di Federica Olivo
huffingtonpost.it, 23 gennaio 2022
Lendlease e Ministero della Giustizia rinnovano Programma 2121 per altri 3 anni. Ai partecipanti un tirocinio retribuito: "Più della metà riceve un'offerta di lavoro". Le storie di Guido e Aldo raccontano come si abbattono gli stereotipi.
Quando è arrivato per la prima volta nell'azienda in cui ha svolto per quasi due anni il tirocinio, Guido temeva di essere trattato con diffidenza. Era detenuto, nel carcere milanese di Bollate, ed era convinto che questa sua condizione avrebbe pesato. Che non avrebbero valutato la persona, il lavoratore, ma solo il condannato. Non è stato così e Guido, che intanto è uscito dal carcere e lavora nella ristorazione, racconta: "Mi aspettavo reticenza e invece sono stati tutti molto disponibili, affabili, nessuno ha mai chiesto perché fossi in istituto e mi è stato detto "per noi sei equiparato a ogni normale dipendente"; non pensavo sarebbe stato veramente così, invece è andata proprio in questo modo. Sono stato trattato con il massimo rispetto. Ho imparato che non bisogna mai giudicare le persone dall'apparenza". Aldo, invece, non ha ancora finito il suo tirocinio. È ancora in carcere, ma le sue giornate non sono più monotone come prima. Ora sa che ha una mansione da svolgere, un lavoro da completare. Ma soprattutto, un futuro da costruire. Aver cominciato a lavorare, racconta, lo ha aiutato a riavvicinarsi anche alla famiglia. "Questo percorso - spiega - permette di gettare le basi per costruire delle certezze a lungo termine. Ho l'opportunità di svolgere un lavoro che vorrei fare anche un domani quando sarò libero quindi già adesso ho raggiunto un mio obiettivo. Se non avessi partecipato avrei fatto più fatica a porre fondamenta concrete e solide per il mio futuro e non avrei avuto l'opportunità di uscire ogni mattina".
Guido e Aldo - nomi di fantasia - sono due dei protagonisti del Programma 2121. Si tratta di un'iniziativa che ha coinvolto una trentina di detenuti delle carceri milanesi - la maggior parte venivano da Bollate - nata da una collaborazione tra il gruppo internazionale di rigenerazione urbana Lendlease, il Ministero della Giustizia, e una cordata di partner che include alcune imprese, la Regione Lombardia, l'Anpal e la fondazione Triulza. Il progetto - partito nel 2018 e confermato anche per il prossimo triennio - punta all' inclusione sociale dei detenuti attraverso percorsi di formazione e, soprattutto, di lavoro. Non in un luogo 'protetto', come può essere il carcere stesso o un contesto curato da una cooperativa sociale, ma in un contesto lavorativo vero e proprio.
Tutto è nato da un'idea: Lendlease è sviluppatore privato di Milano Innovation District (Mind), un progetto di riqualificazione dell'area ex Expo, che si trova vicino al carcere di Bollate. Qualcuno avrebbe potuto vedere in quella struttura un ostacolo, urbanistico e sociale, alla riqualificazione. I protagonisti di questa storia, invece, lo hanno visto come un punto di forza da valorizzare. E l'esperimento sembra essere riuscito, tanto che già si immagina di allargare il programma ad altre carceri lombarde e farlo diventare il punto di partenza di un progetto che coinvolga tutto il Paese.
"Fino ad oggi abbiamo fatto tre cicli. Il primo anno sono stati coinvolti 10 detenuti, a seguire 11. L'ultimo ciclo è ancora in corso e prevedeva l'inserimento di 14 detenuti. In tutti i casi sono stati impiegati nel settore delle costruzioni da una delle 18 aziende che stanno lavorando al progetto Mind", spiega ad Huffpost Nadia Boschi, Responsabile Sostenibilità per l'Italia e l'Europa Continentale di Lendlease, che ha fortemente voluto il progetto. Ai detenuti, selezionati tra quelli che possono essere ammessi al lavoro esterno attraverso dei colloqui, viene offerta innanzitutto una fase di formazione: "Lei pensi che tra i partecipanti ci sono persone in carcere, e quindi fuori dal mondo del lavoro, anche da dieci anni - continua Boschi - hanno bisogno di essere formati anche sull'aspetto tecnologico, oltre che su come funziona la quotidianità del posto di lavoro. Solo dopo aver ricevuto questo tipo di nozioni, passiamo alla formazione tecnica". E così c'è chi ha imparato a fare il saldatore, chi a guidare il muletto, chi a occuparsi di sicurezza, di grafica o di contabilità. "C'era un signore che si è rivelato essere un ottimo ragioniere - prosegue Boschi - e così lo abbiamo aiutato a prendersi il diploma di ragioneria".
