di Francesco Battistini
Corriere della Sera, 6 gennaio 2022
A scatenare la protesta in particolare il rialzo dei prezzi degli idrocarburi: tra le ragioni anche la mostruosa quantità di energia richiesta dai bitcoin. Chiuso l'aeroporto di Almaty, capitale economica del Paese.
"Oyan Qazaqstan!", svegliati Kazakistan. Nella capitale più fredda del mondo, dove le acque dell'Išim ghiacciano da ottobre a maggio, in uno dei più congelati regimi post-sovietici, dove da trent'anni comandano ancora i vecchi leader comunisti, ad Almaty e ad Astana bruciano nella notte i blindati della polizia e i palazzi del potere.
Oyan Qazaqstan: stavolta il Kazakistan s'è svegliato davvero. E il gran fuoco della rivolta, il primo dall'indipendenza del 1991, acceso il 2 gennaio nelle lontane città petrolifere del Mangystau, impiega poco a incendiare tutto. Ci sono morti, almeno "decine" tra i manifestanti secondo le agenzie di informazione, e otto agenti di sicurezza, secondo fonti governative. Centinaia di feriti, migliaia d'arresti, saccheggi nelle ville degli oligarchi, fiamme nei municipi e alla residenza presidenziale.
Intanto arrivano i russi: nella notte dei disordini, con annuncio all'alba del 6 gennaio, il presidente ha deciso che sul territorio arriveranno "migliaia di soldati russi" per aiutare a "stabilizzare la situazione", dopo che lui stesso ha chiesto aiuto al Csto, un'alleanza militare di Paesi ex sovietici. "Non me ne vado!", ripete alla tv Jabar 24 il presidente-travicello Kassim-Jomart Tokayev, 68 anni, un passato da ambasciatore dell'Urss, uno che parla in russo a un popolo al 70% turcofono e musulmano.
Annuncia due settimane di stato d'emergenza, l'epurazione del premier e ovviamente le riforme: "La risposta sarà dura - promette, lasciando prevedere una repressione di tipo bielorusso. Questa situazione è tutta colpa di potenze straniere che sobillano!".
La causa della rabbia è soprattutto lui: a Capodanno ha liberalizzato i prezzi alle pompe di gpl e permesso che raddoppiassero ovunque. In un Paese grande nove volte l'Italia e dove tutto viaggia su gomma. In un'economia che è fra le prime dieci esportatrici mondiali di greggio e, da sempre, calmiera i carburanti. Tokayev ha fatto subito retromarcia, riabbassando le tariffe, ma s'è capito presto che nella rivolta del gas c'è ben altro che arde. "Cacciate il vecchio!", grida la piazza.
Perché l'obbiettivo della rabbia popolare non sono solo i pozzi d'oro nero, ma il pozzo nero del potere più profondo: il vecchio Nursultan Nazarbayev, 81 anni, l'"elbasy", il Caro Leader della Nazione, il più longevo dei vecchi arnesi sovietici, l'ex segretario comunista che per 29 anni ha fatto da padrone assoluto del Kazakistan ed è ancora lì, dopo avere messo al potere il suo tirapiedi Tokayev. Hanno già postato le immagini d'una statua di Nazarbayev tirata giù a Taldykorgan, funi e applausi stile Saddam, fra gente che canta l'inno nazionale.
L'eterno Nursultan è stato dimissionato dal Consiglio di Sicurezza Nazionale. Girano voci d'un tentato assalto alla casa di Dariga Nazarbayeva, la potente figlia, che papà ha nominato presidente d'un Senato da lui interamente controllato. Ma il regime ha disattivato internet e telefonini ed è già tanto se qualche notizia rompe la barriera del silenzio, nel regno di Nazarbayev: perfino Astana, la sfavillante capitale dei grattacieli di Norman Foster, qualche anno fa è stata ribattezzata Nursultan in cieca obbedienza al Caro Leader. Lo scossone non era previsto: fra tutti gli "stan" dell'Asia Centrale, ugualmente governati con pugno di ferro da reduci dei soviet, il Kazakistan è quello dove meglio convivono le etnie ed è stata garantita una strabiliante crescita economica.
La crisi 2014 del petrolio e il calo del 90% delle esportazioni verso la Cina, causa Covid, per la prima volta in vent'anni hanno portato il Paese in recessione. Quella kazaka, osservano fonti diplomatiche, è anche la prima crisi provocata dai bitcoin: solo nel 2021, quasi 90 mila società di criptovalute si sono spostate qui dalla Cina, allettate dal basso costo dell'energia. Ma così facendo, spiegano, s'è spinto alle stelle il costo della mostruosa quantità d'elettricità necessaria agli algoritmi per "proteggere" i bitcoin. Troppi interessi giostrano intorno a questo gigante centrasiatico. Che è il nono Paese più grande del mondo, siede su enormi giacimenti d'uranio, ha coltivazioni più estese della Russia e dell'Ucraina, flirta sia con Putin che con Erdogan. "Non ammetteremo interferenze", fa sapere il Cremlino: Tokayev ha chiesto l'intervento militare russo e i militari arriveranno in poche ore. La sveglia è suonata, qualcuno è pronto a spegnerla.
di Susanna Marietti*
Il Fatto Quotidiano, 5 gennaio 2022
Per le carceri italiane il 2021 si è chiuso insieme ai lavori della Commissione per l'innovazione del sistema penitenziario messa in piedi dalla ministra Marta Cartabia e presieduta dal professor Marco Ruotolo, che rispettando perfettamente i tempi di lavoro ha consegnato la sua preziosa relazione finale nei giorni scorsi.
