostri, del 6 aprile 2020, effettuate con le telecamere di sicurezza del carcere "Francesco Uccella" di Santa Maria Capua Vetere. Durante il primo lockdown, deciso per contenere il contagio da Covid-19, in carcere non ci sono mascherine, acqua potabile, biancheria e arriva anche il virus che contagia un recluso. Lo stato risponde con un pestaggio generalizzato, con un abuso di potere. Una violenza definita "orribile mattanza" da Sergio Enea, giudice per le indagini preliminari nell'ordinanza con cui ha disposto 52 misure cautelari (arresti e interdizioni) per agenti e dirigenti, incluso il provveditore regionale per le carceri della Campania. In tutto gli indagati sono 117.
di Michele Passione*
Ristretti Orizzonti, 30 giugno 2021
28 giugno 2021, giù la maschera. Finalmente, dopo tantissimi mesi, si può tornare a sorridere, guardarsi negli occhi, svelare rughe e rossetti, respirare. Passa la bellezza, insomma; la paura non ancora.
di Tiziana Maiolo
Il Riformista, 30 giugno 2021
Chissà perché mi è tornato nella mente "Pietà l'è morta", il famoso canto partigiano scritto nel 1944 da Nuto Revelli, mentre nelle stesse giornate assistevo allo scempio sul riposo notturno del novantenne Emilio Fede e al digiuno di Cesare Battisti, "l'atto più degno che potessi fare per evitare di morire in ginocchio".
Ho pensato ai loro corpi legati a diverse prigionie, ma che avevano a che fare tutte e due con la crudeltà della giustizia, con la sua insensatezza, con la casualità di roulette russe impazzite. Ha senso che un uomo di novant'anni, che un corpo e una mente per i quali i progetti di vita sono ridotti al lumicino debbano ancora subire forme di prigionia? Non ha senso alcuno, eppure, nel silenzio generale, nelle carceri ci sono questi corpi sequestrati, spesso malati, sempre dolenti.
Ci sono perché violenta è la necessità di vendetta della cosiddetta funzione "retributiva" della pena, la fotocopia progressista dell'occhio per occhio dente per dente. Ci sono perché magari qualche aggravante "osta" all'applicazione umana della pena. E sono lasciati lì a porre termine ai loro giorni, magari di vite non proprio commendevoli, ma pur sempre vite. Troncate dalla pena di morte all'italiana, quella dell'imbroglio e dell'ipocrisia.
Emilio Fede è stato processato e condannato per qualcosa di assurdo, dopo esser stato spiato insieme ai tanti ospiti di serate trascorse in casa di Silvio Berlusconi. Ed essendo stato il "capo" assolto in via definitiva, la vendetta giudiziaria della moralità di Stato si è abbattuta su altri mille rivoli laterali che hanno colpito amici e testimoni. Perché la giustizia giacobina ha questo effetto- tenaglia che, se ti pizzica, non te la scrolli più di dosso. Emilio deve restituire qualcosa allo Stato. Per esser stato amico di Berlusconi, prima di tutto.
Per esser stato un direttore del Tg4 colto e irriverente. Per la sua vita di pokerista beffardo. Per l'ironia nei nomi storpiati (che il povero Travaglio non riesce a imitare) e i colpi che gli arrivavano alle spalle con i fuori-onda carpiti mentre nel bel mezzo dei servizi sulla guerra del golfo lui si lasciava scappare un "bella cosciolona" e poi non se ne pentiva. Sembra quasi una nemesi storica il fatto che, mentre gli muore la moglie e lui compie novant'anni, la sua vita e il suo corpo subiscano la violazione di una visita notturna della polizia quasi a marchiare a fuoco il suo passato di nottambulo.
