di Domenico Quirico
La Stampa, 9 gennaio 2022
Sì. Abbiamo sbagliato a soffermarci soltanto sul come si sviluppava la guerra civile tra il governo centrale di Addis Abeba e i ribelli tigrini, a cercare sulla carta i fronti con le località perdute o riconquistate, a raccontare chi vinceva o arretrava. A scrivere articoli per chiarire se Lalibela e le sue meraviglie erano in piedi o distrutte. Dovevamo guardare invece dentro la guerra, mischia di tribù furiose e vendicative. Ad ogni costo. Questo era il nostro dovere. In quello che si annuncia come uno dei peggiori massacri del nostro tempo, la geopolitica passa in secondo piano. È la realtà della morte di massa, i massacri dei civili da entrambe le parti in lotta, le incitazioni omicide di un Premio nobel per la pace diventato messianista della vendetta, il primo ministro Abiy Ahmed, che dovevano monopolizzare la nostra attenzione, la morte come male umano irrimediabile, lo sprofondare di un popolo nel silenzio del suo abisso. Anche se nessuno è lì, e fin dall'inizio una spessa coltre di fumo copre il Tigray dove i fatti sono sistematicamente negati, manipolati, deformati, una quantità di episodi confermati da vittime e testimoni attendibili si possono raccontare, uno a uno, come parte di un meccanismo di deliberato annientamento. In Etiopia la distruzione è diventato qualcosa di assoluto, si presenta come mondo.
Sono questi morti che sono delitto e colpa che ci riguardano perché sono ai vivi che si rivolge la loro tragedia imponendo che diventi memoria collettiva. Bisogna guardare negli occhi questo mondo della notte perché non lo copra, come vogliono i burattinai del massacro, l'inudibile, al tempo stesso silenzio e strepito.
Ecco l'ultimo episodio, il bombardamento di un campo di profughi nel nord del Tigray. Sono due milioni, migranti di cui non riesce a occuparsi nessuno, perché i convogli umanitari sono bloccati o saccheggiati dai soldati etiopici o dalle bande della pulizia etnica. Cinquantasei i morti tra cui alcuni bambini, gli ultimi di una nazione mutilata, violata, dissanguata. Chissà se hanno mai saputo che chi ha ordinato di bombardarli e ucciderli è un Premio nobel.
Ci sono le immagini delle vittime raccolte in una scuola della cittadina di Dedebit. Ma non raccontano quello che è accaduto prima. Non c'erano sirene per avvertire la gente nel campo dell'avvicinarsi degli aerei o dei droni venduti dalla Turchia, aiutarli a fuggire, a cercare riparo abbracciando la terra. Il bombardamento è come una scossa improvvisa che viene dal suolo contro lo stomaco. Poi si alzano le prime grida disperate ma le urla sono lacerate da acuti sibili metallici. Le baracche, le tende del campo si squarciano come per gioco e si sollevano in aria. Zampilli di fumo salgono come funghi. Il bombardamento cessa di colpo. Qualcosa brucia. Ma come se nulla fosse stato il sole splende di nuovo glorioso e il paesaggio attorno è tranquillo e impassibile come se solo il campo fosse stato condannato da una sentenza oscura e crudele. Si raccolgono i morti.
Dedebit non vi diceva niente fino a ieri quando si è macchiata di sangue. Non vi dicono niente Alamata, Korem, Mekni, Milazat, località del sud del Tigray che secondo le testimonianze raccolte dalle Nazioni Unite sono state massacrate dai raid aerei etiopici nell'ultima settimana di dicembre. L'unica cosa certa: i morti sono stati decine.
E poi ci sono i massacri, la pulizia etnica, la caccia all'uomo, la radicalizzazione sanguinaria a cui si dedicano da parte di entrambi i contendenti, etiopici e i loro alleati eritrei e i tigrini. Amnesty e Human Rights hanno raccolto questa geografia punitiva, l'hanno documentata con testimoni, sopravvissuti, urlata alla coscienza internazionale. È seguito un silenzio di cancellerie e opinione pubblica che è la somma algebrica dei nostri egoismi planetari.
A novembre e dicembre le milizie amahra che seguono i regolari come branchi di sciacalli per ripulire in silenzio le aree riconquistate si sono accanite contro la popolazione tigrina delle città di Adebai, Humera e Raywan. Hanno separato nuclei familiari e arrestato anziani, donne e anche minorenni. Poi hanno allontanato dalle città le donne, i bambini, gli anziani e gli ammalati. Alcuni degli sfollati sono riusciti ad arrivare nel Tigray centrale, di altri non si hanno più notizie. I testimoni hanno riferito di alunni portati via dalle scuole, di colonne di camion stipati di persone che lasciavano la città di Humera, di abitanti in fuga dalla città di Adebai attaccati con bastoni e oggetti appuntiti e di altri uccisi con armi da fuoco. Ci sono immagini satellitari di Abedai: gruppi di persone raggruppate in un centro di detenzione, macerie sulle strade, edifici in fiamme.
Ancora. Tra il 28 e il 29 novembre scorso le truppe eritree che appoggiano i soldati di Addis Abeba hanno ucciso centinaia di civili inermi nella città di Axum, aprendo il fuoco nelle strade e massacrando persone casa per casa. Le immagini satellitari hanno individuato fosse comuni accanto a due chiese della città santa. Pochi giorni dopo si doveva celebrare presso santa maria di Sion una grande festa dei cristiani ortodossi.
Ancora un massacro, ma questa vota i colpevoli potrebbero essere i ribelli tigrini: nella città di Mai-Kadra forse centinaia di civili, soprattutto lavoratori giornalieri, sono stati pugnalati o accoltellati a morte. Le truppe etiopiche erano passate all'offensiva e si stavano avvicinando a Mai-kadra. La Polizia speciale del Tigrè ha saldato i conti con gli amhara prima di ritirarsi.
