di Moni Ovadia
Il Manifesto, 4 luglio 2021
Santa Maria Capua Vetere. Le affermazioni perentorie non appartengono al mio costume mentale e men che meno a quello etico. Questa volta farò un'eccezione. Un gruppo di uomini che si accaniscono contro una persona inerme con percosse, o corpi contundenti sono un branco di vigliacchi sadici, o sono afflitti da una grave psicopatologia e devono essere sottoposti a terapie specifiche per impedire loro di nuocere. Chi guarda una azione cosi ripugnante senza reagire si comporta da vile.
E sia chiaro, non importa chi sia la persona aggredita, anche se si tratta di un criminale assassino, un aguzzino, un torturatore, un criminale di guerra o di un genocida. In una civiltà che si voglia tale si seguono le regole della giustizia altrimenti le differenze fra il criminale e la vittima si stingono fino a rendersi indistinguibili. Se si possono capire le reazioni di istintiva ed incontrollata aggressività di una madre o di un padre incontrando l'assassino del proprio figlio, non è lecito giustificarla. E non ci può essere nessuna comprensione per il branco che massacra l'inerme o vuole linciarlo. Se poi ci volgiamo verso la fattispecie per la quale siamo stati chiamati a confrontarci dalla visione di alcuni video di una parte della "macelleria" programmata a freddo e messa in atto da un folto numero di agenti di custodia contro i detenuti del carcere di Santa Maria Capua Vetere per "vendetta" - i detenuti avevano inscenato una protesta per timore di contagio da Covid - tutto cambia. Ancorché parziali, le immagini trasmesse dalle televisioni ricavate dalle camere di sorveglianza grazie ad uno scoop di un giornalista del quotidiano Domani erano raccapriccianti, pugni, schiaffi, manganellate, calci, umiliazioni.
I video hanno provocato, come prevedibile, le reazioni indignate di commentatori, giornalisti, conduttori e politici vari. Ci sono state anche, come di prammatica, espressioni di solidarietà verso le forze di polizia garanti della sicurezza dei cittadini.
I tutori dell'ordine, se non vado errato, giurano fedeltà alla Costituzione Repubblicana, e garantiscono sicurezza ai cittadini nel quadro delle leggi e dei valori inalienabili espressi dalla Carta. Quando un poliziotto, un carabiniere o un agente di custodia si comporta come tale, la solidarietà nei suoi confronti è naturale e doverosa. Ma quando egli viola oltre ogni ragionevole dubbio le leggi del codice e quelle basilari dell'umanità, non solo non merita solidarietà bensì merita disprezzo e condanna. Una donna o un uomo che hanno titolo a indossare una divisa e a portare armi che li qualifica come rappresentanti dello stato, dovrebbero comportarsi come un pugile, un karateka o un maestro di arti marziali ed esercitare il massimo controllo sulla loro capacità di ferire, infierire e persino di uccidere. Un essere umano e, a fortiori, un servitore dello Stato dovrebbero sapere e sentire che un detenuto in attesa di giudizio e un condannato sono ristretti nel carcere per espiare una pena, ma quale che sia la loro colpa rimangono esseri umani, l'integrità della loro persona, la loro dignità personale e sociale sono inviolabili. Appartengono a loro e solo a loro. Non sono a disposizione né dell'autorità di polizia, né di quella investigativa, né di quella giudicante, né di quella carceraria. E quella delle guardie delle carceri deve custodire e garantire dignità ed integrità.
Non sono un uomo ingenuo e sprovveduto, so quali siano le condizioni del nostro sistema carcerario, quanto siano dure e alienanti, non solo per i detenuti ma anche per le guardie. La Corte Europea dei Diritti ha ripetutamente condannato il nostro Paese per le sue violazioni, le sue carenze e le sue inadempienze.
La mediocre classe dirigente dell'Italia, in particolare di quella politica, con rarissime eccezioni, non si occupa di questo decisivo problema nel tracciare il confine che separa barbarie da civiltà. Anche una parte non piccola dei nostri concittadini sa essere molto forcaiola quando si tratta dei detenuti che appartengono ai ceti diseredati. Per tutto ciò dobbiamo tenere a mente il monito che ci viene dal secolo breve e feroce: quando si espungono da un essere umano integrità e dignità lo si trasforma in uno "stuck", un "pezzo" e risuona l'eco dei vagoni piombati con destinazione sterminio.
di Tiziana Maiolo
Il Riformista, 4 luglio 2021
A S. Maria Capua Vetere e un po' in tutta Italia sembrano tornate le torture degli anni novanta nelle carceri speciali di Pianosa e Asinara. Abbiamo dunque avuto un governo Conte e un ministro Bonafede che proteggevano dei torturatori? Pare di sì, a leggere i verbali della magistratura sulle spedizioni punitive attuate un anno fa nelle carceri italiane dopo l'ondata di proteste dei detenuti impauriti dal dilagare dell'epidemia di Covid-19.
Calci, pugni, sputi, persone catturate nel sonno, con o senza pigiama, con o senza ciabatte, sicuramente senza spazzolino da denti o biancheria o vestiti, libri e oggetti personali. Presi e trasferiti da agenti irriconoscibili nel loro assetto di guerra. È vero, c'erano state proteste e rivolte, nella primavera di un anno fa nelle carceri, mentre la paura di un virus-nemico, invisibile e tremendo ci stava terrorizzando "fuori", e a maggior ragione "dentro". Ma la risposta dello Stato, a quel che si legge dai provvedimenti della magistratura in questi giorni dopo gli arresti di Santa Maria Capua Vetere, è stata violenta e arrogante.
Sono immagini fotocopia di qualcosa che non avremmo più voluto vedere, ricordi di una stagione drammatica in cui le mafie lasciavano sul selciato ogni giorno i corpi delle loro vittime. La stagione in cui furono giustiziati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. L'estate del 1992 la ricordo personalmente. I tanti testimoni -in una notte ne furono deportati 300 nelle due isole- parlano di uomini con il passamontagna della vendetta. La spedizione punitiva di quella notte non era conseguenza di proteste o di rivolte carcerarie, era vendetta pura nei confronti di una mafia sanguinaria che in realtà aveva poco a che vedere con quei corpi che furono martoriati per settimane negli istituti speciali. I boss di Cosa Nostra erano tutti latitanti, così lo Stato si vendicò su alcuni picciotti e con tanti che non c'entravano niente, delinquentelli di borgata o addirittura incarcerati da innocenti.