Perché un tribunale di sorveglianza lo vuole prigioniero sempre, e rispettoso di orari e spostamenti. La logica vorrebbe che si dicesse agli zelanti poliziotti e ai burocrati in toga: ma lasciatelo in pace! Ha sepolto la moglie con cui sperava di poter spegnere le candeline, e voi siete ansiosi di sapere in quale letto sta dormendo? E magari anche con chi, visti i reati per cui è stato condannato? Ma il suo corpo non è suo da almeno quattro anni, il suo corpo è dello Stato occhiuto e proprietario implacabile. Il che sposta l'attenzione su un altro, ben diverso prigioniero, Cesare Battisti. Il quale, mentre Fede era schiacciato da quel lutto che avrebbe preferito non dover trascorrere in compagnia notturna di due poliziotti, aveva girato la boa dei venti giorni di sciopero della fame. Non certo per una sfida allo Stato che lasciasse emergere il trasgressivo che un giorno lui era stato, fino a privare altri della vita.
Ma per illuminare le violazioni di legalità che stava subendo, essendo diventato lui stesso vittima di una forza dello Stato silenziosa quanto implacabile. Una sorta di ergastolo ostativo applicato in modo arbitrario ed extragiudiziale. Non mi interessa investigare per sapere se questo ex militante di sinistra e terrorista sia simpatico.
E neanche se le condanne per i reati che ha commesso (e ammesso) siano state eque, visto che lui stesso le ha accettate, nonostante un percorso di commutazione dell'ergastolo fosse stato tentato dal suo avvocato Davide Steccanella. Mi interessa invece sapere perché, trascorsi i sei mesi di isolamento previsti dalla sentenza, gliene siano stati inflitti altri ventiquattro, cioè due anni, fuori dalla legge. Perché dopo un processo milanese, lui sia stato mandato in luoghi lontani come la Sardegna e la Calabria.
Perché sia considerato ancora un terrorista e come tale sia classificato nella detenzione. Ha sofferto e sopportato per due anni e mezzo, dopo che era stato braccato nella sua latitanza più di un boss, dopo che il suo corpo era stato esibito come un trofeo da due ministri (vergogna), mentre i suoi occhi disperati vagavano nel nulla. Tagliategli la testa, ho pensato in quei momenti, perché mi era parso già di vederla rotolare.
Di Emilio Fede oggi non si occupa quasi nessuno, qualche cronaca dopo l'irruzione notturna della polizia e lo sdegno, tra i politici, della sola capogruppo di Forza Italia al Senato Annamaria Bernini. Nessuno, o quasi, a vedere la contraddizione tra -m novantenne abbandonato dai più ma pur sempre ancora prigioniero di questa giustizia stracciona ma eterna nella sua perfidia. Ma le baionette sono pronte per il nemico di sempre, quel Cesare Battisti odiato come assassino e invidiato come lo scrittore coccolato nei salotti parigini, ma perfetto "tipo d'autore" per ogni nefandezza. Quanto lui ha deciso di rinunciare al cibo 'fino alla morte", gli ha risposto Sergio D'Elia, il fondatore di "Nessuno tocchi Caino", che si è messo al suo fianco, come fosse Pannella, a digiunare "fino alla vita", la vita del diritto.
Ma intorno intanto fischiavano le pallottole. Da Giorgia Meloni a Maurizio Gasparri: pietà l'è morta, appunto. Contro il nemico. Gli altri, quelli che comunque sostenevano il diritto di Battisti a una detenzione normale, si premuravano di premettere che comunque lui era una specie di mostro e che a loro stava sulle palle. Oltre a essere ripugnante in quanto assassino, ovviamente. Ma c'è anche Vittorio Feltri, per fortuna. Quello costretto a lasciare l'inutile Ordine della nostra categoria, probabilmente perché è il più bravo giornalista esistente.
