di Errico Novi
Il Dubbio, 12 gennaio 2022
Ottimismo a via Arenula per la riforma del Csm: governo pronto a sbloccare il testo Cartabia. Ma l'elezione dei nuovi togati è vicina. Doveva essere la riforma del riscatto. La politica che nel trentennale di Mani pulite riafferma il primato sull'ordine giudiziario. Ma rischia di non esserci alcuna riforma. Al momento, il ddl delega sul Csm è un'entità astratta. Sospeso fra un testo base proposto nell'ormai lontana estate 2020 da Alfonso Bonafede e un ampio restyling di Marta Cartabia mai depositato a Montecitorio, in attesa di un benestare in Consiglio dei ministri rinviato ormai da settimane. In mezzo, la commissione Giustizia della Camera.
Che attende le proposte della guardasigilli da mesi, visto che gli emendamenti parlamentari sono stati presentati addirittura a inizio giugno. Così, un deputato fin qui in prima linea nella confortante "primavera garantista" inaugurata con l'avvento di Cartabia a via Arenula, Enrico Costa, prova a dare la sveglia: "Inverò domattina (oggi per chi legge. ndr) una lettera al presidente della commissione Mario Perantoni. Gli chiederò", spiega il parlamentare e responsabile Giustizia di Azione, "di convocare subito un calendario dei lavori affinché si proceda all'esame delle modifiche emendative già depositate a giugno da noi deputati, fatto salvo un termine breve da indicare al governo affinché si pronunci sul testo. Passata la scadenza, noi deputati della commissione Giustizia dovremmo procedere in ogni caso a votare il ddl".
In pratica un ultimatum. Servirà? Difficile dirlo. Anche perché interpretare il lungo silenzio di Palazzo Chigi sul "restyling Cartabia" è impossibile. Da via Arenula filtra una lettura pacificatoria, senza increspature polemiche: si è ritenuto, osserva una fonte autorevole, che ci fossero "priorità non contendibili, legate alla pandemia", e che in un contesto simile non si potesse affrontare in Consiglio dei ministri la riforma del Csm. "Ma c'è anche la convinzione", si fa ancora notare dal ministero, "che lo stop sarà seguito da una rapida ripartenza, da un timing condiviso abbastanza serrato da consentire un doppio effetto: approvare la legge delega in poche settimane e lasciare tempo sufficiente affinché entro fine legislatura, siano definitivamente adottati i decreti attuativi".
Anche perché, osservano sempre fonti qualificate del ministero della Giustizia, alcuni aspetti della riforma "potrebbero essere immediatamente precettivi: ad esempio la legge elettorale per i togati, che potrebbe entrare in vigore in tempo perché si abbia a luglio un Consiglio superiore eletto con nuove regole, come il presidente Mattarella ha esortato a fare. È avvenuto con le norme sull'improcedibilità contenute nel ddl penale, può avvenire di nuovo". Ed è vero. Ma i tempi sono strettissimi. Se pure la Camera e poi il Senato compissero il miracolo di consegnare, diciamo entro lo scoccare della primavera, per fine marzo, il ddl delega sul Csm, a quel punto Palazzo dei Marescialli e l'intera macchina elettorale della magistratura dovrebbero fare le capriole per predisporre il voto entro luglio. Non impossibile ma difficilissimo. E in ogni caso Costa, di nuovo, avanza innanzitutto una preoccupazione: che "si verifichi di nuovo quanto avvenuto nove anni fa con la riforma ordinamentale dell'allora guardasigilli Severino: alcune deleghe furono esercitate, altre decaddero. Vedo lo stesso rischio".
Al che viene spontaneo sottoporre al deputato e responsabile Giustizia di Azione un'ipotesi estrema: possibile che, di fronte alla fragilità di un quadro politico pronto a frantumarsi sul voto per il Colle, il premier Draghi e la guardasigilli Cartabia decidano di stralciare dalla riforma le sole norme elettorali sul Csm? Solo in questo modo le si riuscirebbe ad approvare in tempo per scegliere i nuovi togati con regole diverse. Ebbene, Costa scavalca a sinistra l'ipotesi: "Nulla si può escludere, è chiaro che lo stralcio di una riforma per la sola elezione dei togati è possibile, ma non credo proprio sarebbe risolutivo".
