di Attilio Bolzoni
Il Domani, 4 gennaio 2022
Dopo ogni emergenza le organizzazioni mafiose hanno lucrato sfruttando i business del momento: dai terremoti alle alluvioni. In fin dei conti non danno troppo fastidio. Perché non ci sono morti per le strade, non c'è allarme sociale, non ci sono problemi di ordine pubblico. Il punto è proprio questo: le mafie come problema di ordine pubblico. Così le ha sempre considerate lo stato italiano. Oggi quel problema non c'è e di conseguenza non ci sono neanche le mafie.
Nulla di inedito, un secolo e passa di storia del nostro paese racconta che sono cattive e pericolose solo quando sparano, quando si manifestano all'esterno con la violenza delle armi. E siccome è calato il silenzio, l'Italia può continuare a convivere senza vergogna con il suo male più nascosto. Anche in tempi di emergenza, soprattutto in tempi di emergenza come questi sconvolti dalla pandemia che tanta altra ricchezza porterà alle organizzazioni criminali.
L'assalto non è ancora partito ma loro sono già lì in agguato, pronte a tuffarsi in quel fiume di denaro che arriverà con il Piano nazionale di ripresa e resilienza. Tutti ne parlano - ministri dell'Interno e della Giustizia, procuratori nazionali antimafia, i capi dei reparti investigativi di eccellenza - tutti avvertono del rischio dell'aggressione ma devono misurarsi con mafie coperte (come lo sono sempre state dalla loro origine, a parte i sanguinosi anni dei Corleonesi) e quasi invisibili.
Perché c'è un dato che si dimentica sempre: le mafie se non le cerchi non le trovi. Ed è da un po' che nessuno le cerca per davvero. Governo dopo governo va di moda fare la mossa, il gesto, letteralmente iniziare il movimento senza portarlo a termine. Si preferisce e conviene colpire il crimine più brutale, che disturba, che fa rumore. Quella che una volta veniva definita "alta mafia" per i suoi rapporti con la politica e il mondo degli affari è al riparo, più il ricordo delle stragi si fa lontano al di là della retorica e più l'"alta mafia" è impalpabile, sfuggente.
Protetta dalla stanchezza o dall'indifferenza dell'opinione pubblica, da un'antimafia sociale sgonfia o imbrattata, da una riforma della giustizia che non è al passo con le sfide che richiedono le mafie contemporanee. La "lotta alla mafia" è sempre più di frequente un proclama, una scatola vuota, è quella fotografia che ritrae insieme sorridenti Falcone e Borsellino e che viene agitata come un santino. Il crimine è tornato statistica.
Negli ultimi giorni dell'anno che ci siamo lasciati alle spalle, il Dipartimento della Pubblica Sicurezza del ministero dell'Interno ci ha informato sul bilancio del 2021. Da gennaio a fine novembre sono stati catturati 1343 latitanti, di cui 705 ricercati da autorità giudiziarie italiane in ben 51 paesi. Il 16,2 per cento dei soggetti è stato arrestato in Romania, il 13,9 per cento in Spagna, il 12,3 per cento in Germania, il 10,5 per cento in Francia.
Numeri sicuramente importanti ma freddi, che dicono tutto e niente. Comunque nella lista del Viminale, dopo ventinove anni, manca ancora il nome che più di altri doveva essere presente nel lungo elenco: Matteo Messina Denaro, il padrino che custodisce i segreti delle bombe che hanno ucciso i giudici Falcone e Borsellino. Il boss è fuori dagli indici e dai grafici, su di lui si possono fare solo fantasiose stime sul tempo che ci vorrà per prenderlo. Un giorno? Una settimana? Altri ventinove anni?
Sono cifre che spiegano e non spiegano. Nonostante la grave crisi sanitaria ed economica generata dal Covid, il numero di imprese registrate alle Camere di Commercio lombarde negli ultimi dodici mesi è sensibilmente aumentato. Miracoli o forse qualcos'altro? Le calamità naturali, i terremoti, le grandi opere, i disastri provocati dall'incuria o dall'ingordigia sono occasioni che le mafie non si sono mai lasciate sfuggire. Quando sentono l'odore dei soldi si avventano. Esattamente vent'anni fa, durante il secondo governo Berlusconi, sembrava che da un momento all'altro la Sicilia non sarebbe stata più un'isola e il famoso Ponte avrebbe finalmente unito le due regioni e pure le due mafie, Cosa Nostra e 'Ndrangheta. Ed ecco che alla Camera di Commercio di Messina si sono all'improvviso registrate centinaia di società, per lo più teste di ponte provenienti dalla provincia di Agrigento o da Palermo e dalla Locride o dalla Piana di Gioia Tauro, tutte accorse sulle due rive dello Stretto per sedersi intorno alla tavola. Imprese di movimento terra, di bitumi e calcestruzzi, di autotrasporti. Andrà a finire così anche con il Pnrr.
Ma non ce ne accorgeremo subito, le mafie non si scopriranno fino a quando i riflettori saranno accesi, fino a quando ci sarà un po' di attenzione sui fondi europei che inonderanno l'Italia. E' la sintesi questa di un'interessante analisi elaborata dalla Direzione Investigativa Antimafia (la Dia) che spiega un "doppio scenario" su mafie e Covid. Il primo è sull'emergenza degli ultimi due anni.
