ilpiacenza.it, 19 gennaio 2022
Si tratta di un tunisino di 26 anni finito alle Novate dopo che la compagna si era rivolta ai carabinieri di San Giorgio. Un tunisino di 26 anni è stato arrestato nei giorni scorsi dai carabinieri di San Giorgio per violenze nei confronti della compagna, una piacentina 40enne. La donna si era rivolta ai militari denunciando diversi episodi di maltrattamenti che avevano portato all'arresto immediato dell'uomo grazie al "codice rosso" disposto dalla Procura di Piacenza.
L'uomo è stato processato nei giorni scorsi in tribunale a Piacenza: il giudice aveva convalidato l'arresto e disposto la custodia in carcere. Alle Novate però il 26enne ha poi compiuto un gesto estremo impiccandosi con un lenzuolo nella sua cella. Il 118 lo ha trasportato d'urgenza in ospedale ma qui è morto poco dopo il suo arrivo. Pare comunque che sia stato disposto l'espianto e la donazione dei suoi organi.
di Francesco Machina Grifeo
Il Sole 24 Ore, 19 gennaio 2022
La Corte costituzionale con la sentenza n. 7 del 18 gennaio 2022 ha giudicato parzialmente illegittimi gli articoli gli articoli 34, comma 1, e 623, comma 1, lettera a), del codice di procedura penale.
Sono costituzionalmente illegittimi gli articoli 34, comma 1, e 623, comma 1, lettera a), del codice di procedura penale, nella parte in cui non prevedono che il giudice dell'esecuzione deve essere diverso da quello che ha pronunciato l'ordinanza sulla richiesta di rideterminazione della pena, a seguito di declaratoria di illegittimità costituzionale di una norma incidente sulla commisurazione del trattamento sanzionatorio, annullata con rinvio dalla Corte di cassazione. Lo ha deciso la Corte costituzionale con la sentenza n. 7 del 18 gennaio 2022.
La vicenda - La questione era stata sollevata dal Gip del Tribunale di Verona, in funzione di giudice dell'esecuzione. Il rimettente afferma di aver emesso sentenza di applicazione della pena su richiesta delle parti (passata in giudicato l'11 gennaio 2019) nei confronti del ricorrente - detenuto in carcere - per il reato di cui agli articoli 73, comma 1, e 80 del Dpr n. 309 del 1990. Dopo la sentenza della Consulta n. 40 del 2019 che ha dichiarato l'illegittimità costituzionale della norma in materia di stupefacenti (nella parte in cui prevedeva la pena minima della reclusione nella misura di otto anni, anziché di sei), il condannato ha proposto incidente di esecuzione. Non avendo le parti raggiunto l'accordo, il giudice a quo ha rigettato la richiesta di nuova commisurazione della pena, in quanto il condannato si era reso colpevole di un fatto di allarmante gravità.
A questo punto il difensore ha impugnato l'ordinanza di rigetto proponendo ricorso innanzi alla Corte di cassazione che ha annullato l'ordinanza impugnata. Il giudizio di rinvio è stato assegnato al medesimo giudice in applicazione della disposizione di cui all'articolo 623, comma 1, lettera a), cod. proc. pen. A questo punto il rimettente ha ritenuto che non potesse essere il medesimo giudice-persona fisica, che si sia già espresso, nell'ordinanza annullata dalla Corte di cassazione, a decidere nel giudizio di rinvio su un aspetto fondamentale, qual è quello della quantificazione della pena, che implica "penetranti poteri di valutazione di merito".
La motivazione - L'apprezzamento demandato al giudice in sede di rinvio - afferma la Consulta - assume, con riferimento alla individuazione del "giusto" trattamento sanzionatorio, la natura di "giudizio" che, in quanto tale, integra il "secondo termine della relazione di incompatibilità [...], espressivo della sede "pregiudicata" dall'effetto di "condizionamento" scaturente dall'avvenuta adozione di una precedente decisione sulla medesima res iudicanda" (sentenza n. 183 del 2013).
Non solo, la Consulta ricorda che "la locuzione "giudizio" è di per sé tale da comprendere qualsiasi tipo di giudizio, cioè ogni processo che in base ad un esame delle prove pervenga ad una decisione di merito" (ordinanza n. 151 del 2004).
Pertanto, è un ""giudizio" contenutisticamente inteso, [...] ogni sequenza procedimentale - anche diversa dal giudizio dibattimentale - la quale, collocandosi in una fase diversa da quella in cui si è svolta l'attività "pregiudicante", implichi una valutazione sul merito dell'accusa, e non determinazioni incidenti sul semplice svolgimento del processo, ancorché adottate sulla base di un apprezzamento delle risultanze processuali" (sentenza n. 224 del 2001).
