di Laura Pertici
La Repubblica, 14 gennaio 2022
Stavano viaggiando nella regione quando si sono persi i contatti con loro. Il 25 giugno, il loro veicolo è stato ritrovato vuoto e, a pochi metri di distanza, i loro corpi senza vita. "Un pluriomicidio intenzionale". A più di sei mesi dall'uccisione di tre operatori umanitari nel Tigray, in Etiopia, di Medici Senza Frontiere (Msf) le circostanze dell'attacco e le responsabilità di chi lo ha perpetuato restano poco chiare.
Lo scorso 24 giugno Maria Hernandez (35 anni), coordinatrice per l'emergenza nel Tigray, Yohannes Halefom Reda (32 anni), assistente coordinatore, e Tedros Gebremariam Gebremichael (31 anni), autista, stavano viaggiando nella regione quando si sono persi i contatti con loro. Il 25 giugno, il loro veicolo è stato ritrovato vuoto e, a pochi metri di distanza, i loro corpi senza vita. Paula Gil, presidente di Medici Senza Frontiere Spagna, spiega in queste tre domande e risposte quanto è emerso ad oggi sull'attacco e gli sforzi di MSF per arrivare alla verità.
Ad oggi quali sono le informazioni in possesso di MSF sulle circostanze dell'uccisione di Maria, Tedros e Yohannes?
Negli ultimi 6 mesi abbiamo compiuto ogni sforzo possibile per capire cosa fosse accaduto ai nostri colleghi, relazionandoci continuamente con le parti in conflitto. Si sono svolti numerosi incontri con vari ministri della Repubblica Federale Democratica dell'Etiopia (FDRE - Federal Democratic Republic of Ethiopia) per assicurarci che fossero state avviate delle indagini e che i risultati fossero condivisi con MSF. Abbiamo rivolto le stesse richieste al Fronte di Liberazione del Tigray (TPLF). Inoltre, come procedura interna standard dopo incidenti di sicurezza critici, abbiamo raccolto e analizzato tutte le informazioni in nostro possesso che ci hanno permesso di ricostruire un quadro dettagliato del percorso seguito dal veicolo di MSF, oltre al luogo e all'ora dell'incidente e ad alcuni aspetti pratici di come si è svolto l'attacco.
Ciò che fino ad oggi si sa. Quello che sappiamo a oggi, sulla base dei primi risultati di questa analisi interna, è che il 24 giugno María, Tedros e Yohannes si stavano dirigendo sulla strada a sud di Abi Adi per raggiungere alcuni feriti nelle aree colpite dagli intensi combattimenti tra le FDRE, i suoi alleati e il TPLF. Il team di MSF, basato ad Abi Adi, aveva preventivamente ricevuto informazioni sull'esistenza di un alto numero di feriti a Shoate Egum, un villaggio vicino al luogo in cui è avvenuto l'incidente. Poco dopo un'ora dall'inizio del viaggio, il loro veicolo si è fermato. I loro corpi senza vita sono stati successivamente ritrovati a 100-400 metri dall'auto. Le ferite sui loro corpi dimostrano come siano stati colpiti da arma da fuoco a distanza ravvicinata. Un omicidio intenzionale. Non sono stati dunque vittime di fuoco incrociato, ma l'uccisione dei tre operatori umanitari è stata intenzionale, considerando che indossavano vestititi e viaggiavano su un veicolo dove il simbolo di MSF era ben riconoscibile (logo e due bandiere dell'organizzazione). Il veicolo, inoltre, è stato colpito più volte e quasi totalmente bruciato.
Cosa chiede MSF alle parti in conflitto per capire meglio la dinamica dell'incidente e per garantire che non si ripeta?
Il dialogo è ancora aperto, ma secondo quanto emerso dagli incontri di agosto, novembre e dicembre 2021 con i rappresentanti della FDRE, le indagini sono ancora in corso. MSF ha chiesto anche al FPLT di condurre delle indagini e di condividerne i risultati, ancora non pervenuti. MSF ha condiviso i risultati preliminari della sua indagine interna con la FDRE anche a livello ministeriale. MSF ha chiesto inoltre chiarimenti sulla presenza e il coinvolgimento delle forze armate nel luogo e nel momento dell'incidente. Abbiamo spiegato che questo è un dovere nei confronti delle famiglie delle persone uccise e del nostro staff: dobbiamo fornire loro risposte su quanto accaduto ai loro cari. La stessa richiesta è stata avanzata al FPLT.
Le dichiarazioni ostili verso le organizzazioni umanitarie. MSF ha richiesto un canale di comunicazione diretto con le forze armate etiopi e i loro alleati a livello federale e regionale per condividere informazioni sulle strutture e i movimenti medico-umanitari e garantire che le forze armate comprendano e rispettino le attività salvavita svolte dall'organizzazione. Anche se apprezziamo il dialogo costruttivo avuto fino ad oggi con la FDRE, siamo preoccupati per le dichiarazioni pubbliche rivolte contro le organizzazioni umanitarie che hanno avuto un impatto diretto sulle loro attività. In Etiopia, i membri dello staff di MSF sono stati sistematicamente minacciati, picchiati e detenuti. Per soddisfare gli ingenti bisogni medici della popolazione etiope in tutto il paese, abbiamo ribadito il nostro appello affinché la FDRE sostenga pubblicamente il lavoro delle organizzazioni umanitarie, un passo fondamentale per essere accettati dalle comunità e per permetterci di continuare a fornire assistenza medica salvavita in tutto il paese.
Che operazioni svolge attualmente MSF in Etiopia?
In seguito all'uccisione dei nostri colleghi, abbiamo dovuto prendere la dolorosa decisione di sospendere alcune attività nella regione del Tigray, in particolare nelle città di Abi Adi, Adigrat e Auxum. A luglio 2021 il governo etiope ha sospeso per tre mesi le attività di MSF ad Amhara, Gambella, nel Tigray nord-occidentale (Shire e Sheraro) e nella ragione dei Somali. La sospensione è stata revocata ad ottobre, ma per MSF non è stato possibile riavviare le attività mediche, principalmente per ragioni di sicurezza e a causa di ostacoli amministrativi.
