Ristretti Orizzonti, 30 novembre 2021
Il Garante nazionale organizza un workshop rivolto a terzo settore e addetti ai lavori. Martedì 30 novembre, alle ore 9,30, si terrà il workshop dal titolo "La tutela alla salute delle persone migranti sottoposte a misure di trattenimento e rimpatrio forzato", organizzato dal Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà. L'iniziativa è rivolta a tutti gli attori - garanti locali, associazioni, avvocati, personale di polizia, enti gestori - interessati a vario titolo al tema dei rimpatri forzati e del trattenimento delle persone migranti.
A seguito del verificarsi di gravi fatti di cronaca riguardanti la tutela della salute nei Cpr e a due anni dall'organizzazione di un evento simile, il Garante nazionale torna a riflettere sull'argomento per offrire un'occasione di confronto tra istituzioni, operatori e terzo settore.
Il Garante nazionale svolge regolarmente visite tematiche e di follow-up nei Centri per il rimpatrio e monitora a campione con cadenza almeno mensile le operazioni di rimpatrio forzato di cittadini stranieri (dall'inizio di questo anno ha realizzato 5 visite nei Cpr e partecipato a 17 operazioni di rimpatrio forzato). L'Autorità di garanzia ha quindi un quadro complessivo e aggiornato delle problematiche relative alla tutela della salute delle persone trattenute.
Sono molte le criticità che saranno approfondite nel corso del workshop. Si discuterà di problemi infrastrutturali dei Centri nei quali, come rilevano i Rapporti del Garante nazionale, vi sono spesso ambienti insalubri e non soggetti al periodico controllo dell'autorità sanitaria. Una di tali strutture era il cosiddetto "Ospedaletto" del CPR di Torino, chiuso dal Ministero dell'Interno a settembre dopo che il Garante nazionale aveva definito come "trattamento inumano e degradante" l'alloggiamento in quell'area.
Si parlerà della necessità di procedere a un'approfondita verifica della compatibilità del trattenimento con le condizioni di salute delle persone, garantendo l'acquisizione della documentazione sanitaria dalle eventuali strutture di provenienza (Istituti di pena in particolare).
Inoltre, sarà affrontato il nodo degli accordi di collaborazione tra le Aziende sanitarie locali e le Prefetture che in alcuni territori, pur se già sottoscritti, risultano inattuati e pertanto non in grado di assicurare il tempestivo accesso alle cure. Il rafforzamento del coordinamento tra i presidi sanitari interni ai Cpr e la rete dei servizi sanitari è infatti una questione aperta. In particolare, è ancora deficitaria, nonostante le rassicurazioni in merito, l'adeguata presa in carico delle persone affette da disagio mentale e mancano interventi di prevenzione del rischio suicidario.
Una cura per le persone fragili trattenute che deve essere garantita anche una volta fuori dai Cpr, attraverso dimissioni protette come recepito da una recente circolare del Ministero degli Interni in seguito alle raccomandazioni del Garante. L'iniziativa offrirà anche l'occasione per un aggiornamento sui dati sulle persone transitate nei Cpr e in generale su quelle rimpatriate nel 2021. Sarà possibile partecipare online previa registrazione al link: https://garantenpl.confnow.eu/
di Liana Milella
La Repubblica, 30 novembre 2021
"Sennò rischiamo di non avere nessuna legge". Il presidente della commissione Giustizia della Camera è convinto che "arrivare in aula il 13 è un primo passo molto importante". E aggiunge: "È possibile che si dovrà aspettare, ma una volta che il testo è in aula si andrà avanti, e questo è quello che conta".
"Stiamo cercando di fare una legge in cui tutti si possano riconoscere, almeno in parte. È faticoso e non dà buona pubblicità, ma forse così avremo una buona legge". Dice così Mario Perantoni, presidente M5S della commissione Giustizia della Camera dove si sta cercando un difficile compromesso sulla legge per disciplinare il fine vita. Non si parla di eutanasia, ma di "morte medicalmente assistita".
