di Alberto Figliolia
tellusfolio.it, 5 luglio 2021
Fotografie di Margherita Lazzati; interviste biografiche coordinate da Laura Gaggini. I gradini consunti, consumati dall'uso di migliaia e migliaia e migliaia di passi dolenti nel corso dei decenni. Gradini e passi; ogni passo un pezzo di storia: drammatica, feroce forse e nel contempo di nostalgia per ciò che poteva essere e non è stato, di rabbia, rimpianto e rimorso (un tragico rimbalzo di r). Con una prospettiva dall'alto, straniante: una persona di spalle e un volto, di fronte, sfumato. Una porta a sbarre - rettangoli di duro silenzio - separa i due esseri umani; oltre, un'altra porta su cui campeggia la scritta DOCCIA. Siamo all'interno della Casa circondariale di San Vittore.
L'immagine è quella della locandina della mostra "San Vittore quartiere della città" (in collaborazione con Galleria L'Affiche di Milano), fotografie di Margherita Lazzati e interviste biografiche coordinate da Laura Gaggini. La mostra sarà ospitata dalla storica Società Umanitaria, nel Chiostro dei Glicini (ingresso da via San Barnaba 48, Milano), dal 5 al 10 luglio (orario 8:30-20).
"Il carcere a Milano è San Vittore. Lo capisci solo quando ci metti i piedi dentro", è un'affermazione di Giacinto Siciliano, attuale suo direttore nonché già reggente della Casa di reclusione di Opera.
Fra le altre fotografie: l'atrio, vuoto di presenze, che pare abbia un'aura spirituale, con i riflessi della luce a piovere sulle piastrelle, un anelito quasi empatico a lenire la sofferenza e la pena del luogo; una piccola cella (uno scatto a colori), arredata come un piccolo monolocale, e l'esiguità dello spazio non riesce a celare la cura con cui si tenta di riallestire una parvenza di domesticità familiare, con la saggezza del riciclo e lo sfruttamento di ogni possibilità permessa dal pur angusto ambiente (non compaiono persone, ma la suggestione è forte); il lungo corridoio con le celle aperte (un piccolo grande segnale di speranza?); il cortile, con elementi della imponente struttura architettonica, costruita nella logica del panopticon.
"Il progetto "Il carcere: quartiere della città" ha incontrato e ascoltato le storie delle persone che abitano questo particolare quartiere della città, che lo frequentano per lavoro o per passione civile e spirituale, per poche o per tante ore al giorno e alla settimana. Un gruppo di biografi formati alla LUA - Libera Università dell'Autobiografia e coordinati da Laura Gaggini ha raccolto più di cinquanta interviste che sono state registrate, sbobinate e successivamente sottoposte ai protagonisti per eventuali correzioni. Queste storie di vita fanno da cornice a una mostra fotografica realizzata da Margherita Lazzati, che ha raccolto immagini dei luoghi del Carcere di San Vittore", recita il comunicato stampa.
Margherita Lazzati, volontaria da una decina di anni nel Laboratorio di lettura e scrittura creativa nel Carcere di Opera fondato oltre cinque lustri or sono dalla poetessa Silvana Ceruti, si muove con rarissima sensibilità umana ed estetica all'interno di un ambiente quale il carcere, con il suo carico esistenziale così arduo da affrontare e da capire. I suoi scatti sanno raccontare quel tessuto invisibile, quell'intreccio inestricabile di varia umanità, e lo fanno con una potente e naturale pietas e con una resa formale mai forzata, bensì perfetta nella sua spontaneità sentimentale. Una costruzione, nel segno dell'oggettività, che è documento sociale e, insieme, effetto d'arte, processo intellettuale.
"Nel Carcere di San Vittore, con l'autorizzazione del Direttore Giacinto Siciliano e il costante accompagnamento della Dottoressa Elisabetta Palù, ho fotografato celle, gallerie, cortili, mura e orizzonti ristretti. Al centro della città, luoghi che alla città sono inconsapevolmente sconosciuti. A differenza delle fotografie che ho presentato fino a oggi, qui non si vedono quasi mai persone. È una mostra che inevitabilmente parla degli spazi fisici, obbligati, che le persone vivono. Detenuti, polizia penitenziaria, operatori, volontari... non compaiono, ma sono i veri protagonisti di questi luoghi", felicemente sintetizza la Lazzati.
