di Tito Boeri e Roberto Perotti
La Repubblica, 7 luglio 2021
Bisogna affrontare il problema di fondo del nostro sistema: il sovraffollamento. Per rendere le condizioni dei detenuti più umane servono più posti in prigione. Le immagini agghiaccianti che continuano ad arrivare da Santa Maria Capua Vetere hanno suscitato una sacrosanta indignazione. Colpisce il senso di impunità con cui sono stati compiuti atti efferati davanti alle telecamere. Mentre la giustizia farà il suo corso dobbiamo pensare concretamente a come rendere più umane le nostre carceri. Bisogna finalmente affrontare i problemi di fondo del nostro sistema carcerario. La bomba a orologeria costituita dal sovraffollamento cronico delle nostre carceri non poteva che deflagrare in tempi di distanziamento sociale. Eppure in questi giorni di sovraffollamento si parla molto poco.
di Antonio Averaimo
Avvenire, 7 luglio 2021
Al carcere di Santa Maria Capua Vetere sono arrivati gli ispettori ministeriali. La ministra della Giustizia, Marta Cartabia, li ha incaricati di far luce sulle responsabilità nella catena di comando del penitenziario casertano il 6 aprile 2020, giorno della perquisizione straordinaria degenerata in violenza di massa ai danni detenuti del reparto Nilo, per cui sono indagati 120 tra agenti della polizia penitenziaria e funzionari.
di Gian Carlo Caselli
Corriere della Sera, 7 luglio 2021
Considerando anche l'inefficacia della persecuzione vendicativa, si dovrebbe concepire la pena detentiva come "extrema ratio" organizzando misure praticabili che rispondano al bisogno di sicurezza. Le terribili immagini del pestaggio disumano organizzato ai danni dei detenuti di Santa Maria Capua Vetere portano a riflettere, sia pure nel peggiore dei modi, sulla realtà del pianeta carcere.
di Susanna Marietti*
Il Fatto Quotidiano, 7 luglio 2021
Davanti alle immagini vergognose e drammatiche delle violenze da parte della polizia penitenziaria nel carcere di Santa Maria Capua Vetere è stato giustamente detto da più parti che, sotteso ai temi della prevenzione e della repressione degli abusi nelle carceri, vi è un problema culturale di fondo che l'Italia si porta dietro da decenni.
Fino a quando le istituzioni non daranno in maniera univoca, senza divisioni interne e senza tentennamenti, un messaggio chiaro contro ogni uso illecito della forza da parte di funzionari dello Stato; fino a quando i sindacati di polizia sentiranno di avere potere contrattuale anche mettendo sul piatto quello spirito di corpo che porta all'omertà e al depistaggio; fino a quando il singolo poliziotto si sentirà coperto da un'autorità superiore nell'usare la violenza, allora non si potrà parlare di mele marce ma di un problema sistemico che potrà riservarci ancora troppi deplorevoli episodi come quelli che abbiamo oggi sotto gli occhi.
Porto un esempio tratto dalla mia diretta esperienza che ben mostra questo problema culturale di fondo che ho menzionato. Nel 2010 pubblicai un mio libro, scritto insieme al presidente di Antigone Patrizio Gonnella, dal titolo eloquente Il carcere spiegato ai ragazzi. Nel 2020 ne è uscita una riedizione aggiornata con gli ultimi dieci anni di storia. Il libro si rivolgeva a ragazzi adolescenti, cercando di raccontare con un linguaggio semplice e diretto ma senza semplificazioni e scorciatoie la realtà delle carceri italiane e la distanza che a volte presentano dalle norme codificate. Lo scopo era quello di avvicinare anche le giovani generazioni a un tema difficile e spesso considerato scomodo, del quale è invece importante che l'opinione pubblica abbia consapevolezza, anche al fine di mettere in atto quel controllo sociale che concorre nel prevenire gli abusi.
