di Gustavo Pietropolli Charmet
Corriere della Sera, 19 gennaio 2022
Durante i lockdown e la didattica a distanza, sono aumentati gli atti di autolesionismo, la violenza, i disturbi del comportamento alimentare. Eppure dentro di loro i ragazzi hanno la forza magica di poter "aggiustare" tutto. Realmente o simbolicamente.
Uno dei pochi "castighi" rimasti a disposizione dei genitori nel caso di un figlio trasgressivo è: "Questa settimana non esci di casa". Le misure preventive della pandemia usano lo stesso linguaggio e impongono l'identica limitazione della libertà. Credo sia questa una delle ragioni per cui i ragazzi mi hanno sempre parlato male del lockdown e mai accennato al pericolo di malattia o di morte legati alla diffusione del virus. Dai ragazzi l'attenuazione delle misure preventive è stata festeggiata come una liberazione e non come una parziale vittoria nella battaglia contro l'epidemia. Comunque l'ingiunzione di stare in casa mi sembra sia stata rispettata, il che, trattandosi di adolescenti, significa rimanere in famiglia il più possibile. E le famiglie, nel complesso, hanno retto bene.
Il disagio - in alcuni casi una vera e propria sofferenza psichica - è nato invece dall'aver costretto una moltitudine di ragazzi a rimanere "dentro", non tanto in famiglia, quanto dentro casa. Perché una delle partite più importanti proprio della fase di sviluppo adolescenziale è quella dello stare "fuori" il più possibile e rimanere "dentro" solo lo stretto necessario. È "fuori" che si cresce e si studiano le materie fondamentali della vita; "dentro" si corre il rischio di sprecare tempo per fare quei compiti scolastici che non possono garantire certo lo sviluppo delle competenze necessarie per smettere di essere solo figlio-studente e diventare sempre di più soggetto sociale e sessuale. Compiti difficili che richiedono un sacco di energie, sia di giorno che di notte. "Dentro" c'erano solo il proprio corpo e il computer.
Il corpo se è impegnato nello sport, nella socializzazione, diventa facilmente corpo sociale o corpo maschile e femminile, ma ristretto nella cameretta è ingombrante e infelice, da un lato perché non gli rimane che la ricerca compulsiva del piacere autoerotico istigato dalla pornografia di internet e dall'altro perché si presta a diventare il "capro espiatorio" della mancanza di valore e di scopo cui è stato condannato dalla pandemia. La perdita delle funzioni sociali favorisce il suo degrado a "corpo non Sé" e lo predispone alla metamorfosi in zimbello della rabbia e della noia. La nuova attività del recluso diventa attaccare il proprio corpo provocandogli un dolore che sostituisca quello mentale, impegnandosi nella esecuzione di un rituale eccitato ma dall'esito pacificatorio ed anestetico.
Giovani relegati e furibondi - Passa il tempo, la pandemia mitiga il suo controllo sul mondo e così può succedere che si scorgano larve umane sortire dalle camerette ormai impegnate non a godersi la libertà ritrovata, ma a stringere ulteriormente i freni e condannare il proprio corpo. Ho conosciuto un adolescente di sedici anni che odiava il suo fisico e i suoi stessi pensieri, avvolto in una bolla di sfrenato masochismo, di quello strano, che lambisce l'area della depressione senza precipitare nel vortice dei suoi contenuti; un giovane ormai relegato in un ritiro sociale a volte reversibile, furibondo perché non poteva allenarsi per la corsa campestre, non poteva avere accesso alla palestra, non sapeva quando sarebbe stato recuperato il concerto del suo gruppo preferito. In questi ultimi mesi, a fronte della diffusione di manifestazioni di grave disagio psichico di troppi adolescenti, si è chiamata in causa la scuola perché incerta, inadempiente, troppo spesso chiusa e infine responsabile di avere scelto una scellerata didattica a distanza, ripudiata dalla maggior parte degli adolescenti e alla fine criticatissima da tutti.
Sono davvero rimasto sorpreso dalla gravità dei danni psicologici inflitti agli adolescenti dalla crisi organizzativa, culturale e di autorevolezza patita dalla scuola. Non sospettavo che l'istituzione scolastica svolgesse funzioni così essenziali sul benessere o malessere dei suoi studenti. La scuola che traballa sconquassa il sentimento di identità dello studente e lo lascia desolato alle prese con la sua inesistente identità sociale di adolescente, per di più in crisi. Il sentimento di solitudine lamentato da tanti ragazzi - riconducibile all'eclissi parziale dei contatti con i compagni - è ancora più comprensibile se si pensa che l'essere stato abbandonato dalla propria scuola suscita reazioni simili a quelle sperimentate dall'adulto lasciato in cassa integrazione o che vede appannarsi il futuro della propria azienda. Per l'adolescente la scuola è l'azienda che gli dà da lavorare, lo maltratta ma gli regala il ruolo sociale di giovanissimo membro della comunità civile. Essere socialmente disoccupati suscita rabbia ma paradossalmente anche vergogna e i ragazzi senza scuola e senza lavoro possono anche fare gli arroganti, ma il loro problema è la mortificazione di avere smarrito la loro identità sociale di studente che, per quanto poca, una certa dose di autostima la regala assieme alla caterva di compiti da svolgere.
Parlandone con alcuni studenti delle superiori non riuscivo a capire cosa intendevano per "truffa" e "tradimento" a proposito del collasso della loro scuola, troppo spesso chiusa, riaperta e poi richiusa, come una trappola per topi. Poi ho capito che si trattava di una questione difficile da elaborare con le parole convenzionali. La loro scuola in realtà, quella abbastanza autorevole di prima della pandemia, li aveva aiutati a costruire una sorta di futuro evolutivo abbastanza credibile e costruito assieme, con un'impercettibile trama di voti, disapprovazioni, inviti a riconoscersi (sia pure solo temporaneamente) in un personaggio destinato a svolgere un compito sociale o scientifico o viceversa forse votato a raccontare storie e costruire leggende La "truffa" era aver lacerato e reso poco credibile la promessa implicita concernente il proprio futuro. Per alcuni ragazzi la scuola che traballa ha significato rendere ancora più incerta e aleatoria la strada che porta a diventare grandi. Tanto più che la crisi della scuola interrompe l'impalpabile, ma indispensabile filo di confronto con i coetanei: verifiche ben riuscire, valutazioni collegiali dei docenti, proprie personalissime congetture sulla propria più profonda e autentica vocazione. Per un adolescente si tratta di una questione cruciale, anche se sfuggente e raramente messa in discussione anche con gli amici più fidati.