"Il filo che tiene insieme questo progetto è l'idea che davvero il carcere sia un quartiere della città dove uomini e donne si sono trovati a vivere gli uni accanto agli altri per passione, per scelta, per errore o per imprevedibili circostanze della vita. E l'obiettivo è quello di collocare questo quartiere ricco di umanità nel cuore della città esterna", la chiosa di Carla Chiappini dell'Associazione Verso Itaca APS.
Una mostra da vedere, per comprendere, per andare oltre i muri: quelli fisici e quelli del pregiudizio. Sotto il cielo siamo tutti fratelli, con le nostre disparate (e anche disperate) storie, e temporanei ospiti del pianeta che rotola nello spazio. Che sia anche questa una prigionia non saputa? O, al contrario, è una metafora, un'idea della libertà cosmica, altrove, del riscatto attraverso il cuore e il pensiero? Ciò che è possibile anche all'interno di un carcere, mentre fuori la vita continua a scorrere, pronta sempre a riprenderti nel suo generoso grembo.Per organizzare visite accompagnate è possibile rivolgersi a: Laura Gaggini, cell. 3314435314, o a Galleria l'Affiche, tel. 0286450124.
di Concetto Vecchio
La Repubblica, 5 luglio 2021
Il leader di Iv: "Il Pd vuole solo una bandierina, sono stato io a firmare per le unioni civili". "Falso. È vero il contrario: siamo gli unici a volerlo salvarlo. L'ipocrisia di chi urla sui social ma sa che al Senato non ci sono i numeri è la vera garanzia dell'affossamento della legge. Se andiamo sotto su un emendamento a scrutinio segreto, questa legge è morta e ne riparliamo tra anni. E quanti ragazzi gay soffriranno per la mancanza di questa legge? Voglio evitare questo rischio.
Ma per fare le leggi servono i voti dei senatori, non i like degli influencer. Chi vuole una legge trova i numeri, chi vuole affossarla trova un alibi"
Ma il compromesso in questo caso è la via maestra?
"La questione è sempre la stessa, il contrasto tra massimalisti e riformisti. I massimalisti fanno i convegni, i riformisti fanno le leggi. Preferisco un buon compromesso a chi pensa di avere ragione solo lui ma non cambia le cose".
I suoi avversari temono che così non se ne farà nulla...
"Io ho firmato le Unioni Civili. E l'ultima sera prima della decisione di porre la fiducia ci fu una polemica sulla stepchild adoption. Chi si fidava dei grillini ci assicurava che avrebbero votato a favore"
E come andò?
"Io non mi fidai e dopo aver parlato col primo ministro (omosessuale) del Lussemburgo, il mio amico Xavier Bettel, misi la fiducia togliendo la stepchild. E meno male! I grillini nella notte fecero marcia indietro e la legge fu approvata coi voti di Verdini. Grazie a quella legge da cinque anni migliaia di persone dello stesso sesso possono sposarsi. Se non avessimo fatto un compromesso oggi in Italia ci sarebbero meno diritti"
Cosa chiedete di cambiare?
"A me interessa che ci sia una buona legge. La proposta di Scalfarotto, firmata anche da Zan, elimina i punti controversi su identità di genere e scuola. Può essere un punto di caduta. L'importante è non affossare la legge: a scrutinio segreto la legge rischia molto. Anche nei gruppi Pd Cinque Stelle potrebbero mancare voti, è il segreto di Pulcinella"
Le richieste di Italia viva coincidono con quelle della destra...
"Non sapevo che le femministe - che chiedono di eliminare identità di genere - fossero di destra. Ma comunque se la destra vota a favore di una legge del genere significa che è una destra europea. Meglio una destra che assomiglia alla Merkel di una destra che assomiglia a Orban".
Il Pd vi attacca e Salvini applaude. Non è in imbarazzo?
