di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 2 dicembre 2021
A seguito della decisione del 26 novembre di un tribunale turco di non scarcerare il difensore dei diritti umani Osman Kavala, Amnesty International ha sollecitato i capi di stato del Consiglio d'Europa a lanciare, nella riunione odierna, una procedura d'infrazione contro la Turchia.
Tale iniziativa si rende necessaria in quanto le autorità turche continuano a non dare seguito a una sentenza, vincolante nei loro confronti, emessa dalla Corte europea dei diritti umani nel dicembre 2019. In quella occasione la Corte aveva stabilito che la detenzione di Kavala, ufficialmente per aver finanziato le proteste di Gezi Park nel 2013 e per il suo coinvolgimento nel tentato colpo di stato del luglio 2016, non aveva altro motivo che ridurlo al silenzio in quanto difensore dei diritti umani. La Corte, pertanto, aveva chiesto al governo turco di "prendere tutte le misure necessarie per porre fine alla detenzione del ricorrente e assicurare il suo rilascio immediato".
Kavala si trova nella prigione di alta sicurezza di Silivri, detenuto arbitrariamente da oltre quattro anni. Per aggirare la sentenza della Corte, l'udienza del 26 novembre lo ha visto imputato di un nuovo processo kafkiano nel quale, insieme ad altri 51 imputati tra cui tifosi di calcio, deve rispondere di "tentato rovesciamento dell'ordine costituzionale", "tentato rovesciamento del governo" e "spionaggio militare e politico".
ilfriuli.it, 2 dicembre 2021
Emersi 14 casi fra i detenuti che domani saranno sottoposti in massa allo screening. Il carcere di Udine è in quarantena per 14 casi Covid fra i detenuti che, domani, saranno sottoposti in massa allo screening per capire esattamente il livello di diffusione del virus.
Dei 14 positivi, accertati tutti nei giorni scorsi, nessuno desta preoccupazione. Quattro di loro si sono negativizzati nelle ultime ore. La decisione di porre in quarantena il carcere è stata presa dalla Direzione e dalle Autorità sanitarie. Sono stati bloccati i colloqui, gli incontri e le altre attività. La riunione del Consiglio dei detenuti, che doveva essere dedicata alla presentazione del progetto di ristrutturazione del carcere è stata annullata.
In via Spalato nei giorni scorsi c'erano 140 detenuti, numero decisamente superiore alla capienza della struttura. Il loro numero ora è sceso. In una lettera, il garante dei detenuti, Franco Corleone, ha invitato tutti a vaccinarsi. "Ho parlato con la magistratura di sorveglianza - ha scritto Corleone - sollecitando decisioni per la concessione di misure alternative. Mi auguro - ha concluso Corleone - che per Natale si possa festeggiare la fine di questo incubo e riprendere gli incontri del Consiglio dei detenuti".
Ristretti Orizzonti, 2 dicembre 2021
Il Garante delle persone private della libertà, Stefano Anastasìa, in visita all'istituto viterbese ha verificato le condizioni di detenzione nella Casa circondariale, dopo il trasferimento di 112 detenuti di Alta sicurezza da Frosinone. Il Garante dei detenuti della Regione Lazio, Stefano Anastasìa, è stato oggi in visita alla Casa circondariale di Viterbo Nuovo complesso, per verificare le condizioni dei 112 detenuti in regime di alta sicurezza, trasferiti dal carcere di Frosinone, e le misure adottate per la continuità della campagna vaccinale e i colloqui dei detenuti con i familiari.
Anastasìa ha visitato il nuovo reparto di Alta sicurezza, la sezione di isolamento, la cucina, i locali e gli ambienti destinati ai colloqui in presenza e a distanza con i familiari, accompagnato dal responsabile dell'attività di monitoraggio della struttura di supporto, Ciro Micera, dalla direttrice dell'istituto penitenziario, Annamaria Dello Preite, dal vicecomandante della polizia penitenziaria e dalla responsabile dell'area educativa. Il trasferimento a Viterbo dei detenuti di alta sicurezza è stato disposto dopo che, a seguito dell'introduzione di una pistola nel carcere di Frosinone, era stato deciso dal Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria (Dap) di dimezzare il numero di presenze nella sezione ciociara di alta sicurezza. A Viterbo adesso si trovano 490 detenuti, di cui 112 in alta sicurezza, appunto, e 47 in regime di massima sicurezza, 41 bis.
"Entro la prima metà di dicembre - riferisce il Garante Anastasìa - sarà somministrata la terza dose di vaccino anti Covid-19 al personale e a tutti i detenuti che vorranno accedervi. Nel corso della visita abbiamo potuto verificare gli spazi per i colloqui, sia all'interno che all'aperto, la cucina, l'infermeria e la sezione per l'isolamento.
