di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 20 gennaio 2022
Il via libera alla relazione sulla giustizia in Parlamento. La ministra: un'esperienza che vorrei continuare. Tutte le mie energie per accelerare sul Csm. "Sappiamo bene quanta fatica e disponibilità è stata chiesta a tutte le forze politiche per trovare un terreno su cui convergere. Queste riforme sono figlie del contesto straordinario in cui sono nate: di un governo sostenuto da una maggioranza amplissima, di "unità nazionale", con sensibilità al suo interno molto distanti tra loro. È anche la sua ricchezza".
di Maria Carmela Fiumanò
agenziadire.com, 20 gennaio 2022
La ministra in Aula al Senato, nella sua relazione sull'amministrazione della giustizia. "Alcune strutture indegne, Sollicciano indecorosa". Il primo problema è il sovraffollamento (114%), "condizione esasperante".
"Quanto al carcere la pandemia ha fatto da detonatore di questioni irrisolte da lungo tempo. Questi anni sono stati durissimi. Le tensioni, le paure, le incertezze, l'isolamento che tutti abbiamo sperimentato erano e sono amplificati dentro le mura del carcere. Per tutti: per chi lavora in carcere e per chi in carcere sconta la sua pena.". Lo dice la ministra Marta Cartabia, in Aula al Senato, nella sua relazione sull'amministrazione della giustizia.
di Francesco Machina Grifeo
Il Sole 24 Ore, 20 gennaio 2022
"La giustizia sappia ricomporre i conflitti". Nel corso della Relazione annuale sull'amministrazione della giustizia, la Ministra Guardasigilli ha tracciato un quadro positivo delle riforme fatte: penale, civile, minori, imprese. Manca ancora il Csm ma i tempi saranno rispettati.
È un consuntivo ampiamente positivo per le tante riforme portate a casa durante l'anno "grazie alla responsabilità delle forze politiche", quello tracciato dalla Ministra Marta Cartabia nel corso della Relazione sull'amministrazione della giustizia questa mattina al Senato (nel pomeriggio la Guardasigilli è attesa alla Camera).
Delega penale, delega civile, minori e diritto di famiglia, insolvenza imprese. "Sul piano delle riforme tanto lavoro è stato fatto" afferma Cartabia che poi subito aggiunge: "Molto altro lavoro ci attende". Si perché all'appello, oltre a tutti i decreti di attuazione, manca ancora la riforma più "politica" quella sul Csm e dell'ordinamento giudiziario, forse rinviata per la coincidenza con l'elezione del Quirinale. Tuttavia, annuncia il Ministro: "I tempi verranno rispettati". In dirittura d'arrivo nel 2022, come chiesto dal Pnrr, anche la riforma del diritto tributario.
Diversi poi i richiami alla "diffusione generalizzata" dell'ufficio del processo che "comporta un vero e proprio cambio di paradigma, perché segna il passaggio dal lavoro individuale a quello di squadra". Cartabia ha poi sottolineato la necessità di spingere sulla "giustizia riparativa" coltivando l'idea che la giustizia "sappia ricomporre i conflitti e preservare i legami personali e sociali, che sappia unire più che dividere; che tuteli i più fragili e tenda sempre all'interesse comune". "Questa - ha aggiunto - è la più grande urgenza del nostro tempo e questo è lo spirito che ci trasmette la nostra Costituzione". Una visione però che deve fari i conti con gli enormi problemi anche infrastrutturali del Paese che hanno portato, per esempio, il sovraffollamento delle carceri al 114%.
Cartabia ha poi ricordato i "troppi i casi di violenza sulle donne, troppi i femminicidi, troppe le violenze sui bambini, troppi i drammi che originano in ambito domestico di cui abbiamo notizia quotidianamente. "Una vera barbarie, ha giustamente detto qualcuno di voi".
L'Aula di palazzo Madama ha poi approvato, nel pomeriggio, con 195 voti favorevoli, 25 contrari e 2 astenuti, la Relazione con una risoluzione di maggioranza (respinte le risoluzioni presentate dal Fratelli d'Italia e da alcuni senatori del gruppo Misto che avevano parere contrario dal Governo).
Riportare i tempi della giustizia entro limiti di ragionevolezza - "Riportare i tempi della giustizia entro limiti di ragionevolezza come chiede la Costituzione, come chiedono i principi europei. Il principio della ragionevole durata del processo e gli altri principi costituzionali europei che presidiano la corretta amministrazione della giustizia sono scritti per questo per rispondere all'esigenza di chi attende dai nostri uffici giudiziari una parola di giustizia, una parola di giustizia tempestiva perché processi irragionevolmente lunghi rappresentano un vulnus per tutti: per gli indagati e per gli imputati che subiscono oltre il necessario la pena del processo e il connesso effetto di stigmatizzazione sociale; per i condannati che si trovano a dover eseguire una pena distanza di tempo quando ben possono essere e per lo più sono persone diverse da quelle che hanno commesso il reato; per gli innocenti che hanno ingiustamente subito oltre misura il peso di un processo che può aver distrutto le relazioni personali e professionali e soprattutto per le vittime e per la società che non ottengono in tempi ragionevoli una accertamento dei fatti e delle responsabilità come è doveroso". È uno dei passaggi chiave affrontati dalla ministra Cartabia, nel corso della Relazione, con riferimento alla lettera di una anziana madre che lamentava la mancata celebrazione del processo relativo alla morte sul lavoro del figlio. Quel processo ha detto la Ministra non si è celebrato per la mancanza di spazi adeguati ed ha poi ricordato lo sforzo fatto per il maxi processo di Palermo con la creazione dell'aula bunker.
Riduzione tempi giustizia del 15% vale mezzo punto Pil - "Sappiamo bene - ha proseguito Cartabia - che la modernizzazione e l'efficienza del sistema giudiziario incidono direttamente sulla solidità economica del Paese: tra gli studi, uno recente di Banca d'Italia stima che la riduzione della durata dei processi di circa il 15% porti all'aumento di almeno mezzo punto percentuale del PIL. E i nostri obiettivi superano di gran lunga quel 15%. E inoltre la maggiore efficienza del sistema giudiziario stimola gli investimenti interni ed esterni e indirettamente migliora le condizioni di finanziamento per famiglie e imprese".
"Mentre l'emergenza sanitaria premeva - ha proseguito - abbiamo messo a punto progetti e riforme strutturali a lungo termine. Come sappiamo, abbiamo l'impegno di ridurre del 40% il tempo medio di durata dei procedimenti del civile; e del 25% per il penale entro un arco temporale di cinque anni. Questo è stato il punto di accordo dopo settimane di trattative con Bruxelles. Ad oggi, possiamo senza dubbio dire di aver conseguito - e invero superato - gli obiettivi previsti per il 31 dicembre 2021, che annoveravano l'approvazione delle leggi di delega in materia di processo civile e di processo penale; gli interventi in tema di insolvenza e l'avvio del reclutamento per l'Ufficio per il Processo".
Ufficio del processo cambio di paradigma, lavoro di squadra - "Per il sistema italiano, la diffusione generalizzata dell'ufficio del processo, dopo anni di proficua sperimentazione in molti distretti di Corte d'Appello, comporta un vero e proprio cambio di paradigma, perché segna il passaggio dal lavoro individuale a quello di squadra". Ha detto la ministra. "Più volte in questi mesi - ha proseguito - nel dibattito pubblico si è stigmatizzata una visione 'efficientistica' della giustizia. Mi preme rimarcare che il lavoro di squadra, se ben organizzato e ben condotto, non solo incrementa l'efficienza della giustizia, migliorandone i tempi, ma ne favorisce la qualità. Non c'è competizione, né tanto meno contraddizione, tra efficienza e qualità della giustizia, ma reciproco sostegno nel quadro dell'Ufficio per il processo". Il primo contingente di 8171 giuristi, ha ricordato, è già stato selezionato con i concorsi che hanno visto la partecipazione di circa 67.000 candidati e che si sono svolti lo scorso autunno. "Così il 14 febbraio, 200 giovani giuristi entreranno in servizio in Cassazione ed il 21 febbraio altri 8000 circa prenderanno servizio in tutti gli uffici giudiziari d'Italia". "È bene notare - ha aggiunto - che si tratta di un importante potenziamento delle risorse umane: accanto a circa 9000 magistrati in servizio si troveranno ben 8.171 giuristi-assistenti. Un aiuto potenzialmente molto rilevante". Nelle prossime settimane seguirà un altrettanto cospicuo contingente di tecnici (5.410), che dovrà supportare l'Ufficio per il processo "nei suoi compiti di data entry, di rilevazione statistica e di analisi organizzativa, e altri compiti di supporto dell'azione gestionale dei vertici giudiziari e amministrativi degli uffici".