E perché? "Su un sistema di voto, le correnti possono sempre riuscire a mettere le mani. Ci vorrebbe il sorteggio, ma persino in un caso del genere, peraltro remoto, le correnti potrebbero avvicinare i magistrati selezionati come candidabili e proporre loro l'appoggio. È un'altra, la soluzione: sottrarre alle correnti il vero potere, vale a dire il controllo arbitrario sulle nomine". Come? "Con tre passi: primo, rendere più severe, credibili ed efficaci le norme sulle valutazioni di professionalità di tutti i magistrati.
Secondo, fare altrettanto con il sistema disciplinare dell'organo di autogoverno. Terzo, e cosa più importante, collegare i criteri per la nomina dei capi alle stesse valutazioni di professionalità, e quindi alle performance reali del giudice, anche in riferimento agli esiti processuali. Oggi invece", ricorda Costa, "siamo di fronte a valutazioni altamente positive, e dunque livellatissime verso l'alto, per l'intera magistratura. Col risultato che, a parità di eccellenze, solo l'appartenenza alla corrente giusta, la capacità di relazione, può portare ad aggiudicarsi la guida di una Procura o la presidenza di un Tribunale. Più rendi credibili le norme sul merito, più le affidi alla sola legislazione primaria, più sottrai potere alle correnti".
Obiettivo ambizioso: una vera riforma, in effetti, dovrebbe rispondere allo schema prospettato da Costa. Ma forse è troppo. Perché a quanto pare l'idea del responsabile Giustizia di Azione non susciterà una hola, nell'ufficio di presidenza della commissione Giustizia. Oggi la "direzione strategica" dell'organismo parlamentare presieduto dal 5S Perantoni si riunirà, e valuterà anche la lettera di Costa. Ma è difficile che passi la sfida al governo. Non sembra disposto ad assecondarla lo stesso Movimento 5 Stelle.
Resta, però, quanto riferito sul Dubbio di venerdì scorso dal capogruppo grillino in commissione, Eugenio Saitta, che è anche uno dei due relatori della riforma sul Csm: "Saremmo ben lieti di esaminare gli emendamenti della ministra Cartabia anche nel caso in cui fossero presentati qui in commissione senza il passaggio a Palazzo Chigi".
Idea condivisa da tutti i deputati del Movimento, a quanto si apprende, e che lo stesso Perantoni non considera azzardata. Anche perché, si fa notare, il passaggio del "restyling Cartabia" in Consiglio dei ministri non è proprio coerente con l'impegno assunto dalla guardasigilli con i partiti un mese fa: "Il mio sarà un testo aperto". Se quel testo venisse "bollinato" dal Consiglio dei ministri, come farebbe, la commissione Giustizia della Camera, a modificarlo? Tutto fila. Il punto è che il governo, per ora, non batte un colpo. E che l'idea di una riforma capace di raddrizzare le storture correntizie, del genere prospettato da Costa per intenderci, si allontana. Come si allontana il riscatto della politica atteso da qualche decennio.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 12 gennaio 2022
"Se il disegno di legge "Disposizioni per la promozione e il sostegno delle attività teatrali negli istituti penitenziari" - primo firmatario il deputato Raffaele Bruno di M5s - diventerà legge, come auspichiamo, si potrà superare la realtà a macchia di leopardo e far diventare "sistema" questa domanda di politica culturale nelle carceri". Lo ha detto Bernardo Petralia, il capo dell'Amministrazione penitenziaria in audizione da remoto davanti alla Commissione giustizia della Camera.
di Giulia Merlo
Il Domani, 12 gennaio 2022
La norma nel decreto legge non è chiara sulla data di entrata in vigore dell'obbligo. I legali chiedono una interpretazione autentica della ministra che la fissi al 1 febbraio ma molti uffici giudiziari, tra cui la Cassazione, ha imposto l'obbligo dall'8 gennaio. La poca chiarezza del decreto legge 1/2022, quello che ridisegna le norme in materia di certificazioni verdi Covid, genera confusione anche nei tribunali. Il testo prevede l'obbligo per gli avvocati di esibire il green pass all'ingresso dei tribunali, ma ad essere di dubbia interpretazione è la data di inizio dell'obbligo. Un tema non di poco conto, considerando che la mancata presenza dei difensori può produrre il rinvio delle udienze e dunque mettere in discussione il diritto di difesa.