Ai detenuti viene offerto un tirocinio retribuito di sei mesi, rinnovabili per altri sei: "Si tratta naturalmente di un tirocinio retribuito - prosegue la responsabile di Lendlease - equiparato a quello che viene offerto ai neolaureati". La cifra è modesta, 550 euro più i buoni pasto, ma per chi credeva che durante il periodo di detenzione non avrebbe potuto svolgere neanche un impiego, può essere un punto di partenza. O un primo passo per il lavoro vero e proprio: "Alla metà dei detenuti che hanno partecipato al primo ciclo è stato offerto un contratto, a tempo determinato o indeterminato. Per il secondo ciclo è andata ancora meglio. L'offerta è arrivata al 75% di loro", dice ancora Boschi. Sull'ultimo ciclo non ci sono dati perché è ancora in corso.
Il progetto sta dando i suoi frutti - e ha generato un valore sociale che, secondo un valutatore indipendente, supera i due milioni di dollari - ma ha dovuto fare i conti con la burocrazia. Perché il meccanismo di recluta non è dei più semplici. "Quando un'azienda inoltra a Bollate o a Opera la richiesta di inserimento, l'istituto attinge dal database i profili compatibili. A quel punto organizziamo i colloqui e la selezione". I problemi iniziano dopo: "Abbiamo calcolato - continua Boschi - che dalla selezione all'inserimento passano 4 mesi, perché bisogna ovviamente chiedere il permesso alla magistratura di sorveglianza. Per tutto il processo sono necessari ben 18 passaggi. E sono troppi per l'industria". L'obiettivo è provare a snellire questa fase del processo, ma non è cosa semplice, perché alcuni step tipici dell'esecuzione della pena sono necessari.
Al di là degli aspetti da migliorare, resta la soddisfazione dei vari partner del progetto. E dei detenuti, che hanno avuto modo di riappropriarsi di un pezzo di vita quotidiana che il carcere, anche quello organizzato meglio, comunque ti toglie.
"Programma 2121 non è un progetto filantropico - specifica Boschi - perché non prevede una donazione, staccare un assegno. Ogni partner e azienda ha investito delle risorse". E tra i frutti raccolti non ci sono solo il cantiere che va avanti, i detenuti che aprono gli occhi verso una nuova prospettiva - grazie alla quale, quando usciranno dal penitenziario potranno sperare di trovare lavoro più facilmente - il valore sociale generato. C'è anche l'abbattimento degli stereotipi. "All'inizio del progetto - conclude Boschi - quando ho detto che saremmo dovuti andare a fare i colloqui in carcere, alcuni colleghi non mi hanno rivolto neanche la parola. Proprio gli stessi che, a tre anni di distanza, a ottobre 2021 hanno partecipato a una giornata di volontariato nel carcere di Bollate". A dimostrazione del fatto che ad abbattere i muri ci vuole poco. Basta sapere che dall'altra parte non c'è un nemico ma una persona - come Guido, come Aldo e come tutti gli altri che hanno condiviso questa esperienza - che ha tutto il diritto di crearsi un futuro. E di guardare oltre i suoi errori.
La Nazione, 23 gennaio 2022
Il presidente della Corte d'Appello si è soffermato su San Gimignano e sulla mancanza di rete idrica. Nella sua relazione, il presidente della Corte d'Appello si è soffermato con un ampio approfondimento sulla situazione presente nelle nostre carceri. Al momento nel carcere di San Gimignano sono presenti 267 detenuti, dieci in meno dell'anno passato, mentre in quello di Siena sono 56, uno in meno del 2020. I due istituti penitenziari non sono stati esenti dagli eventi critici che si sono verificati in tutte le altre carceri della regione, inclusi gli atti di autolesionismo che, in fra i detenuti in tutta la Toscana sono aumentati dai 1.115 del periodo precedente ai 1.239 di quest'anno.