Corruzione, costante preoccupazione, mina fiducia nelle istituzioni - "Il monitoraggio dei tempi dei processi - ha affermato Cartabia - è particolarmente sentito nel settore penale. Per questo la legge delega di riforma prevede la costituzione, già avvenuta a dicembre, di un Comitato tecnico-scientifico per il monitoraggio sull'efficienza della giustizia penale, sulla ragionevole durata del procedimento e sulla statistica giudiziaria, con il compito di effettuare una verifica periodica del raggiungimento degli obiettivi di accelerazione e semplificazione, nel rispetto dei canoni del giusto processo". "Questo comitato di monitoraggio ha al suo interno un'unità dedicata ai reati contro la pubblica amministrazione: da parte nostra, come delle istituzioni europee c'è una costante preoccupazione sulla piaga della corruzione, che richiede continua attenzione, per la sua capacità di "divorare le risorse pubbliche" e "minare il rapporto di fiducia tra Stato e cittadini", come ebbe a sottolineare il presidente della Repubblica".
Imprese, nuove norme su insolvency per composizione crisi - "All'attuale emergenza provocata dalla pandemia è legato un intervento normativo che si è reso indispensabile: la riforma delle norme sull'"insolvenza" delle imprese. L'obiettivo è quello di offrire nuovi e più efficaci strumenti agli imprenditori per sanare quelle situazioni di squilibrio economico-patrimoniale che, pur rivelando l'esistenza di una crisi o di uno stato di insolvenza, appaiono reversibili". "La conservazione dell'impresa - ha proseguito la ministra della Giustizia, Marta Cartabia - è stata l'elemento ispiratore del Dl 24 agosto 2021, n. 118 che ha operato su due direttrici: l'introduzione di un nuovo strumento di ausilio alle imprese in difficoltà, di tipo negoziale e stragiudiziale, e la modifica della legge fallimentare con l'anticipazione di alcune disposizioni del codice della crisi".
"Il cuore della nuova normativa dell'insolvency è la "composizione negoziata della crisi". Si tratta di un percorso volontario, attraverso il quale l'imprenditore, lontano dalle aule giudiziarie, in assoluta riservatezza, si rivolge a un esperto, terzo e imparziale". Cartabia ha poi ricordato l'introduzione di sistemi di allerta, sia interni sia esterni all'azienda, "demandati a creditori pubblici qualificati, affinché l'imprenditore in crisi possa per tempo avvalersi di questo strumento". "Questo processo riformatore troverà conclusione nel corso del 2022, con l'entrata in vigore del codice della crisi di impresa e dell'insolvenza, opportunamente modificato attraverso il completo recepimento della direttiva UE 1023/2019 sulle ristrutturazioni". "In prospettiva, ha concluso - occorrerà modificare il sistema dei reati fallimentari, a cui sta già lavorando una Commissione di esperti insediata presso il Ministero.
Entro il 2022 riforma giustizia tributaria col Mef - "Entro il 2022 dovremo portare a termine anche la riforma della giustizia tributaria, a cui stiamo lavorando insieme al Mef", è un passaggio della Relazione sull'amministrazione della giustizia da parte della Ministra Guardasigilli, Marta Cartabia, in corso nell'aula del Senato (nel pomeriggio alla Camera).
Carceri, sovraffollamento al 114% - Per quanto riguarda le carceri, "il primo e più grave tra tutti i problemi continua ad essere il sovraffollamento: ad oggi su 50.832 posti regolamentari, di cui 47.418 effettivi, i detenuti sono 54.329, con una percentuale di sovraffollamento del 114%. È una condizione che esaspera i rapporti tra detenuti e rende assi più gravoso il lavoro degli operatori penitenziari, a partire da quello della polizia penitenziaria, troppo spesso vittima di aggressioni. Sovraffollamento significa maggiore difficoltà a garantire la sicurezza e significa maggiore fatica a proporre attività che consentano alla pena di favorire percorsi di recupero".
Manca ancora riforma Csm ma tempi PNRR saranno rispettati - "Sappiamo bene che all'appello manca ancora un altro fondamentale e atteso capitolo: la riforma dell'ordinamento giudiziario e del CSM, che il Presidente della Repubblica e alcune forze politiche hanno ancora di recente sollecitato giustamente. Il disegno di legge delega è già incardinato alla Camera su iniziativa del precedente Governo, e - come abbiamo fatto per tutte le altre riforme - intendiamo presentare emendamenti governativi che riguardano, tra l'altro: il sistema elettorale, la composizione e il funzionamento del CSM; il conferimento degli incarichi direttivi, le valutazioni di professionalità, il collocamento fuori ruolo, il concorso per l'accesso in magistratura e il rapporto tra magistrato e cariche elettive". Ha detto in conclusione la Ministra Guardasigilli, Marta Cartabia, aggiungendo: "Sono certa - ha aggiunto - che nelle prossime settimane potremo progredire nella scrittura anche di questo atteso capitolo di riforma, che il PNRR ci impegna ad approvare entro il 2022. La Camera ha già calendarizzato la discussione in aula e quella scadenza dovrà essere rispettata".
di Liana Milella
La Repubblica, 20 gennaio 2022
La Guardasigilli porta al Senato, e poi alla Camera, la sua relazione sullo stato della giustizia e parla delle riforme già fatte e quella ancora da fare sul Csm. "Illustre signora Ministro, le scrivo questa lettera pubblica per chiedere il suo conforto, affranta dalla morte sul lavoro di mio figlio Roberto e dall'impossibilità di vedere celebrato il processo in tempi ragionevoli. Sono sicura che morirò prima di vederne la fine, senza poter sapere come e da chi è stato ucciso mio figlio. Le scrivo come madre, vedova e umile cittadina, per chiedere il suo conforto e, nei limiti delle sue possibilità e competenze, di approfondire la disastrosa realtà di quel tribunale. Prima di morire, vorrei poter andare sulla tomba di mio figlio Roberto per dirgli che la giustizia terrena ha fatto il suo corso".
di Angela Stella
Il Riformista, 20 gennaio 2022
Nulla da dire sul piano dell'efficienza, ben venga l'Ufficio del processo, importantissima la giustizia riparativa. Ma ci saremmo aspettati qualche parola in più sul Csm. La casa brucia e non si vedono pompieri.
Nei giorni scorsi il Presidente Mattarella ha commentato con un silenzio assoluto le notizie che alcuni (pochi giornali) hanno riportato sullo sfacelo della giustizia italiana. Le riassumo. Il procuratore generale della Cassazione ha perso il cellulare (contemporaneamente al procuratore di Milano) e così la procura di Brescia non ha potuto accertare cosa ci fosse scritto nei messaggi che i due si scambiarono - probabilmente - a proposito della Loggia P2.
Il Consiglio di Stato, per la seconda volta in pochi mesi, ha accusato il Csm di fare le nomine ai più alti incarichi della magistratura violando le regole. In sostanza ha fatto capire che al Csm le regole sono sostituite dai rapporti di forza tra le correnti e dai giochi di potere. Il Consiglio di Stato ha dichiarato decaduto il Presidente della Cassazione e la sua vice, cioè i vertici della magistratura. Decapitata. Il Csm, con un vero e proprio golpe, ha violato la sentenza e ha rimesso in sella i due abusivi. Mattarella è il presidente del Csm. Il suo silenzio è stato impressionante.
La ministra Cartabia ieri ha presentato la relazione sullo stato della giustizia anno 2021. Relazione molto seria e difficilmente discutibile su molti punti. Incredibilmente omissiva sulla questione centrale: lo stato di coma nel quale si trova la magistratura e la separazione ormai irreparabile tra magistratura e giustizia. Domani si apre l'anno giudiziario. Si aprirà con il discorso ufficiale di un magistrato che il Consiglio di Stato ha dichiarato abusivo. Non era mai successo. Credo mai in Occidente. Sigmnori miei, sembra davvero di stare in Sudamerica. Meglio: nel Sudamerica di una trentina di anni fa. E in questo sfacelo domina il silenzio delle massime istituzioni.
Molti, oggi, pregano Mattarella di accettare un rinnovo dell'incarico al Quirinale. Perché? È stato un buon presidente? Può darsi. Di sicuro è stato il Presidente che ha portato in silenzio allo sfacelo totale la giustizia italiana. Che oggi è solo il luogo dove si violano le regole impunemente e si esercita ogni tipo di sopraffazione. Mattarella è Cartabia sono colpevoli di questo sfacelo? Forse non direttamente, però sicuramente c'è un "concorso esterno..."
