di Giulia Merlo
Il Domani, 18 gennaio 2022
Dal ministero al Consiglio superiore della magistratura fino al Consiglio di stato, i tanti conflitti aperti in un sistema che traballa non impediscono di cercare da quelle parti nomi per il Colle- Il settore che produce più riserve della Repubblica oggi considerate "quirinabili" è quello della giustizia. Dal giudice costituzionale Giuliano Amato all'ex ministra della Giustzia, Paola Severino, alla ministra in carica Marta Cartabia e al presidente del Consiglio di stato, Franco Frattini, passando per l'ex magistrato e presidente della Camera Luciano Violante e l'ex consigliera del Csm e presidente del Senato Elisabetta Casellati.
Un controsenso, se si considera che a parole tutti i partiti definiscono il Quirinale come il luogo dell'imparzialità. Proprio la giustizia è l'ambito della cosa pubblica oggi unanimemente considerato più in crisi: di legittimità davanti ai cittadini dopo gli scandali che hanno investito il Consiglio superiore della magistratura, ma anche di trasparenza nella gestione delle nomine e di incapacità di riformare il sistema. L'ultimo scandalo riguarda la nomina del primo presidente della Corte di cassazione, Pietro Curzio e della presidente aggiunta, Margherita Cassano, entrambe annullate dal Consiglio di stato per carenza e contraddittorietà della motivazione, aprendo un conflitto tra organi di rilevanza costituzionale. Eppure, l'essere stati o l'essere al vertice delle istituzioni giudiziarie continua a essere un elemento di merito da spendere.
Cartabia - Nella lista dei possibili candidati alla successione di Sergio Mattarella, la prima è certamente l'attuale ministra della Giustizia, Marta Cartabia. Candidata ufficiale di Azione di Carlo Calenda ma senza che lei abbia mai nemmeno fatto accenno di consenso, Cartabia è considerata una figura super partes visto il passato da prima presidente donna alla Corte costituzionale. Da guardasigilli, tuttavia, non è riuscita nell'impresa pur ardua di riformare proprio la magistratura. La riforma dell'ordinamento giudiziario è ferma da quasi un mese e gli emendamenti del ministero sono pronti ma non vengono depositati, nonostante la promessa di renderli pubblici prima di Natale. La prudenza di Cartabia, che pure ha il merito di aver approvato le riforme del civile e del penale, è stata letta come un modo per non creare ulteriori tensioni nella compagine della maggioranza, divisa sugli orientamenti della riforma. Ma anche come un escamotage per non creare divisioni sul suo nome, nell'ipotesi in cui possa finire nell'urna dell'assemblea in seduta comune. In ogni caso, ogni giorno di ritardo è responsabilità quantomeno per omissione, visti i mali che affliggono il settore.
Frattini - Sul versante di centrodestra, il nome di Franco Frattini sta tornando sulla bocca dei molti che non considerano davvero praticabile l'elezione di Silvio Berlusconi. Frattini è appena stato nominato presidente del Consiglio di stato al posto del neogiudice della Corte costituzionale, Filippo Patroni Griffi. Una nomina, questa, che viene assegnata per anzianità e dunque era scontata nel meccanismo interno. Per questo nessuno la considera ostativa per l'ambizione al Quirinale. Anzi, la nomina al vertice di un organo di rilevanza costituzionale può anche essere considerata una ulteriore tacca di merito. Eppure proprio il Consiglio di stato è oggi al centro di un durissimo scontro istituzionale con il Csm, di cui ha annullato ben tre nomine nell'ultimo anno e mezzo, decapitando prima la procura di Roma e poi la Cassazione. Il conflitto sta alimentando la crisi di credibilità all'interno della magistratura, ma pone anche il massimo giudice amministrativo davanti all'interrogativo di un suo eccesso di potere decisionale ben oltre la sua sfera di legittimità.
In questo contesto, Frattini è un presidente che rappresenta il rapporto complicato tra magistratura (anche amministrativa) e politica: entrato per concorso come consigliere di Stato a 28 anni, ne ha tuttavia passati circa venti fuori ruolo per mandato politico come parlamentare di Forza Italia, poi come ministro e poi come commissario europeo alla Giustizia. Però, secondo le regole del CdS, l'anzianità si calcola dall'anno di ingresso a palazzo Spada e non si interrompe con la collocazione fuori ruolo.
Casellati - Altro nome papabile rimane quello della presidente del Senato in quota Forza Italia, Elisabetta Casellati, che è stata anche sottosegretaria alla Giustizia del governo Berlusconi e membro laico del Csm. Proprio questo incarico, che ha ricoperto dal 2014 al 2018 nel pieno periodo del cosiddetto "sistema Palamara" di gestione delle nomine, ha fatto finire il suo nome nell'inchiesta a carico dell'ex magistrato Luca Palamara.
Anche lei, infatti, è finita nelle chat poi rese pubbliche in cui si discuteva di nomine ai vertici degli uffici giudiziari ed è nell'elenco testi presentato da Palamara in vista del processo per corruzione a Perugia. Intanto, c'è grande attesa per l'inaugurazione dell'anno giudiziario in Cassazione, il prossimo 21 gennaio. Sarà tra gli ultimi eventi pubblici a cui il presidente della Repubblica Sergio Mattarella parteciperà ed è segnato dalla probabile assenza proprio di Curzio. L'ennesimo segno tangibile della crisi della giustizia, a tre giorni dall'apertura dell'urna quirinalizia a Montecitorio.
garanteinfanzia.org, 18 gennaio 2022
Il confronto si è svolto online, nell'ambito del progetto di Agia con il Ministero della Giustizia e l'Istituto degli Innocenti. Lo scorso 12 gennaio l'Autorità garante per l'infanzia e l'adolescenza Carla Garlatti ha incontrato il presidente del Forum europeo per la giustizia riparativa (Efrj), Tim Chapman nell'ambito, delle attività legate alla ricerca che l'Agia sta svolgendo, in tema di giustizia riparativa nel sistema penale minorile, in collaborazione con il Ministero della giustizia e con l'Istituto degli Innocenti.
