di Francesca Mannocchi
La Stampa, 7 gennaio 2022
I volti delle donne sono censurati con i burqa, perfino le teste dei manichinivengono segate. Scrive il filosofo Emmanuel Lévinas nel suo "Totalità e Infinito" che la vera natura del volto, il suo segreto, consista nella domanda che rivolge, che è "al contempo una richiesta di aiuto e una minaccia". Il Volto è per Lévinas un appello che chiama a prendersi cura dell'esistenza di un altro che ci interroga, continuamente, e ci chiama a rapporto nell'incontro con la radicale distanza da noi.
Da quando sono tornati al potere, lo scorso agosto, i taleban hanno imposto una interpretazione progressivamente più rigida della legge islamica, vietando alle donne l'accesso all'istruzione secondaria in molte province, impedendo ai tassisti di accettarle in auto se non accompagnate da un parente di sesso maschile, ostacolando la loro presenza al lavoro nel settore pubblico, fatta eccezione per le scuole primarie e gli ospedali, e bandendo la loro presenza da posizioni di governo e amministrative. Da ultimo, pochi giorni fa, i taleban hanno ordinato ai proprietari dei negozi di Herat, terza città più popolosa del Paese, di tagliare la testa ai manichini esposti nei negozi, sostenendo che le figure dei volti femminili rappresentino una violazione della legge islamica.
Aziz Rahman, capo del Dipartimento per la promozione della virtù e la prevenzione del vizio, ha rivendicato la decisione in una dichiarazione rilasciata a Afp: "Abbiamo chiesto ai commercianti di tagliare la testa ai manichini perché contrari alla Sharia, se si limiteranno solo a coprire il capo con un velo l'angelo di Allah non entrerà nei loro negozi o nelle loro case a benedirli".
Il velo non basta, dice Rahman, l'immagine del volto va eliminata, distrutta. I negozianti hanno obbedito, come mostra un video diffuso sui social media, in cui un gruppo di uomini (che non si vedono) sega le teste ai manichini per poi accatastarle una accanto all'altra. Una continuazione ideale alle prime immagini che hanno segnato il ritorno dei taleban a Kabul, quelle delle vetrine dei negozi con i volti di donna cancellati dalla vernice nera secondo l'interpretazione del Corano che vieta qualsiasi riproduzione o immagine di fattezza umane. Il corpo è tabù, dice la vernice scura che li copre e li censura, il volto è tabù.
Sul volto di donna, poi, il divieto è supremo, insindacabile. Cosa c'è su quei volti che i taleban non vogliono vedere? È solo lo scandalo del corpo femminile per i codici della loro interpretazione oscurantista dell'Islam o c'è anche il segno della fragilità del loro potere? "Il volto si sottrae al possesso, al mio potere" dice Lévinas, che disegna una relazione etica a partire dal Volto.
Lévinas fonda la sua teoria dell'etica della società sul "faccia a faccia con l'altro", con un volto che abbiamo di fronte e che mai riusciremo ad afferrare per intero, riconducendolo a noi stessi. È lì che giace il presupposto delle relazioni umane, nella relazione con un Altro che nel solo atto di manifestarsi mette in crisi, è interrogativo e limite, e nel suo essere così ostinatamente, radicalmente diverso da chi guarda, sfugge al possesso, è resistente alla presa. E con la sua presenza diventa linguaggio, perché dice Lévinas, la prima parola del Volto che vedo e che mi è straniero è un'ingiunzione: "Tu non mi ucciderai" dice, non con il tuo ordine sociale, non con la tua oppressione, né con la vocazione al controllo.
Il volto resiste al possesso, resiste al potere delle armi. Puoi distruggermi ma non puoi possedermi, pare dire, non puoi appropriarti di me. Ha a che fare questo con il corpo delle donne afghane, con i loro visi di cui è impedita la vista, con le teste dei manichini così insostenibili allo sguardo da dover essere rimossi? Sì, ha a che fare anche con loro perché nell'unicità dei loro volti queste donne ricordano ai taleban che possono essere segregate ma non possedute e contemporaneamente ricordano a noi occidentali che la responsabilità verso di loro consiste nel rispetto delle differenze, non nella foga di annullarle.
