di Massimo Basile
La Repubblica, 3 gennaio 2022
La città più ricca del mondo ha un carcere medievale: sebbene abbia la gestione più costosa d'America, è sovraffollato e violento. I secondini non hanno più il controllo di molte aree. Assumere nuove guardie risolverebbe il problema, ma nessuno vuole andarci a Rikers Island. E questo è un problema. Nella città d'acciaio c'è un'isola penitenziario rimasta al Medioevo: le guardie carcerarie si danno per malate. Sette, il giorno di Columbus Day, hanno chiamato il numero delle emergenze, denunciando dolori al petto, palpitazioni, malanni alle gambe.
Uno ha mostrato il bastone per confermare la sua improvvisa disabilità. Il 28 ottobre su 572 dipendenti in organico in uno dei dieci edifici che ospitano più di quattromila detenuti, 17 erano assenti dell'ultimo momento, 117 in congedo pagato a lungo termine e 136 "malati a tempo indeterminato", cioè assenti per oltre trenta giorni. Alla fine, per coprire i 362 turni c'erano solo 302 guardie. A Rikers, che dista venti minuti di macchina da Central Park, non ci vuole andare nessuno, non solo i detenuti, quasi nessuno finito lì per scontare pene lunghe, per lo più persone con problemi mentali o talmente povere da non potersi pagare la cauzione. Quelli che sembrano sospetti, probabilmente sono innocenti, e quelli che sembrano innocenti devono guardarsi le spalle. I controllati hanno preso il sopravvento sui controllori. Soprattutto i membri delle gang criminali.
Molti detenuti gestiscono alcune aree di Rikers, dove nei primi nove mesi del 2021 si è registrata una media di 38 aggressioni al giorno. Nell'ultimo anno sono morti sedici detenuti, tra "cause naturali", pandemia e violenze, e migliaia rimasti feriti. In alcuni edifici, ha raccontato il New York Times in un lungo reportage, le celle restano aperte di notte, per cui è consigliabile dormire con un occhio aperto. E quando non si viene accoppati, o infilzati da un bisturi, si può morire in molti altri modi.
Jason Echevarria si è ucciso ingoiando il detersivo in polvere dato ai detenuti per pulire le celle. Bradley Ballard, affetto da schizofrenia, è morto in isolamento dove non aveva potuto prendere i farmaci di cui aveva bisogno. Jerome Murdough, senza tetto finito a Rikers per aver sconfinato in un'area riservata, è morto per la troppa esposizione al calore. La cella dove era stato rinchiuso aveva una temperatura di quasi quaranta gradi, e lui aveva preso farmaci che ne aumentavano la sensibilità al caldo.
Rikers vive nelle canzoni di Lana Del Rey, dei rapper, nei video giochi alla Tom Clancy, negli episodi della serie tv "Law and Order", ma quello che non dicono è che il solo arrivare nell'isola, attraversando in auto il ponte d'acciaio del Francis Buono Bridges, anche solo come visitatore, ti fa sentire un criminale. Gli edifici in mattoni rossi che guardano l'East River sembrano disabitati, ma poi qualcuno fa capolino dalle finestre. In lontananza può capitare di scorgere un detenuto, con il volto insanguinato, venire portato via dalle guardie.
Rispetto a tre anni fa gli episodi di violenza sono aumentati di quasi sei volte. Rikers sta vivendo la più grave crisi da quando negli anni '90 ci fu un'epidemia di crack. Eppure fa parte del distretto carcerario più costoso d'America: per mantenere il sistema penitenziario di New York, i contribuenti pagano una media di circa 400mila dollari l'anno a detenuto, sei volte più della media nazionale. Al secondo posto, tra le grandi città, c'è Miami con 107mila.