La sospenzione delle attività mediche. A novembre, dopo la dichiarazione dello stato d'emergenza in Etiopia, MSF ha dovuto sospendere ulteriori attività mediche in altre parti del paese dove riteniamo che non sia più possibile lavorare in sicurezza. Al momento MSF continua a fornire assistenza medica nella regione degli Afar e nella regione delle Nazioni, Nazionalità e Popoli del Sud (SNNPR), oltre all'invio di forniture mediche ad hoc nelle regioni di Amhara, Gambella e Somali.
Gli ingenti bisogno umanitari inascoltati. Ad oggi, nonostante gli ingenti bisogni umanitari in molte regioni del paese, MSF non è ancora in grado di riavviare ed espandere la sua risposta per affrontare queste crisi. Rimaniamo impegnati a collaborare con la FDRE e tutte le altre parti in conflitto, attendendo che sia fatta piena luce sulle responsabilità e le circostanze che hanno portato a queste morti e cercando di raggiungere un accordo comune per fornire in sicurezza assistenza medica imparziale e indispensabile alla popolazione etiope, colpita dal conflitto o da altre crisi, in tutte le regioni del paese.
di Roberto Saviano
Corriere della Sera, 14 gennaio 2022
Da lunedì parte la serie "Nebbia": 10 puntate dedicate ad alcune delle pagine più nere della cronaca italiana, scritte dall'inviato del Corriere Giovanni Bianconi con Alessandra Coppola. Saviano: "Un podcast importante perché smonta i depistaggi e rimette le cose in ordine"
Perché è importante ascoltare "Nebbia", il podcast scritto da Giovanni Bianconi con Alessandra Coppola (in collaborazione con Debora Campanella e Francesco Giambertone)? Perché questa serie - che parte lunedì, e che troverete all'indirizzo corriere.it/podcast/nebbia - riesce nell'impresa, difficilissima, d'essere riepilogativa dando allo stesso tempo nuove coordinate interpretative. La può ascoltare chi già conosce queste storie e non troverà nulla di ridondante perché fornisce nuovi elementi; e la può ascoltare chi non sa cosa sia accaduto in Italia negli anni di piombo perché riepiloga, spiega, fa sintesi.
La puntata su piazza Fontana esplode sui timpani come la bomba alla Banca dell'Agricoltura di Milano, il 12 dicembre 1969. E attraverso la ricostruzione delle dinamiche, delle responsabilità, delle connivenze, dei depistaggi, dei processi, delle vittime, dei magistrati, dei servizi segreti e di chi ha sempre cercato a ogni costo una verità che potesse spiegare sangue e sofferenza, questo podcast racconta il Paese, le sue corruzioni, le anomalie, gli imbrogli. Storie che ci sembra non abbiano mai raggiunto la verità. Invece le verità storiche ci sono, eccome... eppure, nel percepito, siamo ancora al grado zero.
Se a qualcosa sono serviti i depistaggi - i veri obiettivi smascherati da questo lungo racconto - è stato certamente a confondere il sentire comune. Se su piazza Fontana o piazza della Loggia si chiede: sai dirmi chi è stato? Ancora oggi "si è trattato di attentati neofascisti" non è la prima risposta che si ottiene. Nebbia, appunto. Nella nebbia tutto si confonde. Nella nebbia tutto sembra uguale, indistinto. Ogni ostacolo percepito come pericolo.
La pista anarchica ha fornito il più longevo degli alibi alle forze eversive neofasciste con la complicità di quei comparti dei servizi segreti che siamo soliti definire "deviati". "Deviati" perché credere che non lo fossero ci spaventa come cittadini. "Nebbia" racconta come la violenza neofascista in questo Paese sia stata profondamente egemone e come sia stata sempre utilizzata per impedire un percorso democratico e riformista.
Ma il racconto non ha nulla di ideologico. Viene infatti raccontato molto bene il codardo attentato di Primavalle alla famiglia missina dei Mattei, attraverso la viva voce dell'ultimo dei fratelli, Giampaolo, sopravvissuto al rogo in cui morirono morti Virgilio (22 anni) e Stefano (8 anni).
Questo podcast mette in ordine gli eventi, tiene viva l'attenzione di chi ascolta grazie alle voci dei testimoni che non raccontano solo ciò che accadde, ma restituiscono un clima politico da cui non si può prescindere per comprendere il presente. Lo trovo un ottimo strumento che i docenti potranno utilizzare per introdurre le studentesse e gli studenti di oggi a un momento storico su cui pesano valutazioni e giudizi politici che spesso impediscono di parlarne senza pregiudizi. E poi c'è la potenza della parola pronunciata e ascoltata, della parola impressa su nastro e restituita all'orecchio di chi, ascoltando, ricrea un mondo.
I podcast a differenza di un articolo o di un video hanno una caratteristica: relazionandoti con la parola puoi ascoltare e quindi concentrarti immaginando. Il podcast conserva quella dinamica che in genere viviamo con i libri: leggiamo e immaginiamo.
Un documentario possiamo guardarlo, può commuoversi, naturalmente informarci. Con il podcast è diverso, perché a creare tutto siamo noi. Il podcast conserva, della lettura, la capacità di immaginazione. La puntata sul sequestro Moro è esplicativa del metodo utilizzato: mettere in relazione le diverse teorie. C'è chi sostiene che i brigatisti non potevano aver fatto da soli l'agguato di via Fani e c'è chi propone la tesi opposta, ovvero che abbiano agito senza aiuti e, infine, tutto viene messo a confronto con la posizione, alternativa alle prime due, per cui i brigatisti, pur agendo da soli, siano stati in qualche modo giocati dall'esterno. La voce di Giovanni Bianconi qui si sente forte e chiara, perché questo è stato sempre il suo metodo impeccabile, dagli articoli ai numerosi romanzi di non-fiction: affrontare la Storia italiana, affrontarla in senso letterale, cioè faccia a faccia, fronte contro fronte, per vedere alla fine chi resta in piedi, chi l'avrà vinta: il racconto della storia o gli inestricabili sentieri percorsi da chi la storia la fa.
