di Federica Cravero
La Repubblica, 12 gennaio 2022
Rosalia Marino rinuncia a diventare titolare del Lorusso e Cutugno. "Ringrazio chi ha lavorato con me e ringrazio per l'opportunità e la fiducia che mi sono state date, ma non ci sono più le condizioni per andare avanti". Con queste parole Rosalia Marino, direttore reggente della casa circondariale Lorusso e Cutugno oggi lascia la direzione del penitenziario. Avrebbe potuto diventare titolare, invece ha scelto di ritornare a dirigere quello di Novara. Sarà sostituta temporaneamente da Cosima Buccoliero. Marino era arrivata nel luglio 2020, dopo un'inchiesta per torture che aveva travolto il precedente direttore e il comandante di reparto, oltre a numerosi agenti.
Come è stato subentrare in un momento così difficile?
"In verità questa è stata la seconda volta che il Dap mi ha chiesto di venire a Torino come reggente. La prima fu nel gennaio 2014, per pochi mesi, dopo l'omicidio-suicidio costato la vita a due agenti di polizia penitenziaria. Un incarico difficile ma ce ho accettato perché credo nel cambiamento e nella funzione rieducativa della pena".
Perché se ne va ora?
"Ho deciso di rinunciare all'incarico di direttore titolare per il profondo rispetto che nutro per me stessa e per il mio lavoro. Quando ho letto del carcere di Torino come "il peggiore di tutta Italia, il carcere della vergogna", mi sarei aspettata un moto di indignazione, di rabbia, una qualsiasi reazione da parte di coloro che vivono e lavorano in questo carcere da anni, anche e soprattutto dopo i gravi fatti che continuano a ferire questo istituto e l'intera amministrazione. Ma questo non è accaduto. Il silenzio assordante, l'assenza di una qualunque reazione se non quella di cercare un "capro espiatorio", mi ha colpito e ho capito che il mio lavoro a Torino era finito.
Ero davvero da sola. L'energia, l'entusiasmo e la passione non bastavano più".
Come sono stati questi 18 mesi?
"Difficili, complicati, faticosi, anche per l'assenza di vicedirettori, ma comunque importanti anche per le persone che ho incontrato e che mi hanno aiutato e creduto in me".
Che problemi ha il Lorusso e Cutugno?
"Quello di Torino è l'istituto penitenziario più complesso e articolato dell'intero territorio nazionale, con vari circuiti detentivi, un tasso di sovraffollamento molto alto, problematiche strutturali importanti, un intero padiglione detentivo a vocazione sanitaria, una sezione filtro unica in Italia, una Atsm, articolazione di salute mentale maschile e femminile, e un reparto Sai, di assistenza sanitaria intensificata. Perciò qui vengono trasferiti da tutta Italia detenuti con problemi fisici e psichiatrici che necessitano di cure adeguate".
Una situazione diversa dal 2014?
" Rispetto a sei anni prima ho trovato un istituto con una ancora più grave carenza di personale di tutti i ruoli, con notevoli problematiche di assistenza sanitaria, carenza di medici specialisti e moltissimi problemi strutturali".
Come avete affrontato la pandemia?
"Abbiamo attivato all'interno dell'istituto un hub vaccinale che da marzo 2021 consente la vaccinazione dei detenuti e del personale e che ha permesso di tenere sotto controllo la diffusione del virus".
Molte vicende che hanno travolto il carcere riguardano la sfera sanitaria. È un problema irrisolto?
"Siamo riusciti ad ottenere il ripristino di molte specializzazioni che mancavano, delle ore settimanali di assistenza sanitaria che erano state improvvisamente decurtate nel mese di luglio, la ripresa della funzionalità della sala radiologica che ha ridotto notevolmente le visite mediche esterne. Abbiamo anche ottenuto i fondi per ristrutturare finalmente il Sestante ed il Sai. Ma la strada da percorrere per garantire un'assistenza sanitaria adeguata è ancora molto lunga e complicata".
Cosa lascia in eredità?
"Ho cercato di focalizzare il mio lavoro sul miglioramento delle criticità, in primis l'assistenza sanitaria, il sovraffollamento, la presenza di numerosi circuiti detentivi, la urgente necessità di aprire il carcere al territorio che conta, alle aziende, al mondo delle imprese. Poi abbiamo effettuato molti lavori di manutenzione, come il risanamento del lungo corridoio del Padiglione C, tristemente noto per i fatti di cronaca, con la realizzazione di una galleria d'arte. Abbiamo creato le salette Skype per consentire le videochiamate e realizzato il nuovo sito dell'istituto, che consentirà ai familiari ed avvocati di prenotare i colloqui tramite un'app. Inoltre abbiamo attivato la Dad per i percorsi scolastici e soprattutto universitari grazie al progetto Cisco, il progetto Carioca e la cucina per il reparto femminile, oltra a molti altri di prossima realizzazione".
Tornasse indietro, prenderebbe altre decisioni?
"Mentre ero reggente a Torino avevo avuto la possibilità di assumere l'incarico di direttore titolare a Bollate ma ho rinunciato. In questi giorni ho pensato spesso a quella decisione, ma nella vita ogni esperienza serve a crescere e l'esperienza di Torino è stata molto importante. Non si vince né si perde. Fare questo lavoro vuol dire cercare di dare un contributo alla società, provare a essere utile dando una opportunità a chi la vuole cogliere.
Chi fa questo lavoro è perché crede che la pena detentiva possa e debba essere una occasione di riscatto e di profondo cambiamento per coloro che hanno sbagliato. Io ho cercato di operare sempre nella legalità, nel rispetto del mio mandato istituzionale, senza perdere mai di vista gli obiettivi, ma soprattutto ho cercato di garantire una stabilità direzionale, anche nel tentativo di restituire serenità ad una parte del personale che viveva momenti non semplici".
di Eleonora Dragotto
milanotoday.it, 12 gennaio 2022
I familiari: "Svuotate le carceri". Il sindacato di polizia penitenziaria: "Aumento repentino dovuto anche a un ricalcolo. Ma gestione del Governo è inadeguata". Impennata di contagi in Lombardia, con ben 45mila nuovi positivi registrati nella giornata di martedì 11 gennaio. E, di riflesso, aumento dei casi anche nelle strutture detentive di Milano, tra le quali il carcere di San Vittore, dove alcune famiglie dei detenuti chiedono di svuotare la struttura.