Feltri parla di dignità e del diritto di ogni detenuto, anche un pluriomicida, a "godere di un'esistenza non umiliante". E si spinge a chiedere alla ministra Cartabia di eliminare l'ergastolo ostativo e l'articolo 41 bis dell'ordinamento penitenziario. Siamo parlando di Vittorio Feltri, di quel direttore considerato una specie di fascista volgare dai perbenisti del "sono garantista però...". Lui non usa nessun "però" nel chiedere, non solo per Battisti, alla ministra "di provvedere ad eliminare certe gratuite crudeltà, che contrastano con le caratteristiche di un Paese civile". Non sempre "Pietà l'è morta".
di Enza Bruno Bossio*
Il Riformista, 30 giugno 2021
Cesare Battisti è stato trasferito da Rossano Calabro a Ferrara. Nella giornata precedente a quella in cui è stato disposto e poi, conseguentemente, è avvenuto il trasferimento, ho fatto visita alle carceri di Rossano Calabro e ho potuto, personalmente, constatare quanto fosse drammatica la sua condizione. Ho incontrato una persona assai sofferente e provata. Le ragioni della sua protesta erano effettivamente fondate. Una persona costretta per lunghi mesi in una condizione di isolamento che la condanna inflittagli non contempla.
Un uomo a cui non venivano garantiti i livelli minimi di civiltà penitenziaria, privato dal godimento dei diritti carcerari riconosciuti dalla legge e dall' ordinamento costituzionale. Una sottile forma di tortura detentiva. Ieri l'annuncio di una buona notizia, quella della sospensione dello sciopero della fame. Il fatto che Battisti abbia inteso assumere questa decisione solo dopo aver varcato la soglia del carcere ferrarese, potrebbe indurre a ritenere che il trasferimento possa essere una misura atta a determinare la cessazione di una illegale condizione carceraria. Nella nostra breve conversazione avvenuta venerdì durante la visita al carcere, ho notato la sua insistenza rivolta non a chiedere sconti o trattamenti di favore per un detenuto "speciale", ma ad invocare il rispetto di diritti primari che anche la condanna all'ergastolo non sopprime. È da ritenersi, dunque, che la detenzione a Ferrara non sia di continuità con il carattere illegalmente sanzionatorio di quella vissuta prima ad Oristano e poi a Rossano.
Battisti chiede di scontare la sua condanna nella legalità. E non a caso la richiesta primaria che avanza insieme al suo legale è quella di poter conoscere le motivazioni che il DAP ha dato per la classificazione del detenuto da assegnare in Alta Sicurezza. Non è ammissibile che in risposta alle istanze presentate si possa attestare che "la documentazione richiesta è stata sottratta al diritto all'accesso". Un modo per impedire, persino, l'esercizio del diritto alla difesa.
È davvero incomprensibile che, in questo Paese, si possa giustificare e apprezzare la scarcerazione di Giovanni Brusca come un atto dovuto in applicazione della legge e poi, contestualmente, gridare invece allo scandalo per Cesare Battisti che protesta perché è sempre quello stesso Stato che si fa promotore di evidenti violazioni e, così, impedisce che la pena possa essere scontata nel pieno rispetto delle norme vigenti.
Nel colloquio in carcere ho notato momenti in cui il "duro" Battisti si è commosso: quando ha ricordato gli occhi di un bambino presente, ahimè, in uno di quei raid degli anni di piombo, e quando mi ha mostrato la foto del piccolo Raul, il suo bambino. Comunque, il tema non è il giudizio etico-politico sul terrorista Battisti, paradossalmente, invece, in questo caso è quello sullo strabismo da parte dello Stato che riconosce a Brusca il diritto del cittadino che in base alla legge riacquista la libertà e a Battisti nega la espiazione di una condanna nelle forme legali. Ciò contribuisce ad alimentare il sospetto che la gestione della detenzione di Battisti sia improntata alla ritorsione e ad uno spirito vendicativo. Insomma, la pena diventa vendetta.
*Deputato del Partito Democratico
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 30 giugno 2021
Il segretario della Uil pol pen, Gennarino De Fazio, all'indomani delle 52 misure cautelari sui presunti pestaggi a Santa Maria Capua Vetere, chiede l'utilizzo della tecnologia già approvata nel 2018. "Riteniamo che non sia più rinviabile dotare il Corpo di body-cam al fine di riprendere ogni fase operativa all'interno delle carceri!". È ciò che chiede il segretario della Uil pol pen Gennarino De Fazio all'indomani delle 52 misure cautelari nei confronti di agenti e funzionari della polizia penitenziaria sulla presunta mattanza avvenuta nel carcere di Santa Maria Capua Vetere. "Lo chiediamo da anni e lo abbiamo sollecitato recentemente nelle occasioni di confronto che abbiamo avuto con la Guardasigilli Cartabia", sottolinea sempre De Fazio.