A questa voce, il crollo, è stato registrato proprio a San Gimignano dove si è passati dai 46 dell'anno scorso ai 7 di quest'anno. Nella relazione è stata fatta menzione anche della perdurante e grave situazione del carcere di San Gimignano, privo di collegamento con l'acquedotto e legato all'approvvigionamento da tre pozzi. La loro acqua, in base alle analisi periodiche ha riscontrato spesso anomalie di valori, non costituenti comunque pericolo per la salute e una colorazione scura, legata all'età delle tubazioni.
Il presidente della Corte d'Appello ha anche menzionato il procedimento penale a carico di 15 agenti di Polizia penitenziaria per fatti di violenza ai danni di un detenuto avvenuti all'interno dell'istituto nell'ottobre 2018, oggi in fase dibattimentale al tribunale di Siena. Tra le menzioni anche il lavoro svolto dall'università di Siena all'interno degli istituti penitenziari e in particolare in quello di San Gimignano, dove è allestita un'apposita sezione detentiva per studenti universitari.
di Luigi Manconi
La Stampa, 23 gennaio 2022
È una favola nera, questa: una sorta di cupa parabola - quasi ne avessimo bisogno - sul lavoro che uccide. Ma, in questo caso, i tratti biografici del diciottenne Lorenzo Parelli, assumono i segni di una fatalità crudele e di un accanimento del destino che ci dicono anche molto altro. Nella lingua raffinata dei sociologi anglosassoni e dei funzionari di quei governi, la formula Neither in Employment or in Education or Training (Neet) definisce i giovani non impegnati in alcuna attività di studio o di lavoro o di formazione. Una quota crescente delle giovani generazioni. Ma, poi, c'è un'altra quota che lavora, e lavora duro: fanno i cosiddetti "lavoretti", tra precarietà e super sfruttamento, tra mansioni servili e incessante cambio di impiego.
E, ancora, c'è l'universo dei Percorsi per le competenze trasversali e l'orientamento (Pcto), ovvero la vecchia Alternanza Scuola-Lavoro, dai confini incerti e dai connotati confusi. Un mondo complicato, astrattamente da tutti apprezzato, ma sul cui funzionamento e sulla cui utilità i pareri sono discordanti, così come controverse sono le valutazioni sui risultati conseguiti e sui rischi che si corrono. È giusto, per intenderci, che il tempo dedicato all'attività lavorativa, in genere poco o nulla remunerata, sia sottratto alle ore di studio e di formazione fin nell'età dell'adolescenza? Ma questo è un discorso generale che richiama, immediatamente, il grande tema dei diritti e delle tutele in un paese dove gli incidenti sul lavoro raggiungono i numeri propri di un conflitto bellico. Ieri, ancora due vittime: a Busano, nel torinese, il cinquantottenne Vincenzo Pignone; a Pomezia, in provincia di Roma, il sessantaquattrenne Salvatore Mongiardo.
Ora incombe una domanda grande come una casa: come è potuto accadere che una putrella di acciaio piombasse sul corpo di uno studente-lavoratore, nel suo ultimo giorno di tirocinio, uccidendolo all'istante? C'è da credere che vi possano essere responsabilità dell'azienda e che, anche in questa circostanza, il sistema dei controlli sulla sicurezza non abbia funzionato. Ma, per una volta, proviamo ad andare oltre, anche per cercare di evitare che la sorte di Lorenzo Parelli si riduca alla nuda cifra di una contabilità macabra e si confonda nella scia di quelle croci - quasi mille e cinquecento nel corso del 2021 - che accompagnano la fatica, la nocività e la letalità del lavoro.