"Si è trattato di un incontro proficuo e interessante - commenta l'Autorità garante Carla Garlatti - nel corso del quale ci è stata offerta una panoramica europea sulla restorative justice in ambito penale minorile".
L'occasione è stata utile per condividere alcune riflessioni di sistema, in particolare ragionando sull'impatto e sui benefici che derivano dalla partecipazione a un programma di giustizia riparativa per le vittime e per gli autori di reato minorenni. "Chapman - prosegue Garlatti - ci ha confermato che a livello europeo, fatta eccezione per i paesi anglosassoni, mancano ricerche sugli effetti della giustizia riparativa.
Allo stesso modo non risultano studi che ci dicano, con gli occhi di chi vi ha preso parte, quali effetti produca - sia per gli autori che per le vittime - fare questo tipo di esperienza. L'intento della nostra ricerca è proprio quello di colmare questo vuoto, in un momento in cui si sta investendo molto in questa direzione, per dar voce ai protagonisti diretti di queste esperienze".
Proseguono, intanto, le attività legate al progetto. Domani tornerà a riunirsi la cabina di regia, composta da rappresentanti dell'Autorità garante, del Ministero della giustizia e dell'Istituto degli innocenti, insediatasi il 10 dicembre scorso. A febbraio, invece, è prevista una sessione di lavoro del Comitato scientifico, costituito dal criminologo Adolfo Ceretti, dalla mediatrice penale e già dirigente dell'amministrazione penitenziaria Maria Pia Giuffrida e dal professore di filosofia morale Giovanni Grandi.
di Giuseppe Pignatone
La Repubblica, 18 gennaio 2022
La scelta di "ingessare" la comunicazione intende responsabilizzare al massimo il Procuratore, ma ha anche l'obiettivo - inespresso, ma evidente - di ridurre il flusso di notizie.
La norma sulla tutela della presunzione di innocenza, in vigore dal 14 dicembre, ha un indubbio valore culturale ed etico poiché vieta alle autorità - magistrati e forze di polizia in primo luogo - di indicare pubblicamente una persona come colpevole fino a quando non sia stata pronunciata una sentenza definitiva. Alla stessa norma, però, sfuggono diversi aspetti e soprattutto le cause di quella che viene comunemente definita la "gogna del processo mediatico".
Alcuni sostenitori della nuova legge sembrano credere che il problema da risolvere sia di fatto uno solo: arginare la volontà dei Pm e di parte della stampa di indicare come colpevole l'indagato o l'imputato per dare visibilità al loro operato. Un fenomeno deteriore, certo, che talora si verifica e che va condannato; di più, va fatto ogni sforzo, come già avviene in molti uffici giudiziari, per evitare che si ripeta. Con altrettanta severità, sono da condannare eccessi, esibizioni, giudizi morali fuori luogo.
Non va tuttavia dimenticato che la scelta delle notizie da diffondere e il rilievo da dare ad ognuna ricadono nella responsabilità esclusiva degli operatori dell'informazione che agiscono in base alla loro professionalità, al loro orientamento (ideologico, politico, culturale) e agli interessi rappresentati dalla testata di appartenenza. Peraltro, è bene ribadirlo, vengono utilizzati, salvo casi rarissimi, atti non più secretati.
Appartiene alla valutazione giornalistica e non certo a pressioni dei Pm, per esempio, la scelta di dare a un dibattimento e a una sentenza visibilità molto inferiore rispetto alle prime fasi di indagine. Come sono scelti da giornalisti, direttori ed editori, i temi dei talk show e le "ricostruzioni" televisive di casi giudiziari, esempi eclatanti di "processo mediatico", cui restano estranei i magistrati. Sono poi frequenti i casi in cui a certi reati (come quelli in ambito familiare, i femminicidi) segue la diffusione di notizie più che dettagliate, senza che nessuno lamenti la violazione del principio della presunzione di innocenza.
La nuova normativa impone che Procure (e forze di polizia) possano diffondere solo comunicati ufficiali e convocare conferenze stampa, con atto motivato, "solo nei casi di particolare rilevanza pubblica dei fatti". Come già rilevato, tra gli altri, da Vladimiro Zagrebelsky, "si tratta di una norma irragionevole nella sua assolutezza e nella pretesa di limitare le forme di comunicazione; peraltro essa va oltre la necessità di tutelare la presunzione di innocenza, limitando l'informazione sui procedimenti penali indipendentemente dal fatto che venga in gioco la posizione degli indagati".
Questa scelta di "ingessare" la comunicazione intende responsabilizzare al massimo il Procuratore, ma ha anche l'obiettivo - inespresso, ma evidente - di ridurre il flusso di notizie, come se il fatto che divenga nota, anche con le modalità più corrette, l'esistenza di un'indagine non più segreta o l'adozione di un provvedimento cautelare fosse già di per sé una "gogna mediatica".
Io credo che, contrariamente a quanto finora sostenuto da alcuni, questa normativa riconosca il diritto-dovere delle Procure di informare i cittadini sugli aspetti più rilevanti della loro attività. È un riconoscimento importante. E si tratta anche di un dovere perché, come sottolineato anche da autorevoli studiosi, in democrazia vige il principio del controllo dell'opinione pubblica sull'attività delle autorità pubbliche e quindi anche della magistratura.
Il legislatore ha lasciato al Procuratore il compito di definire il limite di questo diritto-dovere, e quindi di selezionare le notizie da diffondere, mediante la specificazione delle "ragioni di pubblico interesse". Un criterio oggettivamente vago, che finisce per attribuirgli la facoltà, e addossargli il rischio, di esercitare - sia pure in buona fede - una forma di censura. Ma soprattutto una valutazione che, come già si è visto, è del tutto soggettiva e spetta agli operatori dell'informazione nell'esercizio della libertà di stampa. Con l'ulteriore effetto, certamente non voluto ma perverso, di spingere alla creazione di canali occulti, cioè fuori da ogni responsabilità e da ogni controllo, tra giornalisti, magistrati, esponenti della polizia giudiziaria.
