di Fabrizio Geremicca
Corriere del Mezzogiorno, 6 luglio 2021
I video diffusi mostrerebbero solo una parte delle violenze. Il ministro Lamorgese: "Non si possono guardare". Ciambriello e i colleghi denunciano il trasferimento dei detenuti picchiati a centinaia di km di distanza. Il provveditore sospeso non risponde al Gip.
Dal penitenziario di Santa Maria Capua Vetere all'Ucciardone di Palermo. Lontano dalla famiglia, che vive a Boscotrecase, e dal lavoro in carcere che portava avanti da nove anni. E' la storia di uno dei trentadue reclusi che in questi giorni sono stati smistati fuori regione. Persone che hanno subito il pestaggio il 6 aprile 2020 documentato dalle immagini delle telecamere di sorveglianza ed al centro della inchiesta della Procura di Santa Maria Capua Vetere.
"Vogliamo capire - ha detto stamane Samuele Ciambriello, il garante dei detenuti della Campania - come e perché sia nata questa scelta. Insieme ai garanti provinciali ho interpellato il dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, il Dap, e la risposta è stata che il trasferimento avviene su richiesta della Procura. Il punto, però, è capire perché poi il Dap abbia deciso di spostare queste persone non in altri penitenziari campani, ma a centinaia e centinaia di chilometri di distanza, dove le visite dei familiari sono complicate e costose".
Sta per partire una lettera, dunque, nella quale Ciambriello e gli altri garanti (Emanuela Belcuore per la provincia di Caserta, Pietro Ioia per Napoli, Carlo Mele per Avellino) chiederanno al Dap di limitare i trasferimenti dei detenuti nell'ambito dei penitenziari regionali. "I trentadue oggetto dei provvedimenti - ha spiegato Ciambriello - non sono tra quelli che hanno denunciato il pestaggio, ma sono tutte persone che hanno subito le violenze degli agenti penitenziari ed è paradossale che oggi siano in qualche modo ulteriormente danneggiate da provvedimenti che li mandano in carceri fuori regione".
L'inchiesta sulla mattanza operata da un gruppo di agenti penitenziari, intanto, va avanti e, secondo quanto ha detto il garante dei detenuti campani, le immagini pubblicate dal quotidiano Il Domani, le quali hanno mostrato a milioni di persone le violenze, i pestaggi e le umiliazioni inferte ai reclusi a Santa Maria Capua Vetere ad aprile 2020 non sarebbero neppure le peggiori. "Ce ne sono - ha rivelato - di più raccapriccianti e sono in possesso esclusivo della Procura. Sono relative a quanto avvenuto anche in altri settori del reparto Nilo".
Ciambriello e Belcuore hanno stigmatizzato anche il silenzio su quanto accaduto protrattosi per molti mesi da parte degli esponenti della politica. "C'è un clima forcaiolo - ha denunciato il garante - e nei giorni successivi al pestaggio, quando la notizia della mia denuncia fu riportata da qualche giornale e sito, l'unico rappresentante della politica a parlare fu Salvini. Cosa disse, lo ricorderete tutti".
Santa Maria Capua Vetere, hanno sottolineato Belcuore, Ioia e Ciambriello, non rappresenta, peraltro, un caso isolato. "In questo momento - hanno ricordato - in Italia sei Procure indagano su episodi di presunte violenze nelle carceri. Ci sono stati inoltre - non dimentichiamolo - 15 morti durante le proteste e le rivolte della primavera 2020". Ufficialmente sono deceduti tutti per overdose.
Belcuore ha invitato, ancora, ad accendere i riflettori su situazioni segnalatele dalle famiglie di detenuti campani reclusi nell'ex opg di Barcellona Pozzo Di Gotto, in Sicilia. "Parlano - ha detto ai cronisti - di maltrattamenti, violenze, diritti negati e mortificati. Ho segnalato il caso al garante dei detenuti siciliano il quale, mi auguro, approfondirà la vicenda per verificare cosa sta accadendo in quel penitenziario".
Lamorgese: "Scene che non avrei voluto vedere" - Quelle immagini dal carcere di Santa Maria Capua Vetere "non avrei mai voluto vederle". Così il ministro dell'Interno Luciana Lamorgese intervenuta a Trentola Ducenta per l'inaugurazione della mostra fotografica "Diego Armando Maradona, il riscatto sociale attraverso lo sport" in un bene confiscato ai clan casalesi.
"Su questa vicenda - aggiunge il ministro - le indagini della magistratura faranno il proprio corso, però bisogna anche dire che non possiamo criminalizzare un intero corpo della Polizia Penitenziaria".
Il gip: "Violenze non sono episodio isolato" - Un rapporto tra agenti e carcerati, fatto di violenza, è "inaccettabile" in uno Stato di Diritto, evidenzia il gip sammaritano Sergio Enea, rimasto particolarmente colpito dalla "assoluta naturalezza e mancanza di ogni forma di titubanza con cui gli indagati hanno sistematicamente malmenato le vittime".
La si evincerebbe dai video acquisiti durante l'indagine, che si è pure tentato di alterare nell'ambito dell'azione di depistaggio scattata per nascondere quella che sarebbe dovuta essere "una perquisizione straordinaria". Enea ritiene che se si fosse trattato di un episodio del tutto isolato sarebbe stato "lecito attendersi che gli agenti mostrassero quantomeno una qualche esitazione".
"Ma ciò - scrive, lapidario, il giudice del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere - non traspare nel modo più assoluto", "...nei loro gesti non c'è mai quella esitazione che inevitabilmente avrebbe manifestato anche visivamente colui che non è affatto aduso al compimento di atti di estrema violenza". E che la violenza sia percepita dagli agenti "come un presidio di sicurezza essenziale" lo si deduce pure, sottolinea Enea, dall'analisi dei messaggi in chat trovati sui cellulari sequestrati agli indagati.
In uno, inviato la notte tra il 5 e il 6 aprile, quella seguente alla protesta dei carcerati innescata dalle preoccupazioni per i contagi Covid, un caso peraltro scoperto attraverso i media, c'è tutta la delusione degli agenti della Penitenziaria, manifestata dal comandante al provveditore: "Il personale di S.M.C.V. è molto deluso" e ancora "si sono raccolti per contestare l'operato del comandante". Insoddisfazione alla quale fanno da contraltare le esclamazioni di giubilo, sempre in chat, sia immediatamente prima, sia dopo la perquisizione straordinaria giudicata come "un completo successo".
"Allora apposto domani chiave e piccone in mano", "ok domate il bestiame" e "abbiamo ristabilito l'ordine e la disciplina". E ciò "che agli occhi del cittadino comune appare una orribile mattanza", per la Polizia Penitenziaria diviene "una operazione eseguita in modo brillante ed efficace" e "coloro che l'hanno diretta sul campo si sono ampiamente vantati con i loro interlocutori".
Il giudice, infatti, stigmatizza il comportamento dei vertici dell'amministrazione penitenziaria regionale "da cui era lecito aspettarsi quantomeno la volontà di fare luce in ordine ai gravi episodi denunciati dai detenuti" e invece "si sono, fin da subito, adoperati per salvaguardare in ogni modo la posizione" di coloro che sono "implicati nelle violenze, rendendosi disponibili... al confezionamento di atti falsificati da inoltrare all'Autorità Giudiziaria".
Gli interrogatori, il provveditore fa scena muta - Si è avvalso della facoltà di non rispondere il provveditore delle carceri campane sospeso dal servizio Antonio Fullone, che questa mattina si è presentato al gip del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere Sergio Enea per l'interrogatorio di garanzia. Fullone è stato raggiunto dalla misura interdittiva della sospensione dell'attività di lavoro emessa dallo stesso Gip nell'ambito dell'indagine della Procura e ha poi ricevuto la sospensione amministrativa anche dal ministero della Giustizia (al suo posto c'è ora il reggente Cantone).
Fullone, indagato per depistaggio e favoreggiamento (è difeso da Sabina Coppola), non ha risposto alle domande del Gip, così come quasi tutti gli agenti della Penitenziaria raggiunti dalle misure restrittive e interdittive sentiti nei giorni scorsi, limitandosi a rendere una dichiarazione spontanea in cui ha respinto le contestazioni, e ha spiegato di voler rispondere solo dopo aver letto e studiato tutti gli atti. Per la Procura, Fullone avrebbe autorizzato la "perquisizione straordinaria" del 6 aprile 2020 al reparto Nilo del carcere di Santa Maria Capua Vetere, ritenuta "arbitraria" dal gip, e realizzata, a detta degli inquirenti, per punizione e rappresaglia dopo quanto accaduto il giorno prima, quando i detenuti del Nilo si barricarono nel reparto dopo aver avuto notizia della positività al Covid di un detenuto. Fullone è anche accusato di depistaggio, di aver ostacolato le indagini. Nella giornata di oggi sono stati sentiti anche altri agenti della Penitenziaria indagati finiti agli arresti, che pure si sono avvalsi della facoltà di non rispondere rendendo dichiarazioni spontanee in cui hanno respinto le accuse senza entrare nel merito.