Il destino delle donne afghane ha a che fare col potere degli uomini, col potere espresso dai taleban sulla nuova società afghana che vogliono costruire, ma ha a che fare anche con la responsabilità nell'affrontare conflitti che l'Occidente ha smesso di combattere faccia-a-faccia, come se l'atto del vedere, di affrontare il Volto di chi si vuole oppresso o sconfitto, fosse la costante di ogni guerra, ideologica o militare. Le guerre contemporanee non sono più, ormai da tempo, combattute contro qualcuno che si rischia di uccidere, ma contro sagome che sembrano non avere vita, sono combattute a una distanza che tutela lo sguardo, le sagome si muovono ma non possono guardarci, non possono imporre la violenta, radicale, rivendicazione dello sguardo e gli eserciti, indirizzando droni e armi di precisione contro di loro, non se ne sentono responsabili.
Dove finisce la responsabilità? Esattamente dove dovrebbe iniziare, sull'ingiunzione che il volto reclama. Combattere senza guardare in faccia il nemico significa sottrarsi a quell'epifania che dice, come le donne coperte dal burqa, Non uccidere, tu non mi ucciderai.
Dovremmo, prima di sentirci responsabili dei destini delle donne afghane, essere desiderosi di conoscere il volto che vorrebbero mostrare - non quello che noi vorremmo vedere - una volta alzato il burqa - e rispettare la loro alterità dai taleban ma anche la loro alterità da noi. L'altro è una ferita nella nostra compiutezza, sia quando tentiamo di combatterlo, sia quando tentiamo di accoglierlo. L'altro ci ferisce perché ci mostra, noi ci sentiamo feriti perché vederlo ci inchioda alla responsabilità che abbiamo di accoglierlo, o di combatterlo.
Per questo dovremmo, prima di sentirci parti in conflitto, tentare di conoscere il volto delle società che consideriamo antagoniste, affrontare, sempre, la responsabilità del faccia-a-faccia. È difficile guardare in faccia il nemico che si uccide, talvolta intollerabile, così come è difficile guardare il volto di un essere umano che chiede aiuto, e rivendica una presenza di libertà con il proprio volto "differenza irriducibile che inquieta e che risveglia".
lostrillonedipuglia.it, 7 gennaio 2022
Si conclude l'8 gennaio la prima parte dell'ottava edizione del progetto "Caffè ristretto", uno dei primi caffè letterari a livello nazionale sviluppato all'interno del carcere di Bari, ideato da Teresa Petruzzelli e realizzato insieme a Mariangela Taccogna docente del 1 Cpia Bari, finanziato dall'assessorato alle Politiche giovanili del Comune di Bari al Cpia 1 di Bari, ente realizzatore del progetto.
Al momento conclusivo del percorso sviluppato all'interno del penitenziario minorile "Fornelli" parteciperanno l'assessore alla Politiche Giovanili del Comune di Bari, Paola Romano; Nicola Petruzzelli direttore IPM "N. Fornelli" di Bari, il preside del Cpia di Bari prof.ssa Giovanna Griseta, il capo della Polizia Penitenziaria IPM Bari dott.ssa Antonella Mavella, i rappresentanti del Gruppo S(lega)menti, Gruppo di volontariato culturale che hanno collaborato al progetto.
Attraverso 20 ore di laboratori di lettura, scrittura, presentazioni di recenti pubblicazioni, workshop, incontri con addetti ai lavori in ambito sociale e culturale, gli organizzatori hanno accompagnato i detenuti in un percorso di formazione e rieducazione attraverso l'arte, parlando di legalità, inclusione sociale e intercultura. E lo stesso faranno nelle prossime settimane all'interno della Casa Circondariale "F. Rucci" di Bari.
Ospiti di questa ottava edizione del progetto l'associazione culturale (S)Lega- Menti (Libri, Memoria e Libertà) a cui sono stati completamente affidati gli incontri con i ragazzi dell'IPM. Gli incontri nella casa circondariale, invece, saranno tenuti dallo scrittore Francesco Loseto (Con le chiavi in tasca - Florestano edizioni), dalla scrittrice Francesca Palumbo (Hai avuto la mia vita - Besa editore), da Raffaele Diomede, presidente della comunità per minori Chiccolino e autore del libro "Si può nascere ancora" (Palomar), dal musicista-scrittore Marco Antonio Esposito autore del libro di poesie "Prima di spegnersi" (Eretica edizioni) e dall'editore Cristiano Marti per la casa editrice Giazira (L'editoria come impegno civile).