Infine, questo podcast ha la capacità di riportare al centro i delitti politici di mafia, che sono completamente smarriti dalla memoria pubblica, dal dibattito pubblico: quanto le organizzazioni criminali siano state e continuino a essere una forza economica in grado di condizionare la politica spesso si rischia di archiviarlo come storia collaterale.
Di qui la scelta di far iniziare la serie, sul Corriere.it, proprio dalla puntata dedicata all'omicidio del presidente della Regione Sicilia, Piersanti Mattarella, di cui il 6 gennaio è ricorso il 42esimo anniversario, assieme agli assassinii del segretario siciliano del Pci, Pio La Torre, e del generale neoprefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa.
Il podcast affronta la questione mostrando quanto peso abbiano avuto, sul piano nazionale, le scelte della Comissione di Cosa Nostra e quanto sia stato un errore considerare queste scelte locali, meridionali. Arricchiscono queste puntate le testimonianze, le interviste di vittime, parenti, magistrati che si sono occupati dei vari casi. La sensazione di trovarsi ad affrontare una discesa nell'irrisolto viene bilanciata dall'attenzione geometrica a mettere in fila tutto ciò che si ha a disposizione e che spesso sono fatti incontestabili. E non parlo solo di verità giudiziarie, di sentenze. Ci sono stragisti che se la sono cavata, assassini che collaborando sono riusciti ad avere una vita normale, e vittime che non riescono uscire dal dramma della propria ferita.
C'è un'immagine che lascia il segno. Paolo Dendena racconta di quando, non ancora ventenne, con la sorella Francesca (fondatrice dell'associazione parenti delle vittime di piazza Fontana, morta nel 2010) attraversavano a bordo di lentissimi treni l'Italia, per assistere alle udienze di un processo inspiegabilmente trasferito a Catanzaro. Per spiegare al magistrato le ragioni di quello sforzo costante, Francesca Dendena pronuncia questa frase: "Ho bisogno di avere qualcuno da perdonare".
Per dire di voler conoscere chi aveva ucciso suo padre, lasciandola orfana a 17 anni, dice "ho bisogno di qualcuno da perdonare". Ecco: in quella frase c'è esattamente tutto il senso del podcast. Non è possibile trovare pace se non c'è verità. Questa serialità racconta il continuo tentativo di chi in questo Paese così confuso, stratificato, così facile all'illusione e con la stessa facilità alla delusione, sia ossessionato dal cercare la verità, e continui a farlo. La "nebbia" è il termine esatto con cui descrivere questo clima. La luce non sconfigge la nebbia: permette solo di vedere dove mettere il passo. Quello che sconfigge la nebbia è solo la mutazione delle condizioni. E questa mutazione chissà se sarà possibile ottenerla, non ho molta speranza. Ma spero nella conoscenza. E quindi confido di poter andare avanti nella nebbia. Questo sono persuaso sia ancora possibile. E questa serialità ascoltata tutta di seguito crea un senso di paura, vertigine, sconforto, ma ti dà anche strumenti: l'elmetto e la torcia che, nella nebbia, mettono al sicuro il tuo passo.
Le puntate
1. L'attentato di piazza Fontana, del 12 dicembre 1969
2. Piazza della Loggia a Brescia, il 28 maggio 1974
3. Il sequestro del leader della Dc Aldo Moro, rapito delle Br nel '78
4. La violenza politica degli Anni Settanta
5. Chi, che cosa, ha abbattuto il DC9 Itavia sul cielo di Ustica il 27 giugno del 1980?
6. La strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980
7. L'omicidio di Piersanti Mattarella e gli altri delitti di mafia con sapore politico
8. I misteri della Loggia P2
9. Le indagini sull'omicidio Borsellino e i depistaggi
10. Cosa resta di Mani pulite?
Il podcast - "Nebbia. Le verità nascoste della Storia della Repubblica" è un podcast del Corriere con Audible. Scritto da Giovanni Bianconi con Alessandra Coppola, in collaborazione con Debora Campanella e Francesco Giambertone, letto da Luca Lancise, musiche di Federico Chiari. Il progetto grafico è di Michele Lovison. Lo si trova qui: corriere.it/podcast/nebbia
di Stella Bonfrisco
Il Resto del Carlino, 14 gennaio 2022
Alla biblioteca San Pellegrino-Marco Gerra (via Rivoluzione d'ottobre oggi alle 17 viene inaugurata la mostra "Liberi Art", un progetto del quale sono protagonisti alcuni detenuti che attraverso l'arte e i diversi linguaggi espressivi hanno potuto esprimere il loro potenziale creativo realizzando opere e contemporaneamente portando all'attenzione riflessioni su temi legati all'attualità come il contrasto alla mafia, la promozione dell'inclusione, la religione, la guerra, la giustizia e la libertà.
In occasione della giornata mondiale contro la violenza sulle donne - 25 novembre - 13 detenuti hanno partecipato alla realizzazione delle opere a tema accompagnate da segnalibri che verranno donati alla città. La mostra sarà visibile fino al 14 febbraio negli orari di apertura della biblioteca. Si tratta di 28 opere, tra cui una ispirata all'Enciclica di Papa Francesco 'Fratelli Tutti'. "Questa iniziativa - dice l'assessora alle Pari opportunità Annalisa Rabitti - crea un ponte di dialogo tra ciò che accade all'interno delle mura di un carcere e la vita che scorre al di fuori, sostenendo un percorso detentivo che sia anche rieducativo affinché la spinta sia quella di costruire una maggiore responsabilità e appartenenza sociale.
L'arte ha permesso ai detenuti di esprimere idee ed emozioni facendosi al contempo portatori e promotori di messaggi culturali di sensibilizzazione. Come amministratori abbiamo accolto con grande interesse la possibilità di dare voce a chi al momento non ce l'ha".