Così, anziché affrontare i molteplici aspetti del complesso rapporto tra giustizia e informazione, la legge si concentra sulla narrazione distorta e semplificatrice della presunta volontà manipolatoria dei Pm. E trascura il fatto che nessuna riforma può sostituirsi alla responsabilità del magistrato, dell'operatore di polizia, dell'avvocato, del giornalista nel produrre un'informazione completa e rigorosamente ispirata al rispetto della funzione e dei diritti dei cittadini. Un'ultima considerazione: per quanto sobria e corretta possa essere la comunicazione di un Procuratore, quando indagini e processi investono interessi ed equilibri politici, economici, finanziari, o anche le ramificazioni della grande criminalità, sono inevitabili polemiche incandescenti e persino contrasti politico-istituzionali. Accade in tutti i Paesi del mondo, ma l'Italia porta da decenni i segni di questo genere di battaglie.
di Angela Stella
Il Riformista, 18 gennaio 2022
"Bisogna smantellare il sistema automatico di avanzamento delle carriere che appiattisce i curricula e fa sì che le promozioni vengano effettuate con un arbitrio valutativo. Così le nomine possono essere messe in discussione in ogni momento. Noi stiamo lavorando a una legge di iniziativa popolare".
La decapitazione dei vertici della Cassazione "è un fatto di una gravità inaudita. I criteri di valutazione della professionalità vanno cambiati. La bozza del governo è lontana anni luce dalla riforma che serve alla magistratura: che errore averla concepita col sindacato delle toghe".
La decapitazione dei vertici della Cassazione da parte del Consiglio di Stato ha suscitato anche la ferma reazione dell'Unione delle Camere Penali Italiane. Per il presidente dei penalisti, l'avvocato Gian Domenico Caiazza, per evitare altre simili situazioni di "gravità inaudita" la strada da intraprendere è quella di riformare le valutazioni di professionalità: "L'obiettivo è scardinare questo sistema sostanzialmente automatico di avanzamento di carriera" che appiattisce i curriculum dei magistrati mettendo facilmente in discussione le nomine.
Qual è la sua chiave di lettura di quanto accaduto rispetto alle due decisioni assunte dal Consiglio di Stato?
La fotografia che abbiamo davanti è che, riguardo ai vertici della Cassazione, il Tar dichiara legittime le nomine, mentre il Consiglio di Stato no: quindi, nel merito delle decisioni, credo occorra una assoluta prudenza. Inoltre, non possiamo dire se apprezzare le due sentenze quali rigorosi e severi controlli di legittimità amministrativa, o invece quale ennesimo capitolo di un rapporto sempre più travagliato ed oscuro tra giustizia amministrativa e giustizia ordinaria. Sicuramente quanto successo rappresenta un fatto di una gravità inaudita che dimostra, tra le altre cose, che il sistema di avanzamento delle carriere dei magistrati non funziona in quanto crea un appiattimento e una indistinguibilità dei loro curriculum che si riverbera anche sui giudici apicali di Cassazione. Quando le differenze sono impalpabili e le promozioni vengono effettuate tramite un arbitrio valutativo, è chiaro che le nomine possono essere messe in discussione in qualsiasi momento. E questa non è la prima volta che le nomine del Csm vengono contestate dinanzi ai giudici amministrativi, anzi sono moltissimi i casi. In tutto questo il cittadino non è più in grado di comprendere se il proprio magistrato inquirente o il proprio giudice esercitino legittimamente la propria funzione.
Il Csm sta trovando un modo per riconfermare Curzio e Cassano: tale prospettiva non indebolisce ulteriormente l'immagine della magistratura che sembrerebbe così non rispettare le sentenze che la riguardano?
In linea generale potrei dire di sì. Ma può darsi anche che la decisione del Consiglio di Stato non sia un secco annullamento delle due nomine ma indichi la strada per trovare nuovi criteri affinché il Presidente e la sua vice restino al loro posto. Certamente però è apprezzabile che Curzio e Cassano abbiano rinunciato al ricorso per Cassazione.
Qualche mese fa, riguardo il ricorso di Prestipino e del Csm contro la sentenza del Tar che aveva accolto il ricorso di Viola, Luciano Violante ripropose l'idea dell'Alta Corte. Che ne pensa?
Al di là o meno dell'Alta Corte, ciò di cui non si può fare a meno, e che rappresenta la strada da noi indicata per evitare altri casi come questo, è la riforma dei criteri di valutazione delle professionalità dei magistrati, come accennavo prima. L'obiettivo è scardinare questo sistema sostanzialmente automatico di avanzamento di carriera. Nella bozza di riforma del Governo su Csm e Ordinamento giudiziario, circolata nelle settimane precedenti, leggiamo che si starebbe pensando di articolare il giudizio positivo in discreto, buono o ottimo. Ma non è sufficiente, è incredibile che non si sia pensato ad altro. Noi stiamo lavorando con un pool di giuristi ad una proposta di legge di iniziativa popolare su questo tema e tocchiamo con mano la complessità di una riforma di questo genere. Sicuramente andranno individuati dei criteri per i quali il magistrato chiamato ad essere valutato ogni quadriennio sia chiamato a rispondere, su grandi numeri, anche degli esiti processuali, dando conto, in pratica, anche delle inchieste che ha condotto e delle sentenze che ha scritto e che sono state riformate.
Quanto accaduto non rende ancora più urgente l'inizio della discussione della riforma Cartabia del Csm e dell'ordinamento giudiziario ormai congelata a Palazzo Chigi da prima di Natale?
Il Csm è profondamente delegittimato e quindi è chiaro che sarebbe urgente la riforma. Tuttavia ci sono due grossi problemi, di merito e di metodo. Rispetto al primo, dalle bozze governative di riforma circolate fino ad ora, dobbiamo purtroppo ravvisare che siamo lontani anni luce dalla drastica, radicale, rivoluzionante riforma della quale ha bisogno la magistratura stessa, e l'intero Paese. Vanno affrontati con fermezza i nodi cruciali della questione: non solo smantellamento della automaticità delle carriere ma anche divieto di distacco dei magistrati nell'esecutivo, in nome di una rigorosa separazione dei poteri e la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, per garantire ai cittadini la terzietà del giudice pretesa dalla Costituzione. Sulla questione di metodo, denunciamo che la riforma è stata concepita a quattr'occhi con l'Associazione nazionale magistrati: mortificare la riforma ordinamentale, come oggi sta accadendo e come denunciamo da mesi, alla stregua di una trattativa bilaterale e parasindacale con la Magistratura associata costituisce una scelta rovinosamente sbagliata, mentre noi penalisti non siamo mai stati sentiti.
