di Giovanna Vitale
La Repubblica, 6 luglio 2021
Letta: mi assumo la mia responsabilità, se si cambia la norma verrà affossata. Poi dice no allo scrutinio segreto. E richiama Italia viva alla coerenza. Si gioca ormai sul filo dei nervi la battaglia in Senato sul ddl Zan, attesa oggi a uno snodo cruciale. Alle 11 si riunirà il tavolo dei capigruppo di maggioranza presieduto dal leghista Andrea Ostellari per tentare un'ultima mediazione sugli emendamenti che le forze politiche decise a modificare il testo (Italia viva, Lega, Forza Italia) si sono scambiati informalmente nei giorni scorsi. Poi, nel pomeriggio, l'Aula sarà chiamata a votare il calendario di palazzo Madama, con l'inserimento della legge nei lavori del 13 luglio.
Molto dipenderà dall'incontro del mattino, dove l'asse Renzi-Salvini-Tajani spingerà per arrivare a un compromesso sugli articoli 1, 4 e 7, espungendo i punti più controversi. Ovvero ogni riferimento all'identità di genere, ai reati di opinione, alle iniziative contro l'omotransfobia nelle scuole. Passaggio che alle orecchie di Pd, M5S e Leu suona però come "una trappola", un modo per prendere altro tempo e accompagnare le norme contro i crimini d'odio su un binario morto. E perciò determinati ad andare dritti alla conta in Aula, la prossima settimana, "dove ognuno dovrà assumersi le sue responsabilità".
Soprattutto Italia viva, che dopo aver detto sì a Montecitorio, ha pensato bene di smarcarsi, sollecitando correzioni in linea con quelle del centrodestra. L'unica via, sostengono al Nazareno, per scoprire le carte di chi "il ddl vuol solo farlo naufragare". Convinti che se Renzi non farà scherzi, l'ex coalizione giallorossa avrà i numeri per approvare in via definitiva "questa legge di civiltà". A sera Enrico Letta lo dice chiaramente in tv: "Non capisco la posizione di Iv che ha fatto un lavoro di merito importantissimo alla Camera e improvvisamente ha cambiato idea". Siccome però "Lega e Fdi non la vogliono, la maggioranza che l'ha approvata alla Camera deve farsi carico di approvarla al Senato", esorta il segretario a In Onda. "Se sono seri, ce la si fa". Mentre "sfilarsi, nascondendosi dietro il voto segreto" come fa Renzi, non lo è. Perciò il Pd non lo chiederà.
Una scommessa dall'esito incerto, in realtà, infuocata dal reciproco scambio di accuse fra ex alleati. La scelta di Iv di sfilarsi ha riaperto i giochi. E ridato fiato a Salvini, ora sicuro di poterla spuntare: o annacquando una proposta sempre osteggiata o addirittura abbattendola, magari al riparo dell'urna. Bastava ascoltare ieri Salvini, il suo alzare ancora la posta: "Sediamoci subito intorno a un tavolo, togliamo quelli che anche secondo il Santo Padre sono passaggi critici - le scuole, i bimbi la cui educazione spetta a mamma e papà, i reati di opinione - e concentriamoci invece sulle punizioni di chi abusa o aggredisce due ragazzi o due ragazze che hanno tutto il diritto di amarsi. Spero che Letta e il Pd non insistano sulla loro strada solitaria perché rischiano di affossare definitivamente la legge".
L'identico rischio avvistato da Renzi (soddisfatto per l'endorsement ricevuto da Sergio Staino): se lui ha preso l'iniziativa è perché "altrimenti il ddl Zan non sarebbe passato, la maggioranza che lo sostiene ha 10-15 voti di differenza", con loscrutinio segreto, "una parte dei senatori si prepara ad affossarlo", ma non quelli di Iv, "nel Pd e nel M5S ci sono divisioni profonde, lo sanno tutti". Chiaro il messaggio dei due Matteo: se la Zan verrà affondata in Aula sarà colpa loro.
