di Ambra Notari
redattoresociale.it, 25 novembre 2021
Diretto da Licia Ugo, ripercorre le attività di volontariato di Udi Bologna nella sezione femminile del carcere bolognese: "Volevo raccontare il significato dell'essere donna oggi e dell'essere donna oggi in carcere. Il tema della violenza di genere era il filo rosso che correva sotterraneo".
Una scelta precisa: trasformare in un docufilm il lavoro di volontariato svolto nella sezione femminile del carcere della Dozza dalle volontarie Udi, l'Unione donne italiane, della sezione di Bologna. Un'opera per riflettere, per accendere una luce su un tema dimenticato dai più su donne pressoché invisibili. Un'occasione per aprire dibattiti nelle scuole e nei centri sociali, non una limitata descrizione di ciò che accade nell'istituto penitenziario. Sono queste le motivazioni che hanno spinto la regista Licia Ugo a dirigere "Detenute fuori dall'ombra" (prodotto da Arimvideo) che, dopo il Festival di Bellaria - dove è stato insignito del premio Pari Opportunità - e LiberAzioni di Torino, proiettato insieme con altri 7 lavori - parte in tour in Emilia-Romagna e giovedì 25 novembre, Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, arriva al Cinema Lumière di Bologna (ore 20).
L'ispirazione arriva quando Licia Ugo conosce Alba Piolanti, volontaria Udi: Udi Bologna già da tempo porta avanti nella sezione femminile un'intensa attività di volontariato. "Un lavoro poco conosciuto - spiega Ugo -. Rimasi ammirata, colpita dalla generosità di donare il loro tempo alle donne detenute. Tempo ma anche aiuto pratico, conoscenze professionali, solidarietà senza giudizio". Le donne detenute hanno scelto liberamente di partecipare al progetto: tra le voci raccolte, oltre alle loro, quelle di alcune donne ex detenute e delle volontarie Udi.
A chiudere, gli interventi di Claudia Clementi, direttrice della casa circondariale, e Massimo Ziccone, direttore dell'area educativa dell'istituto. "Mi interessava parlare dello stigma - racconta Ugo - dei percorsi di risocializzazione. Del ruolo del volontariato tra scrittura, lettura, percorsi di autocoscienza per sostenere queste donne nel recupero di sé stesse. Molte vengono da contesti di forte disagio e non hanno gli strumenti per difendersi da sole. L'intenzione era che questo documentario fosse in grado di camminare con le proprie gambe, sollevando domande, interrogativi, riflessioni sulla nostra società e sulle modalità utilizzate per punire chi commette dei crimini. Tutto ciò, però, volevo fosse inscritto in un cerchio più grande: quello dell'essere donna oggi, dell'essere donna in carcere. Il tema della violenza sulle donne era il filo rosso che correva sotterraneo".
Il making of non è stato semplice: "Dopo mesi di attesa, a poche settimane dalla consegna (il docufilm è stato finanziato grazie a un bando promosso dal dipartimento per le Pari opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri, ndr) - era il 2019, non sapevamo a cosa stavamo per andare in contro -, il Dipartimento amministrativo penitenziario finalmente sblocca la pratica e autorizza le riprese in carcere: due ore per le detenute, due mezze mattine per le interviste a Clementi e Ziccone, interdicendoci l'accesso a tutte le zone sensibili. In pratica, ovunque".
Un altro aspetto da considerare, "il rischio che, con il loro bisogno di parlare, le donne detenute potessero esporsi o danneggiarsi. La loro tutela era prioritaria per me, non volevo realizzare nulla di morboso. Dignità e rispetto sono state le mie parole d'ordine. Ho scelto di sublimare il loro desiderio usando immagini di arte eterna, il Compianto sul Cristo morto di Niccolò dell'Arca di Bologna, accompagnato da una musica moderna a contrasto". E con un linguaggio 'visivo' è stato reso anche il lavoro in carcere delle volontarie Udi - Katia Graziosi, Alba Piolanti, Giuseppina Martelli, Anna Vinci, Barbara Lodi e Barbara Verasani - e le testimonianze di Donatella e Rosa, due ex detenute che, "con la loro generosa testimonianza hanno gettato una luce su un aspetto spesso trascurato, la risocializzazione di chi è stato in carcere, un processo molto doloroso".