Mafie coinvolte nel "ciclo della sanità" (nella produzione di dispositivi medici come mascherine e respiratori), nello smaltimento di rifiuti speciali e nella sanificazione ambientale, nei servizi funebri e cimiteriali. E poi nell'aiuto offerto agli operatori del turismo e della ristorazione messi in ginocchio dalla pandemia, usura, il tentativo di impossessarsi delle attività, sfruttare le aziende in crisi per il riciclaggio. Con un'Italia divisa in due anche per le mafie. Nelle regioni del nord l'obiettivo sarebbero le imprese in difficoltà per il reimpiego dei capitali illeciti, in quelle del sud l'attacco ai finanziamenti pubblici. Ma è lo scenario di medio e lungo periodo - gli esperti della Dia ipotizzano un'evoluzione temporale dai cinque ai dieci anni - che segnerà la partita decisiva.
L'assalto vero scatterà quando le cassaforti si apriranno e magari, allora, ci saremo tutti dimenticati degli allarmi. Il "sistema antimafia" dello stato sarà davvero in grado di respingere quell'assalto, si sta dotando di leggi e strumenti adeguati per fronteggiare le grandi holding del malaffare, nei settori della finanza, dell'energia e dell'interscambio di beni e servizi? O continuerà a dare la caccia soltanto alle facce sconce, agli impresentabili del crimine?
di Floriana Bulfon
L'Espresso, 4 gennaio 2022
"Le morti sul lavoro non sono incidenti, sono omicidi". Sono i figli degli operai uccisi: una vittima a ogni turno. Lutti senza colpevoli. Famiglie spezzate, aiuti negati. E la giustizia arranca tra burocrazia, lungaggini e cavilli. Gulio ha dodici anni e disegna pali altissimi. Lui li chiama alberi ma sono senza foglie e mamma Paola sa il perché: "Sono le travi che hanno portato via il suo babbo". Alessandro Rosi è morto schiacciato da oltre 80 tonnellate di acciaio. Se n'è andato così il 9 agosto 2019 in una giornata di lavoro lasciando Giulio e Paola "con la morte che ti scava dentro". Giuseppina, invece, ogni mattina va a raccogliere le arance, piegata dalla fatica per pochi euro, perché non vuole far mancare nulla alla figlia. E lotta perché Maria Stella possa sapere chi l'ha lasciata senza il padre.
È la condizione degli orfani della strage silenziosa che cancella tre vite al giorno, una ogni otto ore. Sopravvivono dentro una giustizia dimezzata, tra processi per stabilire i colpevoli che durano troppi anni e assistenze che non ci sono. A partire da quella psicologica perché, chiarisce Paola, "cambia il modo di riuscire a stare al mondo e sembra che nessuno consideri come superare un trauma". Lei e Giulio ogni settimana fanno una seduta di psicoterapia, 50 euro ciascuno che pesano su un bilancio familiare, eppure si sentono persino fortunati perché possono permetterselo. Famiglie spezzate da mancanze incolmabili, costrette a combattere con carte bollate e avvocati, a dimostrare le responsabilità di un sistema inaccettabile in cui la fretta e il ridurre i "tempi morti" prevale sulla sicurezza. A non accettare che si possa uscire da casa per andare a lavorare e non tornare più.
"Alessandro non è stato ucciso dalla trave che lo ha travolto, ma da un sistema che spinge per velocizzare il lavoro così da aumentare i profitti. È inaccettabile che ciò avvenga nel silenzio più assordante", dice Paola. Alessandro lavorava con la gru, da Firenze l'hanno mandato in trasferta a Cremona e la sua vita è finita dentro a una cassa di legno "con gli stessi vestiti da lavoro perché era impossibile toglierglieli. Quando l'ho dovuto spiegare a Giulio si è ammutolito, poi nei giorni successivi ha voluto sapere se avesse sbagliato qualcosa, se fosse lui il colpevole".
La figlia di Giuseppina invece non ha mai chiesto nulla. E forse proprio per questo la madre continua a cercare i documenti di quello che lei chiama "incidente". "Era il 2001, avevo 23 anni e appena partorito Maria Stella. Lontana da casa con una bambina di nove giorni, non sapevo che fare. Non ho una carta di quello che è successo".
Giuseppina è tornata in Calabria dai genitori, non ha avuto risarcimenti tranne il vitalizio dell'Inail per la figlia: "Solo 900 euro fino a 18 anni, che sospendono se lei non studia". Nessun colpevole, una morte senza responsabili. Nel processo per Alessandro Rosi invece, tranne due imputati, tutti hanno chiesto di patteggiare: da 6 a 10 mesi di reclusione, con concessione del beneficio della sospensione condizionale e una pena pecuniaria per le due società coinvolte.
"Quando incontro i miei assistiti, madri, padri, figli, fratelli, sorelle, tutti avvolti da un lutto complicato da elaborare a causa del carattere improvviso e violento, mi rendo conto che la prima necessità è quella di sapere che cosa è successo al loro caro, perché è morto e se quella la morte potesse essere evitata. A nessuno importa conoscere il controvalore economico di quella perdita", spiega l'avvocata Alessandra Guarini. In mezzo ci sono loro, i sopravvissuti, vittime che nel processo sono considerate "un soggetto eventuale".