Grazie al body-cam si abbassano i livelli di aggressività - Il body-cam è un supporto tecnologico che potrebbe creare due effetti: quello di "de-escalation" nell'individuo aggressivo una volta posto di fronte alla telecamera, migliorando nel contempo la sicurezza intrinseca degli agenti di polizia che si trovano ad effettuare l'intervento in una simile situazione; ma è anche utile a prevenire episodi di abuso da parte degli agenti penitenziari poiché questa strumentazione genera un abbassamento dei livelli della risposta aggressiva o, peggio ancora, dei pestaggi pianificati come sarebbe accaduto nel carcere campano. In realtà è già possibile visto che nel 2018 il Dap ha acquisito il parere favorevole del Garante per la protezione dei dati personali. Infatti, in quell'anno, sembrava che si fosse arrivato alla messa a punto del sistema di videosorveglianza in mobilità in dotazione al personale della Polizia penitenziaria, ma senza alcuna spiegazione c'è stato uno stop e dal Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria non se n'è parlato più. Il perché non è dato saperlo.
Nel 2018 c'era stato il parere favorevole del Garante per la protezione dei dati personali - Eppure il body-cam aveva trovato il parere favorevole non solo di diverse sigle sindacali, ma anche, come già detto, dal Garante per la protezione dei dati personali dopo aver esaminato preliminarmente la documentazione trasmessa dal ministero della Giustizia e dal Dap nell'aprile del 2018. Ricordiamo che a capo del Dap c'era ancora Santi Consolo. Poi con il cambio dei vertici tutto è finito nel dimenticatoio. Le caratteristiche di questo sistema di video sorveglianza in dotazione degli agenti erano illustrate in una nota dell'ex Direttore generale del personale e delle risorse del Dap, Pietro Buffa, e, più in dettaglio, in un disciplinare denominato "Sistemi di videosorveglianza in mobilità Scout ed Explor".
Il sistema è composto dal sistema Scout (dispositivo veicolare) e dal sistema Explor (dispositivo personale), "allo scopo - scrive l'ex direttore generale del Dap di dotare il Corpo di Polizia Penitenziaria, di uno strumento funzionale a coadiuvare l'operatore nella documentazione delle attività Istituzionali individuate dal disciplinare ed in particolare, nelle attività attinenti l'ordine e sicurezza interna degli Istituti Penitenziari, la sicurezza delle traduzioni e la prevenzione repressione di reati in atto o consumati".
"Scout" è un dispositivo veicolare, "Explor" è in dotazione all'agente - I terminali di videoripresa e registrazione sono costituiti, come accennato, dagli apparati "Scout" ed "Explor". L'apparato "Scout" è un dispositivo veicolare che permette all'operatore di effettuare la videoripresa attraverso telecamere montate sul mezzo e di trasmettere i filmati, in tempo reale, alla Centrale Operativa competente per lo svolgimento del servizio. Il dispositivo è dotato di telecamera frontale, per la videoripresa delle immagini, e di una batteria integrata, ed è inoltre concepito per l'utilizzo portatile da parte dell'operatore.
L'apparato "Explor "invece, è un dispositivo mobile in dotazione all'operatore di Polizia Penitenziaria, utilizzato come equipaggiamento personale, al fine di fornire all'operatore uno strumento di videoripresa funzionale alla documentazione delle attività svolte, in occasione di particolari circostanze operative.
