di Francesco Grignetti
La Stampa, 5 luglio 2021
Se è esploso lo scandalo di Santa Maria Capua Vetere, lo si deve a un esposto dell'associazione "Antigone". "Abbiamo denunciato quanto accaduto durante la pandemia", dice Patrizio Gonnella, presidente dell'associazione.
Gonnella, che cosa accade nelle nostre carceri?
"Dispiace dirlo, ma è in atto una regressione. Occorre fare un passo indietro: nel 2014, dopo che il nostro Paese fu condannato per comportamenti inumani dal tribunale europeo dei diritti dell'uomo, seguì una breve stagione di riforme. Ricordo l'istituzione del Garante per i diritti dei detenuti. Già nel 2018, però, con il governo giallo-verde, iniziava la stagione del "chiudiamoli in cella e gettiamo la chiave". Così ricominciò l'affollamento carcerario. La pandemia, poi, è piombata sul carcere come un meteorite. Se non capivamo nulla noi che stavamo a casa, perennemente attaccati alla tv oppure a Internet, che potevano capire in carcere, dove l'informazione non arriva? Nessuno, peraltro, spiegò niente. Ne viene una miscela infernale. Cominciarono le proteste. Poi le rivolte. Seguirono le rappresaglie, durissime e senza pietà".
Il Garante per i diritti dei detenuti, Mauro Palma, avverte che sta montando una cultura della sopraffazione...
"Guardi, è indispensabile tornare a un carcere aperto, dove possano entrare i volontari. Con le dovute cautele, chiaro. Invece c'è la tentazione di non aprire più i portoni".
E ora?
"Siamo molto confidenti nella ministra Marta Cartabia. Speriamo che possa rivedere il Regolamento carcerario, che è del 2000, pensato in epoca pre-digitale, ormai superato. Faccio l'esempio delle telefonate: il nostro regolamento è forse il più severo d'Europa, appena 10 minuti di telefonata a settimana. Se potessi dare un suggerimento, direi: con il Recovery assumete tanti giovani laureati, 200 o 300 in un colpo, e mandateli come staff dei direttori, i quali sono disperatamente soli e pochi. Ci sono almeno 30 carceri dove addirittura il direttore è vacante. E poi servono interpreti, mediatori culturali, psicologi, educatori per affiancare la polizia penitenziaria e risolvere sul nascere i conflitti".
di Alessandro De Nicola
La Repubblica, 5 luglio 2021
La riforma del processo penale e civile. La legge è una gigantesca macchina per definire i prezzi, affermava con il suo solito stile icastico Milton Friedman. In altre parole, la legge fornisce incentivi a comportarsi in un modo o in un altro. Orbene, nel momento in cui, grazie a quanto ci richiede l'Unione Europea per avere accesso al Recovery Fund, il governo e il Parlamento si accingono a riformare le regole processuali civili e la ministra Cartabia è in tour per le Corti d'Appello italiane, è bene chiedersi se sia dal lato dell'offerta che della domanda si riesca ad ottenere un processo che sia il meno costoso e il più veloce ed efficiente possibile. I tempi attuali per ottenere una sentenza, l'ingolfamento dei palazzi di giustizia e l'incertezza e l'erraticità delle pronunce, ormai è noto, scoraggiano gli investimenti e allocano male le risorse economiche.
Chi sono i "produttori di giustizia"? In primo luogo, i magistrati, poi gli altri operatori giudiziari e gli avvocati allorché assumono il ruolo di arbitri. Ebbene, mentre i professionisti hanno interesse a svolgere il lavoro nel modo più credibile ed efficiente possibile (sono in competizione con i tribunali pubblici e tra camere arbitrali), altrettanto non si può dire per le corti statali che non sono in concorrenza tra loro e, salvo il senso del dovere, non hanno incentivi ad essere efficaci.
È quindi necessario introdurre elementi di concorrenza "interna", favorendo il riconoscimento del merito dei giudici. Il primo passo è riformare il Csm, creandone due, uno per la magistratura inquirente e uno per la giudicante per evitare commistioni (il pm coinvolto in un procedimento disciplinare su un giudice o per l'assegnazione di un incarico direttivo solleva questioni di opportunità evidenti). I due Csm dovrebbero preservare l'indipendenza della magistratura ed essere composti per metà da magistrati, per un quarto da laici scelti dal Parlamento (meglio ridurre il peso della politica) e per un quarto da eletti dalle professioni e dall'accademia. Inoltre, oggi il giudizio di idoneità per i togati avviene quadriennalmente e i promossi superano il 98%, il che fa riflettere su come criteri vaghi e autoreferenzialità minino la credibilità del meccanismo. A tal scopo bisogna introdurre parametri precisi, quantitativi (quanto lavori?) e qualitativi (come lavori?), con avanzamenti di carriera più rapidi per i meritevoli. Stesso dicasi per gli altri operatori di giustizia: i tribunali (salvo che per funzioni meramente giurisdizionali) devono essere interamente gestiti da dirigenti che vengano premiati pure in base ai risultati raggiunti.