Anni dopo, un brano tratto da quel libro venne inserito nelle prove nazionali Invalsi previste dalla legge italiana per gli studenti. Nel brano si diceva che le carceri non sono tutte uguali, che molte cose possono cambiare da istituto a istituto. In particolare si scriveva: "Il più rilevante elemento di differenziazione tra un carcere e l'altro resta tuttavia un elemento illecito, non previsto da qualsivoglia regolamento. Si tratta dell'uso della violenza da parte dei poliziotti penitenziari, che purtroppo in alcuni istituti viene riscontrata".
Se ne accorse un sindacato autonomo di polizia penitenziaria e si arrabbiò moltissimo. Era il marzo del 2018. Antigone aveva vinto processi per violenze e maltrattamenti in carcere, aveva ottenuto sentenze da corti nazionali e sovranazionali, raccoglieva da anni segnalazioni di abusi dagli stessi diretti interessati. Quel che scrivevamo era la realtà dei fatti. Naturalmente non ci saremmo mai permessi di dire che la polizia penitenziaria in generale è violenta. Abbiamo sempre sottolineato come, a fronte di una piccola parte di poliziotti che usano male la propria divisa, ce ne sono moltissimi che sono profondamente onesti, che mostrano grande rispetto per il proprio lavoro, che non calpesterebbero mai la legge né la dignità delle persone. Abbiamo sempre spiegato come, anche e proprio per tutelare questi ultimi, sia importante isolare i primi.
Il sindacato di polizia, dicevamo, si arrabbiò moltissimo. E fino a qui poteva anche essere immaginabile. Ciò che ci sorprese al tempo fu un comunicato stampa che il Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria del Ministero della Giustizia emanò in data 29 marzo 2018. Il capo delle carceri italiane scriveva che il nostro libro forniva "una sintetica rappresentazione della realtà penitenziaria non basata su dati oggettivi, ma frutto di una interpretazione generica" e che le nostre affermazioni erano "profondamente offensive dell'onorabilità del Corpo di polizia penitenziaria".
Ecco: questo è il problema culturale di cui parlavo all'inizio. Un libro rivolto alle scuole, che non dice una parola che non sia vera, viene stigmatizzato dall'istituzione. Una sintetica rappresentazione? È un volume nel quale attraversiamo la storia, la normativa, la realtà delle carceri italiane in tutti i loro aspetti. Non basata su dati oggettivi? Antigone è uno dei più rilevanti centri di ricerca italiani sulla pena e siamo autorizzati dal 1998 a visitare tutte le carceri del Paese, cosa che facciamo in continuazione per scrivere i nostri rapporti annuali che sono consultati da studiosi, politici, funzionari. Profondamente offensive dell'onorabilità del Corpo? Il punto è proprio questo. Fino a quando le autorità pubbliche continueranno a credere che l'onorabilità del Corpo non si conquista con l'integrità morale ma con i silenzi, allora Santa Maria Capua Vetere resterà sempre possibile.
*Coordinatrice associazione Antigone
di Alessandro Bergonzoni
La Repubblica, 7 luglio 2021
Voglio chiedere scusa, come artista, cittadino e uomo a tutti i carcerati picchiati e offesi nella dignità di esseri umani. Voglio chiedere perdono per quello che è stato perpetrato in quei giorni e chissà quante altre volte in altri istituti di pena senza che nessuno venisse a saperlo; e così sarà tristemente ancora fino a quando lo Stato userà certe mani armate per gestire i luoghi di pena senza fare nulla per fermare queste spedizioni punitive accettate e spesso decise proprio da chi le dovrebbe evitare e stroncare sul nascere, per non far morire.
di Isaia Sales
La Repubblica, 7 luglio 2021
In questi giorni abbiamo davanti le immagini vergognose delle sevizie subite dai detenuti all'interno del carcere di Santa Maria Capua Vetere. E in Campania abbiamo conosciuto per anni anche il contrario: l'asservimento a un capo-camorra (Raffaele Cutolo) dei funzionari e delle guardie penitenziarie addette al suo controllo. Come se non fosse possibile coniugare rigore e umanità nel trattamento dei detenuti: o l'eterogenesi dei fini (i criminali che comandano nelle carceri) o la violenza e l'umiliazione nel tenere l'ordine all'interno.
