di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 30 novembre 2021
Non solo a Roma o a Milano: anche il tribunale del lavoro di Padova accoglie il ricorso di un detenuto tunisino ed accerta il diritto del ricorrente alla Naspi (l'indennità di disoccupazione) e condanna l'Inps a rifondergli le spese di giudizio. Tanti detenuti si vedono negare questo fondamentale sostegno al reddito in seguito a una circolare del dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, poi avallata dall'Inps nel marzo 2019.
di Gian Carlo Caselli
Il Dubbio, 30 novembre 2021
Spesso (in particolare il 23 maggio e il 19 luglio, ricordando le stragi di Capaci e di via D'Amelio di 29 anni fa) parlando di antimafia si cita con legittimo orgoglio il maxi-processo: un capolavoro investigativo-giudiziario del pool di cui erano punta di diamante Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Le condanne inflitte a boss, quadri intermedi e "soldati" hanno segnato la fine della sostanziale impunità di cui Cosa nostra aveva vergognosamente goduto da sempre.
Per ostacolare lo svolgimento del maxi-processo si erano scatenate campagne calunniose contro i magistrati e i pentiti, alle quali si intrecciavano gli imbrogli di Cosa nostra per aggiustare il processo. Ma le prove del maxi-processo erano così solide da resistere a ogni tipo di manovra e il 30 gennaio 1992 la corte di cassazione confermò definitivamente, con le condanne, l'impianto d'accusa del pool.
di Piercamillo Davigo
Il Fatto Quotidiano, 30 novembre 2021
La proposta Pd contro la legge Severino per consentire a chi è stato condannato in 1° o 2° grado di continuare a svolgere funzioni pubbliche vuol dire ristabilire l'impunità. Non possiamo permettercelo. Il Gruppo di Stati contro la corruzione (GRECO, dal francese Groupe d'États contre la corruption) è sorto nell'ambito del Consiglio d'Europa con l'obiettivo di monitorare l'implementazione degli standard anti-corruzione dello stesso Consiglio, e fornire una piattaforma per la condivisione delle best practice in materia.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 30 novembre 2021
La Corte di cassazione accoglie il ricorso dell'ergastolano Gaspare Marazzotta. La cassazione, con la sentenza numero 33743, accoglie il ricorso di un ergastolano ostativo che si era visto rigettare la richiesta del permesso premio. La corte suprema ha quindi annullato l'ordinanza impugnata con rinvio al Tribunale di Sorveglianza di Bologna per nuovo giudizio.
Accade che il Tribunale di Sorveglianza, in data 3 dicembre 2020, ha respinto il reclamo in tema di permesso premio introdotto dall'ergastolano ostativo Gaspare Marazzotta avverso alla decisione emessa dal Magistrato di Sorveglianza di Reggio Emilia il 22 gennaio 2020.
La decisione del Magistrato di Sorveglianza, oggetto di reclamo, è nel senso della inammissibilità dell'istanza. La ragione della inammissibilità, dichiarata in via preliminare, risiede nella condizione giuridica di Marazzotta (non collaborante, condannato alla pena dell'ergastolo per i delitti di omicidio e associazione di stampo mafioso) e nella ritenuta assenza di "specifica allegazione" di elementi di prova idonei a dimostrare l'assenza del pericolo di ripristino dei collegamenti con la associazione mafiosa in cui ha militato Marazzotta.
Ebbene, sul presupposto di tale omissione, non era stata attivata neppure la procedura prevista dalla legge, con il coinvolgimento degli organi deputati alla verifica delle condizioni per la concessione del permesso premio. Il tutto sebbene il detenuto avesse rappresentato la regolarità della propria condotta carceraria, del percorso trattamentale seguito, l'assenza di carichi pendenti, l'avvenuta concessione della liberazione anticipata.
La Cassazione, nell'accogliere il ricorso, ha ripercorso le motivazioni della sentenza della Consulta che ha dichiarato incostituzionale la preclusione assoluta del permesso premio per gli ergastolani non collaboranti con la giustizia. È giunta a statuire, tra l'altro, che sull'interessato grava un mero onere di allegazione, e non di prova, che si estrinseca nella prospettazione di circostanze di massima che possono consentire al giudice di approfondire la questione della carenza di collegamenti attuali o potenziali tra il detenuto e associazioni criminali, evidenziando come un onere più pregnante si tradurrebbe in una inammissibile ' prova negativa'. Questa sentenza della Cassazione non può passare inosservata dalla commissione giustizia che sta per approvare un testo di legge sull'ergastolo ostativo che prevede l'obbligo, da parte dell'ergastolano, di provare lui stesso il mancato collegamento con il proprio gruppo mafioso d'appartenenza. Se dovesse passare, Il rischio di incostituzionalità è di nuovo all'orizzonte.
di Salvo Palazzolo
La Repubblica, 30 novembre 2021
Un irriducibile di Cosa nostra recluso al 41 bis ha chiesto al presidente del tribunale per i minorenni Di Bella di allontanare il primogenito. Anche due donne, coinvolte in inchieste per droga, hanno lasciato la Sicilia con i propri bambini, grazie al progetto "Liberi di scegliere".