Lei condivide i timori di alcuni parlamentari come Zanettin e Costa per i quali andando di questo passo non si avrà il tempo per esercitare le deleghe sulla riforma dell'ordinamento giudiziario?
Assolutamente sì. Questo ritardo giova solo all'Anm che punta a mantenere lo status quo.
Nell'ampio contesto della vicenda Amara/Loggia Ungheria, i magistrati di Brescia avrebbero voluto conoscere alcuni scambi di messaggi che forse ci sono stati tra il procuratore di Milano Greco e il Procuratore generale della Cassazione Salvi. Ma entrambi avrebbero smarrito i cellulari. Come legge questa circostanza?
Nella nota della nostra Giunta sugli accadimenti oggetto di questa intervista abbiamo voluto indicare anche questo episodio come uno dei tanti elementi sintomatici della profonda e grave crisi di credibilità che sta investendo la magistratura. Se la stessa obiezione, ossia i cellulari sono stati smarriti, fosse stata mossa da qualsiasi altra persona coinvolta in una indagine avrebbe provocato delle severe e rigide reazioni da parte degli inquirenti. E invece su quanto successo, tranne per qualche eccezione, è calato il silenzio.
L'Anm apre il processo per le chat di Palamara. Cosa si aspetta?
Se sarà un processo sommario come è stato quello per Palamara è inutile farlo.
Giancarlo Pittelli ha inviato al nostro direttore un telegramma dal carcere in cui scrive: "Caro Piero, porterò lo sciopero della fame fino alle estreme conseguenze contro una ingiustizia mostruosa. Grazie di tutto"...
Senza entrare nel merito delle responsabilità, riteniamo mostruoso e indegno per un Paese civile che gli siano stati revocati i domiciliari solo per aver scritto ad un Ministro per denunciare lo stato di sofferenza della sua detenzione. Mi auguro che l'avvocato Pittelli non si faccia prendere dalla disperazione, anche se non è difficile immaginare che ci siano più ragioni affinché questo purtroppo accada, nell'attesa dell'esito del ricorso per Cassazione che i suoi legali avranno sicuramente presentato.
di Elena Del Mastro
Il Riformista, 18 gennaio 2022
Con il nuovo decreto Covid "dal giorno 20 gennaio 2022, per poter effettuare i colloqui con i detenuti, sarà necessario disporre di un green pass valido". Fin ora l'ingresso in carcere non era infatti precisamente e chiaramente stabilito per cui avvocati e parenti hanno potuto fare visita ai loro detenuti anche senza indossare la mascherina. Una concessione che però ha aggravato pesantemente il bilancio dei positivi in carcere.
Il Garante campano dei detenuti Samuele Ciambriello comunica che al punto C dell'articolo 3 del decreto del 7 gennaio 2022, in tema di "Misure urgenti per fronteggiare l'emergenza Covid-19, in particolare nei luoghi di lavoro, nelle scuole e negli istituti della formazione superiore. (22G00002) (GU Serie Generale n.4 del 07-01-2022)" si evince che "Dal giorno 20 gennaio 2022 e fino al 31 marzo 2022, è consentito esclusivamente ai soggetti in possesso di una delle certificazioni verdi Covid 19, di cui all'art 9 comma 2, l'accesso ai seguenti servizi e attività, nell'ambito del territorio nazionale: C) colloqui visivi in presenza con i detenuti e gli internati, all'interno degli istituti penitenziari per adulti e minori".
Dunque la regola del green pass obbligatorio sarà valida in tutta Italia. Il garante dei detenuti della Campania Samuele Ciambriello semplifica così: "Per accedere ai colloqui con i detenuti, dunque, sarà necessario un green passo valido, con l'obbligo, finora non previsto, di essere vaccinati, guariti o in possesso dell'esito di un tampone negativo. La pandemia ha riportato alla luce non solo problematicità cronicizzate del pianeta carcere, ma soprattutto ha delineato nuove forme di incertezza, in termini di normative e in termini di diritti acquisiti dalle persone ristrette".
di Giulia Merlo
Il Domani, 18 gennaio 2022
È in corso uno scontro tra Consiglio di Stato e Csm sulla sindacabilità del giudizio nelle nomine dei magistrati. Il ddl di riforma dell'ordinamento giudiziario, irrigidendo ancora le regole, aumenterà il rischio ricorsi. Di fatto il Consiglio di Stato, sentenza dopo sentenza, ha costruito una giurisprudenza che gli assegna precisi margini di sindacabilità su una prerogativa costituzionale del Csm sulle nomine, che i più intransigenti difensori dell'autonomia della magistratura considerano invece insindacabile. La riforma prevede la codificazione dei criteri sulla base dei quali effettuare le nomine, raccogliendo le circolari del Csm. Proprio questa codificazione produrrà un irrigidimento dei criteri, a quel punto immutabili, se non attraverso un nuovo atto legislativo del parlamento.
La crisi del Consiglio superiore della magistratura ha assunto molte forme, l'ultima è quella della sconfessione delle nomine più importanti. Il Consiglio di Stato, infatti, ha ribaltato il giudizio del Tar Lazio e accolto il ricorso del magistrato Angelo Spirito, annullando le delibere del Csm del 2020 con cui indicava Pietro Curzio primo presidente della Cassazione (e membro di diritto del Csm) e Margherita Cassano presidente aggiunta.
