di Giacomo Galeazzi
La Stampa, 16 gennaio 2022
C'è la guerra dimenticata nel cuore dell'Africa all'origine di una decennale migrazione. Unhcr: "I movimenti forzati di popolazione sono aumentati di dieci volte in otto anni". Per organizzare una risposta efficace nel 2022 in Burkina Faso, Niger e Mali, l'Unhcr ha bisogno di 307 milioni di dollari. Sos per gli ultimi degli ultimi. In fuga da guerre dimenticate in nazioni circondate da paesi in condizioni altrettanto disperate. L'agenzia Onu per i Rifugiati chiede un'azione internazionale concertata per porre fine al conflitto armato nella regione del Sahel centrale, in Africa, che ha costretto più di 2,5 milioni di persone a fuggire dalle loro case negli ultimi dieci anni. I movimenti forzati di popolazione all'interno della regione sono aumentati di dieci volte dal 2013, da 217.000 alla cifra impressionante di 2,1 milioni alla fine del 2021. I rifugiati nei paesi del Sahel centrale, Burkina Faso, Mali e Niger, sono ora 410.000; la maggior parte è fuggita dalle violenze in Mali, dove il conflitto è iniziato nel gennaio 2012. Un'ondata di attacchi violenti in tutta la regione nel 2021 ha costretto alla fuga quasi 500.000 persone. E in questo computo non è ancora incluso il mese di dicembre.
Esodo - Secondo le stime dei partner di Unhcr, l'anno scorso i gruppi armati hanno compiuto più di 800 attacchi mortali. Tale violenza ha sradicato circa 450.000 persone all'interno dei loro paesi e ne ha costrette altre 36.000 a fuggire in un paese vicino. Nel solo Burkina Faso, il numero totale di sfollati è salito a più di 1,5 milioni entro la fine del 2021. Sei sfollati su dieci nella regione del Sahel sono, ad oggi, burkinabé. In Niger, il numero di sfollati nelle regioni di Tillabéri e Tahoua è aumentato del 53% negli ultimi 12 mesi.
Nel vicino Mali, più di 400.000 persone sono sfollate all'interno del paese - un aumento del 30% rispetto all'anno precedente. Nel frattempo, la situazione umanitaria in Burkina Faso, Mali e Niger si sta rapidamente deteriorando a causa di crisi che agiscono su più fronti. L'insicurezza è il fattore principale, peggiorato dalla povertà estrema, dalla pandemia di Covid-19 e dall'acuirsi degli effetti della crisi climatica, con le temperature nella regione che aumentano 1,5 volte più velocemente della media globale. Le donne e i bambini sono spesso i più colpiti e sproporzionatamente esposti all'estrema vulnerabilità e alla minaccia della violenza di genere.
In fuga dalla guerra - Nonostante le loro scarse risorse, le comunità ospitanti hanno continuato a mostrare resilienza e solidarietà nell'accogliere le famiglie costrette alla fuga. Le autorità governative hanno dimostrato un impegno incrollabile nell'assisterle, ma stanno cedendo sotto una pressione crescente. Per l'Unhcr e i partner umanitari è sempre più difficile raggiungere le persone bisognose e fornire loro assistenza e protezione salvavita. Gli operatori umanitari continuano a subire attacchi lungo le strade, imboscate e furti d'auto. L'Unhcr invita la comunità internazionale a intraprendere un'azione coraggiosa e a non risparmiare sforzi nel sostenere i paesi del Sahel centrale al fine di portare urgentemente pace, stabilità e sviluppo nella regione. In risposta alla crisi in corso, l'Unhcr sta coordinando gli sforzi congiunti delle agenzie delle Nazioni Unite e delle ong per fornire alloggi di emergenza, gestire i siti di accoglienza per le persone in fuga e fornire servizi di protezione vitali, compresa la lotta alla violenza di genere e il miglioramento dell'accesso alla documentazione civile.