A Gawa Qanda un villaggio della zona di Wellega si sa il numero dei massacrati: 54. Miliziani dell'Esercito di Liberazione Oromo, alleati dei tigrini, dopo il ritiro delle truppe etiopiche, hanno saccheggiato il Paese, ucciso uomini, donne e bambini e distrutto quello che non potevano portare via.
di Chiara Cruciati
Il Manifesto, 9 gennaio 2022
L'attivista palestinese-egiziano rilasciato dopo due anni e mezzo di detenzione cautelare. Ieri l'arrivo in Francia: "Continuerò per i compagni in prigione e per una Palestina libera". È uscito dall'aeroporto parigino Charles De Gaulle con una kefiah al collo e la mano intrecciata a quella della moglie Céline Lebrun. Sopra l'occhio sinistro, un cerotto. In faccia un sorriso: Ramy Shaath è finalmente libero. L'attivista palestinese-egiziano è in Francia, terra natale di Céline, dopo due anni e mezzo trascorsi in diverse carceri egiziane con l'accusa di appartenenza a organizzazione terroristica e diffusione di notizie false.
L'annuncio del suo rilascio, dopo oltre 900 giorni di detenzione cautelare (molti di più dei 700 previsti dalla stessa legge egiziana), era giunto lo scorso martedì. Sono seguiti giorni di attesa, nel solito crudele limbo di procedure di rilascio tortuose e inconoscibili. Poi, giovedì sera, è stato liberato e consegnato a un rappresentante dell'Autorità nazionale palestinese al Cairo. Da lì il volo per la Giordania e, infine, Parigi.
In cambio, ha dovuto cedere moltissimo, come se due anni e mezzo di vita succhiati da una detenzione arbitraria e senza l'ombra di un processo non fossero già incommensurabili: ha dovuto rinunciare alla cittadinanza egiziana, gli è stata strappata via, lui che è stato uno dei volti di piazza Tahrir e uno degli attivisti politici più impegnati a ridare dignità agli egiziani e all'altro suo popolo, quello palestinese, per cui si è battuto anche fondando la "filiale" egiziana del Bds, la campagna di Boicottaggio Disinvestimento e Sanzioni allo Stato di Israele.
Un alleato del regime egiziano fin dai tempi di Sadat e che con al-Sisi ha raggiunto nuovi apici, a partire dall'opprimente doppio assedio della Striscia di Gaza, privata - con al-Sisi al potere - delle centinaia di tunnel sotterranei verso l'egiziana Rafah che garantivano un po' di sollievo al blocco imposto da Tel Aviv.
"Ce l'abbiamo fatta", ha detto Shaath all'aeroporto, accolto da giornalisti e attivisti. "Ho passato gli ultimi due anni e mezzo - ha proseguito - in varie prigioni, alcune destinate alle sparizioni forzate, altre sottoterra. In alcune in isolamento, altre strapiene di persone, nella mancanza di Stato di diritto e rispetto per la dignità umana".
"Dopo due anni e mezzo ho ancora tutta la mia determinazione a continuare, a insistere per liberare gli amici e i compagni ancora in prigione, a insistere per una Palestina libera". Lo ripete più volte, sottolinea il calvario dei 60-100 mila prigionieri politici (stimati) in Egitto: "Ognuno di loro è un essere umano, non un numero. Con le loro storie, il loro dolore".
Tra i tantissimi che ieri celebravano la libertà di Ramy c'è stato anche il presidente francese Macron. Lo ha fatto in un tweet: "La Francia accoglie con favore il rilascio dell'attivista politico egiziano-palestinese Ramy Shaath. Condivido il sollievo di sua moglie, Céline Lebrun, con la quale non ci siamo arresi".
Parigi non ha mai esplicitato un impegno per il rilascio di Shaath, se non nel dicembre 2020 quando Macron ne parlò ad al-Sisi in visita d'onore all'Eliseo. Nella stessa occasione ci tenne a precisare che i diritti umani non possono essere ostacolo al business.
E con il regime il business è fiorente: la Francia investe in Egitto (dati di giugno 2021) 6,7 miliardi di dollari attraverso 650 compagnie. Sei mesi fa il ministro delle Finanze Bruno Le Maire ha firmato un accordo per investirne 4,6 in trasporti pubblici ed energie rinnovabili: "Un partner economico strategico - disse Le Maire - È il primo paese in termine di prestiti del nostro Tesoro". E poi le armi: a maggio l'Egitto ha acquistato 30 jet Rafale per 4,5 miliardi di dollari e missili Mbda per altri 241 milioni.
La Repubblica, 9 gennaio 2022
Noto poeta e regista, 48 anni, nel 2019 era stato condannato a sei anni di detenzione per "propaganda contro il regime". La protesta delle ong per i diritti umani. Lo scrittore e regista iraniano Baktash Abtin, critico del regime di Teheran, è morto in carcere dopo aver contratto il Covid-19. Lo hanno annunciato diverse organizzazioni per i diritti umani, mentre sul web la notizia ha generato dure proteste contro le autorità iraniane.
Abtin era un difensore dei diritti umani, regista e membro dell'Iranian Writers' Association (IWA), impegnato nella promozione della libertà di parola e contro la censura in Iran. Ha pubblicato numerosi libri di storia, sociologia e critica letteraria. Il 15 maggio 2019 il tribunale rivoluzionario di Teheran ha condannato Abtin a cinque anni di reclusione con l'accusa di "assemblea illegale e collusione contro la sicurezza nazionale" e un anno per "diffusione di propaganda contro lo stato", in relazione alla sua paternità congiunta di un libro sulla storia dell'IWA, critico nei confronti dei governi iraniani per decenni, e per aver visitato le tombe di poeti e scrittori dissidenti.
Abtin ha iniziato a scontare la sua condanna il 26 settembre 2020 nel famigerato carcere di Evin, a Teheran. Nelle scorse settimane c'era stata una forte mobilitazione per chiedere il rilascio dello scrittore malato, che a inizio settimana era stato ricoverato in un ospedale di Teheran in coma indotto. L'Associazione degli scrittori iraniani ha confermato la morte di Abtin e la ong Reporters sans frontières (Rsf) ha denunciato la responsabilità delle autorità iraniane.
di Fabrizio Vielmini
Il Manifesto, 9 gennaio 2022
Asia centrale. Intervista ad Alexander Knyazev, Università di San Pietroburgo. Sulle rivendicazioni sociali di masse impoverite dalla crisi del modello petrolifero e dalla pandemia si è innescato il braccio di ferro tra Tokayev e l'ex presidente Nazarbayev. Sulla crisi kazaka abbiamo intervistato il professor Alexander Knyazev, dell'università di San Pietroburgo, specialista di Asia centrale.