"Ancora una volta, anche in questa edizione del progetto, è stata ribadita l'importanza del valore formativo delle attività culturali ed artistiche nonché il dialogo, l'osmosi tra fuori e dentro le mura. "Caffè ristretto", infatti, vuole essere un intervento educativo strutturato, coordinato e coerente per un percorso di osmosi culturale e artistica tra il dentro e il fuori, che coinvolge docenti, scrittori, giornalisti, operatori culturali, artisti. Un'agorà aperta al confronto, diretto e attivo, su temi e problematiche generati dalla letteratura che si fondono con il bisogno connaturato all'uomo di una dimensione sociale che sia orientata anche all'espressione del proprio mondo interiore" spiega Teresa Petruzzelli. "La situazione carceraria necessita, infatti, di interventi educativi strutturati e non estemporanei, coordinati e coerenti in un percorso di riabilitazione che sia quanto più stabile possibile. E siamo per questo estremamente felici di aver potuto proseguire anche quest'anno il nostro percorso, considerando anche che sono stati gli stessi detenuti a farci capire che raccordare le esigenze, i bisogni, e le propensioni di tutti: dalla parola scritta, alla lettura, al teatro, alla cinematografia, li aiuta nel loro percorso di riabilitazione".
di Giulia Torlone
Venerdì di Repubblica, 7 gennaio 2022
Alla prima convocazione si sono presentate in più di sessanta. E non saltano un allenamento. Sono le detenute-giocatrici dell'Atletico Diritti. Che a Rebibbia sognano una nuova vita.
Il campo di cemento, i muri col filo spinato. Da un lato gli spalti, dall'altro finestre con le inferriate da cui qualcuno sbircia, incita, fa il tifo. Ogni sabato alle tre del pomeriggio, dal 2018, su questo campetto gioca la squadra femminile di calcio a cinque di Rebibbia. La prima in Italia formata da sole detenute. Le partite si disputano sempre in casa, perché uscire dal carcere a molte non è permesso.
"Sono una leonessa, un giorno qui dentro è un giorno di guerra" ci racconta Alessandra, giocatrice, in cella da dieci mesi. "Non è facile stare dietro alle sbarre, giocare a pallone è il nostro unico momento di svago. E la vittoria è uscire di qua con un'altra testa". La squadra è l'Atletico Diritti, nata su iniziativa dell'associazione Antigone, che da anni monitora le condizioni carcerarie, e di Progetto Diritti, Onlus che offre assistenza legale. Una partecipazione così grande e immediata ha stupito persino gli organizzatori. È bastato un avviso in bacheca e l'indomani c'erano più di sessanta iscritte.
"Avevamo già all'attivo una squadra di calcio, una di cricket e una di basket tutte maschili" racconta Susanna Marietti, presidente di Atletico Diritti e coordinatrice nazionale di Antigone. "Abbiamo introdotto il calcio in un istituto penitenziario femminile per dare un segnale di rottura e abbattere lo stereotipo per cui le donne in carcere siano destinate solo al cucito, alla sartoria o al teatro. Oggi possiamo dire che uno sport tipicamente maschile è diventato l'attività caratterizzante di Rebibbia". La formazione non guarda al tipo di reato, perché si è voluto offrire a tutte l'opportunità di usare il calcio per recuperare valori spesso disattesi: rispetto dell'avversario, senso del gruppo, sana voglia di vincere. L'avere pescato le giocatrici dal circuito di media sicurezza (da cui sono esclusi i reati associativi), ha comportato un campionato solo interno, ma ha dato una possibilità a tutte. "Il primo giorno abbiamo diviso le ragazze per squadra, in campo, dicendo solo: "Questa è la palla, giocate".
Erano totalmente spiazzate, continuavano a chiedere quali fossero le regole da rispettare" ricorda Alessia Giuliani, funzionaria giuridico-pedagogica ed educatrice di Rebibbia. La questione delle regole è sempre molto dibattuta: per le detenute è un'imposizione meramente burocratica, per gli agenti del carcere l'unico modo per far funzionare un istituto con 320 donne, il più grande d'Europa. "È difficile spiegare a una persona che viene da abbandoni scolastici, che vive in assenza di modelli familiari sani, il rispetto delle norme.
