di Giovanni Pimpinelli
trcgiornale.it, 29 novembre 2021
Dopo il periodo di stop causato dalla pandemia anche quest'anno a Civitavecchia il Comitato Regionale Lazio del Coni ha ripreso le attività negli istituti penitenziari cittadini grazie al progetto "Lo sport entra nelle carceri", che rientra in "Coni e Regione, compagni di Sport".
Ad iniziare le attività per quest'edizione è il settore femminile con lo yoga, poiché questa disciplina è legata proprio alla mission del progetto, in quanto da uno studio effettuato, in termini di salute psicofisica, lo sport nel carcere serve a combattere depressione, alienazione, claustrofobia, tensione, aggressività, disturbi psicosomatici e della personalità e ad aumentare l'autostima.
Per questo motivo la scelta è ricaduta sullo yoga, attività specifica che incarna in sé tutte queste caratteristiche. Lo Yoga come "Attività Sportiva di Ginnastica finalizzata alla Salute ed al Fitness" infatti, è da sempre un ottimo strumento di rieducazione fisica e mentale in grado di migliorare l'umore, ridurre la propensione a comportamenti aggressivi e antisociali nell'istituto, favorire la socializzazione ed ha già funzionato anche nel passato.
Il tecnico scelto dal comitato regionale Lazio è Adriana Calò, presidente e tecnico di una società sportiva dilettantistica operante da anni sul territorio di Civitavecchia. "Sono felice di riportare lo Yoga in questo contesto, che per me è totalmente nuovo, e metterò tutto il mio impregno, come ho sempre fatto in ogni occasione, perché anche in un ambiente così particolare, quale è il carcere, chi partecipa alle mie lezioni possa trarre i molteplici benefici che questa disciplina può dare".
Esprime soddisfazione anche la direttrice dell'istituto, la dottoressa Bravetti, che ha da subito accolto con grande entusiasmo il progetto fin dalla sua primissima presentazione.
Il dr Riccardo Viola, presidente del Coni Comitato Regionale Lazio, si è detto soddisfatto per l'alta ricettività del territorio ai progetti che l'ente ha proposto nell'ambito della regione Lazio ed in particolare a Civitavecchia dove negli ultimi anni sono stati realizzati molte progettualità Coni, partendo dallo Sport in Piazza, proseguendo con i Centri Coni e gli Educamp, con l'ottimo lavoro realizzato nel liceo scientifico ad indirizzo sportivo premiato dall'ufficio scolastico regionale ed ora con lo Sport in Carcere. Altri progetti sono pronti a partire e tutto questo non fa che dimostrare la grande propensione allo sport che caratterizza la città di Civitavecchia.
di Flavia Carlorecchio
La Repubblica, 29 novembre 2021
La campagna ventennale per attiviste e attivisti in pericolo. È iniziata giovedì scorso la campagna di Amnesty International "Write for rights", giunta ormai al suo ventesimo anno. Nel 2020 sono state raccolti quattro milioni e mezzo di testi scritti a favore di attivisti e attiviste perseguitate.
Dal 2001, nelle ultime settimane dell'anno, l'organizzazione raccoglie firme, post, e-mail, lettere e cartoline a sostegno di persone ingiustamente imprigionate o perseguitate: dalle 2326 lettere raccolte il primo anno, nel 2020 è passata a quattro milioni e mezzo di testi scritti. Si tratta della più grande campagna di invio di lettere di Amnesty International. Ed è efficace: l'ultimo esempio positivo è quello di Jani Silva, un'ambientalista della Colombia sottoposta a minacce di morte, in favore della quale nel 2020 si sono mobilitate oltre 400.000 persone. "La campagna mi ha tenuta viva. Ha dissuaso le persone che volevano uccidermi perché si sono rese conto che dietro di me c'eravate voi!", ha dichiarato Silva.
Write for rights 2021. La campagna "Write for Rights" 2021 chiede protezione, giustizia o libertà per dieci coraggiose persone dedicatesi alla difesa dei diritti umani. Una delle storie è quella di Janna Jihad, 15 anni, cresciuta nel piccolo villaggio palestinese di Nabi Saleh. Nel 2009, quando Janna aveva tre anni, la sua comunità ha iniziato a svolgere manifestazioni pacifiche settimanali contro l'occupazione israeliana, affrontate con violenza. All'età di sette anni, Janna ha cominciato a usare il telefono cellulare della madre per raccontare la vita della sua comunità: per questo è stata riconosciuta come una delle più giovani giornaliste del mondo. Per la sua attività subisce minacce e intimidazioni.
Attiviste in pericolo in Cina, Messico, Eritrea, Ucraina. Un'altra attivista per cui si chiede protezione è Zhang Zhan, la giornalista condannata a quattro anni di carcere per essersi occupata dello scoppio della pandemia da Covid-19 a Wuhan e che è in grave pericolo di vita a seguito di uno sciopero della fame. Anche Wendy Galarza, ferita gravemente in Messico mentre prendeva parte a una manifestazione per chiedere giustizia per un femminicidio, necessita supporto. Ciham Ali invece è scomparsa in Eritrea oltre otto anni fa, appena quindicenne, mentre cercava di fuggire dalla repressione in atto nel paese. Infine, Anna Sharthina e Vira Chernygina, hanno ricevuto attacchi e intimidazioni in Ucraina, dove difendono i diritti delle persone LGBTQIA+.