Quali i principali fattori trainanti della settimana di violenza?
Tutto è iniziato in modo pacifico nelle regioni occidentali. Ad Aktau, la gente è scesa in piazza per rivendicazioni economiche. Va comunque osservato come sia stata anche avanzata la richiesta politica di un'uscita definitiva dalla scena dell'ex-Presidente Nazarbayev, percepito quale simbolo dell'inguistizia sociale. Sebbene massicciamente presenti sullo sfondo, le motivazioni economiche sono tuttavia marginali nello spiegare il caos in cui è sprofondato il paese. Il conflitto era destinato ad esplodere quale risultato delle tensioni che, dal momento delle dimissioni formali di Nazarbayev nel 2019, si sono accumulate ai vertici del potere. Tokayev ha assunto la carica suprema cosciente della necessità di una serie di riforme. Al contrario, si è trovato nell'impossibilità di agire autonomamente, bloccato in una rete di veti che gli venivano posti dal suo predecessore su impulso della mafia famigliare cresciuta intorno ad esso. Tokaev ha cercato di sfruttare le proteste nel Nord-Ovest per sbloccare lo stallo sciogliendo il governo. La mossa ha messo i rappresentanti della cerchia Nazarbayev in allarme, spingendoli a scatenare i rpimi disordini nelle regioni meridionali. Ci si attendeva che Tokaev, figura percepita quale mancante del polso necessario a gestire situazioni violente, si sarebbe dimesso o avrebbe accettato le condizioni della fronda. Al contrario, Tokaev ha proseguito sulla sua linea. A questo punto, figure quali i nipoti di Nazarbayev, Kairat Satybaldy e Sanat Abish, che avevano ricoperto ruoli dirigenziali nel Comitato di sicurezza Nazionale (Knb) proprio curando i contatti con gruppi eversivi, hanno deciso di puntare sulla violenza generalizzata per vincere la partita.
I portavoce del governo hanno accentuato il ruolo del Jihadismo transnazionale, parlando di un legame con l'Afghanistan...
Una connessione diretta fra le dinamiche afghane e gli eventi in corso è fuori discussione. Anche sotto il primo regime talebano e durante l'occupazione occidentale, non vi sono mai state reti operative fra Afghanistan e resto del Centro Asia. Tuttavia, esistono gruppi jihadisti che fanno riferimento alla Turchia e ad altri paesi dell'area del Golfo. Va rilevato inoltre come il Kazakistan sia da anni impegnato in operazioni di rientro dei propri cittadini implicati nell'insorgenza Isis. Gran parte dei rimpatriati ha proseguito un'opera discreta di propaganda. Tali soggetti sono stati agganciati dai descritti settori deviati del KNB. Ad Almaty, simili soggetti hanno sopraffatto coloro che volevano protestare per avanzare richieste sociali in opposizione a Nazarbayev ed il suo clan. Nei grandi centri urbani sono presenti masse di sotto-proletari che a lungo sono state tenute sotto controllo con politichedistributive per un paese ha goduto a lungo della manna petrolifera. Con la crisi, il regime ha dovuto progressivamente tagliare le prebende spingendo tali masse in un impoverimento divenuto intollerabile nelle condizioni della pandemia.
Che ruolo hanno avuto i clan?
Hanno giocato un suo ruolo, dato che nel sud si trovano i clan della Grande Orda da cui proviene la famiglia Nazarbayev. In senso positivo, le logiche tribali hanno confinato le proteste violente in queste zone, dato che i Kazaki occidentali non si sono sentiti coinvolti.
Le proteste hanno fornito un'opportunità all'oligarca Mukhtan Ablyazov per presentarsi quale leader alternativo...
Ablyazov non rappresenta un serio attore politico da un decennio. Ha qualche gruppo di sostegno che rilancia la sua propaganda, ma le sue possibilità di espansione sono minime. Invece, la dinamica degli eventi ha rivelato una drammatica assenza di chiare figure di leader, al massimo sono emersi capi a livello locale.
E sul piano della competizione geopolitica fra potenze?
Aprendo l'ombrello Csto la Russia ha intrapreso un passo rischioso. Qualunque cosa non dovesse funzionare verrà imputata a Mosca e ciò potrebbe avere un impatto su tutta la presenza russa all'interno della CSI. I soldati russi possono divenire oggetto di possibili provocazioni. Allo stesso tempo, l'intervento è stato per la Russia il male minore, date le potenziali ricadute del caos sul proprio territorio.
di Gianmaria Tammaro
La Stampa, 9 gennaio 2022
In "Ariaferma" di Leonardo Di Costanzo, disponibile su Sky, Now e Amazon Prime Video, il carcere non è solo un luogo, ma un pensiero ricorrente, che torna sempre uguale, che piega e schiaccia ogni cosa, che appiattisce e banalizza, che ribalta qualunque bussola morale e che trasforma gli uomini in fantasmi: pallide imitazioni di quello che, in realtà, sono.
In carcere le guardie sono prigionieri, e i detenuti sono più consapevoli: sanno che quello che sentono e provano è tutto quello che hanno; cercano speranza e conforto nel presente, mai nel passato o nel futuro. Le guardie, invece, continuano a pensare al mondo esterno, al mondo di fuori, e non si lasciano andare all'idea di essere cambiate, di essere diventate qualcos'altro.
"Ariaferma" riesce a catturare questa condizione, a fotografarla, a mostrarla con estrema chiarezza, e a sfruttare ogni più piccolo momento, e ogni più piccolo angolo della prigione, per raccontare una storia che alla fine parla semplicemente di uomini. C'è lui, Gaetano, interpretato da Toni Servillo, che si ritrova al comando nei giorni in cui il carcere viene svuotato per essere abbandonato; e poi c'è Carmine, interpretato da Silvio Orlando, che è un detenuto: non conosciamo il suo passato né i suoi crimini; tutto quello che sappiamo è che è lì, che è pericoloso e che sono anni - decenni interi - che sta scontando la sua pena.