Certo, Lorenzo Parelli è morto secondo una modalità - per così dire - classica. Verrebbe da pensare: come, mezzo secolo fa e oggi, gli operai della metalmeccanica e della siderurgia e come, ancora, gli stranieri addetti alle più pesanti mansioni nei comparti più arretrati del nostro sistema industriale. Ma Lorenzo aveva compiuto diciotto anni appena lo scorso novembre ed era uno studente iscritto al Bearzi di Udine, un istituto tecnico industriale informatico e meccatronico (la disciplina che studia l'interazione tra meccanica, elettronica e informatica). Era un giovane d'oggi: e questo ci dice, con limpida brutalità, che le generalizzazioni sono sempre fallaci e malvage. Che i giovani d'oggi sono, sì, gli "sdraiati" che si sottraggono allo studio e al lavoro per inerzia o per accidia, quando pure un lavoro c'è, e accade raramente. Che i giovani d'oggi sono, certo, quelli immersi nei social fino all'ottundimento e negli apericena fino alla sbornia. Quelli che rifiutano le regole e i divieti imposti dal Covid; e che, dalla trasgressione adolescenziale, possono facilmente trascorrere alla violenza.
Tutto vero. Ma i giovani d'oggi sono anche quelli che continuano a studiare, a diplomarsi, a laurearsi in scuole e università che, in genere, offrono loro ben poco o nulla; sempre ai margini di un mercato del lavoro che, in settantacinque anni di sistema democratico, non ha saputo offrire canali di comunicazione e di scambio con le imprese, se non nella forma, ancora tutta da mettere a punto, rappresentata dai Pcto. Per questa ragione quello di Lorenzo non è solo un "omicidio bianco".
È anche una favola nera: perché si svolge e si conclude tragicamente in uno scenario di boschi, paludi e torbiere e tra borghi e frazioni dove il lavoro è ancora il cuore della vita comunitaria. E perché la sua gioventù stroncata dal peso assassino dell'acciaio richiama il mito antico della lotta impari tra l'uomo e la materia. E il fatto che la saggia e ambiziosa volontà di dominare la natura può risultare una povera cosa se non soccorrono l'intelligenza, l'esperienza e il principio di precauzione. E se a difendere quel giovane dall'insidia letale di un carico sospeso non intervengono tutele efficaci, protezione normativa e sindacale, solidarietà tra compagni di lavoro, tra giovani e anziani, tra apprendisti e competenti. Solo così, forse, questa parabola dell'orrore potrà affidarci una lezione da cui imparare qualcosa.
di Mary Divella
internationalwebpost.org, 23 gennaio 2022
Intervista al Responsabile dell'Area Giuridico-Pedagogica Tommaso Minervini. Il "trattamento", nei suoi molteplici aspetti, costituisce il sistema attraverso cui si realizzano, in carcere, percorsi per il recupero e la riabilitazione di ciascun detenuto. Senza di esso la pena perderebbe di significato e si ridurrebbe a semplice reclusione e restrizione di libertà.
L'attività culturale realizzata all'interno degli istituti penitenziari svolge un importante ruolo di miglioramento delle condizioni di vita dei detenuti e di importante ponte tra la realtà carceraria e l'esterno, realizzando una moderna forma di comunicazione. Ravvisata pertanto la necessità di superare l'idea del carcere come luogo di pena per approdare ad una pratica dell'istituto rieducativo, la scuola e il teatro diventano un elemento fondamentale per una reale crescita del percorso di risocializzazione delle persone detenute: questo è il punto di partenza che ha indotto la scuola primaria 26 CD Monte S. Michele e la scuola secondaria di primo grado di 1 C.P.I.A.- Bari, insieme al Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, a promuovere l'iniziativa teatrale che è stata messa in scena nella Casa Circondariale di Bari, lo scorso 8 giugno.
L'esperienza del teatro è di per sé, un'esperienza forte, vibrante e, fatta all'interno di un istituto carcerario, permette di vivere un vero e proprio laboratorio su se stessi. Il teatro consente un percorso di vita forte, un percorso totale. Per questo motivo è soprattutto una disciplina che esula dagli stessi contenuti del carcere, dalla vita reale. È una disciplina che ha alla base un grande rispetto per la propria persona, una voglia di autodeterminarsi e, quindi, mette in moto uno spirito di rivalsa, perché lo spazio creativo è l'unico predisposto per questo percorso. Il teatro è insomma molto di più sia di un momento ricreativo sia di un momento scolastico, perché con esso si imparano tecniche, si sperimentano toni e linguaggi, ci si mette alla prova.