Un bel libro di Antonio Mattone ("La vendetta del boss. L'omicidio di Giuseppe Salvia", Guida editori) uscito a 40 anni dall'assassinio del vice direttore del carcere di Poggioreale, ci racconta del tentativo di un funzionario dello Stato di coniugare il rispetto della legge con il rispetto dei diritti dei detenuti. Ci sono voluti cinque anni di intenso lavoro tra atti processuali, carte del ministero e testimonianze inedite per ricostruire il delitto e le circostanze in cui maturò. Antonio Mattone va ad intervistare lo stesso Cutolo nel carcere di Belluno poco tempo prima della sua morte, e il boss di Ottaviano ammette di essere stato il mandante del delitto Salvia dopo che in tutti i processi precedenti si era sempre dichiarato innocente.
Quella del vice direttore di Poggioreale è una "storia semplice" nella sua tragicità: Salvia non accettava che il capo di una banda criminale dettasse le regole nel carcere dove era rinchiuso e che i funzionari addetti alla sorveglianza si adeguassero, a partire dai vari direttori che si erano succeduti negli anni e di tante guardie penitenziarie. Non accettava che un capo-camorra venisse nei fatti riconosciuto come comandante del carcere.
Volle perquisire Cutolo al ritorno da un'udienza. Non era compito suo, ma le guardie si rifiutarono di farlo e lui non permise che l'avesse vinta. Cutolo gli diede due schiaffi, ma non gli bastò. A Mattone confessa che fu un "atto necessario" farlo ammazzare. Cutolo a Poggioreale aveva la sua cella singola anche nei momenti di massimo superaffollamento del carcere, ed era sempre aperta e lui in vestaglia poteva girare tra i padiglioni e ricevere visite dagli altri detenuti; nella sua cella teneva nascosta una pistola, riusciva a fare entrare numerose armi (in una perquisizione furono trovate 20 pistole, una mitraglietta, numerosi coltelli e diversi candelotti di esplosivo); altri detenuti gli facevano il caffè e gli riassettavano la stanza; diversi agenti di custodia andavano a raccomandarsi da lui per problemi personali. Insomma ciò che cantava De André nella canzone Don Rafaè era tutto vero: Cutolo veniva trattato come il signore di Poggioreale.
Lo sfacelo delle carceri italiane negli anni di Cutolo non fu problema limitato nel tempo o responsabilità di una sola persona. Concorsero più fattori, più circostanze e più persone: la qualità degli agenti di custodia, l'insipienza e la vigliaccheria di molti direttori, la clientela nel reclutamento del personale, la diffusa corruzione, le degenerazioni degli uffici centrali del ministero della Giustizia e le complicità politiche con alcuni capi mafia e capi camorra. Questa parte del libro è molto esplicita ed efficace. Certo ci furono agenti di custodia che cercarono di contrastare questo andazzo: ben 8 di loro furono uccisi mentre lavoravano a Poggioreale.
E la cosa più inaccettabile che hanno fatto i dirigenti del ministero è di avere autorizzato l'ingresso nel carcere di Ascoli Piceno di agenti dei servizi segreti per trattare con colui che era il mandante dell'uccisione di Salvia (cioè Cutolo) per salvare la vita a Ciro Cirillo, assessore della Campania rapito dalle Brigate rosse. Guardate le date: il 14 aprile 1981 viene ammazzato Salvia, il 18 i giudici indicano in Cutolo il mandante, il 27 viene rapito dalle Brigate rosse Ciro Cirillo e il 28 agenti dei servizi segreti vengono autorizzati dal ministero (di cui Salvia era dirigente) a trattare con il mandante del suo assassinio! Inchinarsi di fronte al mandante del delitto di un tuo collega, è quanto di peggio si è visto nell'Italia di quegli anni. Dice uno degli intervistati da Mattone: "Se all'epoca i camorristi prevalsero, fu perché i nostri furono omertosi".