Riccardo Magi di +Europa e Marco Cappato dell'Associazione Luca Coscioni sono critici e si battono per il referendum sull'eutanasia. Inoltre ritengono che la prossima data del 13 dicembre, per l'inizio della discussione in aula, rischi di far slittare il voto sulla legge dopo l'elezione del capo dello Stato. In questa settimana, domani e giovedì, proseguirà la trattativa nelle commissioni Giustizia e Affari sociali sugli emendamenti. Ma il centrodestra resta critico.
La legge sulla "morte medicalmente assistita", che non si può chiamare né eutanasia né fine vita, è un tormentone destinato a dividere comunque la maggioranza. Lei però insiste. Perché?
"Intanto mi permetta di dire che non è il caso di parlare di tormentone: insisto perché ritengo sia un tema che deve essere affrontato e, se possibile, risolto. Parliamo di una legge che si propone di dettare regole su quel drammatico passaggio tra la vita e la morte che talvolta può togliere dignità alle persone ed essere fonte di immani sofferenze. La legge vuole dare dignità alla fine della vita mettendola nelle mani delle persone interessate, mi pare una buona ragione per insistere. E poi sarebbe ora che il Parlamento la smetta di demandare certe questioni alla Consulta o alla magistratura ordinaria".
Dopo la decisione della Consulta ormai del 2019 e le quattro condizioni poste per porre fine a indicibili sofferenze, non le pare che la legge a cui lei sta lavorando sia ancora troppo poco?
"C'è chi dice che si sta facendo troppo, e poi per ogni legge vale il discorso del '...si poteva fare di meglio..', figuriamoci per un testo che lacera le coscienze. A me pare che il testo dia strumenti, fino a oggi negati, per l'autodeterminazione di una persona sofferente. So che questo per molti è troppo poco, ma per altri è moltissimo. Questa materia entra nell'animo di chiunque se ne occupi, anche per i parlamentari che vanno rispettati nelle proprie convinzioni".
I due relatori, Bazoli del Pd e Provenza di M5S, hanno fatto molte concessioni al centrodestra che hanno irritato Magi e Cappato. Erano concessioni proprio necessarie?
"Da Magi e da Cappato mi aspetterei anche condivisione rispetto al contesto nel quale ci muoviamo, che è durissimo, visto che la legge è lì in attesa da anni perché evidentemente in passato il Parlamento non ha voluto farla.... Loro fanno la loro parte politica, lanciati nell'iniziativa referendaria, un bene coinvolgere i cittadini, ma sanno che in Parlamento occorre mediare: non è un tema da portare avanti a colpi di maggioranza".
Per esempio il via libera all'obiezione dei medici non creerà un nuovo caso come per l'aborto?
"Questa legge farà discutere comunque. Non posso che augurarmi che in concreto vi siano persone che comprendano appieno il percorso di sofferenza che spinge un essere umano a chiedere la propria fine, la cronaca non risparmia i racconti di tante vite. Mi pare che anche buona parte della Chiesa abbia ben capito di cosa si sta parlando".
L'impressione - le confesso - leggendo il testo attuale è che vi siano più clausole che non certezze, un iter sofferto che dovrà essere affrontato da chi già ha preso la terribile decisione di porre fine alle sue sofferenze...
"Lo ha appena detto, è una sua impressione. Alcuni passaggi sono necessari per garantire tutti, dal malato, ai suoi cari, ai medici. Ovviamente ci siamo posti il problema di trovare binari entro cui tutto possa essere fatto evitando incertezze normative, ma garantendo a determinate condizioni che chi non vuole più soffrire possa essere aiutato. Sarà un passaggio epocale per l'Italia, per questo sento di dire ai miei colleghi: concentriamoci su questo, non pretendiamo la legge migliore di tutte sennò rischiamo di non avere nessuna legge".
La seduta del 13 dicembre in aula alla Camera a cosa porterà? Solo la discussione generale e poi un rinvio sine die a dopo l'elezione del capo dello Stato?