Queste decisioni, che seguono l'annullamento della nomina a procuratore di Roma di Michele Prestipino, pur se prese in una camera di consiglio del 25 novembre 2021 sono state depositate dai magistrati di palazzo Spada appena sette giorni prima dell'evento istituzionale più importante: l'apertura dell'anno giudiziario di Cassazione. Verosimilmente Curzio non potrà prendere la parola, anche se è fissato un plenum del Csm che potrebbe rinominare sia lui che Cassano con una aggiunta di motivazione, in modo da superare i vizi indicati dalle sentenze amministrative.
Dal punto di vista della crisi del sistema giustizia, però, si aggiunge un nuovo allarmante capitolo. Allo scontro (ormai datato) tra magistratura e politica si aggiunge in cortocircuito interno tra magistrature in merito alle nomine negli uffici direttivi. Il contesto vede il Csm, organo costituzionale, che ha il potere di decidere con criteri discrezionali le nomine. L'atto, però, è di tipo amministrativo e dunque ricorribile - per il candidato che non sia stato nominato - davanti al Tar e poi al Consiglio di Stato. L'interrogativo riguarda il tipo di sindacato che i giudici amministrativi possono esercitare: in altre parole, quali sono i limiti alla discrezionalità del Csm.
Il Consiglio di Stato fissa i parametri: irragionevolezza, omissione o il travisamento dei fatti, arbitrarietà o difetto di motivazione.
Paradossalmente, a fornire la leva al Consiglio di Stato è stato lo stesso Csm, autolimitandosi con il Testo unico sulla dirigenza giudiziaria: non un atto avente forza di legge ma una circolare interna del 2015 che fissa i parametri di nomina. Proprio questo ha prodotto lo scontro a valle: tutti gli scontenti delle decisioni del Csm hanno così strumento per ricorrere contro il giudizio discrezionale dell'organo di governo autonomo. Negli ultimi anni, anche a fronte dello scandalo Palamara sulle nomine pilotate, proprio l'accoglimento di alcuni di questi ricorsi ha generato una ulteriore delegittimazione del Csm, considerato ostaggio di meccanismi correntizi. Di fatto però il Consiglio di Stato, sentenza dopo sentenza, ha costruito una giurisprudenza che gli assegna precisi margini di sindacabilità su una prerogativa costituzionale del Csm, quella delle nomine, che i più intransigenti difensori dell'autonomia della magistratura considerano invece insindacabile.
La riforma - Nello scontro tra Consiglio di Stato e Csm si inserisce un nuovo giocatore che è la politica. Il ministero della Giustizia, infatti, presenterà a breve l'emendamento che completerà il ddl di riforma dell'ordinamento giudiziario. La massima attenzione ha riguardato la riforma del sistema elettorale del Csm, ma la riforma contiene anche altro: la codificazione dei criteri sulla base dei quali effettuare le nomine, raccogliendo le circolari del Csm.
Proprio questa codificazione - come è stato fatto notare in un acceso dibattito proprio nel plenum del Csm - produrrà un effetto: l'irrigidimento dei criteri, che non saranno più autoassegnati dal Csm nell'esercizio delle sue prerogative di discrezionalità e mutabili nel tempo con nuove circolari interne, ma fissati per legge. In questo modo, l'autonomia del Consiglio nella valutazione delle nomine sarà ridotta da una serie di parametri prefissati per decreto e a quel punto immutabili, se non attraverso un nuovo atto legislativo del parlamento.
Una scelta di questo tipo da parte del ministero risponde a una ragione: dal momento che la storia recente ha mostrato un metodo di nomina che rispondeva a parametri di affiliazione correntizia, fissare dei criteri rigidi fa parte della cura per mettere fine al correntismo. Il risultato, però, rischia di essere un altro: sottoporre nei fatti il futuro Consiglio al sindacato del giudice amministrativo, che a quel punto avrà non più solo circolari, ma atti di legge su cui basare il suo sindacato.
In questo modo, però, la politica fa una scelta di campo precisa in favore del Consiglio di Stato e riduce per via di legge ordinaria una prerogativa costituzionale del Csm: l'autonomia, l'indipendenza e la discrezionalità nelle scelte interne all'ordine giudiziario. Così i magistrati ordinari saranno sottoposti, nei parametri di nomina, a una legge ordinaria; nel sindacato sulla nomina, invece, al giudizio dei magistrati amministrativi che non sono sottoposti al Csm. Difficile, a queste condizioni, che poi si possa continuare ad auspicare l'autoriforma di un Csm a cui viene messa la camicia di forza.
di Liana Milella e Conchita Sannino
La Repubblica, 18 gennaio 2022
La risposta al Consiglio di Stato: riconfermati (con due astensioni) Curzio e la sua vice Cassano. Salva l'apertura dell'anno giudiziario. Lo "schiaffo" è stato sanato in un batter d'occhio. Per ora. Se non era mai accaduto che i vertici della Cassazione venissero azzerati d'un colpo dal Consiglio di Stato, col verdetto che venerdì scorso ribaltava la scelta del Consiglio superiore della magistratura, del pari non era mai successo - anche per nomine di simile prestigio - che la risposta di Palazzo dei Marescialli arrivasse nel giro di 72 ore, weekend compreso. Una reazione che si è consumata oggi: con un voto che resterà nella storia del Csm. La quinta commissione ha infatti riconfermato, con "corrette" motivazioni, il primo presidente della Suprema corte Pietro Curzio e la presidente aggiunta Margherita Cassano. Proposta approvata con 4 voti a favore, 2 astenuti, non poche tensioni. Giovedì l'esame finale al plenum: dove, stando ai numeri, la riconferma dovrebbe passare appena in tempo per l'inaugurazione dell'Anno giudiziario dinanzi al Capo dello Stato, Sergio Mattarella.
Nominati il 15 luglio 2020, Curzio e Cassano erano stati "bocciati" dal Cds con la sentenza che dava ragione ad Angelo Spirito, alto magistrato della Cassazione anche lui, determinato a far pesare "più titoli", relativi ad altre funzioni e più anzianità di servizio. Ma il Cds rimproverava soprattutto al Csm un difetto di motivazione. E proprio su questo varco ha puntato il Csm: "ripristinando" le due nomine.