Cartabia faccia un'interpretazione autentica - Il tema è stato posto con una nota congiunta dal Consiglio nazionale forense e dall'Organismo congressuale forense, che espongono in questi termini il problema e chiedono che intervenga la ministra della Giustizia, Marta Cartabia, per dare una interpretazione autentica della norma, fissando al 1 febbraio l'entrata in vigore dell'obbligo.
"Alcuni Capi ufficio giudiziari hanno ritenuto vigente l'obbligo fin da sabato 8 gennaio, giorno successivo alla pubblicazione in Gazzetta ufficiale. Al contrario, in coerenza con la lettera del pur complesso disposto normativo, e soprattutto in ossequio al principio di ragionevolezza, non possono sussistere dubbi circa la sussunzione dell'ipotesi nel disposto dell'art. 9-bis, c. 1-bis lett. b del d.l. n. 52/2021 come modificato dal d.l. n. 1/2022 che disciplina, tra l'altro, l'accesso ai pubblici uffici e, dunque, anche ai Tribunali. Tale previsione subordina l'entrata in vigore dell'obbligo all'adozione (o testualmente "all'efficacia", sic!) di un decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, adottato su proposta del ministro della Salute, d'intesa con i Ministri dell'economia e delle finanze, della giustizia, dello sviluppo economico e della pubblica amministrazione, volto a individuare gli specifici settori per i quali l'obbligo non sussiste, trattandosi di "servizi ed attività" "necessari per assicurare il soddisfacimento di esigenze essenziali e primarie della persona"".
La sintesi operativa, però, è estrema confusione nella gestione degli uffici, diversa a seconda dell'interpretazione del presidente del tribunale: c'è chi ha imposto l'obbligo dall'8 gennaio e chi invece ancora non lo sta applicando.
La linea dei magistrati - Tra i magistrati, invece, sembra prevalere la linea dell'inizio immediato dell'obbligo. La procura generale della Cassazione, infatti, ha inviato una nota a tutti gli uffici in cui si fissano le regole: "Per quanto di immediata applicazione a decorrere dall'8 gennaio sino al 31 marzo 2022, si prevede, per l'accesso al Palazzo di giustizia, l'obbligo di possedere e di esibire su richiesta, la certificazione verde Covid-19 (C.d. green pass base), anche derivante da tampone, oltre che per tutto il personale delle amministrazioni pubbliche e per i magistrati, anche per gli avvocati, per i quali in precedenza non era richiesto". Mentre "dal 15 febbraio p.v., sarà richiesto per gli over cinquantenni il possesso del C.d. green pass rafforzato, ossia generato dal vaccino".
La spaccatura - Il testo, però, crea un regime strano all'interno dei tribunali: obbligo di green pass per magistrati, cancellieri e avvocati, ma non per i clienti o i testimoni che vengono ascoltati in udienza. L'articolo 3, infatti, ha esteso l'obbligo di esibizione per l'accesso agli uffici giudiziari anche "ai difensori, ai consulenti, ai periti e agli altri ausiliari del magistrato estranei alle amministrazioni della giustizia". Proprio questa divisione avvocato-cliente crea un precedente: rende virtualmente possibile che il rappresentato sia in aula, ma non il suo rappresentante legale. Soprattutto nel caso dei tribunali in cui la normativa del 7 gennaio sia stata applicata già dal giorno successivo, non dando il tempo ai legali non vaccinati di adeguarsi.
I controlli - Il tipo di green pass da esibire è quello "base", ovvero quello che si ottiene anche con il tampone. Mentre per tutti gli over50, quindi anche gli avvocati, scatta l'obbligo di vaccino e quindi per loro serve il green pass rafforzato.
redattoresociale.it, 12 gennaio 2022
Giulianelli: "Necessità di effettuare quanto prima le terze dosi e di prestare attenzione alla situazione sanitaria nel suo complesso". Il Garante proseguirà l'azione di monitoraggio da remoto. "Nell'ambito del nostro consueto monitoraggio abbiamo appreso che durante le ultime settimane si sono sviluppati diversi focolai in alcune strutture carcerarie.
