di Valeria Pacelli
Il Fatto Quotidiano, 10 gennaio 2022
Collegamenti da remoto per le indagini e le sentenze: "Così si ledono i diritti degli imputati. Scelte del governo illogiche". Collegamenti da remoto durante le indagini preliminari, i detenuti che seguono le udienze dei loro processi in videoconferenza, camere di consiglio fuori dalle mura dei tribunali. Le norme per i processi decise dal governo Conte durante la prima ondata di contagi Covid saranno valide per tutto il 2022. È quanto stabilito nel milleproroghe firmato da Mario Draghi alla fine dello scorso anno. Con tanto di irritazione da parte della categoria degli avvocati che gridano alla violazione della sacralità del processo e dei diritti dei loro assistiti.
di Sara Occhipinti
altalex.com, 10 gennaio 2022
In arrivo a gennaio un nuovo protocollo di intesa tra Consiglio Nazionale Forense e Garante dei detenuti per tutelare i vulnerabili (detenute madri e minori) e i migranti. Dopo l'esperienza del primo Protocollo di intesa sottoscritto nel 2017, il Presidente del CNF Maria Masi e il Garante dei diritti dei detenuti, Mario Palma, annunciano, con una nota congiunta (testo in calce), l'intenzione di rinnovare la reciproca collaborazione istituzionale.
La meta comune che unisce l'impegno dell'avvocatura e del Garante è rappresentata dalla tutela della dignità dell'essere umano nella delicata fase della privazione della libertà personale conseguente alla pena. È avvertita con urgenza, da entrambe le parti, la necessità di promuovere ogni azione finalizzata a preservare il principio di rieducazione e riabilitazione della pena.
iltorinese.it, 10 gennaio 2022
Esplodono i focolai di Covid nelle carceri del Piemonte, ad Asti e Torino sono state individuate le situazioni più preoccupanti. "Alle Vallette sono 56 i detenuti contagiati (tutti asintomatici) e 9 gli agenti, con un aumento del 122% di contagi negli istituti di pena italiani in 10 giorni che dimostra la pericolosità di una situazione che era stata più volte denunciata", sottolinea il sindacato di polizia penitenziaria Osapp.
Un problema questo che si accompagna soprattutto al sovraffollamento delle carceri più volte denunciato dal sindacato polizia penitenziaria e da esponenti di 'Nessuno Tocchi Caino', Associazione Marco Pannella di Torino e segreteria del Partito Radicale. Proprio due di loro, Mario Barbaro (Segreteria Partito Radicale) e Sergio Rovasio (Presidente Associazione Marco Pannella di Torino), scenderanno in campo a fianco di Rita Bernardini (Presidente di Nessuno Tocchi Caino) per chiedere di "Fare presto nel ridurre la 'congestione' di corpi nelle carceri".
In una lettera di agosto 2021 indirizzata al presidente della Regione Alberto Cirio e all'assessore alla Sanità Luigi Icardi i militanti chiedevano di intervenire per limitare il più possibile alcune carenze: i militanti ponevano l'attenzione sul carcere Lorusso-Cotugno elencando i problemi riscontrati in ambito sanitario che si vanno ad aggiungere al sovraffollamento del carcere e alle condizioni di detenzione che, per gli scriventi, non rispettano le normative italiane ed europee.
"Ridurre la popolazione carceraria" - L'urgenza oggi è quella di ridurre la popolazione carceraria con provvedimenti del Governo e del Parlamento, sostengono Mario Barbaro e Sergio Rovasio che aggiungono: "Purtroppo le notizie che ci giungono non fanno che confermare l'aggravarsi della situazione. Al Carcere di Torino la situazione è drammatica così come abbiamo più volte evidenziato: sovraffollamento (quasi 1.400 detenuti su 1.060 posti di capienza regolamentare), presenza di topi e blatte e gravi carenze sanitarie, solo per citare alcuni punti. Ora si aggiunge la denuncia da parte dell'Osapp, il Sindacato di Polizia Penitenziaria, sui focolai di covid che avanzano prepotentemente all'interno dei penitenziari e che esprime preoccupazione per le carceri piemontesi".
Annunciato lo sciopero dalla fame - L'Associazione Marco Pannella di Torino sarà a fianco di Rita Bernardini (Presidente di Nessuno Tocchi Caino) che riprenderà lo sciopero della fame a partire dalla mezzanotte del 10 gennaio 2022 per "aiutare Governo e Parlamento a far presto per ridurre la 'congestione' di corpi nelle carceri italiane. La coraggiosa iniziativa di Rita Bernardini è un'iniziativa di amore nei confronti del diritto e della democrazia. Fare presto è un imperativo", dicono Mario Barbaro e Sergio Rovasio.