L'ispezione e i sindacati - La commissione che si occuperà dell'ispezione straordinaria nell'istituto penitenziario di Santa Maria Capua Vetere sarà presieduta da Gianfranco De Gesu, direttore generale dei detenuti e del trattamento del Dap. La ministra della Giustizia, Marta Cartabia, che ha già parlato di "tradimento" del dettato costituzionale, oggi dice: "Mi chiedo come sia possibile che siano accaduti fatti così gravi e di grande turbamento per tutti", ma rinnova anche "la vicinanza a tutto il personale delle carceri italiane, il loro lavoro è tanto prezioso quanto difficile". Prima dei provveditori Cartabia incontrerà a breve i sindacati che oggi, col segretario generale del S.Pp. (Polizia Penitenziaria) Aldo Di Giacomo, parlano di "clima di autentica caccia alle streghe". Di Giacomo ripete l'appello "a spezzare la campagna di opinione che vorrebbe far credere agli italiani che gli uomini e delle donne del Corpo siano tutti crudeli e disumani".
di Fulvio Bufi
Corriere della Sera, 6 luglio 2021
Bruxelles: ci aspettiamo indagini approfondite e indipendenti sulle violenze nel carcere. I racconti. Un detenuto: "Ho visto violentare un ragazzo. E a me hanno sputato in bocca". Secondo il garante campano delle persone private della libertà, Samuele Ciambriello, nelle mani degli inquirenti che indagano sui pestaggi dei detenuti avvenuti il 6 aprile 2020 nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, ci sarebbero video "ancora più raccapriccianti" di quelli già pubblicati in Rete. Una convinzione che non nasce dalla conoscenza di atti riservati, ma da quanto Ciambriello ha appreso dai detenuti incontrati in carcere, da quei racconti che lo spinsero poi a presentare l'esposto dal quale è nata l'inchiesta della Procura che ha portato all'arresto di ventisei tra funzionari e agenti di polizia penitenziaria e ad altrettante interdizioni, compresa quella del provveditore regionale del Dap Antonio Fullone, che proprio ieri nell'interrogatorio di garanzia si è avvalso della facoltà di non rispondere.
Le umiliazioni a Santa Maria Capua Vetere - Nelle testimonianze dei detenuti che hanno subito i pestaggi, in effetti, non si parla soltanto delle botte prese nei corridoi del reparto Nilo, lungo le scale e nella sala dedicata alla socialità. Si riferisce anche di atti degradanti come ispezioni intime, obbligo di spogliarsi nudi e fare flessioni e sputi sulla faccia e in qualche circostanza anche in bocca. E sarebbe avvenuto di peggio. Abusi di cui le vittime non sono riuscite a parlare con le due pm che conducono l'inchiesta e che hanno trovato il coraggio di riferire soltanto allo psichiatra. "Sono stato urinato addosso dalle guardie, ero in una pozza di sangue e mi hanno urinato addosso, sono stato sputato in bocca e in faccia più volte", racconta un detenuto. E aggiunge: "Davanti ai miei occhi hanno preso un ragazzo e lo hanno violentato. Un altro ragazzo stava molto male, volevo farlo bere, le guardie mi diedero una bottiglietta d'acqua ma era vuota e, quando lo feci presente, loro deridendomi mi portarono in bagno e, tirato lo sciacquone del water, mi dissero di riempirla lì".
Testimonianze attendibili - Queste scene, che sarebbero avvenute per lo più nell'ufficio matricola, nei video circolati finora non ci sono. Ma agli atti dell'inchiesta ci sono quasi venti ore di registrazioni, e che ci siano o meno le immagini relative a questi episodi, Procura e gip ritengono le testimonianze attendibili, anche sulla base degli accertamenti psicodiagnostici ai quali sono stati sottoposti i detenuti vittime dei soprusi.
Anzi, da tutto quello che i detenuti hanno messo a verbale, sembrerebbe che non si possa circoscrivere la violenza di alcuni agenti penitenziari soltanto a ciò che accadde il 6 aprile dell'anno scorso. Un recluso riferisce un episodio del passato, avvenuto in occasione di una lite tra un italiano e uno straniero: "Sono intervenuti circa 50 agenti, che hanno soppresso la lite, picchiando i partecipanti e sputandogli addosso". Al reparto Nilo "vi è una squadretta di cui fanno parte tale "il marcianisano", "il palestrato" e "Pasquale il drogato", che a mio avviso sono quelli esaltati". Un altro recluso parla della "squadretta", ma non fa nomi, e della "stanza zero": "La squadretta è composta sempre dalle stesse persone e la stanza zero è una cella al piano terra del reparto Nilo usata dalla squadretta per punire i detenuti".
I suicidi - E alla luce di tutto questo il carcere di Santa Maria, dove solo nel 2020 ci sono stati due suicidi, trenta tentativi di suicidio e 196 atti di autolesionismo, diventa un caso anche in Europa, con il portavoce dell'esecutivo comunitario per la Giustizia, Christian Wiegand, che dice: "È dovere delle autorità nazionali proteggere tutti i cittadini dalla violenza e tenerli al sicuro in ogni circostanza". E fa sapere che la Commissione non commenta l'inchiesta giudiziaria ma "si aspetta un'indagine indipendente e approfondita da parte delle autorità italiane competenti".
di Marisa Ingrosso
Gazzetta del Mezzogiorno, 6 luglio 2021
La denuncia in un esposto dei familiari dei detenuti. Il provveditore: "Lungi da noi l'uso della forza". Non solo Santa Maria Capua Vetere. Dalle viscere di due istituti detentivi apulo-lucani giungono altre denunce di violenze. I protagonisti sono i medesimi: i presunti carnefici sono agenti della Polizia penitenziaria e le vittime sarebbero i detenuti nelle carceri di Foggia e di Melfi. Le loro testimonianze, raccolte dai familiari, si sono trasformate anche in atti formali, al vaglio della magistratura.
"Mi risulta che i detenuti che stavano in Puglia e i cui familiari hanno fatto l'esposto che abbiamo presentato, siano stati tutti e sette ascoltati dalla Procura di Foggia" dice Sandra Berardi, presidente di Yaraiha Onlus, associazione cosentina che si occupa di "tutela dei diritti umani, in particolare di quelli delle persone private della libertà personale". È stata Yaraiha a raccogliere le testimonianze dei familiari dei detenuti foggiani. Due madri, due mogli, due sorelle e un padre hanno formalizzato ciò che avevano appreso dai loro congiunti in un esposto che Berardi ha presentato alla Procura di Foggia, il 27 marzo del 2020. Stando alla presidente, però, il primo detenuto è stato ascoltato dal magistrato solo 10 mesi dopo, a ottobre.
Nell'esposto, che La Gazzetta del Mezzogiorno ha avuto modo di visionare, testimonianze che stillano terrore. Frasi come: "Massacrati di botte, trasferiti solo con ciabatte e pigiama e tenuti in isolamento per i successivi 6/7 giorni"; "Le guardie esterne sono entrate in cella e hanno pestato i detenuti"; "Manganellate su tutto il corpo, specialmente sulle gambe e portato al carcere di Catanzaro senza avere la possibilità di prendere il vestiario o il minimo indispensabile". Le dichiarazioni si riferiscono al 9 marzo 2020 e ai giorni immediatamente seguenti.
Il 9 marzo 2020, il Covid19 uccide 463 italiani in 24 ore. Quella sera il presidente Giuseppe Conte firma un DPCM con cui chiude l'Italia e "sospende i colloqui visivi con i detenuti".
La popolazione carceraria italiana, evidentemente, è ben informata su ciò che accadrà a Palazzo Chigi, è stata avvisata della sospensione dei colloqui. Così, il 7 di marzo, scoppia la ribellione a Salerno. Il 9 mattina tocca a Foggia. Lì, dietro le sbarre, ci sono oltre 600 persone, a fronte dei 365 posti regolamentari. Ed è l'inferno.