"Solo? Arrivare in aula è un primo passo ma molto importante! È possibile che si dovrà aspettare ma una volta che il testo è in Aula si andrà avanti, questo è quello che conta".
Ma se il centrodestra non vota alla Camera poi che succede al Senato con numeri diversi? Finisce come la legge Zan?
"Questo è un tema che riguarda tutti e mi auguro che non venga strumentalizzato com'è successo purtroppo con la legge Zan. Noi stiamo lavorando perché il testo trovi la disponibilità ampia proprio per garantire anche un passaggio rapido al Senato. Stiamo cercando di fare una legge in cui tutti si possano riconoscere almeno in parte. È faticoso e non dà buona pubblicità, ma forse così avremo una buona legge".
C'è un altro tema fortemente divisivo per la maggioranza che lei sta trattando, l'ergastolo ostativo, pensa di farcela a chiudere su un testo o anche in questo caso sarà rinvio?
"Sono relatore del testo, ho messo a punto una base di discussione che mi pare possa essere una garanzia di rispetto dei valori ai quali ci richiama la Consulta e al contempo di rigore e fermezza verso chi compie gravi reati di mafia. Spero di farcela".
Però anche in commissione le voci di Caselli e di Di Matteo hanno bocciato aperture e concessioni che suonano come un regalo alla mafia. Per non parlare del no di Maria Falcone al sì della Consulta su una liberazione anticipata anche senza la collaborazione...
"Sono state voci importanti nella fase istruttoria che hanno richiamato con la loro autorevolezza il significato dell'ergastolo ostativo: proprio ispirandosi a loro abbiamo proposto un testo base che non vuole indebolire il presidio dello Stato contro l'illegalità. A breve arriveranno le proposte emendative e poi lavoreremo con il massimo impegno".
di Mario Giropolitologo
Il Domani, 30 novembre 2021
L'Etiopia e il Sudan dovevano segnare la strada di una nuova Africa in cui la società civile non era più oppressa da élite di regime. La guerra in corso si è dimostrata, se possibile, tra le più atroci della storia della regione. Se in Etiopia la crisi attuale non viene disinnescata attraverso il dialogo politico, c'è il serio rischio dell'implosione del paese e della fine di un millenario stato africano. Emirati, Arabia Saudita, Egitto e Israele sono a vario titolo coinvolti nell'azione diplomatica per risolvere le due crisi assieme agli Stati Uniti. Mentre in Sudan c'è uno spiraglio, molto peggio va in Etiopia dove non vi sono per ora aperture di nessun tipo.
Erano parse a tutti due storie di successo che stavano diventando un modello: l'Etiopia e il Sudan dovevano segnare la strada di una nuova Africa in cui la società civile non era più oppressa da élite di regime. Il premier etiopico Abiy Ahmed Ali aveva addirittura vinto il Nobel per la pace nel 2019 dopo aver firmato un accordo definitivo con il paese fratello ma nemico, l'Eritrea.
L'Etiopia stava cambiando con riforme che avevano allentato la stretta precedente. Parallelamente a Khartoum era iniziata una originale collaborazione tra militari e civili per portare il paese in una fase nuova. Ora entrambi i paesi sono candidati al collasso. Un colpo di stato militare il 25 ottobre ha deposto il primo ministro sudanese Abdallah Hamdok e gli altri membri civili del governo di transizione, formato dopo le manifestazioni popolari che avevano rovesciato il regime di Omar al-Bashir due anni fa.
Dal canto suo ad Addis Abeba il primo ministro etiopico ha scatenato una guerra interna contro i tigrini che si erano rifiutati di riconoscere la trasformazione istituzionale del paese. Dopo un anno di combattimenti oggi rischia la sconfitta ma anche di essere giudicato per crimini di guerra, assieme ai leader eritrei suoi alleati.