Chi fossero "i nostri" e chi "i loro" in quell'epoca era davvero difficile stabilirlo. Negli ultimi anni molto si è fatto per chiudere con l'epoca di Cutolo a Poggioreale e negli altri carceri. Ma appena dopo l'intervento del presidente della repubblica Pertini, che lo fece trasferire all'Asinara, si passò dalla vigliaccheria alla disumanità, come ben documenta Mattone e come i fatti di Santa Maria Capua Vetere testimoniano ancora oggi.
Si costruì addirittura una cella speciale in cui venivano compiute vere e proprie torture. Come se fosse impossibile essere rigorosi e umani. Salvia lo era, era un mite come quasi sempre lo sono i coraggiosi, era rigoroso come quasi sempre lo sono i generosi. Non somigliava allo Stato per cui lavorava.
di Viviana Lanza
Il Riformista, 7 luglio 2021
Suicidi e atti di autolesionismo sono in aumento all'interno delle carceri. Il dato è anche campano ed evidenzia che una percentuale alta arriva proprio dal carcere di Santa Maria Capua Vetere, l'istituto attualmente sotto i riflettori per i pestaggi del 6 aprile 2020. Come mai sempre più detenuti cedono alla disperazione fino quasi a preferire la morte? Quale inferno si vive nel chiuso delle celle?
Di certo l'ultimo anno e mezzo è stato profondamente segnato dalla pandemia, dai lockdown, dalle misure anti-Covid che per i reclusi si sono tradotte in un aumento delle restrizioni, colloqui con i familiari per mesi sostituiti da videochiamate, sospensione di moltissime attività trattamentali. Nel carcere sammaritano il 2020 è stato anche l'anno del violento pestaggio nei confronti di 292 detenuti del reparto Nilo ora al centro di un'inchiesta della Procura.
In questi mesi di tensioni e timori legati al Covid gli atti di autolesionismo sono aumentati in maniera allarmante. In tutte le 15 carceri della Campania si sono contati 1.232 eventi critici (erano stati 1.175 nel 2019), 196 di questi casi risultano avvenuti nel carcere di Santa Maria Capua Vetere. L'istituto di pena casertano è dunque al secondo posto per numero di casi dopo Poggioreale (dove nell'ultimo anno si sono contati 323 atti di autolesionismo). Tuttavia, se si considera che a Poggioreale ci sono circa 2mila reclusi e a Santa Maria 889, è evidente la dimensione del fenomeno. Quello sammaritano è anche il carcere dove non c'è acqua potabile, perché i lavori per la realizzazione di una rete idrica sono stati avviati da alcuni mesi, dopo un'attesa lunghissima: il carcere è stato costruito nel 1996.
Ebbene, in questa struttura, secondo il garante regionale Samuele Ciambriello, il numero di atti di disperazione fra i detenuti è in aumento. Nel 2020 si sono contati, oltre a 196 atti di autolesionismo, 30 tentativi di suicidio sventati dal tempestivo intervento di agenti della penitenziaria o compagni di cella dei reclusi (tre in meno rispetto a Poggioreale che però è il carcere più grande e affollato di Italia), due suicidi (su un totale di 9 casi registrati nel 2020, numero quasi doppio rispetto al bilancio 2019 nel quale si erano contati cinque suicidi in tutte le carceri della Campania). E inoltre due decessi per morte naturale, 112 scioperi della fame, tre evasioni sventate, una evasione, 64 casi di isolamento sanitario correlati ad altre patologie, 198 provvedimenti di isolamento disciplinare, un isolamento giudiziario.