Il Provveditore regionale dell'Amministrazione Penitenziaria di Puglia e Basilicata, Giuseppe Martone, era sul posto e oggi sintetizza così: "Il giorno della rivolta a Foggia io ero presente, ho parlamentato con tutti i detenuti, alcuni erano riversi verso l'esterno del carcere". Quel giorno i reclusi staccano il cancello, la membrana che separa il "dentro" e il "fuori". Riusciranno ad evadere in 72. Imputati e condannati per ogni orribile reato, inclusi mafiosi e assassini di donne inermi. Semineranno il panico, rapineranno auto. Il travaso all'esterno di chi stava "dentro" il carcere spinge la gente a chiedere le "maniere forti", l'intervento dell'Esercito.
L'istituto foggiano è ridotto in macerie. "Era stata distrutta la matricola - ricostruisce Martone - era in panne la cucina con cui confezioniamo i pasti con i detenuti lavoranti". Ma il suo sforzo "diplomatico", "andato avanti fino a sera", porta a due risultati concreti e non scontati: non ci sono morti e la rivolta rientra, i detenuti rientrano, in cella.
A quel punto, spiegano fonti qualificate, la situazione era questa: nel perimetro del carcere c'erano oltre 500 persone potenzialmente pericolose e potenzialmente armate. "Se la cucina era stata devastata - conferma Martone - potevano avere lame, coltelli. Hanno rotto tavolini, dunque potevano avere bastoni". Per ripristinare una cornice di sicurezza - dicono fonti della Gazzetta - bisognava passare al setaccio ogni detenuto e ogni angolo della struttura. Ma il Provveditore delle carceri di Puglia e Basilicata esclude che a Foggia vi sia stata una "perquisizione straordinaria" come quella avvenuta a Santa Maria Capua Vetere: non l'abbiamo organizzata nell'immediato - spiega - anche perché i detenuti erano praticamente liberi, eccezion fatta per i 72 evasi, che poi sono stati riarrestati. "All'interno non c'erano le condizioni - dice - ci volevano mille uomini per affrontare 500 detenuti liberi con le barriere divelte".
Di fatto, l'ordine viene ristabilito e si decide di diminuire la popolazione carceraria presente. "Bisognava far decrescere il numero dei detenuti - spiega il provveditore - anche per consentire la messa in sicurezza e il ripristino di tutto per la gestione. Per cui è stato dato luogo a un trasferimento di un centinaio di detenuti". "Così come - aggiunge - sono stati trasferiti coloro che, evasi, venivano riarrestati".
Il 12 marzo 2020 scattano i trasferimenti dei detenuti di Foggia. È il sito Poliziapenitenziaria.it, organo di stampa ufficiale del sindacato degli agenti Sappe a dare la notizia: "All'uscita dall'istituto (di Foggia; ndr) con a bordo di alcuni dei mezzi i detenuti da trasferire altrove, i Colleghi della Polizia Penitenziaria sono stati salutati dai Colleghi delle altre Forze di Polizia a sirene spiegate e con il saluto militare".
"Come" avvennero quei trasferimenti, non tocca a noi stabilirlo. Nell'esposto si riferisce di agenti di Polizia penitenziaria che piombano nelle celle armati di manganelli. Colgono i detenuti in pigiama, mentre dormono. Botte. Botte. A ancora botte. Presi di peso e gettati in una camionetta. Trasferiti a centinaia di chilometri di distanza, all'arrivo nel nuovo carcere ancora botte. Botte e isolamento. Impossibilitati ad avvisare avvocato e familiari per giorni, senza soldi, con addosso solo quello stesso pigiama. Tra le presunte vittime anche una persona invalida al 100% la cui moglie denuncia il "massacro di Foggia".
Meno di un mese dopo, il 6 aprile 2020, nella casa circondariale "Uccella" di Santa Maria Capua Vetere i video cristallizzano la "orribile mattanza" (così l'ha definita il Gip Sergio Enea). Ovvero la "perquisizione straordinaria" che, stando a quanto ricostruito da "La Gazzetta del Mezzogiorno", avrebbe fatto seguito a una protesta dei detenuti innescata, pare, proprio da persone trasferite di fresco dal carcere di Foggia.
Stando alle denunce, una dinamica sovrapponibile a quella foggiana, si sarebbe registrata nel carcere di Melfi. Qui, ricordiamolo, durante la rivolta del 9 marzo furono anche prese in ostaggio nove persone (agenti di custodia e personale sanitario), poi rilasciate.
Il blitz per il trasferimento di 60 detenuti, invece, sarebbe scattato la notte tra il 16 e il 17 marzo. All'operazione partecipano circa 260 uomini della Polizia penitenziaria. Il segretario generale del Sindacato di Polizia penitenziaria, Aldo Di Giacomo, disse che si trattava dei detenuti "più turbolenti" e che quella operazione era "una prova di forza dello Stato necessaria".
Dopo quel "trasferimento", una lettera (firmata) del figlio di un anziano lì detenuto, denunciava abusi e violenze. Sono entrambi sanseveresi e la lettera diviene tecnicamente una "notizia di reato" una volta pubblicata da La Gazzetta di San Severo (www.lagazzettadisansevero.it) il 21 marzo 2020.
Il figlio denuncia "di uomini che sono stati massacrati, presi a sprangate nella casa circondariale di Melfi". Suo padre e altri non avrebbero preso parte alla ribellione "eppure lui, insieme ad altri 71 uomini, sono stati presi a sprangate e portati via con pigiama e ciabatte senza neanche avere la possibilità di portare i propri vestiti. Attualmente sono stati trasferiti presso altre strutture". "I detenuti non sono tutti dei mostri - scrive il giovane - mio padre è in attesa di processo, se ha delle colpe pagherà, ma tutto quello che ho letto riguardo i disordini so che non gli appartiene. Ma perché, mi chiedo, perché ancora una volta non si fa più distinzione, i detenuti hanno delle colpe ma sono esseri umani, qui fuori ci sono delle famiglie che soffrono".
Il Provveditore regionale dell'Amministrazione Penitenziaria di Puglia e Basilicata afferma di non essere a conoscenza delle circostanze qui evidenziate e relative a Melfi e Foggia ("A me gli esposti non sono mai arrivati").
Preparato, fermo ma garbato, una lunga esperienza alle spalle, Giuseppe Martone è molto stimato dalle fonti che abbiamo consultato e afferma: "Non ero presente durante i trasferimenti, ma lungi da noi pensare di usare la forza". Condanna i fatti di Santa Maria Capua Vetere, per come stanno emergendo. Condanna "ogni forma di violenza". Conferma la "piena fiducia nella Magistratura". Assicura: "Lavoro da 40 anni e non mi sono mai permesso di ordinare l'uso della forza salvo casi eccezionali, per difendere le persone o per evitare evasioni".
di Nello Trocchia
Il Domani, 6 luglio 2021
La ministra della Giustizia, Marta Cartabia, ha sospeso dal servizio 77 agenti del corpo della polizia penitenziaria, 52 dei quali già raggiunti da misure cautelari per l'"orrenda mattanza" del 6 aprile 2020 nel carcere di Santa Maria Capua Vetere. Per gli altri indagati, in tutto sono 117, sono stati chiesti atti per valutare le singole posizioni.
Al momento sono ancora in servizio, in attesa degli approfondimenti del ministero e del dipartimento dell'amministrazione penitenziaria. Ma confrontando le migliaia di pagine giudiziarie con i frammenti dei video emerge un altro capitolo inquietante di quel massacro: gli impuniti. Gli inquirenti continuano a tentare di identificare i massacratori senza volto. Ci sono decine di agenti che non sono stati riconosciuti e lavorano ancora a contatto con i detenuti. Intanto, una trentina di detenuti vittime dei pestaggi sono stati trasferiti in altri istituti di pena, soluzione caldeggiata dai familiari che, però, bocciano le destinazioni. Alcuni detenuti sono finiti in Sicilia o in Calabria, rendendo complicate le visite per i congiunti.
La questione degli impuniti resta irrisolta. Guardando i video emerge su tutti un agente che indossa guanti arancioni. Alto un metro e settanta, occhiali e mascherina bianca. Dalle immagini si nota la sua particolare ferocia. L'agente indossa quasi sempre guanti arancioni "da bricolage", scrivono gli inquirenti. Uno spezzone di quattro minuti disponibile sul sito di Domani sintetizza alcune delle azioni che lo vedono protagonista, a volte munito di manganello, altre volte di un bastone. È uno dei protagonisti assoluti della mattanza. È lui che si accanisce brutalmente su un detenuto riverso a terra che ha già subito ogni genere di violenza. L'uomo dai guanti arancioni viene fermato dai colleghi: non vogliono che ci scappi il morto. Chi è questo agente? Dove lavora?