La guerra in corso si è dimostrata, se possibile, tra le più atroci della storia della regione. Tutta l'area allargata del Corno d'Africa è esplosa come una bomba a frammentazione e rischia di provocare altri danni. L'amministrazione Usa, una volta vicina a entrambi, sta rivalutando i suoi rapporti con i due paesi e cerca di evitare che il conflitto (il quale purtroppo coinvolge già un buon numero di altri paesi) vada fuori controllo. Le relazioni tra Stati Uniti ed Etiopia sono incrinate: l'inviato americano per il Corno d'Africa, Jeffrey Feltman, ha dichiarato giorni fa che le parti belligeranti, forze dell'esercito regolare incluse, stanno commettendo "atrocità diffuse" nel Tigray, assieme a quelle del Tdf tigrino e alle milizie ahmara.
Allarmata da tali sviluppi, Washington ha già imposto una serie di sanzioni all'Etiopia. Il governo etiopico nel frattempo ha dichiarato lo stato di emergenza lanciando un appello a tutti i cittadini di armarsi per respingere il nemico: un'ammissione di totale fallimento.
Se in Etiopia la crisi attuale non viene disinnescata attraverso il dialogo politico, c'è il serio rischio dell'implosione del paese e della fine di un millenario stato africano. Nelle sue dichiarazioni Feltman paventa infatti il "deterioramento dell'integrità dello stato".
Per quanto riguarda il Sudan il golpe pare rientrato ma l'amministrazione Biden mantiene la sospensione dei 700 milioni di dollari di assistenza economica mentre la Banca mondiale pensa se ricominciare con gli esborsi. La comunità internazionale ha chiesto al generale al-Buhran il ritorno del governo dei civili ma l'accordo non soddisfa questi ultimi. La gente continua a manifestare per le strade perché l'esercito lasci il potere e la transizione torni sul binario iniziale di un governo a guida totalmente civile. Gli osservatori internazionali paiono più ottimisti su Khartoum che su Addis Abeba ma ogni previsione è impossibile.
Emirati, Arabia Saudita, Egitto e Israele sono a vario titolo coinvolti nell'azione diplomatica per risolvere le due crisi assieme agli Stati Uniti. Mentre in Sudan c'è uno spiraglio, molto peggio va in Etiopia dove non vi sono per ora aperture di nessun tipo. Mentre le forze tigrine sono a 100 chilometri dalla capitale e il premier Abiy è stato costretto ad andare personalmente al fronte, cresce l'odio etnico. La guerra tra i popoli che formano la federazione etiopica è divenuta talmente distruttiva che pare difficile immaginare un ritorno alla situazione precedente. Gli oromo, alleati dei tigrini assieme ad altre fazioni regionalistiche, hanno dichiarato di voler entrare ad Addis con le armi. Per evitare una deflagrazione totale, la comunità internazionale deve impegnarsi con decisione a fermare lo scontro armato prima che sia troppo tardi.
di Massimiliano Melley
today.it, 30 novembre 2021
Elena Amelina, prigioniera politica in Bielorussia, ha contratto il covid in carcere. Non è stata isolata dagli altri detenuti ed è morta dopo un ricovero in ospedale quando era ormai troppo tardi, senza avere ricevuto alcuna cura mentre era in cella. A raccontarlo, in un evento online tenutosi il 26 novembre, Tatsiana Khomich, sorella della musicista Maria Kolesnikova, una delle donne simbolo dell'opposizione bielorussa insieme alla candidata presidente (esiliata in Lituania) Svetlana Tikhanovskaya. Kolesnikova, nel 2021, ha vinto il Premio Havel dell'Unione Europea e sta scontando una condanna ad undici anni di reclusione. Le forze dell'ordine l'avevano 'accompagnata' alla frontiera con l'Ucraina tentando di costringerla ad attraversare il confine, ma lei si è ribellata strappando il suo passaporto. A quel punto è stata messa in carcere.