Le ragioni di tanta disperazione e di tanto disagio sono da ricercare nella storia personale di ciascun detenuto, ma anche nel contesto in cui simili tragici gesti sono maturati. Sempre prendendo come riferimento il carcere di Santa Maria, dal report del garante regionale emerge che, a fronte di una capienza regolamentare di 809 posti, c'è una popolazione carceraria di 889 detenuti (187 dei quali stranieri), mentre gli agenti della penitenziaria sono 463 a fronte di una pianta organica di 470 unità. La carenza maggiore, dunque, non è sul piano del controllo ma su quello della rieducazione, che poi è la funzione principale della pena secondo la Costituzione. Per quasi 900 detenuti ci sono sei funzionari giuridico-pedagogici, quattro psicologi, 60 volontari e nessun mediatore culturale stabile ma solo a chiamata.
di Elena Del Mastro
Il Riformista, 7 luglio 2021
Sono scene raccapriccianti quelle che arrivano dal carcere di Santa Maria Capua Vetere di quel 6 aprile in cui i detenuti furono sottoposti a quella che i giudici hanno definito "un ignobile mattanza". Repubblica e il Mattino pubblicano quei video pieni di violenza e dolore, taciuta per oltre un anno. E quelle immagini, depositate agli atti, cristallizzano tutto il male perpetrato in carcere per "punire" i detenuti che avevano protestato contro il covid in quella che la penitenziaria ha definito "una situazione sfuggita di mano".
Nelle immagini si vedono decine di operatori della Penitenziaria che accerchiano uno o due detenuti per volta: chi assesta un colpo alla testa, chi li prende a calci, chi li picchia sulla schiena o sulla nuca. Nei video pubblicati da Repubblica c' accanimento di tanti contro singoli detenuti che cadono sotto il peso delle botte e dei manganelli. Chinano la testa temono il colpo alle spalle da un momento all'altro. Poi il colpo arriva saldo e forte. Si muovono a passi lenti, piegati dalla paura, le mani in testa nel tentativo di parare i colpi. L'inchiesta ha già portato a 52 misure cautelari, a carico di funzionari, comandanti e agenti dell'amministrazione penitenziaria. "Operazione pulizia, non si è salvato nessuno", scrivevano nelle chat, poco dopo il fatto i protagonisti delle violenze come riportato da Repubblica.
E ancora Repubblica mostra un'altra drammatica scena cristallizzata dalle telecamere di videosorveglianza. All'improvviso un detenuto sviene, forse provato dalle botte. Gli agenti lo guardano, qualcuno lo smuove con un piede, nessuno sembra allarmarsi o chiamare prontamente i soccorsi. Uno degli agenti lo prende a calci. Poi arriva un medico con il camice e subito dopo una donna in camice. Lo rianimano.
E ancora un detenuto viene buttato per terra sulle scale, rialzato a forza e colpito. Si vede anche un recluso trascinato per terra mentre in un altro frame i detenuti sono in ginocchio con la faccia rivolta al muro mentre partono i colpi con i manganelli. Fermi, inermi, e intanto la penitenziaria continua a colpirti e a spintonarli.
Il Mattino pubblica un'altra drammatica scena. Lì nella sala della "socialità", accanto al biliardino i detenuti vengono colti alla sprovvista. I pestaggi avvengono con i manganelli. Poi, gli agenti cercano di rimettere ordine nella stanza. In un altro video si vedono i poliziotti penitenziari battere i manganelli sugli scudi, quasi a 'festeggiare' l'azione appena portata a termine.
Far luce sulla catena di comando in relazione alla perquisizione straordinaria ordinata per il 6 aprile 2020. Per questo motivo oggi sono arrivati nel carcere di Santa Maria Capua Vetere (Caserta) ispettori del ministero della Giustizia. Un'ispezione amministrativa per analizzare quanto accaduto il 5 aprile, durante la rivolta dei detenuti, e il giorno successivo, quando per gli inquirenti sarebbero avvenute le presunte violenze ai danni dei prigionieri. L'obiettivo è cercare di capire eventuali intoppi e cosa non ha funzionato nella catena di comando in quei giorni, quando la direttrice Elisabetta Palmieri era assente per motivi di salute.