"Lavoriamo in Dozza dal 2015 - spiega Alba Piolanti, 'miccia' del progetto -, su invito del Comune di Bologna. Il progetto era 'Non solo mimose', un invito a entrare in carcere non solo l'8 marzo". Letture, dialoghi, incontri, confronti. Poi è arrivato il bando del dipartimento per le Pari opportunità: "Abbiamo scritto un progetto sul tema della violenza sulle donne detenute organizzato sotto forma di moduli: lettura, scrittura e cinema; lavoro dentro e fuori la detenzione; benessere - condotto da una psicoterapeuta e da un'assistente sociale -; diritti. È in questo contesto che si inserisce il lavoro di Licia Ugo. "Noi stavamo già raccogliendo materiale per un volume - racconta Piolanti - l'abbiamo titolato 'Fuori dall'ombra'. Con il docufilm, però, volevamo qualcosa che trasmettere l'essere e l'essenza delle donne detenute. Licia ha colto in pieno il senso del progetto".
Quando Piolanti parla delle detenute della Dozza parla di 'amiché. "Stare con loro è un'esperienza coinvolgente e molto arricchente. Con loro ci siamo sempre poste solo come donne: quando si crea sorellanza riescono a esprimersi, non abbiamo mai parlato né di colpa né di reato".
Udi Bologna ha in cantiere un nuovo progetto, questa volta sulla maternità in carcere: "Stiamo partecipando a diversi bandi, speriamo di trovare presto qualcuno disposto ad aiutarci. Le donne detenute hanno bisogno di noi, così come di essere impegnate in attività", conclude Piolanti.
Durante il lockdown i contatti si sono spostati online e, al momento, stentano a riprendere gli incontri dal vivo: "Volevamo che almeno potessero sentire le trasmissioni che su Eduradio (programma radiofonico di didattica, cultura e informazione rivolto ai detenuti della Dozza, ndr) parlavano di loro e del nostro progetti ma, al femminile, non c'è un apparecchio radio disponibile. Ecco un'altra grande discriminazione.
Ne abbiamo acquistati alcuni noi, sono stati autorizzati ma mai consegnati: dicono che non erano adeguati. E così, da troppi mesi, non parliamo con loro. Speriamo presto di ricominciare con loro: ci dicono che, senza nemmeno il nostro supporto, hanno fatto come i gamberi, ovvero sono tornate indietro. Per fortuna alcune del gruppo originario nel frattempo sono uscite, altre sono state trasferite. Quelle che sono rimaste ci hanno confidato di sentirsi completamente abbandonate".
Il Centro, 25 novembre 2021
L'aquilano Giulio Petrilli, che da anni si batte per affermare la necessità dei risarcimenti dopo l'ingiusta detenzione, è stato ricevuto nei giorni scorsi dal capogruppo del Partito democratico in commissione giustizia Alfredo Bazoli.
"Avevo chiesto alla deputata Serracchiani, capogruppo alla Camera del Pd", scrive Petrilli, "di intercedere per la possibilità di un incontro e così è stato. L'incontro serviva per analizzare il perché ogni anno il 77% delle domande per il risarcimento da ingiusta detenzione viene rigettato. Un dato molto alto di persone assolte che si vedono rifiutare il risarcimento perché magari si sono avvalse nel primo interrogatorio della facoltà di non rispondere o perché, secondo i giudici, con le loro frequentazioni o comportamenti avrebbero tratto in inganno gli inquirenti.
Ho fatto notare a Bazoli che solo in Italia esiste una norma che consente al giudice di valutare la personalità e i comportamenti di una persona e concedere il risarcimento non guardando esclusivamente la sentenza definitiva di assoluzione, bensì stabilendo un giudizio morale. La mia battaglia proseguirà anche in sede europea".
di Roberta Rampini
Il Giorno, 25 novembre 2021
L'ex direttore del carcere Luigi Pagano: "Abbiamo soltanto provato ad applicare l'articolo 27 della Costituzione". Compie vent'anni il carcere di Bollate, seconda casa di reclusione del capoluogo lombardo e ancora oggi unica in Italia per il trattamento avanzato dei detenuti: celle aperte e decine di progetti di recupero sociale e lavorativo dei detenuti. "Non abbiamo inventato niente di nuovo, in realtà abbiamo applicato il comma 2 dell'articolo 27 della nostra Costituzione: le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato", commenta Luigi Pagano, che, già direttore di San Vittore, è stato il primo direttore di Bollate.