"Nel corso della nostra visita annuale di giugno la situazione era molto diversa", ci spiega la presidente di Antigone Lombardia, Valeria Verdolini. San Vittore nel frattempo è rimasto un hub covid, qui arrivano i detenuti in situazione di contagio, ma altri centri di questo tipo sono stati aperti, ad esempio a Bollate e Opera.
"Al momento i numeri in Lombardia sono alti e questo si riverbera all'interno, dove comunque gli spazi sono limitati", continua Verdolini. Per i detenuti le occasioni di contagio sono legate ai nuovi ingressi e al contatto con il personale. "Quando in un reparto si registra un positivo - chiarisce la presidente di Antigone Lombardia - si procede alla messa in quarantena del reparto. A San Vittore l'hub è nel primo raggio, separato dal resto della struttura. Quando noi abbiamo visitato la struttura tutte le misure per prevenire ulteriori contagi erano state adottate".
Il quadro sembrerebbe quindi quello di un aumento dei casi che rispecchia quello generale dovuto alla variante omicron, ma senza che la crescita dei contagi sia stata esponenziale. La gestione prevede infatti una quarantena all'ingresso e, nel caso di test positivo, il trasferimento del detenuto che ha contratto il virus nell'hub. Da non dimenticare, poi, che buona parte della popolazione detenuta si è sottoposta al vaccino e che i colloqui con l'esterno sono possibili solo in presenza del green pass di entrambe le persone. Nonostante questo, le famiglie dei detenuti lamentano una situazione a rischio, preoccupati che il sovraffollamento possa moltiplicare i contagi e, di conseguenza, anche i casi più gravi.
A morire nei giorni scorsi, proprio a causa del covid, è stato un agente di polizia penitenziaria. In servizio a San Vittore, Sergio C., lavorava come assistente capo coordinatore ed era prossimo alla pensione. "Balzo in avanti del numero dei detenuti e degli operatori positivi al covid nelle carceri che, con 1.532 detenuti e 1.496 operatori positivi, aumentano in quattro giorni del 36 percento, con il numero dei primi che supera quello dei secondi - denuncia il Sindacato polizia penitenziaria (Uilpa) -. Tuttavia, fermo restando il dilagare del contagio anche nei penitenziari, pensiamo che il repentino aumento sia dovuto pure a un ricalcolo dei dati dopo che lo scorso 7 gennaio ne avevamo denunciato l'erroneità".
"Potenzialmente - riflette Verdolini - nei due anni di pandemia le carceri avrebbero potuto costituire luoghi di grandissima diffusione del covid". Invece misure di prevenzione e un attento monitoraggio hanno scongiurato il peggio. "Sia chiaro che la situazione è comunque gravissima - è invece l'allarme lanciato da Gennarino De Fazio, segretario generale della Uilpa - e che, purtroppo, l'approccio del Governo al problema continua a essere del tutto inefficace e inadeguato. A fronte di focolai di vastissime proporzioni, come a Verona (143 detenuti positivi), a Torino (115 detenuti positivi), ad Asti (109 detenuti positivi), a Prato (107 detenuti positivi), a Milano Opera (95 detenuti positivi), a Napoli Poggioreale (93 detenuti positivi), a Firenze Sollicciano (67 detenuti positivi), a Milano San Vittore (66 detenuti positivi), a Santa Maria Capua Vetere (51 detenuti positivi), a Taranto (44 detenuti positivi), etc., cercare di contrastare il virus e le sue nuove varianti con un protocollo di sicurezza sanitario dell'ottobre 2020 e con 6mila (leggasi seimila!) mascherine Ffp2 è velleitario, pericoloso e persino sconsiderato".
di Eleonora Dragotto
milanotoday.it, 12 gennaio 2022
I familiari: "Svuotate le carceri". Il sindacato di polizia penitenziaria: "Aumento repentino dovuto anche a un ricalcolo. Ma gestione del Governo è inadeguata". Impennata di contagi in Lombardia, con ben 45mila nuovi positivi registrati nella giornata di martedì 11 gennaio. E, di riflesso, aumento dei casi anche nelle strutture detentive di Milano, tra le quali il carcere di San Vittore, dove alcune famiglie dei detenuti chiedono di svuotare la struttura.
"Nel corso della nostra visita annuale di giugno la situazione era molto diversa", ci spiega la presidente di Antigone Lombardia, Valeria Verdolini. San Vittore nel frattempo è rimasto un hub covid, qui arrivano i detenuti in situazione di contagio, ma altri centri di questo tipo sono stati aperti, ad esempio a Bollate e Opera.
"Al momento i numeri in Lombardia sono alti e questo si riverbera all'interno, dove comunque gli spazi sono limitati", continua Verdolini. Per i detenuti le occasioni di contagio sono legate ai nuovi ingressi e al contatto con il personale. "Quando in un reparto si registra un positivo - chiarisce la presidente di Antigone Lombardia - si procede alla messa in quarantena del reparto. A San Vittore l'hub è nel primo raggio, separato dal resto della struttura. Quando noi abbiamo visitato la struttura tutte le misure per prevenire ulteriori contagi erano state adottate".
Il quadro sembrerebbe quindi quello di un aumento dei casi che rispecchia quello generale dovuto alla variante omicron, ma senza che la crescita dei contagi sia stata esponenziale. La gestione prevede infatti una quarantena all'ingresso e, nel caso di test positivo, il trasferimento del detenuto che ha contratto il virus nell'hub. Da non dimenticare, poi, che buona parte della popolazione detenuta si è sottoposta al vaccino e che i colloqui con l'esterno sono possibili solo in presenza del green pass di entrambe le persone. Nonostante questo, le famiglie dei detenuti lamentano una situazione a rischio, preoccupati che il sovraffollamento possa moltiplicare i contagi e, di conseguenza, anche i casi più gravi.