Non è in discussione cosa si farà da grandi, ma cosa veramente si vuole fare oggi, quale sia la propria verità affettiva e simbolica, il proprio vero amore, la fede, il legame e la tensione personale senza motivo se non quello di essere vivi e viaggiare verso la conoscenza. La scuola c'entra poco in tutto questo, se ne guarda bene di entrare in contatto con la mente dei propri allievi. Però per l'adolescente è una fonte di confronti, informazioni e piccole scoperte che aiutano a capire chi si è e cosa si desidera. Quando la scuola traballa viene a mancare anche questo contributo alla propria formazione, quella vera e importante, la formazione sentimentale, cioè lo studio della propria mente. Sono aumentati la violenza contro il Sé, l'autolesionismo, i tentativi di suicidio, i disturbi del comportamento alimentare, l'attacco alle leggi, l'attacco ai coetanei, l'attacco alla società. Non è certo colpa della Dad, i fattori di rischio sono altri. La Dad è solo la dimostrazione plateale di cosa può succedere quando il filo della comunicazione viene interrotto per cause tecniche: invece di avvicinare gli adolescenti li allontana, inducendoli a cercare altrove - nelle bande giovanili, per esempio - sostegno identitario, fratellanza e un simulacro di progetto condiviso.
Vantaggi e rischi dell'interesse introspettivo - Alcuni ragazzi si sono vantati, a buon diritto, di aver utilizzato le limitazioni imposte dalla pandemia per aumentare il loro interesse introspettivo e aver messo a fuoco meglio alcune caratteristiche del loro funzionamento mentale, fino ad allora sconosciute o poco consapevoli. Nelle loro fila erano sicuramente presenti anche ragazzi tristi, e poco socializzati anche prima che calasse il coprifuoco della pandemia e venissero ridotte al minimo le possibilità di esercitare attività condivise. Sono questi gli adolescenti da considerare a rischio perché alla loro età l'isolamento sociale e l'ipermentalizzazione li sfidano a trovare precocemente delle risposte ai grandi enigmi della vita. Il ritiro imposto dalla pandemia ha sospinto una frangia di ragazzi a confrontarsi con la morte e il senso della vita nel clima lugubre creato dai milioni di morti diffusi su tutto il pianeta che ha sfasciato le difese religiose e culturali del nostro mondo educativo poco avvezzo a rispondere prontamente alla domanda dell'adolescente: che senso ha la vita se poi si muore? Fortunatamente i ragazzi tristi sono sempre molto innamorati e quindi una risposa al quesito, o una buona ragione per essere tristi, la trovano facilmente.
Contro il destino, imprevedibile stoicismo - È abbastanza raro che un adolescente che subisce una perdita abbia una reazione persecutoria o di rabbia conclamata. È invece frequente che non elabori le cause e le conseguenze in termini depressivi: in generale si può dire che cerca di negarne l'importanza e di mitigare la gravità del danno subìto. Ho avuto occasione di discutere con adolescenti che avevano perso la salute fisica o che avevano subìto più o meno temporaneamente la riduzione funzionale di un arto o di altra funzione del corpo. Sono sempre rimasto sorpreso dal loro imprevedibile stoicismo.
Lungi dall'indignarsi per l'affronto, di protestare contro il destino o i responsabili del danno, si rassegnano ad accettare le conseguenze del trauma, una sorta di maturità adulta o di superiorità e di conoscenza del destino avverso. Mi è sembrato di capire che nella profondità della loro mente scatta un disegno progettuale che li sostiene nel pensare che loro aggiusteranno tutto, realmente o simbolicamente. Gli adolescenti pensano di essere capaci di resuscitare i morti e di riattivare il motore del proprio corpo perché è il loro mestiere: alla loro età devono affrontare la morte simbolica dei genitori dell'infanzia e il più delle volte hanno ragione a pensare che li faranno resuscitare come genitori dell'adolescenza che funzionano quasi meglio di quelli di prima.
L'obbligo di essere creativi - Anche il loro corpo di bambini sembra rotto, ma poi riescono a mettere in funzione quello dell'adolescenza che è un po' più complicato ma carbura molto meglio. L'adolescente è obbligato a essere creativo altrimenti rimane circondato da oggetti e istituzioni dell'infanzia, figlio barricato nel bunker delle illusioni infantili mentre attorno a lui infuriano le nuove tentazioni. La capacità riparativa e la creatività naturalmente si esaltano quando il soggetto e il suo gruppo sono minacciati dal loro principale nemico: il silenzio, l'immobilità, la morte e la pandemia. È così successo che la scia di morte che ha attraversato le città e tutt'ora imperversa ci abbia lasciato in eredità un tesoretto di diari, appunti, invettive, lettere dalla cameretta trasformata in carcere e sì sa che in carcere si scrive più che a scuola. Ho letto brani di questi diari e mi ha colpito l'espressione di rabbia per le devastazioni provocate dalla pandemia accompagnata dalla convinzione della ricostruzione imminente. E dal fermissimo proposito di non mancarsi mai più di rispetto perdendo un treno dietro l'altro, con il dubbio che ne ripassi ancora qualcuno.
di Andrea Capocci
Il Manifesto, 19 gennaio 2022
Sanità. C'è carenza di camici bianchi per l'attività ordinaria e ancor di più per affrontare l'emergenza. Formare nuovi professionisti richiede anni, si potrebbero assumere medici dall'estero. Ma le norme e i bassi stipendi li tengono lontani e fanno scappare quelli italiani.
La giunta della Regione Lazio ha approvato ieri una delibera che apre anche ai medici stranieri la partecipazione ai concorsi pubblici, ma solo per gli incarichi a tempo determinato. La norma riguarda i medici già in Italia da 5 anni e iscritti all'ordine professionale. "Siamo in guerra e vanno utilizzate tutte le forze disponibili la cui professionalità è riconosciuta dall'iscrizione all'ordine professionale" dice l'assessore alla salute Alessio D'Amato.