Il verdetto dei giudici amministrativi pesava come uno "sgarbo" del Cds non solo nei riguardi del Csm, ma anche del suo presidente Sergio Mattarella. Che, venerdì, sarà in pazza Cavour ad ascoltare da Curzio la relazione sullo stato della giustizia. Il Capo dello Stato potrebbe partecipare al plenum così come aveva partecipato alla nomina di Curzio. Anche questa coincidenza ha spinto il Csm a confermare le due nomine. Ma con dei distinguo. Votano per il sì: il presidente di Magistratura indipendente Antonio D'Amato; i consiglieri Alessandra Dal Moro della sinistra di Area; Fulvio Gigliotti, laico indicato da M5S e il laico di Fi Alessio Lanzi. Proprio da quest'ultimo, che alla fine vira sul sì, arriva la perplessità sui tempi-lampo. È un unicum.
La riconferma gioca tuttavia sulle contestazioni del Cds: che mette all'indice le motivazioni insufficienti per i due candidati. Ma su questo - spiega chi ha votato a favore - "c'è stato un grande lavoro degli uffici del Csm che hanno dettagliatamente ricostruito le carriere" e risposto con passaggi stringenti alle critiche del Cds. Restano le astensioni annunciate di Michele Ciambellini, napoletano di Unicost, e di Sebastiano Ardita, ex procuratore aggiunto a Catania (al Csm fa coppia fissa con il pm di Palermo Nino Di Matteo).
Sembra che Ciambellini abbia battagliato molto, esprimendo perplessità nel merito e nel metodo. Ci diranno che abbiamo eluso la decisione del Cds, è il suo richiamo: la toppa di una rinomina rischia di provocare un ulteriore contenzioso. Poi, con Ardita, lancia questa preoccupazione: se abbiamo fatto in un pomeriggio quello che normalmente richiede dei mesi, quale idea si fa il cittadino? D'ora in poi per una nomina "ordinaria" dovremo impiegare dieci minuti?
Dubbi ai quali Eugenio Albamonte, il segretario di Area e pm a Roma, già replicava in un'intervista a repubblica.it: "Legittimo e assolutamente opportuno che il Csm abbia rinnovato con tempestività le due nomine. Chi sostiene cose diverse vuole demolire il ruolo del Consiglio e avallare un trasferimento dei suoi poteri in capo al Cds. La decisione avrebbe meritato una condivisione unanime senza distinzioni speciose".
di Simona Musco
Il Dubbio, 18 gennaio 2022
Palazzo dei Marescialli risponde alle toghe amministrative che venerdì hanno annullato le nomine di Curzio e Cassano. Voto fotocopia in commissione, mercoledì il sì del plenum.
Palazzo dei Marescialli non ci sta e ripropone i nomi di Pietro Curzio e Margherita Cassano ai vertici della Cassazione. La decisione è arrivata ieri, dopo un lungo faccia a faccia tra i membri della V Commissione, chiamati a sbrogliare la matassa che si sono ritrovati tra le mani a pochi giorni dall'inaugurazione dell'anno giudiziario al Palazzaccio.
Un'inaugurazione light, a causa delle restrizioni dovute al covid, ma sulla quale pesa come un macigno la doppia pronuncia del Consiglio di Stato, che venerdì ha dichiarato illegittime le nomine del primo presidente e dell'aggiunta accogliendo il ricorso di Angelo Spirito, presidente di sezione della Cassazione. Il confronto tra i membri della Direttivi è durato ore e a fine serata si è giunti al verdetto: al plenum di mercoledì i membri di Palazzo dei Marescialli si ritroveranno davanti gli stessi candidati già bocciati da Palazzo Spada, ma con motivazioni "rinforzate", grazie all'impegno dei magistrati segretari che hanno lavorato per colmare le lacune evidenziate dalla sentenza dei giudici amministrativi.
Il Consiglio di Stato, venerdì scorso, ha infatti pesantemente criticato la comparazione effettuata dal Csm, definendo "palese la (consistente) maggiore esperienza del dottor Spirito" e tacciando la motivazione posta dal Consiglio a fondamento della scelta come "gravemente lacunosa e irragionevole". Quella della V Commissione è stata una corsa contro il tempo per una vicenda che, invece, di tempo ne avrebbe richiesto. Ad evidenziarlo sono stati i due astenuti - il togato Sebastiano Ardita e il consigliere di Unicost Michele Ciambellini - ma anche coloro che hanno optato per l'accelerazione dei tempi non hanno negato la difficoltà ad affrontare una questione così delicata in un tempo così risicato e la stranezza della tempistica, con la sentenza giunta proprio a ridosso della cerimonia di venerdì. Ma alla fine, proprio per garantire lo svolgimento di tale appuntamento, l'ultimo alla presenza di Sergio Mattarella, è prevalso il sì alla proposta, votata dal presidente Antonio D'Amato, dai laici Fulvio Gigliotti (M5S) e Alessio Lanzi (Forza Italia) e dalla togata Alessandra Dal Moro (Area).
Oggi dovrebbe arrivare il concerto della ministra della Giustizia, in modo da poter portare la questione al plenum di mercoledì, la cui decisione difficilmente si discosterà da quella della Direttivi. E ancora una volta, il dibattito non potrà che concentrarsi sulla giù lamentata invasione di campo da parte della giustizia amministrativa nelle prerogative del Csm, più volte delegittimato proprio da Tar e Consiglio di Stato, con i quali si era instaurata una discussione a distanza. Il tema era già stato dibattuto a seguito della vicenda che aveva interessato Michele Prestipino, ex procuratore di Roma destituito da Tar, Consiglio di Stato e infine Cassazione. Un dibattito inquinato dai veleni del caso Palamara a causa dell'esclusione di Marcello Viola a seguito della cena all'Hotel Champagne nella quale era stato (incolpevolmente) tirato in ballo e che ha fornito l'assist a chi, a Palazzo dei Marescialli, ha visto la discrezionalità del Consiglio minata dai giudici amministrativi. Quella vicenda, come noto, si è conclusa con il passo indietro del Csm, che ha messo da parte il curriculum di Prestipino e eletto a larga maggioranza Francesco Lo Voi, ieri insediatosi a Piazzale Clodio.