La vendetta di Stato servì anche a costruire i falsi "pentiti", i più deboli, quelli che non ce la facevano più a essere picchiati ogni giorno, a bere l'acqua arrugginita dei rubinetti, a mangiare poca pasta spesso condita con pezzi di vetro, a stare nel caldo torrido senza doccia se non una volta ogni quindici giorni per tre minuti e chiusa d'improvviso quando il corpo era insaponato. Era tortura quella del 1992 a Pianosa e Asinara. E quella della primavera 2020 a S.Maria Capua Vetere, ma anche a Modena, ad Ascoli, a Melfi che cosa è stata? Quando si legge nelle deposizioni "mi hanno fatto inginocchiare e mi hanno tenuto bloccato a terra, venivo colpito dagli sfollagente degli agenti... mi colpivano in testa, alla schiena, sulle gambe...", non si trattava di tortura? Trent'anni fa gli omicidi Falcone e Borsellino avevano fatto perdere la testa agli apparati dello Stato.
Pur dopo il Maxiprocesso con i suoi ergastoli, restava il fatto che Totò Riina, Bernardo Provenzano e Matteo Messina Denaro erano sempre uccel di bosco. Loro continuavano a sparare e lo Stato usava il manganello sui corpi dei più deboli, i detenuti. Proprio come nel 2020, quando un debolissimo governo Conte-due invece di sfollare gli istituti di pena come avrebbe dovuto in presenza del virus, aveva sfogato la propria impotenza sui corpi prigionieri. Nel 1992 le torture, per le quali poi l'Italia fu condannata dalla Cedu, produssero anche quella gravissima distorsione politico-giudiziaria che fu il caso Scarantino, il falso pentito nel delitto Borsellino. Enzino, il picciotto della Guadagna, che non era neanche un mafioso, ma un delinquentello che si arrangiava con piccolo spaccio e altri lavoretti di basso rango, era uno dei ragazzi torturati che avevo incontrato in carcere. Invano era stata resa pubblica la lettera della moglie che denunciava il capo della mobile Arnaldo La Barbera per le torture e la costrizione al falso pentimento.
È storia nota che venti innocenti sono rimasti in carcere per quindici anni ingiustamente prima che si disvelasse l'imbroglio. Ma nelle violenze di un anno fa non paiono esservi neanche motivazioni di politica giudiziaria. Sembra piuttosto una serie di azioni muscolari del debolissimo governo giallo-rosa che nessuno rimpiange, insieme all'indimenticabile ministro Bonafede preoccupato più di sbattere gente in galera che di fare giustizia. Infatti giusto un anno fa, nel mese di giugno era andato in aula a Montecitorio a portare la propria solidarietà agli agenti picchiatori. Qualcuno gli chiederà conto di quei fatti così agghiaccianti da riportare alla memoria le torture di Pianosa e Asinara di quasi trent'anni fa?
di Salvatore Palidda
MicroMega, 4 luglio 2021
C'è voluta la diffusione dei video dei pestaggi per far diventare "notizia" un fatto di cui tutti quelli che dovevano sapere erano a conoscenza. E intanto le realtà che si battono per la tutela di chi è in carcere continuano a essere inascoltate o, addirittura, messe al bando.
La terribile mattanza da parte di operatori della polizia penitenziaria a Santa Maria Capua Vetere era nota sin dal giorno dei fatti solo grazie alla denuncia del Garante regionale dei detenuti, Samuele Ciambriello. Ma c'è voluta la pubblicazione del video di tali fatti sul quotidiano Domani e poi su tutti i media nazionali per stupire, indignare e far reagire una parte dell'opinione pubblica. Questa è l'ennesima dimostrazione che per "diventare virale" la notizia deve essere corredata da "immagini forti". Meglio che niente si può dire; una volta tanto i social e i media hanno diffuso un'informazione importante per la tutela dell'incolumità e dei diritti fondamentali di tutti gli esseri umani. Ma questa scoperta tardiva di un episodio tanto grave lascia quantomeno l'amaro in bocca alle persone che da sempre si impegnano per tale tutela e troppo spesso rimangono inascoltati, marginalizzati se non addirittura messi al bando (alludo all'Osservatorio Repressione, l'Associazione Contro gli Abusi in Divisa (Acad), "Verita' e Giustizia per le Morti in Carcere" e Antigone, all'associazione A buon diritto, al libro Malapolizia di Adriano Chiarelli (2011).
Purtroppo i fatti di quel carcere maledetto fanno parte di una pratica che sistematicamente si riproduce. E ogni volta che poi si scopre che si tratta di brutalità inaudite è sempre illusorio pensare che non si ripetano. La ricerca svolta sul dopo le violenze e la tortura praticate durante il G8 di Genova mostra in maniera inequivocabile che dal 2001 a oggi queste pratiche si sono succedute provocando un numero impressionante di vittime rispetto ai 20 anni precedenti (vedi Polizie, sicurezza e insicurezze, Meltemi, 2021).
I cognomi e talvolta anche i nomi di alcune di queste vittime sono ormai assai conosciuti: Carlo Giuliani, Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi, e poi meno noti Marcello Lonzi, Giuseppe Uva, Aldo Bianzino, Niki Aprile Gatti, Stefano Brunetti, Serena Mollicone, Riccardo Rasman, Michele Ferrulli, Riccardo Magherini, Carmelo Castro, Simone La Penna, Cristian de Cupis, Manuel Eliantonio, Massimo Casalnuovo, Arafet Arfaoui, Sekine Traore, Jefferson Tomala', Kayes Bohli, Dino Budroni, Mauro Guerra, Davide Bifolco, Francesco Mastrogiovanni, Stefano Consiglio, Riccardo Boccaletto, Gabriele Sandri, Vito Daniele, Stefano Frapporti, Aziz Amiri, Roberto Collina, Carlo Saturno, Abderrahman Sahli, Ilario Aurilia, Marcelo Valentino Gomez Cortes, Ettore Stocchino, Francesco Smeragliuolo, Vincenzo Sapia, Ciro Lo Muscio, Antonio Dello Russo.
A questi si aggiungono quelli della lista ancora più lunga dei morti "nelle mani dello Stato", come dice l'Associazione A buon diritto, cioè dei morti in carcere o in stato di fermo com'è successo recentemente a Emanuel Scalabrin, morto in una cella di sicurezza della Caserma dei CC di Albenga. E fra questi i 13 detenuti morti durante la rivolta nel carcere di Modena (vedi l'appello del Comitato di verità e giustizia e vedi anche l'articolo di Lorenza Pleuteri).