Il carcere in generale fa poca notizia e al carcere si dedicano pochi pensieri. Gli ultimi non sporadici, istituzionali e strutturati, che in Italia gli sono stati dedicati partivano dalla sentenza della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo che nel 2013 ha condannato il nostro Paese per i trattamenti inumani e degradanti che infliggeva alle persone detenute in istituti sovraffollati e dalle condizioni di vita indegne. Furono i giudici della Corte di Strasburgo a imporre alle autorità italiane una stagione di cambiamenti nel sistema penitenziario. Se entro un anno l'Italia non avesse migliorato sensibilmente le condizioni delle proprie carceri, scrissero nella sentenza Torreggiani, sarebbero tornati a condannarla in ciascuno delle migliaia di ricorsi analoghi che pendevano sulle loro scrivanie, costringendola al pagamento di somme esorbitanti.
di Fiorenza Elisabetta Aini
gnewsonline.it, 5 gennaio 2022
"Da gennaio il carcere sarà la mia priorità". È questo l'impegno che la ministra Marta Cartabia ha preso con i membri della Commissione per l'innovazione del sistema penitenziario, quando, prima della pausa natalizia ha ricevuto la relazione finale predisposta al termine dei lavori che si sono tenuti, come previsto, nell'ultimo trimestre del 2021.
"Dovrò valutare le proposte contenute nella relazione che la Commissione mi ha consegnato e, sulla base di esse, elaborare con il Dap un piano di azione da proporre su tutto il territorio" - ha specificato la Guardasigilli.
di Luigi Manconi
La Repubblica, 5 gennaio 2022
"Con una suora portiamo dei vestiti a un detenuto, delle coperte ai dializzati del reparto san Paolo e do un passaggio a casa a Gino che ha avuto un permesso premio di sette giorni". Così racconta Samuele Ciambriello, Garante dei diritti delle persone private della libertà per la regione Campania. E già questo dà la misura di cosa sia effettivamente il carcere, se lo osserviamo dal punto di vista dei bisogni elementari non soddisfatti e dei diritti fondamentali non tutelati. E si tratta di cose note. O meglio: considerate a tal punto conosciute da non essere più citate perché parti di una fisiologia detentiva che si dà per fatale e irredimibile.
di Grazia Zuffa
Il Manifesto, 5 gennaio 2022
Uno spazio pubblico intitolato a Sandro Margara. Questa è la richiesta alle autorità fiorentine, contenuta in un appello lanciato alla fine di dicembre e che tutti possono sottoscrivere entro la fine di gennaio. Uno spazio qualificato, che evochi l'impronta di pensiero e di azione che Margara ha lasciato nel mondo del carcere e della giustizia. Il luogo giusto è all'interno dell'area recuperata dell'ex carcere fiorentino delle Murate: quel carcere teatro negli anni sessanta e settanta delle proteste dei detenuti, che vide più volte l'impegno del magistrato Sandro Margara all'ascolto delle loro ragioni e al dialogo, quale premessa per riformare il carcere nel rispetto dei diritti umani e dei principi costituzionali.
di Marta Giorgi
2duerighe.com, 5 gennaio 2022
Nell'ultimo periodo si è tornato a parlare del sistema carcerario italiano. Tra i principali fatti di cronaca ci sono due eventi che hanno colpito l'opinione pubblica: un detenuto è morto a soli 28 anni a Torino, dopo aver perso 25 chili in sette mesi mentre a settembre, a Roma, una donna si è ritrovata a partorire in cella senza assistenza medica.
Ma la situazione già critica delle carceri italiane è peggiorata nell'ultimo periodo pandemico. Il distanziamento imposto dalle norme anti-Covid ha reso ancora più difficili i contatti tra i detenuti e le famiglie. Allo stesso tempo però ha messo in luce problematiche già presenti da molti anni e mai risolte. Ne abbiamo parlato con la responsabile della "ricerca-intervento" condotta dall'Università di Cassino finalizzata all'elaborazione di una proposta di legge che metta al centro un tema fondamentale per la tutela dei detenuti come l'affettività.
Negli ultimi giorni del 2021, la ministra della giustizia Marta Cartabia si è detta pronta ad avviare un progetto di riforma per il sistema carcerario italiano, arretrato rispetto a molte strutture estere. In un piano di 35 punti, elaborato in commissione giustizia, sono previsti interventi destinati alle 189 strutture italiane, ospitanti circa 54mila detenuti.