Risposta umanitaria - L'Unhcr continua a lavorare con le autorità e gli altri partner per assicurare la risposta umanitaria più efficace al fine di soddisfare i bisogni dei rifugiati, degli sfollati interni e delle comunità ospitanti del Sahel, nonostante le molteplici sfide. Le risorse disponibili sono estremamente limitate, e l'Unhcr sta sollecitando un maggiore sostegno per contribuire a salvare vite e affrontare le vulnerabilità. Nel 2021, più di un terzo del fabbisogno finanziario dell'Unhcr per il Sahel centrale non è stato soddisfatto. Per organizzare una risposta efficace nel 2022 in Burkina Faso, Niger e Mali, l'Unhcr ha bisogno di 307 milioni di dollari.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 15 gennaio 2022
Giovanni Maria Pavarin, presidente del Tribunale di Sorveglianza di Trieste, è il nuovo coordinatore del Conams (Coordinamento nazionale dei Magistrati di sorveglianza). In questa sua prima intervista, parliamo del dibattito sul testo di legge sull'ergastolo ostativo e della relazione della Commissione Ruotolo per l'innovazione del sistema penitenziario.
L'allegazione a carico del detenuto che deve escludere con 'certezza' l'attualità dei collegamenti con l'organizzazione criminale nonché il ripristino degli stessi non le sembra che imponga al recluso una condizione forse impossibile da espletare?
di Davide Varì
Il Dubbio, 15 gennaio 2022
Lo scrittore sul caso di Antonio Raddi, e sulla sua morte avvenuta nell'indifferenza generale: "Nemmeno so più in che termini parlarne, di carceri. Trovo un muro di gomma inconcepibile".
"Non più edilizia carceraria, ma meno detenuti. Non l'introduzione di nuovi reati o l'inasprimento delle pene per quelli già esistenti, ma educazione alla responsabilità.
Oggi, più che in ogni altro momento della storia, chi fa informazione ha una responsabilità enorme, quella di ragionare insieme a chi legge; quella di non cedere alla scorciatoia del generare panico, dell'accrescere la preoccupazione per rendere il proprio ruolo "fondamentale"". Comincia così il duro atto d'accusa che Roberto Saviano lancia dalle pagine di Sette sul mondo del carcere.
di Davide Varì
Il Dubbio, 15 gennaio 2022
Il muro di gomma di cui ha parlato Roberto Saviano e che da anni proviamo ad abbattere: l'indifferenza verso il carcere, come se fosse una discarica sociale abitata da un'umanità irredimibile. È un appello, un'invocazione che ha il gusto amarissimo della resa: "Non so più neanche io come parlare di carcere, trovo un muro di gomma anche tra gli osservatori più attenti", ha scritto Roberto Saviano sulle pagine del Corriere della Sera.
Poi ha elencato la macelleria dei diritti che si consuma ogni giorno sulle pagine dei quotidiani: "Si sbatte il mostro in prima pagina senza dar conto delle archiviazioni e delle assoluzioni. Si parla di prescrizione come se fosse un regalo all'imputato e non il diritto negato a essere giudicati in tempi umani".
di Mario Chiavario
Avvenire, 15 gennaio 2022
È giusto o no che il pubblico ministero possa proporre appello contro una sentenza che ha assolto l'imputato? La questione è tornata drammaticamente in evidenza a seguito del suicidio di un noto uomo politico piemontese, condannato appunto in appello per indebito impiego di fondi pubblici dopo che otto anni fa era stato assolto in primo grado.
Quando una persona muore in tal modo e in tale contesto, è più che comprensibile l'esplodere, specialmente in chi fosse legato da più o meno profonda vicinanza allo scomparso, di sentimenti personali imperscrutabili: di smarrimento, di commozione, di sconforto.
di Pietro Mecarozzi
linkiesta.it, 15 gennaio 2022
Celle sovraffollate, violenze, gestione confusa dei figli. Gli istituti penitenziari non riescono a fornire competenze e servizi specifici alle detenute a causa di un regime carcerario pensato solo per gli uomini. Il risultato è un disastro su tutti i fronti.
