di Camille Eid
Avvenire, 8 gennaio 2022
Nel 2021 trovati 250 milioni di pillole dirette nel Golfo: 18 volte più di 4 anni fa. L'Occidente è invaso. La produzione siriana è gestita da Maher al-Assad, fratello di Bashar. Libano nuova rotta Sulle ceneri della Siria, distrutta da oltre dieci anni di guerra, sta crescendo l'ultimo narco-Stato del mondo. L'allarme arrivato dal New York Times che, grazie a decine di interviste, ha fatto luce su un traffico multimiliardario che oltrepassa ormai i confini del Paese mediorientale non ha che arricchire di particolari quanto ormai era evidente da tempo.
Il prodotto di punta è il Captagon, chiamato localmente Abu Hilalain "quello con due mezzelune", in riferimento alle due "C" contrapposte incise sulle pillole. Il Captagon, un'anfetamina originariamente usata per curare il deficit di attenzione e la narcolessia, assiste a un boom di consumo tra i giovani delle petrolmonarchie del Golfo, con 250 milioni di pillole sequestrate solo nel 2021: 18 volte più di 4 anni fa.
La pasticca costa sui 22 euro ma una sola "basta per ballare tutto il fine settimana", come racconta al quotidiano statunitense un partecipante a un rave clandestino organizzato a Riad. Le autorità saudite accusano il Libano (e in maniera implicita Hezbollah) di fungere da punto di transito alle esportazioni illegali e hanno perciò sospeso, lo scorso aprile, tutte le importazioni di frutta e verdura provenienti dal Libano in seguito al sequestro di oltre 5 milioni di pillole dissimulate all'interno di melograni.
La fantasia dei trafficanti si è, infatti, sbizzarrita nel cercare sempre nuovi nascondigli. Nei giorni scorsi, i doganieri di Dubai e Beirut hanno sequestrato due maxi-carichi di Captagon nascosti rispettivamente all'interno di finti limoni e arance, mentre quelli siriani bloccavano mezza tonnellata di pasticche dissimulate in pacchetti di spaghetti e finte torte.
Secondo il Centre for Operational Analysis and Research, i sequestri di Captagon avvenuti nel 2020 ammontavano a 3 miliardi di euro, trenta volte l'introito ricavato dalla prima esportazione lecita della Siria, l'olio d'oliva.
L'Occidente è ormai invaso dalle pasticche. L'"affare", spiega ancora la testata americana, sarebbe gestito dal generale Maher al-Assad, fratello più giovane del presidente Bashar e comandante della Quarta Divisione corazzata, che ne sovrintende la produzione a Tartous e Homs e la distribuzione attraverso il porto di Lattakia. Nel traffico sono coinvolti anche uomini d'affari vicini al governo di Assad e colpiti dalle sanzioni Usa, come Amer Khiti e Khodr Taher bin Ali, entrambi arricchitisi notevolmente durante la guerra.
La Siria non è nuova al traffico di droga. Negli anni Novanta, la valle libanese della Beqaa, sotto controllo siriano, era il principale produttore di hashish nella regione. Ma è soprattutto a partire dal 2011, con l'esplosione della guerra civile, che il Paese si è lanciato nella produzione massiccia di stupefacenti, anche per risollevare un'economia in caduta libera come ora. I siriani ci trovavano, e ora ancor di più con la crisi economica ci trovano, un terreno particolarmente fertile: non solo materie prime facilmente reperibili e uno sbocco sulle rotte mediterranee verso l'Europa, ma anche una comoda situazione di caos. Il traffico non ha risparmiato l'Italia.
Nel luglio 2020 "il più grande sequestro di anfetamine a livello mondiale" è stato intercettato al porto di Salerno proveniente dalla Siria. La merce - ben 14 tonnellate (84 milioni di pastiglie) del valore di un miliardo di euro - è stata scoperta in tre container di cilindri di carta per uso industriale. Gli inquirenti avevano evocato anche un ruolo del Daesh, cui si sarebbero rivolte mafie locali trovatesi a corto di droghe tradizionali a causa del lockdown.
cesvolab.it, 8 gennaio 2022
Ieri mattina lo staff del CSV Irpinia Sannio ha incontrato i giovani detenuti dell'Istituto Penale Minorile di Airola (Benevento) per consegnare loro le calze di dolciumi. Presenti la direttrice dell'IPM Marianna Adanti, il direttore del CSV Irpinia Sannio Maria Cristina Aceto con il componente del consiglio direttivo Giovanni De Mizio, la cooperativa Il Germoglio onlus e le associazioni Gicara, Misericordia di Montesarchio, Pubblica Assistenza Molisannio e Galea.