Tra gli interventi previsti, quello destinato alle detenute madri che andrebbe a coprire sia la fase del parto che la delicata situazione dei bambini in cella. In questo contesto, ricordiamo quanto avvenuto a settembre dove una detenuta di Rebibbia si era ritrovata a partorire senza assistenza medica, assistita solo dalla sua compagna di cella. Già a seguito di quest'evento, il tema della maternità in carcere era tornato al centro dell'opinione pubblica, portando la ministra ad avviare un'indagine ispettiva. Altro tema fondamentale è quello inerente la salute dei detenuti, soprattutto per quanto riguarda l'aspetto psicologico.
A dicembre, le strutture penitenziarie ritornano al centro della cronaca italiana con la morte di un recluso di soli 28 anni, deceduto per un'infezione polmonare dopo aver perso 25 chili in sette mesi. Secondo le varie testimonianze il ragazzo che già da tempo soffriva di depressione, non riusciva più a mangiare ma nessuno sembrava credergli. Secondo la società italiana di psichiatria (Sip) infatti, il tasso di disturbi psichici è molto elevato e molto spesso quest'ultimi sono legati alla condizione di detenzione che porta molti dei reclusi a fare uso di sostante psicoattive.
Il 4% di loro è affetto da disturbi psicotici contro l'1% della popolazione generale mentre la depressione colpisce il 10% dei reclusi e il 65% convive con disturbi della personalità (fonte: polizia penitenziaria). Altro punto affrontato dal ministero di giustizia è quello riguardante l'ammodernamento tecnologico delle strutture penitenziarie che andrebbe a coprire vari aspetti che vanno dai sistemi identificativi per la circolazione dei detenuti nelle strutture ai video-colloqui con i famigliari. Restano ancora problematici invece i colloqui in presenza, soprattutto se si guarda all'ultimo periodo.
Con il Covid e le norme di distanziamento, le problematiche già presenti e riguardanti il tema dell'affettività, sono peggiorate. Ad oggi infatti, i detenuti hanno riscontrato molte difficoltà nel mantenere una relazione sana ed equilibrata con i membri del proprio nucleo famigliare, soprattutto per quanto riguarda i minori. Restano poi ancora aperte questioni che coprono vari aspetti della vita umana come quello riguardante la sessualità e il diritto alla privacy e che almeno nelle carceri italiane, sembrano non esistere. Per quanto riguarda queste tematiche, un gruppo di ricercatori dell'Università degli studi di Cassino e del Lazio Meridionale hanno dato vita ad una "ricerca-intervento" sviluppata partendo da una serie di questionari e interviste condotte all'interno di quattro istituti penitenziari, su cui formulare una proposta di legge. Al centro del progetto lo sviluppo delle qualità delle relazioni affettive nelle case circondariali italiane. Ne abbiamo parlato con l'avvocato Sarah Grieco, responsabile della ricerca.
Come è nata la ricerca e come è stata strutturata?
Come università degli studi di Cassino e del Lazio meridionale è da tempo che siamo impegnati nel settore penitenziario: infatti quello della nostra università è un impegno costante che supporta i detenuti con vari servizi che vanno da quelli legali fino al diritto allo studio. È chiaro però che dopo le sommosse avvenute in decine di carceri, durante il lockdown del marzo del 2020, abbiamo sentito l'esigenza di capire cosa stesse realmente accadendo all'interno degli istituti di pena, partendo proprio da quello che era un problema importante: l'affettività in carcere. Nonostante fossimo consapevoli di tutte le difficoltà che avremmo incontrato, soprattutto in piena pandemia, abbiamo deciso di intervistare sia i detenuti che gli operatori penitenziari. Un progetto reso possibile grazie al supporto indispensabile della presidenza del Consiglio regionale del Lazio e del Garante dei detenuti della Regione Lazio che ha supervisionato tutto il lavoro fino alla presentazione ufficiale dei risultati dello studio. La ricerca è stata strutturata in quattro istituti penitenziari della regione, con caratteristiche profondamente diverse tra loro. Prima abbiamo optato per una casa circondariale di piccole dimensioni come quella di Cassino che trovandosi all'interno del tessuto urbano ha a disposizione pochi spazi. L'istituto però presenta una sezione dedicata ai sex offenders ovvero chi ha compiuto reati a sfondo sessuale e che di conseguenza si presentano come ostativi, cioè con delle restrizioni maggiori. Poi abbiamo scelto un carcere di dimensioni piuttosto rilevanti come quello di Frosinone dove ci sono anche detenuti in massima sicurezza tra i 500 presenti, a seguire abbiamo analizzato la casa di reclusione di Paliano dove ci sono i collaboratori di giustizia per concludere con Rebibbia femminile che è l'istituto penitenziario più grande d'Europa, utile per quella parte della ricerca che guarda alla maternità e a tutti gli aspetti legati alle donne. Abbiamo intervistato oltre 230 detenuti insieme agli operatori penitenziari con dei questionari anonimi a risposta chiusa e aperta. In seguito abbiamo elaborato tutti i dati per analizzare le criticità, dividendo la ricerca in due fasi: l'analisi delle relazioni affettive nel periodo pre-pandemico e quelle del periodo post-pandemico per capire come venivano modificati i dati dopo le restrizioni dovute al Covid.