Fare la riforma copernicana della giustizia, o continuare a suonare come il pianista folle mentre il Titanic sta affondando? Per ora la ministra Cartabia ha scelto la seconda strada, pur avendo l'ambizione di percorrere la prima. Domani si inaugura il nuovo Anno Giudiziario. Il compito sarà affidato al presidente della Cassazione Pietro Curzio, riconfermato dal Csm dopo la bocciatura da parte del Consiglio di Stato. Alla celebrazione sarà presente, seduta in prima fila, la guardasigilli Marta Cartabia. Che non è lo stralunato Alfonso Bonafede e neanche il timoroso Andrea Orlando. Ha l'ambizione di realizzare nella giustizia italiana una vera rivoluzione copernicana e ha le carte in regola per riuscirci.
Ma ieri, nell'aula del Senato, mentre illustrava la sua "Relazione annuale" sulla giustizia, ricordava di più il pianista folle del Titanic, che continuava a pestare furiosamente sui tasti mentre il bastimento affondava. Le acque della giustizia, con i cavalloni delle toghe sempre più scatenati e incontrollabili e un mare asciutto di pesci e quindi di vita, sono rimaste fuori dall'aula. Naturalmente non abbiamo niente da obiettare alla ministra sul piano dell'efficienza. Per l'istituzione dell'"Ufficio per il processo", prima di tutto, ottomila giovani giuristi selezionati con un concorso cui avevano partecipato 67.000 candidati, che affiancheranno i magistrati nel loro lavoro quotidiano. E chissà se sarà vero, come ha detto la ministra, che questo aiuterà a trasformare l'attività giurisdizionale da individuale a collettiva. Speriamo, ma non dimentichiamo che l'Italia è il Paese in cui singole toghe, in particolare pubblici ministeri, hanno fatto carriera, a volte anche politica, con gli arresti clamorosi, da Tortora a Mani Pulite, passando per il gruppo dei siciliani del processo "Trattativa", fino ai blitz di Nicola Gratteri in Calabria (e mandate a casa l'avvocato Pittelli, per favore). Comunque ben venga questa importante innovazione, così come la digitalizzazione degli atti giudiziari, un aiuto a riorganizzare il lavoro nei palazzi di giustizia. Ma intanto la casa brucia. E ne sono successe di cose strane, nel corso del 2021. Prendiamo il Consiglio Superiore della Magistratura, per esempio.
Quello che dovrebbe essere il tempio dell'onore e del prestigio di chi indossa la toga "giusta", quella di chi ha l'ardire di giudicare gli altri, è diventata una sorta di suk dove si contrattano ambizioni e carriere come merce più o meno digeribile, più o meno lecita. Uno di loro, Luca Palamara, ha avuto l'ardire di raccontarci come andavano le conon se ogni volta che il Csm doveva decidere trasferimenti e promozioni, e anche con quale animo "politico" venivano svolti indagini e processi, e l'hanno fatto fuori. La casa è bruciata solo per lui. Gli altri sono lì e rifiutano di essere sorteggiati, la prossima volta, il che sarebbe l'unico sistema elettorale per evitare le camarille e i duelli all'ultimo sangue dietro il convento dei carmelitani scalzi.
Ci aspettavamo dalla ministra Cartabia qualche parola di più su quel che succede nella realtà, visto che il lavoro della commissione da lei nominata non è stato se poco di più che acqua fresca, condita da qualche piccolo conflitto di interessi. Ma del resto lo stesso presidente Sergio Mattarella pare non essere memore del fatto di essere lui il vero capo del Csm. Senza chiedere (però, però) di mandare i carabinieri come fece Cossiga ad accerchiare le alte toghe, ci saremmo aspettati che almeno qualcuno osasse metterci dentro la testa, invece di girarsi dall'altra parte. La parte della relazione della ministra che inizierà davvero il percorso della rivoluzione copernicana è quella che interviene sul sistema civile favorendo "soluzioni consensuali dei conflitti".
E sul penale nella direzione opposta a quella del carcere a tutti i costi e del buttare via la chiave. "dalla non punibilità per particolare tenuità del fatto, alla sospensione del procedimento con messa alla prova dell'imputato, all'estinzione delle contravvenzioni per condotte riparatorie, alla procedibilità a querela, alla pena pecuniaria e alle pene sostitutive brevi". Un impianto riformatore in grado indubbiamente "di produrre significativi effetti di deflazione processuale". Il che dovrebbe aprire un vero ragionamento politico sul processo. Non solo sui tempi, ma proprio sulla natura del giudicare. E soprattutto dell'indagare.
Pensiamo a quel che è successo a Milano ai processi contro le dirigenze dell'Eni. Non significa proprio niente, mentre si apre il nuovo anno giudiziario, il fatto che mezza procura milanese sia ancora indagata, per comportamenti quanto meno discutibili (vedremo poi se saranno anche reati) dagli uffici di Brescia? Importantissima la "giustizia riparativa", su cui Marta Cartabia insiste molto e ha anche scritto un libro con il professor Ceretti. Così come il ricorso maggiore alle forme alternative al carcere, su cui ci vorrebbe però un po' più di coraggio, come ha sottolineato l'Unione delle Camere penali. Ma è un percorso lungo. Ma se intanto la casa brucia, o il Titanic sta affondando, ci vogliono da subito i pompieri e gli elicotteri di salvataggio. E per ora non si vedono.
di Riccardo Greco*
Il Dubbio, 20 gennaio 2022
Nella riforma civile un nuovo equilibrio fra Tribunale per i minorenni e Tribunale ordinario. In versione più estesa rispetto all'analisi pubblicata sul Dubbio nell'edizione cartacea di domani, il presidente del Tribunale per i minorenni di Bari illustra alcuni dettagli del ddl civile finora sottovalutati, e che disegnano un nuovo "rivoluzionario" equilibrio nel riparto di competenza fra i presìdi propri della giustizia minorile e i Tribunali ordinari.
La riforma del processo di famiglia e l'introduzione del giudice unico hanno suscitato un vivace dibattito, consumatosi in opposte opinioni tra l'apprezzamento incondizionato di alcuni, per lo più professori e avvocati, e le accorate critiche di altri, essenzialmente giudici minorili e operatori dei servizi specialistici. Ora, il clamore iniziale sembra sopirsi in attesa dei decreti legislativi che dovranno dare attuazione alla riforma, ragionando su come trasfondere in norme precettive l'architettura dei principi della delega, e superare le innegabili aporie e qualche errore tecnico che si annida in un articolato complesso e poliforme. È tempo invece di discutere di quel che già si trova definito in una previsione normativa compiuta e di pronta attuazione, quale è quella con cui il comma 28 dell'art. 1 della legge 26 novembre 2021, n. 206 rimodula l'art. 38 delle disposizioni di attuazione del codice civile.
Come la legge stessa prevede, il nuovo disposto si applicherà ai procedimenti introdotti a far data dal 22 giugno 2022, che è il centottantesimo giorno successivo alla data della sua entrata in vigore (24 dicembre 2021). Non è proprio domani, ma è bene attrezzarsi subito rispetto a una modifica che appare essere di portata rivoluzionaria e inciderà sulle scelte processuali nel diritto di famiglia. La nuova disciplina, che apparentemente si adagia sulla formulazione precedente, in realtà la segue fino al limite della cognizione, e anzi l'accresce, ma poi ha un revirement esecutivo che la sovverte con un'intuizione originale. Di fatto, l'articolo 38 riformato si presenta con due previsioni speculari, l'una delle quali fa sua la priorità processuale del T.O., ma l'altra la inverte a vantaggio del T.M.. Naturalmente non si tratta né di una sfida all'ultimo fascicolo per la conquista di una medaglia al merito giudiziario, né semplicemente di una ripartizione dei carichi di lavoro per non lasciare scontenti ora l'uno ora l'altro, di quanto in più si vede attribuito; bensì dell'applicazione strategica di un riparto di competenze, affidato alla ricostruzione sistematica delle funzioni dei due uffici. Ed è proprio questa visione di sistema che introduce alla lettura più intrigante e propositiva della norma.
Vale la pena ricordare quale è la caratteristica propria dell'attività del Tribunale per i minorenni. Il Consiglio Superiore della Magistratura l'ha ascritta "al patrimonio di competenze assicurato dall'intera struttura su cui sono imperniati gli uffici giudiziari minorili" per cui "la giustizia minorile non trova il suo proprium nella decisione del contenzioso in quanto tale, ma nella risoluzione di problematiche sociali, familiari, psicologiche, di devianza, di marginalità in genere" con l'ulteriore affermazione che "necessariamente la risposta dello Stato, come da tempo riconosciuto e affermato anche da questo Consiglio, deve costituire il prodotto non dell'agire atomistico dei singoli enti, ma di una programmazione e attuazione integrata delle diverse istituzioni" (dal parere sulla riforma del processo civile - delibera 15 settembre 2021, pag. 54 e s.).