Quello di Elena, malata di covid, è solo uno dei casi emblematici della repressione politica e pubblica perpetrata dal despota di Minsk, Aleksandr Lukashenko, impegnato in una guerra contro il suo popolo dopo le contestate elezioni presidenziali dell'agosto 2020 con cui si è riassicurato il mantenimento del potere. Per il 27 novembre è stata proclamata la giornata di solidarietà ai detenuti politici bielorussi, con eventi e flash mob ovunque. A Torino, l'associazione Aglietta ha organizzato una passeggiata a piedi nudi tra il consolato polacco e quello bielorusso, per ricordare il disperato cammino dei migranti (circa quattromila) fatti arrivare a Minsk con voli da Iraq, Siria e Dubai, spesso via Istanbul, con un regime semplificato di 'visti turistici', e poi fatti ammassare al confine polacco per ricattare l'Unione Europea. Una crisi che ha già provocato la morte di una bambina di un anno, anche per il rifiuto categorico della Polonia di accogliere queste persone.
La crisi dei migranti tra Bielorussia e Polonia - Se di Bielorussia, in queste settimane, si parla soprattutto per i migranti, la giornata di solidarietà ai detenuti politici serve proprio a non dimenticare la repressione interna, ancora in atto, che si traduce in rastrellamenti nelle case alla ricerca di simboli 'terroristici' (come l'esibizione del bianco e del rosso, bandiera bielorussa dopo la dissoluzione dell'Urss e prima che Lukashenko la cambiasse), ma anche nella chiusura di canali Telegram e redazioni giornalistiche considerate pericolose per il regime. L'attacco alla libertà politica e di stampa non è mai cessato e, a ricordarcelo, nelle carceri del Paese si trovano 887 prigionieri politici, in continuo aumento.
All'incontro del 26 novembre, organizzato dall'associazione Supolka con Ekaterina Ziuziuk e dalla Federazione Italiana Diritti Umani con Eleonora Mongelli, Tatsiana Khomich ha testimoniato sia l'esperienza della sorella, Maria Kolesnikova, sia in generale dei prigionieri per motivi politici. Al 30 luglio 2021 erano aperti cinquemila procedimenti penali in relazione alle proteste nel Paese. Nel mese di ottobre sono stati effettuati almeno centoquaranta arresti. I perseguitati non sono tutti attivisti: ci sono tantissime persone comuni, tra cui artisti, professionisti, studenti, operai, manager, diversi minorenni e pensionati, oltre naturalmente ai giornalisti dei media non di regime. Non è stata risparmiata nemmeno il Premio Nobel Svitlana Aleksevich, costretta alla fuga in Germania.
La repressione dei dissidenti - "In ottobre - ha detto Tatsiana Khomich - si è avviato il processo con cui diversi canali Telegram e pagine di social network di mass media indipendenti molto popolari saranno dichiarate formazioni estremiste. Sono considerate estremiste anche le chat di vicinato, nelle quali i vicini si scambiano i messaggi. Le persone sono perseguite per l'inoltro o la ripubblicazione o il like di notizie di questi canali, azioni considerate propaganda dell'estremismo, e sono perseguitate penalmente. Recentemente, una coppia sposata ha trascorso più di cento giorni in custodia cautelare in carcere per aver inoltrato i messaggi da un canale considerato estremista l'uno all'altro".
"Di recente - ha proseguito la sorella di Maria Kolesnikova - l'autorità giudiziaria usa spesso gli articoli del codice penale che riguardano la 'diffamazione del presidente', 'l'insulto a funzionari governativi' così come a giudici, procuratori, agenti di polizia. Le pene previste per tali articoli possono arrivare fino a tre anni di reclusione in una colonia penale o prigione".
Le condizioni dei detenuti politici sono pessime, come si è già detto nel caso di Elena Amelina, malata di covid. In generale le celle sono sovraffollate (anche quelle 'di isolamento'), i detenuti non ricevono cure mediche, viene loro di fatto negato il diritto alla corrispondenza e al colloquio con gli avvocati. "I prigionieri politici - ha aggiunto Tatsiana Khomich - hanno limitazioni negli incontri con gli avvocati. Inoltre è diventata una pratica comune per gli avvocati essere vincolati da un impegno di non divulgazione. Gli avvocati che commentano ai media i casi seguiti sono stati privati della licenza. I processi sono spesso tenuti a porte chiuse, il che significa che né i parenti né i media né gli osservatori indipendenti possono assistere alle udienze. E significa che le accuse specifiche non sono note al pubblico".