Sarà solo una misura emergenziale e limitata a una regione. Il problema della carenza dei medici però in Italia è strutturale. Lo dimostra il fatto che, pur con l'80% della popolazione vaccinata, ogni ondata di Covid costringe gli ospedali a sospendere l'attività ordinaria per mancanza di risorse. Aver raddoppiato i posti letto in rianimazione non significa aver moltiplicato anche la capacità assistenziale. Perché oltre ai letti servono i medici intensivisti e gli infermieri, che invece sono rimasti all'incirca gli stessi. Tenendo conto dei pensionamenti e dei nuovi specialisti attualmente in formazione, il sindacato degli rianimatori e dei medici di emergenza Aaroi-Emac prevede che nel 2025 in terapia intensiva ci siano addirittura 500 operatori in meno di oggi.
Aumentare il numero di anestesisti nell'immediato non è facile, perché formare un medico richiede cinque anni di specializzazione post-laurea. Ai concorsi, soprattutto nel sud, partecipano spesso meno candidati dei posti disponibili. L'unico modo di aumentare nel breve periodo il numero di specialisti di terapia intensiva e di altri reparti è assumerne dall'estero. Ma in Italia si fa pochissimo. Secondo le statistiche Ocse, sono lo 0,9% dei medici attivi in Italia. In Francia sono il 12%, in Germania il 13%, nel Regno Unito oltre il 30%. Solo in Turchia, tra i paesi Osce, ci sono meno medici stranieri che in Italia.
I motivi per cui gli stranieri si tengono lontani dall'Italia sono diversi, secondo il segretario dell'Aaroi-Emac Alessandro Vergallo, anestesista agli Spedali Civili di Brescia. "Innanzitutto, a parità di condizioni in Germania o in Francia si guadagna circa il 50% in più", spiega. "Poi ci sono maggiori rischi di contenziosi legali: da noi le cause sono più frequenti e l'Italia è uno dei pochi paesi al mondo in cui si rischia un processo penale. Infine, la norma europea che fissa il riposo minimo per i sanitari da noi è applicata in modo rigido, e questo impedisce agli intensivisti di integrare l'attività ordinaria con quella aggiuntiva". Questi fattori non respingono solo i medici stranieri. "In parallelo c'è un'emorragia di medici italiani, soprattutto verso Francia, Germania e Regno Unito".
A queste condizioni di contesto si somma un'ulteriore barriera. Nei concorsi pubblici per i medici, nella stragrande maggioranza viene richiesta la cittadinanza italiana o quella di un paese dell'Ue. E questo taglia fuori un gran numero di professionisti, che da noi non hanno speranza di fare una carriera nella sanità pubblica. In altri paesi, oltre alla mobilità interna all'Ue, si attirano medici da Paesi più lontani. Nel Regno Unito, quasi la metà dei medici stranieri proviene dal subcontinente indiano. In Francia c'è un importante contributo da Medio Oriente e Nordafrica. La Germania richiama molti medici formati nei Paesi dell'ex-Urss.
Da noi in realtà i medici ci sarebbero, ma sono tenuti ai margini dalle prassi seguite nel reclutamento. "Ci sono circa 77 mila operatori sanitari stranieri in Italia, di cui 22 mila medici" spiega Foad Aodi, medico di origine palestinese e segretario dell'Associazione medici di origine straniera in Italia (Amsi). "Sono tutti iscritti agli ordini professionali, ma solo l'8-10% accede a posti di lavoro pubblici". In realtà, le leggi italiane non prevedono limiti alla cittadinanza dei sanitari. Il testo unico sul pubblico impiego del 2001 pone vincoli solo sulle professioni che riguardano la sicurezza nazionale. Il decreto "Cura Italia" emanato nel marzo 2020 per far fronte all'emergenza va anche oltre, perché ammette esplicitamente alle dipendenze della sanità pubblica "tutti i cittadini di Paesi non appartenenti all'Unione europea, titolari di un permesso di soggiorno che consente di lavorare".
Il decreto però è stato ignorato nella grande maggioranza dei casi. Ospedali e Aziende sanitarie hanno preferito mantenere il vincolo europeo per le assunzioni di operatori sanitari. O quello contenuto in un Dpcm del 1994 dichiarato illegittimo ma mai superato, che riserva le posizioni dirigenziali (come quelle dei medici ospedalieri) ai soli cittadini italiani, escludendo perfino quelli europei. Non tutte le regioni, però, hanno applicato le norme protezionistiche. Prima del Lazio, anche Umbria e Piemonte hanno aperto i concorsi ai medici di ogni nazionalità dopo le proteste dell'Amsi. Ma l'intrico delle leggi sembra fatto apposta per respingere.
"Il risultato è una fuga di medici dall'Italia" dice Aodi. "Qui spesso si confondono i requisiti di qualità, come l'abilitazione, con la nazionalità. La Francia, invece, ha dato il passaporto francese ai medici stranieri che hanno aiutato durante la pandemia". L'Amsi considera la delibera del Lazio "un passo in avanti" ma ora l'obiettivo è il decreto Milleproroghe. "Il governo - chiede Aodi - si impegni a vigilare affinché il testo unico e il decreto Cura Italia vengano rispettati".
di Francesco Battistini
Corriere della Sera, 19 gennaio 2022
Il diplomatico è stato ucciso un anno fa assieme a un carabiniere e all'autista. "Ecco i colpevoli dell'uccisione dell'ambasciatore italiano. Volevano rapirlo. E chiedere un milione di dollari di riscatto". A quasi un anno dall'imboscata assassina in cui morirono Luca Attanasio, il suo carabiniere di scorta Vittorio Iacovacci e l'autista, Mustafa Milambo, la polizia del Congo cattura e mostra al mondo i presunti assassini.
Sono sei giovani, seduti sul prato della caserma di Goma, capoluogo della regione del Nord Kivu al confine col Ruanda. Tutti ammanettati, quattro sono scalzi, alle spalle nove agenti col mitra a tracolla. I sei tacciono. Di fronte hanno un gruppetto di giornalisti e fotografi, invitati per la conferenza stampa: "Signor governatore - proclama con voce solenne il comandante di polizia del Nord Kivu, il generale Aba Van Ang - vi consegno tre gruppi di criminali che hanno portato il lutto nella città di Goma. Fra di loro, c'è anche il gruppo che ha attaccato il convoglio dell'ambasciatore".
A dire il vero, l'uomo che ha sparato non c'è: è il capo d'una banda nota col nome di "Aspirant", dicono gli investigatori, ed "è ancora in fuga, ma gli stiamo dando la caccia". Di sicuro, spiega un altro militare, il colonnello Constant Ndima Kongba, su quel prato sono in manette i suoi complici: "Gli uomini d'altre due gang criminali, i Bahati e i Balume. Sappiamo dove si trova il capo di 'Aspirant'. Speriamo di trovarlo".