In questo senso, prosegue la decisione, la valutazione complessiva del fatto illecito, che compete al giudice dell'esecuzione nell'attività di commisurazione della pena, resa necessaria a seguito di una pronuncia di illegittimità costituzionale, presenta, tutte le caratteristiche del "giudizio" per come delineate dalla giurisprudenza di questa Corte.
Sicché, in sede di rinvio dopo l'annullamento da parte della Corte di cassazione, il giudice dell'esecuzione - per essere "terzo e imparziale" (art. 111, secondo comma, Cost.) - deve essere persona fisica diversa dal giudice che, in precedenza, si è già pronunciato con l'impugnata (e annullata) ordinanza sulla richiesta di nuova determinazione della pena.
In sostanza, conclude la Corte, ogni qual volta il giudice deve provvedere sulla richiesta di rideterminazione della pena a seguito di declaratoria di illegittimità costituzionale di una norma incidente sulla commisurazione del trattamento sanzionatorio, deve trovare applicazione una regola analoga a quella posta dall'articolo 623, comma 1, lettera d), cod. proc. pen., secondo cui "se è annullata la sentenza di un tribunale monocratico o di un giudice per le indagini preliminari, la corte di cassazione dispone che gli atti siano trasmessi al medesimo tribunale; tuttavia, il giudice deve essere diverso da quello che ha pronunciato la sentenza annullata".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 19 gennaio 2022
"Piangeva. Simona non ha mai pianto nella sua vita. E quel giorno piangeva", tanto che disse di volersene andare via da casa. "Simona mi disse otto giorni prima, nove giorni prima, che poi non ci siamo viste più, perché sono andata fuori, che se ne voleva andare". Si sono aggiunti altri tasselli sulla scomparsa di Simona Floridia avvenuta ufficialmente il 16 settembre del 1992 a Caltagirone, che fanno vacillare ulteriormente l'accusa nei confronti di Andrea Bellia, unico imputato - dopo trent'anni dal fatto - che rischia di essere condannato all'ergastolo senza alcuna prova tangibile, ma solo tramite un unico indizio da ritrovarsi in una intercettazione tra due adolescenti appena 18enni, ripescata dopo più di 20 anni.
Durante la scorsa udienza presso la Corte d'Assise di Catania, sono stati sentiti tre ex compagni di comitiva di Simona Floridia e Andrea Bellia. Emerge che circa una decina di giorni prima della scomparsa, Simona e la madre sono andati a mangiare a casa di una delle testimoni sentite. Fu in quell'occasione che Simona le ha detto che voleva andarsene di casa, visto un evidente rapporto conflittuale con i genitori. "Ricordo che me l'ha detto, che se ne andava. E per un tratto è stata molto arrabbiata, questo sì!", ha deposto la sua ex amica.
L'avvocata Pilar Castiglia le ha domandato: "Ricorda se piangeva?". La testimone: "Piangeva. Simona non ha mai pianto nella sua vita. E quel giorno piangeva". Ma non ricorda altro. A quel punto l'avvocata Castiglia le legge le dichiarazioni che fece all'epoca, quando fu sentita a sommarie informazioni:
"Mentre piangeva, fatto strano, perché non l'aveva mai vista piangere, poiché di carattere molto forte, minacciò i suoi genitori di volerli ammazzare, e di volere andare via di casa". Non se lo ricorda più. Ma è fisiologico, perché dopo trent'anni è difficile ricordate fatti e circostanze. Per questo motivo l'avvocata Castiglia ha chiesto l'acquisizione del verbale di sommarie informazioni. Ma il Pm non ha dato il consenso all'acquisizione di atti del suo ufficio. Un'occasione persa, perché evidentemente sarebbero di maggiore aiuto alla ricerca della verità rispetto alle testimonianze, in alcuni casi confuse e approssimative.
Comunque sia, dall'ultima udienza emerge che la 17enne Simona voleva andarsene di casa. Questo fa il paio con l'udienza precedente: è emersa una annotazione di servizio, dove l'assistente capo, addetto alla squadra di polizia giudiziaria, riferisce che il 18 settembre apprende dal padre di Simona che quest'ultima era stata notata, verso le ore 11 e 30 del mattino stesso, nei pressi della stazione ferroviaria. Un fatto riferitegli da un collega della Polfer. Non è poco. Vuol dire che due giorni dopo la data ufficiale della scomparsa, poi si sarebbe recata alla stazione.
Per andare dove? Non lo potremo sapere mai. Anche perché, così è emerso nell'udienza precedente, l'allora uomo della Polfer ha deposto spiegando di non aver accertato se a quell'ora passassero treni e dove andassero. Non è stata nemmeno diramata la foto di Simona alle stazioni collegate con quella di Caltagirone. Diventa sempre più difficile condannare oltre ogni ragionevole dubbio un uomo, oggi 47enne, che rischia di finire il resto della sua vita in carcere, perché - secondo l'accusa - dopo un giro in vespa avrebbe, al culmine di un litigio, gettato da un dirupo Simona.