In qualche modo, Gaetano e Carmine si assomigliano; in alcuni momenti, anzi, finiscono per sovrapporsi, per diventare una cosa sola, accomunati dai sentimenti: dall'angoscia di chi si sente padre e responsabile per gli altri, e dalla voglia di vicinanza che si prova dopo essere stati soli per tanto tempo. Leonardo Di Costanzo sa costruire la tensione senza inquadrare nulla di particolare, giocando unicamente con i primi piani e con le immagini ferme, con i silenzi e con le parole.
In questo film, le pause sono come picconate nella pietra: scavano, lasciano una traccia e non vanno più via. La stessa dimensione cinematografica si restringe e diventa teatrale, intima, fatta di confronti, botta e risposta, di dialoghi che dicono tutto e, allo stesso tempo, non dicono niente. Gaetano vuole sopravvivere senza abbandonare la propria umanità; Carmine è più saggio, più realista: prova a sfruttare il tempo che ha e la libertà che gli viene data per sentirsi completo. Non più bestia in catene, ma uomo padrone di sé stesso.
Il cibo, in "Ariaferma", è la chiave della pace e della convivenza tra polizia e detenuti, anche per chi è stato cresciuto e istruito a vedere le cose e il mondo in un certo modo: distinguendo tra bianco e nero, buoni e cattivi, e giustificando il male perché minore e necessario. Il cibo è uno strumento. Proprio com'è uno strumento la prigione. Ma se il primo è dinamico ed è alla base delle interazioni, la seconda è enorme, inafferrabile, totale: avvolge e comprende tutto. È ovunque, sempre presente, e ha una sua voce. La voce delle porte di ferro che si chiudono, delle chiavi che girano nelle serrature, delle pareti che perdono pezzi di vernice e di intonaco, che minacciano di cadere e che comunque restano alte e spiano e vedono ogni cosa.
Fino alla fine, resiste una sensazione precisa: succederà qualcosa di brutto, e sarà qualcosa da cui, poi, sarà impossibile riprendersi. E invece, incredibilmente, c'è un'altra via, un'altra strada, trovata proprio da Gaetano e Carmine. Che si parlano e si rispettano, che si riconoscono l'uno nell'altro e che, proprio per questo, si capiscono.
Toni Servillo e Silvio Orlando lavorano con il tono e con le espressioni. Prima di pronunciare le battute, muovono gli occhi e la bocca, dipingono ed evocano stupore e rabbia. Orlando si trasforma in una figura carismatica e terribile, e Servillo è in grado di acquistare una forza compressa ed estremamente esplosiva: quando fa un passo avanti, sentiamo tutto il peso del corpo, le ossa che si riposizionano, la carne che trova un altro equilibrio, e le mani che si chiudono a pugni. La sua voce è più veloce, più aggressiva: ringhia, azzanna, prova ad essere sempre più alta e definitiva. Quella di Orlando, al contrario, è quasi trattenuta, pacata; ha la leggerezza di chi sa le cose della vita. Cose uguali per tutti. Parla con la testa, guidato dall'esperienza, e non con la pancia.
Il documentarismo viscerale di alcune riprese, che non si uniscono alla struttura rigida della narrazione ma che arricchiscono la profondità del racconto con venature di verità, è uno dei pilastri di questo film e uno degli elementi più importanti dello stile e della firma di Di Costanzo. È anche - ed è forse l'aspetto più interessante - sinonimo di pazienza e di calma. Perché le cose, in "Ariaferma", succedono; le scene trovano la loro forma e si incastrano naturalmente; l'andamento stesso del racconto - apparentemente prevedibile, e in realtà veloce e fluido - è spontaneo e musicale. Ogni cosa in questo film parla: parla la prigione, parla il cibo, che sembra sempre invitante e buono; parlano i gesti, gli occhi e i corpi. C'è il mestiere di chi racconta e scrive (Di Costanzo con Bruno Oliviero e Valia Santella), e c'è il mestiere dell'attore. Scompare la persona ed appare il personaggio. Un carcere vuoto si riempie, e una storia diventa un modo per affrontare la realtà.
di Cinzia Arena
Avvenire, 9 gennaio 2022
Dalla produzione di biscotti al profumo di mandarino all'avvio di una struttura multifunzionale per la ristorazione e il turismo. Arriva da Palermo la storia di un'impresa sociale che ha come obiettivo quello di favorire l'integrazione nel mondo del lavoro degli ex-detenuti, in particolare i più giovani, per i quali il marchio del carcere minorile rischia di tradursi in una condanna a vita. Nel 2016 al Malaspina è nato il progetto "Cotti in fragranza" con un frollino, chiamato Buonincuore, al sapore di mandarino ideato dal pasticciere Giovanni Catalano.
Con il passare degli anni si sono moltiplicati i tipi di biscotti (oggi sono 14 tra dolci e salati) che arrivano nei bar e nelle botteghe equosolidali, nei supermercati e anche all'estero. In cinque anni sono stati prodotti cinque milioni di frollini. Ma soprattutto sono stati formati 43 ragazzi che adesso lavorano con tirocini e contratti a tempo determinato, anche presso altre realtà. Una metà circa proviene dal circuito minorile (non solo detenuti ma anche ragazzi affidati ai servizi sociali) altri sono migranti, disabili o ragazzi affidati alle comunità.
I giovani coinvolti sono protagonisti di tutte le scelte, dai nomi dei prodotti (rigorosamente siciliani) alle strategie di marketing. "Cotti in fragranza" ha ricevuto prima di Natale dal presidente Mattarella la targa (per azioni collettive) di Alfiere della Repubblica. "Imparando a fare impresa in modo responsabile, a prendere decisioni e a realizzare prodotti di qualità, i ragazzi diventano parte di un'impresa sociale e protagonisti del proprio futuro" si legge nella motivazione. A ritirare la targa è stato Giuseppe, 27enne che da quattro anni fa parte del team.