"Il Pd deve decidere: vuole una bandierina anche a costo di condannare una generazione di ragazze e ragazzi gay a non avere tutele o preferisce una legge? Io non avrei dubbi. E vero che per tanti anni i dirigenti dem hanno preferito il consenso identitaria al compromesso politico: infatti fino a che non sono arrivato io, nessuno ha fatto la legge sulle unioni civili. Proponiamo di votare gli emendamenti di Scalfarotto, non quelli di Pillon".
Ma perché allora l'avete votato alla Camera?
"Perché lì c'erano i numeri. Noi siamo a favore della Zan. Ma se al Senato non ci sono i numeri preferisco fare una buona legge modificando qualcosa. In Italia, come noto, c'è ancora il bicameralismo: finché non cambia la costituzione, il voto del Senato serve. Se poi vogliamo abolire il bicameralismo, io sono favorevole da sempre. Ci ho perso la poltrona per quella battaglia, non ho cambiato idea".
Il ddl Scalfarotto fu già bocciato dal centrodestra. Che senso ha?
"Deve chiederlo alla destra. Noi siamo sempre dalla stessa parte. E non solo Ivan Scalfarotto ma anche Lucia Annibali e Lisa Noja alla Camera hanno dato una grande mano. Come pure stanno facendo tutti i colleghi deputati e senatori. L'attività parlamentare non è scontro ideologico ma nobile e faticoso compromesso. Nel tempo della cancel cultur e della dittatura social figuriamoci se mi sfugge la difficoltà di fare ragionamenti del genere"
Davvero pensate che una volta approvato al Senato con le modifiche possa passare con la fiducia alla Camera?
"Eviterei di coinvolgere il Governo con la fiducia. Se ci sono modifiche concordate, alla Camera si approva in terza lettura in venti giorni. Preferisco aspettare venti giorni con una buona legge che far saltare tutti e dover aspettare altri dieci anni"
Nel Pd pensano che lei voglia sganciarsi dal centrosinistra. È così?
"Il Pd in questi mesi ha scelto una strategia suicida, immolandosi per Conte sia nella vicenda crisi che su Draghi che nelle ultime discussioni in casa grillina. Forse i nostri amici del Nazareno potrebbe occuparsi di più della loro miope visione anziché attaccare noi che non ci svendiamo a un progetto fallimentare come quello pentastellato".
Farebbe un accordo con la destra sul Colle?
"Anche con la destra, certo. Il sogno è sempre quello di eleggere un Presidente della Repubblica con un consenso amplissimo. In questa elezione, per di più più, la destra ha il 45% dei grandi elettori, quindi sarà sicuramente al tavolo. E meno male che bel 2019 abbiamo tolto i pieni poteri al Salvini del Papeete: fossimo andati a votare allora - come volevano alcuni dirigenti anche del Pd - ora dovremmo eleggere un Presidente sovranista".
Chi è il suo candidato al Colle?
"Al Colle non ho candidati, ma solo un Presidente per volta. Ora si chiama Sergio Mattarella: tutti noi abbiamo la responsabilità di rispettarlo e aiutarlo. Dei nomi parleremo a febbraio 2022"
Il governo reggerà alla crisi del M5s?
"Si. Draghi sta lavorando benissimo, il pil migliora, la fiducia cresce, l'Italia va. Il Governo regge. Credo invece che i Cinque Stelle non reggeranno al Governo Draghi: la crisi di gennaio ha prodotto un quadro politico nuovo e per me il Movimento e finito. Quando l'ho detto in una intervista a Repubblica tre mesi fa mi hanno preso per pazzo, ora mi sembra che si stiano convincendo in tanti".
Crede alla mediazione Conte-Grillo?
"Mi sembra una tregua di corto respiro. Torneranno a litigare dopo le amministrative. Ma non è un mio problema. Anche perché non discutono di idee diverse ma solo di chi debba comandare: puro potere".
di Giacomo Puletti
Il Dubbio, 5 luglio 2021
Proposte modifiche agli articoli 1, 4 e 7 del disegno di legge, quelli contestati sia dal centrodestra sia dal Vaticano. Giorni caldissimi per la discussione in commissione Giustizia al Senato del ddl Zan, la legge contro l'omotransfobia già approvata alla Camera e che sta aspettando l'ultimo via libera da palazzo Madama. Dopo la nota verbale del Vaticano in cui la Santa sede chiedeva espressamente modifiche ad alcuni articoli del disegno di legge, il dibattito si è polarizzato più di quanto non fosse già e coinvolge principalmente il segretario del Pd, Enrico Letta, che propone di votare la legge così com'è, e quello della Lega, Matteo Salvini, che chiede modifiche.
