di Giorgio Vittadini
ilsussidiario.net, 21 gennaio 2022
L'esigenza di trasformare gli spazi di vita, perché siano più a misura d'uomo, non è nuova, ma con la pandemia sembra essere esplosa. Sguardi, gesti, parole. Tutto nei legami tra persone, e tra persone e realtà, con l'andare dei mesi in pandemia, è messo sempre più alla prova. Solitudine, aggressività, ansia, depressione stanno diventando una brutta compagnia per molti, soprattutto giovani e giovanissimi che, in alcuni momenti, non sanno più "che fare di sé".
I luoghi virtuali in cui "incontrarsi", vedersi, scambiare messaggi hanno compensato in parte il disagio del distanziamento. Ma credo che nessuno abbia trovato improprie le virgolette alla parola "incontrarsi". Non a caso uno dei dibattiti pubblici che da inizio pandemia ha tenuto banco è quello del cambiamento dei luoghi fisici dell'abitare, delle città, piccole e grandi, dei territori extra-urbani, e non solo per via del lavoro a distanza.
L'esigenza di trasformare gli spazi di vita, perché siano più a misura d'uomo, non è nuova, ma con la pandemia sembra essere esplosa. E tornano in auge termini come "borgo" o "rione", luoghi in cui, come spiega l'architetto Stefano Boeri sul numero di Nuova Atlantide in uscita la prossima settimana, "il concetto di comunità è stato tenuto presente fin dall'inizio nella progettazione". Boeri fa l'esempio del quartiere Figino di Milano, "un luogo molto vivibile", in cui "hanno messo una biblioteca al centro". All'inizio "era stato guardato con diffidenza, ma oggi raccoglie molta soddisfazione da parte di chi ci abita". A Padova - racconta ancora l'architetto milanese - un recente progetto recupera "l'originaria traccia di un luogo centrale che a volte è una parrocchia, a volte una strada con una quantità di servizi molto importante, a volte è una piccola piazza". Oppure, un campo sportivo, la cui valenza educativa, sociale e di integrazione è altissima.
Mettere i piedi nel passato non significa rinunciare ad avere uno sguardo sul futuro. Si parla infatti di città aperta che funzioni come un arcipelago costituito da tanti quartieri dotati di tutti i servizi per i cittadini. "Questo permette che al loro interno ci siano soprattutto spazi pedonali e ciclabili, con un sistema di mobilità fluida che si accompagna anche a questi grandi sistemi di verde nel segno della biodiversità. La metropoli-arcipelago è secondo me la sfida dei prossimi anni", sostiene Boeri.
Il bisogno è quello di una diversa relazione persona-ambiente, in cui vengano recuperati spazi che offrano familiarità alle comunità. E dove, come suggerisce l'antropologo scozzese Tim Ingold, sempre su Nuova Atlantide, l'uomo è chiamato a uscire da "logiche estrattive" verso la natura e la realtà in generale, per mettersi in ascolto, in una relazione reciproca con ciò che lo circonda.
Luoghi del vivere che aiutano le persone a cambiare e che, da queste, sono cambiati. "I luoghi non sono contenitori indefiniti - sostiene l'antropologa Alessandra Lucaioli - all'interno dei quali possono anche avvenire dei fenomeni, ma sostanzialmente indifferenti rispetto ai corpi che ospitano e alle pratiche che vi accadono, ma materia viva che plasma le vite degli esseri umani, che inibisce o promuove azioni, interazioni, realizzazioni".
Mi ha colpito quanto è stato realizzato al quartiere Corvetto di Milano: una serie di iniziative con cui rendere il parco pubblico di zona un luogo vissuto, curato, accogliente. Lo hanno chiamato "Il Giardino dei Desideri". Tramite un "patto di collaborazione", coordinato da Labsus (Laboratorio per la sussidiarietà), la comunità scolastica della zona, insieme a diverse non profit e a tutti coloro che frequentano il parco, hanno ripulito il giardino, abbellito le fughe e le crepe dei marciapiedi con resina dorata, appeso decorazioni fatte a maglia, sistemato giochi per i più piccoli e il terreno del campo da calcio. In progetto c'è la manutenzione della recinzione e un'aula didattica all'aperto. I bambini - dicono le maestre - stanno imparando che prendersi cura dei luoghi comuni è prendersi cura di sé e degli altri.
di Emilia Costantini
Corriere della Sera, 21 gennaio 2022
"Ero in guerra ma non lo sapevo" è il film di Fabio Resinaro ispirato al libro omonimo di Alberto Torregiani, figlio del gioielliere milanese ucciso dai Pac il 16 febbraio 1979.