È noto che la costituzione del T.M. come giudice specializzato deve questa sua particolare formazione alla presenza dei giudici onorari, i quali, apportatori di competenze metagiuridiche, arricchiscono le conoscenze dei magistrati togati e li contaminano delle proprie professionalità, inducendoli a una caratterizzazione del giudizio in chiave propositiva e incrementativa delle risorse individuali. Il processo minorile, perciò, come ben ha detto il Csm, si individua come percorso di razionalizzazione delle capacità, sviluppandole, riguardo al minore, con una consapevolezza critica verso le condotte devianti e improprie, e impletendandole riguardo ai genitori, in chiave di adeguatezza accuditiva. Dalla constatazione di un pregiudizio si genera una progettualità che tende al superamento di quella condizione negativa. Ne sono beneficiarie le parti, e la decisione che ne regola i diritti è condotta attraverso step progressivi di avvicinamento alla definizione mediante provvedimenti provvisori che fissano tante tappe di realizzazione dei bisogni, fino al loro (sperabile) soddisfacimento.
Naturalmente da quando il T.O. si occupa anche di decadenza e limitazione della responsabilità dei genitori, è anch'esso ben attrezzato per la definizione di queste domande, ma sconta sia gli effetti di un radicato approccio culturale sia una limitazione operativa che dipende dalla regole del processo e dalle previsioni ordinamentali. Quanto a quest'ultimo aspetto, è innegabile che il T.O. non è un giudice "dedicato" a trattare i giudizi di famiglia: se va bene, nei grandi tribunali, ci sono sezioni che hanno una competenza propria su questi affari, ma non è mai esclusiva; nei piccoli, si sa, gli stessi giudici si occupano di famiglia appena dopo aver deciso uno sfratto per finita locazione, o un risarcimento danni. D'altra parte le domande ex art. 330 e 333 c.c. sono trattate dal T.O. sempre in connessione con un'altra diversa domanda principale, di modo che quella finisce per essere servente di questa e consuma la sua forza precettiva nella stabilità dell'assetto familiare in cui si risolve il giudizio separativo. In questo senso viene a definirsi anche l'approccio culturale alla decisione, che porta i giudici del T.O. a trattare gli affari di cui si occupa ex cathedra, con la stessa distanza funzionale e il rigore logico con cui è solito applicare i principi di diritto quando distribuisce torti e ragioni e divide i vinti dai vincitori.
Come dire? La sua è una pronuncia statica che fissa certamente l'"an" e il "quantum", raramente il "come", e comunque quando lo fa lo considera nella fissità dei diritti presupposti, mentre non riesce a definire se è anche "conveniente". La "convenienza" infatti, attiene all'impatto della decisione nella realtà delle relazioni familiari, ed è mutevole nel modo in cui gli attori di quelle relazioni si muovono nello scenario della vita. Non si dimentichi che le relazioni familiari sono improntate a diritti che definisco "circolari", nel senso che a un diritto (per esempio del genitore non collocatario a vedere il figlio) si affianca un altro diritto (quello del figlio alla bigenitorialità) in una sorta di corrispondenza biunivoca e non di contrapposizione. Per cui gli esiti tipici processuali, di accertamento o di condanna, sono inadatti di per sé al raggiungimento effettivo del bene della vita perseguito (in ultima analisi la serenità di vita del minore). Quindi le relazioni familiari richiedono una pronuncia dinamica con un giudice che non se ne sta lì, distaccato, seduto sul suo scranno, ma scende sul terreno dello scontro e si sporca le mani avvicinandosi a quella grande meraviglia che è l'animo umano: utilizza le sue risorse, che sono prescrizioni, divieti, indirizzi, limitazioni di responsabilità; ma quando è necessario, lo deve fare attraverso i soggetti della mediazione e del sostegno, i professionisti del welfare, che accompagnano le espressioni di umanità.
Il T.O. non sa farlo, non lo fa. Comprensibilmente non può farlo, ed è giustificato dalle ragioni anzidette. Si guardi all'invenzione giudiziaria personificata dal coordinatore genitoriale. Essa è sintesi dell'incapacità del T.O., tanto che la risolve nell'affidamento a un terzo della risoluzione dei micro-conflitti, con una delega più o meno "ad libitum". È un'invenzione che nella sua essenza è stata sconfessata dalla legge delega, la quale, riferendosi a quell'istituto (senza nominarlo), lo riporta a funzioni consultive del giudice e non regolative dei contrasti (comma 23 lett. ee). Ed è una scelta scarsamente seguita in giurisprudenza perché spesso si tramuta in un non liquet, affabulatore e non risolutore.
Il fatto è, ed è cosa nota e deprecata, che ai giudizi di famiglia è mancata fin qui di una procedura specifica di esecuzione. Cosa è cambiato? Credo molto. Fino ad ora l'esecuzione dei provvedimenti di famiglia si è dispersa fra norme concorrenti. Seguendo la Cassazione (sent. 1 aprile 1998, n. 3374 e succ. conformi) si possono invocare due giudici: quello del merito e il giudice dell'esecuzione. A entrambi è rassegnato il compito di stabilire le modalità di attuazione del titolo in questione, con il limite gravissimo però, di risultare inefficaci di fronte all'evidenza di un obbligo di fare incoercibile e del pericolo che l'esecuzione del provvedimento arrechi al minore un danno ancora maggiore rispetto a quello che gli riviene dalla mancata esecuzione del provvedimento stesso. D'altra parte si ricorderà il vivace dibattito che riscosse la discussione parlamentare sul disegno di legge a firma dell'onorevole Pillon, che avanzava l'idea di poter risolvere i casi di c.d. alienazione parentale (quando ancora era espressione utilizzabile), con il collocamento in comunità del minore subornato. Per vero è successo che questa, in alcuni casi specialissimi, sia stata una via effettivamente perseguita, per assicurare un luogo di neutralità e di riparo dal conflitto alienante, restando indubbio, però, che ne è derivata un'ingiusta e sofferta limitazione della libertà del minore.
Può dirsi che, fin dalla sua introduzione nel 2006, la scelta legislativa si sia indirizzata a eleggere il 709ter c.p.c. come la norma più efficace all'esecuzione dei provvedimenti. La riforma oggi aggiunge la previsione di una condanna dell'inadempiente al pagamento di una somma periodica (comma 33), che raggiunge meglio l'effetto di sanzionare condotte continuative, con un'incisività aumentata rispetto al pagamento di una somma una tantum. Il metodo si sa è quello delle astreintes, che intendono risolvere con la coercizione indiretta l'adempimento omesso. L'esperienza francese è sicuramente positiva, ma calate nella realtà italiana, le astreintes corrono il rischio di essere poco efficaci di fronte alle pratiche elusive e di occultamento della ricchezza e comunque espongono il minore a un conflitto di lealtà rispetto al genitore a cui è affidato, tale da radicalizzare il suo rifiuto anziché scioglierlo.
L'originalità della riforma è la sua soluzione in chiave processuale. L'art. 709ter c.p.c. infatti è ora campo d'azione del T.M.. Esattamente come, per il giudizio di cognizione, la competenza si ripartisce a favore del T.O. in presenza di domande concorrenti con il 330 e il 333 c.c., per l'esecuzione, il riparto avvantaggia il T.M.. E sebbene il presupposto sia, anche qui, l'accessorietà del 709ter c.p.c. alle azioni de responsabilitate, non c'è chi non veda che ogni omissione degli obblighi di fare nelle relazioni di famiglia si presenta come condotta censurabile in termini di decadenza o di limitazione della responsabilità. Cosicché la competenza del T.M. sull'esecuzione dei provvedimenti ex art. 709ter c.p.c. finisce per essere generale.
Ecco qui la rivoluzione copernicana. L'idea di attribuire a una regola del processo l'effettività dei diritti, mostra la capacità del legislatore della riforma di raggiungere un equilibrio di particolare saggezza sul filo teso fra due genitori che litigano. Rimettendo al T.M. l'esecuzione dei provvedimenti, si supera la logica ristretta dello "stabilire le modalità", che fa richiamo alla visione (irrealizzabile) dell'assistente sociale che prende il bambino e lo consegna per le visite al genitore non affidatario, e si accede invece alla funzione proattiva della consueta attività del giudice minorile, che, accompagnando, sostiene, e persegue la consapevolizzazione del genitore renitente.