Le tracce video sono trasmesse in tempo reale alla centrale operativa - Ogni dispositivo "Scout" ed "Explor" è identificabile attraverso un numero seriale. Gli apparati sono in grado di effettuare registrazioni audio-video, che possono avvenire con due modalità: in modalità remoto - che rappresenta la modalità ordinaria di utilizzo - le tracce sono registrate temporaneamente su una memoria interna; in modalità streaming - modalità attivata dall'operatore in occasione di situazioni di possibile interesse dell'autorità giudiziaria o quando ricorrano motivi di ordine e sicurezza - le tracce sono trasmesse in tempo reale alle centrali operative. Abbiamo una possibilità, quella di rendere più trasparente il carcere e di prevenire gli episodi di violenza da entrambi le parti.
di Graziella Di Mambro
articolo21.org, 30 giugno 2021
Lunedì i carabinieri di Caserta hanno eseguito 52 misure cautelari nei confronti di agenti della polizia penitenziaria, accusati di violenze nei confronti dei detenuti del carcere di Santa Maria Capua Vetere, in provincia di Caserta, avvenute tutte la sera del 6 aprile 2020. I provvedimenti sono stati emessi dal giudice per le indagini preliminari su richiesta della Procura della Repubblica, in seguito a un'indagine avviata dopo le denunce di alcuni detenuti. Tra le persone coinvolte dai provvedimenti ci sono Gaetano Manganelli, ex comandante del carcere, e Pasquale Colucci, comandante del nucleo traduzioni e piantonamenti, e Antonio Fullone, provveditore delle carceri della Campania, per il quale è stata disposta l'interdizione dalle proprie funzioni.
In altri termini una delle storie più buie della Repubblica, capace di oscurare i molti passi avanti fatti in questi anni a tutela delle persone private della libertà e, al tempo stesso, in grado di riportarci indietro di venti anni, alle violenze del G8 di Genova.
Eppure Daniela De Robert componente del Collegio del Garante Nazionale dei detenuti è la prima a rinnovare fiducia nel nostro sistema democratico e di controllo "che ha consentito di intervenire subito e di individuare i responsabili, senza fare sconti".
Su quanto accaduto nel carcere di Santa Maria Capua Vetere la De Robert ha le idee molto chiare: "Non ci sto a criminalizzare tutto e tutti del nostro sistema carcerario, sarebbe un grave errore. Ci sono due concetti importanti che ruotano attorno a questa vicenda".
Quali sono?
"La magistratura si è mossa subito, la sera stessa sono stati sentiti i detenuti, è andata a fare i colloqui. Il Garante nazionale infatti non si è mosso, non ha detto nulla perché sapevamo che si stava già operando. Credo che la tempistica sia importante in questa storia perché restituisce il segno della reazione, degli anticorpi che si sono messi in moto".
Non si può comunque negare che sia intercorso molto tempo dalla data dei fatti all'applicazione delle misure cautelari. I tempi della giustizia italiana molto lunghi...
"In effetti 14 mesi sono tanti e anche il fatto che i poliziotti indagati siano rimasti nello stesso posto quindi con la possibilità di inquinare le prove è un elemento negativo, sì".
Lei ha parlato di due elementi importanti nel caso specifico, qual è il secondo?
"Riguarda l'aspetto mediatico, mi riferisco al fatto che accanto alla notizia ci sono state paginate di foto dei 52 indagati, ecco questo non lo trovo adeguato, non necessario. Cosa aggiunge? Nessuna ingerenza sul modo di raccontare una vicenda gravissima, i pestaggi contestati sono un vulnus alla nostra democrazia, tuttavia quel modo di informazione può mettere a rischio di ritorsione le tantissime altre persone che lavorano nelle carceri italiane. Ciò che voglio dire è che non va cavalcato il filone dell'odio".
Siamo nel 2021, i fatti sono del 2020, come è possibile che sia accaduta in Italia, in Occidente, in Europa una vicenda così sudamericana?