"Chiudere i conti col passato, elaborare una tragedia non è facile. Questo film chiude un capitolo, dando una giusta prospettiva a un fatto che troppe volte è stato buttato sui giornali in modo sbagliato. Il linciaggio mediatico nei confronti di mio padre ha portato quattro intellettuali disgraziati, a compiere un omicidio". Alberto Torregiani è il figlio adottivo di Pierluigi Torregiani, il gioielliere milanese ucciso il 16 febbraio 1979 dai Proletari armati per il comunismo, il gruppo di terroristi guidato da Cesare Battisti che fu condannato come mandante. E ora Alberto commenta in maniera pacata il film "Ero in guerra ma non lo sapevo", ispirato al suo libro omonimo.
Aveva solo quindici anni quando, proprio durante l'agguato dei Pac, una pallottola vagante, l'unica partita dalla pistola del padre per difendersi, lo colpì alla schiena e, da allora, è costretto su una sedia a rotelle. "Una questione di sfiga nella tragedia - sottolinea - e temo che mio padre, colpito mortalmente, abbia purtroppo fatto in tempo a capire che quel proiettile aveva colpito proprio me. Dico a Cesare Battisti che il vero ergastolo è il mio". Prodotto da Eliseo multimedia di Luca Barbareschi con Rai Cinema, per la regia di Fabio Resinaro, il film sarà nelle sale dal 24 al 26 gennaio e il 16 febbraio su Rai1. Protagonista, nel ruolo del gioielliere, Francesco Montanari, affiancato da Laura Chiatti nel ruolo della moglie Elena Torregiani. "Mio padre - aggiunge Alberto - non era un perbenista, non un eroe, lo sceriffo in borghese, il giustiziere di Milano come venne definito, è stato semmai una vittima sacrificale. Era un uomo forte, caparbio, austero, capace di affrontare le difficoltà. Ma io ricordo i suoi silenzi, le sue notti passate in bianco perché era preoccupato per la sua famiglia. E, dopo il primo attentato, ricordo il suo fastidio per la scorta, perché si sentiva scaraventato in un incubo".
Il racconto filmico prende il via dagli ultimi giorni di vita del gioielliere, titolare di un negozio alla periferia nord di Milano. Siamo nel pieno degli anni di piombo e Torregiani, il 22 gennaio 1979, aveva subito un primo tentativo di rapina, mentre si trovava con amici e parenti al ristorante, durante la quale muore un bandito. Non era stato lui a sparare, ma molti giornali lo accusarono di essere un giustiziere. "Torregiani aveva la pistola con sé, non per atteggiarsi a fare lo "sceriffo", ma perché quello era un periodo di continue rapine - interviene Montanari - Arrogante? Antipatico? Certamente aveva l'indole dell'uomo abituato a fare tutto da solo, era sicuro di sé o, almeno, così voleva apparire per nascondere le proprie debolezze, ostentando sicurezza per non creare altri problemi alla propria famiglia. Credo che quest'uomo sia finito in una dinamica prepotente, più forte di lui - continua Montanari - Era un artigiano, un uomo pragmatico, un lavoratore che andava avanti con le sue forze e non accettava l'idea che la sua vita dovesse cambiare. Lui diceva, sono una brava persona, perché mi sta succedendo tutto questo? E la domanda che dobbiamo porci noi oggi è: cosa avremmo fatto al posto suo?". Conclude il produttore Barbareschi: "Volevo portare sullo schermo questa vicenda da anni, ma non trovavo uno sceneggiatore che volesse scriverla. Non potevo sopportare come la stampa avesse linciato, allora, una vittima".
Il Mattino, 21 gennaio 2022
Il garante campano dei detenuti Samuele Ciambriello ha donato biliardini, tapis roulant e cyclette ai detenuti di Vallo della Lucania e ai detenuti del carcere di Eboli. La legge 354/1974 sull'ordinamento penitenziario inserisce le attività culturali, ricreative e sportive tra i principali elementi del trattamento. "Il benessere psico-fisico e sociale dei detenuti è di primaria importanza, soprattutto in questo periodo di forte stress emotivo, causato dalla situazione epidemiologica. L'immobilizzazione nelle celle produce malattia, malessere, amarezza, rancore.