Perché le confondono con la punizione" continua Giuliani. "Lo sport ti aiuta a capire che la regola è funzionale alla vittoria, e una volta abituata a rispettarla su un campo da calcio, riportarla all'esterno diventa semplice". I risultati si vedono: le ragazze della squadra sono quelle che non hanno rapporti disciplinari interni alla sezione e non saltano neanche un allenamento senza giustificazione. Per Bianca, 26 anni e in carcere da tre, giocare nell'Atletico Diritti significa liberarsi dai dolori. Ha i capelli biondi, un inconfondibile accento del Brasile e per lei la squadra è "una famiglia, con tutte le sue stranezze".
La formazione è eterogenea: italiane, rom, tunisine, ognuna con il suo personale approccio allo sport. Carolina Antonucci, l'appassionata allenatrice della squadra, non nega le difficoltà che la detenzione comporta anche in campo. "Le ragazze che sono qui hanno spesso problemi legati alle dipendenze e le terapie per contrastarle influiscono sul loro umore e comportamento" racconta. "Ci sono giorni in cui ci alleniamo dopo colloqui tra detenute e familiari che non sono andati bene, in cui l'enorme sofferenza di chi è rinchiusa qui si fa sentire. E non posso aspettarmi che sul campo diano il meglio di sé. Accettare problemi e mancanze è quello che un allenatore qui deve imparare a fare".
Sul piccolo campo di Rebibbia i problemi personali diventano di squadra, così come vittorie e sconfitte. "Quante volte abbiamo gioito e sofferto insieme. Vedere le ragazze piangere per una sconfitta mi ha dato la dimensione di quello che stiamo facendo, di come l'Atletico Diritti per loro sia sinonimo di libertà" conclude Antonucci. Durante il lockdown dello scorso anno la capitana della squadra ha incontrato papa Francesco e a breve la formazione verrà ricevuta dal presidente della Camera, Roberto Fico. Le partite, al momento, sono sospese per poter rifare il campo in modo da renderlo idoneo per l'iscrizione della squadra a un torneo federale.
L'idea è quella di riprendere al più presto con un triangolare in cui parteciperà la rappresentativa delle giornaliste. Che l'Atletico Diritti sia un progetto riuscito lo dimostrano anche le decine di detenute che, a pochi giorni dal termine della pena, chiedono di poter restare nel gruppo. Proprio in questi giorni due di loro usciranno, ma da settimane bussano alla porta dell'educatrice di Rebibbia con la stessa domanda: "Dottore, lo troviamo un modo per poter restare in squadra?".
L'Unione Sarda, 7 gennaio 2022
Giornata di solidarietà per l'affermata interprete del canto sardo. Dopo un tour natalizio che l'ha vista protagonista in tantissime chiese con il suo recital, Maria Giovanna Cherchi, protagonista della musica popolare sarda, si è esibita in un concerto di solidarietà per i detenuti e gli operatori dell'Istituto Penale dei Minori di Quartucciu.
Un momento ricreativo e di vicinanza dedicato alla musica della Sardegna, voluto fortemente dal gruppo Hope&Joy, formato da membri di diversi gruppi del Rinnovamento nello Spirito della diocesi di Cagliari, che porta avanti questo servizio a favore dei più deboli e degli ultimi per dare loro speranza e cercare di riavvicinarli alla via della redenzione umana e spirituale.
"Sono tante le attività offerte dalla struttura in sostegno alle persone detenute e con questo concerto si è voluto promuove il valore universale dell'inclusività: ho aderito con grande entusiasmo a questa nobile iniziativa - ha spiegato la cantante di Bolotana, visibilmente commossa, alla fine dell'esibizione - per poter offrire il mio piccolissimo contributo ad una causa importante considerato che lo Stato interpreta la pena e la detenzione come processi indispensabili di rieducazione e di riabilitazione".
di Roberto Brunelli
La Repubblica, 7 gennaio 2022
Per tre decenni è stato il padre padrone del Kazakistan, uno stato ricco di risorse energetiche e al crocevia di molti interessi regionali. Ora l'ex presidente vede sgretolarsi il suo potere assoluto costruito in continuità con il passato sovietico.
Oggi il "sultano di luce" giace sul freddo selciato della piazza principale di Taldykorgan, capoluogo della regione di Almaty. È solo il busto bronzeo dell'ex dittatore, spezzato in due: la stessa fine delle migliaia di statue di Lenin abbattute nell'Urss in via di collasso, oltre trent'anni fa. Beffardo cortocircuito della storia, si potrebbe dire, dato che fu proprio sulle macerie dell'Unione sovietica che Nursultan Nazarbayev ha edificato la sua carriera di autocrate assoluto del Kazakistan.