A morire nei giorni scorsi, proprio a causa del covid, è stato un agente di polizia penitenziaria. In servizio a San Vittore, Sergio C., lavorava come assistente capo coordinatore ed era prossimo alla pensione. "Balzo in avanti del numero dei detenuti e degli operatori positivi al covid nelle carceri che, con 1.532 detenuti e 1.496 operatori positivi, aumentano in quattro giorni del 36 percento, con il numero dei primi che supera quello dei secondi - denuncia il Sindacato polizia penitenziaria (Uilpa) -. Tuttavia, fermo restando il dilagare del contagio anche nei penitenziari, pensiamo che il repentino aumento sia dovuto pure a un ricalcolo dei dati dopo che lo scorso 7 gennaio ne avevamo denunciato l'erroneità".
"Potenzialmente - riflette Verdolini - nei due anni di pandemia le carceri avrebbero potuto costituire luoghi di grandissima diffusione del covid". Invece misure di prevenzione e un attento monitoraggio hanno scongiurato il peggio. "Sia chiaro che la situazione è comunque gravissima - è invece l'allarme lanciato da Gennarino De Fazio, segretario generale della Uilpa - e che, purtroppo, l'approccio del Governo al problema continua a essere del tutto inefficace e inadeguato. A fronte di focolai di vastissime proporzioni, come a Verona (143 detenuti positivi), a Torino (115 detenuti positivi), ad Asti (109 detenuti positivi), a Prato (107 detenuti positivi), a Milano Opera (95 detenuti positivi), a Napoli Poggioreale (93 detenuti positivi), a Firenze Sollicciano (67 detenuti positivi), a Milano San Vittore (66 detenuti positivi), a Santa Maria Capua Vetere (51 detenuti positivi), a Taranto (44 detenuti positivi), etc., cercare di contrastare il virus e le sue nuove varianti con un protocollo di sicurezza sanitario dell'ottobre 2020 e con 6mila (leggasi seimila!) mascherine Ffp2 è velleitario, pericoloso e persino sconsiderato".
Di Chiara Sandrucci
Corriere di Torino, 12 gennaio 2022
Protocollo di intesa per contrastare il fenomeno con la giustizia riparativa. Dai fatti di piazza San Carlo ai saccheggi in via Roma, fino alle baby gang in giro per il centro di Torino o le trasferte in piazza Duomo a Milano. "Il bullismo di solito è associato alla scuola, ma con la pandemia si è in parte trasferito per le strade".
Lo ha sostenuto ieri Emma Avezzù, procuratrice del Tribunale dei minori di Torino, firmando in Comune il nuovo Protocollo d'intesa per contrastare il fenomeno con la prevenzione e azioni di giustizia riparativa.
"Non si tratta di bande molto organizzate, ma gruppi che si formano di volta in volta - ha proseguito la procuratrice -. Lo scopo è lo stesso del bullismo: affermare la propria superiorità sugli altri, anche se tale non è, con la forza del gruppo".
La giustizia arriva per ultima, se e quando il bullismo diventa reato. A scuola, sul web o per strada. Per evitarlo, è necessario spingere ancora di più sulla prevenzione negli ambienti a rischio e sulla progettazione di iniziative di giustizia riparativa che coinvolgano vittime, autori, famiglie e comunità.
"La sanzione è necessaria, ma va anche avviato un processo educativo - ha osservato Avezzù -. Nell'ambito familiare, i genitori devono imparare a fare i genitori, a farsi rispettare". Il nuovo Protocollo, frutto dell'esperienza già maturata a partire dal 2017, è stato firmato dalla Procura per i minorenni, l'ufficio scolastico regionale, il Comune di Torino, l'asl Città di Torino, l'università degli Studi, l'ordine degli psicologi, le associazioni del Terzo Settore già operanti sul territorio.
"Le scuole fanno tanto, ma hanno bisogno di un lavoro di squadra e non vanno lasciate sole", ha ricordato Tecla Riverso, direttrice dell'ufficio scolastico territoriale, all'incontro nella Sala delle colonne presenziato dalla vicesindaca Michela Favaro con delega alla Legalità e dagli assessori all'istruzione Carlotta Salerno e al Welfare Jacopo Rosatelli. Tutti hanno parlato di sinergia tra i vari servizi. Sportelli psicologici compresi. "Non c'è una presenza strutturata della psicologia nelle scuole - ha osservato Giancarlo Marenco, presidente dell'ordine degli psicologi. Dietro una personalità prevaricatrice ci sono sempre aspetti di fragilità su cui si può lavorare".
di Ottavia Giustetti
La Repubblica, 12 gennaio 2022
Dopo le violenze sugli autori di reati sessuali sembrava iniziata una svolta. Poi è scoppiata la grana del "Sestante". I diciotto mesi che sembravano segnare l'inizio di un percorso di rinascita per il carcere Lorusso e Cutugno di Torino, oggi suonano come una resa. Era il 29 luglio 2020 quando veniva ufficializzata la notizia che il dipartimento dell'amministrazione penitenziaria azzerava i vertici in carica alle Vallette come effetto delle drammatiche rivelazioni dell'inchiesta sulle continue violenze subite dai detenuti, sulle morti sospette, sull'omertà che faceva tremare l'intero sistema carcere. Un'indagine difficile allora scardinava il muro di silenzio che avvolgeva l'intera struttura grazie soprattutto alla tenace determinazione della garante dei detenuti di Torino, Monica Gallo, che non aveva rinunciato a portare all'esterno la testimonianza dei reclusi maltrattati, picchiati e umiliati soprattutto nella sezione dei "sex offender", detenuti colpevoli di reati sessuali. Nonostante le pressioni che continuamente arrivavano dall'interno.
Anche la procura di Torino aveva seguito passo dopo passo questo tragitto, collezionando meticolosamente i casi di pestaggi da parte delle guardie carcerarie e arrivando a coinvolgere come indagati 24 persone, tra cui l'ex direttore, Domenico Minervini e il comandante della polizia penitenziaria, Giovanni Battista Albertotanza.
L'accusa, per la prima volta era di tortura. Il capo del Dap, Bernardo Petralia, decise di destituire entrambi dal loro incarico in attesa del processo e di sostituirli con due donne chiamando da Novara Rosalia Marino e promuovendo la vicecomandante Mara Lupi. La senzazione era che l'amministrazione penitenziaria volesse proprio voltare pegina. Ma come si è arrivati, allora, a riparlare in pochi mesi di carcere vergogna, di reparto degli orrori, riferito al Sestante, il reparto di osservazione psichiatrica, che la presidente nazionale di Antigone, Susanna Marietti ha raccontato come "luogo vergognoso in cui si rinuncia a vite umane come se valessero niente"?