In mezzo c'è Matteo Renzi, che con il suo partito sta cercando di trovare un punto di caduta proponendo modifiche agli articoli 1, 4 e 7, quelli più contestati. Italia Viva ha proposto un emendamento che avvicina il testo del ddl Zan a una proposta di legge contro l'omotransfobia che aveva presentato nella precedente legislatura il deputato Ivan Scalfarotto. Nella formulazione originale del ddl Zan, l'articolo 1 parla di discriminazioni "sul sesso, sul genere, sull'orientamento sessuale, sull'identità di genere o sulla disabilità". Nella proposta dei renziani i motivi di discriminazione previsti sarebbero più semplicemente quelli "fondati sull'omofobia o sulla transfobia".
Iv chiede poi di sopprimere l'articolo 4, quello accusato da destra di mettere un bavaglio alla libertà d'espressione, con il senatore di Italia Viva, Davide Faraone, che spiega che la libertà d'espressione è giù tutelata in Costituzione e non servono ulteriori provvedimenti. C'è poi l'articolo 7, quello che istituisce la giornata nazionale contro l'omofobia, contestato dalla Chiesa e sul quale Italia Viva propone di aggiungere la frase "nel rispetto della piena autonomia scolastica", andando incontro alle richieste del Vaticano. Gli emendamenti di Italia Viva saranno discussi in commissione la prossima settimana, poi si tenterà un'ultima mediazione che, se finirà con un nulla di fatto, porterà alla calendarizzazione e al voto segreto in Aula. Voto che secondo i renziani potrebbe affossare la legge e per questo "è meglio un compromesso che faccia arrivare in fondo la legge". Ma lo stesso Zan ha ricordato che alla Camera, pur con il voto segreto, la legge "è stata approvata a larga maggioranza, anche da pezzi di centrodestra" aggiungendo che "questa non è una legge su cui si possa fare qualsiasi mediazione, perché stiamo parlando dei diritti umani".
di Vanessa Ricciardi
Il Domani, 5 luglio 2021
Dopo le immagini della guardia costiera libica che spara a un'imbarcazione di migranti con una motovedetta donata dall'Italia, è arrivato in parlamento il decreto sulle missioni internazionali: il governo ha deciso di aumentare i fondi, sia diretti a supporto della guardia costiera libica sia alle missioni italiane ed europee in mare che cooperano con l'apparato militare libico. "Il governo deve spiegare quali sono le reali intenzioni dietro l'aumento di questi fondi - dice Paolo Pezzati di Oxfam - e i parlamentari devono porre dei limiti perché questo non significhi cooperare con i respingimenti dei migranti". L'occasione sarà prossima, mercoledì il ministro degli Esteri Luigi Di Maio e il ministro della Difesa Lorenzo Guerini sono stati già convocati in parlamento in audizione per illustrare il decreto.
Dopo le immagini della guardia costiera libica che spara a un'imbarcazione di migranti con una motovedetta donata dall'Italia, è arrivato in parlamento il decreto sulle missioni internazionali: il governo ha deciso di aumentare i fondi, sia diretti a supporto della guardia costiera libica sia alle missioni europee in mare che cooperano con l'apparato militare libico. "Il governo deve spiegare quali sono le reali intenzioni dietro l'aumento di questi fondi - dice Paolo Pezzati di Oxfam -, e i parlamentari devono porre dei limiti perché questo non significhi cooperare con i respingimenti dei migranti".
I conti - La verità è contenuta nelle schede delle missioni internazionali che il governo ha approvato in via definitiva il 17 giugno ma che sono giunte alle Camere solo il 30. L'approvazione era stata discussa e nei giorni scorsi più voci dal Partito democratico e di Liberi e uguali si sono levate contro le intenzioni non ancora dichiarate dell'esecutivo.