Passiamo al lato della domanda. Nel processo civile esiste una grande asimmetria informativa tra avvocati e clienti. Sono i primi in grado di valutare le probabilità di vittoria nel processo, consigliare l'assistito e moltiplicare il numero delle cause o farle durare a lungo (dum pendet, rendet, dicevano i saggi Romani). La lentezza è un buon incentivo a resistere per comprare tempo da parte dei convenuti. Perciò, la riforma Cartabia che introduce paletti molto rigidi per le cause, con preclusioni sia sulla produzione di documenti che di testi, contribuisce a costringere gli avvocati entro termini ben precisi. L'incoraggiamento alla mediazione e ai tentativi del giudice di arrivare ad un compromesso serve altresì a diminuire tale asimmetria informativa tra cliente e avvocato: grazie alle indicazioni preliminari di mediatori e giudici il primo può avere un'idea più realistica delle chance di successo e decidere consapevolmente di evitare i costi del processo.
Questo non basta però: è necessario scoraggiare chi inizia cause inutili rafforzando l'utilizzo delle sanzioni pecuniarie per lite temeraria, incrementare i costi per la parte soccombente (in modo che si resista o si inizi un processo solo quando veramente si pensa di aver ragione) e rafforzare i cosiddetti filtri in Corte d'Appello e in Cassazione, bloccando i ricorsi pretestuosi. Si tratta di proposte contenute nel programma preparato da un Comitato presieduto da Carlo Cottarelli (rinvenibili in www.adamsmith.it) e naturalmente non sono le sole.
L'importante è rendersi conto che, come per tutte le attività umane, persino l'amministrazione della giustizia è soggetta alle implacabili leggi del costo-opportunità e i suoi attori rispondono agli incentivi che ricevono. Affidarsi ai soli grandi princìpi del diritto porterebbe ad un'altra situazione che gli Antichi Romani avevano ben individuato: summum ius, summa iniuria.
di Giuliano Foschini
La Repubblica, 5 luglio 2021
Intervista al sindacalista degli agenti penitenziari e segretario generale Uil Gennarino De Fazio: "Quanto è accaduto è sconcertante ma le prigioni sono considerate luoghi in cui il diritto è sospeso". Ho visto colleghi piangere. Anche io, credetemi, non riesco a pensare ad altro. Ma c'è da andare avanti. E per farlo, non serve soltanto non commettere errori. Ma anche dire le parole giuste. La verità è che quanto accaduto nel carcere di Santa Maria Capua a Vetere non è il frutto di poche mele marce: è il sistema carcerario italiano che non funziona".
Gennarino de Fazio è un ispettore capo della polizia penitenziaria. Ed è un sindacalista, segretario generale della Uil. In questi giorni di scandalo le sue sono state parole precise, in un certo senso coraggiose: non ha mai nascosto la testa sotto la sabbia.
"Quello che è accaduto a Santa Maria è orribile. Per gli italiani e per chi porta con onore questa divisa. Siamo sconcertati, mortificati e colpiti nell'orgoglio di servitori dello Stato. La polizia penitenziaria non è nulla di quello che si vede nelle immagini. Che però ci sono. Noi abbiamo due possibilità per affrontare quello che è successo: la prima è ridimensionare, parlare di un caso isolato. E secondo me commetteremmo un gravissimo errore. Lo stesso, mi permetto di dire, che ha fatto una certa parte della Polizia dopo i fatti di Genova. Non c'è niente da negare. Niente di cui non vergognarsi. La seconda possibilità che abbiamo è metterci, veramente, nelle condizioni che fatti come quello di Santa Maria non accadano più. Ma non solo Santa Maria: io sono sicuro che quello sia stato un caso davvero straordinario, ma non possiamo negare che il nostro corpo è costantemente colpito da indagini e procedimenti penali per degenerazioni inaccettabili. Ecco: chiediamoci, perché accadono? Cosa è sbagliato?".
Provi a rispondere. Perché accadono?
"C'è un altro dato che io ritengo molto interessante: ogni giorno due agenti di Polizia penitenziaria subiscono aggressioni gravi da parte dei detenuti. Immagini se fosse accaduto in qualsiasi altro posto di lavoro: ci sarebbero titoloni ovunque. Invece, da noi niente".
Sta dicendo che gli agenti si difendono soltanto?
"No, assolutamente. Non ho detto questo. Sto dicendo che il carcere è considerato da tutti - dall'opinione pubblica ma anche, e questo penso sia assai più grave, da chi ha responsabilità di direzione diverse, dal ministero al Dipartimento - un luogo in cui il diritto è come sospeso. Un luogo dove tutto può succedere. E questo è inaccettabile perché, al contrario, le case circondariali dovrebbero essere il posto delle regole. Il nostro ruolo sarebbe quello di rappresentare lo Stato. E invece, spesso, lo Stato viene calpestato. I detenuti dovrebbero espiare una pena e soprattutto poter trovare un'altra strada nella società: e invece trovano rabbia, sistemi criminali, calpestano regole come se fossero fuori. Infine, lo Stato: in carcere non fa che calpestare norme. Non ci mette nelle condizioni di lavorare: chiedetevi che formazione facciamo noi? Zero. Che riposi abbiamo? Zero. Il carcere è un luogo dove si violano le regole. Ecco perché poi il sistema impazzisce".
