terzobinario.it, 4 gennaio 2022
Mercoledì 5 gennaio le porte dei due Penitenziari di Civitavecchia, il Nuovo Complesso in Via Aurelia Nord e la Casa di Reclusione in via Tarquinia, si apriranno ai volontari della Comunità di Sant'Egidio che porteranno ad ogni detenuto un regalo natalizio ed un messaggio di auguri. Mercoledì mattina i volontari incontreranno i detenuti in diverse sezioni del Nuovo Complesso, tra cui la sezione femminile e l'infermeria dove sono reclusi i detenuti malati, mentre il pomeriggio al "Giuseppe Passerini" di via Tarquinia oltre la distribuzione natalizia ci sarà una tombolata per sottolineare la gioia dello stare insieme in serenità.
Questa iniziativa si colloca in un insieme di incontri organizzati dalla Comunità nel periodo natalizio a Civitavecchia: i pranzi di Natale il 25 dicembre nella sala Giovanni Paolo II alla Cattedrale e nella Parrocchia San Giuseppe di Campo dell'Oro, le feste con le distribuzioni di generi alimentari e doni natalizi a tante famiglie italiane e straniere che vivono in condizioni di povertà, ai senza dimora, agli anziani di Vila Santina ed a quelli che vivono a casa in condizioni di fragilità.
Nel tempo della pandemia Covid-19 Sant'Egidio non ha dunque rinunciato ad incontrare tante persone povere e marginali, per la strada o chiuse in tante strutture. Certamente lo ha fatto nello stretto rispetto di tutte le norme di prevenzione anti-Covid-19, ma anche pensando che il Natale, festa della famiglia, diventa particolarmente doloroso per chi è lontano dai propri cari, come i detenuti. Proprio quando sembrava che la vita stesse tornando alla normalità, con la ripresa di alcune attività esterne e con il rientro dei volontari, seppure ridotto, ecco che con la nuova ondata di contagi le carceri sono tornate a chiudersi, con il carico di isolamento, solitudine e paura.
È per questo che la Comunità di Sant'Egidio ha pensato a un gesto di vicinanza che potesse raggiungere il maggior numero di detenuti possibile, riuscendo ad arrivare in questo Natale 2021 a 12.000 sul totale di 54.000 detenuti in Italia. Più di un detenuto su 5 ha ricevuto un regalo e oltre 3500 un pasto con pietanze tipiche delle festività nelle carceri del Lazio, Abruzzo, Liguria, Piemonte, Sicilia, Toscana, Umbria, Campania. Il carcere è luogo di marginalità estrema, ma non può e non deve essere un'isola in cui nessuno entra; è una periferia oltre la periferia, piena di periferici che aspettano di essere visitati e accolti.
La Comunità di Sant'Egidio auspica un uso ridotto della carcerazione in favore delle misure alternative, seguendo l'orientamento degli ultimi anni che ha visto crescere il numero di coloro che espiano la pena con misure alternative al carcere. A Civitavecchia, per esempio, la Comunità gestisce una casa che accoglie i detenuti nel loro ultimo periodo di detenzione in misura alternativa. La Comunità di Sant'Egidio è impegnata inoltre nell'accoglienza e nel sostegno alle famiglie, perché ad ognuno possa essere data una nuova possibilità per superare gli errori ed avere una speranza. Si tratta quindi di un impegno culturale di vasto respiro, che indirizzi alla piena re-integrazione chi ha fatto esperienza del carcere, in una società aperta.
di Paola Caridi
L'Espresso, 4 gennaio 2022
Cinque anni al blogger di piazza Tahrir. E lunghe persecuzioni per Zehra Dogan e Ahmet Altan in Turchia, o per l'iraniana Gholian. Come in Italia sotto il fascismo o nella Polonia comunista, in Medio Oriente essere scrittori è un delitto. Silenzio dalle prigioni. Nessuna parola deve alzarsi in volo e superare le alte mura delle carceri. Anche se dentro - dentro le celle, nelle stanze degli interrogatori e delle torture, nelle limitate ore d'aria - le voci si levano alte.
Basta che non si scriva e non si legga. Nessuna parola nero su bianco. Nell'era del digitale, del consumo compulsivo di dati, è ancora la carta a far paura alle dittature. Carta e penna sono vietate, o soggette a estenuante negoziato. Eppure, carta e penna sono gli oggetti necessari per scrivere alle famiglie. Ai propri cari. Perché le visite nei parlatoi sono centellinate, proibite nella maggior parte dei casi. E poi c'è la carta dei libri, l'inchiostro delle riviste. Perché anche leggere è considerato un pericolo.
Parliamo dell'Egitto di oggi. Di Iran e Turchia. Potremmo parlare dell'Egitto di ieri, della Nigeria degli anni Sessanta, della Polonia degli anni Ottanta. O dell'Italia del fascismo e del suo prigioniero più famoso, Antonio Gramsci. Proprio Gramsci è divenuto, nel corso dei decenni, un simbolo, oltreconfine. Nelle università americane e britanniche. Nei circoli intellettuali di tutto il mondo. E anche tra gli arabi. Il Gramsci delle lettere e dei quaderni dal carcere non è solo molto tradotto: è figura di riferimento per intere generazioni, specie quelle più recenti.
Com'è riferimento per Alaa Abd-el Fattah, il prigioniero più noto tra i circa sessantamila detenuti di coscienza che affollano all'inverosimile le carceri egiziane. Alaa Abd-el Fattah, o @alaa, com'è conosciuto nella realtà virtuale, non è solo la figura iconica della rivoluzione di piazza Tahrir del 2011. È una delle menti politiche più lucide che è possibile trovare in tutta la regione araba, e che occorre leggere - soprattutto noi italiani - per comprendere cos'è veramente successo e cosa sta accadendo in Egitto.
Sette degli ultimi anni @alaa li ha passati nel carcere di massima sicurezza di Tora, al Cairo. È ancora lì dentro, dopo l'ultimo biennio in detenzione cautelare. E resterà in carcere per altri cinque anni: così ha stabilito il tribunale del Cairo il 20 dicembre scorso introducendo nuove accuse. L'ennesima sentenza contro l'autonomia di pensiero e la democrazia, per un uomo che è stato limitato nella sua libertà da tutti coloro che si sono succeduti al potere, a cominciare da Hosni Mubarak.
Gramsci, dunque. Lo stesso Gramsci a cui per parecchio tempo fu negata carta e penna "dato che passo per essere un terribile individuo, capace di mettere il fuoco ai quattro angoli del paese o giú di lí", scriveva nel 1928 in una delle sue lettere contingentate. @alaa lo cita poco meno di un secolo dopo, in una lettera del 2019, uno degli scritti contenuti in "Non siete stati ancora sconfitti", pubblicato da hopefulmonster editore (in contemporanea con l'edizione inglese di Fitzcarraldo), risultato di un sorprendente lavoro collettivo di raccolta, selezione e traduzione delle sue parole. "Non riesco davvero a sforzare la mia immaginazione con sogni post-rilascio ma, sai, cerco di trovare una ragione per essere un minimo ottimista di fronte all'ondata di destra che sta sommergendo il pianeta, e i cui effetti prima o poi arriveranno anche qui". Scrive: "Certo, mi sforzo di applicare la teoria di Gramsci riguardo "il pessimismo della ragione e l'ottimismo della volontà", ma qui c'è una tale negazione della volontà che devo fare esercizio di ottimismo della ragione prima di incasinare i miei compagni".