"Comunichiamo dunque che a partire dalla mezzanotte del 10 gennaio ripartirà l'iniziativa di sciopero della fame a staffetta (una persona al giorno, ndr) da parte dei militanti dell'Associazione Marco Pannella di Torino. Scriveremo nuovamente al Presidente della Regione Piemonte Cirio e all'Assessore alla Sanità Icardi affinché venga messa in campo da subito ogni iniziativa volta ad alleviare la situazione insostenibile presente nelle carceri del Piemonte", concludono.
di Giorgio Vaccaro
Il Sole 24 Ore, 10 gennaio 2022
La riforma civile tiene a battesimo anche il nuovo rito unificato "in materia di persone, minorenni e famiglie". Oltre al tribunale unificato per le persone, per i minorenni e per le famiglie, la riforma civile tiene a battesimo anche il nuovo rito unificato "in materia di persone, minorenni e famiglie" (legge 206/2021, comma 23 dell'articolo unico), che si applicherà a tutti i procedimenti relativi allo stato delle persone, ai minorenni e alle famiglie di competenza del tribunale ordinario, del tribunale per i minorenni e del giudice tutelare (escluse le adozioni e i ricorsi
in materia di immigrazione).
di Giorgio Vaccaro
Il Sole 24 Ore, 10 gennaio 2022
La riforma della giustizia civile riscrive le regole dei procedimenti che riguardano le crisi familiari. E lo fa in due tempi. Per la maggior parte delle norme, la riforma detta solo i principi e i criteri di delega, che dovranno essere tradotti in disposizioni dai decreti legislativi del Governo, da adottare entro i124 dicembre 2022.
Ma ci sono alcune disposizioni che si applicheranno direttamente, senza bisogno di attuazione, ai procedimenti avviati dal 22 giugno 2022, vale a dire 18o giorni dopo l'entrata in vigore della riforma, legge 206/2021, avvenuta il 24 dicembre 2021. Queste norme sono contenute nei commi da 27 a 34 dell'articolo unico della legge 206/2021.
di Liana Milella
La Repubblica, 10 gennaio 2022
Settanta toghe rischiano fino all'espulsione. Gli interrogatori dureranno sei-sette mesi e rischiano di destabilizzare le prossime elezioni per il Csm previste in estate. Nel sindacato si apre la caccia alla talpa che ha diffuso la notizia giusto a 10 giorni dall'inaugurazione dell'anno giudiziario in Cassazione.
Torna l'incubo delle chat di Palamara. Questa volta all'Anm, ma con il rischio "strumentale", dubita più d'uno, di favorire o penalizzare le correnti proprio a ridosso, o durante, le prossime elezioni per il Csm, previste a luglio. Sempre che la nuova legge elettorale, che il governo deve ancora presentare, sia pronta in tempo. Sono passati due anni dalla prima diffusione delle chat che coinvolgono oltre 500 nomi - era maggio 2020, in pieno Covid - e solo adesso l'Anm avvia il giudizio, in base al codice etico che tutti i giudici iscritti al sindacato sono tenuto a rispettare, che coinvolge 70 magistrati in procinto di ricevere l'atto di incolpazione.
di Fabio Fiorentin*
Il Sole 24 Ore, 10 gennaio 2022
L'anno 2021 si è chiuso comunque con una buona notizia per la gravosa situazione delle carceri italiane. La Commissione presieduta dal professor Marco Ruotolo ha concluso a tempi di record i suoi lavori e ora si dovrà tradurre in fatti concreti la nuova spinta riformatrice voluta dalla Ministra Cartabia.
di Fabio Ferzetti
L'Espresso, 10 gennaio 2022
Un ex carcerato diventa simbolo di redenzione, ma poi le cose si complicano. Il nuovo film di Farhadi. Un uomo esce di prigione con un sorriso così largo stampato in faccia che viene voglia di credergli. A tutti i costi. In carcere per debiti Rahim, così si chiama, ha una sorella che bada a suo figlio, un nuovo amore segreto, la radiosa Farkhondeh, e un tesoro da sfruttare. Farkhondeh infatti ha trovato per strada una borsa piena di monete d'oro (siamo a Shiraz, culla dell'antica cultura persiana).
Vendendole Rahim potrà rimborsare in parte il suo debito, chiedere clemenza al creditore, evitare di tornare in prigione dopo le 48 ore di permesso. L'uomo però ha un'altra idea. Troverà chi ha perduto la borsa e gliela restituirà. Tanta onestà colpisce i dirigenti del carcere. Il resto lo fanno tv, social media e associazioni benefiche. Così il sorridente Rahim diventa un eroe nazionale, simbolo di redenzione. Fioccano offerte, anche di lavoro. Poi tutto si complica.