Per quanto riguarda i colloqui tra detenuti e famigliari, quale sono state le differenze tra le varie carceri esaminate e qual è stato il quadro che vi siete ritrovati davanti, soprattutto in seguito alle norme di distanziamento per l'emergenza Covid?
L'ambizione di questa ricerca che credo sia la prima in Italia dopo il Covid è stata l'ampiezza del campo d'indagine. Abbiamo scandagliato tutte le modalità di contatto tra detenuti e i propri famigliari approfondendo le visite, i contatti telefonici, le mail e le modalità di rapporto fuori dal carcere tra cui i cosiddetti permessi premi che sono usati pochissimo e concessi solo in rari casi. Detto ciò quello che abbiamo verificato è la grandissima discrezionalità tra i singoli istituti penitenziari: in ogni struttura carceraria infatti è l'amministrazione a fare la differenza dello stato di detenzione. Ad esempio in alcune carceri vengono istituiti, secondo l'art. 61 del regolamento, i cosiddetti colloqui pranzo ovvero la possibilità di pranzare con la propria famiglia una volta al mese. Soprattutto per i bambini, si rivela uno strumento utile per vivere un rapporto normale con la propria famiglia. C'è quindi una forte esigenza di normalità. In alcuni casi, gli intervistati chiedevano semplicemente un distributore di bevande e alimenti per poter consumare qualcosa durante il colloquio. In altri istituti al contrario, vige il divieto assoluto di introdurre qualsiasi tipo di alimento, soprattutto dopo il Covid. In carceri come quello di Rebibbia e Paliano c'è anche la possibilità di stare all'aperto o di usufruire di ludoteche, negli altri invece non c'è neanche la possibilità di accedere all'area verde o ad uno spazio per i minori. Quindi c'è una discrezionalità molto alta che deve essere necessariamente ridotta. Stiamo parlando di diritti costituzionalmente garantiti e questo non può essere lasciato in mano alla sensibilità del direttore dell'istituto. Nella nostra proposta abbiamo infatti eliminato la discrezionalità per i permessi pranzo facendo sì che siano modalità ordinarie per tutte le carceri del territorio nazionale. In questo periodo un problema importante è sicuramente rappresentato dall'uso dei plexiglass, introdotti in seguito alle norme anti Covid. Questo ha creato un impatto immediato soprattutto nei colloqui con i minori. Molti genitori hanno rinunciato alle visite perché il plexiglass rendeva ancora più traumatico il rapporto con i figli minorenni. C'era anche chi chiedeva di fare la quarantena pur di vedere la propria famiglia senza il distanziamento.
Molto importante è anche il tema riguardante la maternità e la paternità, quali sono gli interventi che possono essere attuati per sanare questo disagio, anche in merito alle interviste condotte da voi?
Per quanto riguarda la maternità possiamo ricordare il progetto M.A.M.A. nel carcere di Rebibbia, progettato dall'architetto Renzo Piano. Si tratta di un modulo destinato alle donne detenute in stato di gravidanza creato dallo staff di architette dell'università La Sapienza e costruito con l'aiuto di alcune detenute. Ma oltre a questo è bene mettere sullo stesso piano anche la paternità. I colloqui sono sempre fondamentali. È bene differenziare quelli tra adulti e quelli tra minori, dedicando due spazi distinti. In quelli riguardanti i minori al di sotto dei 14 anni, sono preferibili spazi all'aperto e con attenzioni che vanno dalla progettazione di ludoteche alla presenza di giochi o attività da condividere con i genitori. Per quanto riguarda gli adulti, spesso si hanno difficoltà nella conversazione per la presenza di minori. Lo stare seduti intorno ad un tavolo a dialogare può creare problemi nei confronti dei minori che necessitano quindi di spazi più adatti a loro. Un altro elemento molto importante è l'aver stabilito all'interno degli istituti la definizione di minori al di sotto dei 14 anni, un limite stabilito già nella legge del 1975 sull'ordinamento penitenziario, riformata dal ministro Orlando nel 2017. Al contrario, nel regolamento penitenziario che risale al 2000 in alcuni punti indica i minori come al di sotto dei 10 anni, in altri fa solo un riferimento generale al soggetto minorenne. Con la proposta abbiamo cercato di chiudere questa confusione stabilendo che tutti i benefici comprendono i minori al di sotto dei 14 anni. Inoltre si introduce la "linea gialla", cioè una linea telefonica dedicata tramite il quale i minori di questa fascia d'età possono contattare il proprio genitore all'interno del carcere. Generalmente invece, le persone recluse non possono ricevere telefonate. Infine abbiamo tolto qualsiasi differenziazione, soprattutto per quanto riguarda i reati ostativi, cioè quelli che entrano all'interno del 4 bis e che comprendono non solo reati riguardanti la criminalità organizzata ma anche altre tipologie di reati più gravi. Questo incide anche sulla possibilità di frequentare i propri famigliari. Il minore non può subire le colpe del genitore. Dunque non è corretto privarlo della frequenza dei contatti concessi ai figli degli altri reclusi.