Secondo una ricerca il carcere aperto abbatte la recidiva dal 70% al 17%. A distanza di vent'anni si sente di dire che il modello funziona?
"Faccio una premessa: non credo molto alle statistiche. O meglio, bisogna considerare tante variabili, come per esempio il periodo di riferimento, il tipo di detenuto e di pena. Mi sento di dire che il modello Bollate funziona, non perché abbatte la recidiva, ma perché si basa sul rispetto della dignità della persona, perché è impostato sulla rieducazione del detenuto, lo responsabilizza e lo riabilita. Era quello che volevamo quando lo abbiamo immaginato vent'anni fa".
Nel 2000 la sperimentazione pensata è stata condivisa da tutti?
"L'obiettivo era quello di restituire la dignità negata, presentammo il progetto in un convegno, si parlava di ridurre la permanenza dei detenuti nelle celle lasciando loro la libertà di muoversi nel reparto e nel carcere per partecipare alle attività. Era una sfida, perché questo modello organizzativo richiedeva fatica da parte di tutti, anche dei detenuti che non erano considerati soggetti passivi ma attivi, della polizia penitenziaria che era chiamata a un ruolo di custodia diverso. I fatti ci hanno dato ragione".
C'è un altro fattore che è stato fondamentale per il modello Bollate?
"Sicuramente l'apertura verso l'esterno, il territorio, le associazioni, gli enti locali e le imprese. I rapporti di collaborazione sono stati importanti per abbattere le barriere culturali e creare legami con chi stava fuori".
Immagino che abbia molti ricordi, ce n'è qualcuno che vuole condividere?
"Sicuramente l'apertura del call center, poi la scuola di informatica avviata da Lorenzo Lento per i detenuti, ma anche l'esperienza di Pino Cantatore, ergastolano che dopo aver vissuto un percorso di formazione professionale in carcere ha fondato la cooperativa Bee4 che dà lavoro a un centinaio di detenuti".
Cosa augura al carcere di Bollate?
"Oggi dopo vent'anni è necessario stabilizzare il modello affinché non degradi, perché se è vero che il momento creativo e la follia sono stati l'input iniziale ora bisogna normalizzare il sistema con la stessa tenacia del 2001".
di Tiziana Maiolo
Il Riformista, 25 novembre 2021
Ergastolo ostativo: la decisione della Corte di decretarne l'incostituzionalità chiedendo al Parlamento di legiferare continua a suscitare una levata di scudi da parte della politica e delle toghe. "Il rischio che si corre è che chi ha fatto le stragi per ricattare lo Stato ottenga ora l'obiettivo che ha perseguito con le stragi".
di Enrico Caiano
Corriere della Sera, 25 novembre 2021
E ai prof che almeno hanno provato a salvarli. La storia dei ragazzi della IE dell'istituto professionale Roberto Rossellini di Roma, dalle bocciature ai fallimenti esistenziali dell'età adulta. Il regista Valerio Jalongo: "Anche i prof migliori a volte fanno promesse che la scuola non può mantenere".
"Se potessi tornare indietro, avrei proseguito con gli studi". In realtà l'aveva pure promesso al professore, l'adorato Gianclaudio Lopez che dopo un consiglio di classe gli comunicava che avrebbe dovuto ripetere l'anno: il primo all'Istituto di Istruzione Superiore statale Cine Tv di Roma intestato a Roberto Rossellini. Alessio aveva riconosciuto di aver combinato poco "anche per colpa mia" in quell'anno scolastico. Ma "ar Lopez", come chiamano lui e i compagni in gergo borgataro il prof di letteratura italiana e inglese, il più amato dai ragazzi, aveva assicurato che il settembre prossimo lo avrebbe rivisto, che si sarebbe reiscritto.