Tutti chiedono un cambiamento che serva in concreto a salvare vite e invece assistono all'inesorabile aumento dei decessi, nonostante le norme siano sempre più stringenti. Ogni volta si ripete "perché non accada più" ma ogni legge viene vanificata dai controlli che latitano e da una cultura che non si oppone all'idea del lavorare a tutti i costi e in tutte le condizioni. Una contabilità della morte a cui sfuggono decine se non centinaia di vite perché abusive e sommerse. Come i lavoratori "anziani", costretti ancora ad arrampicarsi sui ponteggi dei cantieri anche se hanno superato i 60 anni perché, tra intermittenza dei contratti e lavoro nero, non riescono a raggiungere i contributi per la pensione. Morti che aumentano trainate dalla ripresa dell'edilizia, spinta soprattutto dall'ecobonus. Nei primi nove mesi di quest'anno le denunce per infortuni nel comparto costruzioni sono state 21.346 contro le 17.891 dello stesso periodo del 2020; le morti sul lavoro 87 contro 73. Sono il sacrificio umano versato in nome della rinascita economica, che rischia di farsi più feroce quando i contratti del Pnnr accelereranno i cantieri per rispettare le scadenze europee.
A volte il paradosso è che il datore di lavoro è rappresentato dallo Stato. Accade soprattutto nel settore marittimo e portuale: "I meccanismi processuali si complicano quando sul banco degli imputati salgono i datori di lavoro pubblici, talvolta istituzionali, si crea un cortocircuito micidiale: lo Stato che processa se stesso", ragiona l'avvocata Guarini.
E intanto Paola e Giuseppina pensano alle altre famiglie: "A quelle tre che oggi si sentiranno dire "siete vedove, vedovi, orfani". Solo chi prova quel dolore lo comprende". È la telefonata che ha ricevuto Manuele. "Molla tutto e vieni qua. Pregavo fosse una mano, un braccio, una gamba. Non si può morire così", ricorda. E invece è morta così la sua compagna Laila El Harim. A 40 anni inghiottita da una fustellatrice in una fabbrica di cartoni per dolci esportati in mezza Europa.
Laila era arrivata dal Marocco nella bassa modenese a vent'anni e s'era costruita una carriera: era diventata capo macchina. L'avevano assunta alla Bombonette di Camposanto da due mesi e teneva un diario su quello che succedeva in quel capannone. "Oggi tutto bene, devo scrivere la mail a ... per la fornitura", "oggi problemi tecnici...".
Era precisa e affidabile Laila e inviava proprio a Manuele le foto dei congegni che la preoccupavano. S'erano conosciuti in fabbrica, cartonai tutti e due, qui nella Packaging Valley, vanto dell'Emilia. Poi è arrivata Rania, la loro bambina che ha cinque anni e lo scorso luglio, un mese e mezzo prima di morire di lavoro, anche la promessa di matrimonio: "Le ho chiesto di sposarmi. Le ho dato l'anello d'oro, con l'acquamarina.
Lei mi ha detto sì, adesso dovevamo solo organizzare la cerimonia, le piaceva il Salento e voleva l'abito bianco", racconta Manuele. E invece è rimasto solo con Rania in una casa con i mobili nuovi, il cuore di legno intagliato, il mutuo da pagare e una bambina a cui non sai come spiegare. "Finché non ti tocca è un numero. Non pensi mai a chi c'è dietro", dice. Ora ci sarà il processo, la relazione del direttore dell'Ispettorato nazionale del lavoro, Bruno Giordano, ha stabilito che la macchina a cui lavorava Laila "aveva un doppio blocco, ma non automatico e azionabile solo manualmente dalla lavoratrice" ma per ora Manuele pensa a Rania e ad andare avanti e si chiede "come sia possibile non investire in sicurezza".
"È un crimine di pace", ripete Giordano. "Quando si muore sul lavoro, si muore di dovere: non lo si può chiamare infortunio, quasi fosse una fatalità sfortunata, perché è omicidio. Muore una persona e si uccide il futuro di un'intera famiglia. Oggi chi si sta occupando del figlio di Luana D'Orazio e dei figli delle oltre seicento persone morte dopo la giovane mamma di Prato?", chiede.
Perché quando c'è un incidente sul lavoro le vittime non sono solo i lavoratori ma anche figli, genitori, compagni, parenti. Quelli che vengono chiamati, usando un'insopportabile terminologia del ventennio, "orfani del lavoro"; e che chiedono perché si può morire per aver fatto il proprio di dovere e perché altri non lo hanno fatto.
Giordano, che prima di quest'incarico faceva il magistrato, ricorda uno di loro: "All'inizio del processo si presentò in aula un ragazzino, essendo minorenne gli chiesi chi fosse. Mi rispose che era il figlio della vittima e voleva sapere perché era morto il suo papà. Fissai tutte le udienze di pomeriggio per consentirgli di seguirle senza perdere giorni di scuola ma alla fine, proprio quando si attendeva la sentenza, non venne più. Chiesi all'avvocato e mi disse che era il più grande di tre fratellini: aveva lasciato la scuola ed era dovuto andare a lavorare in un bar; la mamma non poteva tirare avanti. Per bisogno aveva dovuto rinunciare alla scuola e a sapere".