Forse, insinua il creditore (suo ex cognato), la strategia di Rahim non è così limpida. Forse, mormorano i detenuti, quella storia edificante serve a coprire le magagne del carcere. Sui social dilagano invidia e sospetti. L'immagine di Rahim si sgretola e con essa le nostre certezze. Nei film di Farhadi, del resto, nessuno dice mai tutta la verità. Tutti prima o poi trovano buone ragioni per tacere, deformare, abbellire la realtà. E nessuno - tantomeno il regista - dà mai una versione sicura dei fatti. Non a caso l'unico personaggio innocente di "Un eroe", Gran Premio a Cannes e ora candidato all'Oscar (dopo quelli vinti da "Il cliente" e "Una separazione") è il figlio di Rahim. Un ragazzino, per giunta balbuziente.
Eppure l'inizio prometteva tutt'altro. Al cinema spesso le parole dicono una cosa, le immagini un'altra. Il magnifico incipit, con la lunga ascensione di Rahim alla tomba monumentale di Serse, parla solo di speranza e grandezza. L'incontro con Farkhondeh, in un tripudio di salti di montaggio e carezze trattenute (siamo pur sempre in Iran) testimonia nobiltà e purezza. Mentre gli interni familiari e lavorativi, con quelle mille sottotrame che si avviluppano alla storia principale, scolpiscono una cultura e un paese ancor più complessi della sceneggiatura. Se Farhadi non ha mai problemi di censura è perché lavora sullo scarto tra ciò che vediamo e ciò che crediamo di capire. Di qui premi, ma anche accuse e insinuazioni. Proprio come l'eroe del suo film.
di Luigi Perissinotto
collettiva.it, 10 gennaio 2022
Inca Padova: una sentenza destinata a fare scuola. "Una vittoria che ha fatto da apripista in molti casi simili - commenta la Cgil. Qui altri 4 ricorsi e presso il carcere 2 Palazzi sono almeno una cinquantina nella medesima situazione".
Si era a circa metà novembre quando il giudice Roberto Beghini del Tribunale del Lavoro di Padova, scriveva queste parole nella Sentenza n. 603/2021: "Per questo motivo (il Tribunale del Lavoro di Padova) accoglie il ricorso ed accerta il diritto del ricorrente alla NASpI (...) e condanna l'Inps a rifondergli le spese di giudizio (...)". Si chiudeva quindi così, con una vittoria per il Patronato Inca e la Cgil, la prima ripresa di un match la cui chiusura definitiva deve ancora arrivare ma, a meno di clamorose e francamente illogiche sorprese, pare già segnata.
Si trattava di decidere chi avesse ragione tra un detenuto di origini tunisine che dopo aver svolto per diversi mesi, nel corso del 2019, un'attività lavorativa in favore dell'amministrazione penitenziaria, una volta cessata, aveva presentato domanda all'Inps al fine dell'ottenimento dell'indennità di disoccupazione (NASpI) vedendosela respingere, oppure l'INPS che con il messaggio n 909 del 2019, informava che i detenuti/lavoratori dipendenti dell'Amministrazione carceraria non avevano diritto alla NASpI.
"Una decisione, secondo noi, assolutamente arbitraria e contro cui, in comune accordo con la segreteria confederale della Camera del Lavoro di Padova, abbiamo deciso di fare ricorso "accompagnando" 4 detenuti/lavoratori in questo percorso per far valere i propri diritti". È soddisfatta Antonella Franceschin, direttrice dell'Inca Cgil Padova, che aggiunge: "Questa decisione dell'INPS ci sembrava una evidente forzatura e anche foriera di chiare ingiustizie dal momento che riguardava solo i detenuti/lavoratori alle dipendenze dell'amministrazione penitenziaria (come era il caso del ricorrente che aveva lavorato come addetto alla distribuzione dei pasti) e non quelli in forza a una delle cooperative che operano all'interno del carcere, determinando così una disparità di trattamento che non aveva nessun fondamento".
"Secondo l'Inps - conclude la Direttrice dell'Inca Cgil Padova - la posizione del detenuto/lavoratore era del tutto simile a quella di qualsiasi dipendente del Ministero di Grazia e Giustizia che in quanto tali non hanno diritto alla NASpI. Una posizione decisamente singolare e che fa a pugni con la realtà, come ha giustamente dimostrato la sentenza. Una buona notizia per almeno una cinquantina di detenuti/lavoratori che si trovano nella stessa identica situazione. Per parte nostra, ringraziamo Graziano Boschiero, l'operatore dello sportello Inca all'interno del carcere 2 Palazzi che ha seguito fin dall'inizio la vicenda. Accanto a lui, ringraziamo l'Avv. Marta Capuzzo dello Studio Legale Moro per questo ennesimo ottimo risultato".