"Rikers Island è un imbarazzo nazionale e l'abbiamo ignorato", ha detto il nuovo sindaco di New York, Eric Adams. I consiglieri del suo predecessore, Bill de Blasio, avevano sollevato il problema nel 2017, ma non è stato fatto niente. La gestione del personale è in mano ai sindacati, che non hanno vincoli. Alcuni agenti, risultati ufficialmente a riposo per malattia, sono stati trovati a fare i fornai. Sette guardie sono state accusate di aver preso bustarelle per portare in cella droga, lame e cellulari. Nel 2019 il consiglio municipale di New York ha votato la cessazione di Rikers Island nel 2026, ma probabilmente la chiusura slitterà. Fino allora ci saranno altre violenze, di cui molti non avranno voglia di raccontare. O non potranno più farlo.
di Francesco Battistini
Corriere della Sera, 3 gennaio 2022
I paramilitari di Mosca s'accomodano a una tavola già affollata. Dove il menù l'hanno sempre cucinato i francesi, che hanno deciso un lento disimpegno. Dove gli americani gestiscono una delle più grandi basi militari dell'Africa. Dove vigilano sia l'Onu che l'Ue.
L'oro di Mosca. A metà novembre, anonimo e silenzioso, un geologo russo atterra all'aeroporto di Bamako. Il controllo passaporti lo fa passare rapido, senza troppe formalità. C'è già un'auto del governo maliano che l'attende, per portarlo in albergo. E il giorno dopo, una jeep con scorta militare per andare alle miniere d'oro. L'uomo è un emissario di Evgenij Prigozmin, "il cuoco di Putin", l'ex ristoratore di San Pietroburgo che tanti anni fa teneva sempre un tavolo fisso per il giovane Vladimir, poi s'arricchì allestendone i catering al Cremlino e dal 2014, fondato il Gruppo Wagner per apparecchiare le missioni più delicate, ne foraggia i mercenari in giro per il mondo.
Il geologo ha ricevuto dall'oligarca un incarico preciso: fissare, in pepite, il prezzo della nuova avventura militare dello Zar. L'ispezione alle miniere è solo l'inizio. E bastano pochi giorni perché in Mali atterri anche un Tupolev, a sbarcare 50 soldati di ventura, l'avanguardia d'un migliaio di wagneriani destinati alle zone di Nara e Sikasso, sui confini mauritano e burkinabé: invitati dai generali golpisti di Bamako ad "assisterci nella guerra al jihadismo", inviati da Putin a piantare la bandiera russa nel Sahel.
Di Mali in peggio. Dopo l'Ucraina e la Siria, la Libia e il Centrafrica, il Venezuela e il Mozambico, i paramilitari di Mosca s'accomodano a una tavola già affollata. Dove il menù l'han sempre cucinato i francesi, che nei mesi scorsi han deciso un lento disimpegno da nove anni di missione militare. Dove gli americani gestiscono una delle più grandi basi militari dell'Africa. Dove vigilano sia l'Onu che l'Ue - alla task-force Takuba partecipa anche l'Italia - per tamponare il terrorismo di Al Qaeda e dell'Isis che sconfina nel Niger e nel Burkina Faso, oltre che il separatismo delle milizie tuareg e le violenze tribali.
Dove soprattutto c'è un accordo che Putin ha firmato in ottobre coi generali golpisti, saliti al potere due anni fa: in cambio degli "istruttori" di Wagner, di quattro elicotteri da combattimento Mi-171 e d'una trentina di blindati, il Cremlino riceverà 220 milioni di dollari l'anno, lo sfruttamento dei giacimenti auriferi e un posto al sole in un deserto dov'era finora assente. "Parigi ci ha abbandonato" e ci siamo regolati di conseguenza, è la spiegazione del premier maliano Choguer Maiga, uno che in gioventù studiò nelle università sovietiche. "È un allargamento inaccettabile - protestano 16 Paesi occidentali, Italia compresa -, questi mercenari servono più a sostenere la giunta militare che a combattere il terrorismo".
Venti giorni fa l'Europa ha sanzionato Wagner, minacciando di sospendere ogni aiuto non umanitario a Bamako. Ma forse è troppo tardi: "Noi continueremo ad assistere il Mali", è stata la gelida risposta del Cremlino. Uno scenario già visto. È dall'annessione della Crimea, otto anni fa, che i lanzichenecchi di Putin compaiono un po' ovunque. In Centrafrica, un mezzo migliaio fa da guardia pretoriana al presidente Touadéra, controllando le regioni dei diamanti e del platino. In Venezuela, ne sono arrivati 400 a presidio dei pozzi di petrolio e del regime di Maduro.