Chissà se il "padre della nazione" ha mai immaginato lo scenario di questi giorni, quasi da manuale per un regime sull'orlo del precipizio: le rivolte di piazza e gli spari, le fiamme e le colonne di fumo nero che si alzano dal municipio di Almaty, i palazzi del potere presi d'assalto, i morti e i feriti, le disperate accuse del presidente Kassym Zhomart Tokayev nei confronti di "provocatori stranieri", le truppe di Mosca e degli alleati in soccorso ad un regime che lotta per la propria sopravvivenza.
Oggi Nursultan - il significato del nome è proprio "sultano di luce" - tace rumorosamente: lui che per tre decenni è stato tutt'uno con il suo Kazakistan, in queste ore vede sgretolarsi, insieme ai propri monumenti, la cattedrale di un potere assoluto di stampo quasi divino, costruita in marmorea continuità con il passato sovietico.
A 81 anni - l'uomo insignito del titolo di "padre della nazione" per l'eternità, l'uomo il cui nome è stato dato alla capitale, Nur-Sultan - si vede sottrarre, proprio dall'ex fedelissimo Tokayev persino la presidenza del Consiglio di sicurezza, che gli era stata cucita addosso al momento delle dimissioni-sceneggiata di tre anni fa per garantirgli un potere de facto e, soprattutto l'immunità. È la fine reale di un potere che si credeva immortale.
Il potere costruito sulle macerie dell'Urss - Come in tutte le mitologie, il suo potere sembra provenire letteralmente da un altro mondo: figlio di un pastore, incompiuti studi di chimica e ingegneria, Nazarbayev lavora dal 1960 al 1977 come operaio nelle acciaierie di Karaganda. Membro del partito comunista kazako dal 1962, il futuro "padre-padrone" del Paese scala tutti i gradini della nomenklatura, prima di diventare presidente di un nuovo Stato indipendente dopo il tracollo dell'impero sovietico: dal 1984 è primo ministro di quella che per estensione era la seconda repubblica sovietica, cinque anni dopo è segretario del Pc kazako e infine, senza interruzioni o scossoni, presidente del Kazakistan, in contemporanea con la dichiarazione d'indipendenza, pochi giorni prima che sul Cremlino venga ammainata la bandiera rossa.
È nel passaggio caotico della fine dell'Urss che Nazarbayev compie la doppia mossa su cui riuscirà a fondare i trent'anni del suo dominio: prima si schiera dalla parte di Gorbaciov durante il tentativo di golpe del 1991, ma dopo la dichiarazione d'indipendenza si mette in prima fila a formare la Comunità degli Stati Indipendenti (Csi). Un equilibrismo politico che gli permette di coltivare con pazienza e determinazione - dopo aver denunciato per anni lo sfruttamento economico dell'Asia centrale da parte di Mosca - l'autonomia del Kazakistan pur senza rescindere mai i legami con il Cremlino. Da capo di Stato onnipresente in televisione e in radio, le elezioni del 1999, del 2005, del 2011 e del 2015 sono una formalità: per dire, all'ultimo passaggio nelle urne ha la grazia di farsi incoronare con il 97% dei voti.
I legami con Russia e Cina e il dialogo con l'Occidente - C'è chi la dice così: almeno fino al 2019, Nazarbayev e il Kazakistan sono stati una sola cosa. Un po' modernizzatore, un po' dittatore, in qualche modo gli riesce di garantire pace e stabilità tra le diverse etnie del gigante centrasiatico - un Paese a maggioranza musulmana ma con una significativa minoranza russa - ma certo non ha mai esitato a strangolare le opposizioni.
E tuttavia a scatenare la rabbia di gennaio è l'ingiustizia economica: la lunga transizione avviata con le dimissioni di Nazarbayev del 2019 ha reso ancor più drastici i problemi di un Paese la cui inflazione è di nuovo schizzata in alto e la spesa alimentare di giorno in giorno più insostenibile, mentre le riserve minerarie e petrolifere arricchiscono soprattutto le grandi città, Almaty e Nur-Sultan. Sì, proprio l'ex sonnecchiante città di provincia Astana, trasformata dal padre della patria in una seconda Dubai, con lucenti grattacieli di vetro illuminati di notte come una Las Vegas delle steppe.