Nei giorni successivi alle 52 misure cautelari, la ministra della Giustizia Cartabia, con il capo del Dap, chiesero una verifica approfondita sull'intera catena di informazioni e responsabilità. "Ben venga la visita ispettiva del ministero, anche se è un po' tardiva. Tutto questo caos doveva essere gestito all'inizio, non dopo 14 mesi. Questo ha aumentato i dubbi, le perplessità. Come ad esempio la sospensione delle persone indagate, presenti quel giorno ma che per gli inquirenti non sono coinvolti in modo attivo nei fatti. Intervenendo all'epoca, già si sarebbero potuti sgombrare dubbi che danno spazio a ricostruzioni fantasiose. Se fossero state disposte verifiche già lo scorso anno, oggi avremmo già delle risposte". Ha commentato così a LaPresse Emilio Fattorello, segretario nazionale del Sappe e responsabile della Campania, l'arrivo degli ispettori nel carcere sammaritano.
E, sempre per quanto riguarda i sindacati, oggi il Spp senza mezzi termini ha chiesto le dimissioni del garante dei detenuti della Campania, Samuele Ciambriello: "Alla nostra richiesta di abbassare i toni per consentire alla magistratura di lavorare in serenità, si risponde con una conferenza stampa dai toni allarmistici che non rispondono alla verità dei fatti accaduti. Ciambriello dovrebbe spiegare come fa a dire certe cose, come se avesse avuto accesso ai filmati, un'eventualità impossibile", ha dichiarato il segretario generale del Spp Aldo Di Giacomo in una nota, criticando le dichiarazioni in merito alla presenza di presunti video dei pestaggi ancora più raccapriccianti in possesso della procura.
Dal canto suo il garante ha spiegato a LaPresse di non aver visto nessun nuovo video: "Nell'ordinanza vengono elencati particolari raccapriccianti - spiega - dettagli e luoghi che nei filmati diffusi non compaiono. È tutto scritto, è ovvio quindi che gli inquirenti devono essere in possesso di altro materiale".
di Alberto Cisterna
Il Riformista, 7 luglio 2021
La vicenda dell'orribile pestaggio nel carcere di Santa Maria Capua Vetere ha ricevuto molti commenti e molta indignazione. Il ministro Cartabia ha parlato di un "tradimento della Costituzione", parole che non sono solo il segno di uno sbigottimento e di un profondo rammarico perché provengono dall'ex presidente della Consulta che sa bene che la Costituzione contempla esattamente il tradimento come il più grave dei crimini che si possano imputare a un'istituzione dello Stato, tant'è che riguarda addirittura il presidente della Repubblica (articolo 90). I giudizi sono stati in gran parte netti, ma la comprensione di quanto accaduto è cosa complessa e che pretenderebbe un certo coefficiente di onestà.
Il massiccio e sistematico ricorso alla violenza, il numero enorme di detenuti e di personale della polizia penitenziaria che è rimasto coinvolto nella "Straf Spedition", nella spedizione punitiva accertata dalla Procura di quella città, impongono un'analisi sincera della condizione carceraria nel nostro paese e non solo. Le parole più autorevoli in questa direzione sono quelle che ha reso in un'ottima intervista all'Avvenire Sebastiano Ardita che, per anni, ha ricoperto un ruolo di grande rilievo nel Dipartimento penitenziario del ministero della Giustizia. Ha detto il dottor Ardita che le ragioni di tutta quella violenza "vanno cercate nel microclima interno alle carceri, caratterizzato da una situazione di scontro tra detenuti e personale penitenziario; una situazione anomala, che non dovrebbe mai determinarsi, forse frutto di un modello organizzativo da rivedere e rispetto alla quale andrebbe fatta un'analisi serena, per correggerla senza ulteriori traumi". Sono parole che dovrebbero porsi al centro di una riflessione seria e risolutiva sul pianeta carcerario in Italia.