Nonostante l'attivazione di tutti i protocolli previsti, l'aumento generalizzato dei contagi ha purtroppo varcato anche le soglie degli istituti". Lo sottolinea in una nota il Garante per i diritti della persona della Regione Marche, Giancarlo Giulianelli, che evidenzia una "situazione che desta ovviamente preoccupazione su diversi fronti" e richiama l'attenzione sulla "necessità di effettuare quanto prima le terze dosi e di prestare attenzione alla situazione sanitaria nel suo complesso, che già da tempo presenta diverse criticità".
"Sappiano che lo sforzo comune messo in campo in tutti i settori per fronteggiare la pandemia è notevole e che le difficoltà sono altrettanto considerevoli. Il nostro auspicio - conclude Giulianelli - è che anche per il mondo carcerario ci sia la dovuta attenzione. Questo per evitare che i problemi esistenti vadano ad acuirsi e per salvaguardare la salute dei detenuti e di quanti operano quotidianamente negli istituti penitenziari". Il Garante proseguirà l'azione di monitoraggio da remoto, garantendo in questo mondo una presenza costante ed i colloqui richiesti dai detenuti, che non si sono fermati anche durante il periodo festivo.
di Davide Varì
Il Dubbio, 12 gennaio 2022
La Corte di Appello di Palermo ha rigettato in sede di rinvio l'istanza di riparazione per ingiusta detenzione formulata nell'interesse di Bruno Contrada "per la pena sofferta con effetto della sentenza dichiarata ineseguibili e improduttiva di effetti penali dalla Cassazione del 2017". Nel gennaio 2021 la Cassazione aveva annullato con rinvio l'ordinanza di risarcimento della Corte d'Appello di Palermo che aveva riconosciuto all'ex 007 la riparazione per ingiusta detenzione, quantificandola in 667.000 euro. Ripassando quindi la palla ai giudici palermitani.
"Apprendiamo senza stupore il verdetto della Corte a seguito di un procedimento svoltosi in maniera assai poco serena, e alle cui conclusioni mi sono rifiutato di prendere parte", afferma l'avvocato Stefano Giordano, difensore di Contrada. "Formuleremo tutte le nostre deduzioni in ordine al malgoverno della legge penale e degli strumenti internazionali nel ricorso per Cassazione che verrà depositato ritualmente nei prossimi giorni. Da subito posso dire che l'ordinanza oggi depositata viola per ben due volte il giudicato della Corte Europea, su cui il giudice interno non ha alcun margine di discrezionalità per quanto riguarda la sua esecuzione". "Ai sensi dell'art. 46 della Cedu pertanto, il giudice interno si è sottratto all'obbligo di esecuzione delle sentenze europee che hanno dichiarato l'illegittimità del processo celebrato a carico di Bruno Contrada e la presenza di trattamenti inumani e degradanti nella illegittima detenzione del mio assistito. Insieme al ricorso per Cassazione depositeremo nei giorni a seguire un dossier articolato presso il Comitato dei Ministri del Consiglio d'Europa perché per l'ennesima volta, non solo lo Stato Italiano commette delle gravissime violazioni ai danni dei suoi cittadini, ma reitera dette violazioni rifiutandosi di eseguire il giudicato europeo, causando gravi problemi di incompatibilità tra la giurisprudenza italiana e la normativa europea. Valuteremo nei prossimi giorni le ulteriori iniziative da intraprendere a seguito di questa ennesima sconfitta della giustizia italiana", conclude l'avvocato Giordano.
La sentenza della Corte Europea sul caso Contrada, ex dirigente della Polizia di Stato condannato nel 2007 in via definitiva a 10 anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa, risale al 2015. La Cedu ha condannato lo Stato Italiano per la violazione dell'art 7 della Convenzione in quanto al momento della condanna il reato non era ancora previsto dal nostro ordinamento. Lo scorso luglio la stessa Corte ha bacchettato il governo italiano per l'utilizzo sproporzionato delle intercettazioni e perquisizioni nei confronti di Contrada, e ha chiesto di fornire risposta ad alcuni specifici quesiti, riguardanti la chiarezza e la precisione della legge italiana in materia di perquisizioni e intercettazioni; la necessità e la proporzionalità delle attività investigative svolte nel caso concreto; nonché la sussistenza nell'ordinamento interno di strumenti processuali idonei a contestare quelle attività.