Se si fa una ricerca anche solo approssimativa sulle notizie reperibili sul web riguardanti i casi di brutalità praticata da operatori di tutte le polizie si ottengono migliaia di risultati che si confondono con casi di corruzione, di "malepolizie" e ovviamente si tratta sempre solo di ciò che è stato scoperto. Il caso della caserma dei Carabinieri di Piacenza è emblematico ma alquanto simile ad altri casi in cui la pratica di brutalità e torture si sovrappone sempre a corruzione e vera e propria attività criminale.
È del tutto plausibile pensare che tali casi siano ancora più numerosi visto che la scoperta è sempre difficile poiché gli autori di tale genere di brutalità fanno parte di cerchie sociali e professionali autoreferenziali che legittimano tali comportamenti come socialmente e moralmente giusti e non semplicemente per "spirito di corpo". Come scrive Sergio Segio sul sito del Comitato per la Verità e la Giustizia sulle morti nelle carceri (dirittiglobali.it): "Le mele marce che hanno partecipato alla spedizione punitiva che, secondo la locale Procura, ha massacrato e torturato i detenuti del carcere di Santa Maria Capua Vetere il 6 aprile 2020, erano circa 300. Non si ha notizia di mele sane che si siano rifiutate di partecipare, che abbiano tentato di impedire il pestaggio organizzato o che, non riuscendoci, abbiano poi denunciato l'accaduto". In altre parole, si può dire che tali fatti sono abituali come comportamenti banali, anche perché in genere sono raramente impediti e puniti, al contrario prevale sempre la quasi certezza dell'impunità accordata ai carnefici.
Lo si era visto già in occasione delle violenze e torture contro chi si opponeva al G8 di Genova. Ci sono voluti oltre 15 anni di processi e infine la sentenza della Cassazione e della Corte europea per arrivare alla condanna ma solo di alcuni dei responsabili e autori di tali pratiche. Come ricorda il dott. Enrico Zucca il sabotaggio dell'indagine giudiziaria fu sistematico e ciò persino da parte degli allora dirigenti del tribunale di Genova. In realtà la mattanza di Genova fu la prima grande operazione del nuovo corso violento della gestione della sicurezza liberista. 20 anni dopo possiamo dire con certezza che l'ordine di massacrare i manifestanti e persino suore, anziani e ragazzi era tassativo: stroncare a ogni costo l'opposizione alle scelte dei dominanti e all'ordine liberista. Ed è la stessa logica che dopo ha prodotto centinaia di vittime anche nel quotidiano delle carceri, del controllo del territorio, dell'imposizione violenta da parte di caporali spesso lasciati fare da parte delle polizie garantendo così il lavoro super sfruttato o da neo-schiavi e a rischio di incidenti mortali.
La diffusione della violenza poliziesca come di quella dei caporali e del super sfruttamento è emblematica dell'attuale contesto in cui s'è imposta la sicurezza del dominio liberista che quindi nega la protezione delle vittime delle vere insicurezze che sono appunto il risultato dell'assenza di tutela dell'incolumità e dei diritti fondamentali dei dominati. E non è casuale che l'orientamento del governo Draghi non fa che confermare la scelta di un sicuritarismo che protegge solo i dominanti: di fatto solo misure a favore di dispositivi repressivi, per l'aumento delle forze di polizie e nessuna previsione di rafforzare la prevenzione, il personale socio-sanitario nelle carceri come fuori, gli ispettorati del lavoro e gli ispettorati Asl e Inail. Quindi nulla per la protezione delle vittime di abusi, violenze e persino torture e nulla per istituire una istituzione effettivamente indipendente per la sorveglianza delle attività di tutte le polizie, cioè per abolire l'impunità sinora sempre accordata alle forze repressive. Police partout justice nulle part diceva Victor Hugo nel suo celebre discorso al Parlamento francese. E ancora oggi: sempre più risorse per le polizie e la sicurezza liberista e sempre meno protezione e tutele per i deboli.
di Conchita Sannino
La Repubblica, 4 luglio 2021
L'ispettore Crocco è uno dei 52 indagati per i pestaggi a Santa Maria Capua Vetere il 6 aprile 2020: "Alcuni detenuti hanno confermato che intervenni per difenderli". "Non so come nacque quella "perquisizione", so che ci trovammo in istituto i colleghi del Gruppo speciale di supporto che venivano da fuori. Era impossibile arginare ciò che stava avvenendo. Ci ho provato, in più occasioni ho tentato di evitare dei colpi ai detenuti. Alcuni dei carcerati possono raccontarlo. E dai filmati si vede che cerco di sottrarne alcuni alle percosse. Ma a un certo punto, quando nella concitazione di quei momenti, alcuni colpi hanno preso anche me, ho dovuto fermarmi. Sono cardiopatico, ho subito un'operazione a cuore aperto anni fa. Ho prodotto al giudice tutta la mia documentazione sanitaria".
Parla con Repubblica l'ispettore Giuseppe Crocco, attraverso il suo avvocato Dezio Ferraro. Piccole crepe si aprono, nell'inchiesta sulla mattanza in carcere che, il 6 aprile 2020, ha oltraggiato lo Stato a Santa Maria Capua Vetere. Ma quella dell'indagato Crocco è una voce diversa dalle altre, a leggere le carte. L'ispettore, scrive il gip Sergio Enea, "è stato pressoché l'unico ad essersi fattivamente attivato per contenere l'escandescenza dei suoi sottoposti, intervenendo più volte energicamente", circostanza riscontrata dalle dichiarazioni di alcuni detenuti. Il gip, esaminando video e dichiarazioni delle vittime, sottolinea: "Il detenuto Pasquale Bottone lo riconosce come colui che lo ha protetto, il detenuto Pasquale Luca sottolinea che è stato l'unico che non lo ha picchiato". Evidenzia che "Crocco ferma il pestaggio sul detenuto Luigi Fumo" e che, "anche quando intima ai reclusi di volgere la faccia verso il muro, dai filmati si evince che è l'unico che prova a fermare i suoi colleghi che pestano". Ed è anche "l'unico - scrive sempre il gip - tra gli ispettori di quel Reparto", a non realizzare carte false ex post per coprire le spalle ai colleghi. Cioè: "A non sottoscrivere quella nota del 6 aprile in cui è stato falsamente rappresentato che i detenuti avevano opposto resistenza". Frasi che fanno da contraltare alle condotte di vertici, come il provveditore Antonio Fullone, che dinanzi all'autorità giudiziaria presenta relazioni e foto di cui - per i pm - conosce la falsità. E che servirebbero a giustificare surrettiziamente quelle violenze sulle cui indagini si è attivata la macchina del depistaggio da parte del comandante del Gruppo speciale Pasquale Colucci.