"È stato un traguardo sia a livello lavorativo che a livello personale, il presidente ci ha fatto tanti auguri per le nostre prossime sfide. Io penso che la cosa importante sia non fermarsi mai e migliorare sempre, perché chi si ferma è perduto".
Nel 2018 è stato inaugurato un secondo nucleo operativo al di fuori dalle mura del Malaspina per dare sostenibilità all'impresa sociale aumentando il numero dei giovani coinvolti e dare loro un futuro, una volta espiata la pena detentiva. Si trova all'interno dell'ex convento dei Cappuccini del 1600 di fronte alla cattedrale di Palermo, uno spazio di 3mila metri quadrati nel quartiere Ballarò che ospita un laboratorio dove vengono realizzati pasti per le mense cittadine, per i poveri e alimenti per il catering. Nel chiostro c'è il bistrot Al Fresco: bar e ristorante ma anche spazio per mostre, eventi e musica.
L'ultimo tassello si chiama "Svolta all'Alberghiera" e grazie al sostegno di tre fondazioni private (Fondazione Con il Sud, Fondazione San Zeno e Fondazione Prosolidar) consentirà un ulteriore passaggio di livello di Cotti in fragranza: la realizzazione uno spazio per la ricezione turistica, con sedici alloggi di diverse dimensioni (stanze e mini-appartamenti). Verrà inoltre ampliata l'attività del laboratorio e del bistrot. La responsabile Nadia Lodato, che insieme a Lucia Lauro ha fatto crescere il progetto, è entusiasta.
"Fondazione con il Sud con il bando carceri "Vado a lavorare" ci consente di realizzare uno spazio per la ricezione turistica gestito dai detenuti che verranno appositamente formati. Grazie alla legge Smuraglia per le aziende ci sono sgravi fiscali dell'80-90% in caso di assunzione di un ex detenuto ma sono pochissime quelle che conoscono e scelgono questa possibilità".
"Svolta all'Albergheria" consentirà di far svolgere un tirocinio ad una ventina di persone, la metà provenienti dal sistema penale minorile l'altra dal carcere Pagliarelli. Ma all'orizzonte c'è un progetto ancora più ambizioso, denominato "jail career days". Una sorta di collocamento per profilare circa 250 detenuti provenienti oltre che dal Pagliarelli anche dall'Ucciardone. "Si tratta di un lavoro molto duro: quello di abbattere il pregiudizio. Ho incontrato già una sessantina di aziende e c'è molto interesse, non mi aspetto che tutti assumano un ex detenuto ma solo il fatto di parlarne è una vittoria" spiega Lodato. L'obiettivo è far sentire "utili" gli ex detenuti, ascoltarli e indirizzarli per evitare che la solitudine fuori dal carcere sia ancora più dura di quella provata "dentro". Tra le tante realtà che collaborano con "Cotti in fragranza" ad esempio c'è "Lisca bianca" che realizza arredi urbani nelle carceri e li colloca in aree disagiate come risarcimento. Carlo Borgomeo, presidente di Fondazione per il Sud spiega che l'Italia è molto indietro nel reinserimento dei detenuti e che "sono stati fatti passi indietro da parte del pubblico".
Proprio per questo "Svolta all'Alberghiera" è un'occasione importante che ha anche un risvolto di rigenerazione urbana. "Un progetto attrattivo che mostra una strada d'intervento nel medio periodo e che si può replicare in altre realtà, diventando un modello".
today.it, 9 gennaio 2022
Eduardo Chiarolanza è deceduto in ospedale dopo essere stato aggredito in cella da un altro detenuto nel carcere di Poggioreale. È morto Eduardo Chiarolanza, l'uomo affetto da problemi psichiatrici che lo scorso settembre ha ammesso di avere ucciso la madre 84enne, Eleonora Di Vicino, nel quartiere Pianura di Napoli. Chiarolanza è deceduto la scorsa notte nell'ospedale Cardarelli di Napoli dove era stato ricoverato in seguito a un'aggressione subita dieci giorni fa nel carcere di Poggioreale. L'uomo era stato aggredito da un altro detenuto psichiatrico con il quale condivideva la cella.
Sebbene Chiarolanza sia morto in un reparto Covid del Cardarelli, secondo quanto si apprende il decesso sarebbe riconducibile a lesioni al capo provocate da un corpo contundente, pare uno sgabello. Più volte i sindacati della Polizia Penitenziaria si sono pronunciati contro la gestione molto problematica nelle carceri di detenuti afflitti da problemi psichiatrici.
di Chiara Saraceno
La Stampa, 9 gennaio 2022
Siamo al terzo anno scolastico con il Covid 19 e poco sembra essere cambiato rispetto a marzo di due anni fa: la stessa improvvisazione, le stesse modalità decisionali per cui si arriva all'ultimo minuto, senza dare la possibilità di organizzarsi sia alle scuole sia alle famiglie, le stesse aule scolastiche, spesso sovraffollate, la stessa mancanza di strumenti di areazione efficaci, lo stesso organico e la stessa eterogeneità nella capacità di utilizzare efficacemente la didattica a distanza, gli stessi mezzi di trasporto sovraffollati.
Quasi due anni di tempo e due governi non sono bastati per fare ciò che era necessario per mettere in ragionevole sicurezza le scuole. Anzi, nella incapacità di garantire il distanziamento in classe se ne sono abbassati i requisiti, così come è avvenuto per i mezzi di trasporto. I servizi per i tamponi e il monitoraggio dedicati sono per lo più una chimera. Spesso l'avviso di quarantena arriva quando dovrebbe essere già terminata e sono le famiglie a farsi carico dell'esecuzione di un tampone di controllo quando sanno che nella classe dei figli c'è stato un caso di contagio. Uguali rimangono anche le disuguaglianze tra bambini e adolescenti nella disponibilità di spazi adatti per lo studio e per seguire eventualmente le lezioni a distanza, di risorse digitali e di competenze proprie e dei familiari nell'usarle. E siamo di nuovo nell'anarchia nella catena decisionale, con Regioni e Comuni che decidono per conto proprio, anche in contrasto con le norme nazionali, in molti casi ampliando i già esistenti divari territoriali nelle risorse educative disponibili, e di conseguenza nei processi di apprendimento. La Campania è un caso estremo, le cui conseguenze sono drammaticamente documentate negli esiti dei test Invalsi e nei tassi di abbandono scolastico. Si aggiunga il conflitto tra dirigenti scolastici, associazioni di medici e, sembra, anche comitato tecnico scientifico da una parte e governo dall'altra. Ce n'è abbastanza per mettere in confusione e in allarme i genitori, che fanno fatica a capire di chi dovrebbero fidarsi. L'unica novità sembra il moltiplicarsi di protocolli barocchi e di difficile attuazione.