Quando si è ritrovato davanti al giudice, collegato in videoconferenza, il capomafia al 41 bis ha sussurrato: "Dottore, la prego, tenga lontano mio figlio da quel maledetto quartiere". Il figlio quattordicenne, il primogenito, che si era già candidato a prendere il posto del padre nell'organizzazione. Adesso, è lontano da Catania, con il progetto "Liberi di scegliere".
E il padre gli ha mandato una lettera qualche giorno fa: "Ha scritto: "Rispetta tutte le indicazioni che ti danno in comunità - racconta Roberto Di Bella, il presidente del tribunale per i minorenni di Catania - E, soprattutto, non mi considerare un mito, ma un fallimento". Non era mai accaduto dentro Cosa nostra. Un padrino irriducibile, che si è sempre rifiutato di collaborare, chiede aiuto alla giustizia per provare a riscrivere il destino già segnato del figlio.
"Durante il colloquio, mi ha parlato della sua sofferenza - dice il presidente Di Bella, che in Calabria ha sottratto ottanta figli di 'ndrangheta al contesto di appartenenza - mi ha raccontato del dolore che prova nel non potere abbracciare i suoi figli, può incontrarli esclusivamente dietro al vetro blindato del 41 bis". Il giudice ha rilanciato: "Gli ho proposto un patto educativo. Nel corso del corso del colloquio ho detto: "Mi aiuti ad evitare a suo figlio la sofferenza che sta provando lei". Dal settembre 2020, da quando è tornato nella sua città, Roberto Di Bella ha già adottato una ventina di provvedimenti che prevedono la decadenza della responsabilità genitoriale per mafiosi e trafficanti di droga.
Ora, i ragazzi sono in strutture di accoglienza. A Palermo, la procura per i minorenni vuole intraprendere lo stesso percorso per i figli degli spacciatori del quartiere Sperone. "A Catania, si sono fatte avanti anche due madri - spiega il giudice - erano rimaste coinvolte in inchieste giudiziarie e per questo erano destinatarie di misure cautelari. Hanno chiesto di essere aiutate a lasciare con i figli i contesti di origine. E così è scattato il protocollo "Liberi di scegliere", che prevede un percorso di accompagnamento e sostegno da parte dell'associazione Libera, per un nuovo inserimento, anche lavorativo".
C'è un gran fermento attorno alle famiglie criminali catanesi. Un tam tam si sta diffondendo anche nelle carceri, la prospettiva di salvare i figli con un percorso concreto sta aprendo crepe importanti nel mondo criminale. "Ci ha scritto un detenuto per traffico di droga - racconta ancora il giudice Di Bella - ha detto che appena finirà di scontare la condanna vuole andare via da Catania, con la moglie e i figli". Si aprono spiragli importanti nelle zone franche in mano ai clan. "Per questo è importante fare un lavoro costante sul territorio - dice il presidente del tribunale per i minorenni - un lavoro che deve vedere presenti insieme istituzioni e società civile".
Roberto Di Bella auspica il tempo prolungato nelle scuole: "Aperto alle associazioni, per animare il quartiere". E anche un impegno maggiore dei oratori: "La Conferenza episcopale italiana è peraltro partner del progetto "Liberi di scegliere". Primo obiettivo: "Abbattere la dispersione scolastica, che a Catania ha livelli preoccupanti - spiega il magistrato - in alcuni quartieri raggiunge il 22 per cento dei minori fra i 6 e i 16 anni. Per questa ragione è stato istituito un osservatorio metropolitano sulla questione minorile, che ha sede in prefettura, ha fatto già diversi incontri nei quartieri". La parola chiave resta una sola: "Rete".
Per coordinare tutti i soggetti che operano in campo. Da Catania sta partendo anche un'iniziativa: chi non manda i figli a scuola perderà il reddito di cittadinanza. Il tribunale ha già fatto le prime segnalazioni all'Inps.
di Alessia Candito e Miriam Di Peri
La Repubblica, 30 novembre 2021
Minori che spacciano, rubano, si macchiano di crimini anche gravi. Ma non è emergenza, è problema strutturale. In Sicilia, la dispersione scolastica tocca il 25%. Fava: "Nessuna spinta della Regione a fare da cabina di regia dell'intervento sociale". E a Borgo Vecchio manca anche il diritto all'infanzia.