Lui stesso, come già testimoniò all'epoca della scomparsa, avrebbe invece, dopo un giro, riaccompagnato la ragazza in centro, vicino ad un bar e poi non l'avrebbe più rivista. Eppure, ora è agli atti una annotazione di servizio dove si scopre che Simona è stata vista alla stazione due giorni dopo il presunto omicidio. Non solo. All'ultima udienza è emerso - grazie alla testimonianza resa da una sua amica - che la ragazza aveva annunciato, piangendo, che voleva andarsene via di casa. Ricordiamo che Floridia era una ragazza suggestionabile e trovava conforto nel mondo dell'occulto, all'epoca un sottobosco molto diffuso nella sua zona in provincia di Catania.
di Manuela D'Alessandro
agi.it, 19 gennaio 2022
Dopo che tre detenuti si sono tolti la vita nel giro di un mese, una delegazione di avvocati ha visitato il carcere e ne è emerso un quadro sconcertante soprattutto per la mancanza di dignità degli spazi, molti inagibili per le infiltrazioni. Gravi infiltrazioni che rendono inagibili molti spazi, tra cui la sala colloqui, acqua calda che non arriva ai piani alti, celle senza termosifoni, una pesante carenza del personale che si dovrebbe occupare della salute e della sicurezza dei detenuti.
Stando a quanto apprende l'AGI, emerge un quadro severo, a tratti mortificante, della situazione nel carcere di Pavia dalla visita svolta nei giorni scorsi da una delegazione di avvocati, dal parlamentare Alessandro Cattaneo e dalla garante per le persone ristrette della provincia, Laura Cesaris dopo che tre detenuti si sono suicidati nel giro di un mese, tra il 25 ottobre e il 30 novembre scorso. Questi tre giovani uomini erano ospiti del 'Padiglione vecchio' dove si concentrano i problemi.
Positivi ammassati in uno stanzone senza riscaldamento - Anche la gestione della pandemia in questa quarta ondata è molto difficile. Dal momento che gli hub di San Vittore e Bollate non riescono ad accoglierli, i reclusi positivi che non necessitano del ricovero restano all'interno dell'istituto, in parte anche nel polo psichiatrico, e una quarantina di loro sarebbe stata ammassata in uno stanzone senza riscaldamento.
La direttrice del carcere Stefania D'Agostino e i rappresentanti della polizia penitenziaria e dell'area educativa hanno informato i visitatori che i detenuti sono 578, a fronte della capienza regolamentare di 514 e di una "capienza tollerabile" di 786; 285 sono i detenuti comuni, per i due terzi definitivi e per il 30% circa stranieri; i protetti, in gran parte autori di reati di violenza sessuale, sono 273, quasi tutti con pena definitiva. C'è poi una piccola sezione di 8 persone ammesse alla semilibertà e al lavoro all'esterno. Il polo psichiatrico contempla 22 posti, ma solo 12 sono occupati perché al momento manca il personale per i casi di positività.
Nei giorni dei suicidi c'era un solo medico - Grave la carenza del personale sanitario, che si è acuita in particolare nei giorni dei tre suicidi quando era presente il solo direttore sanitario, Davide Broglia. Dopo che cinque medici su otto se ne sono andati nei mesi scorsi, ora ad affiancare il direttore sanitario ce ne sono altri due su due turni. I compensi previsti per i medici che vogliano assumere questo ruolo molto delicato sono assai bassi, 35 euro all'ora, prendono molto di più, viene fatto notate, i medici vaccinatori. Uno dei tre suicidi sofffriva di un grave disagio psichiatrico. Problemi anche nella gestione delle persone tossicodipendenti. Il Serd, il servizio che se ne deve occupare, è aperto due mattine a settimana e per lungo tempo non è stato presente l'assistente sociale.
Teatro, palestra e sala colloqui inagibili - Altro punto che incide è quello delle attività che dovrebbero rendere concreto il principio della rieducazione dei detenuti. Il teatro al momento è inagibile per le infiltrazioni e in passato ospitava 35 detenuti alla volta. L'unico luogo in cui ora è possibile svolgere attività fuori dalle sbarre è un'aula che al massimo contiene 15 persone. Inagibile, sempre per le infiltrazioni visibili in tutti i piani del padiglione più vecchio, anche la palestra perché, ha spiegato la direttrice, bisognerebbe fare lavori che vanno al di là dell'autonomia di spesa dell'istituto e la predisposizione dei preventivi che il Provveditorato richiede ci vorrebbero competenze tecniche che gli impiegati amministrativi non possiedono.
Fuori uso anche le sale per i colloqui coi familiari che avvengono nei corridoi violando così il principio che il controllo sugli incontri dovrebbe essere solo 'visivo' e non anche 'uditivo' perché così sono facilmente ascoltabili. I lavori per restituire uno spazio consono ai contatti tra reclusi e affetti dovrebbero iniziare presto. Anche la scuola in presenza è stata sospesa nonostante il Provveditorato avesse accomunato i detenuti agli studenti 'fragili' a cui avrebbe dovuta essere assicurata questa modalità.