Scarsa considerazione, un sistema di riferimento maschio-centrico e condizioni precarie delle strutture. È questa la situazione delle carceri femminili in Italia. Le donne rappresentano solo il 4,2% dei detenuti in totale (2402 su 58.163), secondo i dati forniti dall'Associazione Antigone, che si occupa di tutela dei diritti nel sistema penale. I numeri sono stabili dagli anni 90, con piccoli oscillamenti che vanno da un massimo del 5,43% nel 1992 a un minimo del 3,83% nel 1998.
di Giovanni M. Jacobazzi
Il Dubbio, 15 gennaio 2022
Nella norma non ci sono profili di incostituzionalità legati all'inefficacia per gli illeciti commessi prima del 2020, dice la Suprema corte. "Utile a bilanciare la legge Bonafede". Da quando la prescrizione è stata sostituita dall'improcedibilità, nemmeno il favor rei si può invocare nel processo d'appello. Il motivo? La causa di improcedibilità configura un istituto di natura processuale anziché sostanziale, qual è invece la prescrizione. E non solo: il nuovo meccanismo estingue l'azione penale e non il reato.
Lo ha chiarito la quinta sezione penale della Corte di Cassazione, relatore Rosa Pezzullo, con la sentenza numero 334, rigettando una questione di legittimità costituzionale che le era stato chiesto di sollevare a novembre scorso. L'improcedibilità, dunque, pur interrompendo il processo di appello se non dovesse concludersi nei tempi fissati dal legislatore, appare sempre più come un palliativo al blocco della prescrizione di bonafediana memoria, non offrendo all'imputato le stesse garanzie costituzionali. Assieme alla delega al governo per l'efficienza del processo penale, nella legge 134/2021 compariva infatti anche l'articolo 2 che introduceva novità per la celere definizione dei procedimenti giudiziari, con modifiche ai codici penale e di procedura penale.
Tra queste modifiche anche l'introduzione del nuovo articolo 344 bis che riguardava la causa di "improcedibilità" del processo in appello. Nata sotto la spinta delle esigenze di affrontare le gravi carenze strutturali in tema di celerità dei processi, è finita di recente nel mirino della Corte di Cassazione che ha dovuto affrontare il tema della sua natura non sostanziale, chiarendo l'efficacia del principio del "tempus regit actum".
La vicenda, in particolare, riguardava una condanna per reati di bancarotta che a giugno 2020 veniva, dalla Corte di Appello de L'Aquila, parzialmente riformata per intervenuta prescrizione di un solo capo d'imputazione. L'imputato impugnava la decisione ma, nelle more della pendenza del ricorso, interveniva la legge 134/2021 che introduceva il nuovo istituto della improcedibilità. È in quella occasione che la difesa sollevava la questione di legittimità costituzionale per contrasto con gli articoli 3 e 117 della Costituzione, in quanto la legge ne limitava l'applicazione ai soli reati commessi dal primo gennaio 2020, con ciò violando il principio del favor rei, previsto dall'articolo 2 del codice penale. Ma tale principio appunto non può, per la Cassazione, riguardare la causa di improcedibilità, in quanto essa non è norma di natura sostanziale ma processuale.
Prima ancora di entrare in questo tema, la sentenza della Corte chiarisce subito la coerenza dell'istituto con la Costituzione. L'improcedibilità, con la sua dichiarata finalità della celere definizione dei processi di impugnazione, troverebbe riferimento nell'articolo 111 della Costituzione, che regola la ragionevole durata dei processi. Non solo: la previsione di un tempo di massima durata del processo di appello, contenuta nella norma della improcedibilità, diventerebbe la garanzia del bilanciamento rispetto all'articolo 161 bis del codice penale, introdotto dal precedente governo del Guardasigilli Alfonso Bonafede con la legge "spazzacorrotti" e che stabilisce che "il corso della prescrizione cessa definitivamente con la pronuncia della sentenza di primo grado".