"Una vicenda - interviene l'Avvocata Marta Capuzzo - iniziata nel 2019 per effetto dell'annuncio da parte dell'INPS che informava che i detenuti/lavoratori assunti alle dipendenze delle amministrazioni penitenziarie non avevano più diritto alla NASpI. Naturalmente, una decisione che ha incontrato fin da subito l'opinione contraria sia del Patronato Inca che della Cgil, che hanno deciso così di darci mandato per intentare la causa. Personalmente, oltre a questo caso, ne sto seguendo anche altri presso il Tribunale di Venezia che sono finiti esattamente nella stessa maniera. Siamo solo all'inizio ma queste sentenze stanno sostanzialmente facendo scuola e determinando un orientamento giuridico per tanti altri casi simili".
"Il giudice - conclude l'Avvocata Capuzzo - nella prima riflessione contenuta nella sentenza, ravvisa e specifica esplicitamente che il trattamento di disoccupazione ha una natura generalizzata e vale per tutti, ad eccezione di quei casi espressamente esclusi dalla norma tra i quali, è evidente, non sono assolutamente presenti i detenuti/lavoratori. Al contrario, vige un principio (previsto sia da norme internazionali che da quelle che regolano l'ordinamento penitenziario) secondo il quale l'organizzazione e i metodi di lavoro all'interno del carcere devono rispecchiare quelli previsti fuori da esso, cioè nella società libera. Un principio che, in questo caso, l'INPS non rispettava".
L'affermazione di un principio di civiltà e giustizia - "Consideriamo questa sentenza - interviene Palma Sergio della segreteria confederale della Cgil di Padova - la conferma del pieno riconoscimento di un diritto, e cioè che il riconoscimento del lavoro deve valere sempre in termini etici, morali ed economici indipendentemente che lo si svolga dentro o fuori un istituto di pena, come in questo caso".
di Elena Duranti
La Nazione, 10 gennaio 2022
Il Covid non risparmia neppure il carcere. Sono più di 80 i contagiati, fra detenuti e operatori, all'interno della Dogaia. È un vero e proprio focolaio quello scoppiato nella casa circondariale di via Montagnola che rischia di mettere a rischio la sicurezza di tutti. In particolare - come spiegato dall'Unione sindacati di polizia penitenziaria (Uspp) - il focolaio ha colpito una sezione del carcere dove i detenuti risultati positivi sono ben 44. La gestione di queste persone - secondo quanto denuncia il sindacato - è difficoltosa in quanto il protocollo sanitario interno è completamente saltato. Intervenire, in caso di disordini, sarebbe complicato e metterebbe a rischio gli agenti.
Motivo per cui l'Uspp ha scritto una lettera aperta non solo direttore della Dogaia, Vincenzo Tedeschi, ma anche al direttore generale dell'Asl Paolo Marchese Morello e al dipartimento di prevenzione, al dipartimento amministrazione penitenziaria di Roma e al provveditore regionale, chiedendo di prendere subito provvedimenti per bloccare il focolaio. "All'istituto è in atto un preoccupante focolaio le cui proporzioni ancora non si conoscono, anche e soprattutto a causa di ingiustificabili lentezze nell'effettuare tamponi ai detenuti e al personale che a qualsiasi titolo accede in istituto - scrive il segretario dell'Uspp, Paolo Alonge.
Con queste modalità di gestione, la situazione è destinata a peggiorare". Secondo quanto riferisce il sindacato, i medici, gli infermieri e gli altri operatori sanitari escono dalla zona infermeria del carcere con indosso la vestizione prevista per il contatto con casi positivi (tute bianche, guanti, mascherina FFP2) e così vestiti vanno in giro per i vari reparti dell'istituto, compresi quelli dove sono presenti detenuti positivi. Inoltre, gli agenti che presentano sintomi influenzali non vengono sottoposti subito a tampone ma vengono invitati a eseguirlo altrove e a loro spese anche se il sospetto di contagio è avvenuto in carcere e quindi sul lavoro.
"A causa della crescita dei contagi - aggiunge Alonge - sono aumentate anche le tensioni che sono di difficile gestione a causa della carenza di personale di polizia, aggravata dalla positività di circa 19 agenti. Non è accettabile una tale confusione, ma soprattutto non è tollerabile che ognuno faccia come meglio crede senza seguire schemi di sicurezza sanitaria delineati". Il sindacato chiede di intervenire con urgenza per evitare che la situazione degeneri. "Il personale sta sopportando pesanti carichi di lavoro e forti sollecitazioni emotive", conclude Alonge.
- Afghanistan, la fine delle bambine: figlie cedute in cambio di cibo
- Turchia, si alza il velo sugli orrori di Erdogan
- Stati Uniti. Guantanamo, a 20 anni dall'apertura rimane imprigionato nelle promesse
- Vent'anni di Guantanamo, la prova del fallimento della crociata contro il terrorismo
- Europol è l'avamposto della sorveglianza di massa