Così, Crocco è la anomala figura dell'indagato che guarda, che cerca di salvarne alcuni, che torna a guardare, che evita colpi a un altro, che si ferma accanto a uno che piange. E alla fine è bloccato da un collega che gli dice: pensa a te. Ha 52 anni e la famiglia nel Casertano. Crocco sembra ancora sotto choc per lo scandalo. La Procura aveva chiesto il carcere anche per lui, ma il giudice - pur di fronte alle accuse che restano gravi: concorso in torture, lesioni e maltrattamenti - ha attenuato la sua posizione disponendo l'obbligo di dimora. E l'ispettore ha reso una lunga dichiarazione spontanea al gip. "Ero molto provato - dice - perché questa vicenda non appartiene alla mia storia e al mio legame con la divisa, e perché, da cardiopatico, non riuscivo a reggere. In più occasioni, come gli atti dimostrano, ho cercato di evitare che i detenuti prendessero colpi".
Ma chi erano questi suoi colleghi? E perché agivano come picchiatori? Che ordini avevano avuto? "Erano determinati, questo posso dire". Interviene il legale: "Per rispetto della magistratura che sta compiendo accertamenti, Crocco ripete ciò che in coscienza ha voluto dire al gip". Ovvero: noi operatori di Santa Maria abbiamo visto arrivare i colleghi del Gruppo di supporto, (costituito anche da colleghi di Secondigliano e guidati da Colucci, ndr) e abbiamo saputo che si doveva procedere a perquisizione". L'avvocato Ferraro ricorda che "alcune vittime hanno testimoniato che l'ispettore Crocco in più casi li ha coperti o sottratti ai colpi".
Ma perché non ha denunciato? Aggiunge Ferraro: "Il mio assistito non può andare oltre. Ma è agli atti che mentre lui provava a evitare che alcuni venissero picchiati, alcune manganellate hanno colpito proprio Crocco. E alcuni gli hanno detto: fatti i fatti tuoi". Saprebbe riconoscerli? "No. Gli operatori provenienti dall'esterno avevano il casco integrale", ricorda l'avvocato. "No", ripete Crocco, inedita figura di quelle ore della vergogna, con la divisa dei picchiatori e il cuore a rischio delle vittime.
di Susanna Ronconi*
dirittiglobali.it, 4 luglio 2021
Marco Boattini, Salvatore Cuono Piscitelli, Slim Agrebi, Artur Iuzu, Hafedh Chouchane, Lofti Ben Masmia, Ali Bakili, Erial Ahmadi, Ante Culic, Carlo Samir Perez Alvarez, Haitem Kedri, Ghazi Hadidi, Abdellah Ouarrad. Morti a seguito delle lotte dell'8 e 9 marzo 2020. Per otto di loro, questione archiviata. Così ha deciso il Giudice Andrea Salvatore Romito del Tribunale di Modena, con ordinanza del 16 giugno 2021, nonostante parti civili, Garante nazionale e associazione Antigone. Questi ultimi non ammessi, a sancire che la difesa dei diritti di chi è detenuto non è rilevante, e chi se ne occupa non c'entra ("soggetti privi della qualifica di persone offese in riferimento ai reati ipotizzati").
Un'archiviazione contro cui, per più di un anno, in tanti abbiamo lottato. E che continuiamo, con ragione e tante ragioni, a non accettare. Perché le responsabilità dell'Amministrazione penitenziaria e della catena di comando balzano agli occhi dai verbali, dalle dichiarazioni, dalle testimonianze, dalle inadempienze, dalle parole di quei detenuti - gli unici che davvero rischiano per la verità - che non sono stati creduti o nemmeno ascoltati. Polizia penitenziaria (non proprio uno sguardo terzo e imparziale che non ha bisogno di riscontri...) e Polizia di Stato bastano e avanzano, per la ricostruzione dei fatti ("Relazioni redatte dalla Polizia penitenziaria e dalla Squadra Mobile della Questura modenese, ben sintetizzate nella richiesta in esame; e ad esse, pertanto, in ragione della accuratezza della struttura storico-narrativa e delle caratteristiche della presente fase procedimentale, pare lecito operarsi integrale riferimento"). Insomma, non servono altri riscontri. Le tante testimonianze sulle violenze ai danni dei detenuti sono voci rese mute, tacitate.
Ma anche volendo dire che la morte è sopraggiunta per overdose da farmaci e la violenza nulla conta - e noi non lo vogliamo dire, perché questo aspetto della vicenda, la violenza, doveva e deve essere oggetto di indagine - ciò che viene archiviato e su cui incredibilmente si rinuncia a indagare è comunque il fatto, così evidente, che la morte non è stata per overdose ma per omissione di soccorso. E per totale incuria per la tutela della vita dei detenuti, alcuni imbarcati in lunghi viaggi verso altre carceri senza visite mediche degne di questo nome, senza accertamenti.
Al Sant'Anna, la morte di Hafedh Chouchane, da sola, avrebbe dovuto garantire il prosieguo del procedimento: portato da alcuni compagni, preoccupati per le sue condizioni, davanti agli agenti sofferente ma ancora in vita, doveva e poteva essere soccorso ("in data 08.03.2020 ... alle ore 19:30 circa, durante la protesta dei detenuti, che hanno invaso l'intero istituto, alcuni detenuti non identificati trasportavano il nominato in oggetto fino al passo carraio interno della portineria centrale dell'istituto perché non stava bene, lasciandolo in terra"). Se di metadone si è trattato, allora il tempo dell'overdose è un tempo lungo, al contrario di quanto accade con l'eroina, e c'è tutto il modo di intervenire. L'antidoto per gli oppiacei, il naloxone, agisce in pochi secondi. Invece, dopo 50 minuti, un medico ne certifica la morte. È rimasto rantolante là, davanti al passo carraio del carcere, per 50 minuti. Chi non ha fatto ciò che doveva fare, in quei 50 minuti? E perché non c'era un piano di pronto intervento conoscendo il rischio overdose a seguito dell'appropriazione di una così ingente quantità di farmaci oppioidi? Una domanda ovvia, come ben spiega qui, nella sua intervista, l'avvocato Luca Sebastiani, tenace difensore di Hafedh Chouchane.