Le raffiche di giustizialismo e di manettarismo che ammorbano la discussione sul punto hanno, tra molti torti, anche quello di ignorare volutamente che il sovraffollamento carcerario che auspicano e alimentano con leggi liberticide e richieste di punizioni esemplari non hanno fatto altro che scaricare definitivamente sulla polizia penitenziaria un compito immane. La gestione dei detenuti è un lavoro complesso, difficile, anche pericoloso in alcuni casi.
All'interno degli istituti si creano equilibri precari e instabili in cui è sempre complicato mettere insieme il controllo di un numero esorbitante di detenuti, le loro difficili condizioni esistenziali, la compressione di ogni intimità e riservatezza con l'avvio di percorsi che ne agevolino il recupero. Sarebbe complesso spiegarlo ora, ma persino la questione - affrontata dalla Corte costituzionale di recente - dell'ergastolo ostativo a ogni beneficio senza la collaborazione di giustizia rientra in una visione della detenzione carceraria irrimediabilmente distante dal modello costituzionale e terribilmente pericolosa alla luce di quanto accaduto nello stabilimento di Santa Maria Capua Vetere.
Se il carcere, nella sua massima severità punitiva, viene brutalmente percepito come il luogo in cui occorre piegare la volontà dei detenuti per fletterla verso il pentimento e la delazione, è chiaro che il modello di comportamento che viene irradiato verso la polizia penitenziaria è quello securitario. Sospinte da 30 anni di emergenza, le celle non sono mai diventate veramente il luogo dell'espiazione e della rieducazione, ma hanno teso piuttosto a trasformarsi in un campo di aspra battaglia in cui si confrontano la volontà degli asseriti irriducibili e quella dei carcerieri che percepiscono la pacificazione e il controllo come gli strumenti indispensabili per conseguire la mission politica che gli è stata affidata o di cui, comunque, percepiscono l'importanza. Troppe volte il trasferimento di detenuti in carceri a elevata sicurezza, in reparti duri, finanche in istituti posti in zone impervie e remote è stato richiesto all'autorità penitenziaria dagli inquirenti come il mezzo per piegare la volontà dei renitenti, per indurre alla collaborazione soggetti ritenuti portatori di verità rilevanti da confessare.
In questo scenario le pregresse responsabilità ministeriali non sono marginali poiché attengono, anche, alla gestione dei detenuti nelle varie carceri e alla somministrazione del regime ex articolo 41-bis che ormai viene attivato praticamente su mero input delle procure della Repubblica desiderose, non solo e non tanto di contenere la pericolosità del ristretto, ma di agire sui soggetti marginali, sui ritenuti fragili che possono cedere alla pressione carceraria.
Ecco, per seguire le giuste osservazioni del dottor Ardita, si tratta in primo luogo di restituire al ministero della Giustizia e al Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria la sua piena autonomia rispetto alla magistratura inquirente e alle sue pur comprensibili istanze che non possono, però, tradursi in un complessivo appesantimento delle condizioni carcerarie in cui migliaia di detenuti percepiscono che per sfuggire alla durezza della prigionia l'unica via d'uscita è il pentimento.
Troppe iniziative, tuttavia, si sono realizzate negli anni in direzione opposta, con la creazione persino di cellule investigative della polizia penitenziaria che monitorano i detenuti, ne invogliano le collaborazioni, ne percepiscono le confidenze da barattare con qualche alleggerimento della restrizione. In questo modo il carcere è diventata un'estensione del campo di battaglia che è situato fuori dalle mura in cui si fronteggiano inquirenti e mascalzoni, laddove avrebbe dovuto essere il luogo della tregua e dell'habeas corpus.