Anche il nuovo testo dell'art. 38 per vero, non riesce a essere di assoluta chiarezza, e involgerà problemi applicativi perché corre il rischio di far tornare a una duplicazione di procedimenti e a competenze parallele. Questo perché, proponibile il 709ter c.p.c. nel corso del giudizio di merito, la causa rimane affidata al T.O. se è lì pendente, mentre la fase esecutiva passa al T.M. sullo stesso oggetto delle relazioni con la prole. E per converso, con effetto "rimbalzo", la competenza del T.M. sul 709ter c.p.c. quanto all'esecuzione di un procedimento definito, potrebbe ritenersi cedevole rispetto a quella del T.O. se viene proposta dall'altra parte una modifica dei provvedimenti ai sensi dell'art. 710 c.p.c.. In un gioco di riflessi correnti fra due specchi che si fronteggiano, si potrebbe innescare una perversa ricorsa di competenze fra T.M. e T.O. sol che si dia prevalenza alla vis actractiva dell'uno o dell'altro, entrambi legittimati dalla concatenata lettura delle due disposizioni dell'art. 38 in commento.
L'importante sarà cogliere la logica di sistema che il nuovo riparto di competenza fra T.O. e T.M. ha inteso dettare, riconoscendo il T.M. come il giudice dell'attuazione dei provvedimenti familiari in ragione della sua specializzazione e della specificità della sua funzione giurisdizionale. Di modo che il riparto non venga ad essere stabilito da una lettura pedissequa della disposizione, nel contorto succedersi delle proposizioni confliggenti, ma dalla logica che l'ha ispirato, così da ritenere il solo T.M. il giudice adatto a una realizzazione degli interessi in gioco, conforme alla disposizione del giudice di merito, ma armonizzata alle condizioni reali in cui si dibatte la vicenda familiare.
D'altra parte, la disposizione dell'art. 709ter c.p.c., ha un antidoto di efficacia che, con la sua giusta utilizzazione appare essere risolutivo anche delle antinomie. Come è noto in sede attuativa il giudice applica il 709ter con il potere di "modificare i provvedimenti in vigore" ogni qual volta ricorrano "gravi inadempienze o atti che comunque arrechino pregiudizio al minore o ostacolino il corretto svolgimento delle modalità di affidamento", per cui attribuita al T.M. l'attuazione del provvedimento di merito, lo potrà anche modificare, adattandolo a quanto serve per la realizzazione effettiva del benessere del minore. La definizione delle domande ex art. 709ter c.p.c., in tal maniera è il grimaldello che dà ingresso al T.M. alla stanza della cognizione: con uno sconfinamento, del tutto originale rispetto alle competenze attuali, il giudice minorile si intrometterà nelle decisioni dei giudizi separativi che riguardano la prole, rendendolo organo di tutela a tutto tondo.
La strategia difensiva ne dovrà prendere atto e abbandonare la strada delle modifiche ex art. 710 c.p.c. strumentali a rendere attuabile il provvedimento originario, essendo bastevole l'azione del T.M. che nel tentativo di composizione delle modalità di esercizio dei diritti contrapposti si avvarrà di una completezza decisionale sulla disciplina dei rapporti, e potrà assumere provvedimenti adattativi su quegli aspetti della statuizione originaria che ostacolano la condivisione del regime delle relazioni, favorendone l'effettività.
Tale assetto non sarà contingente perché è destinato a sopravvivere anche nel futuro, dopo la sperata (benché improbabile) istituzione del Tribunale Unico di famiglia. In effetti, ai sensi delle lettere b) e c) del comma 24 della legge di riforma, la competenza sull'art. 709ter c.p.c. sarà regolata sempre dall'art. 38 in commento, e quindi a vantaggio delle Sezioni distrettuali; le quali sono immaginate come l'alter ego degli attuali Tribunali per i minorenni, e ne riproducono la stessa capacità di azione. Se pure gli attuali giudici onorari saranno confinati nell'ufficio del processo, potranno addurre con analoga forza mediativa la comprensione delle problematiche e il coinvolgimento delle parti nella progettualità operativa dei servizi socio-sanitari, e con essa, l'arricchimento multidisciplinare della decisione.
È chiaro che si tratta di un compito non facile, perché stabilire le condanne nei giudizi di cognizione è una conseguenzialità lineare dell'interpretazione dei fatti, laddove raggiungere l'effettività del bene della vita rispetto ad obblighi di fare che si attuano nella realtà futuribile, è una scommessa da conquistare passo dopo passo. I giudici minorili non si tireranno indietro, sperando che ancora una volta non si sbandiereranno contro di loro le sentenze Cedu, per il solo fatto che non sono riusciti a raggiungere quel che nessuno avrebbe mai raggiunto alle condizioni date. Ma non di meno sarà un lavoro arduo per i difensori, i quali, come fanno sempre, e come ci si aspetta che facciano professionisti specializzati e competenti, condivideranno con i giudici il pathos di soluzioni difficili, e opereranno insieme perché, al di là di ragioni delle parti, più o meno legittime, ognuno abbia il suo e il minore il tutto che gli spetta.
*Presidente del Tribunale per i minorenni di Bari
di Errico Novi
Il Dubbio, 20 gennaio 2022
Presentato il testo della senatrice Giammanco, ispirato al caso Cavallotti. Pietro Cavallotti si è trovato con un cumulo di polvere fra le mani. Le macerie delle aziende di famiglia incenerite da anni di amministrazione giudiziaria e sequestri, misure "di prevenzione" tenute in vita nonostante fossero cadute, in sede penale, le accuse di mafia da cui le misure avevano tratto origine. Cavallotti, giovane esponente di una famiglia di imprenditori un tempo leader, in Sicilia, nel campo delle infrastrutture del gas, si è laureato in Legge per necessità.
È diventato un vero scienziato del diritto nella materia costata a suo padre e ai suoi zii anni di ingiustizie: perdita delle aziende, perdita persino dei beni più personali, incluse le abitazioni in cui i Cavallotti vivevano. In capo a una pena così mostruosa, inumana e incostituzionale, inflitta in nome del dogmatismo antimafioso, ieri Pietro è riuscito a piantare una bandiera straordinaria: ha portato l'intera prima linea di Forza Italia al Senato - dalla capogruppo Annamaria Bernini all'ex magistrato Giacomo Caliendo - in conferenza stampa a presentare una legge che riforma proprio le misure di prevenzione del codice antimafia.
L'obiettivo è precisato dalla senatrice azzurra che ha avuto il coraggio di intestarsi la proposta come prima firmataria, Gabriella Giammanco: "Non è possibile continuare a tenere slegato il procedimento di prevenzione da quello penale: se un imprenditore viene assolto, è inaccettabile che poi si trovi costretto a raccogliere le macerie della sua azienda distrutta dopo anni e anni di sequestro. Ecco perché il nostro testo prevede che l'amministratore giudiziario debba affiancare e non sostituire l'imprenditore.
Serve poi", aggiunge Giammanco, "una forma di risarcimento del danno per quegli imprenditori innocenti che si sono visti distruggere le proprie imprese. Infine, occorre rafforzare la responsabilità civile degli amministratori giudiziari". Il testo in due soli articoli (ma molti, chirurgici, commi), "espone" i professionisti incaricati dai Tribunali, e che a volte si autoattribuiscono compensi da nababbi, per tutti i danni ingiusti che fossero "cagionati con colpa o dolo".
Giammanco è vicepresidente dei senatori di Forza Italia. La legge reca altre firme di suoi colleghi come il ricordato Caliendo (ieri ha detto "io da giudice non ho mai applicato una sola misura di prevenzione, non capivo come il codice potesse prevedere una pena per gli innocenti"), Stefania Craxi e Fiammetta Modena. Tecnicamente riforma il codice delle leggi antimafia, cioè il decreto legislativo 6 settembre 2011, n. 159. La senatrice prima firmataria cita anche l'intervista al procuratore nazionale Antimafia pubblicata ieri dal Dubbio: il Capo della Dna "ha ammesso l'esistenza di zone grigie, ma ha sostenuto che la nostra legge andrebbe a indebolire il sistema: gli rispondo che, da palermitana, conosco bene le gravi conseguenze prodotte dalla mafia sul nostro territorio.
Difficile contestarglielo. E anzi, una prima firma del giornalismo italiano come Alessandro Barbano associa alla determinazione degli azzurri la propria passione civile, e ribadisce il concetto: "Bisogna convincere il paese a dismettere tutto l'armamentario dell'eccezionalismo giudiziario, un cancro della nostra democrazia. La pena inflitta a un innocente è un'ingiustizia, ma per chi è stato già assolto è un assurdo, perché", fa notare Barbano, "è un'ingiustizia ordinata non per errore ma per legge.