Con "Ricominci-Amo", spettacolo co-diretto da Ida Caracciolo e Gianni Vezzoso che ha coinvolto le persone detenute, le docenti e gli attori esterni Gianni Vezzoso e Stefano Camposeo, sono andate in scena due opere che hanno lasciato un segno indelebile nella nostra gioventù: "L'amante"di Harold Pinter e "I Promessi Sposi" di Alessandro Manzoni. Ma la narrazione tradizionale cede il posto a giocose parodie e ribaltamenti comici e grotteschi, ottenendo effetti comici che hanno divertito tutti. Lo spettacolo non si limita solo a "rifare il verso" ai grandi classici, ma fa molto di più: li trasforma nei più vari e disparati generi, dalla favola alla soap opera, dalle televendite ai monologhi teatrali, dal musical al varietà. Di più, "Ricominci-Amo" è come un "cubo di Rubik", dove figure simmetriche, perfettamente incastonate le une dentro le altre, si fanno ripercorrere continuamente dagli occhi dell'osservatore, incapace di percepire il confine tra realtà e sogno, tra realtà e finzione. Il risultato? Sentimenti, emozioni e tante risate che vedono uniti, persone detenute, docenti, operatori e spettatori. Tutti insieme.
Di seguito, nell'intervista fatta al Responsabile dell'Area Giuridico-Pedagogica della Casa Circondariale di Bari, Tommaso Minervini, parleremo dell'importanza delle attività culturali nel recupero e nel reinserimento delle persone detenute.
Tommaso Minervini è il Responsabile dell'Area Giuridico-Pedagogica della Casa Circondariale di Bari. Qual è la sua missione istituzionale e in che modo l'ha interpretata?
La mia missione è quella di riuscire a trasformare i detenuti in singoli individui e calibrare, con l'aiuto dei tanti operatori che lavorano all'interno dell'Istituto, le opportunità che permettono alle persone detenute di capire il proprio passato e riuscire così a costruirsi nuove speranze.
Quanto sono importanti i percorsi riabilitativi per abbattere la recidiva e favorire il reinserimento delle persone detenute?
I percorsi riabilitativi, scuole e lavoro in primis, sono i fondamenti del trattamento penitenziario, con i quali offriamo opportunità ai detenuti e, allo stesso tempo, ne osserviamo i comportamenti. A rotazione, molti detenuti sono impegnati in lavori di manutenzione, come la cucina, le pulizie e abbiamo anche elettricisti e idraulici. Il lavoro e la scuola sono fondamentali per abbattere la recidiva e favorire il reinserimento, anche se in un momento di difficoltà economiche le opportunità diminuiscono. In carcere tutti gli attori istituzionali dovrebbero operare per favorire questo aspetto, anche per quel che riguarda il lavoro in esterno, dagli enti territoriali alle amministrazioni penitenziarie.
Riguardo ai bisogni educativi, quali scuole ci sono e quanto vi aiuta il Ministero dell'Istruzione?
Per quanto riguardo l'aspetto legato all'istruzione, nel carcere di Bari ci sono percorsi scolastici interni: sono presenti corsi di scuola primaria, essenziali soprattutto per l'alfabetizzazione e quindi l'apprendimento della lingua italiana per i detenuti stranieri e corsi di scuola secondaria di primo e secondo grado. Ogni anno tantissimi sono i detenuti che prendono la licenza media. L'istruzione in carcere rientra nel programma di interventi che l'istituto e gli operatori devono attuare, ispirandosi al criterio di individualizzazione. Il fine ultimo dell'educazione è quello di promuovere un processo di modificazione delle condizioni e degli atteggiamenti personali, nonché delle relazioni familiari e sociali che sono di ostacolo a una costruttiva partecipazione sociale. Il progetto educativo e formativo s'inserisce a pieno titolo nell'ampio quadro dell'espiazione della pena, influendo in maniera decisiva sull'eventuale adozione di misure come permessi premio o riduzioni di pena.
Il rapporto che il docente ha con lo studente è fondamentale per il buon esito dell'educazione e dell'insegnamento. Parlando di detenuti questo rapporto è di difficile instaurazione. Le chiedo quindi quali sono i metodi base per poter guadagnare la fiducia e l'interessamento delle persone detenute che frequentano la scuola?