La banda era ricercata da vari mesi. Dopo l'agguato ad Attanasio il 22 febbraio dello scorso anno, sulla strada fra Goma e Rutshuru, ai confini del parco nazionale dei Virunga, in tutta la regione ci sono stati diversi assalti a convogli: in uno, a novembre, era stato ammazzato anche un uomo d'affari della zona, Simba Ngezayo. E sarebbero stati proprio gli indizi raccolti durante l'inchiesta per quest'ultimo assassinio, sostengono i giornalisti di Goma, a mettere la polizia del Nord Kivu sulle tracce di queste tre bande.
Il generale Van Ang non racconta come si sia arrivati alla cattura. Non fa cenno alle inchieste italiane che nel giugno 2021 hanno portato a indagare un funzionario congolese del World Food Program, sospettato d'avere trascurato le misure di sicurezza previste per il trasporto dei diplomatici. Nemmeno fornisce elementi particolari che spieghino il collegamento con l'uccisione di Attanasio.
Ma i toni sono determinati. "Aspirant" e i suoi uomini, dice l'ufficiale, tesero l'imboscata alle auto dell'ambasciatore italiano e del World Food Program "con uno scopo ben preciso": volevano rapire il diplomatico e chiedere un riscatto milionario. Secondo gli investigatori, infatti, "quando 'Aspirant' sparò sugli obbiettivi", uccidendo quasi all'istante Attanasio e Iacovacci, "si morsero le mani" perché la loro intenzione era di prendere gli ostaggi bianchi e trattare con l'Italia per rilasciarli. "È la stessa tattica usata in altri casi", viene spiegato, e che doveva funzionare anche per rapire Ngezayo. "Ora lancio un appello alla giustizia - dice il generale del Nord Kivu -: che questi criminali siano puniti tenendo conto di tutto quel che hanno fatto sopportare alla nostra popolazione". Nei mesi passati, la polizia congolese aveva già annunciato possibili arresti smentiti, poi, in poche ore: se sia la svolta giusta, è ancora presto per dirlo.
di Enrico Caporale
La Stampa, 19 gennaio 2022
Le Ong Adala for All, StraLi e UpRights chiedono un'indagine all'Aia. Crimini di guerra contro i migranti in Libia. È l'accusa che le Organizzazioni internazionali Adala for All, StraLi e UpRights rivolgono contro le milizie libiche e che per la prima volta prende di mira due Paesi europei, l'Italia e Malta, per il loro sostegno alla Guardia costiera di Tripoli. Le tre Ong hanno depositato un esposto alla Corte Penale Internazionale (CPI) per i crimini commessi in Libia tra il 2017 e il 2021 contro migranti e rifugiati. L'esposto chiede alla CPI di indagare sui crimini commessi dai gruppi armati libici contro migliaia di migranti, tra cui donne e bambini, reclusi nei centri di detenzione dopo essere stati intercettati in mare. Le vittime sono state sistematicamente sottoposte a maltrattamenti e abusi, tra cui tortura, stupro, lavoro e arruolamento forzato, e in alcuni casi uccise. L'esposto richiede che il procuratore della CPI esamini la possibile responsabilità penale - oltre che degli attori libici - delle autorità e dei funzionari italiani e maltesi che hanno loro fornito sostegno.
Dopo la rivoluzione del 2011, la Libia è stata teatro di un costante conflitto armato che ha creato una forte instabilità politica. Gruppi armati hanno preso il controllo dei traffici di migranti e della tratta di persone in tutto il Paese, nutrendosi di un'economia predatoria che intercetta i migranti in mare durante il viaggio verso l'Europa, li riporta in Libia e li detiene in campi in cui sono sistematicamente sottoposti a gravi abusi. Tra gli attori coinvolti nella commissione di questi crimini figurano gruppi armati che gestiscono i centri di detenzione agendo sotto il controllo formale delle autorità libiche, la guardia costiera libica e il dipartimento preposto alla lotta all'immigrazione clandestina del ministero dell'interno libico.
"I crimini commessi contro i migranti - sostengono le tre Ong - possono e devono essere indagati come crimini di guerra ai sensi dell'articolo 8 dello Statuto della CPI". L'esposto sostiene infatti che i membri di gruppi armati che hanno preso parte alle ostilità in corso in Libia hanno sottoposto i migranti a numerosi abusi nei centri di detenzione sotto il loro controllo. "Questi atti soddisfano i requisiti previsti dallo Statuto della Corte per i crimini di guerra, in quanto sono stati commessi in un contesto di conflitto armato e sono ad esso correlati. Inoltre, questi crimini possono integrare dei crimini contro l'umanità ai sensi dell'articolo 7 dello Statuto. La necessità di investigare quanto accaduto nei centri di detenzione libici e di assicurare alla giustizia i responsabili è resa ancora più rilevante dal fatto che alcune autorità europee, in particolare italiane e maltesi, hanno facilitato il ritorno dei migranti in Libia e la loro susseguente detenzione e maltrattamento".
Tra il 2017 e il 2021, ossia dal governo Gentiloni fino all'attuale governo Draghi, le autorità italiane hanno infatti fornito alla guardia costiera libica un sostegno cruciale per intercettare i migranti in mare e riportarli nei centri di detenzione, tra cui la fornitura di risorse e di attrezzature, la manutenzione delle stesse, e la formazione del personale coinvolto. I funzionari italiani e maltesi hanno agito in maniera coordinata con la guardia costiera libica nelle operazioni di recupero dei migranti per garantire che essi fossero intercettati e riportati in Libia. L'esposto ritiene che il sostegno fornito dalle autorità italiane e maltesi alla guardia costiera libica integri una forma di concorso nei crimini commessi contro i migranti, da cui deriverebbe una responsabilità penale internazionale ai sensi dello Statuto della Corte.
"I crimini commessi contro i migranti in Libia - osserva Ramadan Amani, di Adala for All - rappresentano una emergente "sacca di immunità" sempre più apertamente accettata dalla comunità internazionale, nonostante la grande quantità di prove di crimini internazionali commessi alle porte dell'Europa. Peraltro, le prove disponibili indicano chiaramente le responsabilità delle autorità europee".
Alessandro Pizzuti, co-fondatore di UpRights, sottolinea che "in Libia le parti in conflitto prendono di mira i migranti perché li percepiscono come una risorsa cruciale per portare avanti i loro obiettivi politici e militari. Per rispondere alle nuove sfide che il mondo sta affrontando, è indispensabile che la Corte Penale Internazionale fornisca risposte forti a queste nuove dinamiche e scenari".