Tutti i sistemi autoritari sono accomunati dall'incapacità di gestire il proprio rapporto con l'atto del pensare. L'esercizio del pensiero, del dubbio, della confutazione è per questi sistemi insopportabile: è quella forza dei fragili che impone alla tirannia di togliere dalla vista della società i corpi dei dissidenti e rinchiuderli dentro le carceri, perché restino invisibili. Non potendo più disporre di un corpo, di un corpo fisico, il prigioniero dà alle parole - unica parte di sé che prova a far uscire dalle mura del carcere - un volume nel mondo. Passa dal corpo al corpus letterario.
Carta e penna erano sempre nelle mani di Nawal al Sa'dawi, come un simulacro. Li teneva stretti anche in tutti gli interventi pubblici e le interviste che ha rilasciato nella sua vita, sino alla morte al Cairo nel 2021 a un passo dai 90 anni. Carta e penna che vengono negate all'icona del femminismo egiziano quando, alla fine dell'estate del 1981, viene arrestata assieme a un migliaio di oppositori alla politica dell'allora presidente Anwar al Sadat.
È Nawal al Sa'dawi stessa a raccontarlo, nelle "Memorie dalla prigione" che pubblica dopo il suo rilascio. Ogni giorno il secondino entrava nella cella della prigione di al Qanater, a nord del Cairo, in cui era rinchiusa con altre detenute politiche, e la minacciava. "Le memorie della prigione" sono state scritte su un rotolo di carta igienica con una matita da trucco.
Zehra Dogan, artista curda costretta all'esilio dalla Turchia dopo una detenzione durissima, ha impresso invece i suoi disegni sul retro delle lettere che le inviava un'amica. La potenza dei disegni di Zehra Dogan, poi costretta all'esilio dopo una detenzione durissima, non ci trascina solo all'interno dell'inferno della "Prigione n. 5", pubblicato da Becco Giallo. Interroga su un mondo invisibile in cui "tutto il male del mondo" si concentra sui corpi inermi dei prigionieri.
Così è anche per i racconti dell'iraniana Sepideh Gholian, "colpevole" dei resoconti giornalistici sulle proteste dei lavoratori della più grande raffineria di zucchero del Paese, quella di Haft Tappeh. Arrestata con il leader sindacale Esmail Bakhshi, Gholian (nata nel 1994) ha avuto un breve rilascio su cauzione per essere di nuovo arrestata e costretta a peregrinare in diverse carceri dell'Iran. I suoi "Diari da carcere" sono pubblicati grazie all'impegno di Gaspari, libreria e casa editrice di Udine, con l'aiuto dell'associazione "Librerie in Comune" e del festival vicino/lontano.
La "scrittura dalle prigioni" egiziane, iraniane, turche arriva dunque, in anni recenti, ai lettori italiani attraverso un numero sorprendente di libri che compongono quasi un canone. La lista è lunghissima, spazia dai memoriali ai testi di riflessione politica e teorica, dalla narrativa alla poesia: Gramsci e Rosa Luxemburg, Nelson Mandela, Wole Soyinka, l'indonesiano Pramoedya Ananta Toer, i russi della letteratura concentrazionaria. I dissidenti dell'Europa orientale, prima del crollo del Muro. Vaclav Havel e la sua riflessione sui "senzapotere".
Adam Michnik, arrestato nel dicembre 1981 assieme a migliaia di esponenti del sindacato Solidarność. "Un prigioniero conta tutto, tranne il tempo. Un prigioniero scopre il tempo", dice Ahmet Altan, uno dei più importanti scrittori turchi contemporanei, nel suo diario dal carcere, "Non rivedrò più il mondo" (Solferino). E Alaa Abd-el Fattah gli fa eco: "Dicono che siamo in prigione perché non siamo stati in grado di decidere. La portata dei nostri sogni era troppo grande. Come se questo fosse un crimine".
quotidianoitaliano.com, 4 gennaio 2022
Venerdì 14 gennaio 2022, con inizio alle ore 8.30, si svolgerà, presso la Biblioteca Storica Ordine Avvocati Trani, il Convegno Nazionale sul tema "La Riforma Cartabia della Giustizia. La Giurisdizione come metodo". L'evento è Organizzato dal Consiglio dell'Ordine degli Avvocati di Trani e dal Dipartimento di Economia, Management e Diritto dell'Impresa - Uniba, in occasione della presentazione del primo numero della Rivista semestrale Unità e Pluralità del Sapere giuridico - Casa Editrice NelDiritto. Comitato organizzativo: Prof.ssa Francesca Jole Garofoli, Avv. Giovanni Pansini, Avv. Michele Curtotti, Prof. Fabrizio Pompilio, Avv. Raffaele Carfora, Dott. Giulio Marino, Avv. Pia Panessa.
Unità e Pluralità del sapere giuridico è un archetipo nato dalle riflessioni scaturite, nel maggio 2004, in un Convegno a Bari su "L'unità del sapere giuridico tra diritto penale e processo". Di qui, l'idea del Prof. Avv. Vincenzo Garofoli di dar vita ai Quaderni della Facoltà di Giurisprudenza di Bari e, oggi, alla Rivista semestrale Unità e Pluralità del Sapere giuridico - Casa Editrice Nel Diritto che, si prefigge l'obiettivo di un recupero dei valori della giurisdizione attraverso i contributi scientifici di volta in volta pubblicati come costante punto di riferimento della ricerca di un contesto unitario del sapere, entro il quale il diritto possa collocarsi come quell'insieme di idee e principi che si evolve e cresce parallelamente all'animus delle discipline giuridiche. Nella nuova Rivista semestrale intitolata, appunto, "Unità e Pluralità del sapere giuridico" il concetto di Unità "riflette la più originaria unità: l'unità dell'essere e, quindi, dell'ente e degli enti".
In tal senso, in dottrina, "l'unità del sapere è tema fondamentale e fondante del sapere filosofico. Se il pensiero pensa l'essere, e l'unità è dell'essere o, ancora, l'essere è l'unità o l'uno, il sapere, la scienza non possono che tendere all'unità".
La considerazione di partenza che si svilupperà in seguito nella rivista semestrale de qua, è rappresentata dalla inadeguatezza dell'idea classica del diritto affermatasi negli ultimi decenni, intesa come scienza divisa in settori, ognuno di essi "espressione dell'autoreferenzialità proprio di un sistema autodefinito".
Occorre, diversamente, un approccio sinergico capace di unire il sapere giuridico sotto l'unica prerogativa rappresentata dalla necessità di dare una risposta adeguata ai problemi della modernità, in una sorta di ideale parallelismo con il processo di globalizzazione nel mondo economico.
Certo non è concepibile un'idea di sistema giuridico statico quasi "stagnante", in cui le norme restano sempre uguali a sé stesse, perché questa sarebbe contraria alla logica di Unità e Pluralità del sapere giuridico come strumento più idoneo per affrontare la sfida della modernità. Ciò che, invece, è opportuno evitare è l'idea di giurisdizione come giustizia del caso singolo ove l'intervento del legislatore, preordinato ad affrontare la contingenza con la soluzione di casi pratici operando scelte di opportunità politica, suscita non poche perplessità.