"Ringrazio il CSV e le associazioni - il commento della direttrice dell'istituto penale Marianna Adanti - per questa spiccata sensibilità che hanno avuto nel ricordarsi anche della befana dei ragazzi dell'IPM di Airola donando così loro un momento di gioia facendoli sentire a casa con la venuta della Befana".
L'iniziativa di questa mattina rientrava tra quelle promosse dal Centro Servizi per il Volontariato nell'ambito del progetto Il sorriso ti dona. "Il CSV - ha spiegato infatti la direttrice Maria Cristina Aceto - nell'ambito dell'iniziativa "Il Sorriso ti dona", affianca le associazioni di tutto il territorio di Avellino e Benevento nelle attività di animazione territoriale per donare un sorriso a chi ne ha più bisogno. Così questa mattina siamo stati qui, all'istituto penale minorile di Airola, per donare assieme alle associazioni locali una calza agli ospiti della struttura".
di Rita Bernardini, Sergio D'Elia, Elisabetta Zamparutti
Il Riformista, 7 gennaio 2022
Dopo il IX Congresso nel carcere di Opera, abbiamo approvato una mozione che ci impegnerà ancora nel combattere a fondo l'Antimafia deteriore, la tortura della prigione, la cultura della vendetta Non vogliamo un diritto penale migliore, ma qualcosa di meglio del diritto penale. Supportateci in tanti.
Abbiamo appena concluso il nostro IX Congresso nel Carcere di Opera, un congresso davvero straordinario per il numero dei partecipanti, per il prestigio degli ospiti che hanno preso la parola, per la qualità del dibattito e l'emozione suscitata dalle testimonianze, in particolare, dei detenuti. Alla fine, abbiamo approvato una Mozione Generale che impegna noi tutti, per i prossimi due anni, a disinnescare quell'arsenale terribile di leggi e misure di emergenza, di pene senza fine e regimi penitenziari mortiferi che, negli ultimi trent'anni, il sistema inquisitorio dell'antimafia ha instaurato nel nostro Paese.
di Mauro Palma*
La Stampa, 7 gennaio 2022
Il nuovo anno ha iniziato il cammino, nei suoi primi due giorni, con due persone detenute che si sono suicidate: a Salerno e a Vibo Valentia. Storie diverse su cui è inopportuna qualsiasi congettura proprio per il rispetto che si deve a scelte così estreme.
Ma ciò non fa venir meno la necessità di una riflessione generale sul carcere e sull'accentuata difficoltà attuale di chi al suo interno vive e anche di chi vi lavora. Perché una persona privata della libertà da parte dell'autorità pubblica è a questa affidata per la tutela dei suoi diritti, pur nella specificità della reclusione: in primo luogo la sua vita, la sua integrità e la sua dignità.
E perché chi lavora in un così complesso sistema ha diritto di avere una direzione chiara del proprio impegno e sicurezza nell'operare. L'interrogativo inevitabile posto da queste rinunce alla propria vita - più di una a settimana nell'anno appena trascorso - riguarda la fisionomia attuale del nostro sistema di detenzione.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 7 gennaio 2022
La riforma del Csm e dell'ordinamento giudiziario non è stata discussa neppure nell'ultimo Consiglio dei ministri. Ne parliamo con il togato Giuseppe Marra, che nel plenum di Palazzo dei Marescialli rappresenta il gruppo "Autonomia e Indipendenza".
Che ne pensa di questa ennesima fumata nera?