Baby pusher allo Sperone, Borgo Nuovo, allo Zen. Episodi di violenza senza senso, né obiettivo. Piccoli rapinatori, pronti a rischiare per quattro spiccioli. Stalking, ragazzine pronte a vendersi, episodi di bullismo, cyber e no. Nella cronaca di Palermo, non c'è settimana che cada giù dal calendario, senza uno o più casi di violenza che abbiano minori come protagonisti. "Emergenza" ci si affretta ciclicamente a dire. Ma, dati alla mano, è problema strutturale.
Boom di reati, nonostante il lockdown - Nel distretto del capoluogo - recita il report annuale dell'Ufficio servizio sociale per i minorenni - sono 863 i minori presi in carico dal sistema penale di settore, con 102 nuovi ingressi - il dato più alto di tutta la Sicilia, che ne conta 195 - che si aggiungono ai 761 già presenti. I procedimenti penali a carico di minori, invece, sono molti di più. Solo nell'ultimo anno - emerge dalla relazione annuale del presidente del Tribunale competente - ne sono stati aperti 2.137 e definiti 1.864.
E c'è stato il Covid19, con il periodo di socialità limitata imposto dal lockdown, a drogare al ribasso i dati. Per lo più si tratta di spaccio, furto, rapina, ma anche omicidio, in un caso portato a termine, in nove tentato, con due ragazze fra le vittime. Ma è dal comparto dei cosiddetti reati sessuali che arriva uno dei segnali più allarmanti. Nell'ultimo anno, solo a Palermo, sono stati aperti 59 fascicoli per stupro, con imputati e indagati 56 minori noti, 38 imputabili e 18 che non lo sono, perché hanno meno di quattordici anni.
E per tutti, il profilo è simile: basso livello di scolarizzazione, povertà relativa, uno o entrambi genitori detenuti o con pregiudizi penali alle spalle, disoccupati o sottoccupati. Traduzione, per chi sta in basso, l'ascensore sociale non parte mai, al massimo precipita ancora più giù, la povertà si eredita, la marginalità si ripete uguale a se stessa, così come le fallimentari strategie per dribblarla e i meccanismi che la generano.
Terreno di caccia per i clan - "Le aree di maggiore dispersione scolastica registrano i più elevati tassi di criminalità minorile" mette nero su bianco con la risoluzione dell'11 settembre 2018, il Consiglio Superiore della Magistratura. Quasi trent'anni fa, lo diceva già la commissione parlamentare antimafia, che nel 1993 in una relazione sullo stato dell'edilizia scolastica a Palermo aveva individuato l'istruzione come campo di intervento dirimente nella strategia di lotta ai clan. "La repressione è indispensabile perché la mafia è una specifica organizzazione criminale dotata di propri organismi dirigenti ed esecutivi, di reparti paramilitari e di formidabili fonti di finanziamento. Ma da sola - si leggeva in quelle carte - non raggiunge il risultato della sconfitta definitiva". Motivo? "Dove la mafia è più forte, le strutture dei poteri pubblici sono più deboli, i servizi più inefficienti, i cittadini vengono lasciati a se stessi".
Risultato, "nelle aree a dominio mafioso il cittadino è costretto ad imbattersi quotidianamente nella inefficienza del potere pubblico e nella straordinaria efficienza del potere mafioso". Trent'anni dopo però i deficit strutturali e le sacche di abbandono scolastico rimangono identiche a quelle raccontate 30 anni fa. Almeno stando agli annunci, Regione Siciliana negli ultimi tre anni ha messo sul piatto più di 40milioni di euro - 10 nel 2021, 20 nel 2020, 11 nel 2019 - e altre risorse a pioggia sono finite tra i rivoli di micro progetti e programmi come "No more neet" o il "Piano estate".
Il governo Musumeci stima di aver investito "come mai si era fatto prima - osserva l'assessore all'Istruzione Roberto Lagalla - sforzandoci di recuperare il rapporto col mondo della scuola, in passato legato soltanto a carte e protocolli". Eppure, numeri sul disagio giovanile alla mano, qualcosa deve essere andato storto. A livello regionale, il tasso di dispersione scolastica nell'Isola oscilla tra i 20 e i 25 punti percentuali. E se negli ultimi anni il lavoro portato avanti aveva fatto scendere l'asticella, la pandemia l'ha riportata in prossimità del 25%.
Per aggredire il problema, dicono gli operatori del settore, la strada obbligata è una sola: il tempo pieno nelle scuole. Peccato che il bando pilota fosse rivolto ad appena 15 scuole in tutta la regione. Solo coi 10 milioni messi in campo nel 2021 - di cui la graduatoria non è ancora stata definita - la platea si allargherà ad altri 130 istituti.