Nella vostra proposta di legge, la sessualità in carcere è un altro tema fondamentale, in questo caso quali sono gli interventi previsti?
Nel nostro progetto abbiamo introdotto anche il tema riguardante le visite intime che qui in Italia può sembrare una novità ma all'estero è già un'iniziativa presente da molti anni. Nella cosiddetta desk research (l'area teorica) infatti, analizziamo tutto il panorama internazionale dove prendere spunto per realizzare la proposta di legge. I dati ci dicono che oltre il 70% dei detenuti è d'accordo sull'introduzione di questi incontri, quelli che sono invece titubanti non ritengono sbagliata l'introduzione ma hanno dubbi sulle modalità. Temono che non venga garantita la privacy sufficiente, che queste visite avvengano all'interno della sezione o che i tempi non siano adeguati. La durata che non può essere ridotta all'ora prevista nei colloqui visivi è fondamentale. Inoltre quando si parla di visite intime non si parla solo di sessualità ma ci si riferisce anche alla semplice intimità. Una necessità molto richiesta dai detenuti: ovvero la possibilità del semplice contatto anche con i propri cari fuori dallo sguardo dei sorveglianti.
In merito alla proposta di legge, quali sono dunque i punti più critici del sistema carcerario che richiederebbero un intervento immediato?
Con la nostra proposta intendiamo elaborare un progetto di riforma tramite il Consiglio regionale del Lazio da presentare successivamente in Parlamento. Attualmente la nostra proposta è diventata una mozione depositata al Consiglio regionale del Lazio che ci auguriamo possa essere approvata nei prossimi mesi. Ad oggi la maggiore fonte di insoddisfazione sono i contatti telefonici che avvengono solitamente una volta a settimana nel lasso temporale di 10 minuti. Sono centralizzati nella maggior parte dei casi, quindi vengono trattati dall'amministrazione. Non c'è quindi la possibilità di una scheda prepagata. Inoltre 10 minuti non sono sufficienti per parlare con la famiglia. Un detenuto descrisse questa condizione come "un lungo viaggio" dove non fai in tempo neanche a sapere come sta la tua famiglia. Quindi abbiamo stabilito una completa riforma del contatto telefonico. Innanzitutto c'è bisogno di luoghi dedicati perché spesso gli apparecchi telefonici sono nelle sezioni, vicino a fonti di rumore e senza privacy. Ovviamente deve esserci un aumento del tempo a disposizione, almeno a 20 minuti.
Inoltre abbiamo stabilito che ci sia una scheda prepagata che il detenuto può tenere con sé e che tre telefonate a settimana fossero gratuite. La telefonata è infatti un diritto del detenuto. Abbiamo stabilito anche un tetto limite che può essere modulato nel corso della settimana e non riferito solo al singolo giorno. Con questa riforma rispettiamo quanto viene detto nelle carte internazionali e nelle regole penitenziarie europee.
Attualmente molti detenuti vivono situazioni di disagio che si ripercuotono anche sull'aspetto psicologico. Infatti durante la ricerca abbiamo constatato come molti facciano uso di psicofarmaci. In più, su proposta del nostro rettore abbiamo chiesto ai quattro istituti penitenziari analizzati di poter presentare i risultati della ricerca ai detenuti perché volgiamo fargli capire che la loro disponibilità e il loro aiuto è stato fondamentale per i risultati raggiunti. È stata la loro voce a dare vita ad una proposta di riforma che potrà cambiare la vita non solo a loro ma anche alle tante famiglie che vivono queste condizioni.
di Tiziana Maiolo
Il Riformista, 5 gennaio 2022
Era dai tempi di Santi Consolo che i vertici dell'amministrazione penitenziaria non prendevano parte a un confronto, seppure in remoto, con i carcerati. Affrontare le persone in carne ed ossa, insegnerebbe a tanti cosa è davvero il carcere.
È apparsa sorprendente la partecipazione del Direttore del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria (Dap) Dino Petralia all'ultimo congresso di Nessuno tocchi Caino. Sorprendente perché l'avvenimento avveniva nel carcere di Opera con i suoi detenuti che vivono in regime di alta sicurezza e con la partecipazione di una parte di loro e il collegamento con un gruppo di ristretti a Parma. Nulla di speciale, per chi è avvezzo a frequentare il mondo dei radicali e dei diritti. Tutto nuovo per un magistrato di ottimo curriculum, ma i cui galloni più prestigiosi consistono nell'esser stato fino a ieri un pm "antimafia". È un messaggio, no? Una speranza che si apre.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 5 gennaio 2022
Si registra una crescita dei contagi Covid in carcere, mentre sono 96.604 le dosi di vaccino somministrate ai detenuti. Intanto il ministro Cartabia promette una riforma penitenziaria.