Sicuramente il fattore principale che deve appartenere a chiunque operi all'interno di un istituto penitenziario è la capacità di accoglienza e di accettazione della diversità. Questo vale ancor di più quando ci riferiamo ai docenti di una scuola carceraria, i quali, oltre alle competenze didattiche, è necessario che abbiano competenze relazionali. Perché riuscire a stabilire la giusta sintonia emotiva con le persone detenute che decidono di seguire i nostri corsi, diventa lo strumento per garantire lo stesso successo scolastico.
Oltre alle scuole, quali altri percorsi riabilitativi sono previsti dal carcere di Bari?
Oltre a scuole e lavoro, di cui abbiamo già parlato, il nostro carcere organizza molte attività culturali, come presentazioni di libri con la presenza stessa degli autori e attività sportive, le quali ultime sono molto gradite e, quindi fortemente frequentate, dai detenuti. Non ultime sono le tante attività di sostegno psicologico a cui sono preposti molti nostri operatori. La detenzione, infatti, influenza i livelli di autostima e la consapevolezza delle capacità delle persone detenute. Per questo motivo un buon supporto psicologico risulta fondamentale ed è per lo stesso motivo che la mancanza di un supporto esterno induce, nella maggior parte dei casi, l'ex detenuto a delinquere nuovamente, una volta in libertà.
A seguito della sentenza Torreggiani, quali sono state le misure poste in essere in questo carcere?
Innanzitutto, a seguito delle Novelle Legislative adottate nel nostro istituto si è potuta documentare una vistosa riduzione della popolazione detenuta. Inoltre, abbiamo potenziato le attività per consentire una maggiore permanenza dei detenuti fuori dalle celle. A cambiare è stata l'organizzazione interna: i detenuti non sono più chiusi in cella per l'intera giornata e liberi solamente nell'ora d'aria. Le celle restano invece aperte, per circa 8 ore, con la possibilità per i detenuti, di muoversi negli spazi comuni.
Quali sono i progetti futuri della Casa Circondariale di Bari?
Molti progetti sono programmati per prevedere azioni specifiche in grado di intercettare e trattare con tempestività stati di disagio psicologico e di disturbo psichico o altri tipi di fragilità, attivando un coordinamento funzionale delle diverse figure professionali presenti, con l'obiettivo di mettere in atto misure di contenimento del rischio suicidario e dei comportamenti autolesivi e dei suicidi da parte delle persone detenute ed internate. Inoltre, metteremo in cantiere percorsi di giustizia riparativa, oltre a progetti a forte impatto sociale che ben rispondono alla missione dell'attuale sistema carcerario che è quella di creare un legame sempre più saldo tra carcere e territorio.
di Giulia Cannizzaro
Il Fatto Quotidiano, 23 gennaio 2022
Dopo il rinvio del voto, aumentano sempre di più le incertezze sulla data della chiamata alle urne per un'elezione che deve rappresentare la svolta per il Paese devastato da 10 anni di guerra civile. La rappresentante per il Sahel dell'Ue spiega a Ilfattoquotidiano.it che, in questo momento, le priorità sono due: "Riforma della Costituzione e una nuova legge elettorale più equa".
Il governo di Abdul Hamid Mohammed Dbeibeh, l'imprenditore di Misurata diventato primo ministro e che deve traghettare la Libia verso le elezioni che dovrebbero sancire la svolta verso una definitiva pacificazione e la ricostruzione, scricchiola sotto i colpi di un gruppo di parlamentari che chiede la formazione di un nuovo governo di transizione. Dopo il primo rinvio delle elezioni che si sarebbero dovute tenere lo scorso 24 dicembre, si naviga più che mai a vista e la situazione di fibrillazione nel Sahel complica ulteriormente il quadro. Emanuela Del Re, rappresentante speciale dell'Unione europea per il Sahel, esperta di Africa, analizza l'attuale scenario in un'intervista a Ilfattoquotidiano.it.
Il consigliere del segretario generale delle Nazioni Unite per la Libia, Stephanie Williams, ha parlato di elezioni in Libia entro il 30 giugno. Vista la situazione di instabilità attuale, che probabilità ci sono che si tengano effettivamente entro questa data?