"Abbiamo messo il Kazakistan su una mappa sulla quale uno Stato del genere non c'era mai stato", ha avuto modo di scandire il presidente-padrone, orgoglioso di aver trasformato il Paese in una potenza energetica. O meglio: in uno snodo geopolitico e strategico tenuto insieme contemporaneamente dall'alleanza con la Russia di Putin e dalla mediazione ininterrotta con la Cina, senza perdere mai di vista il dialogo con l'Occidente, tanto da riuscire a piazzare il Kazakistan come Paese ospitante una volta per negoziati sulla crisi ucraina, una volta per le trattative sull'Iran e persino per i colloqui internazionali sulla Siria. Al "suo" popolo ha sempre ripetuto la stessa promessa: "Vi servirò fino alla fine dei miei giorni". Oggi gli tocca contare le statue abbattute.
Il Domani, 7 gennaio 2022
Dal settembre 2021, il governo polacco ha dichiarato zona d'emergenza quella lungo il confine con la Bielorussia. I migranti che sono entrati nell'Unione europea si sono ritrovati in una pericolosa area militarizzata. Pubblichiamo l'appello di oltre duecento professori universitari da tutta l'Unione europea che sta trovando spazio nei giornali di tutta Europa.
Per un breve momento, la situazione al confine tra la Polonia e la Bielorussia ha attirato l'attenzione pubblica. Le immagini di migliaia di rifugiati provenienti dall'Iraq, Siria, Yemen e da altri paesi, che sono stati attirati dal presidente bielorusso Lukashenko e che si erano raggruppati nel lato bielorusso del confine in condizioni inumane, hanno suscitato indignazione nel pubblico europeo. Sulla questione sono state avanzate delle analisi geopolitiche e sono state proposte diverse risposte politiche di carattere repressivo come sanzioni o militarizzazione delle zone di confine.
Tuttavia, il dramma umanitario continua su entrambi i lati del confine, e nessuna risposta adeguata sembra ancora essere stata trovata. Dal settembre 2021, il governo polacco ha dichiarato zona d'emergenza quella lungo il confine con la Bielorussia. I migranti che sono entrati nell'Unione europea attraversando il confine polacco-bielorusso si sono ritrovati in una pericolosa area militarizzata dove medici, sanitari, giornalisti, e rappresentanti delle ong non hanno accesso. Nella foresta Białowieża, una delle ultime foreste secolari in Europa, uomini, donne e bambini stanno morendo di ipotermia, sete, fame e mancanza di accesso agli aiuti medici salvavita.
Le guardie di frontiera polacche ignorano sistematicamente le loro richieste di asilo e li rimandano sul lato bielorusso. La pratica del respingimento è vietata anche in tempo di crisi dalla Convenzione di Ginevra del 1951 relativa allo status di rifugiato (articolo 33), dalla Convenzione europea dei diritti dell'uomo (art. 3) e dal suo Protocollo 4 (art. 4), nonché dalla Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea (articoli 18 e 19), che l'Unione europea e i suoi Stati membri hanno il dovere di rispettare.
Il primo dicembre 2021, la Commissione europea ha risposto proponendo (basandosi sull'Articolo 78 § 3 del trattato sul funzionamento dell'Unione europea) che il Concilio adotti misure di emergenza per permettere agli Stati Membri dell'Ue coinvolti di gestire la crisi. Tuttavia, invece di riaffermare la natura fondamentale del diritto di asilo, la proposta autorizza di fatto le autorità polacche, lituane e lettoni ad utilizzare la procedura di accoglimento accelerata. Il che rende meno probabile che le richieste di asilo di queste popolazioni bisognose di protezione siano prese in considerazione e legalizza le espulsioni di massa.
Tuttavia, gli eventi a cui stiamo assistendo non sono una "crisi migratoria". Le poche migliaia di persone al confine sono un piccolo gruppo la cui presenza è stata strumentalizzata e drammatizzata politicamente. Sebbene questa situazione non rappresenti un "emergenza" provata, la creazione della "no-go zone" in Polonia minaccia la vita quotidiana e la sussistenza economica di decine di migliaia di residenti nella zona di confine.