Stilerò una relazione con le mie raccomandazioni che invierò alla direttrice dell'istituto, che ringrazio fin d'ora per la disponibilità e l'attenzione prestata nel corso della visita e nei confronti delle istanze dei detenuti. Una criticità di rilievo - conclude Anastasìa - è senz'altro rappresentata dal fatto che, benché sia presente nei locali doccia, dai rubinetti nelle camere detentive non sgorga acqua calda, in quanto il sistema idraulico, obsoleto, non lo prevede".
Cronache Nuoresi, 2 dicembre 2021
Un convegno pubblico che si è svolto ieri a Nuoro alla biblioteca S. Satta, ha concluso il ciclo di incontri sul tema "Diritti e Ristretti, - riflessioni sul sistema carcerario - che ha coinvolto gli studenti delle scuole superiori degli Istituti cittadini.
L'iniziativa promossa dal Garante dei detenuti del Comune di Nuoro e dall'Anpi, finalizzata alla comprensione e sensibilizzazione sulla realtà della pena detentiva, sulla sua esecuzione negli Istituti penitenziari, secondo quanto previsto dall'art. 27 della Costituzione, a visto gli interventi di Andrea Soddu Sindaco a di Nuoro, di Graziano Pintori presidente dell'Anpi di Nuoro, di Giovanna Serra, garante delle persone private della libertà personale del Comune di Nuoro, di Giuseppina Boeddu dell'U.e.p.e.. di Nuoro, di Samuele Ciambriello garante delle persone private della libertà personale della Regione Campania, coordinati da Adriano Catte del foro di Nuoro. I relatori nei vari interventi hanno evidenziato come la realtà carceraria spesso viene considerata come un mondo a sé, ignorato e da tenere lontano.
Il carcere, invece è parte integrante della società in cui viviamo la quale deve essere inclusiva e non esclusiva nei riguardi di chi si trova dietro le sbarre, pronta ad accettare chi un domani espiata la pena e dovrà tornare a vivere nella comunità. Durante il convegno è stato affrontata anche la questione dell'Ergastolo. Una società inclusiva deve essere per tutti, anche nei confronti di coloro che hanno una lunga pena detentiva da espiare.
Spesso si identifica il detenuto con il reato commesso, anziché considerare che anche egli è una persona, e per questo la sua dignità va rispettata. Dal confronto fra i relatori è emerso che per capire questo occorre conoscere è studiare la Costituzione Italiana, nata dalla Resistenza alla quale hanno contribuito i padri costituenti, e soprattutto i partigiani con la guerra di Liberazione.
La riforma del 1975, prevedeva un superamento della istituzione carcere, come affermava il giurista Galante Garrone, un carcere aperto pronto a formare i cittadini che avevano sbagliato ad inserirsi nella società e arrivava dopo l'ordinamento penitenziario del R.D. del 1871 e del 1931; la stessa riforma che oggi nonostante le varie modifiche legislative avvenute non è stata mai applicata. Occorre cambiare rotta rispetto al passato - è stato detto dai relatori - per fare in modo che tante criticità all'intero del sistema carcerario vengano superate: a oggi si ha un carcere dove i detenuti non possono studiare, con problemi di sovraffollamento e suicidi inoltre dove non viene tenuta in considerazione la territorialità della pena e i reclusi che stanno lontano dai propri affetti, non possono avere colloqui frequenti.
Questa situazione è stata ulteriormente aggravata dalla pandemia e in alcuni istituti di pena, per alleggerire la situazione, sono stati concessi più colloqui in videoconferenza, più telefonate per sopperire alla possibilità di contagi e alle restrizioni imposte dal Covid. Già da tempo sono state istituite le casette affettive dove i detenuti e le detenute possono restare con i propri figli e famigliari. In Sardegna c'è un problema l'assenza del Garante Regionale per i detenuti, al quale i reclusi al 41 bis si possono rivolgere solo a lui.
I detenuti, è stato ribadito, rappresentano una risorsa per la società non un peso, per questo occorre creare ponti di solidarietà, comprensione umana e dignità, questo può avvenire con le misure alternative alle quali possono accedere coloro cha hanno una condanna non superiore a 10 anni. si è passati da un concetto restrittivo, a quello di giustizia riparativa fino a quello di misure alternative: queste si applicano con l'espiazione della pena secondo regole ben precise, a casa e coinvolgendo maggiormente tutte le associazioni di volontariato.