Il moltiplicarsi dei "casi singoli" finisce per creare una serie variegata - spesso eterogenea - di discipline per così dire "speciali" che fanno di un istituto giuridico (se proprio non si può fare a meno di questa categoria concettuale) una sorta di "prontuario" che male si concilia con l'idea illuministica di codice dotato di autoreferenzialità. Il metodo della giurisdizione, invece, impone l'adozione di regole chiare che, in stretta aderenza al principio ispiratore dell'ordinamento giuridico, risulta di gran lunga il più idoneo ad offrire una idea di omogeneità e di giustizia capace di andare al di là del "caso singolo" e della situazione contingente, che inevitabilmente portano a "sminuzzare" il sapere giuridico.
Si deve, in sostanza, rifuggire da una logica atomistica in cui le singole discipline giuridiche siano viste come microcosmi autoreferenziali, per abbracciare una idea di sintesi in cui gli studiosi delle materie giuridiche dialoghino nell'ottica dell'Unità e Pluralità del sapere giuridico. Si è voluto sancire, così, un carattere immanente all'intero ordinamento giuridico che esprime, ad ogni latitudine, il grado di civiltà raggiunto da una comunità giuridicamente organizzata.
La quadratura del cerchio, quindi, non può che essere nell'Unità e Pluralità del sapere giuridico in simbiosi con il metodo della giurisdizione, fondamentali strumenti per scongiurare il rischio che la decisione del giudice diventi sempre più un "atto di fede", con conseguenze drammatiche sulla tutela delle libertà fondamentali dell'uomo. La sfida alla modernità è, dunque, "lanciata", ma per poterla sostenere si dovrà essere, anche, capaci di riunire attorno a un tavolo civilisti, penalisti, processualisti, filosofi, tributaristi e studiosi di altre discipline, superando le differenze, per i problemi reali della società.
Del resto, l'impegno basilare consiste nel determinare il metodo della giurisdizione applicata al processo penale, a quello tributario, a quello costituzionale, a quello amministrativo, insomma, a tutti gli altri processi dell'ordinamento: metodo che si realizza nella sua natura di giudizio collettivo al quale partecipano, giudicando su loro stesse, le medesime parti che devono essere giudicate.
In ciò si ravvisa la natura sovrana del metodo succitato ed il perché la Giurisdizione è l'opposto della sopraffazione. È per tali motivi che, in occasione della presentazione del primo numero della Rivista, il tema scelto per il convegno: "La Riforma Cartabia della Giustizia. La Giurisdizione come metodo", impegnerà i relatori, nelle tre sessioni previste, in un confronto dialettico sulle eventuali divergenze tra risultati pretesi dall'Europa e gli effetti che la Riforma in atto produrrà nel nostro sistema processuale.
Probabilmente, la Riforma sarà un'occasione mancata se non dovesse prevalere quello spirito di unità e pluralità. In altri termini occorrerà decidere quale tipo di processo si vorrà consegnare alle future generazioni e, soprattutto, chiedersi se siamo ancora capaci di guardare ai metavalori di ogni individuo oppure, "occorre che tutto cambi affinché nulla cambi"?
Questo è lo scenario in cui si articolerà la giornata di studio che vedrà la partecipazione: negli indirizzi di saluto del Rettore Uniba - Presidente Ordine Avvocati Trani - Direttore DEMDI - Presidente del Tribunale di Trani - Procuratore della Repubblica di Trani - Consiglio Nazionale Forense -
di Domenico Massano
Ristretti Orizzonti, 4 gennaio 2022
Anche nel 2021, nonostante la pandemia, all'interno della Casa di Reclusione ad Alta Sicurezza di Asti la Gazzetta Dentro è riuscita a portare avanti le sue pubblicazioni (con l'ultima ancora in bilico a causa della nuova diffusione dei contagi e la conseguente chiusura delle attività). Da alcuni anni mi occupo, come volontario, di questo particolare progetto editoriale finalizzato a dar voce alle persone detenute e realizzato nell'ambito delle attività dell'area trattamentale del carcere, grazie al contributo dell'Associazione Effatà.
Si tratta di un periodico frutto del lavoro di una Redazione cui partecipano persone ristrette e non (siamo circa una decina), distribuito principalmente all'interno della casa di Reclusione, ma la cui valenza comunicativa, grazie alla pubblicazione settimanale di alcuni articoli sulla Gazzetta d'Asti, si spera possa contribuire a creare un ponte fra carcere e comunità locale, due luoghi che, pur trovandosi nello stesso territorio, sembrano lontanissimi e sconosciuti.
Sebbene solo negli ultimi mesi del 2021 si sia potuti rientrare fisicamente nel carcere e riprendere le attività in presenza (anche se per una breve finestra temporale prima delle nuove chiusure), il percorso non si era fermato proseguendo a distanza con diverse modalità (on-line e telefoniche), dimostrando grandi capacità di resilienza e testimoniando l'importante investimento umano che accompagna questo impegno, come più volte rimandato nel corso delle riunioni di redazione o in articoli quali quello scritto da Guido: "sono circa due anni che lavoro presso la redazione "Gazzetta Dentro", ciò mi ha aiutato tantissimo, ... non solo scrivo articoli, ma costruisco anche lo stesso giornalino per poi distribuirlo nelle varie sezioni.
Tutto questo ha fatto sì che io ritrovassi quella fiducia e autostima in me stesso che mi è mancata per tanti lunghissimi anni". La testimonianza prosegue affiancando a questa dimensione più personale, una più specifica: "Un giornale qui dentro è il mezzo più efficace per raccogliere le nostre storie e i nostri pensieri per poi riproporli a questa società che spesso non sa, oppure non vuole sapere, che anche noi abbiamo il diritto alla dignità e al rispetto umano".
Il fatto che il progetto della Gazzetta Dentro non si rivolga solo all'interno del carcere ma trovi settimanalmente uno spazio esterno su un giornale locale, garantisce un'opportunità di grande valore conoscitivo e comunicativo non solo per chi lavora nella redazione, ma anche per l'intera comunità: "la pubblicazione di alcuni articoli sul quotidiano cittadino "Gazzetta d'Asti" ci permette di far comprendere alla società che qui dentro esistono delle "persone" non reati che camminano. In carcere ciò che maggiormente colpisce è la necessità manifestata da persone recluse come me di raccontarsi, di ricostruire la propria storia attraverso i propri vissuti, ... Diventa dunque in questa fase fondamentale il processo d'ascolto che voi (la società) attuate nei nostri confronti".
Nel corso del 2021 le parole hanno continuato ad attraversare le sbarre offrendo, tra i tanti argomenti trattati, anche uno sguardo "da dentro" sull'impatto della pandemia (tema nuovamente in primo piano vista la nuova ondata globale di contagi), che si può provare a riproporre, sinteticamente, attraverso alcuni brani degli articoli della "Gazzetta Dentro", fin dalla prima diffusione del virus all'interno del carcere descritta da Amedeo: "A metà di Marzo scoppia il caos dopo che un detenuto avverte dei dolori febbrili e, sottoposto al test rapido, viene trovato positivo. ... È sembrato di vivere in un campo di battaglia, che poi in fondo un po' lo è stato. ... Panico assoluto. ... Cercavamo uno nello sguardo dell'altro un'espressione di conforto per sostenerci, lo stesso cercavano i nostri cari nelle video chiamate che pensavano che per non farli preoccupare nascondessimo la verità".
Il periodo è stato particolarmente difficile soprattutto per chi, come Gerardo, era stato contagiato: "La solitudine, quando l'ho incontrata, anche per me è stata una prova difficile e me ne sono reso particolarmente conto quando sono stato colpito da questa brutta malattia denominata Covid-19".
