di Domenico Turano
La Discussione, 6 luglio 2021
Amnistia e indulto sono sempre il sogno dei condannati - detenuti e non - nonché dei loro familiari, per poter iniziare un nuovo percorso di vita all'insegna della legalità. Non sono molte le persone che hanno effettiva cognizione del mondo carcerario - del quale tutti dovremmo, invece, conoscere bene l'esistenza - fatta eccezione per gli addetti ai lavori, di cui i primi - a stretto contatto - sono proprio gli agenti della polizia penitenziaria, i loro familiari ed il personale di supporto per la rieducazione e reinserimento sociale del detenuto, poiché le pene, non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità, come prevede l'articolo 27 della Costituzione. Amnistia e indulto diventano sempre più necessari per una serie di motivazioni, non esclusa la vita non esattamente in linea con le norme nazionali ed europee (sovraffollamento carcerario e lungaggine dei processi).
L'ultima amnistia risale al 1990, concessa col d.p.r. del 12 aprile n. 75, per i reati commessi fino al 24 ottobre 1989 (data di entrata in vigore del nuovo codice di procedura penale, divenuto, in parte, nuovamente vecchio). L'Amnistia è provvedimento di clemenza che estingue il reato commesso per il quale lo 'Stato rinuncia alla pretesa punitiva, a differenza dell'indulto che estingue la pena inflitta, in tutto od in parte o viene trasformata in altra di minore entità.
Fino al 1992 amnistia e indulto erano prerogative del Presidente della Repubblica; da tale data, in forza della modifica apportata all'art. 79 della Costituzione, tali provvedimenti di clemenza devono essere votati in Parlamento con la maggioranza qualificata dei due terzi dei componenti di ciascuna Camera, in ogni suo articolo e nella votazione finale.
Nel 2000 fu il papa Wojtyla a farne appello, sollecitando un gesto di clemenza nel documento per il Giubileo nelle carceri, rinnovato il 14 novembre del 2002, ospite in Parlamento, platealmente accolto con uno scrosciante applauso da tutta l'Assemblea in seduta comune.
Normalmente le concessioni di amnistia e indulto sono scelte eccezionalissime collegate ad eventi pubblici anch'essi di portata eccezionale. L'indulto è stato concesso nel 2006 ai detenuti e ai condannati in via provvisoria non carcerati con sconto di pena di tre anni per determinati reati. Forse la pandemia da Covid-19, con le sue tragedie umane e strascichi di tipo economico e sociale potrebbe essere considerato "evento eccezionale", visto che da essa ne sono scaturiti, doverosamente, provvedimenti economici e fiscali senza precedenti da parte del Governo e del Parlamento. Occorre investire molto sulla prevenzione dei reati in tutti gli aggregati sociali, ad iniziare dalla cellula più piccola che è la famiglia, attualmente sofferente e bistrattata su più fronti, garantendo servizi e protezione ai piccoli sin dai primi passi prima che non siano dominati e lusingati dalla devianza.
anconatoday.it, 6 luglio 2021
A quattro mesi dalla sua nomina e dopo un periodo di assenza dovuto al coronavirus, il Garante Giancarlo Giulianelli fa il punto sull'attività svolta, ma soprattutto pone in primo piano quelli che saranno i progetti e le linee d'intervento per il futuro.
L'apertura della conferenza stampa ospitata a Palazzo delle Marche ha come incipit la questione del metodo, "conoscere le realtà, approfondire le tematiche, valutare l'esistente prima di passare all'azione diretta". Portando il saluto dell'Assemblea legislativa, il Presidente del Consiglio regionale, Dino Latini, ha espresso apprezzamento per il lavoro che si sta concretizzando soprattutto in una situazione come quella attuale, "che richiede massima attenzione per quanto riguarda servizi, strutture e sostegni economici che riescano a soddisfare le esigenze della comunità".
Venendo alla panoramica complessiva, sul fronte carceri, mentre prosegue la consueta azione di monitoraggio, il Garante si sofferma in particolare sulla situazione sanitaria, che rappresenta una delle criticità più significative anche per carenza di personale specifico a fronte delle patologie rappresentate. "Di questo stato di cose - evidenzia Giulianelli - abbiamo già informato i rappresentanti dell'autorità penitenziaria ai diversi livelli ed i responsabili sanitari regionali di settore. Un'interlocuzione che intendiamo portare avanti per trovare soluzioni concrete, invitando le istituzioni a fornire il necessario supporto.
Pensiamo anche di attivare nuove collaborazioni per un'unità sanitaria mobile. Teniamo conto che, al di là dei problemi determinati dal Coronavirus, uno degli aspetti da approfondire è quello legato all'aumento delle patologie psichiatriche, che rischiano di diventare il problema dei problemi". Altra nota dolente gli organici della polizia penitenziaria in rapporto alle mansioni che gli agenti sono chiamati ad assolvere. Il punto della situazione è stato fornito in un recente confronto del Garante con i rappresentanti sindacali, anche alla luce di episodi che si sono verificati in alcuni istituti penitenziari.
Passando alle attività trattamentali Giulianelli rinnova la collaborazione per iniziative già in essere e ne aggiunge altre che andranno ad interessare i penitenziari marchigiani. Accanto ai laboratori con gli scrittori contemporanei, l'implementazione degli interventi per quanto riguarda alcune coltivazioni e corsi di fotografia che saranno attivati nei prossimi mesi. Rinnovo del protocollo d'intesa con Prap e Università di Urbino per il Polo universitario presso la casa di reclusione di Fossombrone, che ha già prodotto significativi risultati con tre detenuti laureati alla triennale ed uno che discuterà entro breve la tesi magistrale.
In fase di realizzazione anche eventuali sportelli informativi per i detenuti. Giulianelli non manca di far presente la necessità di rendere ancor più stretta la collaborazione con il mondo del volontariato. Di recente ha avuto modo di avviare un confronto diretto con Silvano Schembri, Presidente della Conferenza Regionale Volontariato Giustizia delle Marche, relativamente ai percorsi di reinserimento nella società per i detenuti che si avviano alla fine della pena detentiva, alle possibilità occupazionali ed alla ricerca di abitazioni. "Siamo convinti - dice il Garante - che questi siano strade importanti da seguire per dare un futuro dignitoso a chi esce dal carcere, evitando che possa ricadere negli errori commessi in precedenza".