Il governo ha infatti deciso di destinare 500 mila euro in più nel 2021 per sostenere le attività della guardia costiera libica, che sono così arrivati a 10,5 milioni: la missione ha l'obiettivo di supportare "le autorità libiche preposte al controllo dei confini marittimi ai fini della prevenzione e repressione dei traffici illeciti via mare". In particolare, la missione prevede l'impiego di personale della Guardia di finanza in Libia per l'addestramento di personale appartenente alle Istituzioni Libiche preposte al controllo dei confini marittimi e il mantenimento in esercizio delle unità navali appartenenti al naviglio libico.
Le altre missioni - Il punto però non è solo quello. Oxfam lancia l'allarme sulle altre missioni: per le missioni navali nel Mediterraneo è stato registrato un aumento di 17 milioni rispetto al 2020 per la missione Mare Sicuro e 15 milioni per Eunavfor Med Irini: "Nessuna - sottolinea Pezzati - ha compiti di ricerca e soccorso in mare".
Irini, la missione europea, si legge nei documenti, tra le altre cose, oltre al contrasto del traffico illegale di armi, ancora una volta contribuisce allo sviluppo delle capacità e alla formazione della marina libica, inclusa la Guardia costiera. In particolare "nei compiti di contrasto in mare, in particolare per prevenire il traffico e la tratta di esseri umani", un compito "svolto in alto mare" ma anche "nel territorio, comprese le acque territoriali, della Libia o di uno Stato terzo ospitante vicino della Libia". Inoltre sostiene "l'individuazione e il controllo delle reti di traffico e tratta di esseri umani attraverso la raccolta di informazioni e il pattugliamento in alto mare effettuato con mezzi aerei, nel teatro dell'operazione convenuto".
Il dispositivo aeronavale Mare Sicuro, italiano, si occupa di sorveglianza e protezione delle piattaforme dell'Eni ubicate nelle acque internazionali prospicienti la costa libica, e "svolge compiti di sorveglianza e sicurezza marittima nel Mediterraneo centrale, allo scopo di assicurare adeguate condizioni di sicurezza in mare operante in area, il supporto alla missione bilaterale di assistenza e supporto in Libia". Le unità navali impiegate in Mare Sicuro dovranno operare per "protezione delle unità navali nazionali impegnate in operazioni di ricerca e soccorso (Sar)".
Frasi che prendono un'altra luce dopo che le Ong hanno filmato come la cosiddetta guardia costiera libica abbia cercato di colpire e speronare un'imbarcazione di migranti, o ancora prima come ne abbia fermate altre picchiando le persone a bordo, o peggio ancora dopo i mancati soccorsi libici che continuano ad accrescere il numero di morti nel tratto di mare che separa la Sicilia dalla Libia.
Spiega Pezzati: "Ci sono stati aumenti molto importanti alle missioni navali collegate alle attività per le missioni in mare. Ci sono tre missioni nel Mediterraneo e non ci preoccupiamo se non di intercettare, mentre non ci sono fondi per i salvataggi". L'unica missione in Libia ad essere stata tagliata - da 47,9 milioni a 46,8 - è Miasit, che fornisce supporto sanitario e umanitario, e in parte anche formazione e addestramento sia in Italia sia in Libia. Il comando della missione è schierato a Tripoli e il Comandante è il colonnello Roberto Vergori, mentre la dipendente Task Force "Ippocrate", che include l'ospedale da campo, è schierata a misurata, e di recente, come rivelato da Domani, è stata al centro di un braccio di ferro diplomatico.
In totale, le missioni collegate alla Libia - in Mediterraneo e direttamente riferite alla Libia, senza aprire il capitolo dei paesi confinanti - pesano sul bilancio dello stato per oltre 207 milioni, mentre l'anno scorso avevano raggiunto i 177 milioni. Quello che chiede la Ong è chiaro: "A pochi giorni dalla discussione parlamentare sul rinnovo delle missioni militari italiane all'estero, - si legge in una nota diffusa da Oxfam - chiediamo perciò ai partiti di maggioranza di interrompere immediatamente gli stanziamenti per il 2021 diretti alla Guardia Costiera libica, che solo quest'anno ha intercettato e riportato in un paese non sicuro il triplo dei migranti, rispetto allo stesso periodo dello scorso anno".