L'esposizione è promossa dal Comune di Reggio e dall'artista Anna Protopapa - delegata dell'associazione Gens Nova O.D.V. Emilia Romagna e volontaria degli Istituti Penitenziari di Reggio - realizzata nell'ambito dell'omonimo progetto rieducativo rivolto ai detenuti. È possibile partecipare all'iniziativa prenotandosi all'indirizzo mail
di Vladimiro Zagrebelsky
La Stampa, 14 gennaio 2022
Quando il presidente del Consiglio presentò il suo governo al Parlamento, la menzione che fece del dovere di fare tutto il necessario per promuovere al meglio il capitale umano, la formazione, la scuola, l'università e la cultura, poteva parere qualcosa di obbligato nel quadro del programma di qualunque governo. Qualcosa che non poteva mancare e che dunque rimaneva poco significativo, tanto più che le contingenze spingevano l'attenzione verso i temi propri delle emergenze sanitaria ed economica. Eppure, una maggiore attenzione avrebbe dovuto essere prestata a quel passaggio (e ad altri che non riguardavano economia e sanità) e confrontarlo con l'insistenza con la quale Mario Draghi era ed è ancora spesso indicato con il "banchiere" o il "tecnico" di economia e finanza. Così suggerendo che in qualche modo sia fuori posto nel ruolo del presidente del Consiglio, che, come stabilisce la Costituzione, dirige la politica generale del governo e ne mantiene l'unità di indirizzo politico. Con quelle etichette non se ne vuole indicare l'esperienza e l'alta qualificazione in un settore specifico, importante ma non esaustivo; se ne vuole invece ridurre o immiserire il profilo professionale a fronte della più importante qualità che avrebbe un presidente "politico". Quest'ultimo carattere, senza specificare, viene assegnato a chi ha fatto tirocinio e poi è cresciuto nella vita dei partiti politici. Ciò che non è necessariamente negativo, ma non mette in luce la natura fondamentale che dovrebbe avere l'azione politica e il ruolo "politico" di chi la svolge. Si tratta della non settorialità, della completezza della considerazione e della conoscenza dei bisogni della società, della visione di prospettiva di lungo periodo, dell'attitudine alle scelte di priorità, dell'interesse per la costruzione di un tipo di società e non di un altro.
Dopo l'ultima conferenza stampa del presidente del Consiglio sarebbe bene far cessare l'equivoco (e la falsificazione) e considerare che Mario Draghi è sì un tecnico, nel senso che sa di cosa parla quando affronta temi di economia e finanza, ma è anche un politico a tutto tondo. Cosa è infatti, se non una scelta pienamente e consapevolmente politica, quella che il presidente del Consiglio ha illustrato e rivendicato nella conferenza stampa insieme al ministro dell'Istruzione, in favore della riapertura delle scuole secondo il calendario prestabilito?
Certo il terreno su cui il governo si è mosso è segnato dai dati della epidemia, dalle interpretazioni e previsioni (non univoche) che ne danno gli esperti epidemiologi, dalle indicazioni che vengono dallo stato oggettivo in cui operano le scuole, eccetera. Ma da tutto ciò non derivano conseguenze obbligate; semmai qualche controindicazione o impedimento alla adozione dell'una o dell'altra soluzione tra le diverse possibili. Ed allora, come è normale e bene che sia, intervengono le scelte politiche. Che sono certo sempre discutibili, ma sono doverose e legittime quando l'autorità competente ne assume la responsabilità, non pretendendo di essere puramente e semplicemente guidata dai dati della realtà (indicati dai tecnici).
La scelta politica del governo sottostante le misure riguardanti la scuola è in favore della scuola e dell'insegnamento in presenza. L'effetto della qualità dell'istruzione è stato indicato anche sul piano, tutto politico, della lotta alle diseguaglianze sociali. Elsa Fornero ha illustrato su questo giornale l'importanza della istruzione, ai suoi vari livelli, sottolineando il valore della scelta della scuola come vera priorità strategica del Paese. Nello stato di crisi in cui ci troviamo, anche sul piano economico, con le difficoltà diverse che patiscono le varie categorie sociali, le scelte avrebbero potuto essere diverse o meno esplicite.
Importante, dunque, che questa sia quella adottata. Le conseguenze non si esauriscono nel breve periodo e non si legano alle complessità operative dell'organizzazione scolastica. L'indirizzo politico adottato dal governo -anche ricordando quanto il presidente disse in Parlamento presentando il governo- va inteso, salutato e sorvegliato come un impegno di lungo periodo. Indirizzo politico benvenuto, che la fine della pandemia consentirà di vedere dispiegarsi nell'impegno amministrativo e finanziario ed anche nell'apertura del necessario dibattito preliminare alle attese riforme.
La Repubblica, 14 gennaio 2022
L'impegno per il rispetto dei diritti alle frontiere esterne vacilla per l'incapacità di mettere le persone al primo posto. Una sintesi della lunga relazione sulle protezioni internazionali negate alle persone lungo le diverse frontiere attraversate dai flussi migratori.
L'Unione Europea e la maggior parte degli Stati membri continuano a disattendere l'impegno per i diritti umani e i valori democratici. È l'incipit di un lungo rapporto diffuso da Human Rights Watch (HRW). In pratica, tuttavia - si legge nel documento - le politiche e le azioni del sindacato e degli Stati membri spesso non sono all'altezza. Sulla migrazione, la risposta alla crisi in Afghanistan, l'emergenza umanitaria al confine tra Polonia e Bielorussia e i respingimenti a questo e ad altri confini esterni dell'UE hanno esemplificato l'attenzione alla chiusura delle frontiere e all'esternalizzazione della responsabilità per rifugiati, migranti e richiedenti asilo a spese dei diritti umani. Le risposte dello Stato al razzismo, alla violenza e alla discriminazione, che colpiscono le donne, le minoranze etniche e religiose, le persone lesbiche, gay, bisessuali e transgender (LGBT) e le persone con disabilità, sono spesso inadeguate e in alcuni casi aggravano l'abuso dei diritti.