E invece, eccolo lì. Quindici anni dopo lo vediamo, nel documentario L'acqua, l'insegna la sete, da ieri e fino a domani in 15 cinema in tutta Italia (secondo la formula "evento" con cui escono ormai molti film di casa nostra che non si rassegnano alla piattaforma senza almeno un piccolo passaggio nelle sale), sollevare cassettoni stracolmi di carta. E rovesciarne il contenuto in bidoni. Alessio si divide infatti tra lavoretti da fattorino e magazziniere. I suoi sogni ora spaziano tra il lavoro di idraulico e la speranza di imparare la strada del guadagno facile con il poker.
Un caso lampante, quasi esemplare di dispersione scolastica. Un dolore lancinante per il nostro sistema scolastico. Oggi la pandemia, la Dad, hanno contributo sicuramente a peggiorare la situazione. La scuola media e superiore italiane di quella patologia però soffrono da molto prima. I dati più recenti raccontano di uno studente su 7 che non finisce i 5 anni del ciclo superiore: il 13,1 per cento. Ma c'è di peggio: spesso la rinuncia arriva già al termine del primo anno.
Di fronte a una bocciatura o anche per disillusione personale. O perché le famiglie capiscono in corsa di non essere più in grado di aspettare: le tante crisi economiche che si sono succedute negli anni mordono e l'idea meritoria di investire nella formazione culturale del figlio in vista di un lavoro meglio retribuito e appagante naufraga di fronte all'esigenza dei pochi soldi maledetti e subito di un lavoro immediato. Alla fine gli italiani tra 25 e 64 anni con un diploma in mano sono appena 4 su 10 secondo l'ultimo censimento Istat 2020 con dati 2019.
La storia della I E dell'istituto professionale romano Rossellini protagonista del film diretto da Valerio Jalongo, regista che in quell'istituto ha pure insegnato, si inquadra purtroppo benissimo in questa realtà. Nel film fa ancora più male vedere come la passione e l'amore per i ragazzi del professore protagonista alla fine approdi a un fallimento. La "storia di classe", anche nell'accezione sociale che questo sottotitolo della pellicola indica, raccontata attraverso un video-diario partito nel 2004 e durato 3 anni, poi integrato dalle riprese di 15 anni più tardi, con professore incanutito e ragazzi ormai sulla trentina messi di fronte ai loro temi più riusciti - quelli in cui tiravano fuori davvero sé stessi - è la prova provata che troppe cose non vanno e anche un'esperienza virtuosa è destinata alla resa.
Alla fine, come nel titolo del film, mutuato dall'incipit di una poesia di Emily Dickinson insegnata ai ragazzi da Lopez (L'acqua, l'insegna la sete / La terra, gli oceani trascorsi / Lo slancio, l'angoscia / La pace, la raccontano le battaglie / L'amore, i tumuli della memoria / Gli uccelli, la neve) si scopre che quei ragazzi ora trentenni hanno "scoperto" la vita adattandosi per reazione ad essa, spinti più che altro dal proprio istinto, senza che le discipline imparate a scuola, nel famoso istituto professionale che dovrebbe più dei licei favorire uno sbocco lavorativo coerente, siano riuscite ad arrivare all'obiettivo.
In molti casi quei ragazzi hanno almeno assecondato la propria sensibilità. Jessica assiste gli anziani con quell'amore disinteressato che mai era riuscita ad avere da suo padre, che abbandonò lei ragazzina e la madre; Corinna, che cercando lavoro ha maturato un forte risentimento per "la gente cattiva", gestisce una pensione per cani e protegge gli animali domestici in genere; Yari la cui madre "vendeva il fumo", lui che arrivava spesso fatto a scuola e chiuse i rapporti con lei quando a mo' di regalo gli fece trovare nel piatto della cocaina, ora vive per la bambina di 5 anni che cerca di crescere al meglio anche se roso dai rimorsi perché la vita lo ha portato a dividersi dalla sua compagna dopo 11 anni assieme. Il momento in cui il professor Lopez legge ai colleghi (che hanno già deciso con lui di bocciarlo), il tema in cui lui racconta del rapporto con la madre con un lessico e una sensibilità miracolosa per un ragazzo cresciuto come lui, è il momento forse più struggente del film.