"Fra coloro che dovremo ascoltare ci sono anche gli assessori incaricati per funzione di gestire questo intervento" dice Claudio Fava, presidente della commissione Antimafia all'Ars. "Di certo - sottolinea - non c'è stata la spinta della Regione per avere funzione di cabina di regia. E siamo alla vigilia di una stagione in cui un centro decisionale serve perché all'interno del Pnrr ci sono fondi che sono legati a investimenti sui processi di conoscenza, sull'età scolare, sulle possibilità di recuperare condizioni di marginalità sociale. Occorre che ci sia una capacità di progettazione" dice Claudio Fava. Con la commissione regionale antimafia che presiede ha da tempo avviato un'indagine conoscitiva sul rapporto fra abbandono scolastico e devianza, passata attraverso audizioni degli operatori direttamente nei quartieri.
I lavori sono in corso e i dati sono parziali, ma "la sensazione è che manchi un coordinamento di tutti gli attori istituzionali: dirigenti scolastici, il Comune, quindi gli assistenti sociali, la Regione, il tribunale dei minori, azienda sanitaria provinciale. È come se ciascuno procedesse senza e per tempo comunicare con gli altri". Alla fine, l'impressione principale è che "ci sia una grande solitudine, perché anche un progetto minimo, di poche migliaia di euro, si perde nella filiera burocratica e diventa nei fatti una scuola chiusa, un'attività para-didattica che non si può fare, una palestra che non viene utilizzata".
Gli interventi, tutti scaricati sul privato sociale, "che in questi quartieri spesso si sostituisce allo Stato" aggiunge. Ma non c'è progetto che possa sostituire gli assistenti sociali che non ci sono - uno per 17 scuole fra Zen e Sperone, è emerso dalle audizioni della commissione - o ridare dignità a quartieri "in cui c'è soltanto un centro commerciale e due palestre private. Parchi giochi, piscine, campi sportivi sono solo progetti lontani. L'unico concreto è la costruzione di un altro isolato di case popolari".
Ci vogliono - dice Mariangela Di Gangi - interventi urbanistici, infrastrutturali, didattici sociali, "che arrivino da direzioni diverse ma abbiano visione unica. E ci vuole continuità progettuale ma non esiste". E quando un intervento sparisce, è un intero quartiere a fare passi indietro. Soprattutto lì dove la città nasconde i suoi panni sporchi in bella vista. A tre strade dal salotto di via Libertà, dove Palermo si veste della gloria da antica capitale e vive nel farsi guardare, Borgo Vecchio non è periferia urbanistica, ma esistenziale, sociale, economica.
In tutto il quartiere, neanche un asilo. Un tempo sì, c'era, il palazzone giallo mostra i segni del tempo, ma ancora orgoglioso mostra la sua insegna. Duemila firme raccolte e depositate non sono bastate a fargli riaprire i battenti. Chi può - e non sono tanti, anzi - manda i figli ai centri privati o - sempre che li accettino - li accompagna ogni mattina in quelli vicini al Politeama. Tre isolati distanti un mondo. I più, li tengono a casa. E sono tanti. Perché a Borgo i figli si fanno e si fanno presto.
Viaggio nell'infanzia negata - A 17 anni, Marina ha già una bimba di qualche mese. Di domenica pomeriggio, la accomoda nel passeggino rosa e la porta in giro come un trofeo. Il compagno è accanto, 19 anni a stento, baffi incongrui su una faccia che ancora aspetta l'ombra della barba, il sogno di trovare il riscatto palla al piede, un'occasione sfumata con Palermo calcio popolare e la speranza di riacciuffarla in un modo o nell'altro. Per avere una speranza, tenersi lontani dai guai, non farsi inghiottire dal perimetro del quartiere. Del suo gruppo di amici è tra i pochi a non avere avuto a che fare con il girone infernale del circuito penale minorile.
"Se la bambina è bella, è tutto merito della madre" lo apostrofa con fare da donna matura la compagna-ragazzina, si mostra dura e risoluta. Ma è più recita per gli astanti che reale condizione. "Con quelli nuovi del doposcuola siamo quasi venuti alle mani, mi hanno cacciata. A me - sbraita - che ci sto da dieci anni. E non vado più". Non che ci andasse per studiare. In quartiere, i più non vanno oltre la licenza media, spesso concessa più per anzianità fra i banchi, che per merito. "Un ragazzo ha imparato a leggere e scrivere solo perché doveva firmare un contratto con una squadra di calcio e si vergognava a farlo con una X" dice Christian "Picciotto". Rapper, educatore, attivista, a Borgo Vecchio ci ha passato quasi dieci anni con un progetto targato "Per esempio", co-finanziato dalla fondazione We world.