L'esempio in Afghanistan. La pandemia - come si ripete spesso - ha esacerbato profonde disuguaglianze e povertà nell'Unione Europea, nonostante alcune misure statali per mitigarle. Gli Stati membri dell'UE hanno utilizzato una retorica più forte per criticare gli attacchi allo Stato di diritto e alle istituzioni democratiche all'interno dell'UE, ma non sono riusciti a intraprendere un'azione decisiva prevista dai trattati dell'UE o ad attivare pienamente i meccanismi di condizionalità finanziaria. Migranti, rifugiati e richiedenti asilo Gli Stati membri dell'UE hanno evacuato migliaia di afgani da Kabul ad agosto dopo l'acquisizione del potere dei talebani, ma in seguito si sono concentrati principalmente sulle misure per impedire la fuga delle persone dall'Afghanistan nei paesi vicini.
Quegli impegni non rispettati di reinsediamento. Durante un forum dell'UE ad alto livello sulla protezione degli afgani a rischio, convocato nell'ottobre scorso, gli Stati membri dell'UE non hanno assunto impegni concreti di reinsediamento.
- Spagna. A maggio ha sommariamente restituito migliaia di persone, compresi bambini non accompagnati, da Ceuta dopo che circa 10.000 persone sono entrate nell'enclave spagnola nordafricana entro 24 ore con presunta facilitazione da parte del Marocco.
- Lituania, Lettonia e Polonia hanno dichiarato lo stato di emergenza, schierato truppe e respinto illegalmente le persone in Bielorussia dopo aver affermato che le autorità bielorusse stavano facilitando l'ingresso delle persone, inclusi iracheni e afgani negli Stati dell'UE. Ad agosto, la Corte europea dei diritti dell'uomo ha ordinato a Lettonia e Polonia di fornire assistenza a gruppi di richiedenti asilo iracheni e afgani, rispettivamente, bloccati al confine con la Bielorussia, ma si sono riservati per un'udienza piena la questione se dovessero essere ammessi nel loro territorio.
- La situazione è peggiorata in modo significativo a novembre, con migliaia di persone in condizioni invernali terribili al confine tra Polonia e Bielorussia e si stima che almeno nove persone siano morte nell'area. Secondo l'agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, oltre 103.889 persone sono arrivate irregolarmente ai confini meridionali dell'UE entro la metà di novembre 2021, la maggior parte via mare, mentre almeno 1.319 sono morte o sono scomparse nel Mar Mediterraneo, quasi altrettante (1.401) come in tutto 2020.
- I morti nel Mediterraneo. L'Organizzazione internazionale per le migrazioni (OIM) stima che 1.563 persone siano morte nel Mediterraneo e che 785 morti o scomparsi nell'Oceano Atlantico durante il loro viaggio verso le Isole Canarie spagnole nei primi otto mesi del 2021. Il bilancio delle vittime potrebbe essere molto più alto; l'Organizzazione Non Governativa (ONG) Walking Borders ha affermato che quasi 2.000 persone sono morte solo nei primi sei mesi.
- Libia. L'UE e gli Stati membri hanno continuato a cooperare con la Libia, anche per facilitare le intercettazioni in mare e lo sbarco in Libia, nonostante i noti rischi di detenzione arbitraria, tortura e altri abusi. Almeno 27.551 persone, ben più del doppio del totale per il 2020, sono state sbarcate in Libia nei primi 10 mesi del 2021. Un'indagine delle Nazioni Unite, pubblicata a ottobre, ha affermato che ciò che sta accadendo in Libia si confidura un altro crimine contro l'umanità, aggiungendo che la complicità e quindi la responsabilità di altri Paesi deve essere indagata.
Gli ostacoli alle ONG e l'esempio della Danimarca. Lo ha detto in più occasioni il commissario per i diritti umani del Consiglio d'Europa e l'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, rispettivamente a marzo e maggio. L'Unione Europea è stata esortata a condurre attività di ricerca e soccorso nel Mar Mediterraneo, a smettere di ostacolare il lavoro delle Organizzazioni Non Governative di soccorso e a condizionare la cooperazione con la Libia sul rispetto dei diritti umani. A settembre erano operative solo cinque navi di soccorso delle ONG, con gruppi che denunciavano l'ostruzione da parte di Italia e Malta.
A giugno, la Danimarca ha modificato la sua legge sull'immigrazione in modo da poter inviare i richiedenti asilo in un altro paese per l'esame della loro domanda, senza alcuna garanzia di trasferimento in Danimarca in caso di esito positivo.
L'Unione Africana e Frontex. L'Unione Africana ha condannato fermamente la mossa ad agosto e, ad oggi, nessun paese ha accettato di ospitare l'elaborazione offshore. Un'indagine del Parlamento europeo ha concluso a luglio che l'Agenzia dell'UE della guardia di frontiera e costiera, comunemente nota come Frontex, non è riuscita a prendere provvedimenti per fermare i respingimenti illegali, ignorando le segnalazioni e ritardando deliberatamente gli osservatori dei diritti di assunzione. Nonostante disponga di numerosi meccanismi di responsabilità, Frontex non è riuscita a indagare in modo credibile o a mitigare i respingimenti in cui operavano. Alla fine di ottobre, il Parlamento europeo ha congelato parte del bilancio dell'agenzia fino a quando non apporta miglioramenti relativi ai diritti umani. A settembre la Commissione Europea
Discriminazioni sui vaccini e antisemitismo. Un rapporto di giugno dell'Agenzia per i diritti fondamentali (FRA) dell'UE ha rilevato che in alcuni paesi richiedenti asilo e migranti privi di documenti hanno incontrato difficoltà nell'accesso ai vaccini Covid-19, ma altri Paesi hanno rinunciato a requisiti formali per facilitare l'accesso. In risposta al crescente antisemitismo e agli attacchi agli ebrei in molte parti d'Europa, compreso l'incitamento all'odio online, a settembre la Commissione europea del Consiglio d'Europa contro il razzismo e l'intolleranza ha emesso una raccomandazione di politica generale invitando i paesi europei, compresi gli stati dell'UE, ad affrontare la questione e in ottobre, la Commissione Europea ha pubblicato una strategia per combattere l'antisemitismo. Un'indagine della FRA sulle fermate di polizia nell'UE ha rilevato che le minoranze etniche complessive, i musulmani e coloro che non si identificano come eterosessuali sono stati tra quelli fermati più spesso. Ha inoltre rilevato che coloro che sperimentano la profilazione etnica ripongono meno fiducia nelle autorità pubbliche rispetto a coloro che non lo fanno.