Diceva Rousseau "l'uomo è buono per natura è la società che lo corrompe": sorge spontanea una domanda, una società che crea la devianza, emarginazione e alimenta l'abbandono del sistema scolastico, è in grado di accoglierei gli ex detenuti? La risposta per ora non è facile da fornire nemmeno in un convegno.
Il Tirreno, 2 dicembre 2021
"Durante la votazione segreta per la nomina del nuovo Garante dei diritti delle persone private della libertà la maggioranza - scrive in una nota il Pd, di cui è capogruppo Walter Tripi - non ha perso l'occasione per scrivere una pagina vergognosa del consiglio comunale.
C'era una sola candidata la dottoressa Giulia Melani, giovane, con un curriculum impeccabile di esperienze già maturate sul tema, ma che evidentemente non rispondeva alle esigenze di lottizzazione della giunta Tomasi, che ha preferito far decadere la votazione.
Ed ecco quindi che - prosegue il Pd - dopo anni di disinteresse totale verso questa tematica, la nomina del garante viene una volta in più rimandata a data da destinarsi. Ma quello che lascia sconcertati è il metodo di questa amministrazione, che per le proprie esigenze di parte e politiche riesce a mettere in gioco anche i diritti delle persone: evidentemente la dottoressa Melani, unica candidata ad aver dato la disponibilità per un ruolo dalle enormi difficoltà e senza alcuna retribuzione, non era sufficientemente vicina ai colori politici della giunta".
di Nicoletta Dentico
Il Manifesto, 2 dicembre 2021
La posta in gioco è la possibilità di rispondere a due anni di emergenza sanitaria con la messa a punto di un nuovo strumento vincolante. Si è conclusa con una decisione all'unanimità la sessione speciale della assemblea mondiale della sanità, iniziata il 29 novembre: aveva come unico punto all'ordine del giorno la deliberazione di un negoziato per un nuovo trattato pandemico per la preparazione e risposta alle pandemie future.
La posta in gioco non banale, in un tempo di così bassa marea dell'azione multilaterale, è la possibilità di rispondere a due anni di emergenza sanitaria con la messa a punto di nuovo strumento vincolante, ai sensi della funzione normativa dell'Organizzazione mondiale della sanità (Oms), per adeguare la governance globale della salute alla gestione delle nuove inevitabili pandemie. L'idea originaria nasce dalla fantasia del presidente del Consiglio d'Europa Charles Michel, il quale ha lavorato sodo nell'ultimo anno per incardinare la proposta a Ginevra con l'appoggio di Francia e Germania e per conseguire in poche battute il sostegno incondizionato del direttore generale dell'Oms, Dr Tedros Adhanom Ghebreyesus, e di 25 paesi spiluccati in giro per il mondo (The Friends of the Treaty) per conferire alla proposta un senso di adesione che - sia chiaro - è rimasta piuttosto sfumata fino a questi ultimi giorni della assemblea dedicata al tema.
Sotto l'impalcatura retorica del consenso diplomatico - in molti interventi si è ribadito che l'esito della assemblea speciale dell'Oms segna una pagina storica dell'organizzazione, alla ricerca di nuova legittimazione dopo due anni vissuti pericolosamente - si sono ravvisate nei giorni scorsi crepe assai meno accomodanti. Le crepe di realismo dei governi che hanno denunciato lo scandaloso stato di difficoltà in cui si dimenano ogni giorno, nella lotta contro Covid-19, a causa della diseguaglianza organizzata che impedisce l'accesso ai vaccini per immunizzare la loro popolazione.
Le fessure di indignazione dei ministri che hanno ricordato il fallimento della comunità internazionale nel far funzionare il dispositivo di cooperazione sanitaria Covax, la incapacità di mantenere la promessa (di ripiego) sulle donazioni dei vaccini, e la caparbia resistenza contro la adozione della moratoria dei diritti di proprietà intellettuale, ferma da un anno all'Organizzazione Mondiale del Commercio. La comparsa della variante Omicron riflette, ha detto in apertura di assemblea Dr Tedros, questo scenario scoraggiante: occorre ricordare che solo 1 su 4 persone dei servizi sanitari in Africa ha ricevuto la prima dose di vaccino.
Nel corso dell'assemblea si sono alzate molte voci governative con la richiesta di sospendere immediatamente il blocco dei voli nei confronti del Sudafrica. La decisione repentina di isolare una parte consistente del continente africano non ha alcuna evidenza scientifica, corrisponde a un esercizio di palese discriminazione da parte delle nazioni occidentali (che hanno bandito i voli con il Sudafrica, ma non con Israele e il Belgio dove sono stati identificati i primi pazienti), e una chiara violazione dei Regolamenti Sanitari Internazionali del 2005, l'accordo che già vincola 196 paesi della comunità internazionale a precisi comportamenti in situazioni di emergenza sanitaria.