Immagino che l'emergenza covid abbia inciso sull'ordine del giorno di Palazzo Chigi. Allo stesso tempo sono portato anche a credere che si stia prendendo tempo per cercare di superare quei dissidi all'interno della maggioranza in merito alla proposta governativa di modifica della legge elettorale del Csm. Inoltre, forse, con le elezioni del Capo dello Stato alle porte, e quindi in una situazione di contrapposizioni politiche, mettere sul tavolo un altro elemento divisivo come la riforma del Csm non è sembrato opportuno.
di Don Vincenzo Russo*
Il Riformista, 7 gennaio 2022
C'è un pensiero comune, diffuso, popolare, secondo il quale le dure condizioni di vita in carcere sono inevitabili, anzi, giuste, poiché parte integrante della pena che deve colpire chi si è macchiato di un crimine. È una idea di riparazione come contrappasso: tu hai fatto soffrire e tu devi soffrire nello stesso modo, anzi, di più. Solo così la vittima può avere "soddisfazione" per il torto subito. Questo principio, che poco si differenzia da quello della "vendetta", si accompagna a un altro mantra giudiziario: la certezza della pena.
La riforma Cartabia non basta a ricreare un rapporto di fiducia tra i cittadini e la giustizia malat
di Antonio Mastrapasqua*
Libero, 7 gennaio 2022
Sarebbe bastato molto meno dell'appuntita intervista del Direttore di questo quotidiano a Luca Palamara per mettere in crisi la fiducia dei cittadini di questo Paese nella Magistratura. Eppure, la tormenta scatenata dalle rivelazioni dell'ex presidente dell'Anm non sembra aver scalfito il "sistema", né turbato più di tanto l'organo di autogovemo.
Il Csm è rimasto al suo posto, ha comminato qualche condanna (per lo più lievi sospensioni), sopportando inchieste, indagini, veleni, dimissioni. E il suo presidente - questo spiace dirlo, e spiace che pochi lo abbiamo rammentato nei bilanci di fine settennato di Sergio Mattarella - troppo poco ha fatto per dare segni di discontinuità. L'amministrazione della Giustizia è un elemento fondamentale del rapporto tra il Paese e le sue Istituzioni.
Di più: il "servizio" della Giustizia è essenziale alla vita quotidiana di cittadini, famiglie e imprese. Un sistema giudiziario efficiente e credibile è essenziale alla convivenza nel Paese e alle buone relazioni con l'estero. È appena il caso di ricordare che il basso livello di investimenti finanziari in Italia dipende in gran parte dall'inaffidabilità della Giustizia.
C'è un problema noto che riguarda i tempi: l'ultimo rapporto di Bruxelles sui vari sistemi giudiziari comunitari snocciola dati impietosi per l'Italia. Il nostro Paese è il penultimo nell'Ue per i tempi della giustizia civile. In Italia per arrivare a sentenza nel terzo grado di giudizio servono 1.302 giorni, 791 per il secondo e 531 per il primo. Sommati, i tre gradi superano i sette anni. C'è chi ha stimato in 10 miliardi il peso economico della Giustizia inefficiente.
Un delta recuperabile se si mettesse mano a una riforma vera del sistema; una riforma sia della Magistratura, sia dei servizi dell'Amministrazione. Al cittadino (e alle imprese) poco importa che i tempi infiniti siano imputabili alla mancata digitalizzazione, alla carenza di personale o all'inefficienza dei magistrati. Come spesso accade le inadeguatezze di qualcuno diventano alibi per tutti.
Per chi ha avuto l'occasione di frequentare da vicino aule giudiziarie e palazzi di Giustizia - e qui si tratta di una testimonianza diretta, che cerco di indicare con il massimo della sobrietà, visto che mi sono liberato di tutti i pesi che mi hanno imposto sette anni fa - è facile fare elenchi, che vanno dall'arredo indecente alle incertezze che si accumulano sui tempi e sugli esiti di indagini preliminari, carcerazioni preventive, disponibilità di agende e di acquisizioni di documentazione. La cronaca di tutti i giorni consente di "spersonalizzare".
Prima ancora di toccare le indecenti commistioni tra politica e magistratura, diventa esperienza comune assistere alla scarcerazione di indagati che poi commettono delitti efferati, intercettazioni che svaniscono nel nulla, altre che risultano palesemente distorte, distribuzione di esche ai media, per denigrare gli imputati e glorificare gli inquirenti. Quando poi la misura è colma e accade l'indifendibile, non manca la solita frase che dovrebbe risultare rassicurante: "Abbiamo inviato gli ispettori".