Che serve?
"Spazi più importanti per i detenuti. Formazione per noi agenti. Regole certe. Santa Maria è davanti ai nostri occhi perché un sistema di videosorveglianza funzionava e che, altrove, troppo spesso è cieco. Chiediamo da tempo la dotazione delle body-cam, con un protocollo che ne regolamenti impiego e possibilità di accesso. Noi non abbiamo intenzione di dimenticare. Ma lo Stato non può dimenticarsi il perché".
di Don Daniele Simonazzi
Avvenire, 5 luglio 2021
Gentile direttore, le scrivo in merito agli articoli apparsi su "Avvenire" prima che prendesse spazio il caso del carcere di S. Maria Capua Vetere, che ha scosso tanti, quasi tutti. "Avvenire" è un giornale che sentiamo nostro e forse è l'unico - mi permetta - "da galera". E quindi grazie! Sono cappellano in carcere da oltre trent'anni; prima lo sono stato in quello che era l'Ospedale Psichiatrico Giudiziario e ora proseguo, con il mio confratello don Matteo, il ministero oltre che nelle sezioni dell'Articolazione della salute mentale (Asm) anche, di fatto, in altre due sezioni. Scrivo perché vorrei condividere con lei e con la ministra Marta Cartabia alcune considerazioni.
A) Vengo da una giornata nella quale ho visto i muri di una cella "affrescati" dal sangue di M. sgorgato dai tagli che si è fatto. Già le sezioni Asm sono complicate, ma quando avviene qualche episodio dovuto a un qualche scompenso, questi fratelli (perché per noi sono tali) vengono ulteriormente isolati in condizioni sub-umane.
B) Il problema non sono le Rems (Residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza, ndr) che conosciamo e di cui attestiamo la bontà, ma gentile ministra, le carceri. È il carcere che scompensa e genera o rende evidente, un disagio mentale che è latente in tantissimi. La ricerca sulla recidiva è cosa buona, ma a diversi ministri - penso a tutti quelli che sono passati in trent'anni - erano stati fatti presenti i dati positivi legati alle misure alternative. Va posto mano a dinamiche che sono proprie e interne agli istituti stessi. Tra l'altro basta poco per rendersi conto che l'uso e l'abuso (al bisogno?) di psicofarmaci, l'utilizzo di sostanze stupefacenti e che in alcuni casi scompensano, il ricorso sempre più frequente a psichiatri e psicologi sono sintomi di tutto questo. C'è l'impressione che il passo del ministro e del ministero (era così anche con il ministro Bonafede) sia diverso da quello dell'amministrazione penitenziaria.
C) L'altro aspetto è quello della formazione degli agenti di Polizia Penitenziaria. Le nostre sezioni si reggono su agenti che erano in servizio quando ancora c'erano gli Opg e sono quelli che, di fatto e con buon senso, reggono le situazioni particolarmente acute. E di grazia che ci sono! Qualcuno di loro è stato messo da parte, perdendo così esperienze preziose. Poi ci sono i giovani. E come chiedere loro di zappare un terreno senza dotarli di zappe. Non vengono dati strumenti idonei a fronteggiare chi soffre di disagio mentale. In questo anche le Asl non brillano come presa in carico dei più fragili e poveri.
D) Partendo da una citazione di Luigi Settembrini, sono convinto che non si può escludere da un cammino di giustizia riparativa nemmeno coloro che sono stati riconosciuti incapaci di intendere e di volere e per i quali permane una pericolosità sociale. Questi ultimi presentano infatti sensibilità non comuni, basta saperle cogliere. Se non si percorre questa strada, il carcere continuerà a rendere vittime coloro che hanno fatto... vittime.
E) Da ultimo mi rivolgo direttamente alla gentile ministra: la prego di trovare forme giuridiche per far partecipare ai vostri "tavoli istituzionali" anche i detenuti. Nel prossimo convegno nazionale dei cappellani è una cosa che ci prefiggiamo, ci aiuti in questo!
Da quando è chiuso l'Opg, a Messa "scendono" insieme - Covid permettendo - sia fratelli dell'Asm, sia fratelli della reclusione ordinaria. L'attenzione, la delicatezza, l'ascolto nei confronti dei primi da parte di questi ultimi non ha nulla da invidiare a certe pagine degli Atti degli Apostoli. Le risorse delle carceri sono i detenuti. Domenica scorsa ci si è dimenticati di dare da mangiare a un disabile grave, N. Così il "piantone" (meglio l'angelo custode) - G. - ha rinunciato al suo giorno di riposo per supplire a questo "disguido", noti che N. è povero, uno tra i più poveri.