Nella gestione della pandemia una criticità in particolare, peraltro ampiamente prevedibile, emergeva chiaramente nella riflessione di Salvatore sulla situazione nelle carceri italiane "in cui l'endemica condizione di sovraffollamento incide significativamente su tutto, ivi compreso il rispetto-non rispetto delle norme "anticovid", tra le tante la raccomandata distanza di sicurezza".
Riflessioni amare ma che, in relazione alla pandemia, rispecchiano non solo la realtà della Casa di Reclusione di Asti, in cui sono detenute circa 300 persone a fronte di una capienza regolamentare di 205 posti, ma anche quella complessiva degli istituti penitenziari italiani in cui un diffuso e cronico stato di sovraffollamento ha inevitabilmente avuto delle gravi conseguenze sull'intera comunità carceraria sia limitando o rendendo impossibile l'adozione di adeguate misure preventive, sia amplificando e acuendo problematiche preesistenti.
Sembra evidente che senza interventi strutturali (che non sono la costruzione di ulteriori penitenziari) e senza una nuova cultura della pena, difficilmente la condizione attuale potrà evolvere positivamente, come evidenziava Michele: "Sembra di essere rimasti ancorati alla nostra fatiscente cultura della pena. Non è necessario costruire nuove strutture carcerarie (aumentare la capienza penitenziaria significherebbe, infatti, soltanto favorire un maggior ricorso alla carcerazione). Le innovazioni da introdurre nel sistema di detenzione italiano (in coerenza con l'art. 27 della Costituzione) sono altre: una diversa cultura della pena (che non è solo detentiva), idee per la riabilitazione (e non per la segregazione), spazi adeguati per la dignità umana".
Voltaire riteneva che il grado di civiltà di un Paese si misurasse osservando la condizione delle sue carceri. In questa prospettiva, seppur sommessamente e con inevitabili criticità e ambiguità, anche nel 2021 il percorso condiviso con la "Gazzetta Dentro" ha rappresentato un piccolo spiraglio da cui provare a guardare in modo diverso non solo alla realtà carceraria ma alla società di cui tutti siamo parte. È stato un percorso fatto di parole e riflessioni che hanno continuato ad attraversare le sbarre per contribuire a costruire ponti, a tessere tenui fili relazionali e comunicativi tra persone e realtà differenti e, spesso, lontane ma appartenenti a un'unica comunità di vita. Un percorso che cercherà di proseguire anche in questo nuovo anno, nella speranza di tener viva quella ineludibile "dialettica tra noi e gli altri [in cui] si gioca la complessa dinamica che lega identità e convivenza".
(Nel 2021 hanno partecipato alla Redazione della Gazzetta Dentro: Gerardo, Gennaro, Ettore, Guido, Beppe, Domenico, Marinella, Amedeo, Salvatore, Michele).
di Donatella Di Cesare
La Stampa, 4 gennaio 2022
Si sa che la morte è un tema tabuizzato nello spazio pubblico. Se ne parla frettolosamente con un certo imbarazzo. Anche in questa pandemia, dove pure la morte incombe come mai, si usano cifre, schemi, tabelle. È già stato detto più volte, sottolineando i limiti di un'informazione non sempre all'altezza del compito, che i "deceduti del giorno" sono ridotti a un numero. In genere, però, questa denuncia punta l'indice contro la mancanza di rispetto verso coloro che non ci sono più. E giustamente. Ma la questione è più complessa e va al di là del rispetto etico. Questo modo asettico e anaffettivo di comunicare avalla un rapporto sbagliato con la morte a cui tutti purtroppo tendiamo. Qualcuno è morto - senza nome e senza volto. Perciò nessuno muore davvero. Semplicemente: si muore. Posso voltarmi dall'altra parte e proseguire la mia esistenza, perché tanto a me non tocca. La morte è respinta nel perenne non-ancora. Questo terribile equivoco ha oggi raggiunto con la pandemia apici inimmaginabili. D'altronde non vediamo funerali e raramente sentiamo parole di congedo.
Ed ecco un effetto inquietante di questa rimozione che si innesta e si potenzia nel negazionismo del Covid: i No Vax che vanno a morire nelle corsie degli ospedali e nelle terapie intensive. I primi episodi potevano ancora passare per eccezioni. Ma ormai i casi si moltiplicano e il fenomeno, che appare in tutta dirompenza, lascia sgomenti. Anzitutto i medici, ai quali viene chiesto di farsi indietro, di non ricorrere all'intubazione, perché sarebbe dannosa, né tanto meno alla trasfusione, perché potrebbe contenere sangue dei vaccinati. "Il mio corpo deve essere preservato dall'alterazione a cui vorreste sottoporlo con le vostre cure", questo in sintesi il convincimento dei No Vax. Alcuni arrivano al pronto soccorso persino con la lettera di un avvocato in borsa per diffidare gli operatori sanitari, per far sì che non intervengano. Un affronto inconcepibile per la medicina, che da sempre lotta per la vita e che oggi è messa a dura prova. Non era mai successo: chiedere chiedendo ai medici, in fondo, di lasciar morire il paziente. Giungere a rifiutare l'ossigeno, quando già non si respira più. E alla fine morire.
L'angoscia che queste morti suscitano dovrebbe suggerire di usare toni diversi dal solito sarcasmo, dalla derisione o dalla condanna. Fino a ieri potevamo denunciare i danni che i non vaccinati producono nella comunità. Oggi dobbiamo, con profonda tristezza, riflettere sui danni che infliggono a se stessi. E in questa riflessione è inevitabile la domanda sulla responsabilità. Chi dovrebbe rispondere di queste morti? Chi ne porta il peso? La lista è lunga. Va dai politici che sin dall'inizio hanno sminuito la pandemia scagliandosi contro i "terroristi" che infonderebbero inutilmente paura, ai molti raggiratori di cui pullula ormai lo spazio pubblico, quelli che hanno trovato cinicamente nella pandemia l'occasione per un po' di visibilità. Ma di questa lista fanno parte anche coloro che, magari in buona fede, non si sono resi conto dell'enorme peso delle proprie parole. In questo caso non si trattava infatti - e non si tratta - di scegliere un partito anziché un altro, di difendere un'idea anziché un'altra. In ballo c'è la vita, e c'è chi la perde.
È più semplice rimuovere e ben più difficile richiamare al dramma che stiamo vivendo. Una politica responsabile, un'informazione seria aiutano a comprendere per tempo i rischi e ad affrontarli in modo consapevole. Ben prima dell'ultima tappa nella terapia intensiva.
di Giovanni Maria Flick
Il Dubbio, 4 gennaio 2022
Riportiamo di seguito la prima parte della relazione svolta da Giovanni Maria Flick, presidente emerito della Corte costituzionale, al 70° Congresso di studio dell'Unione Giuristi Cattolici Italiani dal titolo "Gli ultimi. La tutela giuridica dei soggetti deboli". Il Congresso si è tenuto a Roma lo scorso 9 dicembre. Nel pronunciare il suo discorso, Flick ha intessuto un dialogo continuo con l'altro prestigiosissimo relatore intervenuto, il giudice costituzionale Giuliano Amato. Sul Dubbio di domani pubblicheremo la seconda parte della relazione.