Ma il giudice di Modena non se ne cura. Ecco comparire, a protezione e tutela di agenti, medici, amministrazione, il rischio eccentrico. Che cos'è? Si tratta, per farla breve, di una gerarchia di cosa è importante e cosa no, in questo caso si afferma che la rivolta è un fatto eccezionale e abnorme, che la prima cosa da fare è sedarla e che in tutto ciò non c'è tempo per vedere se qualcuno sta morendo e, in questo caso, soccorrerlo. E poi insomma, se la sono voluta. ("interruzione del vincolo protettivo gravante sul garante a fronte di condotte, assunte volontariamente dal soggetto tutelato (sic!), connotate, sotto i profili soggettivo e oggettivo, da imprevedibilità ed abnormità rispetto all'area della tutela approntata dalla norma genetica dell'obbligo"). Una rivolta, un fatto abnorme in un carcere? Davvero? In conclusione, "l'opposizione formulata dai familiari di Chouchane Hafedh, pertanto, deve essere rigettata per insussistenza di alcuna ipotesi di responsabilità in capo ai soggetti intervenuti nel processo gestionale della sommossa". Con buona pace della Procura e del Tribunale di Modena, però, la cosa non finisce qui. Si va alla Corte Europea, e sarà una battaglia dura. La Corte Europea interviene laddove la giustizia nazionale non abbia fatto giustizia. E il giudice di Modena non l'ha fatta.
*Comitato Verità e Giustizia per i morti in carcere
di Giuseppe Salvaggiulo
La Stampa, 4 luglio 2021
Per Procura e gip i nove decessi dopo la rivolta sono stati causati da overdose di farmaci. "Le ferite? Lievi e irrilevanti". Ma ora sei detenuti raccontano di "pestaggi di massa e commando di agenti". E una perizia denuncia: indagini carenti.
Due esposti che denunciano pestaggi, testimonianze su violenze e mancati soccorsi, una consulenza scientifica sulle autopsie riaprono il caso Modena, facendo ipotizzare che in quel carcere, nel marzo 2020, dopo una "grave rivolta" sia accaduto qualcosa di più rispetto alla "semplice" morte di nove detenuti causata da "overdose di metadone e di sostanze psicotrope", come finora ricostruito nella prima inchiesta recentemente archiviata dal gip su richiesta della Procura.
Una seconda inchiesta della Procura di Modena è aperta sui pestaggi. Alcuni detenuti sono stati interrogati. I fatti, così come ricostruiti dalla Procura, risalgono all'8 marzo. La mattina viene ufficializzato il primo caso di positività al Covid. Alle 13 comincia la rivolta: saccheggi, incendi, tentativi di evasione. Alle 16 viene assaltata l'infermeria, i detenuti "riempiono forsennatamente sacchi per l'immondizia con quantitativi ingenti di farmaci che poi riportano in sezione". Le infermiere si rifugiano sotto un letto.
Seguono "colluttazioni e risse" tra detenuti per accaparrarsi compresse di psicofarmaci distribuite "come caramelle" e flaconi di metadone bevuti "a canna". Alcuni vengono portati fuori "in stato di apparente coma", rianimati o ricoverati in ospedale in una situazione da "emergenziale assimilabile alla medicina da campo da guerra". In serata, a rivolta non ancora sedata, su 546 detenuti ne vengono trasferiti 417. Nove muoiono: cinque a Modena (tre la stessa sera, due il 10 marzo); gli altri nelle ore successive al trasferimento: a Verona, Alessandria, Parma, Ascoli. Sei tunisini, un marocchino, un moldavo, un italiano. Procura e gip riconducono le morti alla "massiccia, incongrua e fatale assunzione di metadone".
Ininfluenti escoriazioni ed ecchimosi su schiena, braccia, gambe, labbra e occhi, in quanto "superficiali, di limitate dimensioni e comunque compatibili con contusioni" nelle risse tra rivoltosi. Incolpevoli agenti e medici. Messa così, pare "una storia semplice". Però parenti delle vittime, associazione Antigone e Garante dei detenuti si oppongono, per ora invano, all'archiviazione. Rilevano "gravi lacune, carenze e incongruenze investigative", contestano la "apodittica" ricostruzione della Procura, denunciano la mancanza dei referti medici. Di più. Per conto del Garante, l'anatomopatologa Cristina Cattaneo (già impegnata nei casi Yara e Cucchi, tra gli altri) evidenzia "diverse carenze documentali".
Contesta che sul cadavere di Ghazi Hadidi "non è stata erroneamente compiuta l'autopsia", a dispetto di "un trauma contusivo al volto di non scarsa entità" con perdita di due denti. Che per la Procura dipende da una malattia gengivale; per la Cattaneo no, perché c'era sangue fresco in bocca. Si chiede dunque "se non vi fosse stato anche un trauma encefalico", domanda "senza risposta in assenza di autopsia". E su Arthur Iuzi scrive che "l'apparente modestia delle lesioni cutanee lascia spazio al dubbio che vi sia stata una successione tale di colpi da produrre lesioni cerebrali che possono evolvere verso il peggio".
Ma "anche in questo caso il dubbio non può essere fugato" senza autopsia. Mancano anche i video delle telecamere interne, perché durante la rivolta fu staccata la luce. Dunque di quanto accaduto a sera e nella notte nulla si sa. Fino a quando sei detenuti trasferiti da Modena non inviano in Procura due esposti.
Cinque detenuti italiani raccontano di aver "assistito ai metodi coercitivi" degli agenti di polizia penitenziaria: "ripetuti spari ad altezza uomo, cariche a colpi di manganelli di detenuti palesemente alterati" e in overdose. "Noi stessi dopo esserci consegnati spontaneamente senza aver opposto resistenza siamo stati privati delle scarpe, picchiati selvaggiamente e ripetutamente e fatti oggetto di sputi, minacce, insulti e manganellate. Un vero pestaggio di massa" proseguito "sui furgoni a colpi di manganelli durante il viaggio verso Ascoli" e poi il giorno dopo in cella "con calci pugni e manganellate ad opera di un commando".
Nell'altro esposto, un detenuto marocchino ora a Forlì racconta che la sera della rivolta, nel carcere di Modena, chi si consegnava doveva passare tra due file di agenti della polizia penitenziaria. "Io volevo solo andarmene perché avevo paura. Sono uscito con le mani in alto. Nonostante ciò, alcuni agenti mi hanno bloccato. Poi mi hanno portato in sorveglianza, sdraiato e picchiato violentemente con calci pugni e manganelli", al pari di un detenuto tunisino, "nonostante fosse ammanettato e fermo.