Le organizzazioni che hanno depositato l'esposto ribadiscono così la necessità di indagare e di perseguire tutti i possibili responsabili. Come osservato da Nicolò Bussolati, vicepresidente di StraLi, "l'esposto chiede alla CPI di avviare un'indagine e di fare quindi un primo importante passo per assicurare che questi crimini, legati alla migrazione e tradizionalmente rientranti nell'ambito dei diritti umani e del diritto dei rifugiati, siano esaminati attraverso la lente del diritto penale internazionale".
di Valentina Marotta
Corriere della Sera, 19 gennaio 2022
Venduta a 13 anni, pochi giorni fa a Firenze l'ultima sentenza di condanna per il padre: "Mi sono ribellata alla tradizione rom e, a distanza di otto anni, sono diplomata con il massimo dei voti e vivo con Nino che mi salvò".
"Ho imparato ad avere fiducia nella vita, anche se mi ha messo a dura prova. Mi guardo alle spalle: a 13 anni ero stata venduta, promessa in sposa da mio padre a un ragazzo sconosciuto e costretta ad abbandonare scuola ed amici. Poi mi sono ribellata alla tradizione rom e, a distanza di otto anni, sono diplomata con il massimo dei voti, vivo con il ragazzo che amo e ora cerco lavoro". Fatica a dimenticare il passato, però Mina, (nome inventato, ndr) giovane fiorentina, vuole andare avanti. Dopo aver trovato il coraggio di denunciare il padre, ha abbandonato il quartiere delle Piagge per trasferirsi a centinaia di chilometri da Firenze. Per anni, ha vissuto in una struttura protetta che doveva rimanere segreta. Ma per tre volte è stata rintracciata dai parenti, che avrebbero voluto ritirasse la denuncia contro il padre. E per tre volte è stata costretta a cambiare città. Al suo fianco, c'è sempre l'avvocato Elena Navello. "È il mio punto di riferimento, l'ancora a cui appigliarmi nei momenti difficili con parole severe e gesti affettuosi - spiega Mina - grazie a lei ho capito che solo con il mio coraggio potevo rovesciare le sorti di una vita che sembrava già scritta".
Pochi giorni fa, è arrivata la sentenza d'appello bis per il padre, 54 anni, serbo di Obilic: è stato condannato a 8 anni e 8 mesi di reclusione per riduzione in schiavitù. Mina non ha voluto alcun risarcimento: "Mio padre è un uomo violento. Ormai ho spezzato ogni legame con lui e il resto della famiglia. È stato uno strappo doloroso, ma è servito per ricominciare". In primo grado, la corte d'assise inflisse al serbo 13 anni di carcere. La pena fu poi ridotta a 8 dai giudici d'appello. Ma la Procura generale di Firenze impugnò la decisione e la Cassazione ordinò un nuovo processo. Eppure la decisione di qualche giorno fa potrebbe non aver messo la parola fine alla vicenda giudiziaria: non è escluso che la pg Angela Pietroiusti, titolare delle indagini in Procura prima di passare alla Procura generale, impugni la decisione.
Niermo vuole dimenticare il passato. "Avevo 13 anni - racconta - e andavo ancora scuola, quando mio padre mi promise in sposa per 15 mila euro al mio futuro marito, un ragazzo franco kosovaro, tre anni più vecchio di me. Si accordò con i miei futuri suoceri e ottenne una caparra. Io ricevetti una collana e un braccialetto rosso che dovevo indossare per dimostrare che ormai ero cosa loro". Le clausole erano rigide: "Avrei dovuto rimanere vergine fino al matrimonio, chiudere con la scuola, smettere di vedere gli amici e dimagrire. E se non fossi riuscita ad accudire mio marito, sarei stata ripudiata". Non poteva chiedere aiuto: "Ero segregata in casa, potevo uscire solo con mia madre per fare la spesa".
Aveva solo un telefono, senza scheda, che usava per giocare a Clash of Clans. Grazie a quel videogioco e una connessione wifi, conobbe un ragazzo siciliano, Antonio, detto Nino. Con lui si confidava e scoprì il desiderio di ribellarsi. Divorava merendine e cioccolato per ingrassare: era la strategia per spezzare l'accordo di vendita. Poi, Nino, il suo amico virtuale di appena 15 anni, dette l'allarme alla polizia di Firenze. Gli agenti misero al sicuro la ragazza alla vigilia della partenza per la Francia e arrestarono il padre.
Nel dicembre 2015, "a sei mesi dal nostro primo incontro virtuale - raccontò il ragazzo in aula al processo - mi chiese aiuto su quella stessa chat nata per gioco. Raccontò che da due anni era stata promessa in sposa e venduta per 15 mila euro a un ragazzo kosovaro e presto sarebbe partita per la Francia". Il fidanzato la voleva illibata. "Per questo era stata segregata in casa dal padre che le aveva proibito di ritornare sui banchi di scuola e di frequentare le amiche. Trascorreva le sue giornate accudendo i nipotini, pulendo la casa. Usciva solo per la spesa al supermercato e comprare le medicine per la madre in farmacia, ma sempre in compagnia del fratello".
La vita in quella casa era un inferno, volavano spesso minacce e botte: "Anche senza un apparente motivo - spiegò Antonio - raccontava che il padre la picchiava, colpendola con una scarpa". Unica concessione del capofamiglia, un vecchio telefono, senza scheda Sim. "Con quel cellulare - dice Antonio - avrebbe potuto solo giocare. In realtà, era riuscita ad agganciare in casa la rete del fratello e, nelle rare uscite, una wifi libera, così da poter chattare con me". Voleva ribellarsi a quella "tradizione che impone ai genitori di cedere per denaro la figlia all'età di 14 anni. Voleva essere libera di decidere del suo futuro. Aveva anche supplicato la madre di non mandarla in Francia, ma era stato tutto inutile".
"Fino ad allora le mie giornate erano scandite da scuola e calcio. Dopo quella chat - raccontò il ragazzo - la mia vita cambiò. Non potevo lasciarla sola". Antonio cominciò a chattare con la ragazza mattina e sera. "Le auguravo la buonanotte, con il timore di non ritrovarla in chat al risveglio. In classe sfuggivo al controllo dei prof per mandarle messaggi. Poi ritornavo a casa e mi chiudevo in camera per chattare con lei fino alle 4 del mattino.