La sanzione giornaliera di 1 milione alla Polonia. A ottobre - si legge ancora nel report di HRW la Corte di giustizia dell'UE ha imposto una sanzione giornaliera di 1 milione di euro (circa 1.132.000 dollari USA) alla Polonia per non aver rispettato una richiesta della Corte di giustizia dell'Unione Europea (CGUE) di luglio per bloccare una legge del 2020 che minava l'indipendenza dei giudici. A settembre, la Commissione UE ha avviato una procedura di follow-up contro la Polonia per non aver attuato una sentenza separata della CGUE che ha ritenuto illegale il regime disciplinare contro i giudici. A luglio, la commissione ha avviato un altro procedimento legale contro la Polonia per le "zone libere dall'ideologia LGBT" in diversi comuni.
Il pronunciamento della Von der Leyen.
A ottobre, la presidente della Commissione Europea, Ursula Von der Leyen ha commentato negativamente la sentenza del Tribunale costituzionale polacco sull'incostituzionalità del diritto dell'UE e si è impegnata a utilizzare tutti i poteri previsti dai trattati per proteggere la natura vincolante delle sentenze della CGUE. La Commissione ha aperto una causa supplementare a febbraio contro l'Ungheria per non aver attuato la sentenza della CGUE del 2020 che riteneva illegale la legge sulle ONG finanziate dall'estero e ha chiesto a novembre che la CGUE ordini sanzioni pecuniarie all'Ungheria per non aver attuato una sentenza della Corte del dicembre 2020, che ha ritenuto illegale la legge sull'asilo.
Povertà e disuguaglianza. Stime ufficiali - si afferma nel rapporto di HRW - suggeriscono che 91,4 milioni di persone nell'UE (circa un quinto della popolazione), di cui 17,9 milioni erano bambini, sono a rischio di povertà o esclusione sociale (definita come una condizione di grave deprivazione materiale o sottoccupazione cronica), con livelli di disuguaglianza statica o in peggioramento dalla crisi finanziaria del 2008-2009. La European Food Banks Federation ha stimato a settembre che le sue organizzazioni membri fornivano aiuti alimentari a 12,8 milioni di persone bisognose, un aumento del 34,7% rispetto alla situazione pre-pandemia, evidenziando un forte aumento degli aiuti forniti alle persone che avevano perso il lavoro. Lo sgravio finanziario temporaneo da parte dei governi di molti stati dell'UE ha contribuito in parte a mitigare l'impatto negativo della pandemia di Covid-19 sulla disuguaglianza, che tuttavia si è ampliata.
di Lorenzo Vidino
La Repubblica, 14 gennaio 2022
L'esperienza della Francia e di altri Paesi europei ci mostra che trascurare la questione per buonismo o per evitare strumentali accuse di razzismo non è una scelta oculata. Servono interventi di lungo respiro, che coinvolgano il mondo della scuola, le comunità e il volontariato.
Gli eventi della notte di Capodanno in Piazza Duomo a Milano oltraggiano ma preoccupano in maniera particolare se debitamente contestualizzati. Colpisce il fatto che, se a Colonia nel 2016 ad aggredire inermi ragazze erano stati perlopiù immigrati appena arrivati in Germania, a Milano gli indagati sono in maggioranza ragazzi di origine nordafricana ma nati o perlomeno cresciuti nel nostro Paese, sociologicamente italianissimi.
Prova che, se in molti casi l'integrazione funziona, esistono sacche di disagio personale e/o sociale tra le seconde generazioni in cui fa presa una sottocultura che sposa, spesso in maniera confusa, identità arabo/islamica, mitizzazione della criminalità e machismo.
Dinamiche già viste da anni in Paesi europei che hanno vissuto il fenomeno migratorio ben prima di noi. Il governo francese, per esempio, mantiene una lista di circa 700 Zones urbaines sensibles, aree dove il controllo delle istituzioni è debole, il tasso di criminalità è alto, quelli di scolarizzazione e occupazione bassi.
Ma ciò che rende queste zone particolarmente preoccupanti è la presenza diffusa di modelli culturali quali la cultura gangsta-rap e il fondamentalismo islamista con valori diversi se non diametralmente opposti a quelli della République.
Una parte dei giovani residenti in queste zone adotta due identità, quella arabo-islamica e quella di residente della specifica banlieue, vedendo il resto del Paese - la polizia, la scuola, i francesi del centro città - come nemici da cacciare dal proprio territorio e umiliare. Una dinamica tribale e violenta che Macron e l'opinione pubblica francese vedono come uno dei maggiori problemi del Paese.
Per anni si è detto che queste problematiche non ci riguardavano. Se è vero che siamo lontanissimi dalle dinamiche francesi, si cominciano a osservare anche da noi episodi preoccupanti.
Sempre a Milano, in zona San Siro, lo scorso aprile 300 giovani assaltarono al grido di "fuori dalle nostre zone" la polizia mentre il rapper di origine marocchina Neima Ezza girava un suo video. Ezza è uno dei rapper italiani di seconda generazione che si ispira al rap francese - basta vedere il video di Offline, dove il testo "Macchine blindate, vetri oscurati, Osama Bin Laden, arabi e shqiptare (albanesi)" è accompagnato da immagini di una gang che, incappucciata, impugna armi automatiche, guida auto di lusso e compie una rapina per le vie di San Siro.