I wagneriani, ispirati nel nome al musicista preferito da Hitler e alle simpatie naziste del loro comandante in campo, il colonnello ucraino in congedo Dimitrij Utkin, sono tutti soldati provenienti da eserciti regolari: età richiesta fra i 35 e i 55 anni, paga media 4 mila dollari al mese e campo d'addestramento a Molkino, pochi chilometri dalla base degli Spetsnaz, i corpi speciali russi. Wagner funziona anche come una legione straniera e fra i contractor spediti in Mali ci sono siriani, ciadiani, sudanesi meglio abituati a combattere a queste temperature.
Come dappertutto, i wagneriani hanno l'ordine d'essere invisibili: viaggiano sovente senza divisa e su charter segreti, usano falsi documenti e telefoni cifrati. Anche in patria, ufficialmente non esistono: i giornalisti che ne scrivono, vengono eliminati; l'ong Memorial, che li ha raccontati, è appena stata chiusa. Se i mercenari sopravvivono, ricevono le massime onorificenze militari russe. Ma se muoiono - duecento in Siria, un centinaio in Ucraina, a decine in Libia -, spesso nessuno lo sa. Il governo di Bamako non ammetterebbe mai la loro presenza, neanche per tutto l'oro del Mali. Diceva Woody Allen che, ogni volta che risuonava Wagner, gli veniva voglia d'invadere la Polonia: ora tocca all'Africa.
di Liana Milella
La Repubblica, 2 gennaio 2022
"Gli agenti picchiatori hanno tradito la divisa. La prigione cambierebbe se tutti lavorassero". Il direttore delle carceri italiane, Bernardo Petralia, per tutti Dino, fino al maggio 2020 magistrato antimafia, dà a Repubblica la sua prima intervista. E svela dettagli su una nuova realtà, quella del lavoro.
Anche nel 2021 il pianeta carcere è finito sui giornali per il sovraffollamento, per il Covid, per i maltrattamenti, per i mafiosi che vogliono liberarsi dal 41bis. E invece ecco una novità, 15.827 detenuti, cioè il 30% dei 54mila presenti, lavora. E riesce anche a cambiare vita. È solo un dato del Cnel?
"È un dato confortante. E ci spinge a premere proprio su questo tasto. Le prospettive di incremento lavorativo sono tante, direi tantissime. Insieme alla Ministra Cartabia, stiamo sperimentando anche ipotesi innovative, e se la pandemia rallenta la sua morsa, ne sentiremo presto parlare. Questo da Nord a Sud. Fermo il discorso che se si riuscisse a far lavorare tutti i detenuti, a quel punto i problemi della realtà penitenziaria ne risentirebbero in positivo".
di Gabriele Cruciata
huffingtonpost.it, 2 gennaio 2022
Sono finiti i lavori della Commissione creata dal ministero della Giustizia per migliorare la vita dentro le prigioni. Individuate 35 azioni da avviare subito e alcune idee per riformare la legge, organizzate in focus tematici. I principi ispiratori sono umanizzazione e rieducazione. Caldeggiata anche una riforma della formazione del personale di polizia penitenziaria.
Il 22 dicembre la Commissione per l'innovazione del sistema penitenziario ha consegnato alla ministra della Giustizia, Marta Cartabia, la relazione finale del proprio lavoro. La Commissione era stata istituita nel settembre del 2021 con l'obiettivo di elaborare delle proposte concrete per migliorare la qualità di vita all'interno delle carceri italiane.
di Gian Carlo Caselli
L'Espresso, 2 gennaio 2022
La norma che dovrebbe intervenire sulla presunzione di innocenza pone forti limiti l diritto all'informazione. E, in aggiunta, rafforza la distanza tra indagati "eccellenti" e quelli "comuni".