Il bisogno era più forte ed era arrivato prima della giustizia e Giordano si domanda "cosa possa pensare quel ragazzino oggi da cittadino adulto di un Paese che per chi muore di lavoro non riesce a dare sempre giustizia". Senza contare che molti dibattimenti finiscono nel nulla, perché la lentezza fa scattare la prescrizione: "In questi casi, l'ingiustizia è massima". La disfatta di una Repubblica fondata sul lavoro, come dice la Costituzione, che è incapace di renderlo sicuro e non riesce neppure a dare giustizia alle vittime.
di Alessia Candito
La Repubblica, 4 gennaio 2022
Atti e interrogatori inediti depositati a Reggio Calabria al processo "'Ndrangheta stragista" sollevano ombre sul presunto suicidio. "Aveva presentato frequenti e ripetute richieste di colloquio con magistrati e forze dell'ordine", ha messo a verbale un agente penitenziario. E adesso è caccia a quelle missive
Non dicerie, né spifferi di pentiti. Che il boss di Altofonte Nino Gioè volesse collaborare con la giustizia, adesso è ufficiale. Arriva da Reggio Calabria la pista che potrebbe gettare nuova luce sul caso Gioè, ufficialmente morto suicida nella notte fra il 28 e il 29 luglio del '93, mentre a Roma e Milano esplodevano le bombe piazzate dai clan. Sta negli interrogatori, nuovissimi, che il procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo ha messo agli atti del processo d'appello 'Ndrangheta stragista, in primo grado costato un ergastolo al boss di Brancaccio, Giuseppe Graviano, e al mammasantissima calabrese, Rocco Santo Filippone, condannati come mandanti degli attentati contro i carabinieri con cui la 'Ndrangheta ha firmato la propria partecipazione agli attentati continentali.
Una stagione in cui Gioè ha giocato un ruolo. E di peso. Mafioso di rango, tra i protagonisti della storia delle stragi - c'era lui con Giovanni Brusca a Capaci, quando l'autostrada saltava portandosi via la vita di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e degli uomini della scorta - uno dei pochi ad avere un contatto diretto con Totò Riina, il boss era anche uomo di mezzo. Uno che in mano e in uso ha avuto un cellulare ufficialmente disattivato, ma che il giorno della strage di Capaci ha chiamato per tre volte un numero statunitense, che con l'intelligence aveva contatti e ci ha parlato, come con quel Paolo Bellini - estremista nero, trafficante d'arte, killer di 'Ndrangheta, in odore di servizi, oggi imputato per la strage di Bologna - che potrebbe aver suggerito ai clan di colpire i grandi monumenti per far tremare l'Italia. Gioè era un uomo dai mille segreti. Ed era pronto a raccontarli.
Nei suoi ultimi giorni a Rebibbia aveva presentato "frequenti e ripetute richieste di colloquio con i magistrati e le forze dell'ordine". Ed erano ufficiali, perchè "ero io a prendere cognizione del contenuto delle istanze che scriveva" dichiara il 10 giugno 2019 Antonio Ciliegio, che all'epoca era agente penitenziario e insieme ai colleghi aveva ricevuto l'ordine di vigilare su Gioè "visto il rischio per la sua incolumità in prospettiva di una sua imminente collaborazione". Ne erano coscienti a Rebibbia e lo sapeva il boss, che aveva smesso di uscire dalla cella perché "probabilmente "si sentiva in pericolo o era stato espressamente minacciato da qualche detenuto". Il tempo lo impegnava scrivendo. "Ricordo due-tre missive al giorno inoltrate cinque o sei giorni prima del suo decesso" sottolinea Ciliegio.
Dove sono quelle lettere? A chi scriveva Gioè? Qualcuno ha mai risposto o lo ha incontrato? Di eventuali colloqui potrebbe sapere qualcosa Massimo De Pascalis, che di Rebibbia all'epoca era direttore e per questo è stato ascoltato nel dicembre 2018. Ma quella pagina di interrogatori agli atti non c'è ancora. Di certo, dice Ciliegio, esistevano "espedienti" che, in virtù di "accordi diretti con il direttore o il capo delle guardie", permettevano ai detenuti di "avere incontri riservati con le forze dell'ordine o con i servizi senza lasciare traccia".
Erano gli anni del "protocollo Farfalla", costato la vita all'operatore carcerario Umberto Mormile, ammazzato a Milano per aver scoperto i rapporti fra uomini dell'intelligence e il boss di 'Ndrangheta, Domenico Papalia. Lo stesso Papalia a cui Gioè si preoccupa di chiedere scusa nella sua presunta lettera di commiato e da cui Riina riceve in eredità la sigla "Falange Armata", servita poi per firmare stragi, omicidi, attentati. Una stagione di sangue - è la pista su cui si lavorano Reggio ed altre procure - pensata non solo in Sicilia. E in cui settori dei servizi hanno avuto un ruolo.
di Edmondo Bruti Liberati
La Stampa, 4 gennaio 2022
Il caso del suicidio dell'ex consigliere regionale e il rispetto dovuto a chi deve emettere una sentenza. Di fronte all'insondabilità del gesto estremo, da chiunque e in qualunque circostanza compiuto, sta rispetto e silenzio. L'ex consigliere regionale del Piemonte Angelo Burzi, qualche giorno dopo la condanna a tre anni di reclusione da parte della Corte di Appello di Torino nel processo "Rimborsopoli" sull'utilizzo dei fondi regionali stanziati per il funzionamento dei gruppi rappresentati nel Consiglio Regionale, alle 23.47 del 24 dicembre, subito prima di togliersi la vita, ha scritto una mail "certo che questo mio gesto estremo sia l'unica strada da me ancora percorribile".