Il regista Jalongo (già autore 10 anni fa del film di fiction sul mondo dell'istruzione con La scuola è finita, protagonista Valeria Golino) ha scelto stavolta la strada del documentario perché solo così era possibile "capire cose che non mi erano affatto chiare come professore: ho capito che a volte anche i migliori sono coinvolti in promesse che la scuola non riesce a mantenere. Come Lopez e molti suoi colleghi promettevamo ai nostri studenti che se si fossero impegnati, se si fossero dimostrati meritevoli avrebbero avuto un lavoro sicuro, certezze, riconoscimenti... non immaginavamo che il mondo stava preparando per quei ragazzi un futuro precario, pieno di passi indietro anche nei diritti che consideravamo acquisiti per sempre".
E lui, Lopez? Anche il professore, uomo appassionato come pochi di insegnamento, in grado di conservare con cura certosina l'esperienza di quegli anni attraverso i temi dei ragazzi, spesso riposti nei suoi faldoni anche in originale ("È contro la legge, lo so", dice nel film) con l'amico Jalongo, si è angosciato a "scoprire che nessuno di quei ragazzi dava la colpa alla scuola del proprio fallimento scolastico.
Nessuno sembrava arrabbiato o deluso, fosse anche solo per il fatto che su una classe di 29 ragazzi solo uno lavora (da precario) nel mestiere che ha studiato a scuola". Merito suo l'aver reso indimenticabili quegli anni di fallimento con la sua umanità trasmessa ai ragazzi. Demerito della scuola italiana aver consentito che da quel diamante splendente di umanità sul fronte della vita reale non nascesse niente. Come in un'immortale canzone di De André.
Fulvio Fulvi
Avvenire, 25 novembre 2021
Nello spazio allestito a Serravalle Scrivia i prodotti realizzati dietro le sbarre dai detenuti della Casa di reclusione di Alessandria: "Dignità nel lavoro". Non solo brand d'alta moda e firme glam di abbigliamento e accessori. Ora, ai 230 negozi del Designer outlet di Serravalle Scrivia, il più grande d'Europa, si aggiunge una boutique speciale. È quella di "Fuga e sapori" che propone al pubblico, fino al 9 gennaio, prodotti realizzati dai detenuti delle carceri di Alessandria e di altri istituti penitenziari italiani. Si tratta di eccellenze locali e artigianali come il panettone "Maskalzone", le birre "La Sbirra-Illegale non berla" e "La Skizzata-Bevila con calma", la camomilla e il caffé delle ragazze di Pozzuoli, gli agrumi di Siracusa, la crema spalmabile "La Brigantella-Un reato non assaggiarla" (senza latte o suoi derivati o grassi vegetali o animali). Ogni prodotto disponibile nel temporary shop ha una sua storia ed è il frutto di un progetto che i visitatori possono conoscere attraverso il materiale informativo messo a loro disposizione.
Nello store sono messi in vendita anche eleganti oggetti in legno riciclato costruiti nel laboratorio dove sono impegnati i detenuti che hanno seguito i corsi di formazione professionale della cooperativa. La gestione del punto vendita è stata affidata al personale e ai volontari della cooperativa sociale Idee in Fuga che dal 2015 opera nelle due strutture penitenziarie di Alessandria (in totale circa 700 detenuti) con progetti di falegnameria sociale, commercio equo e solidale e agricoltura sostenibile.
La principale sfida dello shopping solidale di Fuga di Sapori, come delle altre attività della coop alessandrina, è quella di creare lavoro fuori dalle mura carcerarie. "I piccoli produttori sono restii ad assumere chi è uscito dal carcere - spiega Carmine Falanga, presidente della cooperativa - e la formazione da sola non basta, c'è bisogno di concrete opportunità sul mercato del lavoro".