Infine, i problemi strutturali degli istituti aumentati con il passare del tempo e con le modifiche intercorse anche dal punto di vista della destinazione per le diverse pene detentive. Non poteva mancare un riferimento anche alla chiusura della casa circondariale di Camerino, a causa dei danni riportati dopo il terremoto. Dove realizzarne una nuova? Rispondendo alla domanda specifica, Giulianelli evidenzia che "per il bene dei detenuti un carcere dovrebbe essere vicino il più possibile al tribunale che li giudica. Occuparsi della collocazione di una struttura, significa salvaguardare i diritti dei detenuti e di tutti gli operatori chiamati ad intervenire".
Per quanto riguarda infanzia e adolescenza nei progetti del Garante ha un posto significativo la tutela dei minori nel percorso dell'affido, soprattutto per quanto riguarda il supporto formativo da fornire ai tutori che al momento sono in numero esiguo e che per legge devono essere volontari. "Ci muoveremo per portare avanti azioni - sottolinea Giulianelli - che diano la possibilità di intervenire adeguatamente nella parte iniziale della tutela e della presa in carico. Abbiamo intenzione di avviare una ricognizione sul territorio regionale per redigere un elenco aggiornato degli aspiranti tutori e curatori e per recepire bisogni e criticità".
In cantiere anche diversi progetti dedicati al mondo della scuola, che troveranno concretizzazione nei prossimi mesi attraverso l'attivazione di collaborazioni con enti diversi e che riguarderanno nella prima fase tematiche riferite all'abuso tecnologico ed al cyberbullismo, alla promozione della legalità. In programma anche una ricerca sugli esiti della pandemia in relazione alla salute psicofisica dei minori, da concretizzare con la collaborazione diretta dell'Università di Urbino e da ricondurre all'attività dell'Osservatorio sul disagio giovanile. Infine, la difesa civica che prosegue la sua attività, propria dell'autorità di garanzia, per garantire adeguate soluzioni alle esigenze poste dai cittadini.
quotidianogiuridico.it, 6 luglio 2021
Cassazione penale, sez. I, sentenza 24 giugno 2021, n. 24691. Pronunciandosi su un ricorso proposto avverso la ordinanza con cui il tribunale di sorveglianza aveva confermato la decisione con cui il Magistrato di sorveglianza aveva accolto il reclamo presentato da un detenuto ristretto in regime di "carcere duro" ex art. 41-bis Ord. pen., autorizzandolo a consegnare direttamente ai propri familiari minori di dodici anni con i quali era ammesso a svolgere il colloquio senza vetro divisorio, piccoli giocattoli o dolciumi, acquistati al sopravvitto, la Corte di Cassazione - nel disattendere la tesi dell'Avvocatura dello Stato, secondo cui è lo stesso art. 41 bis a stabilire limitazioni in ordine ai colloqui da svolgere in tale ambito, rese necessarie dalla tutela dei valori concorrenti dell'ordine e della sicurezza pubblica, con espressa preclusione della possibilità di scambio diretto di beni - ha invece affermato che il rischio di comunicazioni fraudolente, astrattamente insito nelle modalità di consegna diretta dal detenuto al minore di giocattoli e dolciumi, è in concreto scongiurato alla luce delle modalità che nell'istituto penitenziario presidiano l'acquisto dei beni e lo svolgimento del successivo colloquio visivo. In particolare, la consegna diretta è da ritenersi ammessa laddove il donativo sia acquistato per il tramite dell'impresa di mantenimento, venga custodito in magazzino e da qui sia prelevato dal personale addetto solo in funzione della sua cessione al destinatario, e nell'imminenza di essa, senza che si realizzi alcun antecedente contatto fisico tra la res e l'acquirente, a condizione che il colloquio venga osservato, ascoltato in contemporanea e videoregistrato.
di Andrea Ossino
La Repubblica, 6 luglio 2021
Clizia Forte è stata accusata di aver istigato il suo ex compagno a rapinare un portavalori. Dovrà uscire di prigione il 5 febbraio del 2049. Suo figlio, Gianluca, non può essere accudito in carcere: Rebibbia non è attrezzata per affrontare una patologia così importante. La legale: "Diritti negati". "L'unica mia richiesta è di stare vicino a mio figlio affetto da grave patologia". La battaglia tra Clizia Forte e la giustizia non è solo una vicenda complessa dove il diritto ad assistere un figlio disabile si scontra con la pericolosità di una detenuta, già condannata a 30 anni di carcere per concorso morale in omicidio. E non riguarda esclusivamente i celebri tempi biblici della giustizia italiana.
Questa infatti è la storia di Gianluca, un bambino di tre anni e mezzo che non ha chiesto di venire al mondo mentre la madre attendeva una sentenza che poteva costringerla a restare tutta la vita dietro le sbarre. È la vita di un bimbo che adesso non comprende come mai non può stare con la sua mamma. In realtà neanche i giudici della Cassazione sono riusciti a capirlo. E hanno bacchettato il tribunale di Sorveglianza, che aveva negato alla detenuta la scarcerazione. La Cassazione ha emesso una sentenza severa che tuttavia non ha messo premura ai giudici romani: rinvio dopo rinvio Clizia Forte, di fatto, è ancora lontano da suo figlio, affetto da una grave disabilità.
Il fatto: un omicidio di cui un bambino non ha colpe - La donna nel 2012 è stata accusata di aver istigato il suo ex compagno a rapinare un portavalori. L'epilogo è stato drammatico: la guardia giurata Manlio Sodani, all'epoca 39 anni, ha ucciso il collega Salvatore Proietti. Poi è stato arrestato. Anche Clizia Forte è stata coinvolta nel processo. E mentre primo e secondo grado di giudizio facevano il loro corso l'imputata si allontanava dall'Italia e puntualmente ritornava. Ha anche interrotto la relazione con il compagno è ha iniziato a frequentare un altro uomo, un'altra guardia giurata. Insieme hanno avuto un figlio, Gianluca, a cui sia il dipartimento di Salute mentale che i medici dell'ospedale Bambino Gesù hanno diagnosticato una grave forma di autismo. Nel frattempo arriva la Cassazione: Clizia Forte è condannata. Dovrà uscire di prigione il 5 febbraio del 2049. A complicare le cose interviene anche l'allontanamento da casa del padre del bambino.