Quanto agli incontri con gli avvocati, spesso si solgono in stanze nelle quali il legale e il detenuto sono separati da un divisorio cieco, e non è possibile scambiarsi documenti. "Gli incontri con i parenti - ha raccontato Tatsiana Khomich - praticamente non esistono, e ci sono grossi problemi con la ricezione delle lettere". Inoltre il lavoro in carcere è obbligatorio.
La vita in carcere di Maria Kolesnikova - Condannata a undici anni di reclusione dopo che le forze dell'ordine bielorusse l'avevano rapita il 7 settembre 2020 e 'accompagnata' alla frontiera con l'Ucraina (ma lei, strappando il passaporto, ha reso impossibile l'espatrio obbligato), la flautista e direttrice d'orchestra Maria Kolesnikova si trova in carcere a Minsk in regime speciale, in attesa che, il 24 dicembre, venga esaminato il suo ricorso. "Mia sorella - ha detto Tatsiana Khomich - può vedere gli avvocati in quello che lei chiama 'l'ufficio speciale', la stanza con il divisorio cieco. Può fare una doccia alla settimana. In un anno ha visto nostro padre tre volte per un'ora. Raramente le consegnano le lettere e può leggere pochi libri".
Secondo la sorella, Kolesnikova fa parte di quei detenuti politici che vivono il loro status con ottimismo, facendosi forza e trasmettendola a chi si trova in libertà. "Ma è normale - ha aggiunto Tatsiana Khomich - che non tutti siano così positivi. La maggior parte di loro ha paura di essere dimenticato. Ogni lettera è un momento di felicità per un prigioniero politico. Ma a volte i secondini censurano le lettere oppure non le consegnano come forma di pressione e punizione verso i detenuti".
"Diritti umani deteriorati" - Anche per questo motivo, una delle iniziative più promosse dalle associazioni di diritti umani è quella di scrivere ai detenuti. In Bielorussia come altrove. Per non farli sentire soli nella loro battaglia. "È necessario - ha concluso Tatsiana Khomich - mantenere un'attenzione costante sulla situazione in Bielorussia perché non scompaia dall'agenda internazionale. Le autorità manipolano in modo furbo la situazione per deviare l'attenzione pubblica. Il dirottamento dell'aereo (per arrestare un oppositore, ndr) o la crisi dei migranti sul confine con la Polonia sono la conseguenza del deterioramento dei diritti umani all'interno del Paese".
di Marco Perduca
Il Manifesto, 30 novembre 2021
"Silence = Death" fu lo slogan del collettivo Usa Act up che negli anni '80 lottava perché il Governo Reagan riconoscesse l'esistenza delle persone che vivevano con Hiv/Aids per consentire loro di esser aiutate, e non condannate a morte, per comportamenti che il virus aveva fatto divenire ad altissimo rischio. Il silenzio resta il più potente alleato della conservazione di impostazioni dominanti e sempre più spesso diventa la risposta delle istituzioni di fronte a temi chiamati "eticamente sensibili" che invece hanno a che fare con libertà di scelta e autodeterminazione delle persone. Silenzi imposti a chi critica le istituzioni ma anche alle ricerche e alla produzione di evidenze scientifiche che possono offrire risposte a problemi tanto complessi quanto diffusi nella società.