Ma Letta non ci sta: "Salvini è sempre stato contrario. Lo dice il fatto che il suo alleato principale è Orbán e l'Ungheria è l'unico Paese a fare un passo indietro sui diritti Lgbqt, tant'è che l'Europa la sta sanzionando. Poi cerca di scaricare su altri. Io preferisco la coerenza ai giochetti". Tocca al deputato Zan che dà il nome al ddl tentare un ultimo appello: "Salvini utilizza il finto tentativo di volere una mediazione per cercare di svuotare e decapitare la legge, perciò dico agli amici di Italia viva: attenzione, non prestatevi a questa trappola".
di Valeria Sforzini
Corriere della Sera, 6 luglio 2021
La proposta che si rifà al testo di Scalfarotto elimina ogni riferimento all'identità di genere e ribadisce l'autonomia scolastica per la giornata contro l'omotransfobia. Senza i voti dei 17 senatori di Italia Viva, il disegno di legge Zan contro l'omotransfobia non ha speranze di passare a Palazzo Madama. E su questi voti, al momento, pare non poterci contare. Il partito di Matteo Renzi ha infatti presentato una sua proposta di "mediazione", che elimina i riferimenti all'identità di genere dal testo firmato dal deputato Pd Alessandro Zan e sottolinea l'autonomia delle scuole per la giornata nazionale contro l'omofobia, la bifobia, la transfobia. Il passo di Italia viva ha fatto infuriare Pd e 5 Stelle. Gli emendamenti di Italia viva, presentati il 2 luglio, vengono incontro alle richieste del centrodestra, da sempre contrario al ddl Zan. Matteo Salvini (Lega) e Licia Ronzulli (Forza Italia) hanno infatti presentato un loro disegno di legge il 6 maggio, alternativo a quello del parlamentare dem. Domani, prima che si voti in Aula la calendarizzazione del ddl Zan, i capigruppo si incontreranno per tentare l'ultima mediazione. Ecco i tre testi a confronto.
Il disegno di legge Zan - Il testo che porta la firma del deputato del Pd Alessandro Zan è stato approvato alla Camera il 4 novembre 2020 durante il governo Conte II con 265 voti favorevoli di Pd, M5S, Leu, Italia viva e 5 deputati di Forza Italia. Il 5 novembre è approdato in Senato, dove è rimasto sospeso per mesi prima che venisse approvata la calendarizzazione. Il ddl Zan estende la legge Mancino - che oggi punisce le discriminazioni basate su razza, religione e nazionalità - all'omofobia e alla transfobia. In pratica, aggiunge ai passaggi del codice penale (articolo 604 bis) che già puniscono, con il carcere fino a un anno e sei mesi, le discriminazioni a sfondo razziale, etnico o religioso anche quelle basate sul sesso, sul genere, sull'orientamento sessuale, sull'identità di genere o sulla disabilità. L'articolo 1 introduce proprio questi concetti, inclusi il genere ("qualunque manifestazione esteriore di una persona che sia conforme o contrastante con le aspettative sociali connesse al sesso") e l'identità di genere ("l'identificazione percepita e manifestata di sé in relazione al genere, anche se non corrispondente al sesso biologico, indipendentemente dall'aver concluso un percorso di transizione"), oggetto di polemiche dal centrodestra.
Prevede pene, fino a 4 anni, per chi istiga a commettere discriminazioni o violenze di stampo omofobo così come oggi è previsto per quelle di stampo razzista. E punisce anche chi organizza o partecipa ad associazioni che, per gli stessi motivi, istigano alla discriminazione e alla violenza. A differenza del razzismo, però, le norme sull'omofobia non si applicano al reato di propaganda, ma solo all'istigazione a commettere discriminazione o violenza: "Ai fini della presente legge - recita l'articolo 4 - sono fatte salve la libera espressione di convincimenti od opinioni nonché le condotte legittime riconducibili al pluralismo delle idee o alla libertà delle scelte".
La legge poi istituisce - articolo 7 - una giornata nazionale contro l'omofobia, la lesbofobia, la bifobia e la transfobia, il 17 maggio, "al fine di promuovere la cultura del rispetto e dell'inclusione nonché di contrastare i pregiudizi, le discriminazioni e le violenze motivati dall'orientamento sessuale e dall'identità di genere". Possono essere organizzate iniziative pubbliche, anche nelle scuole, nel rispetto della loro autonomia.