Sì, perché la strana storia di questo trattato pandemico voluto dall'Europea è che uno strumento vincolante l'Oms già ce l'ha, anche se naturalmente la sua implementazione è stata a dire poco carente dall'inizio di Covid-19, e lo è evidentemente anche mentre gli stati membri si trastullano con parole altisonanti come equità, trasparenza, inclusività, efficacia, solidarietà, accountability. L'iniziativa europea, in nuce già nell'estate 2020, si è imposta per motivi geopolitici legati alla necessità di occupare lo spazio lasciato dal ruvido ritiro di Trump dall'Oms nel maggio 2020. La demarche però rimanda anche all'aspirazione di rafforzare un presidio europeo della salute globale, tra intraprendenza cinese e nuovo attivismo multilaterale americano della amministrazione Biden, non particolarmente entusiasta all'idea di un nuovo trattato.
C'è poi la necessità di salvaguardare il mandato e la legittimità dell'Oms nel momento in diverse commissioni indipendenti dell'Oms e del G20 hanno estratto dal cilindro una pletora di nuove istituzioni sanitarie da insediare al Palazzo di Vetro, sottraendo autorità dunque alla agenzia tecnica dell'Onu. È il caso del Global Health Threat Council che tanto piace al G2o e a Biden, ovvero della Global Finance and Health Taskforce partorita ultimamente dal G20 a presidenza italiana, su spinta di Mario Monti - una storia questa che merita una trattazione a parte. In questa contingenza di competizione geopolitica e di troppi galli nel pollaio della salute globale, in molti respirano un'aria di forced multilateralism, di costrizione a seguire il vento dei più forti. Lo conferma una ricerca svolta da Geneva Global Health Hub (G2H2), una piattaforma indipendente della società civile che dopo aver intervistato 23 delegati, esperti di salute del nord e sud del mondo si chiede se sia necessario un nuovo trattato pandemico in questo mondo disincantato. Il 1 marzo 2022 parte il processo formale intergovernativo. Ne vedremo delle belle.
di Luigi Manconi
La Repubblica, 2 dicembre 2021
Il dato è davvero sorprendente: nel corso dei mesi di aprile, maggio e giugno 485mila italiani hanno dato le dimissioni volontarie dal posto di lavoro. Ancora: secondo uno studio di Bankitalia, nei primi dieci mesi dell'anno in corso, si sono registrate 777.000 cessazioni volontarie di rapporti di lavoro a tempo indeterminato (più 40.000 rispetto alla fase pre-Covid): in particolare nel Centro Nord e nel comparto industriale. E, secondo la Cisl, nei primi nove mesi del 2021, a Bergamo, il numero di interruzioni dei soli contratti a tempo indeterminato è aumentato del 25% rispetto al 2020. Per altro, negli Stati Uniti, nel mese di agosto, 4 milioni e 300mila lavoratori hanno rinunciato all'impiego. E fenomeni analoghi si verificano in molti altri Paesi. Si chiama Big Quit o Great Resignation, in italiano Grande Dimissione (ne ha scritto su questo giornale Marco Bentivogli). E corrisponde al fatto che un numero crescente di persone, per le più diverse ragioni, decide di abbandonare l'attuale occupazione prima ancora di disporre di un'alternativa.
Sia chiaro, sono dati che vanno manovrati con la massima prudenza. E va subito ricordato, a esempio, che il mercato del lavoro Usa e quello italiano hanno connotati estremamente diversi e non comparabili: e, di conseguenza, assai differenti possono essere le motivazioni della rinuncia. E anche la spiegazione più immediata, legata agli effetti della pandemia, è tutt'altro che esauriente, dal momento che il fenomeno in questione precede la diffusione del Covid. Ma resta il fatto che la concomitanza e la costante crescita di tali dinamiche segnalano mutamenti profondi nel sistema delle motivazioni al lavoro.
Opportunamente Francesca Coin sottolinea come il dato italiano sia tanto più significativo in quanto quelle centinaia di migliaia di persone si dimettono pur "sapendo che lì fuori c'è una disoccupazione giovanile del 29,8 per cento e 2,3 milioni di disoccupati". (L'Essenziale, n.2). L'ipotesi è che in Italia, pesino in particolare, per un verso, l'arretratezza di molti segmenti del mercato del lavoro e della sua legislazione e, per l'altro, le ragioni soggettive proprie di una nuova concezione del rapporto tra tempo di vita e tempo di lavoro e tra realizzazione della personalità e capacità professionale. Ossia una combinazione di cause antiche (pessima qualità del lavoro e bassi salari) e trasformazioni culturali (dequalificazione e perdita di senso di molte attività).