Ma come detto vi è di più. Secondo gli ermellini, la natura processuale è evidente sia per la collocazione della norma che regola l'improcedibilità nel codice di procedura penale, sia per il fatto che il meccanismo estintivo, basato sul superamento temporale predefinito dal legislatore, incide non sull'esistenza del reato - come avviene con la prescrizione che lo estingue - ma solo sulla possibilità di proseguirne l'azione penale.
Va detto, in conclusione, che la Cassazione non considera neppure irragionevole la scelta di limitare l'applicazione della causa estintiva ai soli reati commessi da gennaio del 2020, anzi, ritiene tale indirizzo di carattere compensativo perché per i reati commessi prima di quella data non opererebbe il blocco della prescrizione dopo la sentenza di primo grado.
Italia Oggi, 15 gennaio 2022
Alla vigilia dell'inaugurazione dell'anno giudiziario, che si svolgerà il 21 gennaio, respinti i vertici scelti dal Csm nel 2020. Bocciate le nomine del primo presidente della Corte di Cassazione Pietro Curzio e della presidente aggiunta Margherita Cassano, la prima toga rosa a rivestire un incarico di così alto prestigio.
Terremoto al "Palazzaccio". Il Consiglio di Stato ha annullato le nomine del primo presidente della Corte di Cassazione Pietro Curzio e della presidente aggiunta Margherita Cassano, la prima toga rosa a rivestire un incarico di così alto prestigio. Con due sentenze depositate oggi Palazzo Spada ha dichiarato illegittime le nomine che il Csm aveva deliberato nel luglio 2020 accogliendo il ricorso di Angelo Spirito e ribaltando le sentenze del Tar che lo aveva respinto.
I giudici amministrativi hanno riformato le precedenti sentenze del Tar che avevano respinto i ricorsi di Angelo Spirito, presidente della terza Sezione civile della Suprema Corte e concorrente sconfitto per entrambi gli incarichi direttivi. Entrambe le nomine - si legge nei provvedimenti - risultano "manifestamente irragionevoli e difettosamente motivate" in relazione agli indicatori di cui al Testo unico sulla dirigenza giudiziaria. La palla ora torna al Csm, che dovrà riaprire la procedura di nomina: l'organo potrà ripetere le stesse scelte, ma per farlo sarà necessaria una diversa motivazione. Entrambi i magistrati sono iscritti a una corrente: Curzio è membro di Magistratura democratica (la sigla di sinistra), Cassano di Magistratura indipendente (il gruppo conservatore).
A questo punto si apre l'incognita dell'inaugurazione dell'anno giudiziario in Cassazione. Venerdì 21 gennaio, infatti, è prevista la cerimonia solenne. Ad aprirla dovrebbe essere il discorso sullo stato della giustizia italiana del primo presidente. A questo punto cosa accadrà? Con la sentenza del Consiglio di Stato, infatti, il primo presidente della Corte di Cassazione, Pietro Curzio, ora è formalmente decaduto dalla carica. Il deputato di Azione Enrico Costa, già sottosegretario alla Giustizia, parla di "figuraccia a pochi giorni dall'inaugurazione dell'anno giudiziario. Cosa deve ancora capitare perché il Parlamento sia messo in condizione di votare la riforma del Csm?
Gli emendamenti del Governo congelati a Palazzo Chigi non sono un buon biglietto da visita per un premier decisionista come Draghi". "Conoscendo il modo di operare del Csm, faranno di tutto perché a seguito della decisione del Consiglio di Stato non succeda niente", dice all'Ansa il professor Franco Gaetano Scoca, il legale amministrativista che ha assistito il ricorso di Spirito. Rifare le stesse scelte, spiega, non è una strada facile, dal momento che il Consiglio di Stato ha ribaltato tutta l'impostazione delle due delibere. La verità - accusa - è che il Csm fa quello che vuole e procede a fare le nomine non in base ai criteri fissati nelle circolari dallo stesso Consiglio superiore della magistratura, ma in relazione alle richieste che gli provengono dalle correnti". Di "clamorose decisioni" parlano i componenti di Forza Italia in Commissione Giustizia alla Camera, rilanciando "il sorteggio temperato per la elezione della componente togata del Csm come unica soluzione per limitare il peso delle correnti".