In netto aumento i casi Covid nelle carceri italiane, che registrano una crescita consistente rispetto alle scorse settimane. I detenuti positivi sono 804 (di cui 22 nuovi giunti), su un totale di 53.142 presenze, mentre i casi sono 876 tra i 36.939 poliziotti penitenziari in servizio. I dati, aggiornati a ieri sera, sono contenuti nel report settimanale pubblicato sul sito del ministero della Giustizia. La scorsa settimana i casi erano stati 510 tra i detenuti, su una popolazione di 52.569 unità, un numero già più che raddoppiato rispetto ai 239 di quella precedente, e 527 tra gli agenti. Tra i detenuti positivi, 786 sono asintomatici, 12 hanno sintomi e sono gestiti all'interno degli istituti e 6 sono ricoverati in ospedale. Tra gli agenti penitenziari 860 sono asintomatici in isolamento domiciliare, 14 sono ricoverati in caserma e 2 in ospedale. Quarantotto sono infine i positivi tra le 4.021 unità del personale dell'amministrazione penitenziaria, tutti in isolamento domiciliare, mentre la scorsa settimana erano 37.
I dati dei vaccini in carcere - Prosegue la campagna vaccinale nelle carceri italiane. Sono 96.604 le dosi di vaccino anti Covid somministrate ai detenuti, come riportato nel bollettino settimanale, aggiornato a ieri, pubblicato sul sito del ministero della Giustizia. La scorsa settimana il totale delle somministrazioni era di 94.738 dosi.
Cartabia: nel 2022 priorità alla riforma del carcere - "Da gennaio il carcere sarà la mia priorità. L'ho già detto ai membri della Commissione sull'innovazione penitenziaria qualche giorno fa". Così la ministra della Giustizia, Marta Cartabia, che nei giorni prima di Natale ha ricevuto dalla Commissione per l'innovazione del sistema penitenziario la relazione finale predisposta al termine dei lavori che si sono tenuti, come previsto, nell'ultimo trimestre del 2021. "Anzitutto dovrò valutare le proposte contenute nella relazione che la Commissione mi ha consegnato e, sulla base di esse, elaborare con il Dap un piano di azione da proporre su tutto il territorio. Il carcere ha sterminati bisogni: il mio obiettivo è introdurre cambiamenti molto concreti, che incidano anzitutto livello amministrativo allo scopo di migliorare la vita quotidiana di chi vive e lavora in carcere", ha spiegato Cartabia, come riporta il quotidiano web del ministero della Giustizia.
Così come avvenuto per le altre commissioni ministeriali ora la ministra farà le sue valutazioni rispetto alle proposte di intervento avanzate. Istituita con decreto ministeriale del 13 settembre 2021 e presieduta da Marco Ruotolo, ordinario di Diritto costituzionale nell'Università Roma tre, la Commissione aveva avuto il compito di individuare possibili interventi concreti per migliorare la qualità della vita all'interno degli istituti penitenziari, perché sia sempre più conforme ai principi costituzionali e agli standard internazionali. Le proposte della Commissione si sono concretizzate, oltre che in ipotesi di modifiche, in forma di articolato, anche in 8 linee guida per la rimodulazione dei programmi di formazione del personale e 35 azioni amministrative da applicare perché producano, come richiesto, consistenti miglioramenti della vita penitenziaria durante l'esecuzione penale.
di mons. Michele Pennisi
interris.it, 5 gennaio 2022
La comunità cristiana è chiamata ad educare, aiutare, riabilitare, far sentire ciascuna persona degna di essere amata e di essere promossa nella vita sociale. Mi auguro che nella Chiesa e nella società civile si tenga conto dell'articolo 27 della Costituzione Italiana che recita: "Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato".
La pena dentro la prigione ha senso se, mentre afferma le esigenze della giustizia e scoraggia il crimine, serve al rinnovamento della persona, offrendo a chi ha sbagliato una possibilità di riflettere e cambiare vita, per reinserirsi a pieno titolo nella società. Nel messaggio per la Giornata Mondiale della Pace, papa Francesco afferma che è determinante per la credibilità della Chiesa che essa viva e testimoni in prima persona la misericordia e invita a vincere l'indifferenza non distogliendo lo sguardo dal suo prossimo e compiendo atti di coraggio nei confronti delle persone più fragili delle loro società, fra i quali nomina i detenuti. Nelle parole del Papa c'è l'invito urgente ad adottare misure concrete per migliorare le loro condizioni di vita nelle carceri, accordando un'attenzione speciale a coloro che sono privati della libertà in attesa di giudizio, avendo a mente la finalità rieducativa della sanzione penale e valutando la possibilità di inserire nelle legislazioni nazionali pene alternative alla detenzione carceraria.