Il piccolo va a vivere con i nonni materni - Gianluca viene affidato ai nonni, genitori di Clizia Forte. Due persone che non si risparmiano ma l'età avanza, hanno superato i 75 anni e si occupano anche degli altri due figli della detenuta, due bimbi avuti dalla precedente relazione con il vigilantes che ha messo a segno la rapina finita nel sangue tra le vie della Pisana.
Il tribunale: la detenuta è una manipolatrice - Occorre una soluzione per assicurare l'attenzione che Gianluca merita. E a questo punto che interviene l'avvocato Itana Crialesi. Il legale chiede, per conto della detenuta, di permettere che il bambino venga accudito in carcere. Ma sia il penitenziario di Rebibbia che altri istituti comunicano di non essere attrezzati per affrontare una patologia così importante. Da qui la richiesta al tribunale di Sorveglianza. Le condizioni del piccolo continuano a peggiorare e viene chiesta alla corte la detenzione domiciliare con braccialetto elettronico. In altre parole: se il bimbo non può essere accudito in carcere, forse la madre può occuparsi di lui senza uscire di casa.
La decisione da prendere è complessa - Occorre valutare diversi elementi. L'amministrazione penitenziaria e gli psicologi scrivono che la Forte è "una donna molto aperta e disponibile al dialogo, con buonissime competenze personali, linguistiche e cognitive". Gli atti sottolineano la "capacità della detenuta di instaurare ottime relazioni interne divenendo anche un punto di riferimento per le detenute, con un'ottima capacità di adattamento alle regole e alle modalità di vita e di relazione interne al carcere". È una donna "precisa e affidabile", ma è stata giudicata colpevole di un crimine orribile. Circa 10 anni fa, secondo l'accusa, è riuscita a manipolare una persona a tal punto da convincerla a compiere un delitto.
Così il tribunale di Sorveglianza ritiene che il comportamento lodevole della detenuta in carcere fa parte di un "disegno lucido e freddo", orchestrato da una persona che non si è mai ravveduta, visto che non ha mai smesso di professarsi innocente. Per i giudici "la sua modalità di relazione e interazione (...) è strumentale e manipolativa, del tutto incompatibile con la affidabilità minima necessaria per la concessione della detenzione domiciliare". Nulla da fare: nel luglio del 2020 il giudice Marco Patarnello decide che Clizia Forte deve restare in carcere.
La Cassazione: pensare alle esigenze del bambino - L'avvocato Crialesi ricorre allora in Cassazione, mentre Gianluca viene rimproverato dai secondini per quel fracasso a cui è possibile assistere ogni volta che il piccolo entra in carcere. I mesi passano, arriva il Covid, le visite parentali diminuiscono e il bambino può vedere la madre solo da dietro un vetro. Poi il responso della Cassazione. I giudici spiegano che occorre "contemperare ragionevolmente tutti i beni in gioco, le esigenze di cura del disabile, così come quelle parimenti imprescindibili della difesa sociale e di contrasto alla criminalità". Quindi occorre una "verifica comparativa complessa". E invece, secondo la Cassazione, il tribunale di Sorveglianza, "pur dando per dimostrata la sussistenza di un quadro di handicap grave in capo al figlio minore della detenuta richiedente il beneficio" non ha concesso alla madre i domiciliari, formulando un giudizio che "non si sottrae alle denunziate censure di illogicità".
La Cassazione ricorda infatti che i colleghi del tribunale di Sorveglianza, pur illustrando "l'esito, definito molto positivo" della condotta in carcere della donna, affermano che la detenuta non si è ravveduta, visto che continua a proclamare la sua innocenza. Le critiche ai colleghi della sorveglianza continuano affermando che la pericolosità sociale di Crizia Forte è basata su ipotesi astratte e su presupposti che risalgono a 10 anni fa. Cosi arriva la decisione che accoglie in toto tutte le motivazioni dell'avvocato Crialesi: "Il provvedimento va annullato con rinvio al tribunale di Sorveglianza di Roma perché proceda a nuovo giudizio, attenendosi si richiamati principi di diritto e sanando i vizi motivazionali". È il 9 dicembre 2020. E da allora nulla è cambiato.
Giustizia lumaca: il piccolo è ancora lontano dalla madre - "L'unica mia richiesta è di stare vicino a mio figlio affetto da grave patologia", scrive la Forte ai giudici. La nuova udienza del tribunale di Sorveglianza viene fissata solo il 4 maggio 2021. Il procuratore generale da parere favorevole alla scarcerazione, i giudici si riservano e spiegano che occorrono altri documenti: servono altri certificati medici, bisogna valutare dove vive Gianluca. Quindi viene fissata un'altra udienza: 1° luglio 2021. Gli atti richiesti sono arrivati, la corte si complimenta con i carabinieri per la celerità, tutto è pronto per la decisione, ma la decisione non arriva: due esperti relatori, due figure tecniche che compongono la Corte, non sono compatibili per motivi procedurali. Il destino di Gianluca viene rinviato al 17 ottobre 2012.