I picchiatori senza nome - Per capirlo gli inquirenti hanno interrogato i suoi superiori. Nel novembre scorso la commissaria capo responsabile del reparto Nilo, Anna Rita Costanzo - ai domiciliari e sospesa - ha fornito agli inquirenti un contributo per individuare Antonio De Domenico, finito nel carcere militare insieme ad altri sette agenti. Le immagini mostrano il suo fanatico accanimento su corpi inermi, e il video è stato mostrato anche a Costanzo. Insomma, tutti sapevano dell'esistenza dei video, anche gli stessi indagati. Costanzo collabora per individuare i sottoposti, ma "la sua ricostruzione dell'accaduto appare lacunosa, laddove non ha ben specificato la dinamica degli accadimenti, con particolare riguardo alle modalità concordate mediante le quali avrebbe dovuto svolgersi la perquisizione, che di fatto non possono non esserle note, avendola lei diretta per l'intero svolgimento, come evincibile dai filmati del circuito di videosorveglianza", scrive il giudice.
Dopo l'individuazione del soggetto gli inquirenti ricostruiscono tutte le azioni violente. Una carrellata di soprusi. "L'agente viene ripreso mentre sferra un calcio al detenuto", "dopo aver indossato dei guanti colore arancione fluorescenti, picchia alla testa un detenuto", "rincorre un detenuto (non identificato) e lo percuote violentemente con degli schiaffi alla nuca", "viene ripreso mentre percuote con schiaffi e calci, rincorrendolo per un tratto del corridoio, un detenuto di colore con la maglia del Barcellona", "rincorre un detenuto (non identificato, con maglione bianco e pantalone nero) picchiandolo violentemente alla testa con degli schiaffi", "per le percosse subite si riversa al suolo, nonostante sia a terra il De Domenico non cessa la sua opera violenta, scagliando violente manganellate all'indirizzo del detenuto, le percosse vengono interrotte". Per gli inquirenti si distingue "per la peculiare pervicacia e l'incomprensibile violenza manifestata nell'accanirsi gratuitamente mediante schiaffi in testa e calci al fondoschiena contro gli inermi detenuti". Nel caso dell'agente De Domenico si è arrivati al riconoscimento, ma in altri casi no. Alcuni sono suoi complici.
"Un agente non identificato munito di casco e guanti blu in lattice si avvicina a De Domenico e dopo averne interloquito con quest'ultimo, gli consegna un manganello in gomma di color nero, il De Domenico lascia a terra il bastone marrone e prende quello in gomma", scrivono gli inquirenti. Chi sia l'agente che gli passa il manganello non è noto. Così come altre decine di agenti, muniti di casco, provenienti prevalentemente da altri istituti.
Aggravare le misure cautelari - Parti consistenti dell'inchiesta che fanno riferimento ad agenti non identificati. "L'agente della penitenziaria - allo stato non identificato - che ivi lo aveva condotto, lo colpiva violentemente con colpi di manganello sferrati alla testa, alla schiena, al bacino, alle costole e sul viso", "un altro agente lo afferrava per la barba stracciandogliela, gli sputava addosso e lo percuoteva con pugni al volto (...) e circa quindici agenti, allo stato non identificati, lo accerchiavano, gli sputavano addosso, lo insultavano e lo minacciavano con espressioni del tipo "... ai romani e ai napoletani oggi abbiamo rotto il culo"". L'inchiesta non si ferma e punta a individuare gli altri responsabili, intanto la procura ha presentato ricorso contro l'ordinanza, firmata dal giudice Sergio Enea, chiedendo al Tribunale del riesame l'aggravamento delle misure cautelari per alcuni indagati.
di Adriana Pollice
Il Manifesto, 6 luglio 2021
La protesta dei Garanti della Regione: "Li portano via di notte eppure, dopo "la mattanza", guardie e reclusi sono rimasti nello stesso penitenziario per oltre un anno". Si è avvalso della facoltà di non rispondere il provveditore delle carceri campane (sospeso dal servizio) Antonio Fullone, durante l'interrogatorio di garanzia ieri con il gip Sergio Enea. L'indagine è quella sulla "orribile mattanza" ai danni dei detenuti del reparto Nilo il 6 aprile 2020 nel carcere di Santa Maria Capua Vetere.
Fullone è indagato per depistaggio e favoreggiamento. Per la procura avrebbe autorizzato la "perquisizione straordinaria", ritenuta però arbitraria dai pm e dal gip, realizzata per rappresaglia dopo le proteste del 5, quando al Nilo si barricarono dopo aver avuto notizia della positività al Covid di un detenuto. "Le immagini viste sono solo una parte, quelle più raccapriccianti le ha solo la procura" hanno spiegato ieri i garanti dei detenuti provinciali e regionale, durante una conferenza stampa congiunta.
"Il carcere sammaritano - racconta Emanuela Belcuore, garante dell'area di Caserta - è stato costruito senza rete idrica, sono 25 anni che non c'è l'allaccio. L'acqua viene portata con le autobotti o bisogna ricorrere a quella in bottiglia. Esce dai rubinetti giallo marrone, con il Covid i detenuti si sono dovuti lavare con acqua che porta dermatiti e irritazioni. A pochi chilometri c'è una discarica a cielo aperto, d'estate si formano zanzare enormi. I reparti maschile e femminile di alta sicurezza sono sovraffollati e a regime chiuso. Con il Covid c'è stato il blocco dei volontari, pochissime le attività ricreative". Quando lunedì scorso è esplosa l'inchiesta nel carcere c'è stato un black out elettrico, i detenuti sono rimasti senza tv ma, denuncia Belcuore, non sono stati distribuiti neppure i quotidiani, che i detenuti pagano. "Mi hanno detto che alcuni agenti hanno imposto di strappare le pagine dei quotidiani con le foto degli indagati".
Dopo le sospensioni degli indagati sono arrivati nuovi agenti: "Per oltre un anno maltrattati e maltrattanti sono stati nello stesso carcere - commenta Belcuore -. Quando gli agenti sono stati sospesi hanno iniziato a spostare i detenuti del Nilo, 32 finora, che avevano denunciato le percosse verso altri istituti, in Calabria, Sicilia, Umbria. Li prendono di notte e li portano via. Le famiglie non possono raggiungerli per i colloqui. I detenuti che hanno chiesto l'avvicinamento a casa sono ancora lì".
A mettere in moto le indagini è stata anche la denuncia del garante campano, Samuele Ciambriello: "Uno dei detenuti del Nilo va ai domiciliari, posta sui social le foto delle percosse. Queste e le registrazioni delle chiamate con i familiari, dove altri raccontano cos'era successo, sono la base del mio esposto dell'8 aprile 2020. Per dieci giorni mi hanno raccontato fatti raccapriccianti. Nella seconda lettera che mando in procura c'è l'elenco di 16 detenuti, nome, cognome e data di nascita, disponibili a essere ascoltati dai magistrati. Alcuni mi dicevano di pressioni subite per ritirare la denuncia. Non è solo Salvini che fa propaganda, a novembre il ministero ancora ripeteva "abbiamo ristabilito l'ordine"".
Un impulso importante all'indagine si deve al magistrato di sorveglianza Marco Puglia. Il 5 aprile le proteste pacifiche, il 6 Puglia arriva all'istituto per tranquillizzare i detenuti. Il comandante della penitenziaria, Gaetano Manganelli, non vorrebbe farlo parlare con quelli del Nilo perché "era prevista una perquisizione". Riesce a incontrarli e agli atti fa mettere: "I detenuti si comportarono in modo rispettoso e tennero a ribadirmi che la loro protesta era contenuta e pacifica". L'8 il post sui social, che racconta: "Non appena il dottor Puglia si è allontanato era stata eseguita la perquisizione durante la quale molti detenuti erano stati picchiati".
Il magistrato lo stesso giorno chiede di parlare con i reclusi del Nilo, nel frattempo spostati in punizione al Danubio, ma non ci riesce perché "mancava il personale che potesse accompagnarli in sala per la videoconferenza". Puglia al gip spiega: "Mi insospettii e il 9 disposi che mi portassero a colloquio con Teams proprio quei detenuti che non mi avevano portato il giorno prima. Emanuele Irollo mi raccontò che era stato picchiato. Mostrava tramite webcam le ecchimosi sulle spalle. Agenti sui lati dei corridoi gli avevano procurato le lesioni e avevano sputato su di lui".