Ho provato a protestare per lui, ma gli agenti mi dicevano "stai zitto e abbassa la testa" e per aver parlato venivo nuovamente picchiato. A un certo punto il tunisino mi cadeva addosso. Non rispondeva. Gli agenti cominciavano a prenderlo a botte per farlo svegliare", prima di portarlo via "come un animale, trascinandolo fuori. Ricordo il corpo che strisciava a terra. Non so dove sia stato portato". All'esposto sono allegati i referti della visita medica successiva al trasferimento a Forlì, con "vistoso ematoma frontale e mani tumefatte, lussazioni e fratture".
La Procura dovrà riscontrare la fondatezza di questi racconti. Destinati a non rimanere isolati. Segnalazioni arrivano ancora a Garante, associazioni e avvocati. "Siamo stati massacrati, tutte le piastrelle erano piene di sangue", ha raccontato al TgR Rai dell'Emilia Romagna un detenuto sotto garanzia di anonimato, confermando i pestaggi prima dei trasferimenti, nel momento in cui si doveva passare "in un corridoio di quindici metri" con i poliziotti incappucciati sui due lati "che mi hanno dato tante di quelle botte che ho pensato di morire".
di Nello Trocchia
Il Domani, 4 luglio 2021
La ricostruzione creata ad arte dai responsabili del pestaggio nel carcere attribuisce alla reazione dei carcerati il ferimento di alcuni agenti penitenziari durante la perquisizione del 6 aprile 2020. Due medici della azienda sanitaria locale hanno firmato referti falsi, tutti uguali fra loro, dopo visite sommarie, nei quali si specifica che i traumi sono legati al "contenimento" da parte degli agenti. Per completare il piano di depistaggio, gli agenti hanno ottenuto referti per mostrare che erano stati aggrediti. In realtà, le lesioni erano localizzate sulle mani: si erano feriti picchiando i detenuti.
Sul brutale pestaggio nel carcere di Santa Maria Capua Vetere del 6 aprile 2020, il ministero della Giustizia ha creduto anche a un'altra falsa ricostruzione, relativa alla resistenza dai detenuti. Secondo questa versione, la reazione dei carcerati causati il ??ferimento di alcuni penitenziari durante la perquisizione straordinaria, disponibile dal provveditore Antonio Fullone. Fullone, che oggi è indagato e interdetto, è rimasto in sella fino a lunedì scorso, quando il giudice Sergio Enea ha disposto, su richiesta della procura di Santa Maria Capua Vetere, 52 misure cautelari ai danni di agenti penitenziari e della catena di comando.
"Nelle operazioni in questione taluni resistenze hanno resistenza. Dodici, in particolare, sono stati individuati e rapportati disciplinarmente", ha risposto in aula il sottosegretario alla Giustizia Vittorio Ferraresi lo scorso 16 ottobre. Ma c'è stata davvero una resistenza? La circostanza risulta soltanto dai documenti elaborati poche ore dopo il pestaggio dalla catena di comando del carcere con l'obiettivo non solo di depistare, ma anche di attribuire a uno sparuto gruppo di detenuti la responsabilità di una resistenza con traumi riportati dai poliziotti penitenziari.
La complicità dei medici - La strategia era molto semplice e aveva bisogno del contributo anche dei medici della locale azienda sanitaria per essere eseguito in modo efficace. Per quindici detenuti sono stati emessi referti senza contatto, o con un contatto minimo, con il medico, e le testimonianze raccolte confermano che la procedura usata era "totalmente in una visita medica seppure somma". Lo conferma anche il fatto che i referti firmati dai medici erano tutti uguali. La visita è stata raccontata con dovizia di particolari da diversi detenuti, quelli accusati di avere picchi di resistenza e per questo brutalizzati e rispetto a più violenza agli altri.
"Un dottore è venuto giù alla matricola che stava con loro e faceva... "trauma cranico, lesione alla fronte", scrivi. Ciao ciao", ha raccontato un detenuto ai pubblici ministeri. Nessuna visita, solo uno sguardo a distanza. Le testimonianze confermano questa procedura. "Avevo sangue che mi colava dappertutto, qua sopra, qua... tutto sfondato", dice un detenuto. Prima del medico che faceva i referti a occhio passava l'ispettore per minacciare i carcerati: "Una parola: non passate parola e siete morti; stasera siete morti!". Chi ha protestato è stato picchiato anche davanti al medico, raccontano i testimoni.
Il "contenimento" - Cosa c'era scritto in questi referti? Contenevano tutti la stessa dicitura relativa a traumi derivanti dal "contenimento da parte del personale di polizia penitenziaria". Insomma, i detenuti hanno fatto resistenza e da lì discendono i traumi riportano. Per la resistenza detenuti i sono stati denunciati. Tutto falso sia la presunta resistenza, sia le relazioni nelle quali vengono ricostruite le responsabilità dei detenuti, secondo la procura.
"Alla luce delle sicure risultanze video e documentali della dinamica del 6 aprile 2020, era del tutto evidente che nessuna resistenza fosse stata attuata da parte loro, essendo stata già ricevuta la loro sorte, ossia il pestaggio, verosimilmente più di altri", scrive il giudice Sergio Enea. Il medico, indagato per falso ideologico, è in servizio presso l'Asl di Caserta. Non ha rotto la catena del silenzio che ha riportato una storia, dove nessuna figura si è opposta a quanto accaduto, firmando riferiti con "mendace origine causale lesionite", scrive la procura che ne aveva chiesto i domiciliari. La misura è stata bocciata dal giudice, sulla base del fatto che, anche se sommarie, le visite mediche sono state effettuate e gli antidolorifici effettivamente somministrati.
Non è l'unico indagato. Dovrà rispondere di falso anche un altro medico sempre in servizio nell'azienda sanitaria di Caserta, che risulta essere l'estensore materiale dei certificati medici dei detenuti. Il quadro accusatorio della procura è chiaro. Da una parte, i medici avrebbero sottoscritto quindi referti falsamente "rappresentativi di fatti e diagnosi inesistenti", così da firmare atti pubblici non veritieri sia in merito alla genesi delle lesioni, sia per quanto riguarda la negatività al Covid-19 dei soggetti. Dall'altra, i falsi avrebbero contribuito a occultare i reati commessi dagli agenti agevolando anche la commissione del delitto di calunnia. I medici rispondono solo di falso, ma secondo i magistrati, guidati da Maria Antonietta Troncone, aggiunto Alessandro Milita (pm Daniela Pannone e Alessandra Pinto) con questi referti hanno agevolato gli agenti che hanno costruito la calunnia contro i detenuti accusandoli di aver resistito con violenza alla perquisizione.