Resto convinto, tuttavia, che l'influenza della pandemia sulle nostre vite e sulle nostre menti sia sottovalutata anche nel considerare il processo della Grande Dimissione. Si trascura, cioè, quanto il virus abbia inciso in profondità sui comportamenti e sulle strutture psichiche; e come, di conseguenza, abbia condizionato il rapporto tra gli individui e il lavoro, determinando nuovi atteggiamenti, strategie di adattamento "opportunistico", processi di insofferenza selettiva, fino alla rinuncia. Perché questo è il punto: le conseguenze concrete e materiali del Covid si intrecciano a quelle psicologiche.
Le restrizioni dei movimenti e i limiti alle relazioni coincidono, nella vita quotidiana, con un crescente affaticamento e una sovrapposizione di funzioni. Basti pensare alle esistenze di tante donne chiamate a un sovraccarico congestionato di ruoli (madre, lavoratrice, supplente e insegnante di sostegno nella scuola della didattica a distanza), ma, in realtà, il discorso riguarda tutti. Eppure, lo stress fisico e psichico è solo uno dei fattori di un più generale smarrimento, la cui prima causa consiste in un rapporto del tutto nuovo con le questioni di vita/morte.
Per le generazioni nate dopo la seconda guerra mondiale, con la sola parziale eccezione della fase del terrorismo, la vita fisica è stata soggetta finora solo alla minaccia di cause naturali di decesso o di incidenti e di altri eventi non prevedibili. La pandemia costituisce il primo incontrollabile attentato alla incolumità di ciascuno di noi. E, pur rimanendo evento minoritario (140mila morti su una popolazione di meno di 60 milioni) porta con sé un carico di angoscia come mai negli ultimi settantacinque anni.
Le bare di Bergamo sui camion militari, i familiari irraggiungibili nelle Rsa, l'ansia per il possibile contagio, la "reclusione domestica", il sospetto verso il non vaccinato: sono altrettante manifestazioni di una crisi acuta dei fondamenti della propria stabilità. Ne consegue l'incertezza per i valori o, più semplicemente, per le sicurezze sulle quali si fondava la propria vita individuale e sociale. È come se questa si fosse accorciata. E la sensazione, pur fantasmatica, della brevità del tempo che ci aspetta induce a chiedersi: ne vale la pena? Tanto più se quel lavoro, del cui senso si dubita, ci appare improvvisamente in tutta la sua povertà e pericolosità (leggete le storie degli omicidi bianchi pubblicate martedì da Repubblica): ripetitivo, spesso nocivo e sottoposto a ritmi intollerabili, pagato male e, in definitiva, causa di alienazione. Proprio nell'accezione originaria - marxiana! - del termine. Ovvero, quel processo che fa del lavoratore un'appendice di ciò che egli stesso produce.
di Felice Besostri
Il Manifesto, 2 dicembre 2021
La battaglia per una nuova legge elettorale è prioritaria, ma questa elementare verità non viene percepita. Senza mobilitazione politica e delle coscienze democratiche i migliori ricorsi non scuoteranno i giudici e la loro sensibilità costituzionale. Votare nel 2022 o nel 2023 fa differenza, ma la differenza più importante la fa la legge elettorale con la quale si vota. Eppure le forze politiche rappresentate in questo parlamento fanno finta di non saperlo. E quale che sia la loro preferenza, proporzionale, maggioritario o misto, sembrano interessate soprattutto ad escludere gli elettori da un voto libero e personale, come richiedono l'articolo 48 della Costituzione e i principi affermati con la "storica" sentenza della Corte costituzionale numero 1 del 2014 (incostituzionalità del Porcellum).
I candidati delle liste bloccate non possono essere liberamente scelti, e nemmeno quelli dei collegi uninominali che devono a pena di nullità essere quelli proposti dalle coalizioni. Coalizioni peraltro che non hanno un capo politico unico (questo è un bene per salvaguardare le prerogative del presidente della Repubblica) e neppure un programma di governo comune. Così ha voluto il Rosatellum, e non si capisce perché le coalizioni debbano essere favorite rispetto alle liste non coalizzate, che per essere contate devono avere almeno il 3% nazionale (anche al senato, malgrado la Costituzione preveda la base regionale della sua elezione).