Non ho molto da dire se non ricordare alcuni slogan del momento in cui viviamo, uno dei quali ad esempio è lo slogan "usa e getta". Il mercato, il profitto, un qualcosa che è molto lontano da ciò che ci ha spiegato nella sua relazione Giuliano Amato e che tutti condividiamo. La pandemia è stato uno stress-test sulla convivenza che ha aperto molti interrogativi e molte perplessità. Non ha causato, perché c'erano già, ma ha rafforzato ed enfatizzato una serie di diseguaglianze che sono l'esatto contrario di ciò che ci dicono il Vangelo e la Costituzione italiana.Una delle prime domande che mi pongo in relazione al tema del congresso è sulla bocca di tutti. Non posso pormela per il Vangelo perché sono convinto che certamente è ancora attuale; posso e devo pormela invece per la Costituzione: è ancora attuale? Rispetto all'età di quest'ultima, ai suoi problemi, alle sue lacune, a ciò che manca in essa, molto è stato detto dal professor Amato. La sua elencazione dei diritti dei deboli dimostra però che la Costituzione è fortemente presente in questo campo, alla luce della serie di principi e di articoli che sono stati richiamati nella sua relazione.
Il problema allora non è se la Costituzione è attuale; è che la Costituzione non è attuata. Una cosa molto diversa e forse più preoccupante. Secondo la saggezza del Libro dei libri, della Bibbia, della Genesi, ci stiamo avviando al secondo diluvio universale. Ne abbiamo purtroppo sottomano avvisaglie molto forti; accentuerà ancora di più le diseguaglianze che già oggi ci sono perché il nuovo diluvio universale nasce dal problema della lotta tra l'uomo e l'ambiente. Abbiamo cominciato ad avvertirne il pericolo per la nostra sopravvivenza e la paura che ci potrà essere per il futuro. Non abbiamo però avvertito un altro rischio altrettanto forte e altrettanto grave; per continuare ad usare i riferimenti della Bibbia è il problema della torre di Babele. Per valutare l'entità di quel rischio è sufficiente ricordare il percorso rapido, sconvolgente e incredibile, dalla informazione all'informatica; o tener presente il fatto che mentre prima era il diritto a creare il linguaggio, ora al contrario è il nuovo linguaggio digitale a creare il diritto; o valutare la frattura che si sta creando con il digital divide.
Credo e temo che ci stiamo avviando verso una nuova torre di Babele, attraverso una situazione in cui (più prima che dopo) il linguaggio criptico e per pochi eletti della digitalizzazione inevitabile - pur con tutti i vantaggi enormi che essa ci ha dato nel presente e ci ha promesso per il futuro - finirà per riproporci la stessa situazione che capitò ai nostri progenitori che nella piana di Ur stavano realizzando una torre destinata ad arrivare fino al cielo: la torre di Babele. Ad essa seguì per volontà del Padreterno la incomunicabilità fra gli uomini e la loro diaspora. Intravedo questo negli orientamenti che mi sembra di cogliere nell'evoluzione dei social e dei padroni del web - un tempo si diceva i "baroni ladri", con riferimento ai protagonisti delle ferrovie che unirono le due parti occidentale ed orientale degli Stati Uniti - e nella prospettiva di nuove rotte e nuovi traguardi cui essi stanno già pensando.
C'è chi pensa - non ho capito se per sfuggire ad un eventuale default - alla creazione di un mondo completamente virtuale, in cui appartarsi e vivere in una bolla di illusioni grazie agli occhiali miracolosi del "metaverso". C'è chi pensa alla realizzazione di una nuova umanità planetaria lasciando questa terra che dovrebbe rimanere solo più un deposito di rifiuti derivanti dal principio "usa e getta". C'è chi pensa al post-umano, cioè ad un dialogo tra l'uomo e la macchina in cui non sarà più l'uomo a governare la macchina, ma rischiamo che sia la macchina con la sua capacità a governare l'uomo. È una provocazione vivere in un mondo nel quale Facebook mi dice chi sono, Google mi dice cosa penso, Amazon mi dice cosa voglio. È una provocazione preoccupante quella di chi propone di dare un premio Nobel a un calcolatore di recentissima progettazione, di dimensioni di capacità di calcolo immani. È un'altra provocazione quella della progettazione di un calcolatore la cui potenza di calcolo è inimmaginabile per noi. È una provocazione quella di chi - attraverso un approfondimento ulteriore dello studio di quelle che un tempo erano considerate le neuroscienze - immagina già un dialogo tra l'uomo e la macchina che consenta di cambiare dei pezzi di uomo con i pezzi della macchina, a cominciare dalla telecamera al posto dell'occhio. Si pensa addirittura di arrivare ad un dialogo uomo/macchina che non richiede più il ricorso al linguaggio; basterà lo sguardo, basterà il battito di ciglia. Temo che tutto questo - se non ci riflettiamo e se non riusciamo a elaborare delle regole efficaci ed adeguate per raggiungere un equilibrio tra scienza ed etica, tra strumenti e valori, tra diritti e morale - possa diventare un problema molto forte per il futuro dell'umanità e della convivenza.
Ho recentemente tentato di compiere una verifica per valutare se la Costituzione non è più attuale o più semplicemente non è attuata. Una verifica sul concetto di dignità, nella quale condivido pienamente ciò che hanno detto il professor Amato nella sua relazione e la Corte costituzionale più volte. Sono sempre più convinto che l'accusa di inattualità cerchi di nascondere l'alibi della mancata attuazione della Costituzione da parte di tutti noi, politici, economisti, uomini di cultura e giuristi in prima fila.È un discorso che preoccupa perché basta pensare ad esempio allo sviluppo abnorme della città. Amato parlava dell'incendio nelle baracche. Due o tre anni fa è bruciata la guglia di Notre Dame: una vicenda triste; però per fortuna era una guglia dell'ottocento, si è potuto ricostruirla. Il mondo intero si è appassionato, ha promesso soldi che poi non ha mai dato (ma questo è un altro discorso) e ne hanno parlato tutti i media. Negli stessi giorni è bruciata una baraccopoli vicino a Foggia. Una cronaca drammatica che si ripropone quotidianamente come quella della morte nel cimitero del Mediterraneo. La mattina dopo spazzando le ceneri si sono trovati i resti di un migrante clandestino raccoglitore di pomodori. Nessuno ne ha parlato.
Certo non si conosceva quell'episodio se non a livello locale, ma viviamo in un mondo così attento alle chat, al pettegolezzo, alle discussioni profonde sui vax e sui no-vax, che però non coglie più realtà come quelle di chi muore mentre raccoglie i pomodori; o di chi muore nelle baracche cercando di riscaldarsi la notte dopo aver raccolto i pomodori; o di chi muore annegato mentre cerca di raggiungere e conquistare il posto di raccoglitore dei pomodori. C'è qualcosa che non funziona in questo sistema. La città è l'emblema paradigmatico della meraviglia e della tecnologia, ma anche dei rischi della tecnologia. Ci stiamo illudendo che la tecnologia sia la bacchetta magica, che l'algoritmo e la digitalizzazione possano risolvere tutti i problemi della città con la smart city o la città "in un quarto d'ora". In realtà però rimangono aperti tutti i problemi di una convivenza nella megalopoli urbana. In essa, la cosiddetta "città giusta" è rimasta un'utopia; le città adesso sono ridotte a ghetti dei ricchi che si fronteggiano con i ghetti dei poveri.
La città non è più quella indicata dalla Costituzione come formazione sociale ove si svolge la personalità dell'uomo attraverso il rispetto dei diritti inviolabili e dei doveri inderogabili. È piuttosto una realtà di convivenza in nome del commercio, del profitto e/o della sicurezza (spesso illusoria); o di convivenza in nome del potere, della burocrazia, del conflitto di competenze. Poi arriva la pandemia, con la sua falce che porta via tutti. Solo adesso cominciamo - questa mi pare una speranza per il futuro - a renderci conto che non usciremo dalla pandemia se non "salviamo l'Africa".