Quando si è costretti a confrontarsi con una persona che ha voluto dare conto della sua tragica scelta con una lettera destinata alla diffusione non ci si può sottrarre dalla riflessione. Lasciamo da parte alcune, scontate, infondate, ma non per questo meno deprecabili, speculazioni politiche.
Nella mail dell'ingegner Burzi, resa pubblica secondo la sua volontà e giustamente pubblicata nella sua integralità sulla stampa, vi sono dure accuse. L'opinione pubblica è posta di fronte ad una vicenda processuale che si trascina per oltre un decennio. La politica è chiamata confrontarsi con una disciplina del finanziamento pubblico ai partiti e alle loro rappresentanze nelle istituzioni, che, tra oscillazioni e ipocrisie, ha generato prassi discutibili e talora perverse.
Ma è la magistratura ad essere chiamata in causa direttamente, a rendere conto della sua responsabilità nel discernere, con scelta che non ammette terza soluzione, tra ciò che è reato e ciò che non lo è. La valutazione di fatti concreti raffrontati a una normativa inadeguata e a prassi applicative difformi provoca inevitabilmente interpretazioni diverse, nei vari gradi di giudizio e in diverse sedi giudiziarie. La linea che divide il bianco il nero non sempre è tracciata in modo nitido di fronte agli occhi di chi ha la responsabilità del giudicare. "Non giudicate, per non essere giudicati; perché con il giudizio con il quale giudicate sarete giudicati voi e con la misura con la quale misurate sarà misurato a voi" (Matteo, 7, 1-2).
L'ammonimento evangelico per chi esercita la professione del giudicare, pur necessaria a mantenere la pace civile, è richiamo all'umiltà di fronte ai limiti e agli errori di una giustizia resa da donne e uomini su altre donne e altri uomini. Proprio la consapevolezza di questi limiti è fondamento dell'"irresponsabilità" in senso tecnico del giudicante (salvo i casi estremi di tradimento della funzione). Ma il contrappeso è la "responsabilità" piena di fronte al foro della pubblica opinione. Quasi due secoli addietro Jeremy Bentham, in testo che sarà molto diffuso nel mondo anglosassone, ma tuttora poco citato in Italia, propone la pubblicità come controllo sull'esercizio della giustizia: "La pubblicità è l'essenza della giustizia. Pone il giudice stesso, mentre giudica, sotto giudizio".
Fuori luogo e sgradevoli le speculazioni politiche su questa tragica vicenda, ma ancor più la pretesa di sottrarsi alle critiche fossero anche le più aspre. Non vi è autorità giudiziaria, per quanto elevata, che possa arrogarsi il compito di stabilire "la verità e l'obbiettività delle vicende e delle dinamiche", come ha preteso, con un comunicato stampa, il Procuratore generale di Torino. La sentenza definitiva, con quella che i tecnici chiamano l'autorità della cosa giudicata, per l'esigenza sociale di porre un termine ai processi fissa la verità processuale. Come ci indicano i detti latini, tuttora spesso richiamati, facit de nigro album, aequat quadrata rotundis, la verità processuale potrebbe anche essere in aperto contrasto con la realtà, con la "verità e l'obbiettività delle vicende". La salvaguardia della convivenza civile impone che sia rispettato il compito di chi deve decidere e non può sottrarsi anche nei casi difficili, pur con la consapevolezza che ciò che secondo le regole del processo è stato definito nero nella realtà potrebbe essere bianco o viceversa. Proprio la libera e anche aspra critica contribuisce a fondare la fiducia nella giustizia, che non può essere fede cieca, ma rispetto per coloro cui la società ha affidato il compito arduo, ma irrinunciabile, di decidere, persone umane, sulle vicende di altre persone umane.
garantedetenutilazio.it, 4 gennaio 2022
Da quest'anno per la prima volta copriranno tutti gli istituti penitenziari per adulti della regione. Con la determinazione n. 830 del 28 dicembre 2021, il direttore del Servizio Tecnico, organismi di controllo e garanzia del Consiglio regionale del Lazio, Vincenzo Ialongo, ha approvato il verbale della commissione esaminatrice istituita presso la struttura del Garante dei detenuti, per l'esame delle istanze per il rinnovo degli sportelli per i diritti negli istituti penitenziari del Lazio. Il valore complessivo dell'affidamento è di 89.060 euro iva inclusa.