Le elezioni sono state rimandate perché non sono state adeguatamente preparate. Io direi che forse nei prossimi 15 giorni, dopo la sessione parlamentare che verrà convocata da Aguilah Saleh (il Presidente della Camera dei rappresentanti di Tobruk, ndr), si verificherà uno di questi due scenari. O si andrà verso un nuovo governo con un primo ministro che non sia Dbeibeh e che potrebbe essere, per esempio, Fathi Bashagha (ex ministro dell'interno libico del governo al-Sarraj, ndr) o qualcun altro. Oppure che Dbeibeh riesca a rimanere primo ministro. Quello che è necessario fare prima di tutto è ridefinire la Costituzione, motivo per il quale le elezioni sono state rimandate. Poi fare chiarezza su alcuni punti del processo elettorale. É necessario, ad esempio, stabilire criteri chiari per la partecipazione alle elezioni. Basti pensare al nodo della partecipazione dei militari. É una fase di transizione molto complicata.
Un gruppo di parlamentari chiede la formazione di un nuovo governo di transizione che vada a sostituire quello di Dbeibeh, accusato dai suoi avversari politici di corruzione. Il Segretario Generale delle Nazioni Unite per la Libia, Stephanie Williams, invece, ha detto che il Paese ha bisogno solo di un "orizzonte politico stabile". Come interpreta queste parole? Dbeibah rimane al suo posto nonostante non si possa più definire una figura garante?
Avere un governo che sia solido e che sia capace di traghettare il Paese verso le elezioni senza ulteriori scossoni può essere ragionevole. Se vogliamo evitare che in Libia venga dimenticato l'obiettivo elettorale, bisogna continuare a sostenere le parti che vedono ancora le elezioni come un traguardo fondamentale. Dbeibeh vuole conservare la prospettiva elettorale e questo va assolutamente nella direzione delle Nazioni Unite. É anche vero che le parti in causa chiedono che nella legge elettorale venga messo per iscritto che l'attuale primo ministro non possa candidarsi alle elezioni perché altrimenti avrebbe una posizione di eccessivo vantaggio. Allo stesso tempo, però, la transizione prevede anche l'opzione di mantenere questo primo ministro per poter accompagnare il processo elettorale. É indubbiamente un momento molto delicato e complesso per la Libia.
Nel caso in cui si decidesse di creare un nuovo governo di transizione, ci potrebbe essere il rischio di un nuovo rinvio delle elezioni oltre giugno?
Potrebbe anche accadere, nel senso che bisogna affrontare due questioni fondamentali: costituzione e legge elettorale. La legge elettorale attuale sicuramente non è una buona legge perché favorisce alcuni poteri in particolare, ad esempio quello del presidente. Inoltre, è necessario evitare una forma di presidenzialismo troppo forte proprio perché la Libia già di per sé è molto frazionata e ha già vissuto in passato lotte per il potere. Secondo me, ad un certo punto, si arriverà ad un accordo di condivisione del potere, ad una formula di equilibrio. Sono processi non facili.
Come si può garantire la legittimità del voto e il rispetto del risultato elettorale, visto il caos derivato dalla valutazione delle candidature (quella di Dbeibah su tutti) e lo scontro sulla legge elettorale? È ragionevole pensare che ci saranno degli sconfitti che non accetteranno il voto?
É questo il vero problema. Ecco perché alcuni osservatori si interrogano sull'opportunità di andare oltre l'obiettivo elettorale che però - sia chiaro - rimane fondamentale. La situazione è da anni molto complicata sia sul piano politico che sul piano sociale. Si ha la percezione che ci sia una certa nostalgia per Gheddafi e questo vuol dire che evidentemente dai tempi del Raìs è rimasto un vuoto che deve essere ancora colmato. Peraltro, c'è la regione meridionale del Paese (il Fezzan, ndr) che è forse l'area più instabile. É necessario fare in modo che il governo che verrà sia un governo di unità nazionale che riesca anche a ricomporre questo mondo così variegato e che restituisca la dignità alle popolazioni del sud che si autopercepiscono emarginate dal potere centrale.
Considera Haftar (per le azioni militari intraprese in passato) e Gheddafi (ricercato per crimini di guerra) dei candidati accettabili?
Se le candidature rispondono a dei criteri legali e condivisi, chiaramente non posso dire che non si possano candidare. Il vero problema è portare la popolazione libica ad allargare gli orizzonti perché per adesso c'è una polarizzazione. Il popolo libico è un grande popolo, di grande acume politico. Ho un'enorme fiducia nella popolazione.