Le attività sportive - dice il Garante Campano Samuele Ciambriello - permettono di superare momenti e atteggiamenti ansiosi e ansiogeni, e diventano occasione di socializzazione e di espressione delle proprie abilità. Diversamente, la pena rischierebbe di ridursi ad una limitazione della libertà personale, priva di ogni aspetto rieducativo. In particolar modo, lo sport e l'attività motoria risultano essere da sempre strumenti di inclusione sociale, sia fuori che dentro le mura carcerarie".
La Provincia Pavese, 21 gennaio 2022
Dopo i suicidi dei mesi scorsi, emergono ora i problemi sanitari Ai reclusi infettati concesse videochiamate per parlare ai familiari. Il contagio non risparmia le carceri. Sette strutture in tutta Italia, in particolare, hanno superato i cento casi: tra queste c'è Torre del Gallo, a Pavia, dove i detenuti positivi sono 103. Un numero elevato se rapportato alla popolazione carceraria: attualmente il carcere di Pavia ospita 578 reclusi (a fronte della capienza regolamentare di 514 e di una "capienza tollerabile" di 786). Più di un quinto dei detenuti è stato perciò contagiato dal Covid. Proprio in questi giorni alcuni detenuti hanno ricevuto la terza dose di vaccino, come ha potuto constatare una delegazione di avvocati penalisti e politici nel corso di un recente visita al carcere, chiesta dopo i suicidi dei mesi scorsi. La delegazione, di cui faceva parte anche la garante dei detenuti Laura Cesaris, ha svolto il sopralluogo proprio mentre erano in corso le vaccinazioni. A somministrare le iniezioni il direttore sanitario Davide Broglia, uno dei tre medici rimasti in servizio. Ed è proprio la carenza di medici a complicare la situazione sanitaria.
Da quanto è stato possibile sapere, però, i casi sono quasi tutti asintomatici, emersi nel corso dello screening di tamponi a cui i detenuti sono sottoposti regolarmente. Solo una minima parte presenta sintomi lievi.
I positivi sono stati tutti isolati in aree apposite e vengono gestiti dall'area sanitaria interna (in passato erano trasferiti negli hub regionali, come San Vittore). I vertici non hanno sospeso i colloqui.
Ai detenuti positivi è data la possibilità di comunicare con i familiari attraverso videochiamate. Colpito dal contagio anche il personale del carcere, anche se in misura minore rispetto ai detenuti. Sono attualmente positivi 15 agenti di polizia penitenziaria su 200, una percentuale abbastanza contenuta se rapportata alla diffusione del contagio tra i reclusi.
Torre del Gallo ha una situazione cronica di sovraffollamento. Attualmente ospita 578, a fronte della capienza regolamentare di 514; 285 sono i detenuti comuni, per i due terzi definitivi e per il 30% circa stranieri; i protetti, in gran parte autori di reati di violenza sessuale, sono 273, quasi tutti con pena definitiva. C'è poi una piccola sezione di 8 persone ammesse alla semilibertà e al lavoro all'esterno. Il polo psichiatrico contempla 22 posti, ma solo 12 sono occupati perché al momento manca il personale per i casi di positività.
In tutto il Paese i detenuti positivi al Covid sono 2.586, quasi tutti asintomatici. Un picco sinora mai raggiunto dall'inizio della pandemia, (il dato è aggiornato al 17 gennaio) con i casi più che raddoppiati nel giro di 10 giorni. In tutto sono sette i penitenziari in Italia dove i positivi superano il centinaio e il record negativo è di Torino con 173 casi. Seguono Firenze Sollicciano (128), Napoli Secondigliano (144), Napoli Poggioreale (125), Busto Arsizio (120), Prato (110) e appunto Pavia (103). Tra gli agenti i casi sono 1.572.
di Pierfrancesco Majorino*
Il Manifesto, 21 gennaio 2022
Dobbiamo infatti ottenere verità e giustizia: deve essere l'obiettivo di tutta la comunità internazionale. E ciò deve, per l'appunto, tradursi nella garanzia dell'effettuazione di indagini adeguate e di un processo trasparente.