Con la stessa determinazione si affidano per un anno gli sportelli ai seguenti soggetti risultati idonei: primo lotto, relativo agli sportelli delle case circondariali di Viterbo e Rieti, all'associazione Arci solidarietà Viterbo Onlus, per un corrispettivo di 17.080 euro iva inclusa; secondo lotto, relativo alle case circondariali di Latina e Velletri, all'università di Roma Tor Vergata, 12.810 euro iva inclusa; terzo lotto, relativo alle case circondariali di Cassino, Paliano e Frosinone, all'Università degli studi di Cassino e del Lazio meridionale, 14.640 euro iva inclusa; quarto lotto, relativo alla Casa di reclusione e alla Casa circondariale di Civitavecchia, all'associazione Arci solidarietà onlus, 12.810 euro iva inclusa; quinto lotto, Rebibbia femminile, Casa di reclusione Rebibbia e Istituto a custodia attenuata III casa di Rebibbia, all'Università Roma tre, 14.640 euro iva inclusa; sesto lotto, Roma Regina Coeli, Università Roma tre, 17.080 euro iva inclusa. L'affidamento riguarda dunque 14 dei 13 istituti penitenziari per adulti del Lazio, in quanto, a seguito di un precedente avviso e con un apposito protocollo d'intesa, lo sportello per i diritti nella Casa circondariale di Rebibbia era stato affidato all'associazione Antigone onlus a titolo gratuito. Con l'affidamento degli sportelli per Latina e Velletri si completa il quadro degli istituti penitenziari per adulti della regione. La determinazione è stata pubblicata nel sito del Consiglio regionale del Lazio nella sezione Amministrazione trasparente".
Promossi con apposite decisioni del Garante dei detenuti, gli sportelli svolgono un'attività di sostegno ai detenuti che ne fanno richiesta, per la risoluzione delle problematiche individuali, attraverso un'azione di informazione e ausilio nella redazione di istanze a firma propria. Gli sportelli comunicano al Garante i casi in cui sia necessario interloquire con i responsabili delle amministrazioni pubbliche e/o le autorità competenti nella risoluzione delle problematiche rappresentate dal detenuto e devono comunicare tempestivamente al Garante tutte le problematiche di natura generale relative all'istituto di propria competenza emerse nel corso dello svolgimento dell'attività, relazionando trimestralmente, e comunque ogni qualvolta il Garante lo richieda, sullo stato di soddisfazione dei diritti delle persone detenute nell'istituto penitenziario.
di Michele Ceparano
Gazzetta di Parma, 4 gennaio 2022
Roberto Cavalieri, il garante dei detenuti del Comune di Parma, ha passato il Capodanno nel carcere di via Burla. Non una semplice visita, ma più di quattro ore. Mentre dappertutto si festeggiava o, pandemia permettendo, si cercava di farlo, Cavalieri ha scelto di restare in prima linea, in quell'universo carcerario che lui in tutti questi anni - è stato, infatti, nominato dal Comune nel 2014 - ha instancabilmente cercato di far conoscere e aprire alla città.
Il garante ha varcato il cancello dell'istituto penitenziario parmigiano che ospita, con l'ala di recente apertura, 690 detenuti, alle 20,30 e si è trattenuto ben oltre la mezzanotte. Ha poi affidato a Facebook alcune sue riflessioni, parole che in tanti hanno letto e commentato.
"Come garante dei detenuti - ha spiegato sulla sua pagina - ho voluto dare un segno di vicinanza ai reclusi e anche al personale della polizia penitenziaria in servizio".
Cavalieri è passato davanti a tutte le oltre duecento celle della media sicurezza, dove si trova la maggioranza dei detenuti. "Quelle vuote - elenca - quelle inagibili, quelle occupate. In tante i detenuti già dormivano. In altre si aspettava la mezzanotte per festeggiare. Con chi era sveglio si sono scambiate due chiacchiere, un impegno a fare presto un colloquio, una parola per chi aveva saputo che il padre era morto e per chi si disperava perché non ce la fa più".
Poi le richieste, "tante - prosegue il garante -, di sollecitare il magistrato per avere la libertà anticipata o la fissazione di un'udienza". Ma c'è anche qualcuno che, "dopo tanti anni che ci conosciamo, mi ha chiesto come stavano i miei figli". Perché quello del carcere è un mondo reale. A mezzanotte, i botti che provengono della città, infatti, non coprono "le urla e i tagli che si infligge con una lametta un detenuto".
Poi, l'uomo ritorna alla calma mentre Cavalieri gli promette di andarlo a trovare di nuovo "per sostenere il suo trasferimento vicino alla famiglia e ai figli. Non sarà facile - commenta - ottenere quello che desidera nel nuovo anno". Durante la sua visita Cavalieri incontra dei giovani, "da poco maggiorenni, in via Burla in seguito a reati commessi qui a Parma nell'ambito di quel fenomeno che sono le cosiddette baby gang". Quello, inoltre, che deve colpire è "la condizione di estremo isolamento e povertà in cui in via Burla vivono tante persone le cui famiglie sono indigenti e non possono neppure permettersi di far loro una visita".
Queste quattro ore e mezza, aggiunge il garante, "per me sono state un'ulteriore occasione per comprendere cos'è il carcere". Per i detenuti e gli agenti, "sempre disponibili con me, è la normalità". Per gli altri, invece, il suo auspicio è che possa nascere "la speranza e il desiderio di capire cos'è e di impegnarsi per migliorarlo tutti insieme. Perché il carcere - puntualizza il garante - non deve essere qualcosa di lontano dalla città, ma parte di essa". Un altro auspicio per questo 2022 riguarda, infine, "la Commissione per l'innovazione del sistema penitenziario istituita dal ministro della Giustizia Marta Cartabia. Speriamo che porti dei risultati".
di Nadia Cossu
La Nuova Sardegna, 4 gennaio 2022
Il Consiglio comunale chiamato a scegliere il sostituto di Unida: presentate una decina di candidature. Entro questo mese di gennaio l'assemblea civica sassarese sarà chiamata a eleggere il nuovo Garante per i detenuti del carcere di Bancali, ossia colui che dovrà sostituire Antonello Unida, recentemente "licenziato" nel corso di una irrituale seduta a porte chiuse (anche per la stampa), con voto segreto.