Il legale: "Un diritto negato" - "Sono sconcertata. Dopo una pronuncia cosi chiara della corte di Cassazione che il piccolo Gianluca non ha ancora la possibilità di alleviare le sue quotidiane sofferenze con le cure della madre - commenta l'avvocato Crialesi - Temo un reale peggioramento delle condizioni del bambino. Viene lanciato un messaggio errato: non tutti i bambini sono uguali, specialmente i figli dei genitori detenuti. Gianluca ha un handicap grave e ha diritto ad essere curato dalla madre, un diritto negato almeno fino al prossimo ottobre, nella speranza che non verranno richiesti nuovi e più recenti atti per aggiornare la situazione. C'è tanta amarezza", conclude il legale.
di Simona Musco
Il Dubbio, 6 luglio 2021
La norma potrebbe far "digerire" le modifiche sulla prescrizione, ma tutto è fermo. L'appello di Giuseppe Brescia, presidente della Commissione Affari Costituzionali alla Camera. Secondo il Piano nazionale di ripresa e resilienza, il disegno di legge delega che prevede l'abrogazione e la revisione "di norme che alimentano la corruzione" sarebbe dovuto approdare in Parlamento entro giugno scorso, con un termine di nove mesi dall'approvazione per l'adozione dei decreti delegati. Ma del ddl, al momento, non c'è nessuna traccia, nonostante lo stesso potrebbe aiutare a far "digerire" al M5S la partita della prescrizione, uno dei nodi principali della riforma della giustizia, tenuta in sospeso anche dalla crisi pentastellata. La materia, infatti, è da sempre tra le priorità del Movimento, che ne ha fatto una propria bandiera sfociata anche nella legge Spazzacorrotti, vessillo dell'ex ministro della Giustizia Alfonso Bonafede. E ad evidenziare il ritardo è proprio un grillino, ovvero il presidente della Commissione Affari Costituzionali della Camera Giuseppe Brescia, che ha lanciato un appello al presidente del Consiglio Mario Draghi per riprendere in mano l'iter. Ciò anche a seguito delle 44mila firme consegnategli dal comitato "The Good Lobby", che il 30 giugno ha organizzato un flash mob davanti a Montecitorio per chiedere alle Camere di discutere e approvare al più presto una legge sul conflitto d'interessi e sul lobbying, che sarebbe dovuta entrare in vigore il primo luglio.
Il testo base di tale norma è stato adottato a ottobre 2020 dalla Commissione Affari Costituzionali della Camera e si attende, ora, la presentazione degli emendamenti. A dire sì erano stati Pd, M5s e Leu, nonché i deputati del gruppo misto. Contrari, invece, Lega e Italia Viva, che contestava il presupposto secondo cui "chi si candida a ricoprire una carica pubblica provenendo da una libera professione o comunque da un lavoro autonomo, lo faccia per tutelare qualche specifico interesse", aveva evidenziato il capogruppo Marco Di Maio. Ma ora tutto è rimasto fermo. E Brescia prova a smuovere le acque: "Faccio un appello al presidente Draghi, sia da presidente di commissione che da relatore. Lavoriamo insieme, sblocchiamo col dialogo lo stallo politico già presente ai tempi del governo Conte 2 e il governo dia un contributo e un impulso alla legge sul conflitto d'interessi e sul lobbying - ha commentato intervenendo all'iniziativa davanti a Montecitorio -. La lotta alla corruzione e per la trasparenza non merita divisioni e rallentamenti. Sappiamo che questi due temi sono cari alla ministra Cartabia e anche la Commissione Europea e il rapporto Greco sottolineano che su conflitto d'interessi e lobbying l'Italia ha norme troppo frammentarie e deboli. Rafforziamo Antitrust e Anac, semplifichiamo quello che c'è da semplificare, ma uniamo le forze e non deludiamo le energie e le aspettative della società civile".
Farlo in tempi brevi, continua il grillino, è essenziale: "Grazie al Pnrr arriveranno ingenti risorse per il nostro Paese e nessun euro dovrà essere speso male o sprecato - spiega al Dubbio -. Per questo non bisogna arretrare nella lotta alla corruzione. Lo stiamo già facendo con diversi emendamenti al dl semplificazioni in commissione alla Camera, ma bisogna recuperare ritardi cronici nella prevenzione dei conflitti d'interessi e nell'attività di rappresentanza degli interessi. C'è un pacchetto di misure che va approvato entro fine legislatura anche grazie all'aiuto del governo".
È stata proprio la ministra Cartabia ad evidenziare che per riorganizzare la "macchina giudiziaria e amministrativa" attraverso la lotta alla corruzione, una delle priorità del Pnrr, è necessario incidere sia sui ritardi negli accertamenti giudiziali, sia garantendo la semplificazione e la trasparenza delle procedure dei contratti pubblici, risolvendo inoltre le carenze sui conflitti di interesse e sui fenomeni di lobbying. Concetti che la ministra ha evidenziato il 15 marzo, giorno in cui ha esposto le linee programmatiche del suo incarico, a partire dalle opportunità offerte dai fondi del Recovery. Secondo il Pnrr, "la corruzione può trovare alimento nell'eccesso e nella complicazione delle leggi. La semplificazione normativa, dunque, è in via generale un rimedio efficace per evitare la moltiplicazione di fenomeni corruttivi", si legge nel documento. L'obiettivo è individuare le norme che possono favorire la corruzione e procedere così ad una loro revisione o totale cancellazione.
E tra le norme da rivedere ce n'è una in particolare, tornata al centro dell'attenzione anche perché inserita tra i quesiti referendari presentati dal Partito Radicale e dalla Lega in piena "concorrenza" con le riforme: la 190/2012, ovvero la legge Severino. "Vanno riviste e razionalizzate le norme sui controlli pubblici di attività private, come le ispezioni, che da antidoti alla corruzione sono divenute spesso occasione di corruzione. È necessario eliminare le duplicazioni e le interferenze tra le diverse tipologie di ispezioni - si legge nel piano -. Occorre semplificare le norme della legge n. 190/2012 sulla prevenzione e la repressione della corruzione e dell'illegalità nella pubblica amministrazione; e le disposizioni del decreto legislativo n. 39/2013, sull'inconferibilità e l'incompatibilità di incarichi presso le pubbliche amministrazioni e gli enti privati in controllo pubblico". Tale norma, secondo quanto riferito al Dubbio da Brescia nelle scorse settimane, rappresenta "un irrinunciabile passo di civiltà nella lotta alla corruzione, un traguardo minimo su cui non si deve arretrare". Da questo punto di vista, dunque, la norma potrebbe entrare in conflitto con le aspettative del Movimento. Ma solo da questo punto di vista.