Ritengo che si debba mostrare grande cautela a fronte delle notizie, giunte dalla Repubblica Democratica del Congo, di alcuni arresti riconducibili all'uccisione dell'ambasciatore Luca Attanasio, del carabiniere Vittorio Iacovacci e dell'autista Mustapha Milambo. Mi pare a tale proposito assolutamente convincente quanto affermato dal padre del nostro ambasciatore, Salvatore Attanasio, che ha ricordato a più riprese come già in tutti questi mesi non siano mancati annunci poi regolarmente smentiti, ombre, atti opachi.
Dunque meglio non fermarsi a quanto esibito dalle autorità locali circa gli arresti di possibili esecutori dell'assalto al convoglio e, semmai, supportare al massimo l'operato della nostra magistratura affinché essa possa realizzare quanto sin qui non le è stato consentito: lo svolgimento sereno delle indagini a trecentosessanta gradi e quindi anche nell'area di Goma, e generalmente in Congo. Proprio in questa direzione non sono mancati alcuni pronunciamenti delle istituzioni e della comunità internazionale, tuttavia essi non sono stati fino a ora adeguati.
Per questo dal Parlamento Europeo faremo sentire con più forza la nostra voce e per lo stesso motivo mi auguro prosegua a farsi sentire la voce del governo italiano che giustamente, innanzitutto attraverso il Ministro Di Maio e lo stesso Presidente Draghi, nelle ultime settimane ha pronunciato parole nette, inequivocabili.
Dobbiamo infatti ottenere verità e giustizia: deve essere l'obiettivo di tutta la comunità internazionale. E ciò deve, per l'appunto, tradursi nella garanzia dell'effettuazione di indagini adeguate e di un processo trasparente. Non solo: si deve essere anche molto esigenti.
Ciò, proprio nel nome dei nostri servitori dello Stato tragicamente scomparsi, deve tradursi nella ricostruzione di un quadro inequivocabile e assolutamente trasparente.
Vi sono alcuni aspetti che vanno assolutamente chiariti: dalla ricostruzione della dinamica di quel che è effettivamente avvenuto all'individuazione di intrecci possibili con il contesto nel quale la tragedia è maturata.
Per dirla, ancora, con Savaltore Attanasio devono interessarci non solo gli esecutori ma pure i possibili "mandanti". Una simile affermazione è assolutamente corretta anche in ragione del fatto che l'Ambasciatore non era una persona come tante. Si trattava di una figura nota sul territorio, con molti estimatori, protagonista di azioni lodevoli. Si trattava, in altre parole, di un cittadino italiano ed europeo esemplare anche nella sua straordinarietà.
Le foto che lo ritraggono sorridente al fianco dei bambini del posto non sono l'icona rituale dell'uomo occidentale alimentato da un poco di spirito compassionevole a cui piace lasciare un ricordo di sé in favore di camera, ma piuttosto la rappresentazione di quel che Attanasio era impegnato a fare stando "nel mezzo" e fornendo a quelle comunità un contributo tangibile di solidarietà concretissima.
A maggior ragione, dunque, vista proprio la "profondità" del legame tra Attanasio e quei territori, si deve scavare a fondo, senza "accontentarsi" di informazioni relative agli arresti. "Perché proprio Attanasio?": una domanda simile deve condizionare tutti quelli che vogliono che venga fatta piena luce.
Infine, come è stato abbondantemente scritto, vi è un altro tema, enorme. Ovviamente alludo al ruolo svolto dal Pam, il Programma mondiale alimentare, cioè l'Agenzia delle Nazioni Unite che in quell'occasione doveva provvedere a garantire sicurezza al convoglio. Aspettarsi la piena e inequivocabile ricostruzione di quanto il Pam stesso ha compiuto - o di eventuali errori effettuati - è indispensabile.
Il fatto che dopo tanti mesi si sia diffusa l'impressione di una scarsa cooperazione da parte di un soggetto tanto autorevole e apprezzato, per quel che concretamente fa, nello scenario internazionale, non è ammissibile da nessun punto di vista. E ovviamente questo aspetto, se non verranno fugati inequivocabilmente i dubbi circa la condotta dell'Agenzia Pam e di alcuni suoi rappresentanti, non potrà che essere oggetto di più iniziative istituzionali. Ne va del senso stesso del ricordo di chi non c'è più e anche da ciò passa la credibilità di tutte le istituzioni coinvolte.