Seduta nella quale su 18 presenti (le opposizioni hanno polemicamente abbandonato l'aula) in 17 hanno votato a favore della decisione di revoca, peraltro presa unanimemente dalla conferenza dei capigruppo della scorsa settimana, e uno contro. I termini sono scaduti qualche giorno fa e a Palazzo Ducale sono arrivate una decina di candidature. Il regolamento prevede adesso che il presidente del Consiglio comunale Maurilio Murru convochi la conferenza dei capigruppo, i quali dovranno fare una prima scrematura per scegliere i tre nomi da portare in Consiglio per il voto finale. I tempi saranno brevi: dopo l'Epifania verranno convocati i capigruppo e dopo la scelta dei tre nomi si andrà al voto al primo consiglio comunale utile.
Il dichiaratamente "no vax" Unida, sotto accusa dopo la bufera mediatica scatenata da alcuni video postati sulla sua vetrina social - nei quali ribadiva le sue teorie sulla lotta al covid attraverso la vita sana e riservata - e proclamava fiero la sua scelta di non vaccinarsi e di essere anti green pass - avevano scatenato uno tsunami, partito proprio dal carcere di Bancali, la "struttura" che Unida con passione (e più di uno strappo), frequentava, e che non era disposta a dargli accesso senza certificato verde. Da lì l'incontrollabile crescendo, con la palla avvelenata che è arrivata anche, al palazzo di giustizia, oltre ad essere rimbalzata su tutti i media nazionali, dove "il garante no vax" ancora spopola con un video in cui, in costume da bagno è pronto a una delle sue rigeneranti nuotate invernali, sostiene che il Covid si combatte con la respirazione.
A "squalificare" Onida anche le ospitate a raffica su radio e tv, dove il garante non ha mollato di un centimetro sulle sue convinzioni. Così dopo una furente dichiarazione del sindaco Campus ("la medicina è dai tempi degli egizi una scienza e non una filosofia"), l'avvio della procedura di revoca.
di Marco Benvenuti
La Stampa, 4 gennaio 2022
L'appello del Garante Mellano: "Torino non basta, ci sono i fondi e la palazzina nell'ex carcere femminile". "Novara può diventare la seconda articolazione sanitaria della regione per la salute mentale dei detenuti. Non ci sono numeri elevati, ma almeno chi ha problemi non deve spostarsi verso Torino. È quindi urgente, prima che sia troppo tardi, il recupero e la rifunzionalizzazione della palazzina interna alla cinta muraria "ex-femminile", struttura chiusa da oltre dieci anni. I soldi ci sono".
L'appello è lanciato dal garante regionale dei detenuti Bruno Mellano in concomitanza con la presentazione del "Sesto dossier delle criticità strutturali e logistiche delle carceri piemontesi", sintesi dei principali nodi che riguardano i tredici istituti di pena del territorio.
"Se non ora quando?" è l'interrogativo posto da Mellano nei confronti di tutta una serie di situazioni in sospeso. E lo pone sostenendo che "la crisi di questa stagione storica, nell'ambito dell'esecuzione penale in carcere, può rappresentare una vera opportunità di cambiamento radicale: ai fondi propri del Ministero, implementati a fatica in questi ultimi anni, si aggiungono i fondi europei del Piano nazionale di ripresa e resilienza. Sono stati previsti 132,9 milioni di euro. I tempi, le modalità, i progetti, l'operatività, la visione saranno gli elementi decisivi affinché interventi indispensabili e urgenti, siano anche utili, efficaci, efficienti".
Ecco perché, nel sottolineare alcune priorità per il 2022, il Garante rilancia il progetto che riguarda la palazzina "ex-femminile" della casa circondariale di via Sforzesca, cui più volte ha fatto riferimento in passato: "Vi si potrebbero collocare di tutti i locali adibiti ai servizi medico-infermieristici e la cosa valorizzerebbe il presidio sanitario regionale interno al carcere, consoliderebbe e razionalizzerebbe l'accesso delle ambulanze, servizio erogato dall'Asl di Novara, e potrebbe rispondere, con sempre maggior efficacia ed efficienza, a una responsabilità propria del servizio sanitario, cogliendo anche la particolare esigenza della casa circondariale connessa alla presenza del circuito detentivo speciale del "41bis", con la presenza molto particolare di circa 70 ristretti del regime di "carcere duro"".
Ancor più nello specifico, "si potrebbe valutare la possibilità di prevedere spazi da dedicare all'attivazione di una seconda articolazione psichiatrica in carcere, Atsm: le norme nazionali e regionali prevedono una struttura dedicata per ogni regione. Il Piemonte ha individuato un'unica Atsm nella sezione "Sestante" della casa circondariale "Lorusso e Cutugno" di Torino: il Piemonte orientale e il sistema penitenziario piemontese, con un'iniziativa del genere a Novara, potrebbe giovarsi di un servizio specifico dedicato a una tematica sempre più emergente come la gestione del disagio mentale in carcere".