A proposito della sezione disciplinare del Csm, Francesco Cossiga disse: "La politica è trattativa. Alla disciplinare del Csm non trattano? Se mi condanni quello non ti assolvo quello? Era così quando ero presidente. E credo che ora sia peggio".
Parole che le rivelazioni di Palamara ad Alessandro Sallusti hanno confermato anni dopo. Non ci sarà bisogno dei carabinieri attorno a Palazzo dei Marescialli (come sosteneva Cossiga), ma per ridare fiducia ai cittadini nella Magistratura certamente non basta la falsa riforma varata da Draghi-Cartabia che troppo poco innova rispetto a quella compilata dal giustizialista Bonafede.
*Ex presidente dell'Inps
di Alberto Cisterna
Il Riformista, 7 gennaio 2022
La legge trasformata in un sistema afflittivo e cieco. Era stato assolto in primo grado e condannato in appello, poi la conferma in Cassazione. Un percorso, non rettilineo che - a prescindere dal merito - ha sfibrato l'imputato al punto tale da indurlo al gesto estremo.
Quello di Angelo Burzi non rimarrà, purtroppo, l'ultimo suicidio generato da un mondo complesso e controverso come quello della giustizia. Sia chiaro: persone si tolgono la vita ovunque a causa di una condanna o di una carcerazione ritenute insopportabili. In questi giorni si parla di quel Jeffrey Epstein che, in Usa, ha cancellato la propria esistenza schiacciato dallo scandalo sessuale che lo ha visto protagonista.
di Daniela Anselmi e Federico Smerchinich*
Il Dubbio, 7 gennaio 2022
Con Omicron che sta dilagando di giorno in giorno, è lecito domandarsi se sia corretto continuare col regime delle udienze in presenza nella giustizia amministrativa o se non sia più prudente tornare alle udienze da remoto come già chiesto dall'Unione nazionale avvocati amministrativisti.
Con la diffusione della variante Omicron che sta dilagando di giorno in giorno è lecito e necessario domandarsi se sia ancora corretto continuare con l'attuale regime delle udienze in presenza nella giustizia amministrativa o se non sia forse più prudente tornare alle udienze da remoto come già chiesto da Unaa (Unione nazionale avvocati amministrativisti) il 30 dicembre 2021.
Come noto da qualche mese si stanno svolgendo in presenza le udienze nei Tar e al Consiglio di Stato, mentre le udienze da remoto sono possibili solamente per lo smaltimento dell'arretrato (art. 87 comma 4 bis decreto legislativo n. 104/ 2010) oppure nell'ipotesi dell'art. 7 bis d. l. n. 105/ 2021, inizialmente efficace sino al 31.12.2021 e ora prorogato al 31 marzo 2022 dall'art. 16 comma 5 del decreto "Mille proroghe" 228 dello scorso 30 dicembre.
Tuttavia, attualmente la situazione pandemica si è rinvigorita, e il sistema delle udienze in presenza come regola ordinaria deve essere necessariamente (e urgentemente) rivista, in quanto sta dando vita a incertezze operative e aumentando il rischio di contagi. Come già rilevato, nel sistema vigente, l'unico meccanismo che, oltre al caso dello smaltimento dell'arretrato, consente solo in via eccezionale di ricorrere alle udienze da remoto ai sensi dell'articolo 7 bis d. l. 105/2021 può creare dei problemi pratici, perché le situazioni di impedimento delle parti processuali possono essere ben diverse e non necessariamente correlate a provvedimenti dell'autorità (come richiesto dalla norma): si pensi ad esempio alla quarantena fiduciaria per contatto con soggetti positivi al covid- 19, alla scoperta da parte dell'avvocato di essere positivo solamente a ridosso dell'udienza stessa, alla positività improvvisa di magistrati o dipendenti dei tribunali amministrativi e altre ulteriori situazioni eccezionali (che purtroppo stanno diventando ordinarie) che non consentono, a legislazione vigente, di svolgere regolarmente un'udienza in presenza.