Rischiavo di perderla per sempre, così le proposi di fuggire insieme. Lei aveva paura del padre: disse che era pericoloso e poteva raggiungerci ovunque". Finché una mattina, nel luglio 2015, Mina scrisse ad Antonio: "Aiutami manca poco per la partenza". Lui si confidò con la fidanzata del fratello. "Si spacciò per mia sorella al telefono con l'associazione Artemisia: c'è una ragazza in pericolo, bisogna salvarla".
"È anche grazie a quel compagno di giochi che ho capito cosa volevo essere. Siamo innamorati adesso: Nino lavora, io non ancora, ma ci barcameniamo. Sto cercando lavoro come cassiera, ma è difficile. E per questo lancio un appello e spero che qualcuno lo raccolga. Devo fidarmi ancora una volta della vita". Ogni proposta potrà essere inviata all'avvocato della ragazza:
di Pietro Del Re
La Repubblica, 19 gennaio 2022
Dopo cinque mesi al potere, gli studenti coranici continuano a dare la caccia a chiunque abbia collaborato con gli americani e con la precedente amministrazione, pronti a giustiziare ogni oppositore. Le donne non possono più lavorare ne studiare. Il consumo di droga è esploso. E intanto il Paese sprofonda nella crisi economica, che i nuovi padroni di Kabul non sanno come gestire.
Si sono accorciati la barba e, dismesso il mantello nero da briganti, molti di loro indossano oggi l'uniforme mimetica dell'esercito sconfitto. In giro vedi anche meno kalashnikov e nel traffico di Kabul non senti più i loro pick-up sgommare come una volta. Inurbati da sei mesi nella capitale, e da allora incontrastati padroni dell'Afghanistan, i talebani si sono dati una ripulita: passata l'euforia della vittoria, è anche tramontato il bisogno di affermare il loro potere terrorizzando la popolazione civile.
"Ma adesso operano più di nascosto, all'oscuro dei media internazionali agli occhi dei quali vogliono presentarsi con un volto nuovo, più umano e responsabile", dice Alì Jafari, ex funzionario pubblico, licenziato perché appartenente alla minoranza sciita hazara e costretto a nascondersi per paura di ulteriori rappresaglie. "Sono però rimasti gli aguzzini di sempre, poiché non danno la caccia soltanto agli esponenti della mia etnia, ma a tutti gli ex nemici, e cioè a coloro legati al precedente governo".
Quanto sostiene Alì Jafari, lo conferma Agha Shireen, pashtun come la maggior parte degli studenti del Corano, ex dipendente del ministero dell'Interno e anche lui ridotto a vivere in clandestinità: "Sono disoccupato dal 15 agosto scorso e da allora continuo a ricevere messaggi in cui mi viene intimato di consegnarmi. Ma se lo facessi mi ucciderebbero, com'è accaduto a una dozzina di miei colleghi". Infatti, oltre a non aver formato un "governo inclusivo", come avevano garantito, i mullah stanno tradendo un'altra promessa fatta all'Occidente, quella di non perseguitare chi in passato li aveva osteggiati e, più in generale, chi aveva lavorato con "l'invasore" americano.
"Chiedono a ogni capo distretto la lista di chi ha fatto parte della precedente amministrazione, e poi, siano essi funzionari, poliziotti, soldati o attivisti, li vanno ad arrestare uno per uno. Per questo è da mesi che, ogni giorno, almeno duemila afghani attraversano illegalmente il confine iraniano", aggiunge Shireen, che da quando è in fuga ha già cambiato sei volte indirizzo.
I talebani non nascondono invece la volontà di plasmare secondo i loro canoni tribali le donne afghane, diventate dalla scorsa estate cittadine di terz'ordine e da allora vittime di una serie di decreti restrittivi emanati dal nuovo governo. Sono loro il principale bersaglio dei leader religiosi, ma anche la ragion d'essere di questi ultimi, incapaci di mandare avanti il Paese aiutandolo ad attraversare la spaventosa crisi economica che lo funesta. "Non fanno altro che reprimere la nostra indipendenza e la nostra autodeterminazione, con leggi assurde che ci impediscono perfino di uscire e di viaggiare da sole, o che ci proibiscono di studiare e di lavorare", dice Ameera Abdullah, ventidue anni, studentessa in architettura e una delle poche attiviste che ancora coraggiosamente scendono in piazza in difesa dei diritti delle donne, com'è successo domenica scorsa davanti all'Università di Kabul.
"Gli stessi talebani che hanno chiuso la mia facoltà, c'hanno aggredito tre giorni fa con lo spray al peperoncino. Il che la dice lunga su quanto ci rispettino. Nessuno sa se un giorno ricominceremo a frequentare i corsi universitari, ma molte amiche mie hanno già rinunciato a proseguire gli studi. A che serve laurearsi, dicono, se poi non potrai mai svolgere il mestiere di architetto?".
Prima di andar via, Ameera Abdullah ci tiene a denunciare due inquietanti novità nella Kabul talebana: l'aumento del numero di tossicodipendenti, con un tasso di morti per overdose mai registrato prima d'ora; e, soprattutto, l'improvvisa impennata di casi di violenza domestica, di cui le attiviste vengono a conoscenza solo grazie al passaparola. "È vero, la nostra è da sempre una società patriarcale ma fino alla caduta di Kabul le donne picchiate dai loro mariti potevano bussare alle porte di un commissariato e denunciarli. Oggi, non più. Sono reati che restano per lo più impuniti".
Parliamo di queste terribili realtà con il portavoce del governo, Belal Karim, che ci riceve nel suo ufficio nell'ex sede del Tribunale di Kabul. Indossa un elegante turbante nero e ci sorride amabilmente nascondendo sotto la sua folta barba il volto di un trentenne. Con voce melliflua esordisce spiegando che, da quando gli studenti del Corano sono nuovamente al potere, la donna afghana è finalmente al sicuro: "Esce di casa soltanto accompagnata da un membro della famiglia e quindi nessuno può più violentarla. Inoltre, non lavorando più in un ufficio non è più vittima di quei colleghi che le proponevano un salto di carriera in cambio di un favore sessuale", sostiene Karim con un'ingenuità così disarmante da sembrare in malafede. "Per fermare l'emorragia di nostri concittadini verso i Paesi vicini abbiamo smesso di rilasciare passaporti. Quanto alle ragazze, abbiamo deciso che devono smettere di praticare lo sport perché è immorale e dunque sconveniente".