Le liste coalizzate, invece, basta che raggiungano l'1%: il voto non è più uguale in entrata e men che meno in uscita. Pensate ai risultati 2018 a confronto di LeU (voti 991.159, 3,28%) e Südtiroler Volkspartei (voti 128.282, 0,42%): al senato LeU conquista 4 seggi, invece di 10, mentre la SVP ne elegge 3, invece di 1. Questo malgrado l'articolo 3 primo comma della Costituzione per il quale "Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali". Le minoranze politiche dovrebbero avere lo stesso trattamento delle minoranze linguistiche. Conclusione: il voto non è neppure uguale.
Per due volte il premio di maggioranza è stato annullato dalla Corte costituzionale, la prima volta perché non c'era una soglia minima in voti o seggi, la seconda perché il ballottaggio tra le prime due liste era una distorsione non giustificata. Ebbene, apparentemente nel Rosatellum non c'è premio di maggioranza, ma grazie al voto congiunto obbligatorio a pena di nullità tra seggi uninominali maggioritari e liste proporzionali a una coalizione non serve nemmeno raggiungere il 40% dei voti validi per avere il 55% dei seggi, ma con il 30-35% omogeneamente distribuito si può conquistare la maggioranza assoluta del parlamento in seduta comune, l'organo che con 58 delegati regionali aggiuntivi elegge il presidente della Repubblica e lo può mettere in stato d'accusa.
Tra il 22 gennaio 2022 e il 21 dicembre 2024 scadono otto giudici costituzionali, la maggioranza assoluta del collegio di 15 giudici. Degli 8 giudici, Giancarlo Coraggio, Giuliano Amato, Silvana Sciarra, Daria de Pretis, Nicolò Zanon, Franco Modugno, Augusto Antonio Barbera e Giulio Prosperetti, uno solo è di nomina della magistratura: tre sono di nomina del prossimo presidente della Repubblica e quattro del parlamento in seduta comune, sia che sia eletto per il quinquennio 2022-27 o 2023-28. Se il presidente della Repubblica e la futura maggioranza parlamentare fossero politicamente omogenei, non ci sarebbero più organi di garanzia indipendenti.
La battaglia per una nuova legge elettorale è quindi prioritaria, ma questa elementare verità non viene percepita. Senza mobilitazione politica e delle coscienze democratiche i migliori ricorsi non scuoteranno i giudici e la loro sensibilità costituzionale. Il governo Draghi non è responsabile della legge elettorali, quindi dovrebbe decidere di orientare l'avvocatura dello Stato con indicazioni diverse dall'opposizione ad oltranza al rinvio in Corte costituzionale che diedero i governi Renzi, Gentiloni e Conte. C'è un'esigenza di trasparenza nei confronti dei cittadini, cioè del popolo sovrano.
di Cristiano Cadoni
Il Mattino di Padova, 2 dicembre 2021
Al teatro Verdi l'ultimo atto della proclamazione a Capitale europea 2020 con la consegna di medaglie e attestati alle associazioni del settore socio-sanitario. Premiato anche Il Mattino. Non è il palcoscenico l'habitat preferito dal volontariato. Per sua natura preferisce agire a riflettori spenti, non si vanta, non chiede riscontro, non vorrebbe mai un premio.
E però, un anno dopo aver passato il testimone a Berlino - che a sua volta sta concludendo il suo "mandato" - Padova capitale europea del volontariato ha voluto saldare una specie di conto in sospeso con quella parte del volontariato che più di altre si è trovata ad affollare la complicata trincea della prima ondata di Covid, quella del lockdown, delle mascherine introvabili, dell'isolamento.
Lo ha fatto con una cerimonia semplice, al teatro Verdi, alla quale però non ha voluto mancare nessuno, dal sindaco Giordani all'assessore al Volontariato Piva, dal prefetto Grassi al questore Sbordone, ai più alti in grado delle forze dell'ordine e dell'Esercito, all'università (presente la prorettrice Monica Fedeli ma anche l'ex rettore Rizzuto, che il 2020 l'ha vissuto intensamente in ateneo), a rappresentanti dei medici e degli infermieri, a uomini della chiesa, con il rettore della basilica del Santo, padre Antonio Ramina che porta anche il saluto del vescovo Cipolla. Tutti hanno avuto un ruolo chiave in quel periodo particolarmente complesso. E tutti però, più di ogni altra cosa, hanno voluto dire grazie ai volontari che senza esitazione, di slancio, hanno risposto alla chiamata dell'emergenza.
Nella città deserta - Il sindaco Giordani se la ricorda bene, la città in quei giorni di marzo e aprile "Non dobbiamo tornare mai più a quella situazione", dice. "Per questo serve attenzione. Ma i padovani sono attenti, appena ho firmato l'ordinanza per le mascherine, ce l'avevano già sul viso". E però Giordani ricorda anche come l'8 marzo, una domenica, "ci siamo trovati in municipio con il Csv e la Diocesi e in tre ore eravamo operativi".