Inoltre "è necessaria - aggiunge Pezzati - una revisione delle missioni che contengono iniziative legate alla sua formazione e al suo supporto. Quello che serve è un cambio deciso di approccio, una gestione diretta dei flussi e non la mera chiusura delle frontiere delegata a paesi come la Libia o la Turchia". L'occasione per discuterne sarà prossima, mercoledì il ministro degli Esteri Luigi Di Maio e il ministro della Difesa Lorenzo Guerini sono stati già convocati in parlamento in audizione per illustrare il decreto.
di Paolo Borgna
Avvenire, 4 luglio 2021
Il punto centrale, per comprendere le responsabilità politiche di quanto è accaduto nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, sta in una domanda che Vincenzo R. Spagnolo rivolge al membro del Csm Sebastiano Ardita nell'intervista pubblicata da "Avvenire" il 2 luglio.
Quando il 16 ottobre 2020 il ministro Bonafede riferisce in Parlamento su quanto avvenuto in quella struttura, definendo l'operato della polizia penitenziaria una "doverosa operazione di ripristino di legalità", sono trascorsi già sei mesi dal momento in cui carabinieri e pm avevano sequestrato i video della "mattanza".
di Franco Corleone*
dirittiglobali.it, 4 luglio 2021
Orrendo massacro. Così la Procura della Repubblica ha definito il pestaggio nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, parole forti come quelle usate da Massimo D'Alema per Bolzaneto: macelleria messicana. Parole forti, necessarie ma non sufficienti.
La ministra Marta Cartabia ha efficacemente denunciato il "tradimento della Costituzione" e ha parlato di "oltraggio alla dignità della persona dei detenuti". L'interrogativo è il che fare perché si sa tutto ma non si fa nulla.
di Luca Covino
open.online, 4 luglio 2021
Samuele Ciambriello è il Garante dei diritti dei detenuti per la Regione Campania. Da anni le segnalazioni che raccoglie in dossier sulle condizioni nelle carceri del territorio sono spesso inascoltate. Lo abbiamo intervistato sui fatti di Santa Maria Capua Vetere che hanno portato sotto inchiesta 52 agenti di polizia penitenziaria per i pestaggi e le sevizie avvenute nell'istituto il 6 aprile 2020, dopo le proteste dei carcerati per i timori di contagio da Covid nella struttura.
Dietro "all'offesa alla Costituzione" e al "cortocircuito" che la vicenda ha provocato a livello istituzionale, ci sono i depistaggi rilevati dall'inchiesta, un clima di "avversione" verso i 44 detenuti su 292 che "hanno avuto il coraggio di denunciare". Un'atmosfera che crea silenzi e approccio "cinici" nel Paese rispetto alla questione della rieducazione. Portando chi "sconta i suoi sbagli a vivere in un clima forcaiolo".
Sono anni che denuncia le condizioni nelle carceri campane, ma non cambia nulla. Perché?
A partire dalla questione del sovraffollamento, sono anni che riceviamo sanzioni dalla Corte europea dei diritti dell'uomo. Manca una riforma dell'ordinamento penitenziario da 10 anni e il tema viene affrontato con una distanza tra quello che è lo stato attuale degli istituti e ciò che dovrebbero essere secondo la Costituzione e le buone pratiche di rieducazione. Il cambiamento non avviene perché la politica e gli ultimi ministri della Giustizia hanno avuto un approccio cinico e pavido. Non trattano questi argomenti perché considerano il carcere una risposta semplice a bisogni concreti. Dal punto di vista sociale e culturale, sulle carceri c'è un clima negativo nel Paese.
Perciò abbiamo aspettato un anno e mezzo per vedere quei filmati?
Le indagini sono partite a ridosso dei fatti e dei filmati si sapeva già da giugno. Lo stesso quotidiano Domani scriveva dell'esistenza delle immagini già dallo scorso ottobre. I maltrattamenti e i depistaggi di quei giorni hanno creato un cortocircuito tra Roma e chi pensava di rimanere impunito. Poi, come emerge dalle stesse chat degli agenti al vaglio degli investigatori, tutti hanno capito che era accaduto qualcosa di terribile. Non si tratta di un gioco delle parti, ma il clima forcaiolo da "gettiamo la chiave" sulle carceri ha contribuito a malintesi e silenzi dannosi tanto quanto gli avvenimenti del 6 aprile 2020.