*Europarlamentare del Partito democratico
di Elisabetta Zamparutti e Umberto Baccolo*
Il Riformista, 21 gennaio 2022
Il principe dell'Arabia saudita aveva annunciato di voler ridurre le decapitazioni. Ma se nel 2020 si è registrato il numero più basso di sempre, 27, nel 2021 questa pratica ha ripreso piede. La prossima volta che un politico italiano viene invitato, si faccia accompagnare da una delegazione di Nessuno tocchi Caino
La "pena capitale" fa riferimento a caput, cioè testa. Come la decapitazione, con il de che indica separazione. È la punizione attraverso la morte per recisione netta dell'unica parte tonda, come notò Platone, del corpo: la testa, appunto, sede per alcuni del manifestarsi dello spirito, con il corpo che invece è manifestazione della materia. Fu decapitato il nostro San Paolo, quello di Spes contra spem, dai Romani di Nerone e poi Cicerone e Tommaso Moro, come anche Anna Bolena e Maria Antonietta. E nel procedere lento dell'evoluzione dell'umanità, durante la quale venne tagliata la testa perfino ad Antoine-Laurent de Lavoisier, il padre della chimica moderna, ci trasciniamo ancora questa pratica che persiste oggi in un solo Paese: l'Arabia Saudita. Dove un principe, Mohammed bin Salman, ha annunciato al mondo, dalle colonne patinate del Time magazine, di voler ridurre significativamente le decapitazioni nel suo Regno. Lo ha detto nel 2018. Il suo piano è quello di limitarle all'omicidio e discostarsi da un'interpretazione ultraconservatrice della legge islamica nel tentativo di ammodernare la terra di Saud. E, così, si è passati dalle 186 decapitazioni del 2019, uno dei numeri più alti registrati nel Regno, alle 27 del 2020 che invece è il numero più basso.
La storia radicale insegna che per le battaglie importanti si possono - e a volte si devono - avere anche i compagni di viaggio più inaspettati, che è fondamentale non avere pregiudizi verso nessuno e che le lotte sul carcere si fanno per e con tutti i detenuti indifferentemente dal loro livello sociale o colore politico. Per questo, la mia sorpresa è stata relativa quando alcuni giorni fa ho ricevuto una chiamata dell'avvocato Nicola Trisciuoglio, che già aveva aderito nel recente passato a iniziative di Nessuno tocchi Caino, che mi annunciava la decisione di suoi assistiti, tra cui Roberto Fiore, Giuliano Castellino, Luigi Aronica e Salvatore Lubrano, quindi i vertici della famigerata Forza Nuova, e di oltre cento detenuti comuni di Poggioreale, in particolare del padiglione Firenze, di iniziare uno sciopero della fame a sostegno dello sciopero del nostro Presidente Rita Bernardini e della proposta di legge del deputato di Italia Viva Roberto Giachetti a favore della liberazione anticipata speciale come prima misura d'emergenza volta ad alleviare l'insostenibile nel 2020, un decreto reale ha stabilito che i minori non siano più decapitati e si è posto fine anche alle fustigazioni. Inoltre, un membro del Consiglio della Shura ha raccomandato l'abolizione della pena capitale per i reati "ta'zir", ad esempio quelli di droga, per i quali le sanzioni penali sono lasciate alla discrezione del giudice.
Sta di fatto che per un anno raramente si è assistito al rito macabro della decapitazione: il condannato portato in un luogo pubblico, vicino alla moschea più grande della città dove è stato commesso il crimine, le mani legate e in ginocchio davanti al boia carico di sofferenza che il sovraffollamento carcerario sta imponendo sulla comunità penitenziaria, non solo dei detenuti, ma anche dei "detenenti".
Mi ha fatto piacere sentire da Trisciuoglio che Fiore abbia pregato tutti i simpatizzanti di Forza Nuova di abbandonare qualsiasi azione di piazza, per combattere solo sul terreno giuridico. Ottimo che la leadership di un partito così controverso abbia dato indicazioni chiare nel segno del diritto e della nonviolenza e che Fiore e gli altri abbiano dichiarato di aderire allo sciopero di Rita a livello personale, da comuni detenuti e non come politici. "Le bandiere sono ammainate", comunicano. Nessuna strumentalizzazione politica è cercata o possibile, vogliono che sguaina la spada tra le grida della folla che urla "Allahu Akbar!" (Dio è grande).