di Viviana Lanza
Il Riformista, 12 gennaio 2022
"Mi domando cara Silvia che cosa posso insegnarti dalle mura di Regina Coeli. Fra le mura della 16 bis dove fa un caldo atroce. Siamo in sei disperati e fuori si vede il cielo. Che posso insegnarti, mi chiedo, perché a te, devi saperlo, è a te che il mio cuore più spesso vola...". Era l'estate del 1983, Enzo Tortora aveva da poco iniziato il terribile calvario giudiziario che lo portò in cella da innocente. Silvia, sua figlia, è morta ieri a Roma. Aveva 59 anni, come suo padre quando morì. E come suo padre, era una giornalista che aveva scelto di raccontare la verità dei fatti e si è spesa in nome del garantismo.
La notizia della sua morte ha aggiunto dolore e amarezza al ricordo di una delle pagine più dolorose della storia giudiziaria napoletana, oltre che nazionale. Enzo Tortora fu ingiustamente detenuto e processato. "Mai più" si disse dopo lo scandalo giudiziario che lo travolse. E invece cosa è cambiato in questi quasi quarant'anni? Napoli continua ad essere la capitale delle ingiuste detenzioni, e sebbene sia un distretto giudiziario molto ampio con numeri ben superiori a quelli di altri distretti è pur vero che detiene questo triste primato da quasi dieci anni.
Le ingiuste detenzioni sono state 101 nel 2020, a febbraio si conosceranno i casi del 2021 e ai dati ufficiali bisognerà aggiungere un centinaio o più di innocenti invisibili che non hanno avuto accesso al risarcimento per l'ingiusta detenzione per un "cavillo" (è accaduto che il risarcimento, per esempio, sia stato negato a chi da indagato si è avvalso della facoltà di non rispondere, perché pur avvalendosi di un proprio diritto avrebbe contribuito all'errore degli inquirenti che lo avevano messo in carcere per accuse poi rivelatesi infondate) oppure per una scelta personale (sono molti quelli che dopo anni di processo vissuti da innocenti ingiustamente detenuti non hanno più né la forza economica né quella mentale di intraprendere un nuovo percorso giudiziario seppure per vedersi riconosciuto un proprio diritto, cioè quello al risarcimento per il danno subìto dalla detenzione ingiusta).
L'ingiusta detenzione è una delle più dolorose piaghe del nostro sistema giustizia. "Il mio compito- scriveva Tortora dopo il suo arresto del 17 giugno 1983, in una delle tante lettere inviate alla compagna Francesca Scapelliti - è uno: far sapere. E non gridare solo la mia innocenza, ma battermi perché queste inciviltà procedurali, questi processi che onorano, per paradosso, il fascismo vengano a cessare. Perché un uomo sia rispettato, sentito, prima di essere ammanettato come un animale e gettato in carcere. Su delazioni di pazzi criminali".
Il processo a Enzo Tortora si svolse a Napoli negli anni del post-terremoto, dei magistrati che si giocavano la carriera anche sulle indagini sulla camorra e dei primi collaboratori di giustizia. Il processo seguiva il vecchio codice penale e ai pentiti Gianni Melluso, Giovanni Pandico e Pasquale Barra i pubblici ministeri dell'epoca diedero credito al punto da mandare in galera un innocente. Tortora fu ritenuto coinvolto in un giro di droga che riguardava uomini della Nco di Raffaele Cutolo. Tutto falso. L'avvocato Giovanni Palumbo era all'epoca un giovane penalista e affiancava suo padre, l'avvocato Tommaso Palumbo, nella difesa di due imputati che secondo la fantasiosa ricostruzione dei pentiti avrebbero fornito droga al famoso giornalista. "Ricordo ogni udienza, era chiaro sin dal primo momento che ai pentiti si era dato troppo spazio creando confusione tra falsità e verità ma ci vollero anni per dimostrarlo".