Ma la decisione di costituirsi a fianco di Prestipino ha reso palese il fastidio provato da parte del plenum, come sostenuto da Giuseppe Marra (Autonomia & Indipendenza), secondo cui "il Consiglio di Stato non può intervenire nel sindacare i criteri utilizzati dal Consiglio per le nomine in maniera così stringente, così puntuale e così soffocante". Insomma, una limitazione della discrezionalità del Csm mal digerita da molti, in netta contrapposizione al parere espresso all'epoca da Ardita, secondo cui proprio una "regolamentazione" sarebbe la strada da seguire per evitare le degenerazioni del passato. Nel caso di Prestipino, era stata la Cassazione a chiudere il dibattito, evidenziando come "il Consiglio di Stato si sia limitato a ricostruire l'iter di nomina alla luce delle norme che regolano il conferimento degli incarichi direttivi e del regolamento interno allo stesso Csm".
Dal canto suo, il legale di Spirito, Franco Gaetano Scoca, ha chiesto al Consiglio superiore della magistratura di rispettare "le decisioni giurisdizionali" del "supremo organo giurisdizionale amministrativo". Per il legale, infatti, si tratta "di pronunce che motivano, con estrema chiarezza, la violazione delle stesse regole di designazione dei dirigenti che lo stesso Consiglio superiore della magistratura si era dato". E di fronte all'annunciata intenzione di riproporre Curzio e Cassano, il legale ha evidenziato, data la brevità del tempo di riflessione, il rischio "di essere in possibile elusione di sentenze esecutive del Consiglio di Stato e, cioè, del supremo Organo giurisdizionale amministrativo. In uno Stato di diritto, è fondamentale il rispetto delle decisioni giurisdizionali, soprattutto da parte di un'alta amministrazione come il Csm, composta di magistrati e giuristi. Si auspica che i membri del Consiglio superiore della magistratura - conclude - seguano l'autorevole esempio del Presidente della Repubblica, da sempre custode e interprete attento della identità costituzionale del Csm e garante del rispetto delle istituzioni".
di Liana Milella
La Repubblica, 18 gennaio 2022
Parla il segretario della corrente di sinistra dei magistrati: "Quello che sta avvenendo è il trasferimento del luogo della decisione dal Consiglio superiore della magistratura al consiglio di stato. Indipendenza della magistratura a rischio".
Curzio e Cassano riconfermati ai vertici della Cassazione? "Una decisione perfettamente legittima, nonché opportuna". Nessuna forzatura dunque? "Sicuramente no da parte del Csm, mentre lo stesso non si può dire per il Consiglio di Stato". Vede un conflitto d'interesse per chi ha steso la sentenza? "Sicuramente è un inestetismo che si poteva evitare". Sul tentativo di azzerare i vertici della magistratura parla con Repubblica Eugenio Albamonte, segretario di Area, la corrente di sinistra delle toghe, nonché pm a Roma, ex presidente dell'Anm, ma anche per
cinque magistrato segretario del Csm.
Il Csm riconferma Curzio e Cassano. Ma in commissione in due si astengono, Ciambellini e Ardita. Mossa giusta o eccessiva?
"È perfettamente legittimo e assolutamente opportuno che il Csm abbia messo mano con tempestività alla vicenda e abbia rinnovato la nomina dei due vertici della Cassazione. Chi sostiene cose diverse vuole solo demolire il ruolo del Consiglio e avallare un trasferimento dei suoi poteri in capo al Consiglio di Stato. Spiace che non tutti i consiglieri superiori abbiano sostenuto questa delibera che meritava invece una condivisione unanime senza distinzioni speciose".
Però una rinomina ad horas non c'era mai stata nella storia del Csm...
"Neppure un simultaneo annullamento delle delibere di nomina dei due vertici della magistratura. E per giunta alla vigilia dell'inaugurazione dell'anno giudiziario. Qui accade che il Cds, anziché valutare volta per volta la legittimità della singola delibera, sta invece introducendo un meccanismo di carriera adatto forse alle gerarchie militari, ma non certo a organi giudiziari".
Lei vede un'interpretazione formalistica al punto che una nomina potrebbe essere decisa da un algoritmo?
"Per noi magistrati ordinari, a differenza di quelli amministrativi, è stato abolito il criterio dell'anzianità cosiddetta "senza demerito". Attraverso la sua giurisprudenza, invece, il Cds sta costruendo un percorso per cui bisogna passare necessariamente da un incarico più piccolo a uno più importante. E chi ha rivestito un ruolo superiore deve per forza prevalere nelle nomine rispetto a chi non l'ha avuto, a prescindere dal merito e dal modo in cui ha svolto l'incarico".
Lei parla, appunto, di un criterio formale e meccanico che di fatto cancella ogni possibilità di valutazione non solo della carriera, ma anche della personalità di chi chiede un incarico...
"Ma c'è di più. Quello che sta avvenendo è il trasferimento del luogo della decisione dal Csm al Cds. E in questo vedo, in prospettiva, un pericolo per la stessa autonomia e indipendenza della magistratura".
Alla sua grave affermazione le risponderanno che solo in questo modo si battono il correntismo e le scelte clientelari...
"Il Csm, nonostante le sue cadute, continua a garantire che le nomine siano indipendenti da condizionamenti esterni da parte di chicchessia. E quando questi sono emersi, come nel caso dell'hotel Champagne, la risposta è stata immediata, con dimissioni e processi disciplinari. Non si può dire altrettanto per le decisioni del Cds che vengono prese nel segreto di una camera di consiglio e che, andando avanti così, potrebbero ridisegnare l'intera geografia giudiziaria del nostro Paese".
Che fa? Non si fida dei consiglieri di Stato?
"Quello che dicono sempre ai magistrati ordinari è che non solo bisogna essere, ma anche apparire imparziali. E che i rapporti troppo stretti con la politica rischiano di appannare l'immagine. La mia impressione oggi è che tutto il tema delle cosiddette porte girevoli venga declinato esclusivamente nei confronti dei giudici e dei pubblici ministeri, e non certo nei confronti di chi sta spingendo per sostituire il proprio ruolo a quello del Csm".