La sera stessa Puglia va a ispezionare il Danubio senza avvertire nessuno. Visita alti 7 detenuti, avevano ecchimosi, ematomi agli occhi, "nessuno era stato visitato in infermeria ma, al più, sottoposto a una rapita valutazione del medico di turno". Erano senza lenzuola, senza biancheria né sapone, "mi riferivano che era stato loro impedito di contattare i familiari".
Qual era il clima lo racconta ancora Puglia: "Tutti si sorpresero della mia presenza alle 21.30 al Danubio. Rimasero basiti. In ogni mio spostamento fui seguito, come un'ombra, da 3 unità di polizia penitenziaria. Chiesi più volte carta e penna in modo che potessi annotare quello che vedevo. Quando finalmente riuscii ad averli costoro lo trattenevano in mano, decisi di annotare i particolari sul mio smartphone". L'11 arriva il sequestro delle telecamere di videosorveglianza.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 6 luglio 2021
Conferenza stampa dei Garanti della Campania sui fatti avvenuti nel carcere di Santa Maria Capua Vetere il 6 aprile del 2020. "Le foto e le immagini viste sono solo una parte, quelle più raccapriccianti e le ha solo la Procura". A dirlo è il garante campano dei detenuti, Samuele Ciambriello, intervenuto in conferenza stampa sui fatti avvenuti nel carcere di Santa Maria Capua Vetere il 6 aprile del 2020.
Emanuela Belcuore, garante di Caserta, ha parlato invece di un blackout "che non ha consentito ai detenuti di vedere i tg, né sono stati distribuiti i giornali. Sono balzata dalla sedia - ha riferito - qualche detenuto mi ha anche detto che i giornali volevano pure distribuirli ma senza le foto degli agenti".
32 detenuti trasferiti senza alcuna spiegazione - Dalla conferenza emerge che nessuna spiegazione è stata fornita ai 32 detenuti del reparto "Nilo" nel carcere di Santa Maria Capua Vetere per spiegare il trasferimento in altri penitenziari italiani. "Alcuni sono stati trasferiti a Palermo, Palmi, Civitavecchia, Pesaro, Rieti e anche Modena. È un clima che non ci piace e speriamo che vengano fatti tornare al più presto in Campania", ha evidenziato la garante dei detenuti della provincia di Caserta, Emanuela Belcuore, denunciando la preoccupazione delle famiglie "per un anno costrette a fare videochiamate per parlare con i parenti detenuti e ora, quando si aprono le porte delle carceri, si prendono i detenuti e si spostano a 600 km di distanza".
L'allarme per la situazione nel carcere di Barcellona Pozzo di Gotto - Emerge anche un altro fatto grave riguardante un altro carcere, questa volta siciliano, dove sono stati trasferiti alcuni detenuti del carcere sammaritano. "Le istituzioni e la magistratura intervengano per fare luce su quanto avviene nel carcere di Barcellona Pozzo di Gotto", ha chiesto la garante locale dei detenuti Emanuela Belcuore. "Ci sono molti familiari di detenuti campani e del Napoletano ristretti a Barcellona Pozzo di Gotto - ha spiegato Belcuore - e lì succedono cose inaudite. Chiediamo che si faccia luce sul carcere di Barcellona Pozzo di Gotto affinché non ci sia una "Santa Maria Capua Vetere due". Quello che è successo a Santa Maria è stato qualcosa di eclatante, ma non è accaduto solo lì".
Chiesto dai garanti un incontro con i vertici del Dap - I garanti chiedono un incontro sia con il capo del Dap Bernardo Petralia e il vice Roberto Tartaglia, che con Gianfranco De Gesu, responsabile nazionale Detenuti e trattamento e designato dal ministero per la commissione interna per appurare i fatti di Santa Maria Capua Vetere. Ciambriello fa sapere inoltre che chiederà un incontro anche al nuovo provveditore campano Carmelo Cantone, in sostituzione di Antonio Fullone, tra i destinatari delle misure cautelari eseguite una settimana fa nei confronti di 52 appartenenti al corpo di Polizia penitenziaria.
La ministra della Giustizia Cartabia segue con attenzione le vicende - Nel frattempo la ministra della Giustizia Marta Cartabia fa sapere che sta seguendo con grande attenzione le vicende e che meriteranno un approfondimento. "Mi chiedo - ha aggiunto - come sia possibile che siano accaduti fatti così gravi e di grande turbamento per tutti. Desidero rinnovare la mia vicinanza a tutto il personale delle carceri italiane. Il loro lavoro è tanto prezioso quanto difficile e sottovalutato, e questo clima sociale lo rende più difficile. Molto spesso non guardiamo oltre le mura del carcere, ma dentro ci sono persone che svolgono un servizio essenziale per tutta la società e devono andare fieri sempre e portare con fierezza la divisa. Per questo la condanna deve essere ferma".
Da fonti di Via Arenula, si apprende che la ministra ha avuto una telefonata con il presidente dell'Ordine dei giornalisti, Carlo Verna, dopo la pubblicazione, su testate locali, di dati personali degli indagati per i fatti di Santa Maria Capua Vetere. I vertici del Dap hanno preannunciato un esposto al Garante della privacy e hanno già manifestato la propria preoccupazione per questi eccessi mediatici in una telefonata con i Prefetti di Napoli e Caserta.
di Davide Varì
Il Dubbio, 6 luglio 2021
"C'è una grande attesa di trasformazione del volto della giustizia e non possiamo lasciare che siano deluse queste aspettative", dice la guardasigilli a Catania. Confermati i concorsi per la magistratura.
"Quest'aula porta il nome di 'aula delle adunanze che fin dal nome sintetizza lo spirito di questo mio viaggio nei distretti delle Corti d'appello: adunare, ad unum, chiamare a raccolta per portare ad unità, per convocare ad un compito comune, ciascuno nei rispettivi ruoli, nel momento in cui per la giustizia si prospetta una grande occasione di rinnovamento. Stiamo attraversando una stagione di grandi cambiamenti per la vita sociale italiana, in ripresa dopo la grande ferita della pandemia; una stagione di grande rinnovamento e anche per la giustizia". A dirlo è il ministro della Giustizia Marta Cartabia durante il suo incontro al Palazzo di Giustizia di Catania, seconda tappa nelle corti d'appello dopo quella a Milano. "C'è una grande attesa di trasformazione del volto della giustizia e non possiamo lasciare che siano deluse queste aspettative. Non possiamo lasciare questo momento di fiducia rinnovata lasciando che le cose restino come sono".
Per il ministro il "cambiamento sarà possibile se impareremo ad adunarci, se sapremo avvicinarci di più, superando rivalità e distanze, in vista di uno scopo comune". "Avvicinarci - ha spiegato - tra tutti i diversi operatori del mondo della giustizia; avvicinarci tra generazioni; avvicinarci tra istituzioni: la giustizia funziona bene soprattutto nei luoghi dove tribunali e corti hanno tessuto forme di sinergia con gli ordini professionali, con le università, con il carcere, con le istituzioni locali, con le imprese e la società civile. I palazzi di giustizia sono inseriti in un territorio e funzionano bene quando chi lo guida sa tessere relazioni con il territorio".
Per Cartabia "il lavoro del giudice" deve essere "supportato da una squadra, un pò come il chirurgo in una sala operatoria, che ha attorno tanto altro personale che gli permette di concentrarsi sul suo compito, sollevandolo da tante attività fondamentali, ma di contorno". "Il chirurgo è e resta insostituibile - ha sottolineato - ma non può fare tutto da solo. La buona riuscita di una operazione dipende dall'intera equipe medica. A questo scopo - ha ribadito - saranno assunti - sia pur a tempo, secondo le condizioni poste dall'Europa, 16.500 giovani giuristi, in due tranche di 8.250 per quasi 3 anni, che dovranno contribuire a rispettare gli impegni che l'Italia ha assunto per ottenere i fondi del Recovery Plan: l'abbattimento dei tempi di definizione dei procedimenti, di ben il 40% per il civile; del 25% del penale".