Ridotta all'osso la presenza degli agenti - Nel carcere dove tre uomini di 47, 36 e 37 anni hanno deciso di togliersi la vita, manca anche la polizia penitenziaria, l'organico è ridotto all'osso con soli quattro ispettori presenti. Anche la palestra per gli agenti è inagibile e la caserma con 60 alloggi è danneggiata dalle infiltrazioni con spazi angusti e uno stato di degrado accompagnato da un percepibile odore di muffa.
Decisamente migliore la situazione nel padiglione nuovo che ospita circa 300 detenuti, con una cucina al piano terra moderna e ampia, uno sportello per le pratiche burocratiche e la possibilità, sfruttata da tanti, di frequentare un istituto professionale, a testimonianza che molto della qualità della vita in un penitenziario dipende dalla dignità dei luoghi che danno anche la possibilità di 'crearsi' un futuro attraverso le attività di rieducazione. Uno dei tre suicidi aveva un fine pena vicino, aprile 2023. "Il fatto che si sia ucciso - il commento della garante Cesaris - significa che nel suo futuro vedeva solo il nulla".
Il Resto del Carlino, 19 gennaio 2022
La richiesta arriva dalla Camera penale ferrarese. e dall'Osservatorio carcere. La Camera penale ferrarese e l'Osservatorio carcere intendono esprimere la propria forte preoccupazione per quanto avvenuto ieri. Alcuni organi di stampa, non soltanto locali, riportano la notizia che un detenuto sessantenne, non vaccinato che è deceduto all'ospedale Sant'Anna di Cona, a seguito di un'infezione da coronavirus.
"La notizia è condita da riferimenti a un focolaio che sussisterebbe nella casa circondariale di via Arginone - si legge in una nota stampa - dovesi evince che sarebbero stati colpiti sia detenuti che agenti: in particolare 25 di questi ultimi, positivi e vaccinati, sarebbero già tornati in servizio nella struttura di via.
In attesa di avere dati ufficiali, che abbiamo già richiesto da giorni, chiediamo quali iniziative il Ministero e la politica tutta intendano prendere per tutelare adeguatamente la salute di tutte le persone, libere e detenute, che si trovano in carcere a Ferrara e non solo e che poi, inevitabilmente, interagiscono anche con il mondo dei liberi".
Ancora una volta, fanno presente dalla Camera penale di Ferrara "si ha l'impressione che le carceri italiane siano considerate luoghi di cittadinanza di serie inferiore, ove ammalarsi, suicidarsi o morire per carenza di cure adeguate rappresentano una sorta di pene accessorie, o fanno parte del trattamento penitenziario".
di Jacopo Norfo
castedduonline.it, 19 gennaio 2022
"Troppi detenuti tossicodipendenti e con gravi problemi psichici nella Casa Circondariale di Cagliari-Uta. In queste condizioni diventa impossibile soddisfare il recupero sociale a cui deve rispondere la detenzione. Occorre attivare strutture alternative al carcere, aldilà della Rems di Capoterra che accoglie 16 persone, e sostenere, soprattutto per incrementare i posti disponibili e il personale, le Comunità terapeutiche".
Lo afferma Maria Grazia Caligaris, esponente di "Socialismo Diritti Riforme", sottolineando che "la Casa Circondariale più importante dell'isola, con una media di 550 detenuti, rischia di essere solo un contenitore del disagio, nonostante gli sforzi degli operatori penitenziari e del servizio sanitario".
"Un recente convegno, promosso dal Dipartimento della Salute Mentale, diretto dalla dott.ssa Graziella Boi, ha offerto uno spaccato della problematica, evidenziando la presenza nel carcere cagliaritano del 50% di tossicodipendenti. Si tratta - ha precisato Caligaris - di persone che, il più delle volte, hanno commesso reati proprio perché hanno fatto uso di sostanze o hanno abusato di medicinali o sono ludopatici. La realtà delle dipendenze è oggi molto complessa e può riguardare persone "insospettabili" con alterazioni comportamentali non sempre controllabili. La preminenza è ancora quella legata all'uso di sostanze psicostimolanti, come cocaina e anfetamine, spesso associate all'alcol e/o a psicofarmaci ansiolitici".
"Detenuti con così gravi disturbi - osserva ancora l'esponente di SDR - gravano sull'equilibrio del sistema detentivo e in particolare sugli Agenti della Polizia penitenziaria che spesso subiscono pesanti aggressioni verbali e/o fisiche. In questo periodo in cui il Covid si è aggiunto alle carenze di personale, la situazione è diventata ancora più delicata. D'altra parte anche il personale sanitario è ritenuto dai ristretti responsabile del loro malessere e fatica a contenere il disagio psichico con terapie alternative ai farmaci. Il risultato è una situazione di continua emergenza che logora il personale e limita le attività di recupero sociale".