Le parole di Tortora rivolte ai giudici prima che andassero in camera di consiglio ("Devo concludere dicendo: ho fiducia. Io sono innocente, lo grido da tre anni, lo gridano le carte, lo gridano i fatti che sono emersi in questo dibattimento. Io spero, dal profondo del cuore che lo siate anche voi") sono il momento che l'avvocato Palumbo ricorda con maggiore commozione. E di fronte ai dati, ancora oggi impietosi, sugli innocenti in cella commenta: "Non ci sarà nessuna riforma veramente efficace finché nel nostro sistema non sarà attuata una vera svolta culturale e abbandonata del tutto quella mentalità di tipo inquisitorio che ancora resiste".
imperiapost.it, 12 gennaio 2022
La denuncia del Consigliere Regionale Sansa: "Situazione fuori controllo". Il consigliere regionale Ferruccio Sansa, candidato al vertice della Regione Liguria alle ultime elezioni, interviene in merito alla situazione delle carceri in Liguria e nello specifico, per quel che riguarda la casa circondariale di Sanremo.
"Lo sapevate che a dicembre nel carcere di Sanremo un detenuto per protesta ha dato fuoco alla sua cella e dopo tre settimane di sofferenze atroci è morto per le ustioni? No, non lo sapevate. Nessuno praticamente lo sa. Lo sapevate che a ottobre un altro detenuto, sempre a Sanremo, per protesta ha messo le mani sul fornello e si è procurato ustioni terribili che hanno costretto i medici ad amputargli una mano? No, non lo sapevate. Nessuno conosce più cosa succede nelle carceri liguri. E lo sapevate cosa scrive Guido Pregnolato, dell'Unione Sindacati Polizia Penitenziaria Liguria? Nel carcere di Sanremo nell'ultimo periodo si sono contati "due tentati suicidi per impiccagione, due incendi a distanza di poche ore, esplosioni dolose di bombolette del gas".
Insomma, la situazione in quel carcere pare totalmente fuori controllo. Detenuti e agenti di polizia penitenziaria vivono e lavorano in condizioni insostenibili.
Ma la Regione da più di un anno non riesce a scegliere il Garante dei Detenuti. Così come non riesce a indicare il difensore civico, il garante dei minori e quello delle vittime di reato. C'è troppa voglia di poltrone. La prima volta che ne abbiamo parlato, il rappresentante della Lega mi ha risposto: "Tre posti a noi e uno a voi. Il Garante dei detenuti potete sceglierlo voi, non ci interessa niente chi mettete". Come nella peggior prima Repubblica.
Gli ho risposto: "Vorrei che la gente fuori da questa stanza sentisse quello che dici. A noi non interessa avere nessuna poltrona. I garanti non devono essere scelti per tessera di partito, ma per capacità". Intanto sono passati altri sei mesi. Nelle carceri la gente muore. Ci sono minori che hanno bisogno di un garante. Cittadini che hanno diritto di chiedere aiuto a un difensore civico. Ma non si può, perché i partiti vogliono mettere i loro uomini in ogni posto libero".
di Paolo Cuozzo
Corriere del Mezzogiorno, 12 gennaio 2022
Per la dura repressione del 6 aprile 2020 si stabilisce se rinviare giudizio 108 tra agenti della penitenziaria e funzionari del Dap. Dopo la pausa per le festività natalizie, nell'aula bunker del tribunale di Santa Maria Capua Vetere è ripresa l'udienza preliminare del processo in cui sono imputati 108 tra agenti della Polizia penitenziaria e funzionari del Dap per le violenze ai danni dei detenuti avvenute nel carcere della stessa città del Casertano il 6 aprile 2020.
Il primo a denunciare i fatti due mesi dopo fu il garante regionale dei detenuti, Samuele Ciambriello. Nelle ore e nei giorni a seguire vennero poi a galla gli episodi di violenze, attuati per reprimere le rivolte scoppiate all'indomani dello stop ai colloqui con i familiari per via dell'emergenza Covid. I primi indagati furono quarantaquattro agenti, che incassarono però anche la solidarietà di Matteo Salvini.
Tre agenti imputati e un avvocato hanno sollevato legittimo impedimento perché affetti da Covid. Il Gup Pasquale D'Angelo dovrà decidere se rinviare a giudizio gli imputati, come richiesto dagli inquirenti, per i reati di tortura, lesioni, abuso di autorità, falso in atto pubblico, contestati a vario titolo, e cooperazione nell'omicidio colposo del detenuto algerino Lakimi Hamine (addebitato a 12 imputati).