I "suoi" ragazzi li ha visti crescere, inciampare, finire in galera, uscire, pentirsi, provare a rigare dritto, cascare di nuovo. Ha raccolto cocci quando necessario, ma soprattutto ha cercato di evitare di averne da raccattare. Attorno ad un campetto di calcio, insieme altri operatori del Centro React (prima Frequenza 200) ha costruito una rete di salvataggio. Poi, a settembre, dopo dieci anni il progetto è finito, le fondazioni si sono arenate e gli enti pubblici hanno latitato. Il manto sintetico verde del campetto steso dal Comune, è sdrucito, squarciato. Come il gruppo di ragazzini che lì sono cresciuti, imparando che anche a calcetto la palla si passa e non si tiene perché l'importante è la squadra e non il singolo, che per poter giocare bisogna prima studiare, che è inutile presentarsi all'allenamento se si latita a scuola.
Per i più, l'ex Federico II, con le sue serrande tenute su con lo spago, il cancello arrugginito, l'immondizia che presidia l'ingresso. Formalmente fa parte dell'istituto comprensivo Politeama, "ma ci siamo solo noi studenti di serie B" dice Davide. Quando nell'ottobre scorso, causa restrizioni Covid, la preside ha proposto ai genitori del plesso Politeama di spostare due classi al Borgo c'è stata una mezza rivoluzione. La scuola elementare che sta lì davanti, non se la passa certo meglio.
A Borgo Vecchio si studia per strada e le materie non sono certo quelle curriculari. "Qui non è che te la devi andare a cercare, qui la vivi, qui è così" dice la pancia del quartiere. Ed è facile farsi trascinare o inciampare in certe dinamiche - spiegano tutti, ragazzini dai 9 ai 20 - in un posto in cui piccole e grandi illegalità, lette e raccontate come necessarie a volte anche per mangiare, sono normalità e non eccezione. "Posso dire che mio padre - dice Simone - non mi ha mai fatto mancare nulla". Ora è in carcere e ne avrà per dieci anni. "Per il Covid non lo vedo da due anni, ma forse a dicembre ce la facciamo. Magari ce la fa a venire anche mia madre, è ai domiciliari". Diciannove anni, una figlia in arrivo e un programma di messa alla prova da completare, Simone dal mondo di spaccio, furti e piccoli crimini dice di essersi sempre voluto tenere lontano.
Troppi parenti - zii, cugini, genitori - finiti dietro le sbarre. Un familiare, un tempo affiliato con ruolo di rango in una famiglia che ha pesato e pesa, oggi pentito. Alla fine però ci è caduto anche lui e con accuse pesanti. "73 e 74" dice. Sta per traffico e spaccio, ma per esperienza c'è chi in quartiere snocciola articoli del codice penale come un legale.
Nel circuito carcerario non ci è entrato, è stato ammesso alla "messa alla prova" e a tutta la trafila di tirocini di lavoro, studio, colloqui regolari con l'assistente sociale. Inizialmente, parte del programma lo aveva seguito all'interno dei laboratori gestiti dall'associazione "Per esempio". Circa due mesi, dice Christian Picciotto, "poi ci siamo resi conto che non potevamo prenderci questa responsabilità perché non eravamo certi che il progetto continuasse". E ci ha visto lungo. "Adesso l'assistente sociale mi chiede di andare a fare i colloqui al Malaspina - dice Simone - minaccia di segnalarlo al giudice se non rispetto l'orario, ma io lavoro, devo mettere da parte i soldi per mia figlia". E per andare via da Borgo. "Qui la situazione peggiora sempre di più. Un sacco di ragazzini in cerca di gloria, troppo nervosismo, si scatta per un nonnulla, troppa droga, troppa rabbia sedata male" registra Simone. E allora tocca scappare. Anche perché "io nell'ultimo anno sono andato a rivedere su YouTube tutti i processi a Totò Riina, ai vecchi. Mi interessava, volevo capire bene. E serve, perché poi ci pensi due volte prima di fare qualcosa" dice con l'amarezza di chi a vent'anni è già un sopravvissuto.
Non per tutti è così. A Borgo, in tanti il carcere lo mettono in conto. "Anzi - dice Simone - ci sono pure quelli che ne vanno vanto". Per alcuni, è una sorta di perverso rito di passaggio. In piazza, Filippo porta la sua maglia dell'Ipm quasi come una bandiera. "La vedi?" dice e volta la schiena a mostrarla, come un trofeo. Vent'anni appena, gli ultimi cinque, dentro e fuori dal minorile. Fuori da due settimane, è tornato a Borgo. Con l'intenzione di rimanerci e tenersi fuori dai guai, dice. "Con il Covid me la sono vista brutta, i primi venti giorni sono stato in isolamento - racconta - stavo impazzendo". Poi la quadra l'ha trovata, ha smesso di creare problemi anche dentro, ha preso la licenza media, lavorato, fatto corsi.