Per non parlare del fatto che, benché secondo alcuni non dovrebbe esserci alcun controllo sul green pass per gli accessi ai Tar e al Consiglio di Stato, dall'altro lato il governo ha appena predisposto un obbligo vaccinale suddiviso per fasce di età, con il rischio concreto che coloro che non sono riusciti ad accedere alla dose booster prima della scadenza del proprio green pass, o che per motivi di salute non possono vaccinarsi, rischiano di non poter esercitare la professione nelle modalità canoniche né tantomeno comparire in presenza in udienza o svolgerla da remoto ai sensi dell'art. 7 bis d. l. n. 105/2021.
Insomma, attualmente nell'organizzare un'udienza in presenza ci sono mille e più varianti da considerare, più della stessa Omicron, che non vengono rilevate dalla legislazione vigente. Per non parlare del fatto che sia stata prorogata la possibilità di svolgere smart working per 3- 4 giorni a settimana o che inevitabilmente dal prossimo lunedì 10 gennaio molte Regioni italiane cambieranno colore verso l'arancione, con ulteriori restrizioni a spostamenti e attività. Oltre agli effetti pandemici che si stanno registrando anche tra i magistrati.
Si ritiene che in tale scenario, il solo art. 7 bis d. l. n. 105/ 2021, che consente discrezionalmente ai presidenti di Sezioni dei Tar, Consiglio di Stato e Cgars di optare per l'udienza da remoto, non è in grado di superare le incertezze e garantire il corretto svolgimento delle stesse. Invero, in un sistema che non ammette più le note di udienza, si stanno registrando casi in cui l'avvocato si rende conto di essere positivo o essere stato a contatto con un positivo solo poco prima dell'udienza, senza possibilità di svolgere la stessa o di chiedere la discussione da remoto, o per iscritto il passaggio in decisione.
Si evidenza al riguardo che l'art. 7 bis citato, rinviando all'art. 13 quater delle disposizioni di attuazione al C. p. a., richiede che la segreteria comunichi agli avvocati almeno tre giorni prima della trattazione l'avviso e l'ora delle modalità di collegamento. Un inciso anacronistico che non è più attuabile considerando l'imprevedibilità delle contingenze dovute al virus che non permettono l'organizzazione preventiva né di riuscire a richiedere la trattazione da remoto con anticipo. Così come non più attuale, e anzi assorbito dal protocollo di intesa sottoscritto a fine luglio, risulta l'inciso dell'art. 13 quater citato per cui la parte può richiedere il passaggio in decisione solo fino alle ore 12 del terzo giorno antecedente l'udienza.
Alla luce di quanto finora brevemente descritto, senza nulla togliere all'importanza di svolgere le udienze in presenza, si ritiene che al momento l'unica via perseguibile sia sic et simpliciter quella di prevedere lo svolgimento generalizzato delle udienze da remoto, uno strumento che negli ultimi anni si è dimostrato molto utile e particolarmente efficiente per la giustizia amministrativa, consentendole di continuare l'attività nonostante la pandemia.
Per tale motivo, a salvaguardia di tutte le parti processuali e del corretto svolgimento delle udienze, è necessario che in sede governativa e legislativa si proceda a reintrodurre sino al 31 marzo 2022 l'udienza da remoto come metodo ordinario di trattazione orale delle cause nella giustizia amministrativa, senza lasciare i singoli Tar a dover decidere caso per caso ai sensi dell'art. 7 bis d. l. 105/ 2021 se svolgere o meno in presenza le udienze.
In alternativa si potrebbe valutare anche la possibilità di ricorrere all'udienza mista, con avvocati o magistrati contestualmente in presenza e/ o collegati da remoto che, a nostro avviso, potrebbe essere già possibile con l'attuale previsione contenuta nell'articolo 7 bis del d. l n. 105/ 2021.
Vi potrebbe essere il caso che un componente del collegio o un difensore non possano partecipare in presenza per problematiche di carattere eccezionale legate all'emergenza covid. In tale situazione, o sussiste la possibilità di rinviare la trattazione della causa, ovviamente se tutte le parti sono d'accordo, ovvero di verificare se sussistano dei rimedi in grado di superare tale situazione (l'art. 7 bis parla, infatti, di situazioni eccezionali non altrimenti fronteggiabili).