Ecco cosa sono le misure di prevenzione: il diritto dei cattivi. Lo stesso usato dopo il 1861 per disfarsi del brigantaggio, e poi dal fascismo per colpire i dissidenti. Non è contemplato dalla Costituzione, eppure il doppio binario è stato perpetuato da una legislazione emergenziale che nell'ultimo decennio ha toccato l'apogeo del giustizialismo".
Poi in Sala Nassiriya c'è Pietro Cavallotti. Che non si sottrae ai propri meriti e parla con realismo misto ad amarezza: "Se siamo qui oggi è per la fatica impiegata da noi, da chi come me e Massimo Niceta ha perso tutto. Da una parte ne sono orgoglioso, ma dall'altra ne ricavo frustrazione, perché la politica avrebbe dovuto arrivarci da sola, capire quali ingiustizie si consumavano dietro le misure di prevenzione e intervenire".
Dopodiché la fiammella accesa nel cuore dell'imprenditore palermitano "non è tanto nelle chances che questa legge ha di essere approvata nel residuo scorcio di legislatura ma", dice Cavallotti, "nella forza dell'empatia. Gabriella (Giammanco, nda) mi ha confessato che se non mi avesse visto a "Quarta repubblica" mai si sarebbe interessata della materia.
I rapporti umani sono essenziali. Gabriella mi ha detto di insistere: non so come farò. Devo lavorare, ma se non insisto il mio lavoro è finito". Se c'è uno Stato che ritiene di essere giusto, dovrebbe farsi carico lui, dell'impegno di Cavallotti, subito. Ha capito, ministra Marta Cartabia?
di Simona Musco
Il Dubbio, 20 gennaio 2022
Oggi il voto su Curzio e Cassano alla presenza di Mattarella, alla sua ultima uscita (forse) da presidente a Palazzo dei Marescialli. Non sarà un plenum come gli altri quello di oggi. E non solo perché sarà l'ultimo al quale prenderà parte Sergio Mattarella, che presenzierà in qualità di presidente alla riunione forse più complicata di un Csm ormai delegittimato e travolto dagli scandali. Sarà anche una prova di forza, forse l'ultima, di Palazzo dei Marescialli rispetto alla giustizia amministrativa, alla quale replicherà dopo la "sfida" lanciata lo scorso 14 gennaio con l'annullamento delle nomine del primo presidente della Corte di Cassazione Pietro Curzio e dell'aggiunta Margherita Cassano, in accoglimento del ricorso di Angelo Spirito.
Una decapitazione dei vertici di Piazza Cavour che segue l'annullamento della nomina di Michele Prestipino a Roma e rappresenta, forse, la più plastica metafora della crisi della giustizia. Ma non solo: si tratta anche della riproposizione di una questione sempre aperta, quella circa i limiti del potere discrezionale del Csm. Per giungere all'appuntamento di oggi i passaggi fondamentali sono stati due.
In primo luogo, la stesura di nuove motivazioni, operata dai magistrati segretari della V Commissione in circa 70 ore, con lo scopo di colmare le lacune evidenziate da Palazzo Spada. Poi è toccato alla ministra Marta Cartabia, alla quale martedì il deputato di Azione Enrico Costa aveva chiesto un segnale per risolvere il contrasto non nuovo, ma ormai drammatico, tra giudici amministrativi e organo di autogoverno. Il segnale è arrivato lo stesso giorno, con il consueto concerto per la riproposizione di Curzio e Cassano e non una parola in più sulla ferita appena aperta. Insomma, un semplice visto, forse anche per tirarsi fuori da una crisi che solo una riforma potrebbe risolvere.
Le motivazioni che oggi verranno sottoposte all'assemblea - 142 pagine dense di numeri e pezzi di vita dei candidati - partono da un presupposto: il Consiglio di Stato, "sollecitando una riedizione del potere del Csm, non ne ha indirizzato la determinazione in un senso piuttosto che in un altro (dottor Spirito, piuttosto che dottor Curzio, o viceversa), limitandosi ad evidenziare che "a fronte di un così considerevole divario quantitativo-temporale nell'esercizio delle funzioni di legittimità"" tra i candidati, la dichiarata prevalenza di Curzio e Cassano "avrebbe richiesto una (ben diversa e) più adeguata motivazione in ordine alle conclusioni raggiunte". Insomma: i giudici amministrativi non hanno indicato quale tra gli aspiranti fosse il migliore, così come fatto nel caso della procura di Roma. Da qui la convinzione di poter approfondire le ragioni che già nel 2020 avevano portato alle nomine, tanto da riproporle con forza, smentendo "l'accusa" di aver disatteso il testo unico sulla dirigenza giudiziaria, la Bibbia di Palazzo dei Marescialli in fatto di nomine.
Si tratta, in tutti e tre i casi, di curricula validissimi, praticamente inattaccabili. E sebbene Spirito possa vantare un'esperienza più lunga rispetto ai colleghi, il Csm sottolinea come a prevalere siano i risultati conseguiti in un lasso di tempo inferiore, tali da azzerare ogni distacco in termini di anni di attività.Per la V Commissione Curzio, che in qualità di presidente ha sottoscritto 9.687 provvedimenti decisori, è "senza dubbio", il magistrato "più idoneo, per attitudini e merito", ad occupare il posto di primo presidente. Se è vero che Spirito svolge le funzioni di legittimità da più tempo, tale differenza, agli occhi della Direttivi "non appare significativa, in considerazione dell'assoluta padronanza", da parte di Curzio di tali funzioni. Anche perché Spirito ha sempre svolto funzioni nel solo settore civile mentre Curzio, per oltre un anno, è stato assegnato anche al settore penale, dove "ha redatto numerose sentenze relative a maxi processi di mafia, camorra e 'ndrangheta".
Anche in merito alla partecipazione alle Sezioni Unite, sebbene comune ad entrambi, la differenza qualitativa sarebbe significativa: Curzio, "proprio a dimostrazione dell'eccellente professionalità dimostrata alle Sezioni Unite, è stato nominato componente delle Sezioni Unite anche come presidente non titolare mentre il dottor Spirito vanta l'esperienza di partecipazione alle Sezioni Unite unicamente in qualità di presidente titolare (la cui partecipazione è assicurata di diritto, e quindi senza una specifica valutazione dedicata)". Giudizio identico nel caso di Cassano, "indubbiamente la candidata migliore" e capace di vantare "l'assoluta padronanza delle funzioni di legittimità".
La magistrata ha infatti svolto funzioni sia nel settore civile sia in quello penale, contrariamente a Spirito, che ha svolto "sempre ed esclusivamente quelle civili, anche presso l'Ufficio del massimario". Da qui la più "ampia conoscenza, proprio nello svolgimento delle funzioni presso la Corte di Cassazione, dei diversi settori della giurisdizione", sviluppando "una completa e poliedrica competenza nelle funzioni tipiche della Corte, dando prova di una non comune versatilità". Rilevante è anche il dato relativo al numero complessivo dei provvedimenti: Cassano, tra il 2003 e il 2016, ha infatti redatto ben 3236 sentenze (cui sono da aggiungere le ordinanze di Settima Sezione), contro le 1762 di Spirito.
di Liana Milella e Conchita Sannino
La Repubblica, 20 gennaio 2022
Dopo il no del Consiglio di Stato la conferma del primo presidente. La Guardasigilli Cartabia conferma che la riforma del Csm è pronta. Ma la maggioranza si divide. I simboli contano. Ed è certo di grande rilevanza se oggi, giovedì, alle 10 sarà il capo dello Stato e del Csm Sergio Mattarella a presiedere la seduta in cui saranno riconfermati nel loro incarico il primo presidente della Corte di Cassazione Pietro Curzio e la sua vice Margherita Cassano. Mattarella, quando Curzio fu votato al Quirinale il 15 luglio 2020, era presente al consenso (quasi) unanime su Curzio (si astenne solo il laico della Lega Cavanna).
Stavolta, dopo il 4 a 2 in commissione, non ci sarà di nuovo l'accordo di tutti sullo stesso Curzio. Finirà, come dice radio-Csm, con 6 astensioni, perché non si sono convinti a votare sì i quattro togati di Unicost, né tantomeno Sebastiano Ardita, che si è già astenuto lunedì nella commissione per gli incarichi direttivi, e con lui l'ex pm di Palermo Nino Di Matteo. Perplessità che non sono tanto sul merito della rinomina, quanto piuttosto sul metodo, sulla "fretta" del nuovo voto.