Poi ci sono i depistaggi. Tra questi, stando alle carte della Procura, emergono foto utili a simulare la presenza di armi rudimentali nelle carceri.
La presenza di armi, come fornellini e spranghe, dovevano fungere da attenuante all'operato. È importante segnalare che diversi agenti si sono ribellati al depistaggio fatto con le foto scattate dai loro colleghi. Cose del genere contribuiscono a dinamiche che spostano l'attenzione dalla necessità di rinnovamento del sistema carcerario. Nel luglio scorso, per esempio, Matteo Salvini in visita a Santa Maria Capua Vetere si rivolse alla stampa dicendo che "se usano coltelli e ti tirano l'olio bollente non puoi rispondere con le margherite".
Dai tabulati delle chat emerge il "Metodo Poggioreale". C'è un preciso modus operandi nella gestione delle tensioni nelle carceri?
Poggioreale è il carcere più grande d'Europa e per ristabilire l'ordine le guardie applicano il metodo del "branco". Questo intendevano nelle chat. In un qualsiasi carcere d'Italia se sgarri 6 o 7 guardie ti prendono e ti "dicono chi comanda. Per i comuni mortali è sconvolgente vedere gente inerme trattata in quel modo, ma questo è: gli agenti presi dall'esterno rientrano nella logica dell'utilizzo, in caso di rivolte negli istituti, del Nucleo Operativo d'Intervento. Che all'occorrenza raccoglie agenti nel territorio per risolvere scontri delicati. Nel caso di Santa Maria Capua Vetere, il comandante è ai domiciliari.
Come vive chi ha denunciato?
La costrizione in carcere è dura. Delle 292 persone abusate solo in 44, più alcuni familiari che sono andati dai carabinieri, hanno denunciato. Queste persone hanno avuto il coraggio e alcuni di loro sono stati trasferiti in altre strutture per questo. Chi è rimasto lì, invece, vive in un clima avverso. Lo stesso Vincenzo Cacace, alla ribalta della cronaca dopo le accuse poi smentite alla direttrice del carcere, lo ha detto. Lo percepisco ogni volta che sono ritornato in quel carcere. C'è anche chi comprende la necessità di questo coraggio. Agenti della Casa Circondariale di Bologna e di Secondigliano, per esempio, hanno espresso solidarietà ai detenuti e sui social hanno chiesto giustizia per l'oltraggio al vivere civile, oltre che alla divisa. Ma davanti a questa coscienza c'è il fatto che, nello stesso carcere di Santa Maria Capua Vetere, continuano a starci gli agenti inquisisti ma a piede libero. Delle 114 guardie penitenziarie che sarebbero coinvolte, infatti, solo 52 sono stati raggiunti dagli ordini di custodia della Procura.
di Antonella Mollica
Corriere Fiorentino, 4 luglio 2021
L'avvocato Michele Passione, una vita in difesa dei diritti dei detenuti non si stupisce, nemmeno dopo i fatti di Santa Maria Capua a Vetere. "Per cambiare le carceri, cambiamo prima le idee".
Cosa intende per cambiare il senso del carcere?
di Liana Milella
La Repubblica, 4 luglio 2021
Parla il Garante nazionale dei detenuti, Mauro Palma: "L'ex ministro Bonafede non era a conoscenza dei gravi fatti che erano accaduti nella prigione di Santa Maria Capua Vetere. Dopo i pestaggi ho raccomandato io di sequestrare le immagini delle telecamere interne per trasferirle in procura".
di Rosa Carillo Ambrosio
Corriere del Mezzogiorno, 4 luglio 2021
Intervista a Don Raffale Grimaldi, Ispettore generale dei cappellani. "Gestire criticità e sicurezza insieme non è facile, ma certamente non si può assolutamente condividere la violenza gratuita verso persone indifese che già stanno pagando con una pena detentiva per i loro errori commessi". L'efferatezza delle aggressioni ai detenuti di Santa Maria Capua Vetere è condannata con determinazione da don Raffaele Grimaldi, ispettore generale dei cappellani delle carceri italiane.
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