"Celle piccole, sporche, letti in metallo scrostato attaccati al pavimento coi chiodi. Ho visto un uomo - scriveva a novembre - sdraiato con la faccia per terra, al buio, bagni turchi intasati dalle feci da quattro giorni, detenuti con gli occhi a mezz'asta, incapaci anche di parlare e raccontare il proprio disagio".
Il Sestante è l'ultimo scandalo. Un reparto tra le mura del carcere che però è sotto la gestione del sistema sanitario regionale. Un limbo, dice chi lo conosce, che è rimasto risucchiato nel vortice di lentezze e disinteresse. Non da parte di Rosalia Marino, che avrebbe voluto intervenire più in fretta. Ma che comunque si è dovuta rassegnare a dodici mesi di attesa, e allo scoppiare dell'ennesimo scandalo, perché finalmente a dicembre tutto venisse sigillato e partisse il cantiere da 800 mila euro. Ora dovrebbe essere trasformato in un luogo civile.
Tutta la gestione sanitaria è finita nel mirino. Tanto che il responsabile, Antonio Pellegrino, si è dimesso, appena prima che uscissero altre tragiche storie di detenuti mal curati, abbandonati alle loro condizioni precarie di salute, alla rinuncia all'assistenza psichiatrica. Denunce che sollevano polemiche, come quella dei famigliari di Antonio Raddi, morto a 28 anni appena, con un'infezione inarrestabile dopo aver perso 30 chili in sei mesi. Era sotto gli occhi di tutti. "Sembrava di vedere il povero Stefano Cucchi", hanno denunciato i genitori e, ancora una volta, la garante dei detenuti di Torino, Monica Gallo. Dopo la sua morte, un altro caso è affiorato: quello di un rapper affetto da schizofrenia salvato prima che fosse troppo tardi.
Sembrano altri tempi quelli in cui delle Vallette si parlava sui giornali per i catering di Liberamensa, gestiti da detenuti, usati tanto per matrimoni radical- chic che per rinfreschi istituzionali, uno dei tentativi dei primi anni Duemila di cambiare la percezione del carcere all'esterno: non più ghetto ma realtà aperta a tutti, in grado di arrivare fino nel centro della città. Ora, invece, anche la collaborazione con il mondo delle associazioni torinesi non sembra riuscire a fare la differenza, e si passa di mano in mano con una serie di esperimenti che si rivelano puntualmente anelli di una catena di flop. Come l'apertura di un bar all'interno del Tribunale che in cinque anni avrà tirato su la saracinesca si e no qualche mese, tra un fallimento e l'altro delle cooperative che lo gestivano. Anche il Covid ha contribuito alla crisi.
Ma non era ieri l'idillio come non è oggi il totale fallimento. Le Vallette sono uno delle carceri più complesse d'Italia, una realtà dura dove il cambiamento richiede tempo e collaborazione da parte delle istituzioni. Da quella prima inchiesta scoppiata nel 2020 sopravvive una tentazione nuova, talvolta un boomerang a livello di immagine, ma autentica: la voglia di non chiudere più gli occhi davanti alle ingiustizie.
di Domenico Affinito e Milena Gabanelli
Corriere della Sera, 12 gennaio 2022
Quasi la metà degli Stati dell'Unione Europea vuole che Bruxelles paghi la costruzione di barriere fisiche per frenare la migrazione irregolare. Lo hanno chiesto il 7 ottobre 2021 con una lettera di 4 pagine alla Commissione europea i ministri degli interni di Austria, Bulgaria, Cipro, Repubblica Ceca, Danimarca, Grecia, Ungheria, Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia e Slovacchia. I ministri sostengono che una recinzione è "un'efficace misura di confine che serve l'interesse di tutta l'Unione, non solo degli Stati membri del primo arrivo" e che andrebbe "adeguatamente finanziata dal bilancio dell'Ue in via prioritaria". Il ministro degli interni austriaco, Karl Nehammer, ha anche dichiarato che il sistema di quote dell'UE per la distribuzione dei richiedenti asilo sarebbe "inutile" fino a quando le frontiere esterne non saranno "rigorosamente" protette. Sono passati 22 anni dall'accordo di Schengen e l'inversione di tendenza è iniziata con la crisi in Siria del 2012. Nel ventesimo secolo l'Europa conosceva solo tre muri: a Berlino, Cipro e in Irlanda del Nord. Nel ventesimo secolo l'Europa conosceva solo tre muri, tutti di difesa territoriale, a Berlino, Cipro e in Irlanda del Nord. Oggi ne conta 16 per oltre mille km, tutti in chiave anti-migranti.
I muri in Europa - La costruzione di muri e recinzioni anti-migranti è iniziata negli anni '90, con il caso della Spagna a Ceuta (1993) e Melilla (1996), per bloccare gli arrivi dal Marocco, ma è dal 2012 con la crisi siriana che il fenomeno è esploso in Europa. Comincia la Grecia con una barriera di fossati e doppio filo spinato di 150 km e alta 4 metri lungo le rive del fiume Evros, al confine con la Turchia, per arginare la fuga dei siriani diretti in Europa. Poi è stata la volta della Bulgaria, sempre al confine con la Turchia per bloccare i profughi siriani: il muro è stato definitivamente concluso nel 2017 per una lunghezza complessiva di circa 200 km, con filo spinato, torrette presidiate da soldati e guardia di frontiera con camere a infrarossi e sensibili al calore. La rotta balcanica, percorsa dai profughi in fuga dai conflitti in Medio Oriente e Afghanistan, è stata via via chiusa dal 2015. L'Ungheria ha prima bloccato quasi tutto il confine con la Croazia (300 km di barriera su 329) e nei due anni successivi ne ha alzato un'altra lunga tutti i 151 km di confine con la Serbia. La Macedonia ha blindato 33 km al confine con la Grecia, l'Austria ha disposto 3,7 km di filo spinato lungo il confine con la Slovenia che, a sua volta, ha chiuso 200 dei 670 km che li divide dalla Croazia. A quel punto la rotta da oriente verso l'Europa si è spostata più a nord, e così nel 2016 la Norvegia ha eretto una barriera di 200 km e alta 4 metri lungo il confine con la Russia; lo stesso hanno fatto nel 2017 la Lituania e la Lettonia. Lituania, Lettonia e Polonia hanno anche annunciato nuove barriere di 508, 134 e 130 km lungo il confine con la Bielorussia.