"Voler considerare la pena detentiva un'occasione di riscatto, una opportunità per una nuova vita - conclude Caligaris - appare sempre più come un'utopia. È quindi indispensabile un progetto regionale finalizzato a dare risposte a detenuti che hanno bisogno principalmente di cure e di un ambiente adeguato ai loro disturbi. Senza strutture alternative il periodo di perdita della libertà sarà fine a se stesso e non produrrà alcun vantaggio per la società".
di Giovanna Faggionato
Il Domani, 19 gennaio 2022
L'Italia è il quarto paese in Ue per lavoratori poveri secondo l'Eurostat, ma secondo il rapporto presentato dal ministro Orlando la percentuale già prima della pandemia era superiore al 22 per cento (al 24 sui redditi lordi). Il fenomeno si concentra nei servizi a bassa qualifica ed è spinto da part time e contratti precari. Nella ristorazione si arriva al 60 per cento di contratti part time. Sfumato l'intervento nella delega fiscale, ora il ministro vuole spingere sul salario minimo, ma gli interventi suggeriti includono anche maggiori controlli e incrocio dei dati.
Il lavoro povero in Italia è persistente, chi ha retribuzioni basse che rischiano di farlo scivolare sotto la soglia della povertà tende a continuare ad averle. Il ministro del lavoro, Andrea Orlando, sta preparando il terreno per una legge sul salario minimo. Ieri ha presentato il rapporto del gruppo di lavoro sul contrasto alla povertà lavorativa: secondo gli indicatori europei, che però non tengono conto di chi lavora meno di sette mesi, già prima della pandemia, nel 2019, era povero più di un lavoratore su dieci, l'11,8 per cento. Ma la percentuale reale, secondo il gruppo di lavoro, è più alta: nel 2017 nel settore privato arrivava vicina a uno su quattro. Questo esercito di lavoratori poveri o alla soglia della povertà è frutto non solamente del mancato rispetto della contrattazione collettiva, ma anche del numero di ore lavorate, con ricorso a part time e a falso part time, a contratti temporanei e atipici, della situazione famigliare e delle disuguaglianze a livello di ridistribuzione cioè di tutele e prelievi fiscali disuguali.
"A rischio la tenuta sociale del paese" - Le analisi del gruppo di lavoro spiegano che già nel 2017 il 22,2 per cento dei lavoratori erano poveri per redditi netti, ma tra chi lavora a tempo parziale la percentuale si impennava a oltre il 50 per cento. E sempre nel 2017 la percentuale dei lavoratori part time ne privato era arrivata alla percentuale stupefacente del 30 per cento. Elaborazioni più recenti provano che nel commercio i contratti part time sono la metà, nella ristorazione il 60 per cento. Sistema fiscale e sussidi aiutano a tamponare la situazione ma per il lavoro dipendente, facendo diminuire il rischio, ma solo per i lavoratori dipendenti, mentre lo aumentano per gli autonomi.
Gli stessi settori che in questi mesi hanno chiesto ripetutamente misure di sostegno per l'enorme crisi portata dal Covid sono quelli in cui si concentrano lavoratori poveri, che però per natura dei loro contratti non sono abbastanza tutelati, nemmeno dai sussidi erogati durante la pandemia.
"La soglia del lavoro povero e le condizioni di precarietà sono in costante crescita mettendo fortemente a rischio la tenuta sociale del Paese", ha detto il ministro, per cui è "urgente porre la questione alle parti sociali, già domani avremo un primo passaggio".
La prima proposta della commissione è quella di garantire minimi salariali adeguati, la direttiva europea sul salario minimo non si applica all'Italia dove il 70 per cento dei lavoratori è coperto da contrattazione collettiva e quindi servirebbe un intervento ad hoc. Tuttavia dagli scambi informali delle ultime settimane, la gincana tra le ragioni della Confindustria che teme il calo di una quota di occupati e di quelle dei sindacati che temono proprio un indebolimento della contrattazione collettiva non è semplice. Per questo i giuristi che hanno contribuito al rapporto hanno suggerito una sperimentazione solo nei settori più critici.
I dati che mancano - Ancora una volta, però, per avere una rappresentazione reale di cosa succede, servirebbe che le banche dati si parlassero. Ad esempio le dichiarazioni contributive non riportano le ore lavorate né l'inquadramento contrattuale del lavoratore. In questo modo capire chi è sottopagato è molto più difficile. Allo stesso modo i dati Inps non includono la dimensione famigliare che invece è fondamentale per capire quanto il lavoratore sia a rischio povertà. La necessità di rafforzare i controlli e gli incroci sui dati non a caso è al secondo posto tra le proposte della commissione. E sarebbe anche la più semplice da attuare.