La proposta di Italia viva - Italia viva - accogliendo le rimostranze del centrodestra contro gli articolo 1 (identità di genere), 4 (libertà di espressione) e 7 (giornata nazionale contro l'omofobia) - ha avanzato un tentativo di mediazione che prende spunto dalla proposta Scalfarotto del 2018 che estendeva la legge Mancino alle discriminazioni basate sull'identità sessuale, sull'omofobia o sulla transfobia.
Il testo di Italia viva, in pratica, elimina ogni riferimento all'identità di genere. Cancella del tutto l'articolo 1 del ddl Zan, quello che introduce i concetti di sesso, genere, orientamento sessuale e identità di genere. A essere punite sono le discriminazioni fondate sull'omofobia o sulla transfobia, oltre al tema della disabilità. Cancella anche l'articolo 4, sulla libertà di espressione. E modifica l'articolo 7, che istituisce la Giornata internazionale contro l'omofobia, la bifobia, la transfobia, sottolineando il rispetto "della piena autonomia scolastica".
Ddl Ronzulli - Il centrodestra, dall'inizio del dibattito, si è sempre espresso contro il disegno di legge Zan. La controproposta è arrivata il 6 maggio scorso, pochi giorni dopo l'intervento di Fedez al concertone del Primo maggio e le polemiche che ne son seguite. I primi firmatari del disegno di legge sono Licia Ronzulli e Matteo Salvini. Il testo del ddl alternativo è più snello (3 articoli invece dei 10 del ddl Zan) e si limita a modificare l'articolo 61 del Codice penale, introducendo fra le aggravanti comuni - applicabili a qualsiasi reato - quella di "aver agito in ragione dell'origine etnica, credo religioso, nazionalità, sesso, orientamento sessuale, disabilità, nonché nei confronti dei soggetti" in condizione di particolare vulnerabilità. Gli articoli 2 e 3 prevedono che l'aggravante annulli l'effetto delle attenuanti che comporterebbe uno sconto di pena.
Questa proposta non estende la tutela contro i crimini d'odio già prevista dalla legge Mancino: non prevede pene specifiche per la discriminazione contro trans e omosessuali. Si limita a introdurre un'aggravante - quindi pene più severe - per i reati comuni se le vittime sono colpite "in ragione dell'origine etnica, credo religioso, nazionalità, sesso, orientamento sessuale, disabilità" o perché in condizione di elevata fragilità. La proposta Ronzulli è meno severa del ddl Zan: l'aggravante comune comporta un aumento della pena fino a un terzo, quella della legge Mancino (e Zan) un aumento fino alla metà. Nel testo infine non ci sono riferimenti all'identità di genere e alla sensibilizzazione al tema come la giornata nazionale contro l'omofobia del 17 maggio prevista nell'articolo 7 del ddl Zan.
di Giorgio Meletti
Il Domani, 6 luglio 2021
Il garante della privacy Pasquale Stanzione. nella sua relazione annuale, ha ricordato che con i social network è in gioco la democrazia. Manca tra i cittadini la consapevolezza della posta in gioco. I social network, come tutti servizi a rete, tendono al monopolio. Tutti stanno su Facebook perché sanno di trovarci tutti, quindi è un servizio pubblico essenziale, principale canale della libertà di espressione garantita dall'articolo 21 della Costituzione. Ma chiunque può trovarsi escluso dalla decisione non motivata di una società privata che ha il potere di negare a qualunque cittadino la libertà di partecipare alla vita pubblica. Abbiamo un problema con la democrazia e non se ne può parlare solo nei convegni tra gli "esperti di internet".
Venerdì scorso il garante della privacy Pasquale Stanzione. nella sua relazione annuale, ha ricordato che con i social network è in gioco la democrazia. "La sospensione degli account Facebook e Twitter di Donald Trump ha rappresentato plasticamente come le scelte di un soggetto privato, quale il gestore di un social network, possano decidere le sorti del dibattito pubblico, limitando a propria discrezione il perimetro delle esternazioni persino di un capo di stato".