Come un politico navigato evita abilmente di rispondere alle domande che non gli piacciono continuando a ripetere che la scorsa estate i talebani hanno riportato la pace in Afghanistan. È il suo mantra. Quando gli chiediamo come pensa il governo di attenuare la spaventosa crisi umanitaria che colpisce il Paese, Karim comincia con l'addossare tutte le colpe di quanto sta accadendo agli Stati Uniti che hanno congelato i fondi della Banca centrale afghana, pari a quasi 8,5 miliardi di euro. "Per superare questo brutto momento chiediamo a tutti i Paesi del mondo di aiutarci. Se lo faranno, sapremo ringraziarli distribuendo concessioni per sfruttare le nostre ricchissime miniere".
Certo, aiutare l'Afghanistan implica il riconoscimento dei mullah, e cioè di chi è pronto a giustiziare con ferocia ogni oppositore e di chi vorrebbe trasformare tutte le donne in schiave domestiche. Perciò in Occidente sono in molti a pensare che, volendo rispettare le regole universali dei Diritti dell'uomo, i talebani vadano trattati come dei paria. Ma com'è possibile, attenendosi alle stesse regole, non intervenire di fronte al gelo e alla fame che hanno già cominciato a uccidere i più deboli? E non è illusorio credere che punendo i talebani non si infierisca soprattutto sul popolo afghano? Dice Fahim Sadat, analista politico riuscito a fuggire lo scorso agosto in Germania: "I negoziati potranno riprendere una volta finita l'emergenza. Ma adesso le nazioni più ricche del pianeta devono al più presto trovare i 4,3 miliardi di dollari necessari, secondo l'Onu, a salvare l'Afghanistan e a sconfiggere la carestia".
di Marta Serafini
Corriere della Sera, 19 gennaio 2022
Corrispondente internazionale della Cnn, due figli piccoli, Clarissa Ward parla dell'esperienza da giornalista in Afghanistan. Ma anche in Siria, Iraq, Georgia. "So di essere una privilegiata, io poi posso tornare a casa".
"Ho intervistato una donna, che lavorava alle Nazioni Unite. Continuava a piangere. Le ho chiesto: "Perché piangi, hai paura?". Mi ha risposto: "No... è perché dopo averle incoraggiate e spronate a studiare e a inseguire i loro sogni devo dire alle mie figlie che ora è tutto finito, che le loro aspirazioni sono irrealizzabili"". Clarissa Ward, principale corrispondente internazionale della Cnn, risponde al telefono. Dal salotto arrivano le voci della sua famiglia e dei suoi due figli. "Ringrazio di essere qui con loro oggi. Ma ringrazio anche di avere il privilegio di poter far questo mestiere". Ward, 41 anni, è stata una delle poche inviate a restare a Kabul, dopo che i talebani sono entrati in città il 15 di agosto. "È stato incredibile, sono arrivati senza nemmeno sparare un colpo. Non avevo mai visto una cosa del genere". Con indosso un niqab nero, ha vinto la paura ed è scesa in strada a raccontare quello che stava accadendo.
La fuga - "I talebani fuori dall'aeroporto avevano delle fruste, sparavano in aria e hanno cercato di colpire il mio produttore", racconta. Poi, quando dopo qualche giorno a tutti è apparso chiaro che era meglio evacuare, Ward ha aiutato tutte le persone che poteva. "Abbiamo lasciato la nostra casa alle 6 del mattino con il nostro personale locale afghano. Quando siamo arrivati ai gate dell'aeroporto, c'erano 60 o 70 persone che cercavano disperatamente di entrare. Sapevo che da occidentale avevo maggiori possibilità di passare ma sapevo anche che se qualcuno del mio staff fosse rimasto indietro non sarebbe mai più riuscito a mettersi in salvo. La porta si è aperta e la folla ha cercato di sfondare: è stata una delle esperienze più intense della mia vita. Poi un soldato è arrivato e ci ha fatti passare. Io ero l'ultima della fila".
Siria, Afghanistan, India, Iraq. Ward ha coperto le elezioni presidenziali russe. Era in Georgia al momento dell'invasione russa di terra. Ha seguito l'assassinio di Saddam Hussein, la guerra in Iraq del 2007, le proteste all'Università araba di Beirut, lo tsunami nell'Oceano Indiano e la morte di Arafat e di papa Giovanni Paolo II. Il generale David Petraeus, il vice primo ministro iracheno Barham Salih, il presidente libanese Emile Lahoud, i leader talebani e il capo di Isis-K sono stati tra le persone che ha intervistato. Ha rivelato come gli agenti dei servizi russi abbiano seguito l'oppositore Alexei Navalny per anni, anche poco prima del suo avvelenamento nell'agosto 2020, in un'indagine congiunta di The Insider, Bellingcat in collaborazione con Cnn e Der Spiegel nel dicembre 2020. Dagli inizi nel 2003 al desk della Fox, passando per la Cbs fino alla Cnn, dove nel 2018 è "succeduta" alla regina degli Esteri Christiane Amanpour.
Ward ha parlato per la prima volta con i talebani due anni fa. Prima della caduta è stata embedded con l'esercito afghano a Kandahar. Poi è andata nella provincia di Ghazni, dove i talebani avevano già preso il controllo. "Parlare con loro è particolarmente difficile se sei una donna. Sei essenzialmente invisibile", spiega. "Non ti guardano. Non si rivolgono a te. Non ti parlano. Se tu lo fai, ti rispondono ma non guardano nella tua direzione. Sei invisibile". Cambieranno, un giorno? "Difficile a dirsi. Sono in gran parte analfabeti. Combattono da quando sono abbastanza grandi da portare una pistola. Non conoscono nessun altro modo di vivere".
Prosegue Ward: "Inoltre la leadership talebana comprende che ha un duplice problema. Se non è abbastanza intransigente, molti elementi della base potrebbero finire tra le braccia di gruppi più estremisti come al-Qaeda o Isis perché in fin dei conti questi giovani sono stati addestrati fin dalla tenera età ad uccidere, sacrificare e ad essere uccisi. Non puoi togliere loro tutto all'improvviso e aspettarti che si trovino un lavoro in banca. Semplicemente non accadrà. Dall'altro lato i talebani non possono inimicarsi la comunità internazionale perché hanno bisogno del sostegno economico e degli aiuti finanziari. E se il popolo non ha da mangiare prima o poi si solleverà".