L'occasione persa - Ci sarebbe poi un terzo intervento che è sfumato. Il rapporto, infatti, proponeva un sostegno unico, da inserire nella delega fiscale, che integrasse il bonus di 80 euro, che tra le altre distorsioni si applica solo oltre una certa soglia di reddito e la disoccupazione parziale che invece scompare oltre una certa soglia. Ma l'occasione è sfumata e il sistema rimane iniquo. Il rapporto suggerisce poi di rispolverare le famose buste arancioni e cioè la simulazione per i lavoratori della loro situazione pensionistica futura, ma da realizzare senza previsioni futuristiche ma semplicemente raffrontando le carriere di chi ha condizioni di partenza simili.
Servirebbe da incentivo, da affiancare a una campagna di consapevolezza sui contratti. E a incentivi o disincentivi alle aziende con una operazione trasparenza che segnali chi ha retribuzioni corrette o anche chi non le rispetta. Infine servirebbe rivedere l'indicatore europeo proprio perché in casi come quello italiano sottovaluta di molto la percentuale di chi è in condizioni di fragilità. Anche perché le retribuzioni basse indicano una forte persistenza, si legge nel rapporto: chi entra nel tunnel della sotto retribuzione rischia di restarci a lungo.
Per combattere il fenomeno servirebbe una strategia integrata che al momento non c'è. Lo scrivono gli stessi esperti: "Le cinque proposte vanno considerate nel loro complesso perché nessuna di essere presa isolatamente appare risolutiva". Una legge sul salario minimo potrebbe avere un impatto positivo sui contratti pirati che continuano a spuntare nel paese e potrebbe mettere un freno all'esternalizzazione continua di lavoratori per pagarli meno, di cui è partecipe anche la pubblica amministrazione, ma su altri fenomeni preoccupanti come il ricorso al part time serve altro.
di Christian Raimo
Il Riformista, 19 gennaio 2022
Progressista, ma apprezzato anche dai liberali. Laico, ma capace di proficuo dialogo con il mondo cattolico. Attento al mondo del carcere, alle discriminazioni, ai diritti umani. L'inquilino perfetto per il Quirinale. Da una decina d'anni coltivo insieme a una comunità di politici, intellettuali, attivisti, semplici cittadini quali poi tutti siamo un'idea per il Presidente della Repubblica.
Non capisco perché anche in questi giorni non venga presa in considerazione, e presa in considerazione seriamente e non solo come candidatura di bandiera. È un nome semplice: Luigi Manconi, classe 1948, sardo di Sassari, ex portavoce dei Verdi e ex senatore del Pd, per me è l'uomo perfetto per svolgere un ruolo complicato come quello di Presidente della Repubblica, e dall'altra parte ha tutte le caratteristiche per ottenere un consenso vasto di una vasta schiera di parlamentari.
Ha una evidente credibilità istituzionale. Da Presidente in carica della Commissione dei diritti umani al Senato ha svolto un'attività esemplare su temi delicati come il carcere, l'immigrazione, la questione della discriminazione dei rom, il diritto alla cura, le tossicodipendenze... con una capacità incredibile e un'efficacia che gli viene riconosciuta da chiunque.
È un politico dell'area progressista che ha una legittimazione anche da parte del centrodestra, soprattutto dei liberali intellettualmente onesti. È soprattutto un garantista, un profondo conoscitore della Costituzione, e un difensore strenuo dello stato di diritto. È stato il politico che si è battuto di più e con più costanza per ottenere giustizia nei casi di malapolizia italiana: da quello di Federico Aldrovandi a quello di Stefano Cucchi. Senza di lui, le cose sarebbero probabilmente andate diversamente, e le denunce non avrebbero avuto questa visibilità e questo valore politico. Non si sarebbero condannati i colpevoli.
È un lavoratore instancabile. Chiunque l'abbia frequentato il Senato, chiunque abbia fatto parte dei mille progetti che ha seguito, sa quanto sia meticoloso e efficace. È stato uno dei primi a riflettere sulla stagione degli anni 70 arrivando a posizioni non violente. È stato un dirigente dei Verdi, quando i Verdi rappresentavano la vera novità della politica europea. Se oggi fosse vivo Alexander Langer, forse Manconi voterebbe per lui come Presidente della Repubblica. È laico, ma ha avuto una lunga formazione cattolica, e sa relazionarsi in modo non strumentale con il mondo cattolico.