Facebook e Twitter hanno espulso Trump, impedendogli di rivolgersi ai cittadini americani sui loro canali, mentre il controverso personaggio era ancora presidente in carica degli Stati Uniti, con tanto di valigetta atomica. Ne è nato un dibattito inquinato dalla simpatia o antipatia per il protagonista o riservato alla cerchia degli esperti. Manca tra i cittadini la consapevolezza della posta in gioco.
Sentiamo ancora Stanzione: "Il Tribunale di Roma ha rilevato come il pur ordinario contratto privatistico di fornitura del servizio di social network soggiaccia a una peculiare forma di eteroregolazione dovuta alla sua incidenza su diritti fondamentali".
Detto in parole più semplici: un supermercato è un'azienda privata che tratta privatisticamente con i suoi clienti, però la legge gli vieta di decidere arbitrariamente chi può entrare e chi no a fare la spesa. Facebook e Twitter invece possono scegliersi gli utenti. Come se una concessionaria autostradale ammettesse alla sua rete solo gli automobilisti che, a suo insindacabile parere, guidano bene.
Ci sono un fatto fondamentale e due problemi. Il fatto è che i social network per loro natura, come tutti servizi a rete, tendono al monopolio. Scelgo la carta di credito tra quelle accettate in più negozi, mentre i negozi si associano alle carte di credito più diffuse. Tutti stanno su Facebook perché sanno di trovarci tutti. I politici usano Facebook per la loro propaganda perché è il canale più efficiente. Questo fa dei social network un servizio pubblico essenziale, sia pure gestito da privati, come i telefoni.
E dev'essere aperto a tutti, visto che, nella realtà storica concreta, è il principale canale della libertà di espressione garantita dall'articolo 21 della Costituzione. Primo problema: l'algoritmo di Facebook decide quali notizie farmi vedere, tra i milioni di post di ogni giorno. Stanzione parla di un "potere pervasivo di condizionamento (...) fondato su tecniche psicometriche, volto a potenziarne la capacità persuasiva adattando il messaggio alle preferenze e alle inclinazioni desunte dalla profilazione algoritmica".
Il secondo problema è ancora più evidente. Se scrivo in un post che il tale politico è un ladro commetto un reato e ne rispondo in tribunale. Se scrivo che "bisogna vietare ai barconi dei migranti di attraccare", la cosa somiglia più a una odiosa idiozia che a un'opinione, ma non è vietata dalla legge. Però non so se è conforme ai fumosi "standard della community" e potrei trovarmi sospeso dalla piattaforma e, in caso di recidiva, espulso, sulla base di decisioni non motivate di una società privata. Essa si assume impropriamente, come rileva Stanzione, "un ruolo arbitrale rispetto alle libertà fondamentali e al loro bilanciamento, da riservare pur sempre all'autorità pubblica". Insomma, una società privata ha il potere di negare a qualunque cittadino (o leader politico) la libertà di partecipare alla vita pubblica. Abbiamo un problema con la democrazia e non se ne può parlare solo nei convegni tra gli "esperti di internet".
di Letizia Tortello
La Stampa, 6 luglio 2021
Il report dell'Ispi fotografa la realtà nel Mediterraneo: solo il 15% dei profughi recuperato dal pattugliamento. Il sistema di accoglienza italiano dei migranti non è sotto pressione. Le Ong non sono taxi del mare: pattugliando il Mediterraneo non spingono un maggior numero di rifugiati a partire. Il Covid è il principale responsabile dell'aumento degli sbarchi sulle nostre coste. Il sistema di Dublino? In verità favorisce l'Italia, in qualche modo.
Non è retorica politica, lo dicono i numeri. Se c'è un tema su cui gli Stati hanno lottato ferocemente negli ultimi anni, spaccando l'Europa, questo tema è l'accoglienza. Un report dell'Ispi (Istituto per gli studi di politica internazionale), costruito per verificare l'attendibilità di molte delle convinzioni dei partiti e dell'opinione pubblica, fotografa una realtà diversa da quella che immaginiamo. E smonta così molti pregiudizi.