Sta dicendo che c'è un'anomalia di fondo nella figura del consigliere di Stato, che è anche di nomina politica, e che assai spesso ha ruoli di vertice nei governi e poi continua a fare il suo lavoro a palazzo Spada?
"Purtroppo questo tema diventa ancor più delicato quando attraverso le decisioni sui ricorsi si arriva a disegnare la struttura stessa della giustizia civile e penale. E su questo tema dovrebbe intervenire la riforma del Csm".
Senta, il fatto che su Curzio e Cassano, abbia deciso anche un giudice che è stato esaminato e promosso dal ricorrente Angelo Spirito, la considera un'anomalia al punto da vederci un conflitto di interesse che invece il sindacato dei giudici amministrativi nega che ci sia?
"Sicuramente si tratta di un inestetismo che poteva essere evitato, ma i problemi a cui possiamo andare incontro seguendo questa china sono ben più gravi e pericolosi".
di Valentina Stella
Il Dubbio, 18 gennaio 2022
Il dottor Pietro Curzio, la cui nomina a primo presidente della Cassazione è stata annullata venerdì dal Consiglio di Stato, è membro di spicco di Magistratura democratica. Di quanto accaduto parliamo proprio con il segretario di Md, il dottor Stefano Musolino.
Qual è la sua chiave di lettura di quanto successo?
Credo che alla base vi sia una grave crisi di fiducia nei confronti di questo Csm da parte dei magistrati, che si riflette in una sua crisi di autorevolezza anche esterna. Questo Consiglio aveva un compito molto difficile, essendo anche stato percorso dalla stagione degli scandali: provare a recuperare credibilità, per uscire dalla crisi che ha investito la magistratura; la sua azione si è, invece, rivelata debole, essendo prevalso uno spirito burocratico, rispetto all'assunzione della responsabilità discrezionale. Paradossalmente, nelle maglie delle regole limitative della discrezionalità che il Csm si è imposto, il Consiglio di Stato ha trovato spazi di intervenuto, ai limiti di quelli che sono i suoi poteri di controllo sulla qualità motivazionale delle decisioni.
Qual è il rischio?
Di alterare quello che è il sistema previsto dall'articolo 105 della Costituzione secondo il quale la valutazione per l'assegnazione degli incarichi apicali negli uffici è compito esclusivo del Csm, che lo esercita in una sfera di ampia discrezionalità, facendo una comparazione tra i profili dei candidati che non premi semplicemente il migliore, ma la persona più adatta a svolgere quell'incarico in quel particolare momento. Insomma, il Csm ha il compito di "fare" politica giudiziaria, e a questo non può supplire il Consiglio di Stato, pena una perdita di indipendenza della magistratura e, con questa, la lesione del principio di uguaglianza dei cittadini davanti alla legge.
Il presidente dell'Unione Camere penali Caiazza sostiene che la soluzione è rivedere il sistema di valutazione di professionalità, che appiattisce i curricula dei magistrati. Mentre Violante, a partire dal ricorso di Prestipino, ha rilanciato l'idea di un'Alta Corte...
L'avvocato Caiazza si concentra sul momento in cui vengono formati i fascicoli personali dei magistrati per le valutazioni di professionalità. Da tempo c'è un dibattito sulla necessità di riempire questi fascicoli con più contenuti di fatto e meno aggettivi, e noi siamo molto aperti al confronto sul punto. Tuttavia, nel caso di specie, mi pare più puntuale la critica mossa a suo tempo da Violante, che oggi trova maggiori argomenti. Effettivamente, se il Consiglio di Stato non ritorna ad un self-restraint sul sindacato di merito in ordine alla nomina degli uffici dirigenti, occorrerà intervenire, non essendo tollerabile espropriare il Csm delle proprie prerogative costituzionali.
Il Csm sta trovando un modo per riconfermare Curzio e Cassano: prospettiva condivisibile secondo lei o che indebolisce ulteriormente l'immagine della magistratura, che sembrerebbe così non rispettare le sentenze che la riguardano?
Se dovessimo parlare di opportunità la invito a verificare quando è stata emessa la sentenza rispetto a quando è stata resa pubblica.
Si riferisce al fatto che la sentenza è di qualche mese fa ma è stata resa nota solo a una settimana dall'inaugurazione dell'anno giudiziario?
Esatto. La decisione del Consiglio di Stato è intervenuta in maniera penetrante sulla nomina di due magistrati di straordinaria qualità professionale. Quindi che ci sia la necessità di ripristinare, con urgenza, l'autorevolezza della magistratura alla vigilia dell'inaugurazione dell'anno giudiziario, mi pare una sana e opportuna scelta del Csm. Si tratta, anzi, di una scelta che segna un recupero della sua autorevolezza costituzionale.
Quanto accaduto non rende ancora più urgente l'inizio della discussione della riforma del Csm? Sembra che gli emendamenti della ministra Cartabia siano congelati a Palazzo Chigi...
Già qualche tempo fa avevamo lanciato, insieme a tutta la magistratura associata, l'allarme in ordine all'estremo ritardo in cui ci troviamo. L'Anm ancora non ha ricevuto un testo ufficiale rispetto al quale avviare un concreto dibattito. Temo che le vicende legate all'elezione del presidente della Repubblica abbiano inciso su questa tempistica. Oltre alla riforma della legge elettorale del Csm, ci auguriamo che si sdrammatizzi il tema della carriera e del carrierismo: anche questo ruolo iperattivo del Consiglio di Stato è determinato probabilmente da un eccesso di impugnazioni che sono del tutto legittime, ma che in qualche maniera sono la spia delle distorsioni prodotte dalla riforma Berlusconi- Castelli. Noi magistrati ci distinguiamo solo per le funzioni: indossare la toga è sempre importante, a prescindere dal fatto che uno sia giudice monocratico in un piccolo tribunale o tenga il discorso all'inaugurazione dell'anno giudiziario. Una legge che ci aiuti a recuperare questo spirito è quello che ci serve.
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