di Simonetta Fiori
La Repubblica, 6 luglio 2021
Dai nomi delle vie alle delibere comunali, dai consigli regionali alle ordinanze dei sindaci: così il revisionismo che rivaluta il fascismo si diffonde sotto traccia dal nord al sud del Paese. Piccoli smottamenti, cadute non sempre appariscenti, più spesso sotterranee. Ma messi insieme producono una slavina invisibile che travolge i capisaldi della storia contemporanea. Il disegno di legge presentato da Fratelli d'Italia con l'equiparazione delle foibe all'Olocausto è solo la parte più scoperta di un fenomeno in rapida accelerazione che da Alessandria a Grosseto, da Dalmine a Vibo Valentia, da Monfalcone a Lecce, dilaga in tutta la penisola rimbalzando di municipio in municipio, di borgo in borgo, lungo un'unica traiettoria disegnata dal nuovo revisionismo della destra.
La storia perde senso - Atti amministrativi comunali, risoluzioni di consigli regionali, delibere delle commissioni toponomastiche locali e il presenzialismo di sindaci e assessori a cerimonie per i martiri della Repubblica sociale. Alla periferia delle istituzioni pubbliche, là dove governano i partiti di Giorgia Meloni e di Matteo Salvini, si riscrive la storia del Novecento. E le distinzioni tra fascismo e antifascismo, dittatura e libertà, ideologia violenta e tolleranza democratica rischiano di confondersi in una nuova memoria collettiva in cui "i morti non hanno colore politico" (copyright l'assessora veneta Elena Donazzan, Fratelli d'Italia), "i bimbi di Auschwitz e quelli delle foibe sono uguali" (copyright Salvini), e l'Almirante "fucilatore di partigiani" riacquista la sua verginità nell'immortale gesto di rendere omaggio a Berlinguer.
La storia perde senso, per adattarsi a una nuova narrativa edulcorata in cui i conti con il passato si risolvono nel comune lutto per la perdita umana. Non valgono più le bussole della coscienza democratica, la differenza tra giusto e sbagliato, la consapevolezza che "dietro il più idealista dei militi delle Brigate nere c'erano le camere di tortura, i rastrellamenti e l'Olocausto" e dietro il partigiano più spietato "la lotta per una società più libera e pacifica", come ci ricorda Italo Calvino in una pagina de I sentieri dei nidi di ragno. Il paradigma vittimario cancella le differenze. E dietro la bandiera della riconciliazione si nasconde spesso un revanscismo agguerrito che bilancia in un'equazione impossibile i martiri della Shoah e le vittime del comunismo: questi i morti tuoi, questi i morti miei, palla al centro e si riparte.
Il nuovo vocabolario della destra - E' un revisionismo meno gridato rispetto a quello degli anni Novanta, quando bisognava cambiare le fondamenta costituzionali della "prima Repubblica" in nome dell'"anti-antifascismo". Ora di antifascismo non si parla più, sostituito nel nuovo vocabolario della destra dalla parola "antitotalitario". E' accaduto l'anno scorso a Vicenza, dove su proposta dell'assessore Giovine - lo stesso che produsse l'encomio sulle cose buone realizzate da Mussolini - è stata abolita la clausola dell'antifascismo per l'uso degli spazi pubblici, a favore di una pronuncia antitotalitaria: come a dire, il provvedimento vale per i nostalgici di Mussolini ma anche per voialtri che la menate con il partigianato, perché siete pur sempre eredi dei comunisti. Una mozione analoga è stata approvata a Dalmine, alle porte di Bergamo, municipio guidato da una maggioranza di centrodestra.
Sono sempre più numerosi i comuni che ricorrono al paradigma memoriale antitotalitario approvato dall'Europa, con la sua contestata omologazione tra nazismo e comunismo. Il consiglio comunale di Asti è arrivato a revocare la cittadinanza onoraria concessa nel 1924 a Mussolini soltanto in cambio dell'adozione dell'intera risoluzione europea, "con la conseguente erogazione dei finanziamenti soltanto alle ricerche di ispirazione antitotalitaria", dice Mario Renosio dell'Istituto storico della Resistenza. Cosa significa concretamente in un paese in cui non è mai esistito un regime comunista? Uno studio sulla Brigata Garibaldi, storica formazione del partigianato rosso, potrebbe essere considerato politically uncorrect?
L'equivoco dell'antitotalitarismo - L'equivoco è chiarito bene da Filippo Focardi, direttore scientifico dell'Istituto nazionale Parri (con la rete di tutti gli istituti locali) e autore di un recente libro sui nuovi revisionismi (Nel cantiere della memoria. Fascismo Resistenza, Shoah, Foibe, Viella editore). "La risoluzione europea è stata molto incoraggiata dai paesi dell'Europa orientale vissuti per decenni sotto i regimi comunisti e che oggi non hanno torto a rivendicare una maggiore considerazione per il carico di oppressione subita. Ma è inaccettabile la riduzione della complessa vicenda del comunismo internazionale a un'unica dimensione criminale. Il comunismo italiano ha avuto una storia diversa, contribuendo alla costruzione e alla difesa della democrazia nel nostro paese. Berlinguer non può essere equiparato a un aguzzino della Stasi e neppure alla terribile nomenclatura dell'Est". Inaccettabile dunque la riscrittura della storia italiana che mette sullo stesso piano i nipotini di Mussolini con quelli di Gramsci. "Se dovessimo dare retta ai tanti comuni retti dalla destra che adottano il paradigma europeo, un gesto come quello del presidente Sarkozy che all'atto di insediamento lesse le ultime parole scritte da un partigiano comunista risulterebbe eversivo o terribilmente inappropriato. E stiamo parlando del presidente della destra repubblicana francese!".