I muri non servono - Scelte che non hanno funzionato, come dimostrano i dati di Iom. Gli arrivi via terra sono stati 26.395 nel 2016, 15.662 nel 2017, 31.257 nel 2018, 24.636 nel 2019, 13.666 nel 2020 e 33.296 nel 2021: per una media di 24.152 all'anno. Quelli via mare, invece, sono stati 363.581 nel 2016, 171.837 nel 2017, 115.399 nel 2018, 103.836 nel 2019, 85.809 nel 2020 e 111.144 nel 2021: per una media di 158.601 all'anno. Costruire muri ha però alimentato la strumentalizzazione politica, cavalcata dai partiti xenofobi che sono cresciuti in popolarità ed esercitano pressioni che limitano le soluzioni. Oggi tra i 28 membri dell'UE ci sono 39 partiti politici che promuovono una violenta retorica anti-migranti, e in dieci Stati membri (Austria, Danimarca, Germania, Francia, Finlandia, Svezia, Italia, Ungheria, Polonia e Paesi Bassi) hanno una forte presenza in Parlamento.
Italia: abbiamo bisogno di migranti - Però poi i migranti servono. Se n'è accorto il Regno Unito dopo la Brexit, rimasto senza camionisti che distribuissero le merci ed è stato costretto a mettere in campo l'esercito. Se ne accorge l'Italia: le nostre imprese hanno bisogno di braccia che sostengano la crescita ed hanno chiesto a Draghi di rivedere la politica migratoria. A dicembre il Governo ha deliberato il nuovo Decreto Flussi che disciplina l'ingresso dei lavoratori stranieri. Per il 2022 il numero è fissato a 69.700 per sostenere i settori agricolo, turistico-alberghiero, autotrasporto merci ed edilizia. Una svolta rispetto agli ultimi sei anni, quando il numero complessivo era sempre rimasto costante a quota 30.850.
Le altre barriere nel mondo - Il 2020 sarà anche ricordato come l'anno delle grandi divisioni. Oggi esistono 70 muri nel mondo: 40 mila chilometri di recinzioni, quanto basta per coprire l'intera circonferenza della Terra secondo i calcoli di Elizabeth Vallet dell'Università di Montreal. Undici furono costruiti tra il 1947 e il 1991, durante la guerra fredda, sette tra il 1991 e il 2001, ventidue tra il 2001 e il 2009. E ben 30 negli ultimi 10 anni. Senza considerare altri 7 già finanziati e in via di completamento. L'Asia è quella che ne ospita di più, 36, ma è anche il continente più esteso al mondo. Fra i più importanti ci sono quelli tra Macao, Hong Kong e la Cina, la barriera tra Israele e Cisgiordania, quella tra Corea del Nord e Corea del Sud e i muri tra India e Pakistan, tra Iran e i Paesi confinanti. Nessuno ha mai realmente funzionato, se non là dove sparano dalle torrette di controllo (Corea del Nord). Chi vuole fuggire trova sempre un modo, a costo della propria vita, basta leggere i numeri degli annegati sulla rotta mediterranea. Anche qui parlano chiaro i dati (fonte Unhcr): nel 2010 i richiedenti asilo e rifugiati nel mondo erano 16 milioni, saliti a 24,2 nel 2015 e diventati 34,4 nel 2020. Lo stesso trend è stato seguito dal numero e dalla percentuale dei migranti totali.
La politica europea è un boomerang, ma non cambia - La scelta dell'Unione Europea in questi anni è stata quella di cercare di frenare i flussi migratori prima dell'ingresso, pagando, e gestire i rimpatri. In questa chiave vanno tutti gli accordi firmati con i Paesi satelliti, come quello del 2016 con la Turchia alla quale sono stati già destinati 6 miliardi di euro per evitare le partenze irregolari verso tutti gli Stati membri. Altri 3,5 miliardi arriveranno ad Erdogan nei prossimi quattro anni, mentre 2,2 miliardi andranno in Siria, Libano, Giordania e Iraq. Anche la sorveglianza è aumentata, con i sistemi informatici utilizzati per controllare la migrazione, come il sistema d'informazione visti, il sistema d'informazione Schengen e il sistema di archiviazione dei dati Eurodac. Per pagare tutti questi controlli e sorveglianza, il bilancio di Frontex è passato da 6,2 milioni nel 2005 a 543 milioni nel 2021.
Scelte che hanno consegnato un'arma di ricatto in mano ai leader politici più spregiudicati: lo fa il Marocco con la Spagna, lo sta facendo la Turchia di Erdogan, e da ultimo la Bielorussia di Lukashenko, che sta agevolando l'ingresso di profughi iracheni per poi spingerli sul confine europeo allo scopo di ottenere le cancellazioni delle sanzioni. Non si è percorsa, invece, la strada di aprire e gestire i flussi in maniera regolare, ma nemmeno quella di applicare uno schema di ridistribuzione dei migranti tra i diversi Paesi membri. La Commissione non ci è riuscita, come non è riuscita a fa passare l'idea di un contributo economico per i rimpatri da parte dei Paesi che rifiutano la redistribuzione verso quelli, come l'Italia, che si trova ad essere il primo Paese d'ingresso dalla rotta africana. In sostanza se ogni Paese pensa a sé, per quale ragione gli africani, iracheni, afgani, siriani, pakistani non dovrebbero pensare a loro stessi, e fermarsi di fronte ad un filo spinato?
di Antonio Polito
Corriere della Sera, 12 gennaio 2022
Colpisce che sia il Papa a criticare l'ansia di abbattere statue, ostracizzare classici della letteratura, censurare autori e registi che dilaga negli Usa e in Inghilterra. I più recenti discorsi di papa Francesco smentiscono ulteriormente, se mai ce ne fosse stato bisogno, le accuse di chi lo vorrebbe "cripto-comunista", o "globalista", se non addirittura propenso al relativismo culturale. E forse per questo sono passati per lo più sotto silenzio. "L'inverno demografico - ha detto per esempio all'Angelus il giorno di Santo Stefano - è contro le nostre famiglie, contro la Patria, contro il futuro"; dove quel riferimento alla Patria contesta l'illusione della accoglienza indiscriminata, e l'idea in fondo un po' razzista che immagina di poter usare la manodopera di un popolo in migrazione, quello africano, per risolvere i problemi di un popolo in declino demografico, quello italiano, in una sorta di nuova "società servile".