Da seminarista a Roma ho conosciuto ed aiutato alcuni ragazzi usciti dal carcere minorile, dove erano seguiti dall'allora don Agostino Casaroli e da alcuni miei compagni del collegio Capranica. Da viceparroco sono stato invitato da alcuni familiari di interessarmi della liberazione di alcuni prigionieri politici e di alcuni "desaparecidos" vittime della dittatura militare in Argentina. Grazie alla collaborazione di Caritas Internationalis e di Justitia et Pax riuscii a far rimpatriare in Italia nel 1979 un medico e una ragazza ambedue di Cordoba, che erano stati torturati e detenuti senza processo. Ambedue furono accolti a Grammichele (Catania) e la ragazza fu aiutata a conseguire il diploma di assistente sociale. Purtroppo per altri detenuti non si riuscì ad ottenere la liberazione ma solo risposte evasive da parte del governo argentino.
Ho avuto modo di incontrare molti detenuti ed ex detenuti durante gli undici anni (2002-2013) del mio episcopato a piazza Armerina, diocesi nel cui territorio si trovano tre Case circondariali ad Enna con quattro sezioni, a Piazza Armerina e a Gela. Visitavo diverse volte l'anno i detenuti e mi tenevo informato sulle loro condizioni tramite i cappellani delle carceri. Ho amministrato diversi sacramenti del battesimo, della cresima e della prima comunione. Ricordo che un detenuto, che aveva i parenti fuori dalla Sicilia, chiese un permesso per poter trascorrere una giornata con me. La Caritas diocesana ha messo a disposizione un appartamento per i familiari dei detenuti che venivano da lontano e per ex detenuti stranieri. Sono state organizzate una serie di iniziative di evangelizzazione e di promozione umana per i detenuti con la collaborazione di alcuni movimenti ecclesiali ed associazioni di volontariato.
Giovanni Paolo II in occasione del Giubileo nelle Carceri ebbe a dire: "Per la realtà carceraria bisogna adoperarsi al fine di creare nuove occasioni di riscatto. Ciò si traduce per ciascuno, entro i limiti della sua competenza, nell'impegno di contribuire alla predisposizione di cammini di redenzione e di crescita personale e comunitaria improntati alla responsabilità. Tutto questo non deve essere considerato utopia".
di Antonella Marandola*
Il Dubbio, 5 gennaio 2022
Fra le questioni che nelle ultime ore agitano il mondo della giustizia penale v'è senza dubbio la peculiare scelta politica di estendere con l'art. 16 del d. l. 30 dicembre 2021, n. 228 (cd. Milleproroghe) le misure speciali processuali dettate dalla legislazione emergenziale fino al 31 dicembre 2022. Inutile ricordare che si tratta dell'ennesima proroga nell'arco di questi due anni particolari anche per la giustizia.
Si tratta, però, di una decisione che desta sconcerto non solo perché disposta proprio l'ultimo giorno dell'anno, ma per il fatto che attesta l'incapacità di garantire in questi due anni la possibilità di svolgere ed assicurare una regolare amministrazione della giustizia penale. Non si è stati in grado di far fronte alla ri- organizzazione e all'ammodernamento delle strutture e del personale necessarie per lo svolgimento ordinario di un'attività essenziale e fondamentale qual è l'esercizio della giurisdizione penale, attuata in nome e per conto del popolo, ma in piena e necessaria "sicurezza". Ma lo sconcerto è destinato ad aumentare in quanto, qualche giorno fa, è stato fissato al 31 marzo 2022 il nuovo (potenziale) time-out dello stato d'emergenza.
Tuttavia in maniera irragionevole la proroga dei termini in materia di giustizia civile, penale, amministrativa, contabile, tributaria e militare, si protrae fino alla fine del 2022. Se lo stato di emergenza si connota opportunamente per la temporaneità, in conformità al delicato periodo che stiamo (nuovamente) attraversando, quello legato alla giustizia si lega in maniera irrazionale ad una preoccupante stabilità, tanto da diventare "ordinario" per l'intero anno appena iniziato.
Dopo un primo e del tutto irragionevole - soprattutto nel campo penale - "fermo attività" attuato nei primi mesi del 2020, vi è stato un successivo e progressivo impegno da parte del legislatore volto ad assicurare il bene- servizio giustizia e nel contempo le misure di sicurezza e di tutela degli innumerevoli operatori giudiziari. Ebbene, un tale bilanciamento ha sicuramente consentito l'avvio, da tempo atteso e attuato con molte difficoltà, di nuove e doverose metodologie procedurali anche di forte impatto (si pensi all'avvio del cd. deposito telematico degli atti), ma allo stesso tempo ha dato origine a una regolamentazione processuale fortemente derogatoria di principi e regole ordinarie (attività d'indagine con collegamenti a distanza, udienze da remoto, udienze cartolari in appello e videoconferenza per la partecipazione alle udienze di persone detenute o internate) sulle quali si sono addensate moltissime critiche da parte dell'avvocatura e di larga parte dell'accademia, posto che lo strumento da remoto smaterializza il processo penale, minando quei valori essenziali della partecipazione, dell'immediatezza, dell'oralità, del contraddittorio, della centralità della partecipazione della difesa in sede di udienza, che sono il baluardo della legalità del processo penale.