L'importanza della fretta - Fretta che invece, per chi voterà a favore di Curzio, è un elemento determinante di questa partita. Venerdì, domani, si apre in Cassazione l'anno giudiziario e non è neppure pensabile che Curzio ci arrivi delegittimato, bocciato dal Consiglio di Stato, che giusto alla vigilia dell'evento, nel passaggio di consegne tra l'ormai ex presidente Filippo Patroni Griffi (prossimo giudice costituzionale) e l'ex ministro berlusconiano Franco Frattini, deposita una duplice sentenza. Che privilegia la toga della Cassazione Angelo Spirito - napoletano di Unicost e a un anno e mezzo dalla pensione - sia nei confronti di Curzio che della Cassano. Secondo i giudici di palazzo Spada avrebbe qualche anno in più di carriera. Un calcolo matematico che di fatto azzera qualsiasi discrezionalità del Csm nella nomina.
La pronuncia è arrivata venerdì scorso, all'insaputa di tutti. Non ne era al corrente il presidente del Cds Patroni Griffi, ed è all'oscuro Mattarella. Una vera bomba. Sulla quale aleggia anche un possibile conflitto d'interessi, perché il giudice relatore Alberto Urso è stato valutato nel concorso svolto tra 2017 e 2018 anche da Angelo Spirito - il ricorrente contro Curzio e Cassano - che era nella commissione decisa da palazzo Chigi. Il sindacato dei giudici amministrativi, l'Amcs, nega il conflitto, nonché il dovere, o quantomeno l'opportunità di un'astensione da parte di Urso. Ma non basta. La bocciatura di Curzio e Cassano arriva non solo dopo quella dell'ex procuratore di Roma Michele Prestipino, ma anche di altri magistrati promossi dal Csm. E l'impressione - come ha detto a Repubblica il segretario di Area Eugenio Albamonte - è che il comportamento di palazzo Spada miri di fatto a bloccare la possibilità per il Csm di essere libero nelle nomine. Tanto varrebbe affidarsi a un algoritmo matematico.
Csm da riformare - Ma superato il voto di oggi e le inaugurazioni di domani al palazzaccio di Roma, e ancora il giorno dopo nei 26 distretti giudiziari, il tema sarà proprio la riforma del Csm. Ed è questo uno degli obiettivi strategici che viene affrontato, tra Senato e Camera, dalla Guardasigilli Marta Cartabia che illustra due volte la tradizionale relazione sullo stato della giustizia e che sabato ha scelto Reggio Calabria come sede distrettuale in cui essere presente per la cerimonia di apertura. La ministra - dopo una maratona che dura dalle 9 del mattino alle 8 di sera - ottiene il voto favorevole di entrambi i rami del Parlamento. Finisce con un en plein al Senato - 195 i sì, 25 i no, 2 le stensioni - e alla Camera, con 265 voti a favore, 34 no e tre astenuti. Contro c'è sempre Fratelli d'Italia.
Cartabia affronta a 360 gradi i temi del suo dicastero - dai tempi lunghi della giustizia, agli impegni rispettati del Pnrr sulla riforma del processo penale e civile, al carcere, alle donne - ma proprio la coincidenza con il voto di oggi al Csm su Curzio e Cassano ci porta ad estrapolare dal suo discorso la questione del Csm e della sua riforma, cioè la prossima scadenza politica che a questo punto arriverà dopo l'elezione del nuovo capo dello Stato.
Dice Cartabia: "All'appello manca ancora un altro fondamentale e atteso capitolo: la riforma dell'ordinamento giudiziario e del Csm, che il presidente della Repubblica e alcune forze politichehanno ancora di recente sollecitato. Gli emendamenti riguardano tra l'altro il sistema elettorale, la composizione e il funzionamento del Csm, il conferimento degli incarichi direttivi, le valutazioni di professionalità, il collocamento fuori ruolo, il concorso per l'accesso in magistratura e il rapporto tra magistrato e cariche elettive". "Sono certa - dice ancora Cartabia - che nelle prossime settimane potremo progredire nella scrittura anche di questo atteso capitolo di riforma, che il Pnrr ci impegna ad approvare entro il 2022. La Camera ha già calendarizzato la discussione in aula e quella scadenza dovrà essere rispettata. Per parte mia continuerò, come ho fatto nei mesi scorsi e come ben sanno tutti coloro con cui ho avuto interlocuzioni sul tema, a dare la mia massima disponibilità per accelerare il corso di questa riforma e per sollecitarne l'esame da parte dei competenti organi del governo".
Ma proprio sul Csm si averte già un possibile clima di tensione nella maggioranza. Basta ascoltare le dure parole pronunciate al Senato dalla responsabile Giustizia della Lega, nonché noto avvocato penalista, Giulia Bongiorno. Dopo l'esordio - "È l'ora più buia della giustizia" - Bongiorno affronta il caso della Cassazione e dei vertici bocciati dal Cds, ma confermato oggi dal Csm: "Io non mi schiero - dice alla ministra - ma lei cosa pensa di questi conflitti? Prenda atto che non è tempo di piccoli ritocchi, servono riforme profonde e radicali, il Csm non è una casa che ha bisogno di una tinteggiatura, ma è da demolire e ricostruire". I colleghi di centrodestra la applaudono. E lei lancia la proposta della Lega: "Serve una legge elettorale con il sorteggio con requisiti iniziali per essere candidati". Quel sorteggio che non figura invece tra le proposte di Cartabia, ma viene caldeggiato da tempo anche da Forza Italia. Alla Camera lo ribadisce il forzista Pierantonio Zanettin.
Bongiorno motiva così la sua proposta destinata ad aprire sicuramente una crepa nella maggioranza: "Le obiezioni al sorteggio è che si premi il fortunato e non il meritevole, ma se oggi il sistema attuale ha premiato i meritevoli, allora io preferirei i fortunati. Il sorteggio elimina il legame con le correnti e la gratitudine dell'eletto". Se ne riparlerà, a questo punto, dopo l'elezione del capo dello Stato, ma proprio il dibattito sulla giustizia, tra Camera e Senato, mette in evidenza come soprattutto la legge elettorale del Consiglio non possa più aspettare. Lo dice il tesoriere del Pd Walter Verini che sposa il progetto dell'Alta Corte, fuori dal Csm, come ha chiesto tante volte l'ex presidente della Camera Luciano Violante, "con personalità di indiscusso spessore istituzionale che possano giudicare i ricorsi e i provvedimenti disciplinari di tutte le magistrature". Quindi anche del Consiglio di Stato. E Verini dà un giudizio positivo sul plenum di oggi alla presenza di Mattarella "per restituire i suoi vertici alla Cassazione 'decapitatì da un'inaspettata sentenza del Cds giunta nell'imminenza dell'inaugurazione dell'anno giudiziario".
di Maria Sole Lupi
castellinotizie.it, 20 gennaio 2022
Intervista al consigliere regionale Capriccioli: "Pensare se il carcere sia davvero la soluzione".
Un tema che da più parti poco si riscontra - dalla TV alla carta stampata, passando per la politica - è quello delle condizioni di vita nelle carceri italiane, comprese quelle nel Lazio, di cui spesso se ne sente parlare solo per fatti di cronaca conclamati.
Al problema del sovraffollamento, dei detenuti psichiatrici, del sottorganico del personale, l'inagibilità e le carenze delle strutture e i casi di malasanità penitenziaria, si sono aggiunte nell'ultimo biennio tutte le conseguenze ulteriormente limitative della Pandemia Covid-19 che hanno acuito di gran lunga le sofferenze di chi già vive o viveva "recluso".
Ad evidenziarne le storture interne parlano alcuni atroci numeri sui suicidi. Negli ultimi 2 anni più di 100 persone si sono tolte la vita nelle celle di detenzione in Italia: ben 54 soltanto nel corso del 2021, dei quali almeno 4 sono i casi accertati nella regione Lazio, senza contare le centinaia di tentativi di suicidi che gli agenti di Polizia penitenziaria riescono a sventare. Ha ripreso, infatti, l'iniziativa non violenta dello sciopero della fame dell'esponente del Partito Radicale e presidente di Nessuno Tocchi Caino, Rita Bernardini, e di quanti vogliono aiutarla nel suo nobile gesto, per far sì che possa diminuire nel breve tempo la popolazione detenuta che affolla gli istituti di tutta Italia in condizioni inumane e degradanti mediante la concessione di maggiori misure alternative.