Il giudice dovrà decidere se ammettere come parte civile gli 80 detenuti che hanno fatto richiesta in tal senso (ai 56 dell'ultima udienza se ne sono aggiunti altri 24), tre associazioni, il Garante campano dei detenuti, ed enti come l'Asl di Caserta e il ministero di Grazia e Giustizia, che ne avevano fatto richiesta alla prima udienza del 15 dicembre scorso e, anche sulla base delle eccezioni avanzate dagli avvocati degli imputati, se ammettere tali parti e soprattutto dovrà dirimere la questione tecnico-giuridica relativa al ministero di Grazia e Giustizia, che alcuni detenuti vogliono citare come responsabile civile, per cui il Dicastero di Via Arenula potrebbe trovarsi nella doppia veste di parte civile contro gli agenti imputati e di responsabile per le condotte degli stessi, chiamato dunque tanto a chiedere i danni ai poliziotti quanto a risarcire quelli provocati dagli stessi nelle esercizio delle loro funzioni. Intanto oggi altri 24 detenuti vittime di pestaggi hanno richiesto di potersi costituire parte civile (il termine per costituirsi scade con la dichiarazione di apertura del dibattimento) e su tali istanze il Gup D'Angelo deciderà nell'udienza del 25 gennaio prossimo.
di Federica Pacella
Il Giorno, 12 gennaio 2022
Secondo il Ministero in carcere si trovano 354 persone invece delle 189 previste. Nulla di nuovo
sotto il tetto della casa circondariale 'Nerio Fischione' di Brescia. I dati del ministero della Giustizia aggiornati al 31 dicembre parlano di 354 detenuti presenti (158 stranieri) a fronte di una capienza regolamentare di 189, quasi il doppio. Più contenuto il sovraffollamento nel carcere di Verziano, dove sono detenute 97 persone (39 donne, 24 stranieri) a fronte della capienza regolamentare di 71.
"Il dato degli stranieri - sottolinea Luisa Ravagnani, garante dei diritti delle persone private della libertà personale - non va letto come una correlazione con la loro maggiore pericolosità. L'assenza di una rete esterna, infatti, non consente di accedere a misure alternative, per cui si registra un numero elevato sul totale". Rispetto a una decina di anni fa, ora al 'Nerio Fischione' è aumentato il numero di detenuti definitivi, che dovrebbero essere tutti presi in carico dagli educatori per un progetto di reinserimento sociale.
"Ma gli educatori sono sotto organico - spiega Ravagnani - per cui diventa tutto più complicato". Problemi cronici, a cui si aggiungono ora anche le preoccupazioni legate alla pandemia: in una situazione di sovraffollamento, infatti, mantenere il distanziamento diventa complesso. "C'è da sperare - auspica Ravagnani - che si facciano provvedimenti speciali o che passi la liberazione anticipata speciale (sconto di pena di 75 giorni, anziché di 45, in determinate circostanze, ndr) perché con questi numeri sembra proprio che l'ultimo interesse del Governo sia quello di togliere i detenuti dal rischio di contagio".
ndividuare ulteriori spazi per l'isolamento quando di spazio non ce n'è è impresa ardua. Ad ammalarsi sono sia i detenuti che gli operatori. "C'è proprio una scarsa attenzione o forse ipocrisia verso il carcere: l'unica strada è ridurre i numeri. La liberazione anticipata speciale aveva funzionato senza problemi, anche se sarebbe da rivedere la procedura per non intasare i Tribunali di Sorveglianza".
internapoli.it, 12 gennaio 2022
Detenuto di origine marocchina è stato trovato morte alle 5.50 di stamani, dalla Polizia Penitenziaria, presso la Casa Circondariale di Brindisi. Nei primi 12 giorni dell'anno 4 detenuti morti suicidi e uno a seguito di un'aggressione subita in cella.
"Se le circostanze non fossero tragiche, aggiungendo tre evasi, ci sarebbe da chiedersi se dal Governo non abbiano per caso pensato di risolvere così il sovraffollamento e l'emergenza penitenziaria. Il sistema è allo sbando e la politica ha la responsabilità morale di ogni vittima. La Ministra Cartabia assicura attenzione e priorità, noi continuiamo a vedere solo trascuratezza e pressapochismo", afferma Gennarino De Fazio, segretario generale Uil-Pa Polizia Penitenziaria.
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