È un mediatore, anzi - come dichiara lui stesso - è un mediatore convinto che si possa e si debba sempre mediare anche quando ogni elemento sembra indicare il contrario. Gli interessano i deboli, ma evita di strumentalizzare le loro battaglie. Ha riflettuto e continua a riflettere, a scrivere e intervenire, sui temi etici come l'eutanasia o la fecondazione assistita, con una profondità di analisi che non cerca mai soluzioni comode, né alimenta facili schieramenti. Fin da giovane si è dedicato alle battaglie sul lavoro. Se oggi per i politici la classe operaia è un fantasma, pensa che le rivendicazioni dei lavoratori non siano semplicemente da ascoltare, ma siano fondanti del tessuto civile del nostro paese. Insomma, quale è la ragione per non votarlo?
di Daniela Mignone-Evans
Corriere della Sera, 19 gennaio 2022
Si chiama "Freedom Ranch" il progetto del penitenziario lombardo: i detenuti si prendono cura degli animali, riscoprono la libertà e imparano un lavoro. Il reportage di una studentessa del master in giornalismo di Rcs Academy.
"Che cosa strana, io che maltrattavo gli animali fino ad ammazzarli ora mi ritrovo a pulire le unghie": O.A. è stato uno dei primi detenuti a essere ammesso al corso di aiuto maniscalco al "The Freedom Ranch" del carcere di Opera, a Milano. L'esperienza con i cavalli se l'è costruita nell'ambiente criminale delle corse clandestine, dove il suo incarico era "stabilizzarli" prima di una gara, alla quale spesso non sopravvivevano. Anche R.A., che li imbottiva di ovuli per sfruttarli come muli della droga, condannandoli a morte, adesso "cura le unghie". Entrambi, grazie al progetto del ranch, hanno trovato una nuova strada, un nuovo rapporto anche con la società.
La struttura si trova accanto al muro di cinta del carcere e ospita otto cavalli, tra i quali alcuni confiscati alla 'ndrangheta a luglio del 2019. È stata aperta a settembre 2020 con gli sforzi comuni di enti pubblici e privati, degli operatori di polizia e dei detenuti, che hanno lavorato insieme per costruirla, utilizzando materiali di riciclo.
Opera Azzurra è nata nel ranch da una cavalla sequestrata che forse per lo stress ha partorito la notte stessa del suo arrivo. Insieme a lei, che è la più giovane, ci sono Pegaso, Forever, Otto, Another, Picasso, Cindy, e Oro Nero. Si tratta in molti casi di cavalli che i membri dell'organizzazione criminale ostentavano come simbolo di ricchezza e potere; o che avevano accettato in pagamento, destinandoli poi al macello, a essere sfruttati nel traffico di droga o a venire impiegati nelle corse ippiche illegali, organizzate spesso per attrarre giovani disoccupati con l'abbaglio di guadagni facili, e che qui sono riusciti a ricostruire una relazione positiva con l'essere umano.
La "relazione" tra uomo e cavallo è proprio la componente più importante dell'ippoterapia, dice Claudio Villa, esperto istruttore di equitazione che per 15 anni ha gestito un maneggio nel carcere di Bollate. Villa racconta che il contatto con questi animali porta le persone detenute a "sgretolare tutte le convinzioni, tutto il proprio trascorso, a mettersi in discussione", e con il tempo aiuta a sviluppare "equilibrio interiore e benessere fisico", visto che "molte ricerche hanno dimostrato che impariamo perfino a sincronizzare il nostro battito cardiaco con il loro". La possibilità di imparare un mestiere a contatto con i cavalli porta buoni risultati perché "loro non ci giudicano in termini umani", proprio grazie alla loro capacità di manifestare l'empatia, alla loro "propensione a relazionarsi".
Anche il comandante del carcere, Amerigo Fusco (nella foto con Pegaso, il cavallo più "anziano" del ranch), il cui impegno è stato determinante per la realizzazione del progetto insieme a Giuseppe Scabioli, Coordinatore delle Giacche Verdi Lombardia, è convinto che siano i cavalli a mostrare per primi empatia verso gli esseri umani. Per lui, quello del ranch è "un progetto che punta a ricucire lo strappo che la detenzione ha creato con la società civile" e grazie al quale il suo costo per la collettività viene "rimesso al sistema perché la società ne possa avere un vantaggio".
Ai detenuti sono destinati i corsi di maniscalco, di artiere e di sellaio che, spiega ancora il comandante, riescono a dare "un sogno di libertà, perché andare a cavallo, o imparare un'arte che è anche profumatamente pagata sul mercato, diventa lo strumento per diventare liberi", e perciò hanno anche "il potenziale di abbattere la recidiva". Per i figli degli operatori penitenziari sono state organizzate giornate di equitazione con gli artieri appena formati "che hanno mostrato grande responsabilità e grande dignità", come racconta uno dei poliziotti, che ha affidato i figli ai cavalli guidati dai detenuti, con i quali "grazie alla loro conoscenza dell'animale, abbiamo comunicato diversamente, riuscendo a superare una barriera, cosa che mai avrei creduto possibile".