Il fact-checking smentisce, ad esempio, la convinzione che l'attività delle organizzazioni no-profit in mare incida sul numero di arrivi. "Dal 2014 ad oggi si vede chiaramente che questo non è vero", dice Matteo Villa, autore del dossier. Facciamo parlare le cifre: sette anni fa, quando partivano alla volta dell'Italia 150mila persone, i soccorsi in mare erano l'1%, due anni dopo il 40%, ma i profughi che si sono imbarcati dall'Africa sono stati sempre 150mila. Nel 2019, periodo di minori arrivi (11mila in un anno) le Ong hanno intercettato e salvato dalle acque pericolose del Mediterraneo il 15% dei migranti. Stessa cifra (15%) negli ultimi dodici mesi, ma i migranti arrivati sono stati quasi 50mila, cinque volte in più.
Per dirla più chiaramente: con Salvini al Viminale, l'88% degli sbarchi è stato autonomo, solo nel 12% dei casi è intervenuta una Ong; con Lamorgese al Viminale, l'86% degli sbarchi è stato autonomo, solo nel 14% dei casi è intervenuta un'Ong. Le cifre rivelano anche che politiche diverse incidono drammaticamente sulla sicurezza di chi viaggia sui barconi: "La scelta dei porti chiusi ha fatto salire al 7% (tre persone e mezzo ogni 50) il rischio di morire in mare - spiega Villa -, quando fino al 2018 era al 2% (una persona ogni 50). Con Lamorgese il pericolo è tornato al 2%, nel 2021 è lievemente salito, ma facciamo fatica a capire perché".
Attualmente (aprile 2021), nelle strutture di accoglienza italiane ci sono 76mila profughi. A ottobre 2017 erano quasi 200mila. "Quando si parla di emergenza bisogna capire cosa si intende. Spesso questa narrazione ha più a che fare con la capacità di gestire i flussi dei migranti in arrivo. Mille persone che sbarcano a Lampedusa, in grado di tenerne 200, sono un problema. Mille arrivi in Italia di per sé no". I decreti sicurezza hanno cambiato le condizioni di accoglienza, eliminando il sistema diffuso degli Sprar: oggi, circa due migranti su tre sono ospitati nei Cas, grandi centri che non favoriscono integrazione e riqualificazione di chi cerca un futuro migliore. Nel frattempo, invece, si è deteriorata ancora, se possibile, la situazione di chi staziona in Libia, in attesa del sogno europeo, tra abusi di ogni tipo e privazione di ogni diritto.
"L'Italia deve pensare di dover far da sola ancora a lungo - dice il ricercatore -, l'Europa non sarà solidale". Ma, paradossalmente, gli accordi di Dublino che tutti i governi italiani hanno sempre voluto cambiare, sembrano produrre una situazione non così sfavorevole per il nostro Paese: "Su 350mila richieste di riprenderci migranti sbarcati qui e fuggiti altrove, ne abbiamo evase di fatto una su 10".
di Gian Domenico Caiazza*
Il Riformista, 5 luglio 2021
Sulla gravità inaudita delle violenze perpetrate da pubblici ufficiali in danno di detenuti affidati alla loro sorveglianza e protezione, si è detto e ribadito tutto ciò che si poteva e si doveva, almeno da parte di chi ha davvero a cuore i valori fondativi del nostro patto sociale. Picchiare ed umiliare gli inermi è già perciò stesso una infamia; ma che a farlo siano coloro che rappresentano lo Stato e dunque la sua cruciale funzione di sorveglianza, protezione e rieducazione delle persone detenute nelle proprie carceri, supera ogni limite dell'umanamente tollerabile.
di Luigi Ferrarella
Corriere della Sera, 5 luglio 2021
Dai pestaggi di massa nel carcere di Santa Maria Capua a Vetere, agli spari sui migranti in mare ad opera della Guardia costiera libica finanziata dall'Italia, ormai sembra che la realtà "esista" solo quando ad attestarla c'è la prova-tv. No video, no party. Ma non necessariamente è un sintomo di buona salute dell'informazione e, quindi, della democrazia. Dai pestaggi di massa nel carcere di Santa Maria Capua a Vetere, agli spari sui migranti in mare ad opera della Guardia costiera libica finanziata dall'Italia, ormai sembra che la realtà "esista", cioè sia ammessa ad essere convenzionalmente presa in considerazione dalla collettività, soltanto quando ad attestarla spunti la prova-tv.