"Il lavoro è l'unico e più potente strumento per abbattere la recidiva che in Italia è stimata dagli ultimi dati del ministero della Giustizia con una percentuale dell'80% - dice Andrea Ferrari, consigliere di Idee in Fuga e ideatore dello shop all'interno del centro commerciale di Serravalle - ciò significa che tre detenuti su quattro commettono reati una volta saldato il loro conto con la giustizia e ritornano dietro le sbarre. Recuperiamo, con il nostro progetto, molto ampio, sia persone che materiali". Grazie ai fondi raccolti durante i tre mesi di attività del negozio nell'outlet, Idee in Fuga potrà continuare a sostenere le iniziative finalizzate all'inserimento lavorativo e all'educazione alla legalità già avviate sul territorio.
di Marco Marelli
laregione.ch, 25 novembre 2021
Realizzato un red carpet di 30 metri che verrà steso all'entrata di Palazzo Cernezzi per dire che alle donne si stendono i tappeti. Contro la violenza un 'red carpet', lungo trenta metri, cucito da detenute e detenuti del Bassone, carcere di Como. Sono numerosi gli eventi in provincia di Como programmati per giovedì 25 novembre in occasione della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne. In città ComoPride ha deciso di scendere in piazza Volta alle 16.30.
Nell'ambito della campagna di sensibilizzazione 'Questo non è amorè, sarà presente in Largo Miglio, dalle 10 alle 16, il camper della Polizia di Stato: con la sezione di Como di 'Telefono Donna', saranno fornite informazioni e consigli utili per aiutare le donne a non rimanere in silenzio. Alle 21 in città al Teatro don Guanella andrà in scena 'Anatomia di una triste storia contro ogni violenza di generè, spettacolo teatrale a cura dell'Associazione Donne Giuriste di Como.
Ma l'attenzione si concentra soprattutto sull'iniziativa che ha coinvolto detenute e detenuti del Bassone: sotto la guida di una volontaria hanno realizzato nei laboratori del carcere la lunga passatoia per invitare tutti a "stendere tappeti rossi, anziché calpestarle come tappeti". L'iniziativa parte dalla volontà di realizzare un oggetto simbolico, utilizzando materiali ed elementi differenti, per rappresentare le diversità delle donne. Sulla passatoia che sarà stesa all'ingresso di Palazzo Cernezzi, la casa della città, i versi di alcune poesie, primo fra tutti: "Le donne non si calpestano, alle donne si stendono i tappeti".
di Gianfranco Capitta
Il Manifesto, 25 novembre 2021
Al Palladium la nuova edizione della rassegna "Destini incrociati". Non è usuale trovare un pubblico così giovane e agguerrito a una manifestazione che ha al suo centro il rapporto (e gli esiti) tra teatro e carcere. È successo anche quest'anno alla nuova edizione di Destini incrociati, la manifestazione che su quel rapporto indaga, addensando al Teatro Palladium riflessioni, esperienze, documentazioni video e spettacoli grazie agli sforzi comuni dei ministeri di cultura Rebibbia al teatro, con assoluto entusiasmo.
Grazie alla drammaturgia costruita per lui da Valentina Venturini (e con il coordinamento scenico di Fabio Cavalli), Cosimo Rega ripercorre la propria storia, con una dedizione emotiva palpabile, "duettando" con il pianoforte di Franco Moretti, e ottenendo in quella maniera "dolce" un effetto potente. Anche se lui è già abbastanza noto (Cesare non deve morire dei Fratelli Taviani lo vedeva tra i protagonisti), sorprende e commuove sempre la sua lucidità, e la comunicativa soddisfazione per quanto ha ottenuto.
Tra le numerose esperienze presenti in rassegna al Palladium, particolare fascino e ricchezza ha mostrato Ulisse o i colori della mente, spettacolo ricco di linguaggi e suggestioni che il Teatro popolare d'arte ha realizzato con alcuni suoi attori e i detenuti del carcere della Gorgona. Sull'isoletta toscana la compagnia guidata da Gianfranco Pedullà (autore e regista del progetto) ha lavorato, sfidando anche l'isolamento dovuto alle tiranniche leggi del mare, seguendo una intuizione affascinante: l'Odissea come processo di successivi stadi di liberazione dell'eroe omerico (da Polifemo alle Sirene a Circe) per raggiungere il ritorno pieno alla propria identità di uomo libero e riconosciuto nella sua realtà piena, umana e sociale.