Ma ancor più significativo è stato il durissimo attacco che il Pontefice ha mosso, davanti ai membri del corpo diplomatico in Vaticano, contro la cosiddetta "cancel culture", che negli Stati Uniti e nell'anglosfera dilaga come presunto strumento di affermazione dei diritti delle minoranze, bollata dall'Economist in quanto arma della "illiberal left". Il punto critico per Francesco è che quest'ansia di abbattere statue e monumenti, ostracizzare classici della letteratura e del teatro, censurare autori e registi, "rinnega il passato" nel nome di un "bene supremo indistinto e politicamente corretto". Un falso idolo, insomma, si potrebbe chiosare; con il rischio di una "colonizzazione ideologica che non lascia spazio alla libertà di espressione". F rancesco vede insomma un problema liberale che sembra sfuggire a molti liberal: e cioè che "si va elaborando un pensiero unico, pericoloso, costretto a rinnegare la storia, o peggio ancora a riscriverla in base a categorie contemporanee, mentre ogni situazione storica va interpretata secondo l'ermeneutica dell'epoca, non l'ermeneutica di oggi".
A qualcuno potrebbe apparire singolare questa concezione "storicistica" nel capo di una Chiesa che crede alla Provvidenza; ma da molto tempo il cattolicesimo ha fondato sul "libero arbitrio" la capacità dell'uomo di intervenire nella vicenda terrena, presupposto e spiegazione della diversità delle culture e delle epoche. La Provvidenza non cancella, al massimo converte. Il cristianesimo è così intimamente partecipe della "lunga durata" della storia in Europa, e delle sue innumerevoli contraddizioni e colpe, da aver imparato ad apprezzare i cambiamenti di significato che le azioni umane possono assumere attraverso i secoli. La rigidità della "cancel culture", non a caso nata invece in un mondo caratterizzato da una prospettiva storica molto più "corta", la cui data d'inizio è la scoperta di Colombo, probabilmente contesterebbe qui da noi anche il Colosseo, in fin dei conti un simbolo della crudeltà del mondo romano nei confronti dei "diversi", schiavi o cristiani che fossero. Ma la Chiesa ha invece "assorbito" quel monumento così fatale trasformandolo nel '600 in un luogo di culto e tempio, e nel '700 consacrando l'arena e proibendone la profanazione, al punto che ancora oggi essa è la destinazione finale della Via Crucis del Papa il Venerdì Santo.
Qualche voce laica contro la "cancel culture", seppure con estrema prudenza visti i tratti da nuovo "maccartismo" che spesso assume, comincia a sollevarsi. Noam Chomsky, che pure è un radicale di sinistra come altri non ce n'è, ha dichiarato alla nostra Marilisa Palumbo sul 7 del Corriere che essa "è sbagliata come principio e suicida dal punto di vista tattico: è un regalo alla destra".
La New York Review of Books, ha notato sempre sul Corriere Giovanni Berardinelli, ha criticato il libro di uno storico secondo il quale la stessa indipendenza americana sarebbe stata voluta nel 1776 per difendere il regime schiavista, e quindi anch'essa andrebbe ripudiata come una "libertà bianca", di conseguenza razzista. Nel 2020 è apparso un manifesto di centinaia di intellettuali contro la "cancel culture" che spesso, insieme con le idee o le statue, tenta di "cancellare" anche le persone, attraverso il linciaggio sui social e vere e proprie campagne virali di boicottaggio, appiccicando loro l'etichetta di misogino, omofobo, o transfobico, come è successo a Woody Allen, a Kevin Spacey, a J. K. Rowling.
Naturalmente la "cancel culture" non è il male del nostro tempo, ma ne è una significativa manifestazione. È in ogni caso un pericolo per la libertà ben più serio di una campagna vaccinale o del green pass. E sorprende che in Italia debba essere il Papa ad accorgersene, nel sostanziale silenzio di tanti intellettuali laici e progressisti.
di Anna Maria Merlo
Il Manifesto, 12 gennaio 2022
Da Ursula von der Leyen a Gentiloni, il ricordo commosso delle istituzioni. Il suo mandato era in scadenza, il 18 gennaio la presidenza potrebbe passare all'antiabortista Metsola del Ppe. David Sassoli lascia un grande vuoto, umano e politico. Ieri, dopo la diffusione nella notte della notizia del decesso del presidente del Parlamento europeo, deputato del gruppo S&D, gli omaggi si sono susseguiti. "Triste e commosso", il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel.
Per la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, ci ha lasciati "un grande europeo", per il commissario Paolo Gentiloni, "un leader democratico ed europeista". Il vice-presidente della Commissione, Frans Timmermans, ricorda la "sua gentilezza" che "era un'ispirazione per tutti". Dalla Francia, il sottosegretario agli Affari europei, Clément Beaune, ha reso omaggio a "un combattente dell'Europa, un difensore sincero e coraggioso della democrazia e dei valori europei".
Sassoli, da europeista convinto, ha lavorato per dare maggiore centralità al Parlamento europeo, l'unica istituzione che ha un vero legame con i cittadini, eletta direttamente. Al primo lockdown, ha aperto le porte dell'istituzione per accogliere i senza tetto, in particolare le donne sole, a cui ha offerto una mensa. Ha esercitato tutta la pressione possibile sulla Commissione e sul Consiglio per mantenere la "condizionalità" tra rispetto dello stato di diritto e versamento dei finanziamenti (legame spezzato da Ungheria e Polonia), ha insistito sulla necessità di accogliere i profughi, ha invitato la capitana Carola Rackete in aula, per il 70esimo anniversario del discorso fondatore di Robert Schumann ha invitato le ong che si occupano di migranti.