Perché salvare l'Africa? Perché altrimenti è perfettamente inutile continuare a produrre vaccini che proteggano le nostre fortezze del benessere; il virus ha trovato la strada per diventare un fenomeno globale che ci coinvolge tutti.Qualche volta viene da pensare ai fuggiaschi ebrei dall'Egitto quando, dopo aver attraversato il Mar Rosso, stavano percorrendo con fatica, con noia, con ansia il deserto per arrivare alla Terra promessa. Non ne potevano più e approfittarono dell'assenza di Mosè, che era salito sul monte Sinai a prendere le tavole della legge, per costruirsi un vitello d'oro.
Noi adesso al vitello d'oro stiamo sostituendo l'algoritmo d'oro: cioè il modo di affrontare i problemi della vita solo ed esclusivamente attraverso una logica di calcolo. È un calcolo meraviglioso, quasi infinito nelle sue potenzialità; però la realtà rimane in tutta la sua drammaticità; è come la storia del mitico re Mida che era felice di trasformare in oro quello che toccava fino a quando si accorse (quasi subito) che non poteva più portare il cibo alla bocca. Tanto è vero che - arrivando alla conclusione di un percorso in cui mi sono occupato soprattutto di diritto - vedo con qualche perplessità e preoccupazione il valore mitico attribuito alla digitalizzazione nella progettazione del piano del recovering in vista degli aiuti finanziari europei. Ci illudiamo veramente che le risorse della digitalizzazione - che pure è assolutamente necessaria - saranno sufficienti a risolvere i problemi della giustizia? Oppure arriveremo prima o dopo ad una giustizia di tipo predittivo che ha molto poco di predittivo perché è una giustizia sistemata soltanto con la selezione dei precedenti e con la profilazione per impostare l'algoritmo relativo ai suoi destinatari: una giustizia gestita in realtà prima da praticanti avventizi nell'ufficio del giudice e destinata poi inevitabilmente a risolversi in una giustizia robotica? Questo mi preoccupa.
Ecco perché considero lo stress-test della pandemia estremamente importante e perché vorrei sottolineare nella riflessione del collega Amato un altro elemento: l'insegnamento proposto dall'articolo 9 della Costituzione. Intendo riferirmi alla riscoperta di uno dei principi fondamentali di essa. L'articolo 9 - nel suo riferimento alla tutela del patrimonio storico-artistico da un lato e alla tutela del paesaggio dall'altro lato, non più inteso in senso solo estetico ma in senso globale come ambiente - si occupa del rapporto tra l'uomo e la natura. Questo rapporto tra passato e futuro è mediato e comprensibile soltanto attraverso la cultura. Il primo comma dell'articolo 9 richiama lo sviluppo della cultura; il secondo comma ammonisce di pensare al passato quando si deve progettare il futuro, perché senza passato non ci può essere futuro. Credo che questo avvertimento sia importante nel momento in cui - riprendendo quello che ha detto Amato - si colleghino il Vangelo e il magistero della Chiesa sul tema dei diritti fondamentali nella convivenza alla Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo e alla Costituzione del nostro Paese.
Siamo usciti da una catastrofe che non credevamo fosse possibile. La seconda guerra mondiale o meglio la prosecuzione e con essa la fine tragica della prima guerra mondiale è stata caratterizzata dalla Shoah, dalle armi di distruzione di massa, dal coinvolgimento delle popolazioni civili. Adesso si fa la guerra in altro modo, a distanza attraverso la tecnologia, con i droni. Abbiamo eliminato i filtri e le convenzioni del diritto sulla e nella guerra, ammesso che di filtri si trattasse. Ricordo accanto a questo che ci eravamo illusi di essere una società civile. Sono state abolite la pena di morte - penso a Cesare Beccaria - e la tortura; però in diversi paesi la pena di morte sopravvive e abbiamo scoperto che la tortura si può continuare a fare se pure entro certi limiti. E la si fa e la si pratica anche nel nostro civilissimo paese. Penso al G20, alle caserme di Bolzaneto. Penso alla vicenda emblematica di Stefano Cucchi e di molti altri anche in questi giorni. Penso a che cosa è capitato a Santa Maria Capua Vetere e in molti altre carceri quando si è vissuto all'interno di quelle carceri lo stress-test della pandemia. Infine la pena di morte è stata sostituita dal terrorismo su larga scala.
Questo discorso mi fa pensare che non abbiamo valutato a sufficienza i rischi, i pericoli che affiancano gli enormi vantaggi della globalizzazione. Abbiamo trasformato o ci siamo illusi di poter trasformare il cittadino in un consumatore "usa e getta"; abbiamo emarginato prima con l'assuefazione, poi con metodi più energici i "diversi". Quelli che non vanno bene alla società del benessere; quelli che non vanno bene alla società e al modo di vivere cui siamo abituati in un contesto che anche nella economia e nella finanza è riuscito a combinare i peggiori pasticci attraverso la finanza virtuale e attraverso le crisi che si ripetono a partire dal 2008 e sono aggravate dalle conseguenze della pandemia.
Tutto questo lo ha ricordato recentemente - lo diceva nella sua relazione Amato e la nostra Corte aveva cominciato a fare qualche accenno in questo senso - una sentenza del Tribunale federale tedesco del marzo scorso. Si è cercato di inverare con essa una massima di estrema saggezza che mi pare era di De Gasperi: "L'uomo di Stato pensa alle prossime generazioni. Il politico pensa alle prossime elezioni". Anche se è vero che per poter pensare alle prossime generazioni bisogna prima cercare di vincere le prossime elezioni. Ecco perché credo che a questo punto sia estremamente importante rivalutare sotto questo profilo l'articolo 9 della Costituzione.
È la norma che con chiarezza - con la stessa chiarezza di altre norme che ci ha ricordato il collega, maestro della Costituzione - ci dimostra l'importanza di non elevare a sistema quel presentismo che è il modo con cui noi oggi invece affrontiamo la politica, l'economia, la vita sociale e tutto il resto. Passato? Non c'ero, perciò non ne rispondo. Futuro? Chi saranno e chi sono oggi i soggetti titolati a rappresentare il futuro? C'è un amministratore di sostegno dei nostri nipoti e dei nostri pronipoti? Non mi pare.Il problema è questo. La ricerca di un equilibrio tra diritti, valori e interessi contrapposti ha bisogno di un intervento come quello che a mio avviso la Corte costituzionale ha cercato e tuttora cerca di proporre. Considero per me positiva soprattutto l'esperienza dei nove anni alla Corte, nella ricerca collegiale di un equilibrio tra valori diversi che altrimenti possono confliggere. Penso alle sentenze con cui ad esempio la nostra Corte si è occupata della vicenda dell'Ilva, cercando di coordinare, di mettere in equilibrio il diritto alla salute, il diritto all'ambiente e il diritto al lavoro; e non è poco.