I referti dei poliziotti - La seconda fase del meccanismo riguarda i poliziotti penitenziari che vanno al pronto soccorso per ottenere un referto. Se ci sono i detenuti denunciati per resistenza, per rendere la scena credibile occorre che ci siano anche delle vittime: gli agenti. I medici riscontrano traumi di ogni genere, ma tutti localizzati sui punti del corpo con i quali avevano sferrato i colpi: mani, braccia, gambe, dita. Praticamente si sono fatti male picchiando. I referti sono 31 e per 19 agenti è scattata la denuncia per falso, oltre che per gli altri reati, perché hanno attribuito le ferite alle violenze commesse dai detenuti e non a quelle che loro stessi avevano commesso. La regia del pestaggio non aveva considerato la prontezza dei carabinieri, prima nel sequestrare i video, fonte di prova indispensabile, e poi attraverso consulenze medico-legali per accertare i segni delle violenze sui giorni attraverso perizie effettuate dieci dopo il 6 aprile. I corpi, a distanza di tempo, continuavano a riportare i postumi del pestaggio: nasi rotti, deficit uditivi, lesioni, traumi.
di Michele Serra
La Repubblica, 4 luglio 2021
Chi si domanda come mai la questione dei diritti personali abbia assunto tanto peso politico, magari a scapito della macro-questione del lavoro, dovrebbe leggersi il manifesto dei sovranisti europei, firmato da Meloni e Salvini a nome del 40 per cento (mamma mia!) degli elettori italiani.
Questo manifesto, con parole di invidiabile chiarezza, dispone che il futuro degli europei rinneghi il disordine imposto da un imprecisato radicalismo delle élite, e ritorni all'ordine già indicato dal fascismo e qui riverniciato come "valori tradizionali": Dio, Patria, Famiglia, che non sono esattamente new entry. Il Dio dei cristiani, la Nazione senza contaminazioni "mondialiste", la famiglia tradizionale contrapposta a ogni altro genere di con-fusione. Chi non rientra nel triplice assetto, non rompa le scatole. Se gli va bene, rimarrà zitto e buono nel suo angolino. Se si ribella, verrà tacciato di "attività antipatriottiche" e finirà nei guai.
A parte lo spavento che molteplici minoranze (religiose, politiche, sessuali) sono legittimate a provare, visti i precedenti novecenteschi e le attuali cose turche, ungheresi e polacche, è evidente che questo è uno scontro che investe in pieno la società nel suo complesso: dunque le maggioranze. È lo scontro tra la democrazia così come la intendiamo, e un modello autoritario che pretende di escludere ciò che non è conforme. Così come il fascismo, il neofascismo sovranista, quando parla di lavoro, può perfino dire qualcosa "di sinistra". Ma quando parla della vita delle persone, divide in modo drastico, drammatico. E ci aiuta a capire meglio perché a sinistra si parla tanto della libertà delle persone.
di Lorenzo Rosoli
Avvenire, 4 luglio 2021
Le immagini scattate da Margherita Lazzati. In dialogo con passi delle interviste raccolte fra quanti "abitano" lo storico istituto di pena. Dal 5 al 10 luglio in mostra alla Società Umanitaria. "Il carcere a Milano è San Vittore. Lo capisci solo quando ci metti i piedi dentro". Parola di Giacinto Siciliano, direttore della casa circondariale di piazza Filangieri. Uno che in carcere ci è entrato non solo con i piedi ma con la testa, il cuore, la vita. Chi volesse comprendere cosa c'è dentro - dentro le parole di Siciliano, dentro la realtà di San Vittore, dentro la vita dei suoi "abitanti" - ora ha un'occasione preziosa: la mostra "San Vittore quartiere della città" che si svolge da lunedì 5 a sabato 10 luglio alla Società Umanitaria di Milano.?L'esposizione mette in dialogo le fotografie scattate da Margherita Lazzati nei primi sei mesi del 2019 fra le mura dell'istituto di pena intitolato a Francesco Di Cataldo con passi delle interviste coordinate da Laura Gaggini e raccolte fra quanti "abitano", per lavoro o per passione civile e spirituale, il carcere di San Vittore. Immagini e interviste: sono questi i due "polmoni" del progetto "Il carcere: quartiere della città", promosso dall'associazione "Verso Itaca", che ha coinvolto un gruppo di biografi formati alla Lua-Libera Università dell'Autobiografia. Grazie a loro sono state raccolte più di 50 interviste. "Il filo che tiene insieme il progetto è l'idea che il carcere sia un quartiere della città dove uomini e donne si sono trovati a vivere gli uni accanto agli altri per passione, per scelta, per errore o per imprevedibili circostanze della vita. E l'obiettivo è quello di collocare questo quartiere ricco di umanità nel cuore della città esterna", spiega Carla Chiappini dell'associazione "Verso Itaca".
Nella mostra all'Umanitaria le interviste sono distribuite su quattro pannelli; 14 le foto esposte. "A San Vittore, con l'autorizzazione del direttore Siciliano e il costante accompagnamento della vicedirettrice Elisabetta Palù e di un ispettore, ho fotografato celle, gallerie, cortili, mura e orizzonti ristretti - racconta Lazzati -. Al centro della città, luoghi che alla città sono sconosciuti. A differenza delle fotografie che ho presentato fino a oggi, qui non si vedono quasi mai persone. È una mostra che parla degli spazi fisici, obbligati, che le persone vivono. Detenuti, polizia penitenziaria, operatori e volontari non compaiono, ma sono i veri protagonisti di questi luoghi".
Margherita Lazzati da dieci anni collabora come volontaria al Laboratorio di lettura e scrittura creativa di Opera. "Amo moltissimo fare i ritratti. Ed evitando ogni retorica, mi piace "dare visibilità" a chi non l'ha. Come ho fatto nel 2015 fotografando gli homeless e le architetture dell'Expo - ricorda Lazzati. Dal 2016 ho l'autorizzazione per fotografare a Opera. Che però è una casa di reclusione. E lì ho ritratto sia le persone detenute, sia i volontari. Mentre San Vittore è una casa circondariale. Dunque: è un luogo di passaggio, un "porto di mare", dove sono rinchiuse persone in attesa di giudizio, che poi magari verranno assolte, e questo ti turba terribilmente...". Ecco, dunque, la scelta: niente volti. Solo luoghi.
"Ho avuto piena libertà di fotografare ovunque. Nessuna censura. Il mio - chiarisce Lazzati - non è un reportage di denuncia: è un racconto. La denuncia e la presa di coscienza, casomai, devono nascere da chi legge le testimonianze e vede fotografie come quella della cella allestita per mamme che devono tenere con sé il loro bambino... Questa mostra è stata esposta per la prima volta, fra il gennaio e il febbraio del 2020, nel IV Raggio di San Vittore, quello utilizzato durante la guerra per gli ebrei e i detenuti politici. Mai il IV Raggio aveva ospitato esposizioni. Ora la mostra arriva all'Umanitaria. Per la prima volta fuori dal carcere. Come "liberata".