La campagna presentata a Roma e a Milano. Per promuovere la campagna "Write for Rights", dal 25 al 27 novembre sarà in Italia Wendy Galarza, attivista per i diritti delle donne in Messico, accompagnata da Edith Olivares Ferreto, direttrice di Amnesty International Messico, entrambe in Europa per un tour della campagna "Write for Rights". Ospiti delle sezioni di Amnesty International in Francia, Belgio, Spagna, Italia e Islanda per parlare di diritti umani e violenza sulle donne in Messico, Wendy ed Edith saranno a Roma il 25 e 26 novembre per incontri con le scuole (Liceo Righi e ITS Salvini), con funzionari del ministero degli Affari esteri e per un evento pubblico. Il 27 saranno a Milano per prendere parte a un ulteriore evento pubblico.
di Massimo Recalcati
La Repubblica, 29 novembre 2021
Intesa come il regalo di chi riconosce che morire quando la vita è al muro, sommersa dalla sofferenza, è una liberazione che salvaguarda la stessa dignità umana dell'esistenza. È possibile concepire l'interruzione volontaria della vita - eutanasia o suicidio assistito - non solamente come ciò che può evitare lo strazio di sofferenze senza alcuna speranza di guarigione, ma come un vero e proprio dono? La morte può essere in certe circostanze drammatiche un dono che non oltraggia affatto la sacralità della vita ma la onora immensamente?
Non esiste morte naturale, scriveva Simone De Beauvoir. Ogni morte umana accade, infatti, sempre prematuramente. Non siamo fatti per morire ma per vivere: la morte è il nostro destino insuperabile ma è anche ciò che contraddice atrocemente il nostro attaccamento alla vita. Dobbiamo morire ma non siamo fatti per morire. In questo senso la morte accade sempre in anticipo, sempre troppo presto, sempre, appunto prematuramente.
È la ragione dell'estremo scandalo che suscita la morte di un bambino: la morte avviene in questi casi là dove non è attesa, dove non dovrebbe mai avvenire, non alla fine ma all'inizio della vita. Ma se la morte è un evento che vorremmo sempre evitare, come può assumere il significato di un dono? Si può davvero donare la morte? In uno straordinario film titolato Milion Dollar Baby, Clint Eastwood ha messo scabrosamente in scena questi interrogativi.
Una giovane donna si trova paralizzata a letto per una terribile lesione contratta in un combattimento di pugilato. Ha costruito con fatica la sua vita resistendo a innumerevoli difficoltà. Grazie al suo desiderio deciso e la dedizione del suo allenatore trova finalmente la sua affermazione sul ring. Poi il trauma della lesione. La sua vita si trova improvvisamente amputata, alimentata dalle macchine della scienza medica, senza nemmeno più la possibilità di parlare, sommersa da sofferenze inaudite provocate dalla cancrena. Prova prima a suicidarsi mangiandosi la lingua.
Successivamente comunica al suo vecchio e amato allenatore il desiderio di non continuare più a vivere così. Lui la chiamava Mo chiusle che nella lingua galeica significa "mio tesoro" e di fronte al dolore senza speranza di questo "tesoro", Frankie, il vecchio allenatore, decide di staccare la spina mettendo fine alle sue atroci sofferenze. La morte, dunque, può essere un dono d'amore? O forse Frankie si è sostituito impunemente a Dio decidendo sulla vita e sulla morte di un altro essere umano? Quando la vita è sommersa dalla sofferenza e da un male che non lascia speranze, quando il suo orizzonte si è ristretto a quello angusto di un letto in una terapia intensiva permanente, quando la vita ha già perduto il senso della vita, allora donare la morte non sarebbe un atto di amore che salvaguarda il rispetto della vita e la sua immensa sacralità?
Quale materialismo grossolano può confondere la vita umana con un respiro alimentato artificiosamente da delle macchine? Ma, soprattutto, quale concezione spietata della vita bisogna avere per escludere la possibilità della resa? Un celebre libro del teologo Dietrich Bonhoeffer si intitola proprio Resistenza e resa. Sono i due movimenti che scandiscono la vita umana.
Il primo è quello della resistenza della vita di fronte agli ostacoli, alle prove, alla sofferenza, alla tentazione della morte. Ma fino a quando? Per quanto tempo il dolore e l'assenza di speranza possono essere sopportati? Sino a quale punto una vita può resistere al dolore?
Il secondo movimento è quello della resa. Qui la vita si rivela pienamente umana. Infatti se la resa senza la prova della resistenza può essere una fuga dalla vita, la resistenza senza la possibilità della resa può diventare un supplizio o un martirio inutile. Ma chi può misurare il giusto rapporto tra la resistenza e la resa? Alla luce della pietas umana la forza della resistenza dovrebbe avere la stessa dignità della dichiarazione di resa.
Quando la vita si arrende alla sofferenza dopo aver resistito sino al proprio limite è giusto che il dono della morte diventi possibile, che la resa non sia impedita, ma, al contrario, onorata. La Legge non può imporre la resistenza senza resa - sarebbe questo il cuore folle della filosofia dell'hitlerismo - ma deve servire a consentire il dono della morte di fronte a una esistenza che può dichiarare, dopo il tempo della resistenza, la sua resa. In questo caso la morte rende ancora più sacra la vita perché la riconosce profondamente vulnerabile, fragile, umana.
Non è qui in gioco la morte come semplice soppressione della vita o, peggio, come selezione della vita, ma come dono di chi riconosce che morire quando la vita è al muro, senza speranze, sommersa dalla sofferenza, è una liberazione che salvaguarda la stessa dignità umana della vita. Se il dono della vita è il dono di una avventura possibile, quello della morte può essere il dono che riconosce la resa della vita di fronte all'impossibile.
di Riccardo Mazzoni
Il Tempo, 29 novembre 2021
Nel gennaio del 1995, il congresso del coordinamento radicale antiproibizionista fu ospitato a San Patrignano: fu un po' come se il diavolo in persona venisse invitato a parlare in chiesa, perché Pannella era lo storico fautore della legalizzazione della droga e Muccioli il più tenace assertore del proibizionismo di Stato di cui la sua comunità era diventata il simbolo.