Al ranch si svolge anche attività di ippoterapia per persone con disabilità, grazie al supporto del Rotary di Rozzano, e in futuro potrebbe essere avviata anche una fattoria didattica con i maiali, le galline, le oche mute, le tartarughe, le caprette, gli asini, i pappagalli e il pavone, che sono stati donati o adottati dalla custodia giudiziale dei carabinieri forestali. È difficile prevedere quale sarà l'impatto concreto di questi corsi sul reinserimento degli ex detenuti. Ma di sicuro, come racconta F., tra i primi a partecipare al progetto, quando si lavora al ranch di Opera "non sembra di essere in galera".
di Elisabetta Andreis
Corriere della Sera, 19 gennaio 2022
Appena maggiorenne in carcere. Oggi, a 26 anni, è laureato a pieni voti in Bocconi, cittadino con la volontà forte di impegnarsi per gli altri, educatore tra i ragazzi.
Gratosoglio, marzo 2014. "Era il giorno del mio diciottesimo compleanno, aspettavamo mio fratello sulle scalinate della gelateria per andare a ballare. Non arrivava, risaliamo in auto, passiamo davanti a casa. Sapevo che teneva la droga dei suoi traffici nascosta nel box e infatti c'era la polizia. Abbiamo capito subito. Il carcere era un conto da pagare, ma la stretta al cuore me la ricordo ancora". Pochi mesi dopo hanno fermato anche lui. Aveva la cocaina dentro la macchina. La condanna a dodici anni totali di carcere per traffico di droga, poi ridotti per merito a sette (con encomio dal direttore del penitenziario), Jonathan se l'è lasciata però alle spalle in tempo record. Oggi, a 26 anni, è laureato a pieni voti in Bocconi, cittadino con la volontà forte di impegnarsi per gli altri, educatore tra i ragazzi, brillante lavoratore e conteso fidanzato, innamoratissimo. In questi giorni legge i giornali con i fatti di cronaca - le risse tra bande armate, le aggressioni tra ragazzi nelle città di mezza Italia. Si guarda indietro e cerca di ricordare cosa girava per la testa a lui, in quegli anni. "In quartiere c'erano quelli appena più grandi, "le leggende", potenti e arricchiti con lo spaccio", racconta.
Jonathan è andato dietro a quel modello in un gioco al rialzo che non ha più saputo fermare. Traffici di cocaina per comprarsi auto da centomila euro, giocate al casinò quando ancora era minorenne, serate di spese folli per bere, comprare, farsi vedere. "Avevo i soldi in cima ai miei desideri - dice provando a capire se stesso e tutti i ragazzi che oggi fanno come lui. Amavo entrare nei locali dove tutti mi salutavano deferenti, compravo casse di vodka pregiata, mi sentivo potente. Viaggiavo per l'Europa e vivevo nell'adrenalina.
Provocavo stando in difesa, mi sentivo sempre sotto attacco". Si specchiava nello sguardo degli altri perché non sapeva chi era e chi voleva diventare. "Infrangevo ogni limite e non accettavo critiche ma in profondità aspettavo un adulto che fosse capace di fermarmi". La notte entrava in casa e si intristiva. Trovava due genitori stanchi, arrabbiati, delusi. Origini egiziane, persone in gamba che si facevano in quattro per tenere insieme tutto. Papà ingegnere, mamma psicologa. Tra mille fatiche a Milano gestivano un ristorante, e chissà se Jonathan ha scelto Economia anche pensando a loro. L'intelligenza brilla negli occhi rappacificati, un mezzo sorriso spunta quando gli si dice "complimenti".
A diciotto anni entra a San Vittore - Riavvolge ancora il nastro. A diciotto anni entra a San Vittore, si iscrive a scuola giusto per prendere il diploma ma non si impegna. Ha l'unico pensiero di voler uscire. E tuttavia il tempo in carcere acquista un senso solo se lo si impiega come opportunità: Jonathan lo capisce presto. Impara a cucinare, fa volontariato. E poi va spesso in biblioteca, si guarda intorno, lega con alcune volontarie che organizzano approfondimenti su varie materie. Decide di aprire il primo libro. Il secondo. Il terzo. Prende il diploma, vince una borsa di studio per la Bocconi, macina un 30 dopo l'altro, ma soprattutto aiuta i compagni che si convincono di voler studiare ma hanno meno strumenti di lui, li segue fino agli esami.
"Quando in cella l'amico Pietro ha saputo della sua condanna a 30 anni, il reparto si è raggelato. Un silenzio assoluto, e io ho cominciato a piangere". Il film "Ariaferma" di Leonardo di Costanzo racconta il mondo del carcere e alcuni legami che si creano all'interno, Jonathan li ha vissuti e restano nel suo bagaglio. Ruoli e umanità che si mescolano tra attese e speranze, spazi chiusi e tempi dilatati. Ora, libero, sorride tra le persone e in mezzo ai libri: "Mi hanno salvato la vita", dice. Ma la verità è che se l'è salvata da solo. E che l'ha salvata anche ad altri.
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