Credo che questo discorso sia fondamentale: cercare di dare un minimo di concretezza a quelle che sono le situazioni più vistose delle diseguaglianze dei più deboli, che la Costituzione ci impone di tutelare in modo particolare. Penso ad esempio al dibattito sul fine vita senza ancora una soluzione; allo scontro tra intolleranti dall'una e dall'altra parte per giungere ad assicurare ai più fragili e sofferenti il diritto di morire con dignità; alla ricerca di un equilibrio in una società laica e pluralista come la nostra, da parte della Corte e finalmente ora anche da parte del legislatore.
di Vanessa Pallucchi*
Corriere della Sera, 4 gennaio 2022
Un mondo fatto da 350mila associazioni ha chiuso il 2021 con gli elogi del premier Draghi e del presidente Mattarella: "Ma la legge di bilancio 2022 va in direzione opposta e non solo per l'obbligo Iva, sospeso ma non cancellato, bensì per tutti gli altri emendamenti bocciati. Ora serve davvero un cambio di passo, le parole non bastano più".
In un anno, il 2021, nel quale l'onda lunga della pandemia si è abbattuta su tante iniziative legate alla socialità, la cultura, l'educazione, il Terzo Settore ha continuato a rappresentare un importante fattore di tenuta sociale del Paese con l'attività delle sue 350mila associazioni. Per questo motivo il nostro mondo ha ricevuto più volte parole di apprezzamento da molti esponenti politici, compreso il presidente del Consiglio Mario Draghi. Anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, nel suo discorso di fine anno, ha elogiato l'opera di chi si impegna nel volontariato.
Tuttavia, a fronte di questi elogi, nella realtà delle scelte politiche non vediamo ancora quel grande cambio di passo, quell'investimento deciso a sostegno del Terzo Settore, che noi chiediamo da tempo. Anzi, la legge di bilancio 2022 ci pare vada in direzione opposta. Non soltanto, infatti, ha inserito l'obbligo Iva, fortunatamente sospeso per due anni, per le associazioni che non svolgono attività commerciale: soprattutto, non contiene alcuni importanti provvedimenti attesi da tempo da tutto il Terzo Settore. Mi riferisco al sostegno straordinario per le associazioni di volontariato e quelle di promozione sociale, alla mancata esenzione dall'Irap, e alle modifiche alle norme fiscali per gli enti associativi, senza le quali migliaia di Enti del Terzo Settore rimangono in una condizione di incertezza proprio nel momento in cui si apre il percorso di adesione al nuovo registro unico Runts. Gli emendamenti che contenevano tali provvedimenti sono stati tutti respinti dal Governo.
Noi ci aspettiamo che quel cambio di passo avvenga nel 2022: questo è il nostro appello al premier, affinché convochi al più presto la cabina di regia interministeriale sul Terzo settore, prevista dalla legge. I punti fondamentali da affrontare sono tre: attuare compiutamente la Riforma del Terzo settore, dunque definire anche un assetto fiscale funzionale allo sviluppo degli Ets; riconoscere nel Pnrr, dopo l'evidente disattenzione che abbiamo visto nei primi bandi, il ruolo del Terzo Settore e delle sue competenze nel campo dell'innovazione sociale; investire di più sull'economia sociale, che può rappresentare uno straordinario volano di sviluppo e di innovazione per il nostro paese.
Nel futuro, prossimo e non, ci sarà sempre più bisogno di solidarietà, di contrasto alle disuguaglianze e alle povertà vecchie e nuove: ed è proprio il terreno in cui opera il Terzo Settore, che agisce da sempre nell'aiuto alle persone più fragili, per lo sviluppo delle nostre comunità. In questa sfida noi ci stiamo: ma chiediamo di uscire dalla retorica per passare a fatti concreti.
*Portavoce Forum Terzo settore
di Pierfrancesco Curzi
Il Fatto Quotidiano, 4 gennaio 2022
Asgi: "Violato diritto alla protezione". Di uno dei giornalisti il Fatto.it aveva raccontato la storia nei mesi scorsi. Dopo un difficile trasferimento in Pakistan, quando le frontiere erano già serrate, i due giovani reporter avevano ottenuto l'ok per la concessione del visto umanitario, ma il ministero ha bloccato tutto. Adesso l'Associazione per gli studi giuridici sull'immigrazione che segue il loro caso presenterà un nuovo ricorso.
I giornalisti afghani sono pronti a essere accolti in Italia dopo la fuga dal Paese di nuovo nelle mani dei Talebani, ma un cavillo fa slittare la procedura. Il Tribunale di Roma, il 21 dicembre scorso, ha emesso una pronuncia con cui ordinava il rilascio di un visto umanitario per due reporter operativi in Afghanistan, ma quando anche l'ultimo dettaglio sembrava risolto è arrivato il veto della Farnesina.
La vicenda, sotto il profilo giudiziario, è stata seguita dall'Asgi, l'Associazione per gli studi giuridici sull'immigrazione: "Inaccettabile la mancanza di rispetto del diritto alla protezione - attacca l'avvocata Nazzarena Zorzella che ha seguito il caso dall'inizio - Come ha affermato il Tribunale di Roma, è dovere del giudice riconoscere il diritto all'ingresso in Italia per avere protezione di fronte al rischio di grave compromissione dei diritti umani. Un diritto che non può essere condizionato in alcun modo, con l'unica eccezione dei controlli di sicurezza ordinariamente svolti dallo Stato. Il comportamento del ministero denota una evidente resistenza al rispetto dei diritti fondamentali della persona, in contrasto con gli obblighi costituzionali che per primo dovrebbe rispettare. La battaglia certamente continuerà ma non farà onore allo Stato italiano".
Di uno dei giornalisti il Fatto.it aveva raccontato la storia. In particolare l'accorato appello per essere aiutato a lasciare definitivamente l'Afghanistan a causa dei rischi legati alla sua professione. Con lui adesso c'è la sorella, anch'essa giornalista, in fuga verso la salvezza. In questa fase, visti gli ostacoli posti dal ministero degli Esteri, decidiamo di mantenere occultate le loro generalità, in attesa di novità sotto il profilo giuridico.
Il ritorno al potere degli Studenti Coranici l'agosto scorso ha messo in serio pericolo molti collaboratori dei contingenti internazionali della Nato, delle ambasciate e tutti i professionisti in qualche modo 'non graditi' all'Emirato Islamico. Tra questi anche i due protagonisti di questa storia. Al momento del primo contatto, i due giornalisti si trovavano ancora in Afghanistan, a Kabul. Nel momento in cui Asgi, attraverso una persona garante della loro accoglienza in Italia, ha avviato la pratica giuridica per l'ottenimento del visto per motivi umanitari, è iniziata una corsa contro il tempo. Entro i primi giorni di dicembre i due dovevano necessariamente essere entrati in Pakistan per prendere contatti con la nostra ambasciata. A differenza di quanto accadeva nelle prime settimane successive alla fuga dell'Occidente, da novembre passare il confine è diventato impossibile a livello ufficiale e molto rischioso in generale.
I due giovani hanno prima tentato la via della frontiera attraverso il famigerato Khyber Pass, senza fortuna. Un viaggio impervio e drammatico per certi versi ha consentito loro l'ingresso in Pakistan molto più a sud, nella zona tra Kandahar e Quetta, per poi risalire verso Islamabad, la capitale pakistana, sede dell'ambasciata italiana. Quando il 21 dicembre scorso il Tribunale di Roma ha accolto il ricorso proposto dei due giovani giornalisti, attraverso Asgi, ordinando all'Italia di rilasciare loro i visti umanitari, la vicenda sembrava potersi chiudere con un lieto fine. Il ricorso, infatti, era stato preceduto da una richiesta formale al ministero per gli Affari Esteri in cui si era evidenziato il concreto pericolo a cui erano esposti i due giovani.