Mellano evidenzia i problemi del sovraffollamento: "A Torino, con una capienza di 1.060 posti, abbiamo poco meno di 1.400 detenuti. Fortunatamente la situazione di Novara, da questo punto di vista, è stabile, non è allarmante. La capienza regolamentare dichiarata è 158 persone, il 23 dicembre erano presenti 173, in calo rispetto all'anno scorso. A preoccupare è la situazione riguardante i direttori: "Pochi scelgono di fermarsi in Piemonte. Penso al carcere di Verbania: in un anno abbiamo cambiato quattro direttori. Questo può influire negativamente sui progetti di socialità: c'è il finanziamento per un campetto da calcetto interno ma la burocrazia, e tutti i cambi ai vertici, finiscono per rallentare la sua realizzazione. Anche a Novara c'è una situazione sospesa: c'è un direttore temporaneo perché momentaneamente quello titolare è a Torino. Speriamo che tutto si risolva in tempi brevi".
iltelegrafolivorno.it, 4 gennaio 2022
Corsi di formazione, colloqui periodici e aiuto alle famiglie. "La situazione sanitaria non può fermare l'azione dei volontari. E all'interno delle normative anti contagio sarà possibile continuare le attività educative e di assistenza". Con queste parole Licia Baldi, presidente dell'associazione di volontariato carcerario 'Dialogo' esprime soddisfazione per l'esito dell'incontro avuto nella casa di reclusione di Porto Azzurro con il direttore Francesco D'Anselmo, le educatrici Giuseppina Canu e Sara Aiosi e la vice comandante della polizia penitenziaria Ruggiero. Nell'occasione i volontari hanno presentato il programma di attività previste sia all'interno che all'esterno del carcere.
Una parte di primo piano spetta ai colloqui con i detenuti, a cui si dedicano due persone, in attesa dell'autorizzazione per un terzo volontario. Sul versante formativo l'associazione cerca di offrire occasioni culturali attraverso la scuola, il teatro e la biblioteca. "Continua - spiega Licia Baldi - l'attività di supporto scolastico agli stranieri e agli universitari. L'organizzazione e la fruizione della biblioteca, rivestono grande importanza per la riflessione e la conoscenza. Un contributo alla comunicazione e socializzazione viene dal progetto del teatro. Un altro progetto è "Il verde tra le mura", con attività teorico-pratiche di orticultura e giardinaggio. Nel 2022 prenderanno il via due nuovi progetti, 'Scacchi al Forte' ed un corso di inglese". E poi l'ospitalità alle famiglie nella casa di via Bechi a Portoferraio.
di Andrea Scutellà
La Sentinella del Canavese, 4 gennaio 2022
Il Garante Bruno Mellano chiede videosorveglianza a 5 anni dagli episodi su cui indaga la procura "Questione ora è urgente". Dalla videosorveglianza ai serramenti: sono tanti i problemi della prigione di Ivrea che vengono segnalati nel Sesto dossier delle criticità strutturali e logistiche delle carceri piemontesi, presentato il 29 dicembre a Palazzo Lascaris, sede del consiglio regionale a Torino.
Non si tratta di problemi banali. Come ha sottolineato il garante comunale fresco di nomina, Raffaele Orso Giacone, i "serramenti in plexiglas trasmettono tutto il freddo e anche l'acqua possibile. Il responsabile delle manutenzioni, però, mi ha detto che i lavori stanno finalmente per essere appaltati". Il dossier non parla soltanto di freddo e dispersione energetica, ma anche di "infiltrazioni di pioggia che spesso allagano le celle maggiormente esposte alle intemperie".
C'è poi la questione della videosorveglianza, che è stata rimarcata anche dal garante regionale Bruno Mellano. Il riferimento è alle violenze di cinque anni fa, da cui sono nate le indagini della procura di Ivrea per cui era stata richiesta l'archiviazione, ma che sono state avocate dalla procura di Torino.
In questo contesto delicato, spiega Mellano "era stata promessa a tutte le parti, anche alla penitenziaria, copertura completa di videosorveglianza, che garantisce i detenuti, gli agenti e gli operatori su tutto quello che succede all'interno. È stata installata soltanto in due piani su quattro. Io ritengo sia davvero una questione urgente, ripeto, a garanzia di tutti".
Altri due problemi strutturali indicati come prioritari dal garante dei detenuti Raffaele Orso Giacone riguardano "il ripristino del campo sportivo che non può essere usato perché ha il fondo da rifare" e "la mancanza degli spazi occupati per attività ricreative e di socializzazione, per cui potrebbero essere usati gli uffici del sopravvitto". Un'altra carenza denunciata, invece, è legata alla sanità "totalmente assente, anche se c'è tanta buona volontà da parte degli operatori".
Orso Giacone ha esordito nel suo discorso ricordando di essere subentrato a Paola Perinetto soltanto da un mese e mezzo. "Ha avuto vicende particolari - ha detto - ma il suo lavoro è stato attento e puntuale". Perinetto fu rimossa dal consiglio comunale dopo il post in cui metteva a confronto il premier Mario Draghi e Cesare Battisti, definendo il primo un noto criminale. La buona notizia, però, arriva dal sovraffollamento. La struttura di corso Vercelli resta al di sopra della capienza regolamentare di 194 persone, ma secondo il dossier dei garanti al 23 dicembre ce ne erano 202. Tante in meno rispetto alle 258 che il carcere aveva raggiunto soltanto qualche anno fa.
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