Lo scontro tra questi due colossi segnò una lunga stagione della Prima Repubblica, culminata in un duello memorabile al Tg2 della sera, ma entrambi alla fine convennero nell'auspicio che nessun tossicodipendente dovesse più finire in carcere. Una questione che resta di stretta attualità, visto che un terzo delle persone detenute sono direttamente o indirettamente legate a questioni di droghe, e che dunque assume sempre più la rilevanza di una vera e propria piaga sociale, di un'emergenza che i lockdown Covid hanno ulteriormente aggravato.
Il dilemma, che si riaffaccia periodicamente sulla scena politica, resta lo stesso di quarant'anni fa: legalizzare le droghe leggere o inasprire le pene? Fu questa una delle più fragorose spaccature tra Lega e Cinque Stelle nell'alleanza gialloverde, e l'intervento a gamba tesa della ministra Dadone la sta riproponendo nel governo di unità nazionale. A settembre la sinistra ha votato da sola in commissione alla Camera - con l'astensione di Italia Viva - il testo base per la legalizzazione della cannabis, ma in Parlamento i numeri non ci sono, e il tentativo di importare in Italia l'apertura del nuovo governo tedesco per il suo uso a scopi ricreativi è destinato a fallire per la totale contrarietà del centrodestra.
Negli anni, comunque, sono stati aperti diversi varchi alla depenalizzazione delle droghe leggere. La maggioranza Pd-Cinque Stelle approvò addirittura un emendamento alla legge di bilancio 2021, poi approvata con la fiducia, che mischiava l'uso della canapa a fini energetici con quello a fini commerciali decidendo surrettiziamente la soglia oltre la quale la cannabis è droga: sotto quel limite, via libera alla vendita. Questo in spregio alle evidenze scientifiche secondo cui anche la cannabis a bassa concentrazione è ad altissimo rischio dipendenza.
Ma la stessa Cassazione aveva legalizzato la coltivazione di cannabis in casa, anche se in quantità minime sufficienti solo per uso personale. Una sentenza in contraddizione con tutta la precedente giurisprudenza costituzionale. Il quadro normativo su una materia così sensibile resta quindi troppo generico e lacunoso: il testo di riferimento è la legge 242 del 2016, che aveva come scopo principale quello di implementare la coltivazione della canapa, senza però citare espressamente quali siano le parti della pianta utilizzabili e destinabili alla trasformazione.
Una legge che ha autorizzato l'apertura di veri e propri market della marijuana light, andando ben oltre quindi l'uso ad esclusivi fini terapeutici, il cui significato fu ben simboleggiato dalla manifestazione "Hemp Fest" di Milano, una sorta di festival delle droghe leggere contrassegnata dallo slogan "Io non sono una droga", in palese contrasto con gli articoli 82 e 84 del Dpr del 1990 che perseguono penalmente chi istiga all'uso di sostanze stupefacenti o ne propaganda l'utilizzo.
Di fronte alla diffusione sempre più pervasiva della cannabis tra gli adolescenti, dare messaggi ambigui è pericoloso, e la distinzione fra droghe leggere e pesanti è fuorviante, perché tende a dare l'idea che esistano sostanze che non fanno danni.
E invece non è così, anche perché solo quest'anno sono comparse ben 44 nuove sostanze chimiche con componenti psicoattivi che incidono sul sistema nervoso centrale. Mentre aumenta la produzione di droga, calano i prezzi sul mercato, si allarga la platea e si abbassa l'età media dei consumatori, con la presenza di sostanze sintetiche sempre più potenti, la strada della legalizzazione sarebbe dunque una scorciatoia non solo azzardata, ma drammaticamente sbagliata.
di Maria Novella De Luca
La Repubblica, 29 novembre 2021
Gasparri: "Non passerà mai". Pierantoni (M5S): "Destra cieca". Altre reazioni in seguito alle parole della ministra Dadone e durante la conferenza sulle dipendenze a Genova. Dopo lo scontro a distanza Orlando-Salvini, continuano gli schieramenti tra contrari (Gelmini e Binetti) e i favorevoli (Da Della Vedova a Fratoianni).
Il dibattito sulla liberalizzazione della cannabis continua, soprattutto anche dopo la conferenza nazionale sulle dipendenze di Genova, un appuntamento tornato dopo 12 anni di assenza. Il governo si è spaccato su un argomento da sempre molto divisivo. E ieri come oggi il mondo della politica è tornata a schierarsi tra favorevoli e contrari. La ministra forzista Mariastella Gelmini, il senatore azzurro Maurizio Gasparri, la senatrice Udc Paola Binetti, ma anche il sottosegretario alla Salute Andrea Costa (Noi con l'Italia), sono tutti per il 'no': "Non verrà mai liberalizzata", avvertono. Dall'altra parte, per il 'sì', ci sono il segretario nazionale di Sinistra Italiana Nicola Fratoianni, il segretario di Più Europa e Sottosegretario agli Esteri, Benedetto Della Vedova, e l'esponente pentastellato Mario Perantoni, presidente della commissione Giustizia della Camera, che punta il dito contro la destra "cieca e totalitarista su questo tema che aspetta, invece, una ventata di modernizzazione. Non si tratta affatto di consentire 'libertà di drogarsi' come loro dicono ma di promuovere politiche efficaci di controllo e contrasto alle illegalità".