di Valerio Onida
Corriere della Sera, 5 luglio 2021
Dopo gli episodi di Santa Maria Capua Vetere, denunciati più di un anno dopo e a vent'anni dalle ingiustificate violenze al G8 di Genova. Il reato di tortura esiste solo dal 2017. Gli episodi, emersi e denunciati più di un anno dopo, di violenze nelle carceri perpetrate da personale della polizia penitenziaria a carico di detenuti, non possono non suscitare reazioni adeguate da parte degli organi dello Stato, oltre che indignazione nei cittadini. Ma dobbiamo chiedere e dare con insistenza risposte chiare alle domande ineludibili che questi episodi pongono.
di Enrico Deaglio
Il Domani, 5 luglio 2021
Nel marzo 2020 sono morti 13 detenuti del penitenziario di Modena, il più grave fatto mai avvenuto nelle carceri d'Europa. Non importava a nessuno. Il paese era disorientato e Bonafede ha liquidato il caso: sono morti "per lo più di overdose". Furono vietate le visite dei famigliari, sospesi i permessi per i volontari, annullata la normale attività quotidiana di sostegno. Risultato? Il 9 marzo 2020 scoppiano proteste in 27 istituti penitenziari italiani. Nei giorni seguenti, nelle più diverse carceri italiane, distanti anche centinaia di chilometri, spuntarono i morti. Cause naturali, overdose da farmaci o chissà cos'altro. Ora il pestaggio di Santa Maria Capua Vetere impone di cercare la verità anche per tutte le altre ingiustizie dietro le sbarre.
di Adriano Sofri
Il Foglio, 5 luglio 2021
Il virus è la scintilla: come stare chiusi a doppia mandata durante un terremoto devastante e però lunghissimo. Forse la prossima ribellione avrà per protagonisti gli agenti penitenziari. E non contro i detenuti. Fra l'8 e l'11 marzo 2020 furono decine di carceri a ribellarsi. Il 2020 si apre per le carceri nel segno della più scialba normalità, confermata dai titoli di giornali in cui la parola più ricorrente è: emergenza.
di Piero Sansonetti
Il Riformista, 5 luglio 2021
Il ministro Bonafede si è lamentato con i giornali che lo hanno tirato in ballo per lo scandalo del carcere di Santa Maria Capua Vetere. I giornali avevano realizzato un semplice sillogismo: se c'è stato un episodio di tortura di massa in carcere, e se le carceri non dipendono dal ministro dei Beni culturali ma da quello della Giustizia, la responsabilità non ricade sul ministro dei Beni culturali ma su quello della Giustizia. Che, nei giorni della azione squadristica nel carcere casertano, era proprio Bonafede.
Però ci sentiamo ora in dovere di informare il ministro anche di un'altra cosa. Probabilmente il pestaggio furioso a S. M. Capua Vetere non è stato un episodio isolato. Le inchieste che sono state aperte su episodi di pestaggi o di torture in carcere, sempre nel periodo del ministero-Bonafede, non sono pochi: dieci. Inutile continuare a parlare di mele marce. L'uso della violenza e della sopraffazione maramalda nelle prigioni italiane è una abitudine. Volete i nomi della carceri sulle quali sono state aperte inchieste per pestaggi e torture tra il 2019 e il 2020? Eccoli qui: Viterbo, Monza, Siena, Torino, Palermo, Milano Opera, Melfi, Pavia e Ascoli. Con S. M. Capua Vetere fanno giusto dieci.
Comunque Bonafede qualche ragione ce l'ha, nel suo ostinato respingere le proprie responsabilità. Nel senso che le responsabilità non sono certo solo sue. Probabilmente si è anche trovato, negli anni a via Arenula, a dover gestire una partita molto complicata, pressato dall'enorme forza di "suasion" del partito dei Pm e dalla smania manettara dei 5 Stelle. E poi c'è un secondo elemento a suo discarico (e noi lo abbiamo scritto dal primo giorno). La violenza in carcere non è l'esito della follia di qualche gruppetto di guardie. La violenza è il carcere. Il carcere la crea: sempre. Il carcere è un'istituzione folle, che al più presto va abolita o comunque ridotta ai minimi termini.
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