Ecco, gentile direttore, queste sono le cose che grazie al suo "giornale da galera" volevo condividere con lei, con la stimata Marta Cartabia e, se ritiene, con tutti i lettori. Preghi per noi. Nel Signore
*Co-cappellano del Carcere di Reggio Emilia
Risponde Marco Tarquinio, direttore di Avvenire
Caro e gentile don Daniele, in questa prima domenica di luglio, mentre sulla scena pubblica del nostro Paese in diverso modo si dice e si progetta "giustizia", ho deciso di dedicare alle sue "considerazioni" praticamente tutto questo spazio di dialogo. Spero, anzi so, che la ministra della Giustizia Marta Cartabia leggerà e rifletterà sulle sue parole e sulla sua esperienza, sul suo servizio a Dio e all'uomo, sulla sua pubblica testimonianza che dà corpo e voce ai corpi reclusi e alle voci impercettibili di coloro che hanno commesso errori o crimini e che si sono persi o sono stati perduti, ma sono e restano uomini e donne e non sono irrecuperabili "scarti" e anime definitivamente spezzate. E spero che anche molti altri e altre, eletti in Parlamento e con rilevanti responsabilità politiche, leggano e riflettano, e magari frenino parole e gesti senza misura e senza pietà. Penso che se lo faranno, troveranno tempo e modo per dare risposte serie alle questione serissime che lei pone con delicatezza e forza.
Voglio anche dirle, che sono onorato e grato per la sua definizione di "Avvenire" come "giornale da galera"- È vero, lo siamo. Lo siamo, perché entriamo ogni giorno con migliaia di copie nelle carceri, luogo destinato a coloro che hanno fatto persino in modo tremendo la cosa sbagliata. Lo siamo, perché pure tra quelle mura e dietro quelle sbarre, portiamo le nostre cronache che raccontano deliberatamente molto, moltissimo, delle persone che fanno (o tornano a fare) la cosa giusta per sé e per gli altri. Lo siamo, perché teniamo cara la volontà dei padri costituenti che ci hanno dato il mandato di costruire "prigioni" che siano strumenti di difesa della comunità e al tempo stesso di ricostruzione d'umanità. Lo siamo, perché non ci rassegniamo a una giustizia ingiusta o perfettamente algida. Lo siamo, perché, non sopportiamo violenze e prepotenze persino su chi è stato violento e prepotente e crediamo che fermezza e forza - come i suoi amici agenti dimostrano - non cancellano ascolto, comprensione e misericordia. Sì, gentile don Daniele, siamo "giornale da galera" perché proviamo a ricordarci (e a ricordare a tutti) che le carceri sono un pezzo della nostra società e nessuno dovrebbe considerarle (e farle considerare) un non-luogo dove confinare non-persone. Anche e soprattutto se i reclusi sono esseri umani straziati dal disagio psichico.
Grazie, dunque. Che Dio la benedica per la sua vita di prete e per il suo coraggio di cittadino. E che Dio ci aiuti a vedere, come ci è stato insegnato, anche nei carcerati il volto del Figlio. È forse il più difficile sguardo che ci è chiesto. E lei, don Daniele, ce lo consegna: senza, non c'è carità vera e non c'è vera giustizia.
di Piero Sansonetti
Il Riformista, 5 luglio 2021
La Consulta ha dichiarato incostituzionale una legge del 2012 (governo Monti, maggioranza larghissima) la quale prevedeva che i condannati in via definitiva per mafia e terrorismo che godono del diritto alle misure alternative al carcere non possano ricevere trattamenti assistenziali, tipo la pensione sociale, o l'assegno di disoccupazione, o (dopo il 2018) il reddito di cittadinanza. La legge era una delle tante varate in questi anni per dare un po' di soddisfazione al fronte sempre molto ampio dei giustizialisti. Senza stare tanto a guardare ai principi della civiltà e allo Stato di diritto. E sulla base di questa legge, recentemente, si erano aperte varie polemiche perché si era scoperto che alcuni ex esponenti della lotta armata ricevevano il reddito di cittadinanza.
Diversi giornalisti, e poi politici, e poi intellettuali vari, tutti molto attenti ai problemi della morale di Stato, avevano protestato e in alcuni casi avevano ottenuto la sospensione dell'assistenza. Il principio al quale si ispiravano era semplice: "Tu hai commesso un delitto e quindi non hai diritto a niente. L'assistenza è la tua unica fonte di sostentamento? Chissenefrega, muori di fame. Potevi pensarci prima..." Se ci pensate bene, in effetti, è stato proprio sull'espandersi di questo tipo di ideologia (che ha sostituito le vecchie e bolse ideologie comuniste, o socialiste, o repubblicane, o cristiane, o liberali, o persino fasciste...) che è nato e si è radicato così fortemente il movimento Cinque Stelle. Pochi dirigenti di spessore, pochi programmi, poca cultura ma un'idea ben radicata: noi siamo i giusti e puniremo gli ingiusti. La legge n. 92 del 2012 che condannava alla "pena accessoria" della fame un certo numero di ex detenuti, comunque, è precedente all'exploit elettorale dei 5 Stelle, che è dell'anno dopo.