"Le immagini video mostrano le cose come sono andate e non doveva accadere nel 2020. La chiusura per il Covid purtroppo non ha aiutato i controlli, noi lo abbiamo detto dal primo momento. C'è molto da lavorare sul fronte della formazione. L'Autorità del Garante per i detenuti ha firmato molti protocolli con tante carceri e Procure italiane proprio per quanto concerne la formazione che resta la chiave di volta. Ci sono dei 'focolai' nella nostra democrazia però ribadisco che non bisogna né generalizzare né soffiare sul fuoco dell'odio perché questo sarebbe un ulteriore grave errore. La tentazione di molti adesso è quella di demonizzare la polizia penitenziaria e questo non va bene, non sarebbe preciso né giusto, nè tantomeno risolutivo".
di Raffaele Sardo
La Repubblica, 30 giugno 2021
La Procura: in isolamento senza cure adeguate. Per gli inquirenti del casertano non aveva le medicine necessarie e c'è un collegamento con il raid degli agenti. Per il gip fu un suicidio. C'è anche la storia di un immigrato, Hakimi Lamine, nelle carte dell'ordinanza con cui il Gip del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere ha disposto 52 misure cautelari tra agenti e dirigenti del carcere casertano. La storia di Hakimi è una storia finita male, un giallo secondo le indagini. Hakimi è morto il 4 maggio 2020, a quasi un mese dalla protesta dei detenuti e dalle azioni violente operate, dagli agenti di polizia penitenziaria del carcere "Francesco Uccella". Era uno dei 15 detenuti spostati nel reparto di isolamento.
La procuratrice Maria Antonietta Troncone nel corso della conferenza stampa sul blitz che ha portato a 52 ordinanze, ha sottolineato: "Noi contestiamo la circostanza aggravante della morte di Hakimi Lamine seguita all'attività di tortura e di maltrattamento. Riteniamo, cioè, che ci sia un nesso causale tra l'essere sottoposto alle 4 ore di violenza e essere messo in isolamento.
Quel tipo di soggetto con la sua patologia di schizofrenico non poteva andare in isolamento proprio per le sue condizioni e una volta messo in isolamento, non poteva stare senza assumere medicine e in condizioni di abbandono e di prostrazione". Ed è qui che la storia si tinge di giallo: "Non conosciamo le circostanze di come si sia procurato gli oppiacei che ha ingerito in un reparto di isolamento - ha precisato la procuratrice - sinora non abbiamo gli elementi per capire cosa sia davvero successo". Per il Gip, però, si è trattato di un suicidio, con nessuna correlazione con i fatti oggetto di indagine. Una decisione che la Procura è decisa a contestare perché farà ricorso contro tutte le circostanze che nell'ordinanza non sono state accettate.
Nell'ordinanza che vede coinvolti tanti agenti penitenziari, tra gli indagati a piede libero, ci sono anche due medici dell'Asl di Caserta. Avrebbero attestato la falsa origine di presunte lesioni riportate da alcuni agenti del carcere di Santa Maria Capua Vetere dopo la protesta dell'aprile del 2020. Dalla ricostruzione degli inquirenti, circa 13 agenti avrebbero falsificato referti per dimostrare di essere stati picchiati dai detenuti. Dopo gli arresti degli agenti del carcere di Santa Maria Capua Vetere accusati dei reati di tortura, maltrattamenti, depistaggio, falso, trova il coraggio di parlare anche una delle vittime dei pestaggi avvenuti il 6 aprile 2020 nell'istituto di pena. "Mi hanno ucciso di mazzate, dal primo piano al seminterrato sono sceso con calci, pugni e manganellate. I poliziotti penitenziari hanno commesso un grande errore, non è così che si danno i segnali".
È ancora segnata dalla sofferenza la sua voce. Il detenuto, che non vuole rivelare il nome, è tra i pochi dei 293 malmenati ad avere presentato denuncia. Lui ebbe infatti la fortuna di uscire dal carcere il 10 aprile e di andare ai domiciliari in una località del casertano, dove i carabinieri lo ascoltarono.
"Dopo gli arresti dell'altro ieri prosegue - sono sollevato, li aspettavo da tempo. Ma ad oltre un anno di distanza ho ancora paura. Negli occhi ho ancora quei momenti terribili, mai vissuti in carcere e con nessun poliziotto della Penitenziaria, con i quali ho sempre avuto buoni rapporti. Ma quel 6 aprile fu una cosa assurda, mai vista.