La Farnesina, però, non ha mai risposto, rendendo necessaria la proposizione del ricorso d'urgenza riconosciuto dal Tribunale romano: "Nonostante la chiarezza dell'ordine giudiziale - aggiunge l'avvocato Zorzella - il ministero per gli Affari Esteri e la Cooperazione Internazionale sta opponendo una strenua quanto inaccettabile resistenza. Da una parte proponendo ai ricorrenti di entrare a far parte dei corridoi umanitari, che ancora devono essere attivati, con tempi lunghi e indefiniti, dall'altra chiedendo di dimostrare con idonea documentazione il percorso di accoglienza e integrazione in Italia con adeguata copertura finanziaria. Pretese inaccettabili".
La vicenda comunque non è chiusa. Asgi ha fatto sapere di non avere intenzione di mollare: "Ho già depositato un nuovo ricorso, sempre al Tribunale, per sbloccare la vicenda in cui cercherò di rendere impossibile la creazione di ulteriori ostacoli - conclude l'avvocato - La sentenza dovrebbe arrivare entro il 13 o al massimo il 14 gennaio, per fortuna in tempi decenti. Speriamo piuttosto che venga accolto. Il concetto di base è molto semplice, se la pubblica amministrazione riceve un ordine lo deve eseguire. È quanto mi aspetto dal ministero degli Esteri".
di Pierfrancesco Curzi
Il Fatto Quotidiano, 4 gennaio 2022
Lo hanno reso noto Pechino insieme a Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna e Russia in una dichiarazione congiunta in vista della conferenza sul Trattato di non proliferazione (Tnp). I firmatari ribadiscono la loro "determinazione a rispettare, in particolare, gli obblighi dell'articolo VI di 'proseguire in buona fede negoziati su misure efficaci relativi alla cessazione della corsa agli armamenti atomici al più presto e al disarmo e su un trattato di disarmo generale e completo sotto un controllo internazionale stretto ed efficace'"
I cinque paesi membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell'Onu - Cina, Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna e Russia - hanno ribadito l'impegno a "prevenire l'ulteriore diffusione" delle armi nucleari. In una dichiarazione congiunta in vista della conferenza sul Trattato di non proliferazione (Tnp), i cinque paesi sottolineano la loro volontà di "lavorare con tutti gli Stati per compiere ulteriori progressi sul disarmo, con l'obiettivo di un mondo libero dalle armi nucleari". "Affermiamo - scrivono i paesi del Consiglio di sicurezza - che una guerra nucleare non può essere vinta e non deve mai verificarsi. Viste le conseguenze di grande ampiezza che avrebbe l'impiego di armi nucleari, affermiamo anche - continua il comunicato diffuso da Parigi - che esse, fin quando esistono, devono servire a scopi difensivi, di dissuasione e prevenzione della guerra. Siamo fermamente convinti della necessità di prevenire la proliferazione di queste armi". I firmatari ribadiscono in particolare la loro "determinazione a rispettare gli obblighi del Trattato sulla non proliferazione (Tnp), in particolare quello che figura nell'articolo VI di "proseguire in buona fede negoziati su misure efficaci relativi alla cessazione della corsa agli armamenti nucleari al più presto e al disarmo nucleare e su un trattato di disarmo generale e completo sotto un controllo internazionale stretto ed efficace".
La dichiarazione è stata accolta positivamente dalle associazioni internazionali che da decenni si battono per il disarmo, anche se in molti sottolineano come sarebbe giunto il tempo per andare oltre le parole, viste le ingenti risorse che Paesi come Usa, Cina e Russia continuano a stanziare per alimentare i propri arsenali con armi sempre più potenti. Proprio la Cina, all'indomani del comunicato congiunto, ha annunciato che continuerà a "modernizzare" il suo arsenale nucleare "per questioni di affidabilità e sicurezza" ed ha invitato Stati Uniti e Russia a ridurre le loro scorte. "Gli Stati Uniti e la Russia possiedono ancora il 90% delle testate nucleari del pianeta. Devono ridurre il loro arsenale nucleare in modo irreversibile e legalmente vincolante", ha detto Fu Cong, direttore generale del dipartimento per il controllo degli armamenti cinese.
di Gianluca Nicoletti
La Stampa, 4 gennaio 2022
Dopo il caso del bimbo affogato a due anni dalla madre, "convinta che fosse autistico". Una madre ha annegato il suo piccolo perché non tollerava l'idea che potesse avere un cervello fuori standard. Sembra che nessun medico le avesse consegnato una diagnosi di neurodiversità, eppure il solo supporre che, nella testa di quel figlioletto di due anni e mezzo, qualcosa non fosse nella norma, è bastato a quella donna per eseguire una sentenza di morte.
È sintomo di una profonda incapacità di gestire, con strumenti moderni, l'arcaico pregiudizio di cui è intriso il possibile disallineamento mentale di un proprio congiunto. In tempi molto meno remoti di quello che si possa credere, qualora ci si trovasse a dover fare i conti con un figlio che, si capiva, non avrebbe proprio posseduto la percentuale minima di senno richiesta per non dare nell'occhio, si faceva internare in tutta fretta il più lontano possibile da casa, dove sarebbe restato per tutto il resto della sua vita. Non era raro che la famiglia inscenasse persino un finto funerale, unico suggello socialmente accettabile a quell'onta che avrebbe gettato, su tutta la stirpe, il sospetto di un "sangue malato".
Per questo il fatto di Torre del Greco non è solo il dramma di una famiglia, è rivelatore di una ben più estesa lacuna culturale, spesso difficile da individuare, perché circoscritta alla sola difficoltà di elaborare, in maniera "civilizzata", la più indicibile delle possibili disabilità, che è quella mentale. Ho avuto più di un segnale di quanto siamo ancora attraversati da un limaccioso retro pensiero, ignorante e superstizioso; un residuo del vecchio mondo che, nonostante le belle apparenze e la brillantezza dell'argomentare, contamina persino chi ha il privilegio di una forte presenza nei media.
Non conto più le volte che, anche da illustri opinionisti, mi sia sentito dare dell'incapace di cogliere l'ironia, quando mi sono permesso di segnalare il loro uso incivile di termini come "bambino ritardato" o "autistico" e persino "mongoloide", intesi come categoria dispregiativa per evidenziare la scarsa attitudine alla giusta comprensione della realtà, da parte di loro antagonisti ideologici. Per quanto possa essere a tanti fastidioso, il nostro progredire evolutivo è generato da un pensiero definito, anche con disprezzo, "politicamente corretto". È la miglior definizione del nostro esserci alleggeriti da molti pregiudizi capaci di scatenare sofferenza, anche se sicuramente evoca distorsioni e forzature ipocrite, quando se ne abusa come dogma.
In realtà il "cervello ribelle" è ancora assai più ostico a digerire per il cripto benpensante di quanto lo sia il diverso comportamento sessuale e affettivo, la diversa provenienza geografica, il diverso colore della pelle. Fa paura perché quasi tutti abbiamo il sospetto di essere noi stessi, o avere in famiglia, portatori occulti di qualcuno di quei segnali, che potrebbero fare di un essere umano libero, un individuo che una gran parte della collettività, anche se non lo dice apertamente, ancora preferirebbe "rinchiuso al sicuro". Ammetterlo è duro, sarà più facile per tutti pensare che tutto il problema dell'inaccettabile diversità mentale stia solo in quella mamma affogatrice. Per stare tranquilli basta convincerci di essere parte della società dei savi, solo così nulla avremo da rimproverarci.
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