"Per la democrazia non si può fare a meno di garantire i diritti dei cittadini, ma anche la vita economica e per fare questo bisogna anche intervenire sui tempi della giustizia perché una giustizia lenta e in affanno, incapace di risposte veloci, rappresenta un fardello per il rilancio anche economico del nostro Paese", ha spiegato la guardasigilli. "Mi è ben chiaro - ha aggiunto - che da anni tutti gli uffici giudiziari soffrono di carenze di organico di ogni tipo, di magistrati, di cancellieri e personale amministrativo. Le assunzioni ordinarie dovranno proseguire, ed essere rinforzate, parallelamente allo sviluppo dell'Ufficio del processo. Le assunzioni a tempo del Pnrr non possono sopperire alle carenze di organico strutturali. Tra pochi giorni si terrà il concorso della magistratura per 310 nuovi posti e a ottobre ne verrà bandito un altro per 360 posti, che dovrà svolgersi nei mesi successivi".
"Da quando si è insediato il Governo, da quattro mesi in via Arenula abbiamo dovuto riattivare il motore di una macchina complessa, molto complessa, che per un anno è stata ferma o estremamente rallentata, per via della crisi pandemica". "Sono disposta a cambiare tutto e cercare di ottenere maggiori fondi, ma non possiamo difendere lo status quo", ha sottolineato. "Dobbiamo modificare il nostro modo di lavorare - ha aggiunto - altrimenti l'obiettivo resterà un'utopia che scaricheremo sui giovani perché dovremo restituire i soldi all'Europa. Non voglio fare terrorismo, ma la responsabilità è davvero alta".
di Barbara Polidori
Vita, 6 luglio 2021
Emanuela Belcuore, la Garante dei diritti delle persone private di libertà personale dell'area di Caserta, si è insediata a giugno 2020, due mesi dopo i fatti. "Mi sono trovata a gestire la ricostruzione morale del rapporto di fiducia tra detenuti e istituzioni che una vicenda così rade al suolo, come un terremoto", racconta.
Il libero arbitrio è tra i principi che differenziano l'uomo dagli animali. Per legge i detenuti della Casa circondariale "Francesco Uccella" di Santa Maria Capua Vetere, alle porte di Caserta, non sono liberi, eppure questo non li rende meno umani. Non ci sono dubbi anche sul fatto che quella avvenuta il 6 aprile 2020 ai danni di 292 detenuti della sezione Nilo sia una "mattanza", un vuoto umanitario con l'intenzione di trattarli proprio come animali. "Domate il bestiame", "Li abbattiamo come vitelli": sono alcune delle considerazioni che 52 agenti di polizia penitenziaria, oggi in misura cautelare, hanno condiviso sui detenuti prima di picchiarli brutalmente entro le mura del carcere.
A guidarli non la giustizia bendata, principio cardine delle Forze dell'Ordine, ma una morale distorta che li ha resi ciechi, immemori dei diritti delle persone, qualsiasi sia il loro grado di giudizio. A sconvolgere di questa vicenda però, non è tanto che gli agenti coinvolti esaltino "il sistema Poggioreale", come si apprende dalle carte della Procura, ma la visione miope che tutt'oggi si ha in Italia della macchina processuale, per cui chi si macchia di un reato è destinato a essere socialmente nient'altro che un "carcerato di merda", un limbo in cui i diritti primari spesso sono negati a tal punto da non aver nemmeno qualcuno a rappresentarli tra le sbarre. Ed è in questo inferno di ingiustizie che il ruolo del Garante dei diritti delle persone private di libertà personale diventa essenziale.
Come ricostruire la fiducia nelle istituzioni - I fatti si inseriscono in un quadro complesso. Già da marzo 2020 la tensione nelle carceri italiane cresce a causa delle discutibili condizioni igieniche e del sovraffollamento degli edifici: secondo l'associazione Antigone, in quel periodo circa 61.000 persone erano recluse a fronte di 50.000 posti regolamentari, con un tasso di affollamento ufficiale superiore al 120%. Solo nel mese di marzo, sono 27 i penitenziari italiani in cui si verificano proteste dei detenuti. Tra questi anche il carcere di Santa Maria Capua Vetere, una struttura pressoché recente, di soli 25 anni, dove oggi opera Emanuela Belcuore, Garante dei diritti delle persone private di libertà personale dell'area di Caserta.
A turbare i detenuti c'è stata di base una preoccupazione generale sulle condizioni igienico-sanitarie in cui vivevano e il timore dei contagi da Covid19. Ma quali erano, al momento dei fatti, le reali condizioni della struttura?
Molto critiche: il carcere fu costruito da principio senza rete idrica, l'acqua veniva portata con le autobotti. Sono solo alcune delle difficoltà a cui sono sottoposti ogni giorno i detenuti di Santa Maria Capua Vetere. Solo pochi giorni fa, per esempio, c'è stato un blackout elettrico che ha impedito loro di informarsi tramite notiziari, in più non ci sono stati recapitati nemmeno i quotidiani a cui siamo regolarmente abbonati. Alla detenzione, al distanziamento fisico, si aggiunge così un drammatico isolamento sociale.
Quanto si è aggravato a causa del Covid19?
Aggravato? Le persone hanno perso ogni tipo di contatto: sono stati imposti il blocco dei colloqui coi Garanti, il blocco degli ingressi dei volontari e gli incontri coi familiari. In più, i minuti di conversazione e videochiamata a disposizione dei detenuti sono stati scalati. Lei capisce che due minuti in più in una conversazione possono fare la differenza soprattutto in un periodo drammatico come quello della pandemia?
Quali erano le motivazioni?
A quanto pare la rete telefonica non supporterebbe il traffico dati...
Com'è stata gestita invece la campagna vaccinale a Santa Maria Capua Vetere?
La sanità ha una gestione distaccata da quella del carcere ma i detenuti hanno aderito tutti positivamente. Sono stati fatti tamponi e vaccinazioni a tappeto, e questi risultati si devono soprattutto alla tempestività di intervento della direttrice del carcere.
Alcuni detenuti lamentano però i costi spropositati sui beni di prima necessità venduti nel carcere: un tubetto di disinfettante per esempio verrebbe all'incirca 6 euro. Gran parte di loro ha alle spalle difficoltà economiche e contesti indigenti. Almeno in pandemia non sarebbe il caso di rendere prevenzione e salute accessibili a tutti?
Sono completamente d'accordo con lei, sa quante battaglie stiamo affrontando a riguardo?
Lei si è insediata a giugno 2020, due mesi dopo i fatti e a seguire un'interrogazione parlamentare dell'ex ministro della giustizia Bonafede. Qual era l'aria che si respirava in quei mesi?
Le vittime venivano da me con i denti saltati e una paura immensa di parlare. Immagini cosa voglia dire denunciare un agente e incontrarlo poche ore dopo che ti ha picchiato... Molte di loro, oltre ai danni fisici, stanno ancora combattendo con traumi psicologici che li perseguiteranno per anni.
Ma prima di Lei qualcuno aveva raccolto mai le testimonianze di queste persone?
Le dirò: prima di giugno 2020 c'era soltanto il Garante regionale, Salvatore Ciambriello, a rappresentare i detenuti di Santa Maria Capua Vetere. I detenuti non avevano nessuno a tutelarli per la zona di Caserta prima che mi insediassi io.
In un contesto già di per sé difficile in cui intervenire, questa vicenda quanto ha oberato il suo ruolo?
Mi sono trovata a gestire la ricostruzione morale del rapporto di fiducia tra detenuti e istituzioni che una vicenda così rade al suolo, come un terremoto. Bisognerebbe tenere in conto quali responsabilità abbiamo noi Garanti e ricordarlo ai politici che puntano il dito contro il nostro lavoro.
Si riferisce alle ultime dichiarazioni del Leader della Lega, Matteo Salvini?
Quello che ha affermato è vergognoso. Voglio rispondergli però ricordando quando disse "vorrei vedere i garanti con l'olio bollente addosso": venga qui, in carcere, e ci chieda scusa. Massima solidarietà alla polizia penitenziaria ma le mele marce ci sono e vanno allontanate dal cesto, non si può fare di tutta l'erba un fascio.
Alcune delle affermazioni espresse dagli agenti della polizia penitenziaria nella chat di WahtsApp, agli atti della Procura, pare riguardassero anche il vostro lavoro, come ha sostenuto lo stesso Ciambriello. Tra queste: "È un Garante di merda, perché non torna a fare il prete?". Perché il vostro lavoro è denigrato persino da chi dovrebbe difenderlo?