Ci hanno pestato per ore, facendoci spogliare, inginocchiare, qualcuno si è fatto la pipì addosso, a qualcun altro tagliarono barba e capelli. Il giorno dopo ci hanno fatto stare in piedi non so per quanto tempo vicino alle brande, come fossimo militari. Non potevo non denunciare, ma altri compagni impauriti non lo hanno fatto. Vorrei dimenticare, spero che il processo arrivi presto".
Le parole del detenuto trovano piena conferma nel video interno al carcere che ha ripreso le violenze compiute. Intanto stamattina cominciano gli interrogatori di garanzia per gli arrestati nell'inchiesta sul carcere.
di Federico Marconi
Il Domani, 30 giugno 2021
"Abusi così intollerabili non possono avere cittadinanza nel nostro Paese. A maggior ragione gravi perché ascrivibili a chi deve servire lo Stato con lealtà e onore", questo è il commento del segretario del Partito Democratico Enrico Letta.
Manganellate, pugni, calci, violenze di ogni sorta da parte di uomini di Stato contro persone private della libertà. Nei video esclusivi pubblicati da Domani sono ripresi i pestaggi avvenuti contro i detenuti nel carcere di Santa Maria Capua Vetere: immagini che hanno fatto scrivere al gip Sergio Enea nell'ordinanza di custodia cautelare che nella prigione è stata perpetrata una "orribile mattanza". Domani ha chiesto ai leader politici di Pd, M5s, Lega e Fratelli d'Italia un commento su quelle immagini. Solo il segretario del Partito democratico ha risposto. Il capo politico ad interim del Movimento, Vito Crimi, era irreperibile per via della vicenda Grillo-Conte che sta scuotendo i 5 Stelle. Matteo Salvini e Giorgia Meloni, invece, hanno preferito non commentare.
Letta: "Abusi intollerabili" - "Immagini gravissime su cui la Magistratura farà piena luce. La legge vale per tutti e in Italia vige lo stato di diritto. Abusi così intollerabili non possono avere cittadinanza nel nostro Paese. A maggior ragione gravi perché ascrivibili a chi deve servire lo Stato con lealtà e onore", è il commento del segretario del Partito Democratico Enrico Letta sul video che riprende le violenze degli agenti di polizia penitenziaria.
Salvini non commenta - Dopo la pubblicazione dei video dei pestaggi sul nostro sito, Domani ha chiesto un commento anche al segretario della Lega Matteo Salvini, che ieri con un video su Facebook aveva espresso "il suo pensiero e la solidarietà umana e politica alle donne e agli uomini delle forze dell'ordine in divisa della polizia penitenziaria" per gli arresti e le misure cautelari decise dal gip di Santa Maria Capua Vetere per la spedizione punitiva. Il suo portavoce ha risposto che Salvini "ha già parlato oggi e non credo torni sul tema", invitando a guardare il post sui social network di ieri.
Nel video, il leader del Carroccio afferma che "chi sbaglia paga, anche in divisa, ci mancherebbe altro, ma giù le mani dalle forze dell'ordine" e che il suo "pensiero va a loro, ai loro colleghi e alle loro famiglie. Sempre dalla parte delle forze dell'ordine". La sua visita "per portare la solidarietà a donne e uomini della Polizia Penitenziaria che lavorano in condizioni difficili e troppo spesso inaccettabili", prevista per giovedì 1 luglio, al carcere di Santa Maria Capua Vetere è confermata.
Nessuna risposta da Giorgia Meloni - Domani ha inviato i video anche alla portavoce della presidente di Fratelli d'Italia Giorgia Meloni per chiedere di commentare le immagini che riprendono calci, pugni e manganellate dei poliziotti penitenziari ai detenuti: nonostante ripetuti solleciti, non è arrivata nessuna risposta. Ieri Meloni aveva commentato le ordinanze di custodia cautelare con una nota all'Ansa: "Fratelli d'Italia ha piena fiducia nella Polizia penitenziaria, negli agenti e nei funzionari del Dap intervenuti nel carcere di Santa Maria Capua Vetere per reprimere la gravissima rivolta organizzata dai detenuti durante il lockdown. A loro va la nostra solidarietà e vicinanza", la dichiarazione rilasciata ieri.
di Marcello Lala
Il Riformista, 30 giugno 2021
Che la giustizia debba essere riformata e che il paese abbia bisogno di un sistema giudiziario efficiente ce lo dice l'Europa. "Se non riformate addio ai fondi per il Piano nazionale di ripresa e resilienza", tuona Bruxelles. Quindi, volenti o nolenti, anche a livello internazionale si sono accorti che qualcosa non va nel sistema giudiziario italiano.