Dalla parte di Salò - Ma da noi una Droit repubblicana non c'è, o è ancora molto fragile. E se l'ondata neorevisionistica degli anni Novanta proponeva di abolire la festa del 25 aprile come anniversario troppo di parte, oggi la tendenza dell'attuale destra è celebrarlo: dalla parte dei camerati. E' accaduto quest'anno in Veneto, dove l'assessora regionale Donazzan ha partecipato alla cerimonia in memoria dei militi del Corpo di Sicurezza Trentino, artefici di rastrellamenti, distruzioni e stragi al soldo dei nazisti. Criticata dal giornale dell'Anpi, Patria Indipendente, che vigila su questi smottamenti, l'esponente di Fratelli d'Italia ha replicato che tutti i morti meritano rispetto. Non contenta dell'omaggio nazifascista, ha poi ritenuto opportuno intonare ai microfoni della Zanzara le note di Faccetta nera, la canzone della colonizzazione fascista in Africa. L'assessora Donazzan guida in Veneto l'Istruzione. A Codevigo, nel padovano, tra aquile mussoliniane e stemmi littori è comparso il sindaco di Fratelli d'Italia, il quale poi si è giustificato: ho solo risposto sì a un invito. A Miane, nella provincia Treviso, il primo cittadino ha dovuto rinunciare all'ultimo istante a un'analoga cerimonia per i militi di Salò, fermato per tempo da una contromanifestazione dell'Anpi: un suo rappresentante era già pronto per la commemorazione in camicia nera. A Gorizia l'acme è stato raggiuto nel 2019 quando una delegazione di reduci della X Mas è stata ricevuta in municipio, in un tripudio di gagliardetti e saluti romani. Il Covid, fortunatamente, ha sospeso il lugubre rituale.
La verità di Stato sulle foibe Nella mappa della revisione storiografica, il Veneto e il Friuli Venezia Giulia sono le regioni più spumeggianti, con una crescente produzione di risoluzioni consiliari che si concentrano sulla questione delle foibe. L'obiettivo dichiarato sarebbe quello di condannare i negazionisti - ottimo proposito! - se non fosse che nella categoria vengono incluse le più alte autorità scientifiche in materia, a cominciare da Raoul Pupo, bacchettato per la sua guida realizzata insieme all'Istituto storico della Resistenza di Trieste. La strada è quella tracciata nel 2019 dal consiglio regionale friulano, seguito quest'anno da quello veneto. Il criterio delle due risoluzioni è il medesimo: esiste sulle foibe una verità ufficiale che definisce entità del fenomeno (sciaguratamente ingigantito) e sue caratteristiche (sotto la categoria di "pulizia etnica"). Chi si discosta dalla storia sancita per legge viene escluso dai finanziamenti. In realtà si è trattato di iniziative propagandistiche a cui non è seguita alcuna conseguenza pratica. In Friuli la distribuzione dei fondi è regolata da una legge voluta in articulo mortis dalla precedente giunta di centro-sinistra proprio per evitare le "schifezze di confine", come le chiamano nella comunità scientifica. E, in Veneto, l'appello del consiglio regionale è rimasto finora inascoltato. Resta il valore simbolico di una campagna revanscista che utilizza le foibe in una chiave vittimistica per pareggiare i conti tra crimini del fascismo e crimini del comunismo.
I no a Liliana Segre - In questa ossessione parificatrice si può arrivare a negare la cittadinanza a Liliana Segre perché testimone di Auschwitz e quindi espressione d'una memoria ritenuta assurdamente di parte, che deve essere bilanciata con la memoria di un crimine di segno politico opposto. Dopo Sesto San Giovanni, Piombino (poi pentita) e Gorizia, qualche settimana fa anche Arzignano nel Vicentino ha detto di no alla senatrice a vita: "La sua opera non è legata alla nostra comunità", s'è giustificato il sindaco, rendendo ancora più grave il rifiuto. La variante del "no" consiste nell'accogliere l'omaggio a Segre, ma a condizione di bilanciarlo con l'omaggio a Giorgio Almirante. Ci ha provato lo scorso anno il comune di Verona: ma a far saltare l'improvvido gemellaggio è stata la stessa senatrice a vita che ha denunciato la sua incompatibilità con il segretario di redazione della Difesa della Razza. Allora la proposta di intestare una strada al leader missino fu opportunatamente messa via, salvo rinascere poche settimane a Zevio: a venti chilometri dal centro storico di Verona è sorta via Almirante. Basta aspettare.
I nomi delle strade - Sbaglia chi liquida la guerra degli indirizzi come una battaglia da strapaese, sul genere dei romanzi di Guareschi. I nomi di strade e piazze rappresentano il nostro patrimonio civile, ciò che decidiamo di mantenere o di buttare via della nostra eredità culturale, come racconta Deirdre Mask nel suo bellissimo Le vie che orientano (Bollati Boringhieri). Willy Brandt, futuro cancelliere della Germania Ovest, ricordava il giorno in cui i nazisti avevano preso il potere nella sua città natale. "A Lubecca il 20 marzo del 1933 molte persone vennero messe in custodia cautelare. Di lì a poco cominciarono a cambiare i nomi delle strade". I personaggi e gli eventi storici ricordati nelle segnaletiche rappresentano la storia in cui ci riconosciamo, o come direbbe Paul Ricoeur - evocato da Liza Candidi nell'introduzione - "un debito che significa nel presente". Nei confronti di chi siamo debitori, secondo la destra postfscista e sovranista? Il primato dell'odonomastica appartiene ad Almirante, nel totale oblio delle sue responsabilità ne La difesa della razza e poi da capo di gabinetto nella Repubblica Sociale Italiana: fu proprio lui a redigere il famigerato manifesto della morte che decretava la fucilazione immediata dei partigiani. L'avrai, camerata Almirante la via che pretendi da noi italiani è il profetico titolo ispirato a Piero Calamandrei scelto da Carlo Ricchini per il volume che ricostruisce quelle vicende (4 Punte edizioni). Ma le schede celebrative - come quella del comune Nicotera, in provincia di Vibo Valenzia - preferiscono ricordarne l'eroismo militare in Libia, i viaggi in terza classe e quell'omaggio a Berlinguer che lo consegna all'Olimpo dei savi. Al comune di Terracina - ma non è il solo - è venuta l'idea di proporre l'accoppiata toponomastica tra i due leader antagonisti, mentre a Lecce è stata adottata la singolare formula: al segretario missino una delle strade centrali, Berlinguer e Pertini confinati in periferia. E a proposito del presidente partigiano: poco prima della festa della Liberazione, quest'anno, ha dovuto sloggiare da una strada di Torano, in provincia di Rieti, per cedere il posto a Nazario Sauro, irredentista. E a Genova - città medaglia d'oro della Resistenza - il partigiano "Attila" Firpo è stato scalzato da Quattrocchi, mito locale di italianità.