La variante Omicron forse non poteva essere prevista nella sua contagiosità, ma che dovessimo convivere per molto tempo con la pandemia era abbastanza chiaro. E il fatto che in Italia la nuova ondata è arrivata più tardi che in altri Paesi avrebbe dovuto essere utilizzato per attrezzarci, non per cullarci nella nostra supposta maggiore virtuosità. Invece, soprattutto nella scuola, siamo sempre nell'ottica dell'imprevisto e dell'emergenza. È apprezzabile che il governo e in particolare il ministro dell'Istruzione difendano la didattica in presenza e si oppongano alla chiusura delle scuole e il passaggio alla Dad, salvo che nelle zone rosse. Tanto più perché non basta chiudere le scuole per evitare che bambine/i e adolescenti si incontrino e si espongano al rischio di contagio, a meno di imporre il lockdown come nella primavera 2020. Sarebbero stati tuttavia più credibili se, oltre a spingere verso la vaccinazione (che per i più piccoli tuttavia è appena incominciata e sta trovando difficoltà non solo nella resistenza di molti genitori, ma semplicemente a livello organizzativo), avessero messo davvero in sicurezza le scuole (e i trasporti), anche chiamando gli enti locali alle loro responsabilità. E invece del "liberi tutti" concesso nelle festività, rimandando ad oggi le decisioni difficili, si sarebbe dovuto utilizzare le vacanze, oltre che per attrezzare le scuole, per provare a rallentare i contagi. Non è con norme barocche sul numero di contagiati e vaccinati e sulla coesistenza, per lo stesso gruppo classe, di didattica in presenza e a distanza che si garantisce davvero il diritto all'istruzione.
Che fare allora? Oltre a cominciare a installare gli strumenti di areazione in modo sistematico, occorre accelerare il processo di vaccinazione, rendendolo almeno agevole per genitori e bambini già provati, e attuare davvero quel servizio dedicato per i tamponi promesso da Figliuolo ma di cui si è persa traccia. Ridurre ove possibile le ore in cui si sta chiusi in classe, alternandole con lezioni all'aperto (c'è tutta una pedagogia consolidata in questa direzione), o in luoghi più ampi (musei e simili) attivando collaborazioni con istituzioni culturali e associazionismo civico. Per i più grandi si può anche pensare di alternare didattica a distanza e in presenza, non per fare le stesse cose, ma cose diverse. E se proprio sarà necessario tornare per un periodo in Dad, assicurarsi prima che tutti siano in grado di trarne beneficio e abbiano luoghi e persone di riferimento che possono accompagnarli, non solo in famiglia, ma fuori, nella comunità in cui vivono. Anche in questo caso è necessaria un'alleanza con l'associazionismo civico e il terzo settore. Infine, bisogna rompere il tabù di un calendario scolastico intoccabile, succeda quello che succeda.
di Ferdinando Cotugno
Il Domani, 9 gennaio 2022
In Afghanistan la siccità è diventata così grave che alla fine del 2021 migliaia di persone si sono riunite a Kandahar per pregare e invocare la pioggia. La guerra civile, l'abbandono degli americani, l'arrivo dei talebani si sono innestati nella peggiore crisi ecologica da trent'anni. Non c'è un angolo del paese che sia immune dalla crisi idrica. La crisi climatica è almeno in parte responsabile di quel che sta accadendo nel paese. Caso da manuale di ingiustizia climatica: un afghano emette in media 0,2 tonnellate di CO2 nell'atmosfera ogni anno, un americano circa 15 tonnellate. Il 2022 si preannuncia come un anno terribile. Secondo la Fao "l'impatto cumulativo della siccità su comunità già debilitate è un altro punto di rottura verso la catastrofe".
In Afghanistan la siccità è diventata così grave che alla fine del 2021 migliaia di persone si sono riunite a Kandahar per pregare e invocare la pioggia. La guerra civile, l'abbandono degli americani ad agosto, l'arrivo dei talebani al potere si sono innestati nella peggiore crisi ecologica da trent'anni, arrivata al suo picco quando la pandemia era già in corso.
Un paese sull'orlo - Un doppio punto di rottura per un paese isolato, allo stremo delle forze e nel frattempo anche scivolato fuori dall'agenda politica globale. La crisi idrica è entrata nel suo secondo anno e sta spingendo il paese sull'orlo della carestia. Secondo le Nazioni Unite, più di metà della popolazione è in una situazione di "fame acuta". Secondo almeno due criteri (su tre) dell'Onu, l'Afghanistan sarebbe già legalmente in carestia: la mancanza di accesso al cibo e la malnutrizione. Il terzo è la mortalità: servono due decessi su diecimila abitanti al giorno per parlare ufficialmente di carestia.
Siccità in campo - L'agricoltura afghana è però già ora sull'orlo del collasso, i raccolti sono crollati del 40 per cento rispetto a quelli già magri del 2019, il prezzo del grano è salito del 25 per cento e l'origine di tutto è la mancanza di acqua, che colpisce almeno 25 delle 34 province afghane. Sul sessanta per cento del territorio l'impatto è estremamente grave, ma non c'è un solo angolo di Afghanistan che non sia stato colpito a qualche livello da questa crisi idrica.
Annus horribilis - Il 2022 si preannuncia come un anno terribile. Secondo la Fao "l'impatto cumulativo della siccità su comunità già debilitate è un altro punto di rottura verso la catastrofe". Oggi sono tra 19 e 23 milioni le persone che non riescono a fare almeno un pasto ogni giorno, circa il sessanta per cento della popolazione. Per alleviare la situazione, Stati Uniti e Nazioni Unite hanno allentato parte delle restrizioni che avevano imposto ai Talebani prima che salissero al potere, allo scopo di permettere un accesso più facile per gli aiuti umanitari.