Chi approvò questa legge, a grande e baldanzosa maggioranza, probabilmente non aveva letto la Costituzione, oppure quel giorno del voto se l'era un momento fatta passare di mente. E così è successo che qualche giudice serio (sì: esistono, sono anche parecchi...) ha rinviato la questione alla Consulta, la quale ha affidato il problema alla sapienza di un vecchio leader politico e professore e governante: Giuliano Amato. Il quale non ha avuto molti dubbi. Ha spiegato - trovando il consenso della maggioranza degli altri membri della Corte - che la legge 92 è in aperto contrasto con gli articoli 3 e 38 della Costituzione. Andiamo a controllare. Dice l'articolo 3 della Costituzione: "Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali". Chiaro? Tutti uguali. La Costituzione non prevede la distinzione tra Giusti e Ingiusti, tra Perbene e Reprobi. E precisa: senza distinzione di condizioni personali e sociali.
Ammettiamo pure che i parlamentari che approvarono quella legge avessero qualche difficoltà a capire il senso e la lettera dell'articolo 3. La Consulta propone loro anche l'articolo 38. Eccolo: "Ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento e all'assistenza sociale". In effetti credo che questo sia uno degli articoli meno conosciuti della nostra Carta. Vabbé. Non tutti possono stare lì a ripassare tutti i giorni la Carta, ovvio. Per fortuna c'è il dottor Sottile -Amato lo chiamavano così - che ogni tanto offre una rinfrescata. E ristabilisce dei principi fondamentali della civiltà. C'è scritto nella sentenza: il fatto che alcuni cittadini abbiano rotto il patto di convivenza civile, commettendo dei delitti, non autorizza lo Stato a rompere a sua volta il patto con una ritorsione. Vedete: alle volte, leggendo queste sentenze, ci sembra quasi quasi di vivere in un paese civile. E invece... e invece magari è solo un'illusione.
di Francesca Sabella
Il Riformista, 5 luglio 2021
Da una parte, un numero di detenuti di gran lunga superiore alla capienza regolamentare dei singoli istituti penitenziari; dall'altra, un numero di agenti di polizia penitenziaria non adeguato alla gestione di una realtà complessa come quella carceraria. Ecco perché le prigioni campane sono spesso una polveriera e, al loro interno, si scatenano sempre più spesso atti di violenza o di autolesionismo.
Basta analizzare gli ultimi dati diffusi dal Ministero della Giustizia: al 16 giugno in Campania vivevano dietro le sbarre 6.554 detenuti a fronte di una capienza regolamentare di 6.084, con un tasso di affollamento compreso tra il 119 e il 120%. Si tratta di statistiche addirittura peggiori rispetto a quelle nazionali dalle quali emerge un tasso di affollamento pari al circa il 106%. Non meraviglia, dunque, il fatto che in strutture come quella di Poggioreale, dove si contano attualmente 2.053 ospiti a fronte di 1.571 posti disponibili, fino a pochi mesi fa siano stati stipati fino a 14 detenuti in una sola cella. Passiamo ora ad analizzare la situazione della polizia penitenziaria. Secondo il sindacato Uilpa, in Campania mancano all'appello circa 1.300 agenti rispetto a quelli previsti dalle varie piante organiche delle carceri; la carenza più grave riguarda Poggioreale e Secondigliano, dove mancano all'appello circa 500 uomini in divisa.
Complessivamente, nelle prigioni italiane sarebbero indispensabili 17mila poliziotti in più per gestire gli oltre 53mila detenuti. Le conseguenze di questa situazione sono gravissime: nel solo carcere di Fuorni, teatro di proteste all'indomani dello scoppio della pandemia, nel 2020 si sono contati 122 atti di autolesionismo, un suicidio e 93 casi di sciopero della fame. A Santa Maria Capua Vetere, invece, sono stati registrati tre suicidi, 59 tentativi e poi gli episodi di violenza che hanno portato all'emissione di misure cautelari per 52 tra agenti e funzionari sotto inchiesta. Nel 2020 le persone che si sono tolte la vita nelle carceri campane sono state otto, di cui due a Poggioreale e una a Secondigliano, mentre i detenuti che hanno tentato di togliersi la vita sono stati 47, delle quali 33 a Poggioreale.