"C'è stata una piccola rivolta, io mi sono chiuso dentro la cella, non volevo guai e che slittasse la liberazione". Strategie di chi con la liturgia del carcere ha dimestichezza e già sa fare i conti con procedimenti chiusi e quelli ancora aperti. Adesso lo aspetta un tirocinio. "Pasticcere, mi piace" assicura. Ma quando viene chiamato in piazzetta a discutere con "i grandi" gonfia il petto, birra in mano, si sente già uno di loro.
"E chissà come finisce" commentano gli amici, un sorriso rassegnato e amaro, di chi forse ragazzino non è mai stato. O forse sì, quando con gli altri rincorreva un pallone su un campetto che insieme avevano imparato a curare, dopo averlo strappato all'abbandono. E carcere o no, non ce n'è uno che non chieda "mister, facciamo una partita?". Ma quel progetto, quel campetto, quel lavoro al momento non esiste più.
livesicilia.it, 30 novembre 2021
È morto nel carcere di Saluzzo, in provincia di Cuneo, Samuele Schittino. Aveva 85 anni e lo scorso luglio era entrato in carcere per scontare una condanna definitiva a 10 anni e 8 mesi. Sul decesso è stata aperta un'inchiesta ed è stata eseguita l'autopsia. Di più al momento non trapela.
Schittino è stato il capo della famiglia mafiosa di Lascari, in provincia di Palermo. A Lascari aveva pure ospitato Giovanni Brusca durante la latitanza. Nel 2016 Schittino era stato sottoposto alla misura cautelare degli arresti domiciliari nell'ambito dall'indagine "Black Cat". I carabinieri di Termini Imerese ricostruirono gli organigrammi dei mandamenti mafiosi di Trabia e San Mauro Castelverde, che comprendono la zona orientale della provincia di Palermo, da Bagheria sino ai confini delle province di Catania e Messina. La nuova mafia provava a ripartire dai vecchi boss e Schitino era uno di questi.
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 30 novembre 2021
Non è incostituzionale il regime transitorio previsto per l'applicazione della improcedibilità, sanzione che colpisce i processi penali che sforano, in appello e Cassazione, i tempi predeterminati. Inoltre, il giudizio di inammissibilità dell'impugnazione trascina con sé anche la sola possibilità di una valutazione sull'improcedibilità.
Per la prima volta la Cassazione, con l'ordinanza n. 43883 della Settima sezione, si pronuncia sulla Riforma Cartabia e su quello che delle norme già in vigore della legge 134 del 2021 ne costituisce senza dubbio l'architrave. Respinta così la tesi della difesa di un imputato per stalking, lesioni e minacce con la quale, preso atto dell'anno ormai passato dal novantesimo giorno successivo al termine per il deposito della sentenza impugnata, aveva chiesto venisse sanata l'improcedibilità.
Veniva nello stesso tempo sollevata questione di legittimità costituzionale rispetto alla norma (articolo 2, comma 3) che limita l'applicazione dell'improcedibilità ai reati successivi al i° gennaio 2020. Per la difesa, infatti, il nuovo istituto ha natura sostanziale e non processuale, con tutte le conseguenze del caso in termini di prevedibilità della sanzione e retroattività della misura più favorevole al reo. La Cassazione giudica innanzitutto il ricorso inammissibile per la genericità dei motivi, in tutto sovrapponibili a quelli già oggetto dell'appello.
Il verdetto di inammissibilità, non permettendo l'avvio della fase processuale di riferimento, travolge anche la possibilità di giungere alla dichiarazione di improcedibilità. Conclusione cui la Cassazione arriva mutuando i principi relativi alla prescrizione e tenuto conto della ratio dell'improcedibilità che, finalizzata ad assicurare tempi certi ai processi, non si presta certo a strumentalizzazione legate alla presentazione di ricorsi inammissibili.