A sollevare le polemiche anche l'intervista a Repubblica della ministra delle Politiche giovanili, Fabiana Dadone, che ha detto "basta al proibizionismo delle droghe leggere". Ieri il botta e risposta a distanza tra il ministro dem del Lavoro, Andrea Orlando, che invitando a guardare alla Germania "che ha cambiato profondamente linea su questo fronte" ha sostenuto che sia "inevitabile che una qualche riflessione la si faccia anche nel nostro Paese"; e Matteo Salvini: "Si occupi di lavoratori, precari e cassaintegrati, lasci che di lotta alla droga si occupino famiglie, esperti e comunità". Le polemiche vanno avanti.
Da una parte, la destra. "Nessuno si sogni di liberalizzare gli spinelli", ha commentato un altro esponente del governo, la ministra per gli Affari regionali e le Autonomie, Mariastella Gelmini. La legalizzazione della cannabis "è una scelta sbagliata e diseducativa. Non passerà mai né in Parlamento né nel Paese", ha detto Maurizio Gasparri, responsabile degli enti locali di Forza Italia, durante l'evento "Transizione, la grande scommessa", organizzato dal partito a Erba, nel Comasco. Per la senatrice Udc, Paola Binetti, la legalizzazione della cannabis non interromperebbe "il narcotraffico criminale, che cerca di diffondere le droghe rivolgendosi ad un pubblico sempre più giovane e disorientato" e "la fragilità degli adolescenti non si cura offrendo loro in modo sempre più accessibile la cannabis". Contrario anche il sottosegretario di Stato alla Salute Andrea Costa (Noi con l'Italia): "Questa Conferenza dovrebbe affrontare le problematiche connesse alla diffusione di sostanze stupefacenti e il tema dei percorsi di recupero per dare nuovo impulso alla tutela delle persone fragili e con dipendenze, non certo creare le condizioni per aumentare i dipendenti dalle droghe".
Non la pensa così il segretario nazionale di Sinistra Italiana Nicola Fratoianni: "Legalizzare la cannabis sarebbe una scelta illuminata sul piano sociale, sanitario ed economico. Un mercato legale e controllato consentirebbe di creare lavoro e di recuperare con la leva fiscale risorse importanti per finanziare le casse pubbliche. Ora però il referendum per il quale sono state raccolte centinaia di migliaia di firme in pochi giorni rappresenta una straordinaria opportunità per dare la parola ai cittadini. La società è più avanti di una politica ipocrita e imbalsamata". Per il segretario di Più Europa e sottosegretario agli Esteri, Benedetto Della Vedova, "il punto ormai non è 'se' ma 'quando'. Passare da un enorme mercato criminale ad uno legale, che consenta anche di far emergere un pezzo di economia sommersa oggi gestita dalle mafie, è una misura di buon governo. In primavera gli italiani potranno scegliere votando Sì al referendum".
Riccardo Magi, deputato e presidente di +Europa, membro del comitato promotore del referendum cannabis, si rivolge a Orlando e Dadone: "Cosa pensano loro del referendum? Il Pd sta ancora pensando a quale posizione assumere, come Letta ci ha detto un mese fa? La richiesta che facciamo a Dadone è questa: il governo si assuma l'impegno di non intervenire a favore e a sostegno della inammissibilità del quesito referendario. Su questo ci aspettiamo una risposta, altrimenti tutto il resto è passerella".
di Antonio Ferrari
Corriere della Sera, 29 novembre 2021
Il vertice tra Draghi e Macron. Italia e Francia, seppur divise, decidono di allearsi. Il ruolo del presidente americano Biden. Le insidie e le opportunità del futuro. Premetto, a scanso di equivoci, di essere un inguaribile ottimista. Lo devo alla natura che mi ha donato la gioia di nascere senza ereditarie frustrazioni. Ho avuto un'infanzia difficilissima e dolorosa, ma poi la vita mi ha spinto ad andare avanti, senza capitomboli. Il mio mentore è un grande filosofo della Grecia più antica, Eraclito. Disse "Il destino dell'uomo è il suo carattere".
Lapidario e per me perfetto. Da ottimista sono convinto che il mondo, stimolato dai più giovani, abbandonerà le guerre (pratica assai obsoleta) e si avvierà verso una complessa ma pacifica convivenza. Mi ha colpito l'enfasi che in Italia, in Francia, e nel mio amato Vicino Oriente, è stata data al vertice di giovedì tra due leader mediterranei e diversissimi tra di loro: il presidente del Consiglio Draghi e il Presidente francese Macron. Concreto, coraggioso e realista il primo, scaltro il secondo. Italia e Francia sono Paesi fratelli ma non si sono mai davvero amati. Eppure ci sono importanti novità. Il mondo sta cambiando radicalmente.
L'America è più debole e cerca sponde dappertutto. L'Europa sta acquisendo una nuova e propria identità e si sta rafforzando, proprio ora che la Germania sta per perdere la timoniera Angela Merkel. Il Presidente Americano Joe Biden sta cercando di dettare nuove regole. È uscito dalla trappola afghana e ora cerca le coordinate del nuovo mondo. Ecco perché una delle palestre sarà il mio Medio Oriente, pur nel mare delle diversità. Pensate che Italia e Francia divergono quasi radicalmente sulla politica estera.
Parigi è vicina all'egiziano Al Sisi, massacratore di Giulio Regeni e torturatore di Zaki, che noi consideriamo quasi italiano. Parigi non è mai stata dura con il presidente turco Erdogan, che Draghi ha giustamente definito, senza se e senza ma, un dittatore. Nell'Estremo Oriente Parigi ha quasi pretese aggressive, che noi rifiutiamo. Eppure Draghi e Macron hanno deciso di collaborare fattivamente.