La risposta di centinaia di persone, iscritti alle associazioni o volontari alla prima esperienza, era stata straordinaria, commovente. "Da capitale mondiale, altro che europea", si lascia andare il sindaco. "È stata una prova di umanità che ha consentito di andare avanti con fiducia in un impegno che non è ancora finito, perché l'emergenza resta", aggiunge Carmelo Lo Bello, presidente di Medici in Strada.
Il premio - Sul palco, uno per volta a blocchi di dieci, salgono a ritirare medaglia e attestato tutte le associazioni del mondo della sanità, dell'assistenza agli anziani, della cura, del supporto alle famiglie. Ci sono le divise della Croce Rossa, quelle del Cisom, c'è la Caritas e c'è la Sant'Egidio, ma a fare nomi si fa torto alle altre associazioni perché quelle premiate sono più di sessanta.
"Siete stati preziosi, siete i protagonisti. E siete la dimostrazione che il volontariato migliora la vita", dice Emanuele Alecci, timoniere di Padova capitale europea e presidente del Csv probabilmente all'ultima uscita ufficiale nel ruolo, visto che presto ci saranno nuove elezioni. "È lui a consegnare al sindaco la menzione speciale che Padova ha ricevuto al Senato, due settimane fa, per l'impegno del volontariato nel 2020. L'orchestra d'archi del Pollini regala suggestioni alla sala, ma a strappare applausi è soprattutto il breve documentario che racconta quelle settimane in cui solo la mobilitazione dei volontari aveva consentito di fronteggiare l'emergenza.
"Credo che senza di loro avremmo sofferto molto di più", dice in video il presidente della Croce Rossa Giampietro Rupolo. O forse - pensano in tanti - proprio non ce l'avremmo fatta.
Nel corso della cerimonia è stata conferita una menzione speciale al mattino, "per l'aiuto generoso e straordinario dato alle associazioni di volontariato durante la pandemia". Il nostro giornale ha seguito l'anno di Padova capitale europea raccontando le storie di una trentina di volontari, e dunque di altrettante associazioni della città e della provincia. Ma quando è scoppiata la pandemia ha seguito con una cronaca quotidiana il progetto "Per Padova noi ci siamo", messo in campo dal Csv insieme al Comune e alla Diocesi, e le altre iniziative con cui l'intero mondo del volontariato si è mobilitato, in presenza e online, per proseguire le proprie attività e per inventarne di nuove, in risposta alle esigenze del difficile periodo del lockdown e delle altre restrizioni.
di Francesca De Benedetti
Il Domani, 2 dicembre 2021
"Mio figlio, come Giulio Regeni, è la meglio gioventù. Nessuno potrà restituirmelo ma voglio verità in nome di tutti i ragazzi che partono per migliorare il mondo e che non tornano". Anna Motta è la mamma di Mario Paciolla, il trentatreenne napoletano che si trovava in Colombia come operatore delle Nazioni unite, per partecipare alla missione di pace, e che il 15 luglio 2020 è stato trovato morto nel suo appartamento a San Vicente del Caguan.
Prima di morire, Paciolla aveva riferito ai genitori di essersi scontrato coi capi missione e aveva paura: "Mi vogliono fregare, mi sono ficcato in un guaio. Mamma, torno a Napoli", aveva detto. Ha fatto il biglietto ma non ha fatto in tempo a tornare a casa. Dall'ultima comunicazione coi suoi cari su whatsApp, con le spunte blu, al silenzio è passata solo una manciata di ore. E su quelle poche ore si attende che si faccia luce da lungo tempo. La prima sbrigativa versione di Colombia e Onu è stata il suicidio, ma nell'estate 2020 il corpo è arrivato in Italia e nella seconda autopsia, da quanto risulta a Domani, sono emersi segnali che possono indicare che il ragazzo non si è tolto la vita. Nulla però è stato ancora reso pubblico.