Una direttiva europea del 2016 ha come oggetto l'adozione da parte degli Stati membri di alcuni interventi sul principio della presunzione di innocenza: di qui un decreto legislativo entrato in vigore in Italia il 14 dicembre 2021.
Anche in questo caso è stata evocata la formula, un po' logora, "ce lo chiede l'Europa", che però non impedisce di notare come nel nostro ordinamento il principio sia già consacrato nella Costituzione, per cui ci si chiede se fosse proprio necessario un intervento ulteriore. Tanto più che oltre al precetto costituzionale vi sono anche specifiche disposizioni per reprimere eccessi o abusi nelle esternazioni sui processi (una direttiva del Csm del 2018 insieme a varie ipotesi di illecito disciplinare previste dalla legge per i magistrati). In ogni caso, se la direttiva europea offriva un dito, certi sedicenti garantisti nostrani si son presi il "classico" intero braccio. Arrivando a stabilire che la diffusione al pubblico delle informazioni relative ai procedimenti penali è consentita solo "quando è strettamente necessaria per la prosecuzione delle indagini o ricorrano altre specifiche ragioni di interesse pubblico". Il che pone tutta una serie di gravi problemi.
Innanzitutto la formula usata investe tutta l'informazione giudiziaria, a prescindere dal fatto che venga in considerazione la posizione di questo o quell'indagato. Ed è stato autorevolmente osservato (in particolare da Vladimiro Zagrebelsky) che nella sua assolutezza la norma potrebbe comportare l'irragionevole conseguenza di limitare il diritto di informare e di essere informati. Diritto inalienabile quando si tratta di attività giudiziaria, posto che essa (come ogni altra attività pubblica) deve assoggettarsi al controllo sociale in punto di correttezza, coerenza e affidabilità. Tanto più che se i Pm non parlano, o possono parlare solo come fossero imbavagliati dentro una gabbia, per tutti i mezzi d'informazione l'alternativa sarebbe chiudere i servizi di cronaca o trovare altre fonti, facendo "suonare" campane che facilmente potranno risultare inquinate.
Con effetti perversi quando l'indagato sia interessato non solo a vedere riconosciuti i propri diritti, ma soprattutto a vedere soddisfatti i propri interessi: tanto da porre in essere tutto ciò che può servire ad arginare le offensive che mirano a colpirne l'immagine nell'opinione pubblica, anche richiedendo al proprio legale - oltre a un impegno "tecnico" - un concreto aiuto in tale direzione.
A questo punto ecco alcuni interrogativi: può accadere che il processo interpretato sugli organi di informazione dalla parte privata richieda talora, per il naturale riequilibrio delle parti, una lettura speculare ad opera della parte pubblica? Alle imprecisioni o fantasie che accompagnano certe cronache, può il magistrato opporre precisazioni e chiarimenti a protezione del proprio lavoro, delle parti offese e degli interessi in gioco? Il decreto legislativo sbrigativamente riferito alla sola presunzione di innocenza sembra escludere tali possibilità.
Ma attenzione, così si avvantaggiano gli indagati "eccellenti" e si rafforza una grave asimmetria che caratterizza il nostro sistema penale: la compresenza di due distinti codici, uno per i cittadini "comuni" e uno per i "galantuomini" (cioè le persone giudicate, in base al censo o alla posizione sociale, comunque per bene...); destinati, il primo, a segnare la vita e i corpi delle persone e - il secondo - a un approccio più soft, in particolare misurando l'attesa che il tempo si sostituisca al giudice nel definire i processi per prescrizione (o improcedibilità). Mentre le norme sulla presunzione di innocenza possono di fatto consolidare tale asimmetria, il governo e la ministra Cartabia dovrebbero, per contro, preoccuparsi di eliminare lo sfregio che essa rappresenta alla nostra Costituzione.
di Davide Imeneo
Avvenire, 2 gennaio 2022
A Reggio Calabria è boom della "Messa alla prova": +89% di richieste in un anno. L'esito? Positivo nella totalità dei casi. De Palma: strumento finalizzato al recupero e al reinserimento sociale. Protocollo contro la dispersione scolastica.