Ma al 2020 è seguito il 2021. E le cose sono cambiate nel Regno del principe "illuminato". Le decapitazioni sono riprese a un ritmo crescente, arrivando a 67 secondo la European Saudi Organization for Human Rights (Esohr). Un incremento del 148%. Tra i giustiziati, 51 sauditi, una donna e un bel po' di stranieri: 7 yemeniti, 4 egiziani, 2 pachistani, 1 del Ciad, 1 del Sudan e 1 della Nigeria. Da un anno all'altro, è svanito anche l'incantesimo della sospensione delle punizioni "ta'zir". solo lottare per la salute e il bene dei detenuti, perché il vivere sulla loro pelle, nelle celle di Poggioreale, la drammaticità di quelle condizioni inumane e degradanti, ha prodotto un cambiamento del loro modo di pensare, di sentire e di agire.
Proprio per questo hanno fatto pervenire a Rita Bernardini l'invito ad andare a Poggioreale, a visitare tutti i detenuti, per ascoltare il grido disperato di chi "vive" in quel carcere-lazzaretto, riponendo solo in lei le loro speranze. In una situazione che già era esplosiva per il sovraffollamento e per tante incurie e carenze strutturali, Poggioreale è davvero un carcere-lazzaretto perché oggi ci sono 143 detenuti contagiati, ammassati tutti insieme nelle celle, più uno ricoverato al Cotugno, a cui vanno aggiunti
Dei 67 decapitati nel 2021, nove erano stati condannati per questi casi: 4 per fatti politici, 3 per alto tradimento, uno appartenente all'ISIS e uno per reati politici e legati alla droga. Il 16 giugno 2021, è stato giustiziato anche Mustafa Al Darwish, un condannato per fatti che sarebbero accaduti quando era minorenne. Tra le almeno 42 persone nel braccio della morte, ci sono anche quattro minori: Hassan al-Faraj, Jalal al-Labad, Youssef al-Manasif e Sajjad Al Yassin.
Ma non c'è solo la pena di morte, perché ancora esiste la tortura e l'iniquità dei processi. A ben vedere, in questo 251 positivi tra gli agenti di polizia penitenziaria operativi in Campania. In una tale situazione, i leader di un partito che più lontano da noi non può essere, hanno deciso di rinunciare al loro status politico e, in veste e con l'umiltà di detenuti comuni, affidarsi alla donna simbolo di tante lotte per il rispetto della Costituzione, accompagnarla in una battaglia nonviolenta condotta secondo regole pannelliane. Accogliendo la loro istanza, oggi, i massimi responsabili di Nessuno tocchi Caino Rita Bernardini, Sergio D'Elia ed Elisabetta Zamparutti, insieme a Doriana Vriale e agli avvocati Vincenzo Improta e Alessandro Gargiulo, saranno a Poggioreale per una visita autorizzata dal DAP, che va ringraziato per la sua attenzione e la sensibilità dimostrate come in molti altri Paesi mantenitori, la soluzione definitiva del problema, più che alla lotta contro la pena di morte, attiene alla lotta per la democrazia, l'affermazione dello Stato di diritto, la promozione e il rispetto dei diritti politici e delle libertà civili. Noi sappiamo che un dittatore può decretare l'abolizione un giorno e la sua reintroduzione quello dopo. Per questo abbiamo operato affinché l'Assemblea generale dell'ONU esortasse gli Stati mantenitori a decidere, non l'abolizione tout-court, ma una moratoria delle esecuzioni in vista dell'abolizione. Per tenere conto del tempo necessario a cambiare, con le leggi penali, anche l'intero sistema democratico e di garanzie dei diritti umani. Mi chiedo come mai il principe bin Salman che ha fatto affiorare una prospettiva di cambiamento, sembra ora farla soccombere. Tanto più se egli continua a ostentare modernità e apertura con inviti estesi a personalità internazionali e anche del nostro Paese, che è conosciuto nel mondo per la moratoria universale delle esecuzioni capitali. Noi italiani siamo portatori di un vero e proprio "talento", come la nobile moneta di scambio della moratoria, che può essere fatto valere in ogni Paese e su ogni tavolo a cui ci si invita.