La figura del Garante può risultare fastidiosa, la verità è che in un paese civile il garante non dovrebbe nemmeno esistere, perché i diritti delle persone dovrebbero essere imprescindibili. Sa quante volte invece ho messo piede in carcere in un anno? Ottantadue, pensi quanto c'è bisogno invece del nostro lavoro. Perché è questo il nostro ruolo: agire lì dove lo Stato è manchevole. Tra chi usa la linea morbida della retorica e chi, come la Ministra della Giustizia Marta Cartabia, parla severamente di oltraggio alla divisa e tradimento della Costituzione, ciò che emerge oggi è una dicotomia morale nel dibattito pubblico che associa indiscriminatamente i detenuti al male e il poliziotto al bene. Uno stereotipo che sottrae alla giustizia, allo Stato, i suoi spazi di intervento e che minaccia anche il lavoro dei Garanti dei detenuti. Sarà la giustizia, ora, a dover giudicare i 52 agenti indagati, rispondendo alla profezia di uno di loro, proprio dalla chat WhatsApp agli atti della Procura: "Siamo ai piedi di pilato".
di Giacomo Puletti
Il Dubbio, 6 luglio 2021
Boom di firme per Lega e Radicali, ora appoggiati pure da FdI: così gli altri partiti cercheranno "rivincite" su penale e Csm. Il sostegno di Fratelli d'Italia a quattro dei sei referendum sulla giustizia promossi da Lega e radicali aggiunge una pedina importante nello scacchiere politico- giudiziario che coinvolge governo, Parlamento e partiti.
La presidente di Fd'I, Giorgia Meloni, ha dato il proprio avallo ai quesiti su Csm, separazione delle carriere, responsabilità civile dei magistrati e voto degli avvocati nei Consigli giudiziari, mentre si è detta contraria a quelli su custodia cautelare e abrogazione della legge Severino, ritenuti "figli più della legittima cultura radicale che della destra nazionale". In particolare, secondo Meloni "la proposta referendaria sulla carcerazione preventiva, al di là delle condivisibili motivazioni, impedirebbe di arrestare spacciatori e delinquenti comuni che vivono dei proventi dei loro crimini".
Il sostegno a quattro dei sei quesiti dà in ogni caso una spinta importante alla campagna referendaria, che sarà dunque propagandata dalla destra con tanto di gazebo. "È necessario iniziare un processo di riforma radicale della magistratura dopo le inquietanti vicende del caso Palamara - ha aggiunto la presidente di Fd'I - Bisogna riformare la magistratura per scardinare il sistema delle correnti che ne ha fatalmente compromesso l'immagine".
Di impulso alla campagna, a guardare i numeri del primo fine settimana di raccolta firme, in realtà non sembra esserci neppure troppo bisogno. In base ai dati diffusi dalla Lega sono stati centomila i cittadini che hanno scritto il proprio nome a sostegno dei referendum, una cifra che ha sorpreso positivamente lo stesso leader del Carroccio, Matteo Salvini.
"C'è stata una risposta popolare incredibile - ha detto l'ex ministro dell'Interno - Da oggi (ieri, ndr) è possibile firmare con calma e al fresco in tutti i comuni italiani, e quindi l'obiettivo del milione di firme sarà ampiamente superato, anche perché è un referendum non di partito ma di giustizia". Per dare il via all'iter referendario di firme ne basterebbero 500mila, ma il numero uno leghista alza l'asticella e punta all'intera posta in palio. "Per trent'anni la politica e il Parlamento hanno promesso riforme della giustizia e per trent'anni non è cambiato nulla - ha spiegato - Anche un giudice se sbaglia sulla pelle di un cittadino deve pagare come tutti gli altri lavoratori".
Di certo il boom della due giorni di raccolta firme ha messo vento in poppa sia del Partito radicale, per quanto riguarda la campagna referendaria, sia della Lega, che intestandosi da subito la battaglia potrà andare all'incasso in caso di successo. È anche per questo che Meloni ha deciso di cambiare rotta rispetto alla freddezza espressa solo pochi giorni fa dal responsabile giustizia di Fratelli d'Italia, Andrea Delmastro Delle Vedove, che aveva detto di non essere entusiasmato neppure dai quesiti sulla magistratura e di preferire a questi ultimi la strada degli emendamenti al ddl sul Csm. E può essere contenta anche Forza Italia, come ha sottolineato la capogruppo azzurra in Senato, Anna Maria Bernini: "Più di centomila firme per i referendum sulla giustizia in un solo fine settimane sono un risultato straordinario - ha scritto su twitter - una risposta popolare al populismo giudiziario".
Ma il successo di questo inizio di campagna potrebbe complicare le cose per le riforme in Parlamento, soprattutto riguardo al ddl penale e a quello sul Csm, rispetto ai quali altri partiti si sentiranno più sollecitati a piantare le loro bandierine. In particolare il Movimento 5 Stelle, che non mollerà facilmente sulla propria riforma della prescrizione, e anche il Pd, che delle riforme sulla giustizia ha fatto il proprio cavallo di battaglia al principio della neonata segreteria di Enrico Letta. E così ci ha pensato Francesco Paolo Sisto, sottosegretario alla Giustizia, a ribadire l'importanza del percorso riformatore: "Oggi non c'è nulla di più importante delle riforme: senza riforme non arrivano i fondi del Recovery.
Per questo, dare a qualsiasi altro provvedimento, portato avanti a qualsivoglia titolo, anche il più nobile, una importanza prioritaria ed epocale, creando divisioni e rischi di compromissione della tenuta della maggioranza, è in questo momento sbagliato - ha detto Sisto - Il ministero della Giustizia è al lavoro per portare quanto prima in Aula il pacchetto delle riforme del civile e del penale in modo da dare al Paese un'ulteriore spinta alla crescita, con una forte connessione ai principi costituzionali".
Su questo è tornata a parlare anche la ministra della Giustizia Marta Cartabia, intervenuta a Catania nella seconda tappa delle sue visite nelle Corti d'Appello, dopo quella di Milano. "Come sapete stiamo lavorando a numerose riforme - ha detto la guardasigilli - quelle del rito civile sono già in Parlamento, quelle del processo penale arriveranno a giorni e subito dopo porteremo a termine anche quella dell'ordinamento giudiziario". Ma la ministra è sembrata anche dare una risposta alle obiezioni avanzate pochi giorni fa dall'avvocatura sul ddl civile. "Sono disposta a cambiare tutto e cercare di ottenere maggiori fondi, ma non possiamo difendere lo status quo - ha concluso - Dobbiamo modificare il nostro modo di lavorare, altrimenti l'obiettivo resterà un'utopia che scaricheremo sui giovani perché dovremo restituire i soldi all'Europa. Non voglio fare terrorismo, ma la responsabilità è davvero alta".
di Stefano Magni
radiomaria.it, 6 luglio 2021
Il pestaggio sistematico dei detenuti nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, a Caserta, avvenuto nell'aprile del 2020 ed emerso solo in queste settimane, ha scioccato il Paese. Le immagini sono esplicite, secondini che picchiano carcerati ormai indifesi, anche una persona disabile in carrozzina, come rappresaglia per una rivolta dovuta al panico da Covid-19, che iniziava a diffondersi. È il sintomo di un problema più grave e diffuso, il sovraffollamento delle carceri e la disumanizzazione dei detenuti che dovrebbero invece essere reinseriti sulla buona strada. Ne parliamo con Francesco Cavallo, avvocato, del Centro Studi Livatino.
Il pestaggio sistematico dei detenuti nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, a Caserta, ha scioccato il Paese. Le immagini sono esplicite, secondini che picchiano carcerati ormai indifesi, anche una persona disabile in carrozzina, come rappresaglia per una rivolta. Era l'aprile del 2020, a un mese e mezzo dall'inizio dell'emergenza Covid-19 e il primo caso di contagio aveva provocato la ribellione dei carcerati. La risposta della polizia penitenziaria è stata violentissima ed ora, a poco più di un anno di distanza, dopo tanta omertà, è sotto gli occhi di tutti.
Le indagini sono appena all'inizio e molti aspetti sono ancora oscuri: chi sapeva, chi ha dato l'ordine, cosa sapeva l'allora ministro Alfonso Bonafede. Il caso, scoppiato fra le mani del governo Draghi, risale infatti all'anno del governo Conte 2 (Pd, Leu e M5S). ma si possono già analizzare degli aspetti che sono già evidenti. Perché quello del carcere campano non è un caso unico, purtroppo.
La Nuova Bussola Quotidiana ne ha parlato con l'avvocato Francesco Cavallo, del Centro Studi Livatino. Il quale ci ribadisce: "La situazione carceraria italiana è un tema che dovrebbe essere posto, da anni, all'attenzione della politica. Come Centro Studi Livatino lo abbiamo denunciato immediatamente, non appena è scoppiata l'emergenza Covid-19. La gestione delle carceri, come era evidente sin dal febbraio del 2020, sarebbe stata problematica, con rischi enormi. Rischi che poi sono culminati, non solo nell'episodio di Santa Maria Capua Vetere, che ora è sotto gli occhi di tutti, ma anche degli eventi che lo hanno preceduto. Sono violenze, rivolte, morti su cui ancora non si è fatta piena luce".