Il vertice di Roma è stato il passo più importante per stringere un'amicizia fatta di interessi e di necessità reciproche. Draghi può, con l'aiuto di Biden, rafforzare la necessità di un'apertura con la Russia di Vladimir Putin, che è comunque un Paese che deve guardare al futuro e posizionarsi con il prestigio del suo peso e della sua storia. E anche guardare più attentamente alla Cina dell'incredibile capital-comunismo, che un giorno qualcuno ci dovrà spiegare.
Ma è nel Vicino Oriente che si comincerà il percorso verso il nuovo mondo. Per sedare o ammorbidire conflitti cementati nei secoli. E nell'Africa, che ha bisogno dell'aiuto di tutti per sconfiggere la povertà e le malattie. Draghi e Macron, difficoltà a parte, hanno cominciato un cammino che il presidente Mattarella e Papa Francesco (pontefice dei credenti ma anche dei non credenti, come spiegai una volta a un collega americano) sostengono con determinazione, vigore e coraggio. Crediamoci.
di Pierfrancesco Majorino
Il Domani, 29 novembre 2021
La zona rossa è un lembo di terra, posto al di qua dei confini europei. Chi ci entra rischia il carcere, per incontrare gli attivisti che aiutano i migranti al confine tra Bielorussia e Polonia bisogna andare in luoghi nascosti. "Portare loro l'acqua", dice uno di loro sotto la garanzia dell'anonimato, "è diventato un gesto da partigiano". "Nella foresta si crepa", e la foresta "è cattiva", ci spiegano. E la sola cosa a cui riusciamo a pensare è che tra la Bielorussia delle manovre del regime e la Polonia dei muri non ci può essere spazio per l'ennesima pagina dell'Europa dei silenzi.
La zona rossa è un lembo di terra, posto al di qua dei confini europei. È un territorio fortemente presidiato che divide la Bielorussia e la Polonia ed è l'imbuto dove sono finiti i migranti sospinti da Lukashenko, persone trattate come carne da macello portate fin qui anche con le minacce e gli inganni e convinti, così, a raggiungere un presente diverso. Il governo polacco, com'è oramai noto, ha reagito alla torbida azione del dittatore del regime bielorusso nel modo peggiore: ha sbarrato ogni porta d'accesso, ha creato un muro nei fatti.
Così la zona rossa è il bosco dove uomini, donne, bambine, bambini hanno loro malgrado trovato un spazio dove tentare di sopravvivere. Si tratta di un luogo difficile e paludoso, inospitale e segnato dal freddo che l'oscurità avvolge. Un limbo del diritto buio dentro al quale non si distinguono neppure gli alberi, alti e robusti, quando a conclusione di una nostra giornata di "missione" con altri due colleghi - il capodelegazione del PD Brando Benifei e lo storico "medico di Lampedusa" Pietro Bartolo - improvvisiamo un breve discorso.
"Nella foresta la gente crepa", ci ripetono gli attivisti europei, prevalentemente proprio polacchi, che hanno deciso di salvare vite. E aggiungono che in questo periodo dell'anno è "una foresta cattiva".
Lo spiega anche un'infermiera che chiede di non essere citata. Si commuove quando dice della donna morta di parto, con, tra le sue braccia, il minuscolo cadavere del neonato. Il governo polacco, del resto, fa le cose sul serio. Non lascia spazio alla compassione e ostacola in tutti i modi ogni tentativo di soccorso. Apriamo tutti gli occhi: questo è quel che accade in Polonia, cioè in Europa, in questi mesi che precedono l'inverno. Migranti arrivati fin qui - prevalentemente originari della Siria, dell'Afghanistan, dell'Iraq - cercano in ogni modo di farcela mentre le autorità nazionali ostacolano gli operatori umanitari affinché non aiutino e i giornalisti affinché non vedano. L'azione del governo polacco mostra una sua efficacia sul piano autoritario e della disumanità, non c'è che dire.
Sopravvivere e disperdersi - I profughi sopravvivono nel dramma e si disperdono, diversi di loro finiscono in Lituania, altri si sparpagliano, e le autorità, da Varsavia, ribadiscono di non avere voglia di cambiare la direzione delle proprie scelte ed anzi si appoggiano alla legislazione d'emergenza. Un'emergenza, ad oggi, costituita da alcune migliaia di persone in carne ed ossa trattate come ombre. Le istituzioni europee, in questo quadro, reagiscono con lentezza e imbarazzo, certamente in modo violentemente inadeguato. Se dal Parlamento si leva più di una preoccupazione il Consiglio europeo e perfino la Commissione non mostrano cenni particolarmente incoraggianti: del resto sull'immigrazione si deve cambiare tutto e questa è un'altra pagina che lo dimostra, nella sua irriducibile spietatezza. La pensano così anche i cittadini che dalle parti di Michalowo organizzano tentativi di solidarietà.
La loro azione è semplice, materiale: a volte è fatta di sacchi a pelo e coperte termiche, come quelle che aiutano i senzatetto che dormono nelle strade di diverse metropoli d'Europa, altre volte di cibo, in altri casi ancora di interventi di medici e operatori sanitari. Si tratta, sempre, di una solidarietà preziosa che fa i conti con l'opera autoritaria in atto. Così gli attivisti hanno paura, non si fidano, spesso scelgono l'anonimato. In alcuni casi vogliono essere incontrati in luoghi seminascosti.
Portare l'acqua, un gesto da partigiani - Del resto se si accede alla zona rossa si rischia il carcere. "Portare l'acqua è un gesto da partigiani, non lo avrei mai pensato", ci dice uno di loro con cui ci confrontiamo nel seminterrato di un locale di cui non si può rivelare il nome. Sono parole che lasciano sbalorditi, impressioni che conferma anche Alessandro Metz, di Mediterranea, arrivato qui a consegnare beni raccolti con la cooperativa sociale Nuova Ricerca Agenzia Res "la Polonia è una punta avanzata di criminalizzazione del soccorso, servirebbe subito un salvacondotto europeo".