La Resistenza sfrattata o commissariata - Gli istituti storici della Resistenza osservano il fenomeno con inquietudine, anche perché sono stati i primi a subire tagli finanziari da parte delle amministrazioni di destra (non solo da loro, in verità) e in qualche caso un vero sfratto (a Sesto San Giovanni, a Lodi e a Grosseto). In Umbria, la regione che ha patrocinato la festa del libro con Casa Pound, l'Isuc è stato commissariato. E il nuovo timoniere, di fede leghista, ha pensato bene di celebrare quest'anno il suo primo 25 aprile con una cerimonia di pacificazione tra partigiani e saloini: ricordare la vittoria dell'antifascismo deve essergli apparso scortese o troppo di parte. Sarà questa la nuova vulgata nazionale, in caso di vittoria politica delle destre? Occorrerà porsi il problema, prima che sia troppo tardi.
milanotoday.it, 6 luglio 2021
Si occupa del controllo qualità e vede impiegati 90 detenuti. Una nuova iniziativa tra le mura del carcere di Bollate (Milano) ha portato alla nascita di una nuova impresa sociale nella quale lavoreranno 90 detenuti e che si occuperà di controllo qualità di un servizio clienti. La start up, ad oggi la prima per numero di impiegati tra quelle sorte all'interno della struttura detentiva, ha preso vita grazie alla collaborazione tra NeN, azienda EnerTech in Italia, e Bee4.
IntegrazioNeN, questo il suo nome, ha un obiettivo tanto sociale quanto di business. Nell'azienda, infatti, da una parte vengono reinseriti lavorativamente alcuni detenuti di Bollate e dall'altra le attività serviranno ad aumentare la qualità del servizio clienti di NeN: alcune azioni di "controllo qualità" nel processo di sottoscrizione delle nuove forniture di energia saranno affidate proprio alle persone che stanno scontando una pena nel carcere del Milanese.
Dopo un periodo di formazione, ai detenuti coinvolti nel progetto sono affidati compiti di data entry, validazione documentale, controllo e inserimento delle autoletture. In cambio delle mansioni svolte, viene corrisposto uno stipendio che quasi sempre viene trasferito alle famiglie fuori dal carcere (si chiama "mercede" e rispetta le retribuzioni minime previste dai contratti collettivi). Al di là dell'aspetto monetario, inoltre, grazie alla start up, è possibile avviare e seguire un percorso di rieducazione e reinserimento sia lavorativo sia nella società civile. "Bee4 agisce come ponte con il mondo esterno e favorisce l'interazione con la comunità territoriale in tutte le sue forme - si legge in una nota dell'iniziativa - la cooperativa impiega già oggi circa 120 persone, di cui 90 con problemi di giustizia, ma punta a raggiungere i 200 occupati entro il prossimo triennio".
ilcittadinomb.it, 6 luglio 2021
Presentato nella casa circondariale, curato dalla giornalista e poetessa monzese Antonetta Carrabs, contiene scritti che sono stati in gran parte ospitati nelle pagine del Cittadino nell'inserto "Beyond Borders", senza confini, un esempio unico in Italia di giornale dei reclusi aperto all'esterno.
Si intitola "Il giardino delle ortiche". Un volume di quasi 500 pagine di emozioni, di voglia di libertà. Contiene articoli, scritti e poesie, realizzati dai detenuti della casa circondariale di Monza - ormai ribattezzati "i giornalisti del carcere" - nell'ambito di un progetto di riabilitazione e inclusione, numerosi dei quali ospitati nelle pagine del Cittadino nell'inserto "Beyond Borders", senza confini, curato dalla redazione del bisettimanale, un esempio unico in Italia di giornale dei reclusi aperto all'esterno.
Il volume, curato dalla giornalista e poetessa monzese Antonetta Carrabs, presidente della Casa della Poesia di Monza e dell'associazione "Oltre i Confini", è stato presentato lunedì 5 luglio in mattinata nell'area verde attrezzata all'interno della casa circondariale alla presenza di sei componenti della redazione, della curatrice del volume, del direttore del Cittadino, Cristiano Puglisi e della direttrice della struttura carceraria Maria Pitaniello.
Molto emozionante la lettura di alcuni testi del volume, come quello di Matteo, ex avvocato, che ricorda la moglie e i figli, Stella e Arcobaleno, i loro colori ora perduti nell'oscurità, dietro alle sbarre, di Luigi, che ha già pronti due romanzi, di Leder, che scrive del figlio di 10 anni mai conosciuto. "Alla nascita eravamo fiori/ora siamo ortiche pungenti/nessuno ci vuole vicino/costretti nel cemento senza terra, rinchiusi in un giardino di sole ortiche/destinati a pungere", ma le ortiche - di qui il titolo del volume - possono tornare fiori, "le spine possono ti cadere/puoi trasformarti da ortica a fiore che non punge/bello da vedere/e desideroso di essere raccolto". "In ognuno c'è molto di buono e prima di tutto siamo persone" dicono i detenuti-giornalisti "e la scrittura è la nostra voce, che tira fuori il meglio, i nostri sentimenti, per valicare queste mura e vincere i pregiudizi".
La Ragione, 6 luglio 2021
In pochi giorni la cella numero 37 di Rebibbia - cinque metri quadri di vecchiume, sporcizia e cattivi odori - è diventata la mia casa. Ho due lauree, sono una commercialista di successo, conduco una vita agiata e appena arrivata qui il primo istinto era stato il rigetto: io Rebibbia non sapevo neanche in quale zona di Roma si trovasse. Contro di me le accuse di bancarotta fraudolenta, appropriazione indebita e riciclaggio; davanti a me chissà quanto tempo dietro le sbarre. Ho capito subito che per non impazzire avrei dovuto cercare di adattarmi.