Quali sono stati i segni precursori delle violenze a Santa Maria Capua Vetere?
Noi abbiamo assistito ad episodi molto gravi, con violenze e ribellioni in diverse carceri italiane. Penso alla rivolta del carcere Sant'Anna di Modena, l'8 marzo 2020, nove detenuti morti. O anche a Rieti, altre tre vittime fra i carcerati. E poi le rivolte di Melfi (con cattura di ostaggi), di Siracusa e di Foggia.
Perché tutto ciò poteva essere previsto e prevenuto?
Perché è nota la condizione di sovraffollamento delle carceri. Una condizione che ci ha già portato a ricevere censure in sede comunitaria e internazionale e che ci pone al di fuori dell'ordinamento costituzionale. Il panico da epidemia, alimentato da un clima di incertezza e, allora, anche di ignoranza scientifica, con morti e reparti ospedalieri che si stavano riempiendo in fretta, ha determinato disagio, paura e violenza, in comunità chiuse e sovraffollate, ove era impossibile garantire gli spazi necessari per quel distanziamento fisico che gli esperti predicavano come indispensabile.
Quale giudizio politico possiamo esprimere sull'azione del governo Conte?
I provvedimenti dell'allora governo Conte, ministro di Grazia e Giustizia era Bonafede, sono stati certamente lacunosi. Enormemente lacunosi. Da una parte ha scaricato sulla magistratura di sorveglianza l'onere della scelta su chi rimandare a casa, con rischi di alimentare ulteriore nervosismo nelle carceri, per una diffusa percezione di disparità di trattamento. Dall'altra ha imposto una forte limitazione dei contatti con il mondo esterno. Per cui si è determinata un'immediata reazione nella popolazione carceraria, già provata dal sovraffollamento e poi colpita da queste prime misure in un momento di paura per una pandemia ancora ignota. E fra le cose che sono accadute c'è anche l'episodio di violenza a Santa Maria Capua Vetere, ora al vaglio della magistratura, perché ad essere esasperato era anche il personale della polizia penitenziaria.
I pestaggi nel carcere campano sono stati sistematici ed hanno coinvolto gran parte del personale, non solo agenti, ma anche personale medico...
Sono atti di violenza su cui si deve fare chiarezza. Sarebbe troppo facile prendersela con "gli ultimi", con alcuni agenti della polizia penitenziaria. Occorrerebbe capire chi, nella catena di comando, era al corrente dei fatti e come sia stato possibile trasformare una perquisizione in una vera e propria spedizione punitiva. Anche con pestaggi a freddo di detenuti disabili.
È un caso più unico che raro, oppure è frequente ma non lo veniamo a sapere?
Con riferimento alle vicende di Santa Maria Capua Vetere, a differenza di qualche corrente della magistratura associata che si ricorda dei diritti degli indagati a giorni alterni, in base agli accusati, noi riteniamo che i diritti degli indagati valgano sempre. anche se si tratta di accusati di atti violenti documentati con immagini molto crude. Preferiamo attendere che le indagini si concludano, che vi siano le pronunce del riesame e della Cassazione sugli aspetti cautelari, che si svolgano i processi. Non possiamo fare processi mediatici. La diffusione delle immagini e le pagine dei quotidiani con le foto e i nomi degli agenti coinvolti non sono una bella pagina dell'informazione. Al netto di questo, è pacifico che la condizione di stress del sistema carcerario sia abbastanza diffusa; ciò non implica che episodi come quelli di Santa Maria Capua Vetere siano "all'ordine del giorno" ma purtroppo (come sanno bene gli avvocati in contatto con detenuti e lo testimoniano diversi procedimenti in corso in tutta Italia) non è infrequente che le situazioni di stress in comunità chiuse sfocino in violenze, pestaggi e non si riesca più a gestire la situazione.
Possibile che il ministro Bonafede, in un anno, non abbia saputo nulla?
Occorrerà accertare se la catena di comando, fino ai vertici, ne fosse all'oscuro, considerando che su questo episodio era stata fatta anche un'interrogazione parlamentare, lo scorso autunno, e pare fosse noto. Le indagini ed i processi ci diranno l'eventuale livello di responsabilità penale. In ogni caso, che la gestione Bonafede fosse deficitaria lo rivela il fatto che la condizione di sovraffollamento e stress nelle carceri era arcinota ben prima dell'emergenza Covid. Era ampiamente prevedibile che allo scoppio della pandemia ci sarebbero stati enormi problemi ed è evidente, al di là delle responsabilità penali, che, dal punto di vista politico, il governo ha sbagliato. E, devo dire, anche la stampa e la Tv si sono concentrate sul caso limite del boss ammalato mandato a scontare un periodo ai domiciliari, imbastendoci intere trasmissioni, ma hanno perso di vista il quadro di insieme. Non hanno denunciato la mancanza di provvedimenti che avrebbero consentito l'alleggerimento della tensione, sin da subito.
Cosa si sarebbe dovuto fare, invece, per prevenire la situazione?
Il Centro Studi Livatino lo chiese già a fine febbraio 2020: la prima misura che si sarebbe dovuta prendere, allo scoppio dell'emergenza doveva consistere in un atto di clemenza, quantomeno in un indulto per coloro che stavano per concludere la loro pena in carcere: un anno di remissione di pena detentiva per ogni condannato in via definitiva, senza restrizioni in ordine al tipo di reato per cui fosse stata pronunciata condanna. Questa proposta non venne presa in considerazione ovviamente per ragioni demagogiche, avrebbe provocato crepe all'immagine di securitarismo del Ministro della Giustizia e di parecchie forze politiche, di maggioranza e di opposizione. Ciò avrebbe consentito di sfoltire la popolazione carceraria senza disparità di trattamenti, non avrebbe rimesso alla magistratura di sorveglianza la discrezionalità su chi rimandare a casa e chi tenere in carcere. Una discrezionalità che ci è costata anche la rimessa in libertà di qualcuno che forse, invece, sarebbe potuto restare in carcere. Tuttavia, il clima in cui siamo immersi da trent'anni ormai, impedisce anche solo di parlare di atti di clemenza, come se fossero "un colpo di spugna". Quando invece atti come questi ristabilirebbero l'iniziativa del potere legislativo, perché sarebbe il Parlamento a decidere, non il potere giudiziario (con tutti i limiti della discrezionalità e della "distrazione" che ne affligge una parte balzata negli ultimi anni e mesi agli onori della cronaca). Darebbe anche un senso alla pena: la clemenza è anche ciò che legittima e giustifica la pena, e in certe circostanze eccezionali, come lo scoppio di una pandemia, è (e sarebbe stato) un gesto di grande responsabilità.
Non sarebbe il caso di usare carceri già costruiti per redistribuire i carcerati e ridurre così il sovraffollamento?
L'Italia, messa a confronto con i soli Paesi membri dell'Unione europea risulta avere le carceri più sovraffollate: 120,3 detenuti per ogni 100 posti, con una media di 1,9 persone per cella. Non solo, messa a confronto con tutti gli Stati membri del Consiglio d'Europa, risulta ai primi posti con il più alto numero di detenuti in attesa di giudizio. Sarebbe possibile un trasferimento, certo, ma sarebbe auspicabile ripensare interamente l'esecuzione penale, oltre che la custodia cautelare (e la reale autonomia e indipendenza dall'accusa dei magistrati che esercitano le funzioni di GIP, Riesame, ecc.). L'esecuzione penale però, è più di ogni altro tema ostaggio di opposte partigianerie. Da un lato ci sono i giustizialisti manettari, dall'altro ci sono gli utopisti che vorrebbero abolire qualunque forma di pena. E invece, nello scontro fra opposte partigianerie, sfugge il buon senso. Perché buon senso vorrebbe che l'intera esecuzione penale fosse ricondotta ai principi costituzionali di dignità, senso di umanità e finalità rieducativa. Principi che non sono rispettati in carceri sovraffollate, con la tensione alle stelle fra detenuti e personale carcerario. Prima della Costituzione italiana della Cedu, è l'ordine naturale e cristiano ad esigere che, se qualcuno sconta una pena e paga il prezzo dei propri errori, non va umiliato, annichilito, privato di dignità e speranza, condannato alla "morte per pena".
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