Non è certo questa la sede per muovere dei rilievi tecnici alle singole previsioni, eccezionalmente ammesse per fronteggiare il rischio dei contagi nelle aule giudiziarie, ma certamente l'opzione operata nei diversi provvedimenti non sempre è parsa idonea ad assicurare l'attuazione del pieno diritto di difesa, qui inteso nel suo aspetto pubblico, e i principi di un giusto processo penale la cui regolare attuazione è resa molto difficile, se non vanificata, dalla carenza, insufficienza e/ o inidoneità delle aule, del personale, dei mezzi e strumenti tecnici o telematici presso le diverse sedi giudiziarie. Tuttavia, se finora la scelta del governo di consentire la trattazione delle cause a distanza in sede di cautela e la necessità della richiesta di discussione dei processi di Appello e di Cassazione appariva - se vogliamo - "ragionevole" e accettabile in quanto contrapposta al pericolo di contagio, con l'art. 16 del decreto Milleproroghe una tale giustificazione è neutralizzata.
D'altro canto, è noto che per altre essenziali attività (si pensi alla didattica) e nonostante il proclamato stato d'emergenza, il governo ha escluso modalità di svolgimento "alternative". Altre paiono, allora, le ragioni che hanno indotto l'Esecutivo al mantenimento dell'eccezionale regime processuale, come conferma il fatto che, poiché il governo è intervenuto fuori tempo massimo la disciplina contenuta nel provvedimento di fine anno, non si applica per le udienze di trattazione fissate tra il 1 gennaio 2022 e il 31 gennaio 2022.
L'estensione non intende tutelare affatto dal rischio pandemico. Parrebbe avere, invece, il significato di rendere stabile una disciplina che si voleva solo temporalmente limitata. È fin troppo noto che nel nostro Paese l'eccezionale diventa l'abituale, lo straordinario diventa l'ordinario: alla regola non si sottrae neanche il (delicato e importantissimo) processo penale.
La perpetuazione di quella disciplina per la "gestione" degli affari penali, fortemente limitativa dei diritti e delle forme (oralità, immediatezza, contraddittorio) che qualificano il nostro processo penale, reggerà nel nuovo anno su un regime di protocolli e intese interne agli uffici giudiziari e assume la veste di una vera e propria "prova tecnica" di quanto accadrà al giudizio penale una volta approvata definitivamente la "Riforma Cartabia" che molte di tali prassi (videoregistrazioni, appello cartolare, audizioni a distanza) intende mutuare definitivamente. Nell'attesa il 2022 sembra assumere la veste di vero e proprio "periodo transitorio" per la (futura) messa a regime del "nuovo" processo penale. Sarà l'anno che ci traghetterà verso un modello di processo fortemente lontano dal modello accusatorio che d'ora in avanti sarà "a richiesta".
Assicurato il "distanziamento" del difensore dall'affare penale, la pratica si avvia verso la "frantumazione dell'attività decisoria" che, in alcune sedi, avverrà "a distanza" quasi a ripudio di quella collegialità che è valore essenziale e cifra della nostra giurisdizione. Su quali atti e fascicoli, con quale contraddittorio e articolazione potranno i giudicanti confrontarsi sui diversi aspetti per giungere alla "giusta" e meditata pronuncia? In quali contesti si deciderà, invece, in presenza? Può tale attività dipendere, ancora una volta, da protocolli o dalle strutture a disposizione di chi è chiamato a svolgere una delle più autorevoli funzioni dello Stato?
Ecco perché è condivisibile la denuncia e l'appello dell'Unione Camere penali al Parlamento per il rispetto dei princìpi del giusto processo affinché in sede di conversione in legge - si ritorni quantomeno a limitare il ricorso alle norme emergenziali del processo fino al 31 marzo 2022, così come previsto per altri processi (ad esempio quello tributario). Né la decretazione d'urgenza né i criteri di delega appaiono sufficienti a sovvertire il regime processuale ordinario dopo la pandemia. Una volta svincolato il regime d'eccezione (cartolare, a distanza e/ o differito) dal problema sanitario non si comprende, infatti, a quali condizioni sarebbe possibile tornare all'ordinario sistema, al ripristino, cioè, di quelle forme e modalità di un "giusto processo penale" che qualifica e fa apprezzare il nostro rito penale, per cui lo sguardo dei penalisti, anche accademici, dovrebbe, forse, muovere al di là di tale (breve) orizzonte.
*Ordinaria di Diritto processuale penale all'Università del Sannio
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