Può darsi che, oggi, la testa illuminata del principe sia persa, decollata dal corpo grave del conservatorismo del suo regno. Ma potrebbe anche essere che noi non lo si sia sostenuto abbastanza. In ogni caso, faccio una proposta. La prossima volta che un politico italiano viene invitato in Arabia Saudita, si faccia accompagnare da una piccola delegazione di Nessuno tocchi Caino. Insieme, aiuteremo quel principe a riorientare la sua visione, a rivolgere il suo sguardo a oriente, dove il sole non tramonta mai e dove sempre sorge la luce, quella della coscienza universale e dell'amore infinito, che illumina di immenso la nostra vita, la nostra umanità, il nostro voler essere umani. nonostante i problemi di gestione legati alla pandemia, al sovraffollamento e al breve preavviso.
Nel corso della visita ai detenuti all'interno, fuori da Poggioreale le loro famiglie hanno organizzato un sit-in assieme al garante dei detenuti napoletano Pietro Ioia e a quello campano Samuele Ciambriello, che mi segnala che la staffetta del digiuno a sostegno di Rita è stata appena raccolta da 283 detenuti del carcere di Avellino. Ai forzanovisti detenuti l'avvocato Trisciuoglio chiederà anche di prendere, come lui ha già fatto, la tessera di Nessuno tocchi Caino. Un gesto simbolico, ma importante per far capire che i tempi dell'odio e della contrapposizione possono anche tramontare. Noi non abbiamo mai nutrito inimicizie e preclusioni, perché il nome "Nessuno tocchi Caino" che ci identifica è anche il nostro motto. Vale, quindi, anche per quelli di Forza Nuova, che oggi incontreremo, come detenuti comuni ed esseri umani, insieme a tanti altri detenuti senza nome e di tutti i colori di cui nessuno parla e si cura, nel luogo dove sofferenza e disumanità tormentano tutti e tutti accomunano.
*Consiglio direttivo di Nessuno tocchi Caino
di Monica Ricci Sargentini
Corriere della Sera, 21 gennaio 2022
La Corte europea dei diritti umani (Cedu) ha condannato l'Italia per aver interrotto i rapporti tra una madre e sua figlia dichiarando quest'ultima adottabile senza aver prima cercato altre soluzioni. "Gli argomenti dati dai tribunali italiani per giustificare la loro scelta - sottolinea la Corte - sono insufficienti".
Dato che la procedura di adozione non è stata ancora ultimata, la Cedu chiede alle autorità italiane di "riconsiderare rapidamente la situazione della madre e della figlia".
La Cedu, che ha deciso di non fornire i nomi della madre e sua figlia, indica solo che sono nate nel 1982 e 2012 e sono residenti a Brescia. Inoltre dal fascicolo emerge che la donna è di origini cubane. L'intera vicenda è iniziata nel febbraio 2013, quando la madre si rivolse ai servizi sociali chiedendo aiuto perché il marito la maltrattava. Madre e figlia furono quindi accolte in un centro di assistenza e seguite per due anni dai servizi sociali. Questi ultimi inviarono al tribunale dei minori una serie di rapporti in cui, dopo una prima valutazione positiva, mettevano in dubbio la capacità della madre di prendersi cura della bambina. Ma continuarono comunque a sottolineare i rapporti affettivi molto stretti tra la piccola e sua madre.
Nel settembre del 2015 il pubblico ministero domandò al tribunale di sospendere l'autorità genitoriale e di dichiarare la bimba adottabile. La madre si oppose fino in Cassazione a questa decisione, ma invano. Da qui la decisione di presentare ricorso alla Corte di Strasburgo. Oggi la Cedu ha bocciato la scelta fatta dai tribunali italiani, affermando in particolare che "gli argomenti su cui si è basata la decisione di dichiarare la bimba adottabile sono insufficienti". I giudici di Strasburgo contestano soprattutto il fatto che prima di decidere i tribunali non abbiano proceduto a una valutazione delle capacità genitoriali della madre e della situazione psicologica della minore.
La Cedu ha quindi condannato l'Italia a versare 42 mila euro come risarcimento per danni morali a madre e figlia per aver violato il loro diritto al rispetto dei legami familiari.