Che poi vorrebbe dire una forma immediata, urgente di intervento. Un gesto di umanità, di giustizia, lo si chiami come si preferisce. Per quel che ci riguarda lo abbiamo sollecitato e continueremo con ancora più insistenza a farlo. Perché tra la Bielorussia delle manovre del regime e la Polonia dei muri non ci può essere spazio per l'ennesima pagina dell'Europa dei silenzi.
di Lorenzo Cremonesi
Corriere della Sera, 29 novembre 2021
Le immagini dalla clinica di Herat di Medici senza frontiere mostrano bambini di un chilo e mezzo, devastati da polmoniti e malattie da denutrizione. "Le mamme non hanno latte, muore un bambino al giorno". I volti dei neonati che muoiono di fame sembrano quelli dei vecchi. Pelle rugosa, occhi semichiusi, pochi capelli sul cranio ormai ben visibile. Una volta le loro foto venivano dalle carestie africane. Le più recenti però sono quelle dei bambini afghani, piccole vittime innocenti del collasso del loro Paese dopo il ritiro della coalizione a guida americana lo scorso agosto e il ritorno del regime talebano. Guardiamo quelle che ci giungono dalla clinica di Herat, dove opera l'organizzazione umanitaria Medici Senza Frontiere.
C'è il piccolo Jawad, nato un mese e mezzo fa e ricoverato già da nove giorni. Pesa solo un chilo e mezzo, talmente debole che polmonite e setticemia lo stanno devastando. Nel letto vicino si trova Farzana, 8 mesi, pesa poco più di tre chili, la mamma è troppo malnutrita per poterla allattare. Il padre faceva il macellaio, ma a causa della crisi economica la gente non compra più carne, così mancano i soldi per acquistare il latte in polvere per la figlia. Poco lontano ecco Imran, tre anni, un'altra vittima della mancanza di cibo. È affetto da gravi disfunzioni neurologiche, gli mancano le energie per camminare. "La fame aggrava ogni patologia. Ci sono al momento 75 piccoli ricoverati le cui malattie dipendono sostanzialmente da insufficienza di nutrimento. Le mamme non hanno latte e i bambini diventano troppo deboli per poterlo succhiare. Ne muore almeno uno al giorno", spiegano i medici.
Avviene ad Herat, dove sino alla fine dello scorso giugno era acquartierato il contingente militare italiano. "La situazione è disperata e peggiora di giorno in giorno", ci segnalano i collaboratori locali. In effetti, però, l'intero Afghanistan è precipitato in una crisi economica, sanitaria e umanitaria gravissima. Mancano contanti, le banche sono chiuse, non vengono quasi più pagati gli stipendi da agosto, chi può scappa all'estero (in genere i professionisti, tra cui medici, ingegneri, professori), la popolazione non ha soldi per comprare da mangiare e combustibile per riscaldarsi, l'energia elettrica arriva a singhiozzo. In poche parole: il collasso.
A farne le spese, come quasi sempre nelle situazioni più gravi, sono i bambini, i più piccoli. Vittime impotenti, che non hanno scelto nulla, non sanno cosa siano i talebani, gli hazara, i pashtun, gli uzbeki, i tagiki o i soldati stranieri, ma restano semplicemente alla mercé del fato. Un recente rapporto-appello delle Nazioni Unite denuncia in toni allarmati che lo scenario afghano sta diventando "uno dei peggiori al mondo". Su una popolazione che probabilmente tocca i 35 milioni (mancano censimenti precisi), almeno 22,8 milioni sono "a rischio malnutrizione". A detta del World Food Program: "Circa 3,2 milioni di bambini sotto i 5 anni d'età soffrono già di malnutrizione acuta e un milione potrebbe presto perdere la vita". Ai primi di ottobre i mercati popolari di Kabul erano già stracolmi di mobili e casalinghi che la gente svendeva pur di raccogliere i soldi per comprare cibo. Ora però l'organizzazione umanitaria Save the Children denuncia la crescita del "mercato dei bambini". Sono registrati casi di minori venduti per 500 dollari. In passato la tratta degli innocenti andava ad arricchire i lugubri guadagni dei trafficanti di organi.
Particolarmente richieste sono le bambine, date in spose ancora prima della pubertà. La Reuters segnala la vicenda di una famiglia che ha venduto le due figlie di meno di 10 anni per 3.000 dollari. Un altro motivo di allarme sono i parti in casa. Specie nelle zone rurali, scarseggia il carburante anche per portare le partorienti alle cliniche, dove ormai mancano medicinali e personale. Una situazione destinata a fare salire i decessi al momento del parto, sia delle donne che dei figli. Il governo talebano prende le distanze, chiede la fine dell'embargo internazionale, l'accesso agli oltre 9 miliardi di dollari dei fondi dello Stato chiusi nelle banche americane e il ritorno degli aiuti umanitari dall'estero. "Lavoriamo giorno e notte per cercare di risolvere i problemi. Presto arriveranno gli stipendi degli impiegati statali", ha reso noto tre giorni fa il premier talebano, Mohammed Hassan Akhund. Ma l'impasse resta palese. La comunità internazionale non ha ancora trovato il modo di inviare aiuti senza legittimare i talebani e rafforzare indirettamente il loro regime. Occorre si trovi presto un sistema: i bambini continuano a morire.
di Domenico Quirico
La Stampa, 29 novembre 2021
Così il dittatore rientra nella società internazionale e aumenta il controllo su oppositori e dissidenti. Mi chiama un amico siriano. Uno di quelli che definiamo fortunati: "i siriani della Merkel" che hanno ottenuto asilo in Germania, hanno approfittato del breve periodo in cui questi sventurati relitti della guerra siriana divennero popolari, ebbero diritto a un lampo della nostra compassione grazie a un bambino annegato nel mare greco. Di cui oggi facciamo perfino fatica a ricordare il nome. So di cosa mi vuol parlare. Ho pensato a lui quando ho letto la notizia. Che l'Interpol, l'organizzazione internazionale delle polizie, ha reintegrato nei suoi meccanismi di scambio delle informazioni il regime di Bashar Assad.