La Procura della Repubblica presso il Tribunale per i minorenni di Reggio Calabria ha tracciato nei giorni scorsi il bilancio sociale dell'anno appena concluso. Un "documento morale" di grande valore per tutto il mondo della giustizia minorile poiché il distretto giudiziario in riva allo Stretto offre una pluralità di casistiche con pochi eguali su tutto il territorio nazionale.
Infatti, nel tessuto socioeconomico della Città metropolitana di Reggio Calabria si intrecciano le vicende dei minori non accompagnati dovute agli sbarchi dei migranti; la pervasività corrosiva della 'ndrangheta, che in modo più marcato rispetto alle altre mafie proietta sui minori la garanzia di una successione di legami familiari criminali; la diffusa presenza di molteplici accampamenti Rom. L'intreccio di queste criticità rende significativi a livello nazionale i dati emersi dalle attività della Procura per i minorenni.
di Liana Milella
La Repubblica, 2 gennaio 2022
La ministra Cartabia: "Occasione di reinserimento". Il capo del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria Petralia: "Se tutti lavorassero sarebbe un'altra cosa". Per il New York Times uno dei dieci panettoni più buoni al mondo viene prodotto... nel carcere di Padova. E in quello di Trani c'è il "tarallificio" della Cooperativa Campo dei Miracoli che oramai è entrata nella grande distribuzione alimentare.
All'Ucciardone di Palermo - lo storico carcere che ha visto sfilare i più famosi boss di Cosa nostra - i detenuti adesso imparano a fare i pizzaioli. A Sant'Angelo dei Lombardi, in quel di Avellino, nel penitenziario ricostruito dopo il terremoto del 1980, si digitalizzano i documenti. Rebibbia va citata per i prodotti di sartoria, nonché per una pensione per cani. E a Sollicciano ecco la cooperativa Ulisse che mette in vendita le biciclette recuperate e riparate dai detenuti.
di Davide Varì
Il Dubbio, 2 gennaio 2022
Il 2022 è iniziato in modo drammatico per il mondo delle carceri italiane. Dopo gli oltre 50 suicidi del 2021 c'è stato un primo suicidio nella Casa Circondariale di Salerno e un'evasione in quella di Vercelli. Le notizie sono state diffuse da Gennarino De Fazio, Segretario Generale della Uilpa Polizia Penitenziaria. "Se chi ben incomincia è a metà dell'opera, avremmo davvero voluto iniziare in altro modo questo 2022 che non commentando un'ennesima evasione e un nuovo suicidio nelle nostre carceri. E invece il nuovo anno inizia così come si è chiuso il precedente, non dissimile da quello ancora antecedente e così via", dichiara De Fazio.
di Giovanni Tizian
Il Domani, 2 gennaio 2022
La voglia di rinascita impone un silenzio forzato per non rovinare il racconto del successo della ricostruzione Così i clan approfittano dell'assenza di limiti sui subappalti. E si preparano a prendere parte ai grandi progetti. Nella lotta alla mafia e alla corruzione c'è una nuova tattica: fingere che non esistano, così da depurare da ogni elemento di negatività la narrazione positiva di un paese che deve crescere, svilupparsi, e dunque investire rapidamente i 235 miliardi dei fondi europei del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) e di altri finanziamenti collegati.
La trama del favoloso futuro che ci aspetta però non fa i conti con i poteri criminali, espunti solo dal copione ma non dalla società. Non c'è la volontà politica di affrontarli, perciò meglio insabbiarli, meglio spuntare le armi ai cacciatori di corrotti e mafiosi. Meno inchieste, meno clamore, maggiore sarà la fiducia dell'Europa nel paese. La riforma Cartabia sul processo penale sconta una lettura arcaica della mafia, che considera clan di mafia solo chi ostenta ferocia e violenza. Caratteristiche necessarie per configurare il reato di associazione mafiosa prevista dall'articolo 416 bis del codice penale. Lettura che tuttavia mal si concilia con l'evoluzione criminale e culturale delle mafie italiane, strutturate come holding e società di servizi, che di rado oggi usano il piombo dei fucili contro istituzioni o "nemici" esterni, extrema ratio riservata solo ai traditori interni o a regolamenti di conti tra famiglie.