In occasione dell'anniversario della morte del ragazzo, dalla procura di Roma erano arrivate rassicurazioni: l'indagine, seguita dal ros dei carabinieri, è in fase finale. Stessa cosa si ripete oggi: tutti gli elementi sono stati acquisiti, si saprà qualcosa prima o dopo Natale. La verità slitta così di mese in mese. Intanto il governo italiano continua a stringere rapporti istituzionali e commerciali con la Colombia. Nel paese sudamericano, le proteste della società civile sono represse con la violenza - morti, torture e violenze sui manifestanti - e la lista dei leader sociali e dei difensori dei diritti umani che vengono uccisi viene aggiornata di ora in ora. Anche per questo la "dittatura del silenzio" piombata sul caso Paciolla allarma chi lavora per la pace nel paese: "Un cooperante italiano che operava in Colombia sotto l'egida dell'Onu è stato ucciso, e non solo non c'è verità, ma viene insabbiata. In tutto questo il governo riceve la vicepresidente colombiana come se non fosse successo nulla", dice Juan Camilo Zuluaga, referente del nodo italiano a sostegno della commissione della Verità. Si riferisce all'incontro avvenuto a fine ottobre a Roma tra il ministro degli Esteri Luigi Di Maio e la vicepresidente della Colombia, Marta Lucía Ramírez, che ha pure la delega agli Affari esteri per il suo governo. "Abbiamo parlato con il ministro Di Maio, tra le altre cose, dell'accordo di protezione degli investimenti per stimolare molto più quelli italiani in Colombia", aveva detto entusiasta l'esponente colombiana. Dal nostro parlamento sono arrivati segnali di irritazione: Doriana Sarli, Erasmo Palazzotto e Laura Boldrini hanno in vari momenti preteso spiegazioni ufficiali. "A Di Maio avevamo chiesto di usare quell'incontro per chiedere conto del caso Paciolla, e per dire no a più rapporti commerciali senza anche più diritti umani", dice Sarli. E la risposta? "Nulla". La famiglia Paciolla riferisce che nei primissimi istanti, quando il caso si è aperto, Di Maio ha espresso loro vicinanza. Ma poi? "Non so se ha risposto alle interrogazioni di Palazzotto, magari...", dice Anna Motta. Ma il deputato fuga anche quella speranza: "Le risposte sono così evasive da non meritare l'onore della cronaca. C'è solo un generico impegno a chiedere collaborazione. Intanto anche il silenzio dell'Onu è imbarazzante", aggiunge Palazzotto.
Il ruolo delle Nazioni unite - "L'Onu, che dovrebbe garantire i diritti umani, non ha garantito a mio figlio il diritto alla vita, e ha derubricato la sua morte come suicidio pochissime ore dopo senza ancora neppure l'autopsia", dice la madre di Paciolla. "Abbiamo la certezza che nella sua squadra dell'Onu ci siano persone che sanno la verità, e assistiamo a comportamenti omertosi". Le Nazioni unite telefonano alla famiglia a Napoli per comunicare la notizia il giorno in cui viene ritrovato il corpo. Chiamano i genitori a stretto giro per chiedere se hanno bisogno di sostegno psicologico. Poi più nulla. Nel frattempo si muove il responsabile della sicurezza della missione Onu in Colombia, Christian Leonardo Thompson, in passato già sottufficiale dell'esercito colombiano, dal 2001 al 2006, e più di recente, dal 2017 al 2019, specialista della sicurezza dell'agenzia per lo sviluppo internazionale degli Stati Uniti (Oti-Usaid). Thompson rientra nell'appartamento dove è stato da poco ritrovato il corpo, si giustifica con chi incrocia sostenendo che in casa ci sono informazioni importanti, e poi ripulisce il posto. Nonostante la procura colombiana abbia anche aperto un'indagine perché quattro poliziotti avevano consentito il repulisti, l'Onu invece di allontanare Thompson lo ha promosso capo nazionale del Centro operazioni di sicurezza, nel dipartimento Sicurezza della missione in Colombia.
Come spiega la giornalista e amica di Paciolla, Claudia Julieta Duque, da quell'avamposto Thompson "riceve i report di tutte le missioni e registra gli incidenti di sicurezza che possono verificarsi", e con il suo nuovo incarico è anche la figura deputata a riferire al procuratore colombiano di Florencia "i viaggi e i report svolti da Mario" in relazione alla vicenda del bombardamento. Di che si tratta? Nell'autunno 2019 il ministro della Difesa colombiano Guillermo Botero è costretto a dimettersi per uno scandalo. Lo solleva il senatore Roy Barreras: snocciola le prove che il ministro ha approvato un bombardamento pur sapendo che c'erano bambini. Dalla ricostruzione di Claudia Julieta Duque, Paciolla avrebbe lavorato ai report che documentavano tutto ciò, e "per decisione di Raul Rosende, direttore della missione in cui era impegnato Mario, alcune sezioni del report sono finite nelle mani di Barreras". Quest'ultimo dice: "Qualche giorno dopo le dimissioni del ministro, i vertici dell'esercito mi interrogarono, cercavano da chi avessi avuto le informazioni". Secondo il senatore, Paciolla sarebbe finito "vittima di falsa información", informazione falsificata: i sospetti, e la brama di vendetta, sarebbero stati fatti ricadere su di lui.
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