Sul piano della legittimità costituzionale della fase transitoria, la Cassazione, dopo avere ricordato che non è ancora passato un anno dal 19 ottobre 2021, data di entrata in vigore della leggei34, e che quindi l'improcedibilità non poteva essere chiesta, tuttavia respinge come infondata la questione valorizzando da una parte la necessità di coordinamento con le precedenti riforme e in particolare conia nuova prescrizione introdotta dalla legge 3 del 2019, che proprio ai reati commessi dal e gennaio 2020 fa riferimento, e, dall'altra, l'opportunità "di introdurre gradualmente nel sistema processuale un istituto così radicalmente innovativo, sicché ha la sua ragionevolezza la previsione di un periodo finalizzato a consentire un'adeguata organizzazione degli uffici giudiziari".
di Vincenzo Bisbiglia
Il Fatto Quotidiano, 30 novembre 2021
Il progetto e il recupero dei detenuti. "Dentro Reggina Celi c'è 'no scalino, chi nun salisce quello non è romano". Quello scalino descritto negli "stornelli di malavita" della canzone popolare romana, Giammarco Marzi lo risalirà da vincitore. Lui, che nel carcere era entrato dal portone sbagliato, a breve ci tornerà passando per quello principale, in qualità di tutor del progetto "A Piede Libero", messo in piedi dalla onlus "Semi di Libertà". Un'iniziativa che gli darà la possibilità di trasmettere la sua trentennale esperienza di artigiano delle calzature a un gruppo di detenuti, per aiutarli a imparare un mestiere e a reinserirsi nella società.
Giammarco è colui che ha realizzato i sandali francescani che Roberto Gualtieri ha portato in dono a Papa Francesco, nel primo incontro con il Pontefice da sindaco di Roma. "Quando me l'hanno detto non ci credevo - racconta, emozionato - è stata una delle più grandi gioie della mia vita". Un pezzo unico quello fatto arrivare a Bergoglio. "Per fare sandali così di solito ci metto poco più di un quarto d'ora - dice - Per lui ci abbiamo messo 5 ore, eravamo agitatissimi e abbiamo voluto fare tutto in maniera maniacale".
Giammarco non parla volentieri del periodo né dei motivi che lo hanno portato in cella. "Il carcere ti cambia la vita - spiega -. È un'esperienza dura, e rischi di entrare in un vortice di criminalità. Io sono stato forte. Non tutti hanno la stessa caparbietà. Per me avrà un significato particolare tornare a Regina Coeli, rivedere quelle stanze, parlare con quelle persone. Lo farò da uomo libero e realizzato". Ora guarda avanti: "La cosa più importante sarà dare la possibilità a persone che hanno incrociato, loro malgrado, le maglie della giustizia, di potersi riscattare totalmente". Insieme ai sandali è stato consegnato a Papa Francesco un porta breviario, in pelle, realizzato dal laboratorio pelletteria 'Fila Dritto'. Deborah Magnanti e Katia Romagnoli, due artigiane che hanno investito nel progetto, non hanno vissuto l'esperienza del carcere. "Ci confrontiamo alla pari, senza pregiudizi - racconta Deborah - Partiamo dal presupposto che un'esperienza del genere può succedere a tutti, nessuno è un santo. Il dono al Papa? Eravamo tese, l'abbiamo dovuto realizzare in un pomeriggio".
L'esperienza di "Semi di Libertà" e dei laboratori di pelletteria e calzature ha visto molti detenuti tornare a una vita normale dopo la reclusione. Natasha, 39 anni, ha dovuto vivere una doppia discriminazione. Donna delle pulizie, di etnia rom, nel 2012 è stata licenziata da un asilo privato a causa delle proteste dei genitori: "Non volevano una zingara vicina ai loro figli - racconta - ma io non ho nemmeno mai vissuto nei campi".
Dopo aver perso il lavoro, non riuscendo a trovarne altri, è arrivato l'errore. "Ho commesso un reato, non mi nascondo - dice - e il giudice mi ha fatto scontare tutte le pene prese da minorenne. Mi hanno condannato a 8 anni e 10 mesi, ne ho trascorsi 5 in carcere. Ora ho pagato". Grazie a "Semi di Libertà" ha trovato una nuova occupazione: "Faccio le pulizie in una pizzeria in centro. Spero che assumano anche mia figlia. Ho trovato un posto dove non vengo giudicata perché zingara ma per il lavoro che faccio".
Uno dei progetti della onlus si chiama "Economia Carceraria". In questo contesto è nato il pub "Vale la Pena", birreria molto nota nel quartiere Appio. Qui c'è Rodrigo, 25 anni, brasiliano. Un'infanzia normale, un lavoro da massaggiatore, un matrimonio a 20 anni. A luglio 2018, in difficoltà economica, un amico lo convince a fare un viaggio da San Paolo a Roma come corriere della droga: 4 kg di coca, 3.500 dollari subito sul conto. Ma arrivato a Fiumicino viene arrestato: "Ho visto per la prima volta il Colosseo in manette mentre mi portavano a Regina Coeli".