La VI Conferenza nazionale sulle droghe di Genova, ribattezzata sulle dipendenze e intitolata "Oltre le fragilità", ha finalmente rotto questo silenzio istituzionale. Gli ultimi minuti dell'incontro hanno confermato che se si recuperano al confronto tra competenze fenomeni espulsi o silenziati dal dibattito pubblico è possibile smontare il discorso pubblico che per anni li ha inquadrati in un preciso quadro normativo con le conseguenti sovrastrutture propagandistiche. Onore quindi alla Ministra Dadone per aver rispettato il Testo Unico sulle droghe convocando la Conferenza e per - malgrado un processo preparatorio criticabile e pubblicamente criticato - aver prodotto raccomandazioni che hanno messo in mora un quadro normativo che in 30 anni ha creato molti più problemi di quelli che, in teoria, voleva risolvere. Avendo ascoltato le posizioni di quasi tutti i Ministri coinvolti - gravissima l'assenza ingiustificata di Roberto Speranza - si può dire che, per una volta, la toppa non è stata peggio del buco.
Onore a Dadone anche per aver mantenuto l'impegno di confrontarsi privatamente e pubblicamente con la società civile che da subito l'aveva incalzata perché l'incontro non fosse una passerella di dichiarazioni ma un momento di confronto volto alla ricerca di compromessi in crescita. Anche se ad alcune tra le componenti più attive della "Rete per la riforma delle politiche sulle droghe" non è stata concessa la presenza alla Conferenza, la loro voce è stata ascoltata e, in buona parte, inclusa nel documento finale.
Riprendere le fila di un fenomeno complesso come quello delle "droghe", e che comunque vede nelle "dipendenze" il momento finale della presenza nelle nostre vite di sostanze rese arbitrariamente illecite in tutto il mondo da 1961, non era agevole. Come spiegato dalla ministra, il tempo a disposizione di questo governo non è certo, quindi meglio tardi che mai. La Conferenza non era partita bene, mancava una valutazione dell'impatto di una legge che poggia strutturalmente sul diritto penale, i gruppi di lavoro non sempre erano focalizzati sul tema per cui erano stati convocati, molti "esperti" in divisa o in là con gli anni, scarso ascolto a chi usa e lavora in strada e totale economia degli sviluppi internazionali.
Questa impostazione "fragile", che ha animato dibattiti all'interno della società civile storicamente più proattiva sugli stupefacenti, non ha impedito che i fatti e le esperienze alla fine potessero emergere. Il lavoro di coordinamento del Cnr, grazie spesso a un precariato tanto competente quando disponibile e coinvolto nella buona riuscita dell'incontro, ha garantito la qualità del prodotto finale.
Nel chiudere l'incontro, la ministra ha chiesto di "mettere da parte le ideologie" - una formula di rito che è parso un implicito invito ai suoi più che agli antiproibizionisti che da sempre offrono regole e risposte alternative per togliere dalle maglie penali condotte che non creano vittime e non impattano sulla salute pubblica (due anni di pandemia dovrebbero aver chiarito quale sia la differenza tra sfera personale della salute e quella sociale!).
Il corposo documento finale carico di proposte di buon senso che verrà inviato al Parlamento contiene anche valutazioni relative ai livelli di consenso tra gli esperti e il tasso di fattibilità delle modifiche. Il primo batte spesso la seconda; starà adesso a chi ha a cuore le riforme farsi parte attiva nella ricerca di soluzioni perseguibili pragmaticamente là dove la praticabilità pare minore. In linea con questa impostazione critica della legge, occorre che il Governo non la difenda in Camera di Consiglio l'anno prossimo quando si dovrà decidere sull'ammissibilità del referendum cannabis.
di Simona Musco
Il Dubbio, 29 novembre 2021
L'intervento della Guardasigilli alla "Festa dell'Ottimismo", a Firenze: "Il nostro impegno ridurre i tempi dei processi". Nel campo della giustizia "serve recuperare un senso di fiducia e io lo respiro quando visito le Corti d'Appello. E vedo non solo fiducia ma anche una gran voglia di rinnovamento". Così la ministra della Giustizia, Marta Cartabia, intervenendo alla "Festa dell'Ottimismo", organizzata dal quotidiano "Il Foglio" a Firenze.