Dal 2012, pur non essendo stata formalmente espulsa, la polizia di uno Stato criminale del nostro tempo era stata di fatto scollegata. Eppure l'amico siriano dapprima non sembra volere parlare di questo trionfo del tiranno che dopo dieci anni sembra ormai onnipotente signore delle rovine e di un cimitero con mezzo milione di morti.
Con i siriani ho imparato che la sofferenza diretta e brutale non desidera parole, almeno nel momento in cui viene provata ed è ancora viva. La sofferenza aperta è timida, riservata e silenziosa. Siamo noi che proviamo compassione, che viviamo la sofferenza in via indiretta, che abbiamo bisogno di esprimerci a parole. "Sai che più passa il tempo e più mi sembra di diventare pazzo? Delle volte la sera quando scende l'oscurità mi viene voglia di salire sul balcone come facevamo nel 2011 ad Aleppo e lanciare come sfida il "takbir", cominciare a gridare Allah akbar!
E poi sentire i soldati che per sfogare la loro rabbia si mettevano a sparare. Mi fermo in tempo, ma un giorno non ci riuscirò e griderò fino a quando i miei bravi vicini tedeschi accenderanno le luci e spaventatissimi, pensando a qualche terrorista entrato nel palazzo, chiameranno la polizia... Sì, forse sono già pazzo".
Solo allora parliamo di Bashar riammesso, con i suoi sgherri e torturatori, nel parlamento mondiale dei poliziotti, sotto il simbolo della bilancia della giustizia in perfetto equilibrio. E immaginiamo come i "mukhabarat" delle innumerevoli polizie segrete siriane, gli sgherri del padre e del figlio, stiano festeggiando nelle loro caserme con annessa lugubre sala per gli interrogatori l'ennesimo atto di viltà ipocrita del mondo. E se la ridono delle assicurazioni della organizzazione che ha sede a Lione (la Francia, il Paese dei diritti umani...) perché il personale siriano "ha seguito dei corsi di addestramento" e comunque l'utilizzo dei dossier dovrà "seguire lo spirito della dichiarazione universale dei diritti dell'uomo".
Gli sbirri addestrati da decenni di esercizio della violenza legalizzata staranno già accumulando pile di pratiche interessanti, immaginando come usare le "notizie rosse", gli avvisi di ricerca emessi dagli Stati membri dell'Interpol, per chiedere la estradizione dei "terroristi", ovvero gli oppositori fuggiti; o per ostacolare i loro sforzi di ottenere lo status di rifugiati.
Ci sarà molto lavoro nei prossimi anni, adesso che sono diventati interlocutori accettabili, colleghi delle polizie democratiche. Ogni volta mi stupisco della precisione e dei dettagli con cui rievoca, uno a uno, i nomi, l'età e le azioni degli attivisti suoi compagni che i poliziotti di Bashar hanno torturato e ucciso, racconta con tono risoluto le vicende del la morte di ciascuno. Vite brevi come un lampo. Delitti perfetti in cui gli assassini ora trionfano.
Improvvisati e maldestri esploratori del ventunesimo secolo pensavamo di aver visto già tutto. Invece siamo solo all'inizio. Qualche mormorio a mezza voce, niente di rilevante, ha accolto la elezione alla guida di Interpol di un generale emiratino che voci multiple e attendibili accusano di torturare dissidenti e prigionieri. La riabilitazione poliziesca di Bashar, che è senza dubbio la riprova del peso che Emirati e Cina hanno ormai conquistato in questa delicatissima organizzazione, è passata invece sotto silenzio. Nessuno finora ha intonato l'eterna, inutile solfa: come è possibile nel terzo millennio che accadano ancora cose simili?
Consumiamo la notizia e la gettiamo nella spazzatura. Di nuovo intrappolati Nel 2011 il senso della rivoluzione siriana era stato aver infranto il muro della paura. I genitori dei ragazzi scesi in strada erano assoggettati da decenni con la paura. Loro erano andati oltre. Dopo dieci anni sono di nuovo intrappolati in quella morsa di ferro, perfino coloro che pensavano con la fuga di essersi sottratti a quell'infernale subbuglio.
L'intrattabile Bashar, unendo astuzia geopolitica e barili bomba, ha vinto, controlla il settanta per cento del territorio siriano, assedia, paziente, Idlib, ultima enclave ribelle e jihadista, ha cacciato via alcuni milioni di potenziali oppositori, quelli che non ha ucciso, ha superato il pericolo del cedimento interno, del finale alla Macbeth. E ora lavora per rientrare a testa alta nella buona società internazionale come se nulla fosse successo. Nessuno gli ha tolto il seggio alle Nazioni Unite. Ha compreso tutto: trionfa sempre l'omertà di combriccole semplicemente utilitarie, dei grandi assassini resta riverita memoria, delle vittime non ci importa nulla.