Ha combattuto i nazionalismi crescenti: "Non siamo un incidente della storia - ha detto nel discorso inaugurale della sua presidenza - ma figli e nipoti di coloro che sono riusciti a trovare l'antidoto alla degenerazione nazionalista che ha avvelenato la nostra storia". La Russia gli aveva proibito l'entrata sul suo territorio, come ritorsione per le sanzioni europee a causa dell'aggressività verso l'Ucraina.
Sassoli era stato eletto presidente dell'Europarlamento nel luglio 2019, da una "coalizione Ursula", frutto di un accordo tra il primo gruppo del Parlamento, il Ppe, e S&D, i socialisti, che rappresentano la seconda forza, a cui avevano aderito anche Renew e i Verdi. È un compromesso tipico di Bruxelles, che prevede anche questa volta un passaggio del testimone alla tesa dell'Europarlamento, tra un esponente di S&D e uno del Ppe, a metà mandato. L'appuntamento è per il 18 gennaio. I socialisti si trovano con le mani quasi vuote, l'ultimo socialista in un posto importante è Josep Borrell, Alto rappresentante per gli Affari esteri, di fronte a un Ppe che guida già la Commissione (con Ursula von der Leyen) e l'Eurogruppo (con Paschal Donohoe) e a Renew che vuole garantire il posto a Charles Michel alla presidenza del Consiglio.
Quarantadue anni dopo la presidenza di Simone Veil, che ha dato il suo nome alla legge di depenalizzazione dell'aborto in Francia nel 1975, il Parlamento europeo si prepara ora a eleggere alla successione di David Sassoli, l'antiabortista Roberta Metsola, esponente del Ppe, 42 anni, eletta di Malta, l'ultimo paese Ue dove l'aborto è illegale (ora nei fatti raggiunto dalla Polonia con la nuova legge fatta votare dal Pis). Potrebbero esserci sorprese, il voto è segreto e molti, nei Verdi ma anche in Renew e persino in S&D, i più ligi alle regole dell'alternanza, sono scontenti.
di Mario Di Caro
La Repubblica, 12 gennaio 2022
Il 20 gennaio la regista inaugura la stagione del Massimo di Palermo con una rilettura dell'opera di Verdi. Macché francesi, gli invasori della Sicilia sono i mafiosi e la rivolta dei Vespri è una metafora del dopo-stragi '92. Nelle mani di Emma Dante I vespri siciliani di Verdi, l'opera che il 20 gennaio inaugura la stagione del Teatro Massimo di Palermo nella versione francese (in diretta streaming su Arte.tv/it), diventa una contrapposizione tra oppressori-boss e siciliani inerti in una sfida tra tarantella e break-dance: saranno, insomma, i Vespri dell'antimafia tanto che a un certo punto in una piazza palermitana ricostruita dallo scenografo Carmine Maringola sfileranno i gonfaloni con i ritratti di Giovanni Falcone, Boris Giuliano, Pippo Fava e altre vittime illustri di Cosa nostra.
Emma, quando il Massimo le ha proposto la regia di un'opera ambientata nella sua Palermo, cosa le è scattato nella mente?
"Quando ho cominciato a studiarla mi sono resa conto che è l'opera più difficile che ho fatto finora: è un'opera immensa, esageratamente imponente dal punto di vista drammaturgico, una 'grand soap opera' come la chiamo io. Ci sono tanti livelli che per una palermitana come me sono un invito a nozze: l'amore paterno, la passione, la Sicilia, la tradizione, l'atteggiamento mafioso, l'abuso, la prevaricazione. È un'opera estremamente violenta".
Più violenta di Macbeth, che lei mise in scena nel 2018 sempre al Massimo?
"Sì. Monforte, il governatore francese, è un grande boss che tiene tutto il popolo al laccio, è un sovrano del Male come lo sono i boss che hanno tenuto per anni indisturbati le redini della mafia, i latitanti che hanno fatto le loro vite sino alla fine. Questo racconta Vespri, questo tipo di oppressione che ha a che fare con l'opinione pubblica: gli oppressori di Vespri ti rubano tutto, pure l'acqua, e controllano ogni cosa. I siciliani, invece, sono l'anima fragile della Sicilia, sono indolenti, pavidi, un po' omertosi, che hanno dentro il grande fuoco della giustizia però sono rimasti sedati per troppo tempo. E l'ouverture, una musica bellissima, racconta molto bene lo spirito di un popolo che cova vendetta ma non ce la fa a ribellarsi".
Allora ci dica cosa ha ideato per l'ouverture...
"Ho pensato a un'immagine fortissima: Strehler in Cavalleria rusticana faceva scendere il sipario tagliafuoco sopra un carretto siciliano spaccandolo in due. Lui così raccontò la morte della tradizione siciliana".
E lei invece?
"Partendo da questa suggestione ho ripensato a quando vidi in una bottega tre pupi completamente arrugginiti. Vespri per me significa questo: gli oppressori si prendono la tradizione del popolo e la fanno deteriorare, la buttano via. E allora prima dell'ingresso del direttore d'orchestra si apre leggermente il sipario e un oppressore scarica sul proscenio alcuni attori vestiti da pupi arrugginiti, e lì parte l'ouverture: il teatro che vomita la sua tradizione, pupi inerti che a poco a poco si rianimano in una piazza".
La scintilla che accese la rivolta fu la molestia di un soldato francese a una donna siciliana. Questo episodio quanto ha pungolato la sua sensibilità?
"Questo arriva nel secondo atto ed è un momento terribile: le spose felici danzano con i loro mariti, gli oppressori si eccitano guardandole e le rapiscono caricandosele sulle spalle come fossero dei sacchi di rifiuti. Le spose si dimenano, i mariti sono impotenti sotto il tiro della pistola, e gli oppressori chiuderanno le donne dentro una sorta di grande sacco per l'immondizia".
La processione con i ritratti delle vittime di mafia vuole ribadire che in Sicilia resiste un forte sentimento antimafia?