Inoltre la Corte di Strasburgo ha sottolineato che questo non è il primo caso in cui l'Italia viene condannata per una tale violazione, e che negli ultimi anni il Paese è stato ritenuto numerose volte responsabile di aver spezzato i legami tra genitori e figli con procedure di affido e adozione, o decisioni sui diritti di visita.
fides.org, 21 gennaio 2022
"Dio è misericordioso, è il nostro creatore e fornitore e si prende cura dei nostri bisogni. Abbiamo continuato a raccogliere fondi per sostenere i nostri fratelli, che hanno lottato per cinque anni in carcere. Dopo il loro rilascio è stata una sfida per loro trovare lavoro e così abbiamo pensato di aiutarli ad avviare un'attività in proprio. L'anno scorso a Natale ne abbiamo sostenuti alcuni, quest'anno aiutiamo altre 20 persone ad avviare una attività economica per sostenere le loro famiglie": lo dice all'Agenzia Fides l'Arcivescovo Sebastian Francis Shaw di Lahore.
L'Arcivescovo ha inoltre affermato: "In tempi di sofferenza, ringraziamo Dio per il rilascio dei nostri fratelli detenuti; abbiamo iniziato a lavorare per sostenere queste persone nella creazione delle loro attività". Incoraggiando gli ex prigionieri l'Arcivescovo Sebastian ha detto: "Con questo aiuto materiale abbiamo fornito ad alcuni un risciò, ad altri materiale da costruzione o articoli per gestire un negozio di alimentari. Insieme a questo sostegno materiale, apprezziamo i nostri sacerdoti, catechisti e fedeli che sono stati a fianco di questi ex prigionieri e delle loro famiglie nel momento del bisogno".
"Lodiamo Dio che le persone che sono state sostenute a Natale nell'anno 2020 e ora stanno bene ora; preghiamo per voi che Dio benedica le vostre imprese", ha concluso l'Arcivescovo.
La Chiesa cattolica ha continuato a sostenere i 42 prigionieri cristiani rilasciati dal carcere dopo cinque anni. Questi 42 uomini sono stati arrestati per aver distrutto proprietà del governo e per aver ucciso due uomini musulmani sospettati di essere collegati agli attentatori suicidi che avevano attaccato le chiese a Youhanabad, quartiere di Lahore, il 15 marzo 2015. Questi uomini sono stati rilasciati a gennaio del 2020 dopo aver risarcito le famiglie dei due musulmani.
Il 15 marzo 2015, due kamikaze hanno attaccato la Christ Church (protestante) e la St. John Catholic Church a Youhanabad, la più grande colonia cristiana di Lahore che ospita più di 100.000 cristiani.
di Francesco Grignetti
La Stampa, 20 gennaio 2022
La ministra alle Camere: "Il Pnrr ci impegna a fare la riforma dell'ordinamento entro il 2022". Dal sovraffollamento delle carceri al ddl contro i femminicidi, tanti i nodi ancora da risolvere.
I mali della giustizia italiana, la ministra Marta Cartabia li ha sempre davanti agli occhi. Una sorta di danza macabra. I tempi biblici di processi che non finiscono mai. Ne cita uno in particolare, a Chieti, dove una madre, la signora Annunziata Cairo, aspetta da anni una sentenza per la morte del figlio, vittima sul lavoro. Quasi rassegnata a non vedere la fine.
"Le scrivo - legge - come madre, vedova, umile cittadina, per chiedere il suo conforto e, nei limiti delle sue possibilità e competenze, di approfondire la disastrosa realtà di quel tribunale". Terribile. Commenta la ministra: "La storia di quest'anziana madre non è isolata. È una storia paradigmatica e dà voce a tanti cittadini".
di Viviana Lanza
Il Riformista, 20 gennaio 2022
"Può succedere, a chi come me sia entrato nel "tunnel" del riscatto (architettonico) del carcere, di "andare in overdose" per l'assunzione eccessiva di concetti reiterati e mai concretizzati. Constatare che la realtà (materiale e immateriale) delle nostre carceri continui a rimanere a distanze siderali da quella dei proclami dei rappresentanti di turno delle istituzioni (politici e non) e delle argomentazioni di quanti a vario titolo se ne occupano, può indurre ad assumere atteggiamenti bipolari. I sintomi e i segni in tal senso si palesano nell'alternanza di stati depressivi con altri di iperattivismo ed euforia. Secondo tali premesse, ritengo illuminante tratteggiare il quadro delle vicende più significative, che nell'ultimo decennio hanno messo a rischio la salute e l'equilibrio degli architetti "intossicati" di carcere". Così l'architetto Cesare Burdese ci introduce in una riflessione sugli spazi della pena, sull'attenzione che meritano gli aspetti architettonici del carcere.
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