Solo un esempio di una sottocultura che glorifica violenza, prevaricazione, criminalità e un orgoglio per le origini di per sé non problematico se non fosse spesso espresso in maniera antagonistica. Certo, la maggior parte dei quindicenni che ascoltano questo tipo di musica o si atteggiano da boss mimando i gesti di rapper delle periferie americane si limitano a postare video su TikTok. Ma non stupisce che da questo mondo escano baby gang come quella che nel 2017 portò lo scompiglio in piazza San Carlo a Torino e causò un morto e vari feriti tra la folla accalcata a vedere la finale di Champions o i ragazzi che hanno compiuto le molestie di Capodanno. O che rappasse, col nome di McKhalif, Anas El Abboubi, ragazzo marocchino residente nel bresciano che fu tra i primi foreign fighters italiani a combattere in Siria.
Il problema è delicato e si presta a facili generalizzazioni (in primis sul rap, mentre in realtà molti rapper di seconda generazione lanciano messaggi positivi di integrazione e convivenza) e strumentalizzazioni politiche. Ma l'esperienza della Francia e altri Paesi europei ci mostra chiaramente che trascurarlo per buonismo o per evitare strumentali accuse di razzismo non è una scelta oculata. A Milano la Questura sta operando bene, monitorando il fenomeno e agendo con Daspo urbani mirati. Ma è chiaro che urgono interventi di lungo respiro, basati su integrazione e senso civico e che coinvolgano sempre più il mondo della scuola, le comunità e il volontariato. Ed è altresì chiaro che il problema non è solo di Milano ma di tanti centri urbani, anche ben più piccoli.
di Sebastiano Canetta
I Manifesto, 14 gennaio 2022
Giurisdizione universale per i crimini contro l'umanità. Anwar Raslan è accusato di aver partecipato all'omicidio di 58 detenuti e alla tortura di 4mila prigionieri. Condannato in base alla giurisdizione universale che permette alla Germania di processare i crimini contro l'Umanità anche se non commessi da tedeschi o entro i confini nazionali. Ieri il Tribunale di Coblenza ha stabilito il carcere a vita per Anwar Raslan, 58 anni, colonnello dei servizi di intelligence siriani, accusato di avere partecipato all'omicidio di 58 detenuti e alla tortura di almeno 4 mila prigionieri.
Una sentenza storica arrivata dopo 108 giorni di processo: per la prima volta una figura di spicco dell'apparato repressivo di Assad viene trascinato alla sbarra di una corte ordinaria grazie al Codice dei crimini contro il Diritto internazionale che la Repubblica federale ha sussunto nel 2002. Ralsan era il capo della famigerata Unità 251 dei servizi segreti di Damasco e responsabile della sicurezza della capitale siriana.
Tra l'aprile 2011 e il settembre 2012 si è reso complice di "gravi aggressioni sessuali, brutali percosse, presa di ostaggi e tortura mediante scosse elettriche" come hanno elencato nel dispositivo di condanna i magistrati di Coblenza. Il suo ergastolo segue il giudizio dello scorso febbraio al secondo imputato della stessa causa, Eyad Al Gharib, 44 anni, a cui sono stati comminati 4 anni e mezzo di carcere per "favoreggiamento" di crimini contro l'Umanità nei confronti di almeno 30 persone.
In tutto sono 17 i testimoni che con la loro deposizione hanno inchiodato il colonnello Raslan alla propria responsabilità penale, la maggior parte residenti in Germania con lo status di rifugiati dopo essere scappati dalla Siria. A supportarli legalmente nell'aula di Coblenza durante i tre mesi di processo sono stati anzitutto i rappresentanti del Centro europeo per i diritti costituzionali e umani di Berlino, tra cui spicca l'avvocato Wolfgang Kaleck.
È stato lui a dar voce a una delle testimoni-chiave che ieri ha festeggiato così la storica sentenza: "Sono arrivata in Germania da profuga nel 2015, come qualcuno senza alcun diritto né garanzie di sicurezza personale. Questo processo mi ridarà finalmente il controllo della vita perché rappresenta l'inizio della presa di coscienza dei crimini seriali commessi da Assad" sono le sintomatiche parole rilanciate dal canale pubblico Deutsche Welle.
In più Kaleck ieri ha spiegato bene ai media come funziona la Siria di Assad, esattamente come aveva fatto davanti ai giudici per dimostrare il ruolo del colonnello Raslan in assenza di organigrammi ufficiali, anche se per il torturatore parlavano da sé già le sue firme in calce ai documenti riservati dei servizi di Damasco.
"In Siria non c'è lo stato di Diritto e il Paese funziona secondo regole proprie. Tuttavia se qualcuno è a capo di un'unità investigativa coinvolta in gravi torture allora possiamo senza dubbio considerarlo responsabile" ha spiegato l'avvocato specializzato nei diritti umani.Attualmente sono circa una ventina gli alti funzionari del regime siriano al centro delle indagini preliminari dei giudici tedeschi che stanno raccogliendo le prove per il rinvio a giudizio. Il processo a Raslan dunque è solo l'inizio.
Corriere della Sera, 14 gennaio 2022
La decisione è stata presa dal governatore della California. Sirhan Sirhan assassinò il candidato presidente nel 1968 durante la campagna elettorale. Sirhan Sirhan, l'assassino di Robert Kennedy, resta in carcere. Il governatore della California, Gavin Newsom, ha negato la concessione della libertà vigilata. Lo riporta la Cnn.
La decisione è arrivata nonostante le raccomandazioni del California Parole Board e nonostante i due figli di Kennedy, Robert e Douglas, avessero espresso parere favorevole. Il resto della famiglia Kennedy resta contraria. Sirhan, 77 anni, giordano di origine palestinese, è recluso da 53 anni. Bob Kennedy, fratello di Jfk, fu ucciso nel marzo del '68 nella cucina dell'Hotel Ambassador di Los Angeles dopo un evento di campagna elettorale.