Un brutto clima - La crisi climatica è almeno in parte responsabile di quello che sta succedendo nel paese, che in alcune regioni si è riscaldato al doppio della media mondiale, che era di 1,1 gradi centigradi al 2021. Già nel 2019 un rapporto della stessa Fao aveva avvertito che le siccità già affrontate dall'Afghanistan nel suo passato sarebbero diventate più frequenti e potenti a causa del riscaldamento globale e del crollo della portata delle piogge primaverili. Come contesto, il 14 per cento dei ghiacciai afghani è sparito negli ultimi due decenni, le riserve d'acqua sono dieci volte inferiori rispetto a quelle dei paesi confinanti e le precipitazioni sono diventate rare, irregolari e violente.
Impatto diseguale - Questo è un caso da manuale di ingiustizia climatica: un afghano emette in media 0,2 tonnellate di CO2 nell'atmosfera ogni anno, mentre un americano circa quindici tonnellate. Il New York Times l'aveva definita a settembre dell'anno appena passato come una nuova categoria di crisi umanitaria, cioè quella che si sviluppa quando la guerra incontra i cambiamenti climatici. Un moltiplicatore di conflitti che si alimentano a vicenda.
Guerra e altri disastri - "La guerra ha esasperato gli effetti dei cambiamenti climatici", ne prende atto Noor Ahmad Akhundzadah, professore di idrologia all'Università di Kabul, intervistato da Somini Sengupta, la corrispondente del New York Times. "Per dieci anni la metà del budget nazionale è andata alla guerra. La nostra attuale situazione è senza speranza". L'Università di Notre Dame ha calcolato che almeno la metà dei venticinque paesi climaticamente più vulnerabili sono anche in una situazione di guerra. Si tratta di luoghi come Somalia, Siria, Mali, tutti catturati in una serie di crisi che si alimentano a vicenda.
di Sara Lucaroni
L'Espresso, 9 gennaio 2022
"È il segreto di Pulcinella, lo sanno tutti che qui c'è sfruttamento e tutto avviene alla luce del sole". Sarah Caudiero che insieme al collega Luca Toscano dall'autunno 2018 segue il distretto tessile e abbigliamento pratese e ha fatto il miracolo di sindacalizzare per la prima volta la manodopera migrante in aziende cinesi, lo dice mentre sono le 11 e la sede Si Cobas di Prato si riempie di ventenni, molti pakistani, con i contratti in mano.
Sul muro, i passaggi della Costituzione in cui si parla di lavoro, in cinese e arabo. Vertenze dure e scioperi a oltranza: qualcuno sposta i sacchi con le coperte usate durante l'ultimo picchetto. Il tessile e abbigliamento conta 6.805 stabilimenti. Secondo Confindustria Toscana Nord, in 42.000 lavorano per un export cresciuto nel secondo trimestre 2021 del +44 per cento per il tessile e del +94 per cento per abbigliamento e maglieria (categoria al 90 per cento di imprenditori cinesi).
Una filiera fatta di appalti e sub appalti in cui le ditte "buone" lavorano con le "cattive" e viceversa, perché un vestito deve essere tessuto, lavato, tinto, stampato, assemblato, stirato, spedito e serve il business di tutti. Agli schiavi ci pensa l'Ispettorato del Lavoro, all'opacità invece le Procure e di recente, la Direzione distrettuale antimafia.
Ora c'è una nuova piramide della manodopera, trasversale al comparto e per nazionalità: i capi, gli italiani, i cinesi. Pakistani, nigeriani e senegalesi spesso richiedenti asilo. Stare in fondo alla classifica vuol dire lavorare 12X7, dodici ore tutti i giorni con buste paga di 900/1000 euro, contratti ufficiali a due ore, niente ferie o malattia, ricatto sul permesso di soggiorno. Le vertenze vinte sono numerose, nonostante chi protesta o si rivolge al sindacato talvolta venga demansionato, privato dello stipendio o licenziato. O assalito al picchetto da uomini che piombano in auto o escono dall'azienda. È successo con alcune imprese cinesi.
La prima volta a novembre 2018: in un sottopassaggio due delegati sindacali sono aggrediti con bastoni, coltelli e bottiglie di vetro. Il 19 giugno 2019 ai cancelli della Gruccia Creations in dieci finiscono all'ospedale. Un mese dopo, alla Superlativa, prima due autisti tentano di forzare il presidio con i camion, poi arrivano uomini con un cric e una spranga.
L'ultimo episodio è rimbalzato sulle cronache nazionali: 5 feriti l'11 ottobre alla Dreamland. "Il nucleo dei picchiatori è fatto da persone che girano con le mazze, che lo fanno di lavoro. Lo vedi che lo sanno fare", dicono. C'è anche questo pronto moda tra le 64 aziende oggetto di controlli straordinari dell'operazione "Alt caporalato!" dell'Ispettorato del lavoro: 32 imprese chiuse, 250 lavoratori in nero su 570, 40 senza permesso di soggiorno.
Ma si paga la multa e il giorno dopo si riapre. "Dopo i video dell'ultima aggressione ci hanno contattato i lavoratori di altre sei aziende", dice Sarah. "Siamo abituati a firmare accordi sindacali con persone che arrivano all'ultimo momento, trattative con soggetti che non sappiamo chi sono ma che hanno più potere di tutti gli altri. A Prato non so se c'è qualcuno con una fabbrica intestata e se stesso", scherzano. Come alla Texprint, la terza stamperia tessile d'Europa: gli operai indicavano come il vero titolare Zhang Sang Yu, dipendente che trattava ai tavoli a rappresentare l'azienda.
A gennaio le denunce di 18 operai. Otto mesi di sciopero: in fabbrica sono anche videosorvegliati. Il 16 giugno scorso tre lavoratori vengono aggrediti da un commando di quindici uomini: Zhang Sang Yu viene ripreso mentre prende a pugni uno di loro. Ha buoni rapporti con le istituzioni pratesi, è considerato un uomo di successo: è socio di una immobiliare e dei colossi internazionali della distribuzione Euroingro s.r.I e di B2B Euroingro s.r.l. Nel 2020 era finito ai domiciliari per l'inchiesta della Dda di Milano "Habanero" e rinviato a giudizio per riciclaggio.