"Dopo la vicenda giudiziaria della nomina del Procuratore di Roma, ora una nuova pronuncia del Consiglio di Stato azzera il vertice della Suprema Corte di Cassazione. L'ennesimo terremoto giudiziario che rende evidente la necessità di una riforma urgente del meccanismo di nomina dei magistrati e dello stesso Consiglio Superiore della Magistratura". Così Antonino Galletti, Presidente dell'Ordine degli Avvocati di Roma, commenta la pronuncia del CdS sulla nomina del Primo Presidente e del Presidente Aggiunto della Suprema Corte.
"A una settimana dall'Inaugurazione dell'Anno giudiziario - spiega Galletti - ci troviamo dinanzi a una decisione che certo non intacca il prestigio di figure istituzionali stimatissime quali il Presidente Curzio e il Presidente Cassano, ma sicuramente mette in discussione i meccanismi che in seno al CSM hanno portato alla loro nomina, viziati secondo il Consiglio di Stato da logiche meritevoli di censura". "Al Ministro Cartabia chiediamo di procedere rapidamente nella riforma del CSM - conclude Galletti - per evitare che altre sentenze come queste o, come accaduto in passato, altre nomine reiterate dal Consiglio Superiore, nonostante la bocciatura giurisdizionale, generino smarrimento nei cittadini e negli operatori tutti della Giustizia".
di Andrea Reale
Il Riformista, 15 gennaio 2022
Indipendenza, imparzialità, legalità, sono i connotati essenziali della giurisdizione. La nostra Costituzione ha posto questi principi quali stelle polari per tutti coloro che la esercitano, ossia i Magistrati. Essi formano un Ordine che deve essere "autonomo e indipendente da ogni altro potere" (art. 104, co. 1°, Cost.), strumentale alla garanzia dei diritti e delle libertà dei cittadini. L'amministrazione di tale ordine è affidata al Consiglio Superiore della Magistratura al quale "spettano, secondo le norme dell'ordinamento giudiziario, le assunzioni, le assegnazioni ed i trasferimenti, le promozioni e i provvedimenti disciplinari nei riguardi dei magistrati" (art. 105 Cost.).
Il CSM, quindi, è un organo istituito per sottrarre l'amministrazione dei magistrati al Governo - e, segnatamente, al Ministro della Giustizia, al quale, diversamente, essa avrebbe dovuto essere ricondotta - e, in tal modo, per garantire l'effettività dei principi di indipendenza, imparzialità e neutralità politica della giurisdizione. Un organo, dunque, non politico ma tecnico-amministrativo, chiamato a dare attuazione alle "norme dell'ordinamento giudiziario" e composto da tecnici del diritto: magistrati; professori ordinari di università in materie giuridiche; avvocati dopo quindici anni di esercizio (art. 104 Cost.). Perché il sorteggio sarebbe il modo migliore per designare i componenti togati di questo Organo di rilievo costituzionale? Perché esso è il metodo assolutamente più oggettivo e democratico che esista per comporre gli organi amministrativi e giurisdizionali, specialmente applicato a una categoria omogenea di persone, qualificata e selezionata per concorso.
Tanto vero che è un sistema usato, ad esempio, per la designazione di membri di numerose commissioni giudicatrici di concorsi (come quelli per professori universitari) o di gare pubbliche, ma anche per la scelta dei componenti di organi giudiziari (ad esempio la Corte di Assise ed il Tribunale per i ministri; persino la Corte Costituzionale, in taluni casi, vede la sua composizione allargata con giudici estratti a sorte). Lo stesso abbinamento tra giudici e affari - in applicazione del fondamentale principio costituzionale del giudice naturale precostituito per legge - è automatico. Al contrario della vulgata secondo la quale il sorteggio sarebbe un insulto alla capacità di scegliere i propri rappresentanti, giova osservare che la Costituzione parla di elezione "tra" gli appartenenti alle varie categorie.