"Con quella scena ho voluto dire che noi siamo figli di questi martiri. Helene che piange il fratello morto ammazzato non può che farmi pensare a Rita Borsellino. Così quando l'oppressore obbliga Helene a cantare ci sarà una marcia della memoria con gli stendardi che richiama le tante fiaccolate antimafia: il coro di Vespri siamo noi siciliani che abbiamo fatto i lenzuoli bianchi della protesta dopo le stragi, noi che a un certo punto ci siamo svegliati e abbiamo riempito le strade con i nostri 'no'. L'idea di fare una parata in un'opera ambientata a Palermo mi sembrava il minimo: questi ritratti ci colpiranno il cuore".
La lirica è diventata importante nel suo percorso e lei si diverte a smontare le opere: è così?
"Sì. mi sembra una macchina che permette di fare grandi cose. Mi piace smontare i cliché ma Bohème, per esempio, è rimasta fedele a se stessa: sono solo uscita dalla mansarda cambiando il punto di vista".
C'è un nuovo spettacolo in cantiere?
"Sto pensando di completare la trilogia di Basile dopo Scortecata e Pupo di zucchero con un'altra fiaba e vorrei metterle in scena tutte e tre a Parigi".
di Daniele Zaccaria
Il Dubbio, 12 gennaio 2022
La donna aveva chiesto soccorso per ben tre volte, e per tre volte il personale medico del carcere l'ha ignorata. Ora è bufera sulla ministra britannica. Louise Powell, 31 anni, aveva chiesto soccorso per ben tre volte, e per tre volte il personale medico del carcere femminile di Styal nel Cheshire (500 detenute) l'ha ignorata. Incinta di sette mesi e mezzo, pochi minuti dopo avrebbe messo al mondo la sua bambina, ma qualcosa chiaramente non stava andando per il verso giusto, troppo sangue, troppo dolore. Una guardia carceraria si accorge delle urla, prova a chiamare i medici e le infermiere, invano, il telefono suona ma dall'altro capo nessuna risposta. A quel punto la situazione diventa disperata, la guardia l'accompagna nel bagno più vicino, cerca di aiutarla come può, ma è troppo tardi: in condizioni degne di un paese del terzo mondo Louise partorisce Brooke, una neonata di circa due chili in fin di vita, che morirà poco più tardi a bordo di un'ambulanza partita anch'essa con colpevole ritardo.
"Non potrò mai perdonare quei medici per avermi lasciata sola mentre chiedevo aiuto, mi sentivo come se stessi morendo, nessuna donna merita di subire un simile orrore, in carcere siamo trattate come numeri", ha raccontato Louise Powell, nel frattempo tornata in libertà, in un'intervista alla Bbc. I fatti risalgono allo scorso giugno ma sono trapelati solamente negli ultimi giorni grazie a un'inchiesta del Prisons and Probation Ombudsman (PPO): secondo gli investigatori Louise Powell aveva segnalato i sanguinamenti il giorno precedente il parto, ma per l'infermiera che l'aveva visitata si trattava di normali perdite. Inoltre quando Brooke è uscita dalla pancia della madre respirava ancora; il ritardo dell'ambulanza potrebbe essere stato fatale.
La vicenda, diventata un caso nazionale, ha scosso l'opinione pubblica britannica illuminando il dramma spesso invisibile della condizione carceraria nel Regno Unito: strutture inadeguate, affollate oltre la capienza prevista e un accesso alle cure da parte dei detenuti ben sotto gli standard di una nazione civile. Il difensore civico delle carceri e della libertà vigilata Sue McAllister ha accusato il personale sanitario della prigione: "La donna era in chiara sofferenza e stava sanguinando vistosamente, doveva essere curata diverse ore prima del parto, è stato commesso un gravissimo errore di giudizio, non si può lasciare senza cure qualcuno in quello stato, chiunque esso sia". Secondo Jane Ryan avvocato di Louise Powell, Brooke, per quanto prematura, avrebbe potuto essere salvata se i medici fossero intervenuti tempestivamente e il parto fosse avvenuto nell'ospedale della prigione: "Ci sono state diverse opportunità, diverse finestre temporali per aiutare Louise ma il comportamento del personale medico è stato al limite del disumano, al contrario le guardie che l'hanno soccorsa sono state molto solerti e hanno fatto di tutto per salvare la bambina ma purtroppo non ne avevano i mezzi".
L'inchiesta del PPO ha prodotto un rapporto dettagliato che ora giace sul tavolo della ministra delle prigioni inglese Victoria Atkins. Rapporto in cui si chiede al governo di agire con rapidità e determinazione perché drammi del genere non accadano mai più. In particolare si raccomanda una formazione adeguata per le infermiere dei penitenziari femminile affinché siano in grado di riconoscere il travaglio precoce delle detenute in gravidanza e di intervenire efficacemente in caso di urgenze mediche. "Abbiamo già implementato le raccomandazioni del rapporto e sono già stati apportati importanti miglioramenti alle cure ricevute dalle detenute in gravidanza. Stiamo anche esaminando come possiamo monitorare meglio la gravidanza nelle carceri in modo che nessuna donna cada attraverso le crepe del sistema", ha promesso Atkins messa alla berlina dai media. Il caso di Louise Powell putroppo non è isolato: otto mesi fa un'adolescente aveva messo alla luce un bambino morto nella prigione di Bronzfield, nel Middlesex priva di qualsiasi aiuto medico. Anche questa tragedia è emersa dopo un'inchiesta degli ispettori del PPO.
Se il governo promette di attuare miglioramenti in tempi brevissimi, le associazioni che si battono per i diritti delle detenute e delle donne in gravidanza chiedono dal canto loro provvedimenti più radicali, in modo che nessuna donna sia costretta a partorire dietro le sbarre. "Non possiamo continuare a fingere: il sistema carcerario non è e non sarà mai un luogo sicuro o appropriato per partorire un bambino. Il governo deve permettere il rilascio anticipato delle detenute incinte, che in ogni caso non possono affrontare la gravidanza all'interno di strutture fatiscenti e sovraffollate", dice Kirsty Kitchen dell'ong Birth Companions. In effetti Louise Powell, condannata a otto mesi per un'aggressione, non è certo un'incallita criminale e avrebbe potuto scontare tranquillamente la sua pena agli arresti domiciliari e come lei migliaia di altre donne costrette a vivere il parto come una roulette russa.