Una minaccia - La proposta della Commissione è una minaccia alla vita di tutti i cittadini dell'Ue. Supportare tali misure illegali autorizza i governi autoritari a stabilire zone senza leggi in Europa. L'Unione Europea, che è stata fondata sullo stato di diritto e sulla difesa dei diritti fondamentali, semplicemente non può transigere sula violazione di questi principi. Il futuro dell'Ue si sta giocando oggi nella foresta di Białowieża. Chiediamo al Consiglio dell'Unione europea di rinunciare a legittimare queste deroghe ai trattati che impongono agli Stati membri dell'Ue di proteggere i diritti umani. Chiediamo all'Unione europea di dare una risposta umana alla crisi umanitaria che si sta verificando ai confini con la Bielorussia e di intraprendere azioni immediate per proteggere le persone vulnerabili e per rispettare il diritto di asilo.
Non si tratta qui di impartire lezioni di moralità a qualche paese in particolare. Diversi paesi europei possono essere criticati per i loro fallimenti nel rispetto dei diritti fondamentali. Gli stati hanno il diritto di controllare i loro confini, ma di fronte a pratiche illegali e inumane che persistono e che diventano sempre più istituzionalizzate è urgente ribadire le regole universali e fondamentali del diritto. Noi, cittadini dell'Ue, dobbiamo riaffermare e difendere questi diritti, perché in democrazia solo la legge può difenderci contro decisioni arbitrarie.
di Daniela Fassini
Avvenire, 7 gennaio 2022
Medici senza Frontiere fermata dal continuo rifiuto delle autorità di concedere l'accesso all'area di confine con la Bielorussia, dove tante persone al gelo hanno disperato bisogno di cure
Il Palazzo del Campidoglio illuminato di verde per l'iniziativa di sensibilizzazione "Lanterne Verdi", una mobilitazione nata alla frontiera polacca per aiutare i profughi e rilanciata in Italia da Avvenire. Ma il governo della Polonia insiste con la sua linea dura contro le persone bloccate nel gelo, che hanno bisogno di soccorsi
Mentre in Italia si allunga di giorno in giorno l'elenco di chi, rispondendo anche all'appello di Avvenire, ha scelto di accendere la lanterna verde della solidarietà alla propria finestra, al proprio albero di Natale e nel presepe di casa oppure di illuminare di verde la parrocchia, l'edificio o la finestra, dalla Polonia arriva la rinuncia dell'organizzazione umanitaria Medici senza frontiere. La stessa che proprio dalle nostre pagine aveva condiviso e rilanciato l'iniziativa "#lanterneVerdi" per dare protezione e rifugio ai migranti che si trovano lungo il confine della Bielorussia e che chiedono di entrare in Europa.
Medici senza Frontiere ha annunciato di essere "costretta a concludere il suo intervento in Polonia a causa del continuo rifiuto delle autorità polacche di concedere l'accesso all'area di confine con la Bielorussia, dove gruppi di persone sopravvivono a temperature inferiori allo zero, con un disperato bisogno di assistenza medico-umanitaria".
Da tre mesi Msf, spiega in una nota, chiede invano di poter accedere alla zona messa in stato di emergenza. "Siamo di fronte a una situazione inaccettabile e disumana. Le persone non dovrebbero essere respinte illegittimamente in Bielorussia" dichiara Frauke Ossig, coordinatrice dell'intervento di emergenza di Msf in Polonia e Lituania. "Fino a quando non sarà consentito a Ong imparziali di operare nelle aree soggette a restrizioni, è probabile che il bilancio delle vittime, al momento di almeno 21 persone, possa aumentare man mano che le temperature continuano a scendere", avverte.
Intanto in Italia, a Pisa, il Coordinamento pisano per la rotta balcanica invita ad accendere una lanterna verde in ogni parrocchia, circolo, sede di associazione e nelle case di chiunque voglia esprimere vicinanza ai migranti bloccati al freddo e al gelo al confine fra Bielorussia e Polonia.
Un gesto simbolico e di sostegno "ai cittadini che abitano lungo quei confini e che hanno scelto di percorrere una strada diametralmente opposta a quella portata avanti dall'Ue e dalla quasi totalità dei Paesi dell'Unione accendendo una luce verde nelle loro case per segnalare ai migranti che lì dalla sera in poi sarà possibile trovare un aiuto d'emergenza".
Il cartello di 16 associazioni, organismi pastorali e realtà della società civile cittadina impegnati fin dal febbraio 2021 condividono la finalità di tenere viva l'attenzione "sui drammi che continuano a consumarsi lungo le direttrici migratorie percorse da persone in fuga da guerre e terrorismo e che non riescono ad entrare in Europa perché continuamente respinte ai confini" sostengono.