di Simona Musco
Il Dubbio, 29 novembre 2021
Convocata per mercoledì prossimo una sessione di discussione generale in commissione Giustizia. Il Parlamento risponde all'appello del Presidente Sergio Mattarella, riavviando la discussione sulla riforma del Csm. Il primo dicembre è infatti prevista una sessione discussione generale in Commissione Giustizia, così come richiesto dai deputati Pierantonio Zanettin (Forza Italia) e Enrico Costa (Azione). A confermarlo il presidente della Commissione, Mario Perantoni (M5S), secondo cui è necessario arrivare all'elezione del prossimo Consiglio, prevista a luglio 2022, con "un nuovo sistema elettorale che sostituisca quello attuale che ha favorito la spartizione correntizia dei seggi".
di Alessandro Parrotta
Il Dubbio, 29 novembre 2021
Il tempo potrebbe essere il criterio utile per valutare il peso che assume la mancata collaborazione. Su spinta della Giurisprudenza europea, la Consulta interveniva con la pronuncia del 15 aprile u.s. - la n. 97 del 2021 - sancendo l'incompatibilità dell'attuale disciplina che regola l'accesso alle misure premiali per quei soggetti sottoposti all'art. 4 bis ordinamento penitenziario e che si rifiutino di vestire il ruolo di collaboratori di giustizia.
di Marino Longoni
Italia Oggi, 29 novembre 2021
Tutti i governi degli ultimi vent'anni hanno tentato di accorciare i tempi della giustizia, scontrandosi però con le lobby di avvocati e magistrati. Ma questa volta ci sono di mezzo i fondi del Recovery plan e le opposizioni potrebbero non riuscire a far deragliare una riforma che è una delle priorità richieste da Bruxelles.
di Andrea De Lia
rivista.camminodiritto.it, 29 novembre 2021
La Cassazione con la sentenza n. 33743 del 10 settembre 2021 è intervenuta a seguito della sentenza n. 253/2019 della Corte costituzionale sugli oneri incombenti sul detenuto per reati ostativi in difetto di collaborazione con la giustizia ai fini della concessione dei permessi premio.
Con la sentenza n. 33743 del 2021 (udienza 14 luglio 2021 - deposito 10 settembre 2021) la Prima Sezione della Corte di Cassazione (Pres. Iasillo - Rel. Magi) è intervenuta sul tema della concessione dei permessi premio in favore dei detenuti per reati ostativi (art. 4 bis ord. pen.) non collaboranti con la giustizia (art. 58-ter ord. pen.), a seguito della nota sentenza della Corte costituzionale n. 253/2019. In particolare, l'interessato aveva visto rigettata la propria istanza di concessione dal Magistrato di Sorveglianza, con decisione poi confermata in sede di reclamo dal Tribunale.
Il detenuto, condannato all'ergastolo per omicidio e associazione a delinquere di cui all'art. 416-bis c.p., aveva visto rigettate le proprie richieste in quanto - ad avviso dei giudici di merito - non aveva fornito elementi idonei a dimostrare l'assenza di pericolo di ripristino dei propri collegamenti con la consorteria criminale di riferimento.
Talché, sul presupposto di tale omissione, non era stata attivata neppure la procedura prevista dalla legge, con il coinvolgimento degli organi deputati alla verifica delle condizioni per la concessione del permesso premio. Il tutto sebbene il detenuto avesse rappresentato la regolarità della propria condotta carceraria, del percorso trattamentale seguito, il lungo presofferto, l'assenza di carichi pendenti, l'avvenuta concessione della liberazione anticipata. Avverso la pronuncia di rigetto, il detenuto, dunque, aveva proposto ricorso per Cassazione, affidato a plurimi motivi. La Cassazione, allora, nell'accogliere il ricorso ha ripercorso le statuizioni della Consulta, giungendo a statuire, tra l'altro, che sull'interessato grava un mero onere di allegazione, e non di prova, che si estrinseca nella prospettazione di circostanze di massima che possono consentire al giudice di approfondire la questione della carenza di collegamenti attuali o potenziali tra il detenuto e associazioni criminali, evidenziando come un onere più pregnante si tradurrebbe in una inammissibile "prova negativa".
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