Nel rapporto con lo stato, con la politica, con l'imprenditoria e i professionisti, le mafie usano metodi persuasivi differenti: la corruzione è il collante tra il loro mondo e quello dell'economia legale. Aver lasciato i reati di corruzione fuori dal regime speciale della riforma della giustizia, quindi soggetti all'improcedibilità se il processo non si chiude entro tempi stabiliti dalla legge, è sintomo di miopia interpretativa del fenomeno mafioso per come è oggi.
Un famoso narcotrafficante palermitano, poi pentito, ha detto una volta a Giovanni Falcone: "Dottore qui la chiamate mafia, a Milano corruzione". Nel nome del Pnrr una serie di regole sono state cambiate, "l'Europa lo esige", dicono. Prendiamo la materia complessa degli appalti pubblici. Già il governo Conte I, con la Lega al potere, aveva aumentato la soglia dei subappalti al 40 per cento dal 30 precedente. Per gli esperti di infiltrazioni mafiose è stato un errore, replicato poi con l'arrivo di Draghi. La soglia inizialmente aumentata al 50 per cento, dal primo novembre è stata eliminata rendendo il subappalto libero. Come chiedeva l'Europa, appunto.
A Bruxelles però sono da sempre indifferenti al fenomeno mafioso nella sua versione finanziaria. Proprio per l'assenza di regole stringenti gli imprenditori delle cosche italiane avevano spostato il baricentro dei loro affari in Germania, Olanda, Francia, Belgio e Spagna. L'Europa ci chiede di eliminare i paletti che in Italia sono necessari a frenare la penetrazione dei clan nei cantieri e noi accettando poniamo le basi per un ritorno al passato, quando la giungla nei contratti pubblici ha garantito ai padrini affari d'oro con soldi pubblici.
Un caso di scuola sono stati i cantieri dell'autostrada Salerno-Reggio Calabria. Laboratorio dell'illegalità, di corruzione e di ingerenza mafiosa. Regno del subappalto selvaggio, prima che venisse regolamentato, fonte di profitti milionari per le cosche locali, più che tollerate dai colossi delle costruzioni. Allo stesso modo l'Alta velocità: da Napoli a Roma, da Torino a Milano, da Bologna a Piacenza, non c'è stato cantiere in cui grazie alle norme morbide sul subappalto, solo dopo rafforzate, le imprese di 'ndrangheta, camorra e mafia siciliana non siano state chiamate a compiere lavorazioni quali movimento terra, carpenteria, impianti. Il settore delle infrastrutture, àmbito in cui le mafie sono leader, sarà tra i beneficiari maggiori delle risorse del Pnrr: con oltre 25 miliardi attesi è il terzo dopo digitalizzazione e transizione ecologica.
Dietro ogni emergenza italiana che si rispetti troviamo i padrini. La ricostruzione post terremoto in Irpinia negli anni Ottanta ha permesso alla camorra il salto di qualità da delinquenza a mafia imprenditrice. Gli appalti post sisma in Abruzzo e Emilia Romagna hanno visto le imprese della 'ndrangheta e della camorra muoversi fin dai primi giorni, a partire dalla rimozione delle macerie. L'elenco dei disastri che hanno arricchito le mafie è sterminato.
Per la ricostruzione del paese dopo la pandemia gli indizi dell'interesse delle organizzazioni mafiose sono diventati sùbito prove certe. Prima la Direzione investigativa antimafia, poi la guardia di finanza avevano messo in guardia i tifosi delle regole zero: "La criminalità organizzata si è immediatamente interessata ai flussi finanziari erogati a sostegno dell'economia", si legge nella relazione del comandante generale dalla guardia di finanza, Giuseppe Zafarana, presentata in commissione antimafia a maggio 2021.