E se la guerra di Troia era stato un delitto cruento quel viaggio di ritorno non significa solo espiazione, ma confronto vittorioso contro tutte le situazioni e i luoghi comuni che spesso impediscono la riconquista di sé. Tutto questo composto senza retorica, ma anzi con gli strumenti festosi della teatralità (pupazzi, colori, luci ed effetti scenici) che sembravano davvero restituire coscienza, oltre che piacere, ai personaggi sulla scena. Una compagine mista di detenuti attori e attori professionisti (che rimpiazzavano anche coloro che per motivi giudiziari non sono potuti uscire dall'isoletta carceraria), che fortemente testimoniava, con allegria e felicità, che anche il carcere, come i condizionamenti sociali e mitologici si possa superare, come era riuscito al vecchio Ulisse, che non a caso, la battaglia più dura l'aveva dovuta superare una volta tornato a casa nella sua Itaca.
di Daniela Giraudo
Il Dubbio, 25 novembre 2021
La serie tv ha la capacità di restituire un tema intoccabile ad una dimensione molto umana, e prova a dare ragione dello smarrimento di chiunque abbia dovuto accostarvisi.
Caro Direttore, mai avrei immaginato di scriverTi per dare un mio contributo per la serie di Zerocalcare recentemente uscita su Netflix. Non che Zerocalcare per me fosse sconosciuto, dato che ben ricordo le interminabili file di giovani per il suo firma copie a Lucca Comics, ma da una rapida occhiata alle schiere di appassionati diligentemente allineati (fila un po' all'italiana in realtà) avevo dedotto di non essere nel target previsto, che era molto più vicino ai miei figli che a me.
Tuttavia in questi giorni la polemica è divampata a Biella, con più di un articolo sui bisettimanali locali e quindi in me è cresciuta la curiosità di capire di cosa si trattasse e perché i miei concittadini fossero tanto indignati. Quindi, di ritorno da Roma, sul Frecciarossa di sabato mattina, con la prospettiva di tre ore di viaggio ho deciso di togliermi la curiosità, immaginando che non sarei andata oltre la visione della prima puntata per raggiunti limiti di età. Sì, perché mi ero del tutto convinta che non mi sarebbe piaciuto per niente ma che almeno avrei capito perché se ne parlasse tanto. Ovviamente non è andata così. In realtà ho visto tutta la serie, esattamente come fanno i ragazzi, divertita e commossa dalla storia che si dipanava, puntata dopo puntata.
Devo dire allora che non condivido nessuna delle polemiche emerse, né quella locale, né quella linguistica. Non quella locale perché non trovo che Biella venga raffigurata in modo ingeneroso, anzi. La storia, per chi l'ha vista, la dipinge come un luogo di belle persone, di persone perbene. Gli scorci sono reali, la nostra bella città è riconoscibile e colorata, solo - purtroppo - il Frecciarossa non arriva sino a qui. In effetti siamo così, persone perbene, grandi lavoratori, forse oggi un po' smarriti in una crisi economica che purtroppo ha morso in modo feroce anche qui, soprattutto qui. Ma è normale che i nostri ragazzi abbiano il desiderio di sperimentarsi altrove, di viaggiare e di vivere altrove.
Non tutti ci riescono ma il messaggio che ho colto io è che Biella è comunque un nido che ti accoglie, che poi possa non bastare a lenire il male di vivere, quella purtroppo è un'altra storia. Tantomeno condivido quella lessicale/linguistica. Non sono romana ma la parlata è del tutto comprensibile e rende la storia aderente ai personaggi che non sarebbero credibili se parlassero da accademici della Crusca. Di contro, per chi li sappia cogliere, ci sono molti riferimenti, dal mito della caverna di Platone all'hybris delle tragedie greche, che disvelano un piano di lettura tutt'altro che banale della sceneggiatura, il tutto reso godibile da una serie di aneddoti che - francamente - non possono che essere riconosciuti da tutti noi come parte della quotidianità (ammetto di essermi sentita molto vicina a genitore 1...).