Ciò significa che il CSM non è stato costituito per essere un consesso di rappresentanti "politici" di diversi gruppi/partiti, ma un organo collegiale neutro e imparziale nel quale fossero rappresentate le diverse professionalità dei magistrati (inquirenti, giudicanti, di legittimità).
Non un organo politico, ma un'amministrazione a tutela delle prerogative dei magistrati, soprattutto della fondamentale indipendenza interna, oltre che il loro organo disciplinare. Presupposto del sorteggio è la capacità e il giudizio prognostico positivo su tutti i magistrati, in quanto capaci di svolgere i compiti di alta amministrazione del Consiglio Superiore, considerate le loro competenza e professionalità e la loro differenziazione, nell'esercizio della giurisdizione, solo per le funzioni svolte (art. 107, comma 3, Cost.). Il metodo che verrebbe utilizzato servirebbe piuttosto a spezzare il legame partitico che lega la componente correntizia al gruppo di appartenenza e che fomenta carriere parallele e lottizzazioni. Altrettanto infondata - e smentita dai fatti prima che dalla logica - è l'affermazione che il metodo aleatorio sia incostituzionale. Limiti al diritto di elettorato passivo sono sempre esistiti.
In questo momento storico introdurre il sorteggio come sistema di selezione dei candidati (seguita dal voto), con lo scopo di debellare un male che ha disonorato la credibilità del CSM, non può che essere accolto come un rimedio, quasi necessario, l'unico capace di creare discontinuità con il passato. Ciò non si contrapporrebbe in alcun modo al dettato dell'art. 104 Cost. e lascerebbe integro il diritto di voto agli elettori attivi. Si deve evidenziare che la platea delle persone sorteggiabili sarebbe certamente più ampia di quella ristretta scelta - direi oligarchica - operata dalle segreterie delle correnti secondo rigidi criteri di appartenenza e di fedeltà agli interessi particolari di un gruppo. Basti pensare che nell'ultima tornata elettorale i gruppi avevano candidato quattro magistrati per quattro posti inquirenti (uno in quota a ciascuna corrente), così dando luogo ad una elezione-farsa.
Molto più incostituzionale, dunque, l'attuale assetto del CSM, che da organo imparziale e tecnico è stato trasformato nella brutta e falsa copia di un mini parlamento, al cui interno albergano le divisioni per gruppi, le faziosità, le lotte fratricide, l'accaparramento di voti per interessi di parte, il mercato delle nomine e dei favori. Tutto l'opposto di ciò che dovrebbe garantire un'amministrazione terza e fondata sulla trasparenza. La tranciante designazione per alea dei candidati, invece, impedirebbe le dinastiche designazioni dei pretesi "migliori" e più "meritevoli" - è sotto gli occhi di tutti in che termini - tra i magistrati e contrasterebbe adeguatamente il pericolo del condizionamento dei percorsi professionali al consenso altrui. Altra obiezione spesso rivolta al sorteggio è che esso impedirebbe di selezionare per merito e in base alle diverse culture che animano l'associazionismo giudiziario o, comunque, la magistratura nel suo complesso. Niente di più falso.
Le funzioni del CSM sono di natura tecnica, di alta amministrazione, devono essere connotate da imparzialità e governate dal principio di uguaglianza e di buon andamento (artt. 3 e 97 Cost.). Esse non richiedono un merito particolare degli amministratori per essere esercitate, se non lo studio accurato della normativa nelle materie sulle quali l'organo di governo autonomo è chiamato ad esercitare le sue funzioni, compito che ogni magistrato abilitato a comminare ergastoli o condanne a pagamenti ultramilionari sulla base di normative assai complesse è in grado certamente di adempiere. Ciò che più conta per esercitare detti compiti, dunque, non è il valore del magistrato (il suo "merito"), ma la sua onestà, la sua imparzialità, la sua professionalità, la sua capacità di riconoscere le competenze altrui.