Così ho iniziato a vivere la nuova realtà in cui ero stata catapultata. In questo mi hanno aiutato le altre detenute, le mie concelline: in un primo momento mi guardavano con distacco, poi a poco a poco si sono aperte e mi hanno accolto nel loro mondo. Si è instaurato un rapporto di fiducia e di confidenza. Quelle che non sapevano né leggere né scrivere hanno approfittato del mio aiuto per mandare lettere a casa o preparare atti giudiziari.
Il carcere è un luogo disumano che serve solo a rendere più tristi, cattive e brutte le persone. L'unica cosa che ti fa sentire ancora un individuo sono le altre detenute: cercano di farti stare meglio, forse perché capiscono che devono fare di tutto per evitare che ti suicidi. Com'è accaduto a una mia vicina di cella, Annalisa. Un giorno un agente penitenziario apre lo spioncino del blindo della cella e sibila: "Prendi la tua roba, sei in uscita".
Ero lì dentro da 135 giorni, mi aspettavano altri sette mesi e mezzo agli arresti domiciliaci. Stordita, ho raccolto le mie cose, salutato le mie amiche con le lacrime agli occhi e mi sono incamminata lungo i corridoi. "Non voltarti indietro - mi aveva raccomandato una concellina - perché se ti guardi alle spalle finirai per tornare qui dentro". (Daniela Candeloro, assolta dopo sei anni e due mesi di processi. Tra i protagonisti di "Non voltarti indietro", il primo docufilm sugli errori giudiziari in Italia, realizzato dall'Associazione Errorigiudiziari.com)
di Nello Scavo
Avvenire, 6 luglio 2021
Il vertice dell'operazione Ue Irini: "Tra il 2017 e il 2020 effettivo miglioramento nel trattamento dei migranti in Libia". Oim: "Abbiamo segnalato sparatorie e violenze da parte dei guardacoste". Non c'è scampo nei giorni della mattanza: 49 corpi recuperati in Tunisia da domenica, altri 14 in Libia. Sono le maree a raccontare quello che le autorità non dicono. Specialmente a Tripoli dove vengono taciute le notizie sui naufragi, ma i corpi sulle spiagge raccontano quei lutti senza nome. Da gennaio le morti annotate dall'Onu nel Mediterraneo sono 886, ma si tratta di stime prudenziali.
La Ocean Viking ha evitato altre stragi e ora a bordo della nave di Sos Meditarrenée ci sono 572 persone e nessun porto di destinazione. Silenzio da Roma, telefono muti a Bruxelles. La Commissione Ue al momento non intende occuparsi del coordinamento per ridistribuire i naufraghi raccolti dalla nave umanitaria che ha compiuto sei salvataggi in cinque giorni.
Un barchino con 24 tunisini è stato intercettato e bloccato nelle acque antistanti la costa di Lampedusa dopo che il giorno prima si erano registrati 9 sbarchi per un totale di 207 persone e sabato altri 12 barchini con 342 migranti. Con quelli dei giorni scorsi gli arrivi in Italia nel 2021 hanno superato quota 21mila, il triplo di quelli registrati nel primo semestre dello scorso anno. "Gli sbarchi a Lampedusa durante questo periodo dell'anno ci sono sempre stati, ma certamente una preoccupazione c'è, e su questo stiamo operando", ha commentato il ministro dell'Interno Luciana Lamorgese. Ma un portavoce della Commissione europea ha avvertito che "dall'inizio della pandemia i ricollocamenti" dei migranti "sono stati più difficili e negli ultimi mesi abbiamo visto una diminuzione della partecipazione degli Stati membri".
Non è l'unica polemica delle ultime ore. Anche i vertici militari della missione navale europea Irini hanno suscitato con le loro dichiarazioni una certa irritazione delle agenzie umanitarie dell'Onu. Nel corso di una intervista all'agenzia "Nova", l'ammiraglio Fabio Agostini, ha riconosciuto che la Guardia costiera libica non è più sotto il controllo dell'Europa e dell'Italia, tuttavia sostenendo che dal 2016 al 2019, quando i guardacoste erano stabilmente sotto il controllo e l'addestramento italiano, si era registrato "un sostanziale cambio di passo riguardo della gestione degli eventi Sar e al trattamento dei migranti soccorsi". Per questa ragione, ha aggiunto il comandante dell'operazione europea nel Mediterraneo, l'Europa è pronta a riprendere in mano l'addestramento della Marina libica. Secondo Agostini in passato, quando i guardacoste libici e le motovedette non erano ancora sotto il controllo turco, era stato registrato "l'effettivo miglioramento nel trattamento dei migranti" come "confermato da esponenti di Oim e Unhcr in Libia, i quali non hanno registrato alcuna denuncia di maltrattamento da parte dei migranti durante le operazioni di soccorso della Guardia costiera libica, a partire dal 2017 fino al 2020".
Parole a cui da Ginevra risponde proprio l'Oim. In una dichiarazione ad Avvenire, la portavoce dell'Organizzazione Internazionale dei migranti precisa che quella riportata nell'intervista all'ammiraglio "non è la posizione dell'Oim. Negli ultimi anni - ribadisce Safa Mehli - abbiamo segnalato sparatorie e altri incidenti nei punti di sbarco. I migranti hanno anche riferito al nostro staff, in diverse occasioni, di aver subito violenze quando sono stati intercettati in mare da entità libiche".
Intanto prosegue l'inchiesta della procura di Agrigento che per la prima volta ha aperto un fascicolo sulla cosiddetta guardia costiera libica. L'accuse, al momento, è quella di aver tentato il naufragio di un barcone con 50 migranti poi sbarcati a Lampedusa. In queste ore gli investigatori, coordinati dal procuratore Luigi Patronaggio, ascolteranno i superstiti e saranno analizzate le immagini di Sea Watch, che grazie all'aereo da ricognizione Seabird aveva filmato l'aggressione della motovedetta libica e poi depositato un esposto.
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