"Chiediamo di farlo non per sentirsi più buoni nel periodo delle festività natalizie, ma quale segno simbolico di un impegno e di un'attenzione lunga tutto l'anno" hanno spiegato nel corso del momento pubblico convocato di fronte alla centralissima Chiesa di San Michele in Borgo per lanciare l'iniziativa e a cui sono state mostrate anche alcune delle lanterne realizzate dai bambini del campo rom di Coltano. Pronta anche una mozione da proporre ai consigli comunali per chiedere "vie d'ingresso legali e sicure verso l'Europa".
di Marta Serafini
Corriere della Sera, 7 gennaio 2022
Una donna cresciuta in Svezia, è stata incriminata per aver favorito il reclutamento del figlio, nato nel 2001, come bambino soldato dell'Isis in Siria. La decisione del giudice di Helsinki dovrebbe far riflettere. Una donna di 49 anni, cresciuta in Svezia, è stata incriminata per crimini di guerra e per violazione della legge internazionale con l'accusa di aver favorito il reclutamento del figlio, nato nel 2001, come bambino soldato dell'Isis in Siria. Un ragazzino che è poi morto sul campo di battaglia nel 2013.
È la prima volta che si assiste in Europa a un provvedimento del genere. Perché se fin qui l'impiego dei bambini soldato ha riguardato per lo più minori africani, asiatici, mediorientali, ora il fenomeno tocca, seppur indirettamente, anche un continente dove il benessere economico e sociale, nonché l'assenza di conflitti sembravano rendere impensabile un orrore di questo genere. E invece.
Le diseguaglianze, e l'incapacità di fermare la radicalizzazione dello scontro sociale hanno reso anche il Vecchio Continente terreno fertile per un fenomeno che, nell'immaginario collettivo occidentale, è relegato a società tribali e meno sviluppate. Un paradosso se si pensa allo sforzo fatto dalla maggior parte dei governi europei per abolire la leva obbligatoria evitando così la militarizzazione dei più giovani contro la loro volontà.
E se il reclutamento dei bambini può apparire collegato al radicalismo religioso e all'interpretazione estremista dell'islamismo che vede tutti trasformati in soldati, eccezione fatta delle donne, bisogna però fare attenzione a relegare il fenomeno al terrorismo jihadista. Certo, l'ideologia estremista diffusa dai gruppi terroristici agevola la distorsione per cui una madre può trovare giusto mandare il proprio figlio a morire in nome di una causa. Ma la diffusione di contenuti violenti attraverso i social network polarizza il dibattito e espone in generale anche le donne (e le madri) a questo tipo di argomentazioni. E i bambini diventano così armi, soldati appunto, da mandare in campo nello scontro con il sistema. Sotto qualunque bandiera.
di Luca Cereda
Vita, 6 gennaio 2022
Parla il coordinatore dell'Osservatorio sulle condizioni di detenzione dell'associazione Antigone: "Il tasso di atti di autolesionismo è il più alto degli ultimi due decenni. Il Covid ha accentuato i problemi già presenti in carcere, ma si può fare molto e subito per migliorare la situazione".
Il 2021 è stato il primo anno segnato per intero dalla pandemia. Questo ha ristretto le libertà, oltre che infettato, chi nella libertà personale è già ristretto: i detenuti. L'associazione Antigone - che da 30 anni monitora le dinamiche nelle carceri italiane - ha verificato nel corso dell'anno appena concluso, visitando 99 carceri sulle 189 presenti sul suolo nazionale, come il ritorno alla normalità purtroppo sia ancora lontano. Ne abbiamo parlato con Alessio Scandurra, coordinatore dell'Osservatorio sulle condizioni di detenzione dell'associazione Antigone.
di Riccardo Polidoro
Il Riformista, 6 gennaio 2022
"Per ogni magistrato sarebbe utile vivere per qualche settimana la vita del carcere" è una frase che ricorre ciclicamente in quei rari casi in cui i media si occupano di detenzione che, invece, da sempre - non ciclicamente - vive un'insopportabile, ingiusta ed incivile quotidiana emergenza. Oggi più che mai, con il virus che si autoalimenta in ambienti ristretti e priva i detenuti anche di quel poco che avevano. La citazione, questa volta, è di Bernardo Petralia, capo del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, in un'intervista al quotidiano La Repubblica.
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