Un posto in cui ciascuno - con la tranquillità possibile - ha modo di riflettere sugli errori commessi e su come emendare la propria esistenza. Se i detenuti sono percepiti come prede da accaparrarsi e da piegare ai desiderata degli inquirenti e se la polizia penitenziaria viene consegnata, anche solo in parte, a questo ingiusto compito, ecco che la battaglia per la supremazia e per il potere diviene durissima e gli abusi si moltiplicano, spesso nel più assoluto silenzio, tra troppe violenze e troppi suicidi.
di Piero Sansonetti
Il Riformista, 7 luglio 2021
Samuele Ciambriello, sapete chi è? Probabilmente molti di voi non lo conoscono. In questi giorni avete letto tutto quel che si può leggere su vari personaggi. Tipo Conte, Grillo, Di Maio, Fico, persino un certo Vito Crimi. E su Bonafede. Cosa hanno fatto in questi anni tutti costoro? Niente. Sì, giusto Bonafede ha fatto qualcosa: disastri su disastri sulla giustizia, ottenendo dai suoi deputati e da quelli della Lega e da quelli del Pd provvedimenti assurdi che hanno sfregiato lo stato di diritto in modo grave. Spazza-corrotti, leggi inutili a favore della delazione, abolizione della prescrizione, moltiplicazione dei trojan, blocco della riforma carceraria. Manco i fascisti nel '22 erano riusciti in così poco tempo ad abbattere le principali garanzie democratiche.
Avete letto pochissimo invece - dicevamo - di Samuele Ciambriello. Bene: Ciambriello è una persona che ha fatto molto. È lui che con cocciutaggine e sapienza ha denunciato dal primo momento la vergogna del carcere di Santa Maria Capua Vetere, è lui che non ha mollato la presa in questi mesi, è lui che ora torna a denunciare quel che ancora sta succedendo nel carcere casertano, e cosa succede in altre carceri, è lui che ieri ha polemizzato con Salvini e ha chiesto al Parlamento una misura semplice, liberale, ragionevole, umanitaria: amnistia e indulto. Ciambriello è il garante dei detenuti della Campania, fa un lavoro duro, oscuro e indispensabile: l'ultima barriera tra la prigione e l'inferno. L'ultimo piccolo bastione che tenta di impedire che la sopraffazione e la prepotenza annientino la vita dei detenuti.
Lo abbiamo scritto tante volte nei giorni scorsi. E prima ancora. La colpa del massacro di Santa Maria Capua Vetere, certo, è di chi lo ha guidato e realizzato. Ma solo in piccola parte. La colpa fondamentale è del sistema carcerario. L'idea carcere è una stoltezza e una malvagità. Fuori dal tempo e fuori della civiltà. È un angolo di medioevo, di ferocia e di cupezza. Che non può che produrre violenza e sopraffazione perché è fondata, persino teoricamente, sulla violenza e sulla sopraffazione di stato. Giustificate, nelle nostre coscienze, dalla presunzione che la vittima di questo abominio ha violato la legge. E dunque abbia perso tutti i diritti umani. È la stessa idea, a grandi linee, che giustifica ed esalta la pena di morte. Il linciaggio. La lapidazione.
Ciambriello ha chiesto amnistia e indulto. È l'unica soluzione immediata. Il modo giusto per liberare 10 o 20 mila detenuti non pericolosi e per ridare all'amministrazione penitenziaria la possibilità di governare le carceri. Sì, andrebbero abolite: intanto umanizziamole. In parlamento ci sono le forze per approvare l'amnistia? La Lega, promotrice dei referendum, è pronta a compiere questo passo? I 5 Stelle hanno quel minimo di coscienza che possa spingere a riparare almeno in parte i danni che hanno fatto in questi anni? Il Pd è capace di restare ai suoi principi liberandosi della paura della solitudine e del terrore della propria ombra? Amnistia e indulto, subito. Per tornare, almeno un po', un paese civile.
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