A queste doti dovrebbe essere naturalmente "vocato" ciascun magistrato, ancor più nelle sue ordinarie funzioni. In conclusione il sorteggio appare l'unico modo per liberare il CSM dalla morsa correntizia, ma anche per obliterare definitivamente l'innaturale connotazione politica/partitica del CSM e per ripristinare l'originario carattere amministrativo ad alta professionalità dell'organo di governo autonomo dei magistrati, come voluto e prefigurato dall'Assemblea Costituente.
di Alberto Cisterna
Il Riformista, 15 gennaio 2022
Una società di eguali. Il mito per cui "uno vale uno" e ciascuno è meritevole di accedere al governo degli altri perché chi regge le sorti è uno di loro e resta uno tra loro. Se la magistratura italiana fosse la Città del sole di Tommaso Campanella in cui "Le leggi son pochissime, tutte scritte in una tavola di rame alla porta del tempio, cioè nelle colonne, nelle quali ci sono scritte tutte le quiddità delle cose in breve", allora il sorteggio non solo sarebbe opportuno, ma dovrebbe apparire finanche necessario.
L'unica forma tollerabile di selezione dei reggitori dell'autogoverno, chiamati a un compito persino banale per chi è destinato dalla legge a giudicare la sorte degli uomini, a decidere delle loro vite, dei loro patrimoni, delle loro famiglie, delle loro libertà. La domanda è lecita: se ogni magistrato può svolgere un compito così elevato e complesso che traguarda tutta la società, com'è possibile che ciascuno di essi - tutti, uno per uno - non possano decidere dei propri pari e si debba ricorrere al più imperfetto dei sistemi, quello dell'elezione. Il sistema elettivo così impudicamente ingiusto, così condizionato da cordate, clientele, simpatie, antagonismi, così macchiato di soggettività, di ambizioni, di rancori. Il modo più facile per dare spazio a sentimenti e convinzioni che, talvolta, poco hanno a che fare con la dedizione, la dirittura, l'imparzialità.
Si sostiene, in perfetta buona fede, che il sorteggio sarebbe l'unico modo con cui si possa davvero portare alla sbarra "il Sistema" descritto in quei due torbidi anni; in questa eclisse etica in cui clan, gruppuscoli, addirittura logge hanno dato la sensazione di aver contaminato la magistratura italiana. Certo il caso, il bussolotto spiazzerebbe le correnti delle toghe, romperebbe gli schemi, frantumerebbe le ambizioni. Ma alla sua radice ha una concezione della magistratura italiana, elitaria, immacolata, superiore. In filigrana il sorteggio è la riaffermazione di una supremazia etica (e anche giuridica) che si rivolge ai componenti di una corporazione di catari, di puri, ai cittadini di una polis ideale non contaminata dal mondo e dalle sue miserie.
Una città che, però, non esiste. Un mondo tutt'altro che perfetto e che tutti i giorni disvela la propria caducità, talvolta finanche la propria miseria e che il sorteggio, di un colpo, gratificherebbe di una purificazione politica e morale che, probabilmente, non merita. I gruppi associativi che compongono la magistratura italiana - se sono loro i veri responsabili dell'abisso descritto dal Presidente Mattarella a lettere di fuoco nel discorso alla Scuola delle toghe di Scandicci - hanno il dovere di competere per il consenso, di scegliere candidati appropriati e di guerreggiare anche aspramente per la composizione del prossimo Consiglio superiore della magistratura.
È vero occorre una nuova legge elettorale che, ormai, vedrà la luce quasi a ridosso della convocazione dei comizi per la scelta dei nuovi consiglieri di Palazzo dei Marescialli. Ma il sorteggio è un'illusione, l'estremo tentativo di un maquillage estetico per nascondere le ferite del corpo dolente e piagato della magistratura italiana. L'agone delle elezioni resta il migliore dei mondi possibili, quando gli eguali non sono più tali.
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