Napoli è sicuramente e tristemente il simbolo delle storture e delle inefficienze di questo sistema. Lo è per l'inefficienza del settore civile: cause che durano anni, recupero crediti pressoché impossibile, tutela della proprietà quasi nulla, uffici giudiziari che cadono a pezzi, personale insufficiente. Il penale invece è a dir poco imbarazzante tra sentenze "ciclostilate" (è di qualche settimana fa la sentenza trovata in un fascicolo pronta per essere compilata) e intere zone della città in mano alla camorra. In un Paese in cui i gup rinviano a giudizio nel 97% dei casi, la Procura partenopea non brilla di certo: nel 2020, a Napoli, è stato registrato il record nazionale di persone ingiustamente arrestate, addirittura 101. Senza dimenticare i 52mila procedimenti dinanzi al Tribunale di Sorveglianza chiamato a emettere provvedimenti che potrebbe ben adottare un giudice di merito.
Per non parlare poi, ampliando il raggio, dei continui scandali che in questi mesi (a partire dal caso Palamara) hanno aperto uno squarcio sulla magistratura politicizzata e sul "sistema" della giustizia in Italia: sentenze politiche, carriere pilotate, scandali costruiti ad arte, depistaggi e corruzione solo per citare alcuni dei mali endemici e penetranti del sistema giudiziario del nostro paese. Nessuno ci leva dalla mente che tutto questo ebbe inizio nel 1993, quando il circuito mediatico giudiziario abbatté la prima Repubblica cancellando un'intera classe politica, con i risultati che oggi sono sotto gli occhi di tutti, e una certa magistratura prese il sopravvento.
Noi di Riformismoggi, con l'associazione Nomos Movimento Forense, abbiamo deciso di aderire convintamente al referendum proposto dai Radicali e dalla Lega perché crediamo che sia necessario fare tutto quanto sia possibile per stimolare le riforme e che il ministro Marta Cartabia e il governo Draghi siano i soggetti adatti ad attuarle una volta per tutte. I sei quesiti: responsabilità civile dei giudici; separazione delle carriere dei magistrati sulla base della distinzione tra giudicanti e inquirenti; custodia cautelare; abrogazione del testo unico in materia di incandidabilità e di divieto di ricoprire cariche elettive e di governo (legge Severino); abolizione della raccolta firme della lista magistrati; voto per i membri non togati dei consigli giudiziari. Sono quesiti a cui chi è socialista, riformista e garantista non può non aderire e che non può non sostenere affinché ci sia una giustizia giusta.
I riformisti hanno il compito di bloccare sul nascere la sensazione, ormai diffusa tra i cittadini, che la magistratura e la giustizia da essa amministrata siano come un potere contro e non a favore dei diritti di tutti. Così come nel 1987 i socialisti, insieme con i radicali, promossero il referendum sulla responsabilità civile dei magistrati, rimasto lettera morta a causa della successiva riforma del processo penale dell'allora ministro Giuliano Vassalli che limitò i risarcimenti a carico dello Stato, oggi noi dobbiamo contribuire in maniera determinante e con il massimo impegno, coinvolgendo tutte le forze di ispirazione laica cattolica e socialista, alla buona riuscita dell'istituto referendario e alla realizzazione delle riforme per il Paese, per i cittadini e per la giustizia stessa. È l'Europa che ce lo chiede, è il Paese stesso che ne ha bisogno per essere al passo con i tempi e porre fine allo spettacolo indecoroso di questi ultimi mesi.
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