Una circostanza come quella sopra descritta (e cioè un magistrato o un difensore che non possano partecipare a un'udienza in presenza) potrebbe essere fronteggiata attraverso un collegamento da remoto del solo soggetto che non può essere presente, mentre gli altri potrebbero invece partecipare ugualmente all'udienza in presenza. Si potrebbe utilizzare un maxischermo nell'aula del tribunale se esistente oppure si potrebbe ricorrere ad un computer in dotazione dell'Amministrazione, da collocare nell'aula di udienza, e ciò al fine di consentire ai presenti di vedere e interloquire con il soggetto collegato da remoto (ci risulta che tale evenienza sia già stata sperimentata al Tar Piemonte all'udienza del 24 novembre 2021).
È una via percorribile ma foriera, a nostro avviso di indubbie complicazioni, anche perché non prevista espressamente dalla legge, mentre in un periodo come questo dovrebbe essere privilegiata la soluzione più semplice e cioè il ritorno alle udienze da remoto tout court fino al 31 marzo 2022.
Quello che si dovrebbe invece evitare con forza, se il Governo ritenesse di non modificare il disposto dell'art 7 bis del d. l. 105/ 2021, è che nello stesso giorno di udienza e nello stesso Tribunale vi siano alcune cause trattate integralmente da remoto ed alcune solo in presenza. Per un difensore che dovesse patrocinare sia le une che le altre sarebbe un serio problema perché nel momento in cui avesse finito di discutere una causa in presenza, dovrebbe velocemente allontanarsi per collegarsi con il proprio computer da remoto.
Ma questo non è possibile nella stessa aula del Tribunale né in aule adiacenti, in quanto è noto che per evitare assembramenti non è possibile stazionare nel plesso giudiziario una volta terminata la discussione della causa. Parimenti appare difficile che un difensore, soprattutto se non risiede nella sede del Tribunale, possa recarsi presso uno studio o un luogo per collegarsi con la dovuta tranquillità e riservatezza.
Pertanto si auspica che, nell'ipotesi in cui il Presidente del Tribunale o della Sezione del Consiglio di Stato disponga la trattazione da remoto in presenza dei presupposti previsti dall'art 7 bis più volte citato, lo faccia per tutte le cause fissate in quell'udienza, quantomeno per tutte le cause in cui compaia lo stesso difensore. Ciò dimostra una volta di più, in termini di semplificazione, l'esigenza di ripristinare fino alla scadenza del periodo di emergenza le udienze da remoto per il processo amministrativo.
*Associazione avvocati amministrativisti liguri "Carlo Raggi" - Unione nazionale avvocati amministrativisti
di Ermes Antonucci
Il Foglio, 7 gennaio 2022
"Il libro nero delle ingiuste detenzioni" di Stefano Zurlo racconta nove casi emblematici. Una lettura consigliata a chi si appresta a vestire la toga perché nulla quanto una sequenza di gravi abbagli "avverte i giudici sui pericoli del potere".
Un ex consigliere regionale del Piemonte, Angelo Burzi, si uccide alla vigilia di Natale denunciando di essere vittima di un caso di malagiustizia (era stato condannato in appello in un processo in cui, in primo grado, era stato assolto). L'ex governatore della regione Basilicata, Marcello Pittella, viene assolto in un processo che tre anni fa lo portò 87 giorni agli arresti domiciliari e lo costrinse alle dimissioni. Sono queste le due vicende più note che la giustizia italiana ha consegnato alle cronache sul finire del 2021. Vicende drammatiche, ma che purtroppo non costituiscono una novità.