Insomma, la verità è che a me è piaciuta, moltissimo, che affronta un tema scabrosissimo e quasi intoccabile con la capacità di restituirlo ad una dimensione molto umana, e prova a dare ragione dello smarrimento di chiunque abbia dovuto accostarvisi. Non so se Zerocalcare si immaginasse di annoverarmi tra i suoi lettori, ma lo sono diventata.
iltorinese.it, 25 novembre 2021
Domenica 28 novembre lo spazio polivalente di Barriera di Milano accoglie la IX edizione del progetto "Scambi di luce", in collaborazione con Vol.To. Sala Scicluna, spazio polivalente nel cuore di Barriera di Milano (via Renato Martorelli 78), accoglie all'interno della stagione culturale 2021/22 uno speciale evento che intreccia volontariato e teatro sociale.
Il programma della giornata prevede, alle ore 15.30, la presentazione del testo Brezza venti, con la lettura di poesie e il racconto dei progetti realizzati dal 2001 a oggi. Alla sera, dalle ore 20.30, il pubblico potrà assistere ad Aria, performance teatrale nata dalla collaborazione tra La Brezza, alcune persone inserite in percorsi alternativi al carcere, la Gipsy Musical Academy di Torino e la cantautrice Anna Castiglia. Regia di Stefania Rosso, della compagnia Liberipensatori "Paul Valéry". Un evento patrocinato da Vol.To - Centro Servizi per il Volontariato. Ingresso libero con prenotazione obbligatoria tramite SMS o WhatsApp al numero 3474002314; posti limitati. Per accedere è richiesto il Green Pass; ingresso e fruizione nel rispetto delle normative da contenimento Covid-19 vigenti.
L'associazione d'ascolto La Brezza opera con i propri volontari all'interno della Casa Circondariale "Lorusso e Cutugno" di Torino e altri istituti penitenziari del Piemonte. L'obiettivo che si prefigge è di promuovere interventi finalizzati a sensibilizzare il territorio nei confronti del mondo carcerario, per far sì che il grande divario esistente tra la società e il carcere possa essere attenuato.
La Brezza nasce nel 2001, inizia a operare all'interno dell'ospedale Amedeo di Savoia rivolgendosi, con specifici spazi di ascolto, a persone sieropositive. Dal 2003 gli spazi di ascolto vengono dedicati anche ai detenuti delle Vallette. Durante uno degli incontri è nata l'esigenza di creare un ambiente in cui dare alle persone la possibilità di esprimersi liberamente senza nessuna forma di giudizio, scegliendo l'arte come strumento d'espressione e di ascolto.
Inaugurata nel 2017 da Katia Capato, direttrice artistica di Nuove Cosmogonie Teatro e presidente della neonata Associazione culturale Joseph Scicluna, Sala Scicluna nasce come atto d'amore e promessa mantenuta nei confronti di Joseph (alias Pino) Scicluna, attore, drammaturgo e regista maltese, suo compagno di vita, venuto a mancare due anni prima a seguito di una grave malattia.
Ex carrozzeria, situata in un interno cortile, Sala Scicluna si presenta oggi come un'oasi riparata dal caos urbano, nuovamente fruibile al 100% della capienza da tutti coloro che ricercano quiete e bellezza nella musica, nel teatro, nelle mostre figurative o negli incontri a tema librario.
La programmazione, concepita volutamente come un cantiere in costruzione, è tuttora aperta a proposte dal territorio, con la volontà di arricchire lo scambio tra gli artisti e il presidio culturale. "Intenzione, azione, determinazione, non dare nulla per scontato, valutazione e scelta, presa di coscienza dei momenti difficili e, nonostante tutto, ancora una certa fiducia nel miracolo, nella serendipità, e nella benevolenza e creatività dell'universo e del genere umano.
Con questo spirito Sala Sicluna riapre ancora una porta, portando avanti quel sogno e progetto che anni fa le ha permesso di prendere vita". Così la direttrice Capato, che aggiunge: "In Barriera di Milano, quartiere ancora troppo spesso vittima di pregiudizi ma crogiolo di creatività, si realizza il sogno e la promessa. Sala Scicluna è una realtà totalmente autosostenuta.
Il prezioso supporto del pubblico e di coloro che, riconoscendola quale oasi di bellezza e di sincero incontro, ne hanno chiesto in uso spazi e servizi, ne ha garantito la ripartenza in seguito ai lockdown della pandemia". Il programma completo della stagione di Sala Scicluna è consultabile sul sito www.nuovecosmogonieteatro.com
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