A tutto contribuisce la sproporzione evidente tra agenti della polizia penitenziaria e detenuti, spesso all'origine di tensioni che qualcuno vorrebbe gestire solo ed esclusivamente col pugno di ferro. E poco importa se le carceri finiscono col perdere la loro funzione rieducativa e di trasformarsi in un inferno. "Bisogna adeguare le dotazioni organiche ed effettuare assunzioni straordinarie di agenti - afferma Gennarino De Fazio, segretario generale della Uilpa Polizia Penitenziaria - Poi occorre ammoderna e rendere più efficienti le strutture, migliorare gli equipaggiamenti e soprattutto ripensare l'esecuzione penale, rifondare l'amministrazione penitenziaria e ridisegnare l'architettura del corpo di polizia penitenziaria, riordinando infine la dirigenza".
tusciaweb.eu, 5 luglio 2021
La cassazione ha bocciato il ricorso di un boss siciliano detenuto in regime di carcere duro a Mammagialla contro la decisione del tribunale di sorveglianza che a sua volta ha confermato il no dell'amministrazione penitenziaria. L'imputato - un 35enne di Partinico, in provincia di Palermo, detenuto al 41bis a Viterbo - ha chiesto di poter effettuare video-colloqui con la moglie e la figlia di 11 anni, entrambe residenti a Colonia, in Germania.
Una richiesta fondata sulla difficoltà oggettiva di organizzare il viaggio di trasferimento e sui costi connessi alla trasferta che gravavano esclusivamente sulla moglie. Ciò posto ha chiesto di sostituire il colloquio visivo in presenza, con quello a distanza, tramite un video-collegamento che si sarebbe realizzato autorizzando l'accesso della donna e della figlia presso il consolato italiano a Colonia.
La sentenza della cassazione risale allo scorso 13 gennaio, mentre sono state pubblicate in data 17 giugno 2021 le motivazioni dei magistrati della prima sezione penale presieduta dal giudice Giacomo Rocchi. La suprema corte ricorda come "l'evoluzione tecnologica abbia reso possibili nuove forme di comunicazione a distanza" e come i colloqui visivi siano "un fondamentale diritto del detenuto che favorisce lo svolgimento della vita familiare e il mantenimento di relazioni con i più stretti congiunti".
Un'esigenza che il decreto legge 10 maggio 2020, n. 29, dettato per la gestione dell'emergenza Covid-19, ha inteso parimenti perseguire attraverso la previsione della possibilità di svolgere "a distanza" i colloqui con i congiunti. "Ma nel caso di specie - si legge nella motivazione - il contatto si sarebbe dovuto realizzare attraverso un programma software che avrebbe all'evidenza messo in comunicazione e reciproca visione la sede penitenziaria e il territorio straniero ove è allocato, appunto, il consolato. Trattandosi di video-colloquio da realizzare in parte all'estero, ciò avrebbe imposto un'organizzazione preliminare e preventiva del collegamento stesso che non poteva competere di fatto alla magistratura di sorveglianza".
"Sarebbe stata necessaria una preliminare attività di organizzazione e di controllo del sito e dei soggetti che prendevano parte al contatto; facendo affidamento sulla collaborazione del personale dislocato all'estero, senza che vi fosse una reale e specifica normativa di regolamentazione. D'altro canto gli operatori chiamati a intervenire sarebbero dovuti essere destinatari di una attività di formazione e istruzione di cui allo stato non disponevano. Solo così si sarebbero garantite le formalità e gli adempimenti necessari e preliminari all'apertura del colloquio stesso".
"Anche l'azione di vigilanza durante l'espletamento e quella di registrazione avrebbe dovuto permettere una integrale ripresa e visibilità dei soggetti ammessi all'interlocuzione, evitando che essi potessero uscire dal cono di ripresa del sistema video, così ponendo in essere forme gestuali di comunicazione".
"Deve, dunque, escludersi che si possa autorizzare un video collegamento da eseguire in parte all'estero, senza aver assicurato in via preventiva ogni esigenza connessa al contenimento di pericolosità sociale del ristretto in regime di cui all'art. 41-bis L. 26 luglio 1975, n. 354. Né vale il richiamo alla già intervenuta attività di autorizzazione a effettuare dal consolato a Colonia le telefonate con il detenuto".
"È di tutta evidenza, invero, che il colloquio telefonico e quello visivo abbiano natura diversa e siano strutturalmente modalità d'incontro che richiedono differenti tutele e forme di controllo, in funzione del tipo di comunicazione che si attua attraverso gli stessi e nella logica di una salvaguardia del regime di cui all'art. 41-bis Ord. pen.".
La Nuova Sardegna, 5 luglio 2021
É rientrata la protesta dei detenuti islamici che si trovano nella sezione - alta sorveglianza 2 - del carcere di Bancali. I reclusi avevano manifestato per alcuni giorni dando vita anche allo sciopero della fame e in una lettera avevano spiegato le loro ragioni lasciando intendere di essere pronti anche a passare a forme ancora più significative. Il confronto con la dirigenza dell'istituto carcerario e con la dirigenza della polizia penitenziaria, insieme al garante per i diritti delle persone private della libertà, ha consentito di attivare una mediazione che alla fine ha portato i 19 detenuti a dichiarare conclusa la protesta.