Il generale cita il caso di un imprenditore della 'ndrangheta in Lombardia che "aveva ottenuto per tre società un contributo a fondo perduto correlato all'emergenza sanitaria". Zafarana ha poi aggiunto: "Le indagini svolte nel pieno del periodo pandemico hanno dimostrato che le organizzazioni mafiose hanno intravisto nell'emergenza sanitaria una ghiotta occasione di business".
Nonostante i segnali indichino che le mafie abbiano già iniziato a banchettare con i soldi pubblici stanziati per l'emergenza sanitaria, invece di invocare più controlli e stimolare le indagini su corruzione mafiosa, si invocano meno regole per procedere spediti verso l'obiettivo del 2026, l'anno in cui il governo dovrà rendicontare all'Europa i risultati del Pnrr. Meno regole e una lacunosa interpretazione dei fenomeni criminali. La mafia scompare, la corruzione pure. Il paese vivrà l'illusione di essere finalmente libero. Chi continuerà a restare sobrio dall'ubriacatura collettiva saranno le vittime, escluse dal mercato inquinato e distorto dalla concorrenza sleale.
di Antonio Lamorte
Il Riformista, 2 gennaio 2022
Si è consumato al carcere di Fuorni, Salerno, il primo suicidio in carcere del 2022. Era un giovane uomo di 28 anni, si chiamava Desiad Ahmeti. A dare la notizia il Garante dei detenuti della Regione Campania Samuele Ciambriello.
"Ahmeti si è suicidato stanotte nel carcere di Salerno - si legge nella nota diffusa dal Garante - Aveva compiuto 28 anni recentemente. Il suo fine pena era a settembre del 2023". L'emergenza dei suicidi nelle carceri continua, una strage silenziosa.
Il 28enne era ristretto nel reparto prima sezione, al secondo piano dell'Istituto di Pena. Regolarmente parlava con il padre, tramite videochiamata. "Ogni crisi è una scommessa, ma questa al tempo del Covid - ha aggiunto Ciambriello - non è stata colta dalla politica per avviare un processo di necessarie innovazioni, in termini di gestione, organizzazione ed inclusione sociale negli Istituti Penitenziari. La Pandemia ha riportato alla luce non solo problematicità cronicizzate del pianeta carcere, ma soprattutto ha delineato nuove forme di incertezza, in termini di normative e in termini di diritti acquisiti dalle persone ristrette".
Secondo quanto fatto sapere dal Sappe, il Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria, il detenuto di origini albanesi si sarebbe impiccato nella notte. Il corpo sarebbe stato rinvenuto dal personale di Polizia durante un giro di controllo, impiccato alle inferriate della finestra della cella. Inutili i tentativi di soccorso. Il detenuto era solo nella cella dov'era ristretto per reati comuni.
Il 2020 era passato alla storia come l'anno in cui si erano consumati 61 suicidi in carcere: mai così tanti da vent'anni come riportava nel suo report l'Associazione Antigone. Secondo il conto aggiornato da ristretti.it, delle 132 morti in carcere del 2021, 54 sono stati suicidi. Se il numero dovesse essere confermato dalle stime che nei prossimi mesi saranno precisate e accertate con maggiore chiarezza e completezza si tratterebbe di quasi il 41% delle morti. Una strage.
La considerazione di Donato Capece, segretario generale del Sappe: "Si consideri che negli ultimi 20 anni le donne e gli uomini della Polizia Penitenziaria hanno sventato, nelle carceri del Paese, più di 23mila tentati suicidi ed impedito che quasi 175mila atti di autolesionismo potessero avere nefaste conseguenze".
Il Garante Ciambriello sulla situazione nel quale si è consumata la tragedia la scorsa notte: "Un reparto dove lo scorso anno il 7 marzo iniziarono le proteste nelle carceri italiane dopo che erano state sospese visite, permessi, lavoro e relazioni con il mondo del volontariato. Abbiamo bisogno di interventi rapidi sul sistema carcere per ridurre ansia e solitudine, di migliorare i temi dalla salute, incrementare le misure alternative al carcere. Non si può continuare a morire di carcere ed in carcere".
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