Sirhan fu inizialmente condannato alla pena di morte, ma questa fu tramutata in ergastolo nel 1972, dopo che la Corte Suprema della California dichiarò incostituzionale la pena capitale. Il governatore Newsom non ha mai nascosto di essere un grande ammiratore della figura di Bob Kennedy, definendolo il suo "eroe politico". "Dopo decenni di reclusione - ha scritto motivando la sua decisione - il detenuto ha fallito nell'affrontare le mancanze che lo hanno portato ad assassinare il senatore Kennedy. Al signor Sirhan manca quel discernimento che potrebbe evitargli di compiere lo stesso tipo di azioni pericolose del passato".
di Emanuele Giordana
Il Manifesto, 14 gennaio 2022
Assassinio sulla Durand Line. Ci si domanda a chi possa servire la sua morte in un momento tanto delicato. C'è un giallo nato qualche giorno nella provincia afgana di Nangarhar lungo la Durand Line, la frontiera maledetta tra Pakistan e Afghanistan. Riguarda l'uccisione di uomo che rischia di complicare la già fragilissima trattativa tra i cosiddetti "talebani pachistani" e il governo di Islamabad, in stallo ormai dalla fine della tregua il 9 dicembre scorso.
Un giallo e uno stallo cui stanno cercando di rimediare proprio i Talebani con la t maiuscola, i fratelli pashtun che ormai comandano a Kabul (è di lingua pashto la comunità di riferimento dei talebani sia in Afghanistan sia in Pakistan, dove sono chiamati pathan).
Il giallo comincia il 10 gennaio quando inizia a circolare la notizia dell'assassinio di Khalid Balti, meglio conosciuto come Mohammad Khorasani e già portavoce del Tehreek-e-Taleban Pakistan (Ttp), cartello di gruppi jihadisti pashtun a geometria variabile.
Khalid Balti, che sarebbe stato ucciso da uno sconosciuto almeno il giorno prima, non è un personaggio qualunque: tanto per cominciare, come dice il nome, viene da un'area non pashtun e dove la maggioranza non è omogenea, con un mix di culture religiose tra le più diverse in Pakistan, tra cui sciiti e ismaeliti. Ma l'uomo del Gilgit Baltistan viene probabilmente accettato perché è un mufti, ossia un giurista cui compete anche emanare fatwa, pareri non vincolanti ma di rilievo in materia di sharia. Tra l'altro, benché la regione non sia turbolenta, confina pur sempre con l'Azad Kashmir, zona di guerra e base di attività guerrigliere.
Khalid Balti diviene portavoce del Ttp in sostituzione di Shahidullah Shahid (nel 2014 espulso per le sue simpatie con lo Stato islamico e poi ucciso), ruolo in seguito attribuito ad altri. Il 2014 è anche l'anno dell'operazione Zarb e Azb, che l'esercito di Islamabad scatena in giugno nel Waziristan, e Balti se ne deve andare. Passa in Afghanistan da dove svolge un ruolo di coordinamento delle azioni in Pakistan ma presumibilmente anche un lavoro importante di relazioni con i Talebani afgani.
Sulla sua morte hanno aperto un'inchiesta sia il governo sia il Ttp (che ieri l'ha confermata e aveva già chiarito che il portavoce attuale, pur sempre con nome de guerre Khorasani, è vivo e vegeto). Non sapendo chi lo ha ucciso ci si domanda a chi possa servire la sua morte in un momento tanto delicato: la trattativa tra Ttp e Islamabad, favorita da Kabul.
Non è la prima volta che il Ttp parla col governo ma la trattativa del febbraio 2014 si arena presto. L'operazione Zarb e Azb fa il resto (a luglio ha già creato un milione di sfollati). A sorpresa, nell'ottobre scorso i colloqui riprendono e arrivano a una tregua che scatta l'8 novembre per scadere dopo un mese ma senza essere rinnovata. Le accuse reciproche si sprecano e le armi tornano a cantare. Ma gli artefici del negoziato, i Talebani afgani, non restano con le mani in mano. Per Kabul una tregua tra Ttp e Islamabad significa guadagnare punti e restituire favori.
Ma anche controllare un movimento pachistano ancora più eterogeneo di quello afgano, con schegge impazzite alcune delle quali passate allo Stato islamico mentre altre si sono associate al progetto di Al Bagdadi per poi far ritorno nel Ttp. Non è un dietro le quinte: l"inviato di Kabul per il Pakistan, sardar Ahmed Khan Shakib, ha appena dichiarato che i Talebani stanno facendo il possibile per riattivare il tavolo negoziale in uno stallo pericoloso. Della vicenda si occupano commissioni paritetiche dei due governi che, oltre al dialogo col Ttp, hanno sul tavolo anche l'annoso contenzioso sulla frontiera. E sul loro territorio, i Talebani sono stati chiari, non permetteranno santuari esterni che possano mettere in difficoltà Kabul.
di Ascanio Celestini
Il Manifesto, 13 gennaio 2022
Santa Maria Capua Vetere. Le accuse sono di tortura, lesioni, abuso di autorità, falso in atto pubblico e cooperazione nell'omicidio colposo del detenuto algerino Lakimi Hamine. L'udienza preliminare a tappe è cominciata a dicembre, proseguita l'altro ieri e rimandata al 25 gennaio. Ma la domanda che mi faccio non è se avremo giustizia. Mi chiedo se i macellai che vanno ad abbattere i vitelli sono mele marce o un esercito che combatte in prima linea.
Vorrei parlare delle immagini televisive di Draghi e Cartabia che arrivano nel carcere di Santa Maria Capua Vetere a riportare ordine e democrazia nell'ennesima macelleria messicana.
La repressione violenta dei secondini risale all'aprile del 2020, ma le immagini riprese dalle telecamere interne cominciano a circolare molti mesi dopo. Lo scandalo finisce in tv, sui giornali, fluisce nei social. Così mi viene in mente un articolo scritto da Pier Paolo Pasolini sessant'anni fa dopo la strage di Reggio Emilia.