In particolare, i reclusi della sezione As2 avevano cominciato a lamentare una serie di problemi legati all'assistenza sanitaria ma anche e soprattutto al vitto con un riferimento particolare alle carni somministrate nei pasti e anche al tipo di macellazione. Su Bancali resta alta l'attenzione per via di una serie di problemi che riguardano l'adeguamento degli organici (non solo della polizia penitenziaria) e per il fatto che un carcere così importante - considerato di prima fascia a livello nazionale - continua a non avere un direttore titolare e anche un comandante della polizia penitenziaria. Situazioni mai risolte nonostante i continui appelli degli ultimi mesi.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 5 luglio 2021
L'Associazione Luca Coscioni propone di abrogare le norme penali sull'"omicidio del consenziente", spiega Cappato. Binetti: "Battaglia ideologica, si aiuti chi soffre". Non solo i referendum sulla giustizia promossi dal Partito Radicale e della Lega: questa estate gli italiani saranno chiamati a sottoscrivere anche un quesito sull'eutanasia, promosso dalla Associazione Luca Coscioni. "Il referendum - scrivono i promotori - vuole abrogare parzialmente la norma penale che impedisce l'introduzione dell'eutanasia legale in Italia. L'omicidio del consenziente non è altro che un reato speciale inserito nell'ordinamento per punire l'eutanasia. Con questo intervento referendario l'eutanasia attiva sarà consentita nelle forme previste dalla legge sul consenso informato e il testamento biologico, e in presenza dei requisiti introdotti dalla sentenza della Consulta sul "Caso Cappato", ma rimarrà punita se il fatto è commesso contro una persona incapace o contro una persona il cui consenso sia stato estorto con violenza, minaccia o contro un minore di diciotto anni".
L'eutanasia attiva è vietata dal nostro ordinamento sia nella versione diretta, in cui è il medico a somministrare il farmaco eutanasico alla persona che ne faccia richiesta, sia nella versione indiretta, in cui il soggetto agente prepara il farmaco eutanasico che viene assunto in modo autonomo dalla persona, fatte salve le scriminanti procedurali introdotte dalla Consulta con la sentenza Cappato. Forme di eutanasia passiva, ovvero praticata astenendosi dall'intervenire per tenere in vita il paziente in preda alle sofferenze, sono già considerate lecite soprattutto quando l'interruzione delle cure ha come scopo quello di evitare il cosiddetto "accanimento teraputico". Per Marco Cappato, tesoriere dell'Associazione Coscioni, "dopo aver contribuito all'entrata in vigore della legge sul "testamento biologico" e aver conquistato nei Tribunali precedenti cruciali per chi vive con terribili sofferenze, abbiamo deciso di promuovere un referendum per arrivare a legalizzare l'eutanasia. Si tratta di una parziale abrogazione dell'articolo 579 del codice penale che andrebbe a depenalizzare l'"omicidio del consenziente", l'unica fattispecie che nel nostro ordinamento assume un ruolo centrale nell'ambito delle scelte di fine vita, dal momento che non esiste una disciplina penale che proibisca in maniera espressa l'eutanasia. In assenza della menzione stessa del termine "eutanasia" nelle leggi italiane, la realizzazione di ciò che comunemente si intende per eutanasia attiva (sul modello olandese o belga) è impedito dal nostro ordinamento. In caso di approvazione, passeremmo dal modello della "indisponibilità della vita", previsto dal codice Rocco del 1930, a quello della "disponibilità della vita" e dell'autodeterminazione individuale previsti dalla Costituzione.
Una modifica che andrebbe incontro anche a tutte quelle persone che vivono sofferenze insopportabili ma non sono dipendenti da trattamenti di sostegno vitale. È arrivato il momento che siano i cittadini a decidere su un tema che la politica continua a rifiutarsi di affrontare. Sono passati quasi otto anni da quando è stata depositata la proposta di legge d'iniziativa popolare per l'eutanasia legale, il Parlamento non l'ha mai discussa nonostante le ripetute sollecitazioni della Corte costituzionale. Per questo abbiamo iniziato a raccogliere le 500mila firme, che adesso possono essere autenticate anche dagli avvocati) da depositare in Cassazione entro il 30 settembre. Se non si interviene ora con il referendum, il problema rimarrà ignorato per molti anni. Per rispetto alle troppe persone costrette a subire condizioni di sofferenza insopportabile imposta dallo Stato italiano, dobbiamo farlo adesso".
Di parere opposto la senatrice dell'Udc Paola Binetti: "Veniamo dall'esperienza difficile del covid, durante la quale abbiamo visto tante persone morire da sole negli ospedali e nelle Rsa, con l'unico desiderio, grande e profondo, di voler vivere e di volerlo fare accanto alle persone a cui si vuole bene. Io non ho sentito alcuna notizia di qualcuno che in questo periodo abbia chiesto di morire. A me sembra che questa insistenza assoluta per la legalizzazione dell'eutanasia voluta da alcuni rappresenti una scelta ideologica in virtù della quale i bisogni veri delle persone sono lasciati in un angolo. La gente vuole vivere. Noi stiamo cercando di fare degli investimenti, anche con il Pnrr, per migliorare la qualità della vita delle persone, per portare le cure a casa dei pazienti. Per chi si trova in gravi condizioni, noi come governo, Parlamento, come Paese dobbiamo moltiplicare gli aiuti e le risorse di cui hanno bisogno".