Sarebbe stato un elemento di spicco di un "sistema affaristico Cina-Italia, che aveva per perno due soggetti legati, se non facenti parte, del clan di 'ndrangheta di San Mauro Marchesato retto da Angelo Greco", questi riconducibile a sua volta a Nicolino Grande Aracri. Lo si legge nell'interdittiva antimafia che la prefettura di Prato il 9 marzo emette contro la Texprint. Indicato col nome di "Valerio", avrebbe riciclato più volte denaro usando le fatture false emesse dalle società dei due complici coprendole con operazioni nel settore dell'acciaio in Cina, in cambio di una provvigione.
Al processo con rito abbreviato il 29 marzo viene assolto e per chi ne era accusato, cade l'aggravante mafiosa. Dopo un ricorso al Tar e poi al Consiglio di Stato, che avevano confermato la validità dell'interdittiva, la prefettura di Prato accoglie la richiesta di revoca da parte dell'azienda sulla base delle motivazioni della sentenza: "Non sono emersi elementi idonei a individuarlo come il soggetto di nazionalità cinese che intratteneva illecite operazioni economico-finanziarie".
L'Ispettorato intanto non ha ancora redatto il verbale finale sulla Texprint. "C'è sempre l'idea della confezione, del cinese che non rispetta le regole, lo sgabuzzino, le macchine da cucire, ma qui siamo su tutto un altro piano ed è pesantemente integrato col territorio", commentano al Si Cobas. Come nell'inchiesta a giugno "Tex Majhong", diretta dal procuratore capo di Firenze Giuseppe Creazzo e coordinata dal sostituto procuratore della Direzione distrettuale antimafia Leopoldo De Gregorio: 34 italiani e cinesi indagati e una filiera di smaltimento illegale di 10 mila tonnellate di rifiuti speciali raccolti "porta a porta" con autorizzazioni fittizie presso pronto moda e aziende tessili, destinati a Marche, Nord Italia, Spagna, e stoccati in capannoni riempiti fino al tetto. C'è invece l'imposizione con la forza delle aziende pratesi "del boss" nell'autotrasporto in tutta Europa al centro dell'inchiesta "China Truck": 38 rinvii a giudizio per 416 bis su 79 imputati al processo che inizierà il 16 febbraio: la "mafia cinese" per la prima volta alla sbarra. È il coronamento del lavoro della Dia di Firenze e della squadra mobile di Prato, partite dall'omicidio nel 2010 a colpi di machete di due giovani cinesi in un ristorante, che nel 2018 aveva portato all'arresto di 33 persone tra cui il "capo dei capi" della presunta organizzazione, Zhang Naizhong, "l'uomo nero", autore della pax fra bande criminali che avevano già fatto una quarantina di morti.
Il procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero De Raho definì Prato "capitale europea" della mafia cinese, ma venti giorni dopo il tribunale del riesame aveva fatto cadere l'aggravante mafiosa e rimesso tutti in libertà. Sentenza confermata dalla Cassazione. Poi la decisione del Gup di confermare il 416 bis a giugno. "È un processo in salita e difficile, perché ci sono due precedenti, ma è anche un'apertura verso l'esito delle indagini perché c'è stata una ricostruzione fatta all'origine che è sana, buona, giusta", dice Francesco Nannucci, oggi capo della Dia di Firenze e all'epoca delle indagini dirigente della squadra mobile di Prato.
I camion erano utilizzati anche per operazioni illecite, con basi a Parigi, Madrid e in Germania. "Grandi quantità di contanti venivano messi nelle scatole, quelle utilizzate dai corrieri. Prendi una scatola media, piccola, ci metti dentro banconote da 500 euro, la carichi su un furgone che trasporta altre scatole con materiale vario e porti in giro soldi in tutta Europa. Potrebbero farlo per altri", prosegue, ipotizzando scenari inquietanti.
"Com'è possibile che la criminalità organizzata italiana non sia sensibile alla potenza criminale della mafia cinese? Una mafia che ha possibilità di mobilitare tantissimi soldi, con capacità imprenditoriali enormi. Come mai non sono mai venute fuori queste commistioni? È la nuova frontiera degli assetti investigativi da curare: i rapporti fra le mafie italiane e la mafia cinese". Il 13 ottobre la Guardia di Finanza indaga 210 persone, tra cui 52 imprenditori cinesi e 46 prestanome nell'operazione "Easy permit".
Due consulenti del lavoro e cinque titolari di società di elaborazione dati cinesi e italiani sono accusati di aver creato una fabbrica di permessi di soggiorno per prestanome cinesi a favore di lavoratori della stessa nazionalità: 250.000 euro in contanti e quattro lingotti d'oro sequestrati sarebbero serviti anche a lavare denaro. Negli stessi giorni carabinieri e Ispettorato del lavoro hanno scoperto che il 67 per cento dei lavoratori di imprese cinesi controllate non avevano il permesso di soggiorno, perché clandestini o destinatari di un'istanza di emersione secondo il Decreto rilancio con contratti di lavoro domestico o agricolo.
"Si è creato un esercito di persone che si sono dovute cancellare i contratti perché così non vengono sanate nel tessile ma con il lavoro domestico. Dall'altro lato ci sono aziende che fanno lavorare solo queste persone in attesa che non possono richiedere un contratto e che staranno zitte a nero 14 ore al giorno", spiega Luca Toscano. A maggio con Sarah ha ricevuto un foglio di via per "pericolosità sociale". "Non si può dare un foglio di via per attività sindacale, Tar e Consiglio di Stato ce l'hanno annullato", dicono raccontando gli sgomberi delle forze dell'ordine e le multe ai lavoratori in virtù del Decreto Salvini. "Siamo stati accusati di mettere a rischio i lavoratori. Molti sono giovani, dai 19 ai 25 anni, ma qual è l'alternativa per loro?".
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