Tra il 1991 e il 2020 circa 30 mila persone in Italia sono state arrestate per poi essere, spesso molti anni dopo, assolte o prosciolte. Quasi mille all'anno. È a questo esercito di reduci della malagiustizia italiana che è dedicato l'ultimo libro del giornalista Stefano Zurlo, intitolato "Il libro nero delle ingiuste detenzioni" (Baldini+Castoldi). Il dato, 30 mila persone arrestate o condannate ingiustamente, è mostruoso, non tanto per le pesanti conseguenze determinate dal fenomeno sulle casse dello stato (che negli ultimi tre decenni ha dovuto pagare indennizzi e risarcimenti per oltre 870 milioni di euro, una media di 29 milioni all'anno), quanto per le devastazioni prodotte da tutto ciò sulla vita delle persone coinvolte, sotto ogni punto di vista: umano, familiare, sociale, economico, reputazionale (l'onnipresente gogna mediatico-giudiziaria, la cui inciviltà descriviamo da tempo su queste pagine).
Nel suo libro, Zurlo racconta nove casi emblematici di vittime di ingiusta detenzione (cioè coloro che subiscono una custodia cautelare in carcere o agli arresti domiciliari, salvo poi essere assolti) e di errori giudiziari (cioè coloro che, dopo essere stati condannati con sentenza definitiva, vengono assolti in seguito a un processo di revisione). "E' un errore, state sbagliando, sono innocente", è una delle frasi che risuonano con maggiore frequenza nelle pagine del libro. E si fa fatica a non provare un brivido, a non rintracciare una triste analogia con quanto avvenuto nella vicenda di Angelo Burzi, il quale, prima di uccidersi alla vigilia di Natale, nella sua lettera-testamento si è detto "certo di essere totalmente innocente". Il brivido diventa terrore leggendo le testimonianze raccolte da Zurlo.
Si inizia con la storia di Jonella Ligresti, figlia primogenita del "re dell'edilizia" Salvatore Ligresti (morto nel 2018), prosciolta lo scorso maggio da tutte le accuse nell'inchiesta Fonsai, insieme al fratello Paolo e alla sorella Giulia. Peccato che, a causa dell'inchiesta, nel 2013 Jonella venne arrestata, per poi passare quattro mesi in carcere e altri otto ai domiciliari. Falso in bilancio e aggiotaggio informativo, le accuse. Ci sono voluti il carcere, otto anni di inchieste e di dibattimenti, una condanna in primo grado poi annullata, la perdita della compagnia assicurativa di famiglia e di tutte le altre cariche per arrivare al proscioglimento da tutte le accuse. Una via crucis che Jonella racconta, con coraggio e commozione, ricordando la sofferenza patita in carcere e fuori.
Ci sono storie meno note, ma non meno incredibili e terrificanti, come quella di Pietro Paolo Melis, incarcerato diciotto anni e mezzo per sequestro di persona sulla base di un'intercettazione in cui si sentiva una voce che - anni dopo - si scoprirà non essere sua. "Mi hanno arrestato quel giorno di dicembre del 1997 che ero giovane, avevo 37 anni - racconta Melis - mi hanno messo fuori il 15 luglio 2016 che ero ormai vecchio, o quasi, 56 anni".
C'è la storia di Angelo Massaro, che in carcere da innocente ha trascorso 21 anni, uno in meno di Giuseppe Gulotta, tenuto in carcere da innocente per 22 anni sulla base di una confessione estortagli attraverso torture. Con precisione e sensibilità, Zurlo ricostruisce le tappe di queste vicende drammatiche, lasciando all'ex procuratore aggiunto di Venezia Carlo Nordio il compito, nella prefazione, di sollevare l'attenzione sul tema della responsabilità (di fatto inesistente) degli autori degli scempi giudiziari. Così, Nordio si spinge a suggerire la lettura del libro a chi si appresta a vestire la toga, "perché nulla quanto una sequenza di errori funesti avverte i giudici sui pericoli del potere" e perché "riflettere sugli sbagli dei colleghi, se proprio non si riesce a riconoscere i propri, potrebbe servire per evitare danni irreparabili ai suoi simili".
- Il misterioso suicidio del boss in carcere, l'agente: "Voleva collaborare"
- La Corte europea: l'Italia dia spiegazioni sul caso Magherini
- Carceri, il "caso Piemonte": direttori in fuga e istituti a pezzi
- Napoli. "In carcere senza mascherine né distanziamento", l'allarme dei Garanti dei detenuti
- Pisa. Rivolta dei detenuti di marzo 2020, a processo nove imputati