Tuttavia nel caso di Dj Fabo, il ragazzo aveva intorno a sé tutto l'amore possibile e la migliore assistenza. Eppure non è bastato: "Se non ci fosse stata questa volontà ideologica di insistere sulla possibilità di ricorrere all'eutanasia in Svizzera, forse Dj Fabo sarebbe ancora vivo. Non possiamo dimenticare che quel caso - aggiunge la senatrice Binetti - è diventato la bandiera elettorale di Marco Cappato, ritenuto ormai paladino della eutanasia. Si tratta di un messaggio attraverso cui può richiamare su di sé i riflettori. Capisco che quando questi riflettori si girano da un'altra parte si sollevi nuovamente il problema per spostare l'attenzione sulla volontà di morte, come forma di presunta libertà radicale. Io mi sarei augurata un impegno ben diverso per venire incontro alle persone con gravi e gravissime difficoltà, per aiutarle a trovare un senso alla propria vita, nonostante le tante oggettive difficoltà. Pensate alla bellezza e alla grandezza delle prossime paralimpiadi di Tokyo, grazie alle quali tante persone con disabilità riescono a dare un senso alla loro vita. Il tema vero è: come possiamo aiutare queste persone a dare un senso alla loro vita? Come non farle sentire un peso, condizione che potrebbe spingerle a chiedere di morire?".
Gazzetta di Modena, 5 luglio 2021
È il libro "Almarina" di Valeria Parrella, ad aggiudicarsi l'edizione 2021 di "Sognalibero" il concorso letterario in cui sono i detenuti delle carceri italiane a fare da giurati e a scegliere il miglior romanzo da una rosa che viene loro proposta. Oltre a premiare il miglior autore, i detenuti sono chiamati ad esaminare anche una serie di storie e racconti pubblicati da carcerati. Quest'anno il premio è andato a Daniele Oriolo. Questo testo da ieri è pubblicato - in antologia con altre opere inedite dei carcerati - in un ebook dal Dondolo, la casa civica editrice digitale del Comune di Modena ed è gratuitamente scaricabile sul sito. "Il 2020 è stato un anno terribile per tutti. Per le carceri in particolare dove al Covid si è unito il dramma delle rivolte. - commenta Beppe Cottafavi, della casa editrice il Dondolo - Il fatto che la terza edizione del Sognalib(e)ro si sia svolta e infine conclusa possiede dunque un valore simbolico preziosissimo, soprattutto dopo la pubblicazione del video con cui il quotidiano Domani ha svelato i fatti gravissimi accaduti nel carcere di Santa Maria di Capua Vetere".
Nella loro veste di giurati, i detenuti hanno scelto Almarina (Einaudi) di Valeria Parrella. Ed è proprio la trascrizione del discorso di Valeria Parrella ad aprire l'antologia. All'autrice, come nelle edizioni precedenti, è stato chiesto di indicare letture importanti della sua vita. I testi che ha suggerito verranno acquistati e regalati con il contributo di BPER Banca alle biblioteche degli istituti che hanno partecipato al premio. Ora l'autrice farà un insolito book-tour per le carceri italiane presentando il suo romanzo vincitore.
I carcerati oltre a leggere e votare uno dei tre libri, sono stati invitati anche a scrivere un loro inedito, valutato da una giuria composta da Barbara Baraldi e Simona Sparaco e da Paolo di Paolo. Il premio alle opere inedite (romanzo, racconto, poesia) prodotte dalle detenute e detenuti sul tema "Il mio lato positivo" è quello della pubblicazione nell'ebook che si può scaricare gratis dalla piattaforma Mlol, che digitalizza oltre 6mila biblioteche pubbliche italiane oppure sul sito del Comune di Modena https://www.comune.modena.it/ildondolo.
Un libro particolarmente interessante, che permette di scoprire il mondo, di chi per errori commessi nel corso della vita si trova privato della libertà, chiuso in una cella. Questo volume digitale raccoglie gli scritti pervenuti. Poesie, racconti, semplici "sfoghi" sul tema "il mio lato migliore". C'è anche un romanzo breve, Un po' dentro, un po' fuori di Daniele Oriolo, dal carcere di Torino, il vincitore, di cui la giuria ha apprezzato lo sforzo di costruire una trama complessa, ricca di colpi di scena, cercando anche di sensibilizzare sul tema della violenza sulle donne.
Ricordiamo Il premio letterario Sognalib(e)ro nasce tre anni fa da un'idea di Bruno Ventavoli, responsabile di "Tuttolibri" della Stampa, realizzata con il Comune di Modena, il Ministero della Giustizia, BPER Banca e il Dondolo, la casa editrice digitale del Comune di Modena diretta da Beppe Cottafavi. Questa è la prima idea di un'azione nazionale per le carceri, che mira a promuovere lettura e scrittura negli istituti penitenziari e di reclusione come strumento di riabilitazione, come prevede l'articolo 27 della Costituzione.
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