E attendo con trepidazione le reazioni di chi la visiterà. Temo che questo tempo di pandemia abbia reso la gente ancora più intollerante verso il mondo del carcere, verso un'umanità che durante l'emergenza Covid ha conosciuto fatiche e sofferenze drammatiche. È questa umanità, con i suoi luoghi di vita, che vogliamo restituire alla città. Come quartiere fra i quartieri. Come persone tra le persone".
"San Vittore, quartiere della città" è il titolo della mostra ospitata dal 5 al 10 luglio nel Chiostro dei Glicini della Società Umanitaria di Milano (ingresso da via San Barnaba 48; orario 8,30-20). La mostra, nella quale le foto scattate da Margherita Lazzati dialogano con le interviste agli "abitanti" di San Vittore raccolte dai "biografi" guidati da Laura Gaggini, è realizzata con la collaborazione della Galleria l'Affiche ed è espressione del progetto "Il carcere: quartiere della città". Quattordici le foto esposte, 10 verticali e 4 orizzontali, formato 90 per 120 centimetri. L'inaugurazione: lunedì alle 18,30. Con Lazzati e Gaggini interverranno Carla Chiappini ("Verso Itaca"), il direttore di San Vittore Giacinto Siciliano e l'ex direttore dello stesso istituto, Luigi Pagano.
I contatti per le visite guidate - Il progetto "Il carcere: quartiere della città" è promosso dalla associazione "Verso Itaca Aps", assieme alla casa circondariale milanese di San Vittore, e ha il sostegno della Fondazione Cariplo. Alla sua realizzazione hanno collaborato: Auser, Centro Nazionale di Ricerche e Studi Autobiografici Athe Gracci, Progetto Ekotonos e Quartieri Tranquilli con il patrocinio della Camera Penale di Milano. Per visite guidate alla mostra ospitata dal 5 al 10 luglio all'Umanitaria: Laura Gaggini (331.4435314); Galleria l'Affiche (02.86450124).
di Jacopo Storni
Corriere Fiorentino, 4 luglio 2021
Tentativi di suicidio e ogni giorno atti di autolesionismo fra i detenuti: 700 solo nel 2020. Giovedì scorso l'ultimo tentativo di suicidio da parte di un detenuto. E ogni giorno si verificano almeno due episodi di autolesionismo (700 nel 2020). Questa è la realtà di Sollicciano, dove anche gli agenti "si sentono abbandonati" e dove nonostante i piccoli e lenti interventi strutturali è sempre emergenza, su più fronti: troppi detenuti, pochi agenti. Tanto caldo, pochi ventilatori e docce non in tutte le celle.
Ore 9 di giovedì scorso, carcere di Sollicciano. Mentre alcuni detenuti escono per l'ora d'aria e altri vanno a lavorare, lui esce dalla cella e va in bagno. Porta con sé un lenzuolo e una lametta da barba. Nessuno se ne accorge. Entra in bagno, controlla che non ci sia nessuno e si lega il lenzuolo attorno al collo. Stringe forte, vuole morire, ma non ci riesce. Allora prende la lametta, si taglia la gola. Sanguina, urla. Accorre un agente. Trova il detenuto, uno straniero di 40 anni, riverso sul pavimento. Chiama i soccorsi, il detenuto viene portato a Torregalli, dove si trova in prognosi riservata.
Ancora un tentato suicidio a Sollicciano. E ogni giorno almeno due episodi di autolesionismo. "Soltanto nel 2020 ci sono stati oltre 700 casi di autolesionismo", ha detto il garante regionale dei detenuti Giuseppe Fanfani. C'è chi lo fa per disperazione, chi per ricattare gli agenti. Che non sempre riescono ad arginare il disagio mentale. Sono pochi, troppo pochi. Il piano penitenziario ne prevede 750, invece sono 550. Proprio ieri, gli agenti del sindacato Uil penitenziari hanno scritto alla direzione: "Il personale di polizia si sente abbandonato a se stesso, estraneo nel proprio ambiente lavorativo".
I detenuti, invece, sono molti di più rispetto alla capienza regolamentare. Ce ne potrebbero stare 490, sono invece 650. Da anni si parla di sovraffollamento, ma poco o nulla è cambiato. Ultimamente, grazie alla riapertura del reparto femminile a Pisa, molte donne sono state trasferite. Ma il reparto maschile è sempre troppo pieno.
Anche per questo il cappellano dell'istituto don Vincenzo Russo ha scritto una lettera al Corriere Fiorentino, pubblicata ieri, per dire che "di anno in anno le condizioni peggiorano senza che nessuno faccia niente". E come tutte le estati torna il problema della temperatura in cella. Quasi quaranta gradi. I ventilatori? Non ci sono per tutti.
Quanto alle risorse per migliorare Sollicciano, tre anni fa il capo dell'Amministrazione penitenziaria, in visita a Firenze, aveva promesso 3 milioni. Seguirono altri 4 milioni dalla Regione. Obiettivo: una doccia in ogni cella, nuovi tetti impermeabili anti infiltrazioni, triplicazione dei passeggi esterni, nuova cucina.
Cosa è stato fatto? Qualcosa. Le docce? Solo nel 20 per cento delle celle. I passeggi esterni? Solo 6 su 13 sono stati ampliati. La nuova cucina sì, quella c'è. E sono in corso i lavori per la ristrutturazione delle facciate, del tetto, delle caldaie. Mentre è in arrivo la gara per gli impianti di risparmio energetico. "Qualcosa è cambiato - conferma con toni positivi il garante provinciale dei detenuti Eros Cruccolini - Sono in corso interventi che porteranno benefici, tra questi la direttrice ha concesso telefonate tutti i giorni ai detenuti, e inoltre saranno realizzati 400 metri quadrati per strutture di formazione e lavoro".
E poi c'è il problema degli educatori, soltanto 5 per quasi 700 reclusi. Non ultimo, la direzione vacante del carcere, che negli ultimi anni ha visto avvicendarsi numerosi direttori. Attualmente la carica è ricoperta da Antonella Tuoni, direttrice anche dell'adiacente Gozzini. Entro autunno, fanno sapere dal dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, dovrebbe essere nominato il nuovo direttore. Tra i candidati c'è la stessa Tuoni.
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