Il loro anacronismo è dimostrato dal loro costante insuccesso. Per dimostrare con inoppugnabile certezza che niente è cambiato e verificare le reazioni ha organizzato una rielezione per un quarto mandato e altri sette anni di potere. Copione scritto da lui, intangibile: due candidati finti e i sostenitori che andavano in giro tra le rovine delle città che lui ha metodicamente distrutto con i cartelli: scegliamo l'avvenire, scegliamo Bashar.
Nell'elezione precedente si era accontentato dell'88 per cento, stavolta ha voluto il novanta. Come a dire: vedete? La Siria è mia. Il Paese è in agonia strangolato dalle sanzioni, dalla mancanza di carburante mentre incombe l'inverno e dilagano affarismo e corruzione. I pescecani del clan Assad, passata la paura, hanno ripreso allegramente i vecchi metodi: rubare. È cambiato il capo mafia: ora dirige i traffici e il contrabbando Asma, una prima donna glamour e senza scrupoli.
Tutto è in famiglia. Dal mondo sunnita gli arrivano segnali sempre più espliciti di distensione. I Paesi del Golfo gli fanno la corte perché vogliono che allenti i legami con i diavoli di Teheran, che per aiutarlo si sono svenati in questi dieci anni senza ricavare grandi frutti. Una delegazione saudita è venuta a Damasco in visita ufficiale per "parlare di sicurezza".
I ricchi emiri fanno intravedere aiuti finanziari indispensabili per sopravvivere e pressioni su questa America atona, incolore perché lo riabiliti dal ruolo di canaglia. Bashar ci conosce, sa che basta attendere.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 29 novembre 2021
In un rapporto pubblicato il 26 novembre, Amnesty International, Tembolores e il Programma di azione per l'uguaglianza e l'inclusione sociale (Paiis) dell'Università delle Ande hanno denunciato che la violenza e la repressione delle forze di sicurezza colombiane durante lo Sciopero nazionale hanno causato traumi oculari a oltre 100 manifestanti.
Il rapporto documenta 12 casi in cui l'azione violenta delle forze di sicurezza, in particolare della Squadra mobile antisommossa (Esmad) ha causato traumi oculari irreversibili. Quattro episodi riguardano gli anni precedenti, mentre otto si sono verificati durante lo Sciopero nazionale del 2021 nelle città di Bogotá, Popayán, Florencia, Medellín e Manizales.
Il Corpo di verificatori digitali di Amnesty International ha analizzato oltre 300 filmati sull'operato repressivo dell'Esmad tra il 28 aprile e il 20 ottobre 2021, dai quali ha tratto la conclusione che le forze di sicurezza hanno commesso gravi violazioni dei diritti umani ai danni dei manifestanti ferendoli agli occhi nel contesto di un uso sproporzionato di armi non letali. Il rapporto illustra le storie delle vittime dei traumi oculari e descrive i molteplici ostacoli che queste persone hanno dovuto affrontare per ricevere cure mediche specialistiche e assistenza psicosociale. Per molte di loro è stato poi sempre più difficile trovare un lavoro dignitoso o proseguire nei programmi scolastici in condizioni di uguaglianza.
Dalle testimonianze sono emersi dettagli che hanno portato a concludere che le ferite non sono state inferte in modo accidentale ma nel contesto di attacchi mirati contro chi esercitava il diritto di manifestazione pacifica. Ancora una volta, l'Esmad ha replicato l'uso eccessivo e sproporzionato della forza.
Una delle storie più emblematiche descritte nel rapporto è quella di Leidy Cadena, una studentessa di Scienze politiche di Bogotá che il 28 aprile stava prendendo parte a una manifestazione insieme al suo fidanzato e ad alcuni amici.
"Quando gli agenti dell'Esmad si sono avvicinati a noi con fare aggressivo, io ho urlato 'Andiamo via!' ma un attimo dopo ho sentito un forte calore sul viso. Non riuscivo più a vedere da entrambi gli occhi", ha raccontato Leidy. Amnesty International ha analizzato le immagini in cui si vedono cinque agenti dell'Esmad avanzare con gli scudi, due di loro impugnando materiali antisommossa, tra cui armi cinetiche. Leidy si copre un occhio da cui perde sangue, gli amici chiedono aiuto ma gli agenti dell'Esmad ignorano la richiesta.
Leidy ha perso un occhio. È certa che si sia trattato di un atto di violenza di genere poiché i suoi amici erano disarmati e sin dall'inizio della manifestazione aveva notato varie aggressioni contro le donne. Dopo aver denunciato l'accaduto alla Procura generale, Leidy è stata interrogata almeno dieci volte e questo ha prodotto un effetto-vittimizzazione. Ha anche ricevuto minacce attraverso i social media e il 16 ottobre 2021 ha rinvenuto polvere da sparo sotto la porta di casa. Insieme alla madre e al fidanzato, ha dovuto lasciare la Colombia.
Sulla base di quanto emerso nel rapporto, Amnesty International, Temblores e Paiis hanno sollecitato le autorità colombiane a dare seguito alle raccomandazioni della Commissione interamericana dei diritti umani che, dopo aver visitato il paese nel giugno 2021, aveva chiesto l'adozione di regole e protocolli rigidi in materia di controllo dell'ordine pubblico.
Al fine di prevenire l'uso eccessivo della forza durante le proteste, le autorità colombiane dovranno intraprendere una riforma strutturale della Polizia nazionale, in particolare dell'Esmad, per assicurare approcci non militarizzati nei confronti delle proteste, meccanismi indipendenti ed efficaci di monitoraggio e protocolli d'investigazione per quanto riguarda le indagini interne. È infine fondamentale che vi siano programmi di sostegno alle persone ferite agli occhi e colpite dalla violenza di genere, che comprendano prevenzione, cure mediche, riabilitazione e assistenza psicosociale.
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