Agli inquirenti non ha dato dettagli, avrebbe messo a rischio la famiglia. Così viene condannato come narcotrafficante: 9 anni e 9 mesi. "In carcere mi ha salvato il calcio - racconta - I camorristi mi volevano sempre in squadra con loro. Mi sono affidato alla religione e ho imparato l'italiano". Per un periodo ha fatto credere ai suoi di essere morto, per la vergogna. "La mia ex moglie mi ha aiutato a pagare un avvocato - ricorda - che mi ha messo in contatto con la onlus". Ora Rodrigo lavora al pub fino alle 21, studia da bartender e sogna di restare in Italia. "A marzo sarò libero, l'Italia mi ha accolto mettendomi in galera, vero. Ma mi ha anche salvato la vita".
Il prossimo passo per "Semi di Libertà" sarà probabilmente la cura del verde pubblico a Roma. "Abbiamo proposto all'ufficio del sindaco di creare un servizio su base volontaria di manutenzione delle aree verdi - racconta Paolo Strano, presidente della onlus - vorremmo chiamarlo Azioni di Pubblica Utilità". Un'iniziativa simile ("Mi riscatto per Roma") fu messa a punto dall'ex sindaca Virginia Raggi con la garante comunale dei detenuti, Gabriella Stramaccioni. "Quell'esperienza fu molto positiva - spiega Strano - ora speriamo di 'demilitarizzarla' e di renderla partecipativa coinvolgendo cittadini e associazioni".
di Antonella Barone
gnewsonline.it, 30 novembre 2021
Inizia ad Alessandria la terza edizione del "Festival delle arti recluse" organizzato da ICS ets (Istituto Cooperazione Sviluppo) in collaborazione con gli Istituti penitenziari G. Cantiello e S. Gaeta per valorizzare e far conoscere al territorio aspetti poco noti della detenzione come le attività produttive e i percorsi artistici e culturali promossi nelle carceri.
La mancata organizzazione dell'evento lo scorso anno, dovuta alle restrizioni anti Covid 19, non ha significato interruzione delle attività della bottega di arte collettiva Artiviamoci, alle cui creazioni proprio il Festival offre un'importante occasione di essere conosciute e apprezzate dalla cittadinanza.
"Il laboratorio artistico - spiega la direttrice dell'istituto, Elena Lombardi Vallauri - ha potuto lavorare durante il lockdown e i detenuti hanno potuto continuare a produrre e a creare molte delle opere che saranno esposte durante la manifestazione". "L'edizione di quest' anno - ha aggiunto la dirigente - si arricchisce di diverse novità come la collaborazione del laboratorio Artiviamoci della Casa di Reclusione "San Michele" con le scuole presenti negli Istituti ed eventi che coinvolgono la sezione collaboratori di giustizia.
Si è ampliata così la platea dei fruitori dell'offerta culturale e dei percorsi di responsabilizzazione: Vocali dalla mano alla bocca è il titolo dell'evento destinato a detenuti studenti del corso di alfabetizzazione che nell'arco di quattro incontri, durante la durata del festival, dal 29 novembre al 12 dicembre, costruiranno insieme ai detenuti del laboratorio artistico un alfabetiere con suggestioni pittoriche".
I collaboratori di giustizia sono i protagonisti, con testi scritti e un video, degli incontri di Cara scuola ti scrivo e Le voci dentro in programma rispettivamente il 3 e il 10 dicembre presso la Serra della Ristorazione sociale, dove stasera con un vernissage si inaugura il Festival. L'Orizzonte è il tema scelto per l'edizione 2021 della kermesse cittadina: "Non la visione del cielo limitata dal muro di cinta e dal perimetro dei cortili nelle ore d'aria - spiegano gli organizzatori - ma le diverse prospettive del cielo interiore" interpretate dalle dieci opere in mostra.
Nello stesso locale, nato dalla collaborazione tra la Cooperativa Sociale Company &, il Comune di Alessandria e l'associazione Orti in Città, il 10 dicembre si terrà la Cena solidale galeotta con prodotti dell'economia carceraria, proiezioni e musica
Sarà la Nuova Sala conferenze del parco Pittalunga a ospitare il 6 dicembre 26 parole, riflessione condivisa (con operatori, magistrati e garanti) sul significato della pena mentre all'arte della narrazione sarà dedicato, 10 dicembre, nel teatro all'interno della casa di reclusione San Michele, Nisida, incontro con lo scrittore Andrea Valente che ha lavorato a lungo con i ragazzi dell'istituto minorile napoletano.
Il 6 dicembre arriverà, infine, all'ospedale infantile "Cesare Arrigo" Il terzo Pinocchio, opera che completa un trittico di tavole in legno create dai detenuti di "Artiviamoci".
L'ultima opera, terminata già due anni fa, ha dovuto attendere il superamento delle restrizioni anti Covid per raggiungere il suo posto nella terza rampa di scale dell'Ospedale dove, dicono i suoi realizzatori, proverà insieme alle altre che l'hanno preceduta "ad alleviare il dolore con la fantasia".
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