Una vita piena, Clarissa Ward sa bene di essere una privilegiata. "Lo sono in tutti i sensi. Ma soprattutto perché io posso tornare a casa, le persone di cui racconto restano lì e ci sono tante donne e uomini che non siamo riusciti ad aiutare a Kabul".
Nata a Londra da padre britannico e madre americana, è cresciuta tra la City e New York. Una laurea a Yale, poi il matrimonio con il finanziere Philipp von Bernstorff, incontrato a una cena del 2007 a Mosca. E due figli, Ezra, 3 anni e Caspar, 1. "Essere madre - ammette - mi ha cambiato, ha cambiato il mio modo di lavorare e di raccontare. Ho una visione diversa, ora. Sicuramente quando sono via il pensiero è sempre per loro. Ma questo non significa che io non riesca a fare il mio lavoro come prima. Anzi, mi ha ampliato la visuale, ora riesco a vedere punti di vista che prima ignoravo. Loro sono fortunati, non sanno cosa sia la guerra ma è anche per loro che racconto".
Ed è anche per loro che ha deciso di scrivere "On alla fronts", libro che ripercorre i suoi 20 anni di carriera in prima linea. "C'è la percezione che amiamo il pericolo e siamo drogati di adrenalina, cowboy e turisti di guerra e tutto il resto. Odio farmi sparare. Rido quando la gente dice che sono coraggiosa; non lo sono. Non mi piace per niente essere in una situazione di combattimento attivo. Voglio solo parlare con le persone che sono più colpite dalla guerra quindi vado in questi luoghi per raccontare le loro storie in un modo più avvincente. Non sono una drogata di adrenalina, questo è certo".
Il ricordo di Maria Grazia - Due Peabody e due Emmy Awards, tra i premi vinti, di recente Ward è stata in Italia a Santa Venerina dove le è stato consegnato il riconoscimento in memoria di Maria Grazia Cutuli, inviata del Corriere della Sera uccisa in Afghanistan nel 2001. "Non ho mai conosciuto Maria Grazia ma è un premio che mi sta particolarmente a cuore e che mi riempie di orgoglio. Quello che Maria Grazia faceva, il suo lavoro, è il motivo per cui lo facciamo. Raccontare quelle persone, dare loro voce. Ed è la ragione per cui dobbiamo continuare a farlo. Specialmente per le donne afghane, tenendo accesa la luce su di loro, sui loro sogni e stare al loro fianco affinché possano continuare a lottare e sperare".
di Monica Ricci Sargentini
Corriere della Sera, 19 gennaio 2022
La Cina ha fatto affidamento sulla coercizione, tra rapimenti e pressioni sulle famiglie, per costringere circa 10.000 "fuggitivi" a tornare dall'estero: è la denuncia contenuta in un rapporto presentato dal gruppo per i diritti umani Safeguard Defenders, con sede a Madrid, che punta a far luce su una campagna che ha spesso causato tensioni diplomatiche. Secondo i dati compilati dalla ong, gli sforzi cinesi hanno portato in sette anni al rimpatrio di 9.946 persone.
Il rapimento è la misura più estrema, ma altre opzioni includono la minaccia e l'interrogatorio delle famiglie degli obiettivi, il blocco di beni personali e l'invio di agenti all'estero come ulteriore mezzo di pressione: sono tutti strumenti - negati da Pechino - in violazione della sovranità di altri Paesi.
La strategia risale al 2014, quando il ministero della Sicurezza pubblica lanciò l'operazione Fox Hunt, una task force progettata per rimpatriare gli accusati di corruzione e altri presunti reati finanziari, parte della campagna voluta del presidente Xi Jinping. Fox Hunt è stata inserita poi in un programma più ampio chiamato Sky Net, che ha spazzato via funzionari del Partito comunista cinese e altri soggetti ricercati che vivevano all'estero, soprattutto per le accuse di reati finanziari.
Nel 2018, la Cina decise di trasformare in legge l'uso della "persuasione" e dei "metodi irregolari" per rimpatriare i latitanti internazionali, dando alle operazioni un timbro ufficiale di approvazione. Il mese scorso, le autorità hanno affermato che Sky Net si era assicurata il ritorno di circa 1.114 latitanti sospettati di corruzione e riciclaggio nei primi 11 mesi del 2021. Oltre ai rimpatri forzati, c'è il capitolo delle intimidazioni e delle minacce agli attivisti, ai praticanti del movimento bandito del Falun Gong e alle minoranze etniche, tra tibetani e uiguri.
di Giuseppe Mazzei
La Discussione, 18 gennaio 2022
Intervista al prof. Mauro Palma, Presidente dell'Autorità garante dei diritti delle persone private della libertà personale.
Presidente, la ministra Cartabia afferma che la riforma delle carceri è una priorità di questo
Governo. Lei concorda con le conclusioni della "Commissione per l'innovazione penitenziaria" presieduta dal professor Marco Ruotolo?
Condivido pienamente la divisione in tre macro-aree di intervento: la prima relativa agli interventi attuabili fin da subito, nell'arco di questa legislatura; la seconda relativa alla riforma del regolamento, ormai vecchio di venti anni, facilmente realizzabile e la terza, relativa alla revisione normativa. Puntare su questa differenziazione di interventi mette nella possibilità di dare subito segnali concreti.
di Ignazio Juan Patrone*
Il Riformista, 18 gennaio 2022
Il tempo stringe e il dibattito in commissione è povero, gli emendamenti riflettono posizioni già note. C'è da sperare che domani in Parlamento la ministra Cartabia dica una parola chiara. Procede sia pur lentamente l'esame alla Commissione giustizia della Camera dei progetti di legge per la riforma dell'accesso ai benefici penitenziari per i condannati per reati c.d. ostativi, di cui all'articolo 4-bis della legge sull'ordinamento penitenziario, già oggetto di quattro proposte diverse tra loro, poi unite dal Presidente della Commissione Perantoni in un testo unificato: testo che però non sembra aver raccolto un ampio consenso, tanto che gli emendamenti presentati sembrano riflettere o pedissequamente riportare il contenuto delle posizioni già note.
- Non si può fare a meno del carcere, ma bisogna riformarlo e renderlo più umano
- Non c'è solo il Covid, la situazione sanitaria dei carcerati è al limite del tollerabile
- Garanti, politici sensibili e operatori: coro unanime per un decreto carcere
- La giustizia è in crisi, ma i suoi protagonisti sono "quirinabili"
- Giustizia riparativa, Carla Garlatti incontra il presidente del Forum europeo