Abbiamo chiesto al consigliere della Regione Lazio, Alessandro Capriccioli (di +Europa) - anche lui proveniente dall'area politica del Partito Radicale e da anni attivo sui temi legati al carcere e alla dignità delle persone detenute - di commentare insieme i dati sempre allarmanti sui suicidi e sui tentati suicidi nelle carceri della Regione Lazio a fronte di un sovraffollamento che, sebbene sia persistente, sembra anche diminuire rispetto agli scorsi anni.
È notizia recente che già a pochi giorni dall'inizio del 2022 al carcere di Mammagialla di Viterbo ci sono stati diversi tentativi di suicidi bloccati dalla polizia penitenziaria. Due in particolare, i suicidi già avvenuti da inizio 2022 che fortunatamente non hanno interessato le carceri laziali. Come commenta questi dati? Quali sono, secondo lei, quelle condizioni soggettive e materiali che provocano malessere all'interno degli istituti e possono portare ai terribili casi di suicidio?
"In Italia si contano in media tra i 50 e i 60 suicidi all'anno dagli anni 2000. I numeri ci dicono che ci sono una serie di condizioni che favoriscono una serie di tentativi di suicidio e purtroppo anche di suicidi riusciti. Una di queste è l'isolamento. Nella grande percentuale dei casi questi episodi avvengono nelle celle di isolamento" nonostante, afferma il consigliere: "psichiatri e psicologi ci hanno spiegato quali sono gli effetti dell'isolamento sulle persone soprattutto in un contesto carcerario. L'isolamento dovrebbe essere usato con estrema cautela in casi del tutto eccezionale. Ad oggi anche negli istituti del Lazio l'isolamento è la principale sanzione disciplinare che viene erogata ai detenuti per qualsiasi mancanza di cui sono responsabili all'interno del carcere. Il sovraffollamento è un'altra causa incentivante di tali condizioni psichiche critiche. Ha affermato: "Io ho visto luoghi nel Lazio in cui c'erano 7 persone in una cella e materialmente non potevano stare in piedi tutti insieme. Se 4 stavano in piedi 3 dovevano stare a letto o farsi una partita a carte. Ho visto condizioni strutturali terrificanti, Faccio un esempio: nel carcere di Cassino c'è un'ala del carcere che è sprofondata nel terreno ed è stata chiusa. Tramite quell'ala si accedeva al campo sportivo e adesso non vi si può più accedere. Nell' isolamento nei mesi invernali c'era un grado polizia penitenziaria e persone detenute con guanti e cappello".
Lei pensa che il suicidio in carcere sia qualcosa di endemico, ossia esiste perché esiste il carcere, oppure secondo lei può essere evitato con validi meccanismi di prevenzione, di diagnosi e cura per i soggetti più deboli?
"Indubbiamente il sovraffollamento e le condizioni di vita precarie, soprattutto in determinati istituti, aumentano le difficoltà e sono fattori di rischio particolarmente gravi, ma il punto è che il carcere è concettualmente un luogo finalizzato a generare disperazione. Aldilà di alcune felici eccezioni che ci sono oggi in Italia, il carcere è una struttura afflittiva, psichiatrizzante e finalizzante a una forma di annullamento dell'essere umano. È proprio il concetto di carcere in sé che può avere una serie di conseguenze pesanti".
Ha aggiunto: "Aldilà del battersi sul migliorare le condizioni di vita nelle carceri, secondo me occorre fare una riflessione di fondo sul concetto di carcere: il carcere serve allo scopo per cui lo abbiamo individuato?" si chiede il consigliere Capriccioli facendo riferimento allo scopo rieducativo - meglio se si parla di reinserimento - della nostra Costituzione. "Un'altra parola che dice la nostra Costituzione è la parola "pena", che significa nella lingua italiana dolore e sofferenza, afflizione. È evidente che il carcere lo sia. E non può meravigliarci che il suicidio sia una delle soluzioni più facili rispetto ad altri luoghi. La riflessione da fare è se noi riteniamo davvero che il carcere sia lo strumento che ci serve per far sì che la persona non torni a commettere reato e possa essere reintegrata socialmente".
"Anche se noi ci svegliassimo domani mattina- prosegue il consigliere Capriccioli - e tutte le carceri della regione e del paese fossero senza quei limiti che conosciamo, ossia senza sovraffollamento, con situazioni strutturali ottimali, con la temperatura giusta senza quell'area di decadimento (umidità e infiltrazioni), comunque io mi aspetterei che all'interno di quei luoghi episodi come i suicidi continueranno ad essere più frequenti rispetto ad altre condizioni. Perché la condizione carceraria- nelle migliori condizioni possibili- è comunque una condizione di afflizione e di limitazione della libertà e dunque veicolo di disperazione.
Inoltre, con i dati a disposizione, sappiamo che le carceri non stanno creando sicurezza per i cittadini, perché le percentuali sulla recidiva sono altissime, e lo facciamo con uno strumento che crea dolore, disagio e anche suicidi" ha concluso il consigliere regionale.
Consigliere, si trova d'accordo con Gennarino De Fazio, segretario generale della Uilpa Polizia Penitenziaria che ha di recente affermato in una nota: "Noi riteniamo che servirebbero almeno due settimane in carcere ai nostri politici per comprenderne appieno le storture, la disorganizzazione e i molteplici deficit noi riteniamo che ne servirebbero almeno due ai nostri politici per comprenderne appieno le storture, la disorganizzazione e i molteplici deficit"? Come vede il mondo della politica, anche tra i suoi colleghi della Pisana, in rapporto al carcere?
"Tranne qualche eccezione il mondo della politica lo vedo completamente indifferente alla questione carceraria. C'è una piccola parte di persone che su questo nutrono un'attenzione, c'è una grande maggioranza che non gli importa nulla, ma c'è anche una parte di persone che non conosce questo tema. Nel Consiglio Regionale del Lazio c'è una buona sensibilità sulla questione carceri e ci sono colleghi e colleghe che, compatibilmente ai loro impegni, sono attenti e attente. Abbiamo poi un Garante regionale dei detenuti, Stefano Anastasìa, straordinario. Siamo molto fortunati ad avere un garante così che abbiamo votato (al suo secondo mandato ndr) in aula con grande soddisfazione. Il panorama generale del paese è disarmante, c'è un pezzo di politica che va avanti al grido buttiamo la chiave e poi c'è una grande indifferenza. Inoltre il carcere è un tema complicato e scomodo che pone questioni conflittuali, ma le istituzioni devono affrontarle".
Cosa sta facendo o cosa potrebbe fare la Regione Lazio per migliorare le condizioni di vita nelle carceri e abbattere il tasso dei suicidi? Ci sono i fondi per farlo?
Dalla Regione Lazio alcuni fondi sono stati messi. Grazie a un mio emendamento abbiamo stanziato 600.000 euro per la digitalizzazione delle carceri che è un fatto importante per dotare gli istituti penitenziari della banda e delle apparecchiature per i collegamenti. È chiaro che noi dovremmo fare di più sul piano delle attività trattamentali dei detenuti oltre l'università, la scuola, la digitalizzazione. Ogni cosa che si fa non è mai sufficiente e spero che faremo sempre di più. Tutta la parte strutturale - ha spiegato Capriccioli - non attiene alla Regione ma al ministero della Giustizia". Ha aggiunto: "È bene sostituire un carcere decadente con un carcere funzionale, ma l'obiettivo non è quello di costruire nuove carceri e di più belle perché comunque resterebbero un serbatoio di dolore, di disperazione, marginalità e inefficienza nel trattamento delle persone che hanno compiuto dei reati. Nel nostro paese sono state sistematicamente costruite carceri che dopo due anni cadevano a pezzi come nel periodo delle carceri d'oro dei primi anni '90 (Velletri, Viterbo, Frosinone)".
Ha incalzato Capriccioli: "Il tema di lotta politica è un altro. La maggior parte delle persone che sono in carcere non dovrebbero stare in carcere, sarebbe più efficace trattarli in altro modo. Le misure alternative sono la soluzione su cui spingere perché funzionano meglio e svuotano le carceri di disperazione e sofferenza a beneficio di tutti. Un'altra misura su cui puntare è il lavoro", ha concluso il consigliere che ha voluto ricordare una riflessione di Luigi Manconi, ex senatore del Partito Democratico.
"Manconi lo spiega in modo esemplare. Il sistema carcerario è fatto in modo da identificare i detenuti con il loro reato. È evidente che questo è un sistema che non porta da nessuna parte. Come si fa a recuperare una persona che nel momento in cui arriva in carcere viene identificata con il reato che ha commesso? E ancora di più, con un sistema di trattamento che annichilisce la persona?".
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