Vista la presenza ancora pressante degli attori internazionali in territorio libico, Turchia e Russia in primis, quali possibilità reali ci sono che si possa compiere il processo elettorale ed arrivare ad una stabilità post-elezioni?
Nei prossimi 15 giorni vedremo cosa accadrà. La cosa veramente importante è vedere se si riuscirà ad agire sulla questione costituzionale e della legge elettorale. La questione della presenza di altri attori internazionali, come Turchia e Russia, ha una sua importanza ma non è tanto questo il problema, quanto trovare una convergenza di interessi. In questo momento sulle elezioni c'è una certa convergenza. Non credo che questo fattore possa essere l'unico determinante tutto l'esito del processo.
di Francesco Drago e Lucrezia Reichlin
Corriere della Sera, 23 gennaio 2022
Il Pnrr prevede 17.5 miliardi di euro sul capitolo istruzione, di cui 12 per le infrastrutture, È un'opportunità, ma manca una discussione sulla formazione che vogliamo per i prossimi 20 anni. La protezione della continuità scolastica in tempi di Covid è stato uno dei temi caldi degli ultimi due anni. Questo governo ha assunto una posizione chiara e condivisibile: la scuola aperta è una priorità del Paese perché la didattica a distanza penalizza gli studenti e aggrava le diseguaglianze in modo permanente. Nonostante ciò, il rientro dopo la pausa natalizia ha ancora visto una divisione nel Paese tra chi vuole chiudere la scuola in presenza e chi no. Questa discussione è comune ad altri Paesi ed è per certi versi comprensibile, ma ciò che più colpisce in Italia è il divario delle preferenze tra Nord e Sud.
Nonostante il monito del governo e la normativa nazionale, diversi presidenti di Regione e sindaci del Mezzogiorno, facendosi interpreti di una visione che vede un bilanciamento tra il diritto alla salute e quello all'istruzione diverso rispetto al resto del Paese, hanno ordinato chiusure prolungate nel mese di gennaio. In Sicilia, ad esempio, 161 Comuni hanno emanato ordinanze di chiusura e solo lentamente la situazione si è normalizzata. Situazioni analoghe si sono registrate in tutto il sud Italia.
La pandemia degli ultimi due anni ha colpito tutte le regioni in modo simile, ma gli effetti sulla scuola sono stati molto eterogenei. Save the Children riporta che, lo scorso anno scolastico, gli studenti di Bari e di Napoli, tra settembre e febbraio, hanno frequentato la scuola in presenza per un numero di giorni pari a circa la metà dei giorni degli studenti di Milano e Torino.
Per capire il significato di questo dato, bisogna spacchettare i numeri. Gli effetti della chiusura delle scuole sono stati più accentuati in territori più fragili, dove i tassi di abbandono scolastico erano già in epoca pre-Covid attorno al 20 per cento. In particolare, i tassi più elevati si verificano nelle grandi città del Mezzogiorno dove le percentuali di dispersione e abbandono segnalati dai tribunali dei minori sono maggiori e alimentano l'esercito potenziale a servizio della criminalità organizzata. Le fragilità pre-esistenti, quindi, moltiplicano gli effetti delle chiusure legate al Covid.
Dal 2019 al 2021, i tassi di dispersione implicita, cioè la percentuale degli studenti che termina il percorso di studio senza competenze di base minime, sono cresciuti dal 7 al 9.5 per cento nella media del territorio nazionale. Ma questo numero nasconde enormi differenze regionali: in Puglia è aumentata dall' 8.9 al 16.2 %, in Campania dal 13.8 al 20.1 % mentre, nello stesso periodo, in Piemonte è diminuita dal 3 al 2.5 % e in Lombardia è rimasta più o meno costante, intorno al 1.7%. È inevitabile che questi due anni di pandemia abbiano effetti di lungo periodo per la vita lavorativa degli studenti delle regioni più colpite e di coloro che provengono da contesti socio-economici più svantaggiati.
Il Pnrr prevede 17.5 miliardi di euro sul capitolo istruzione, di cui 12 per le infrastrutture (ad esempio nuove scuole ed asili, palestre e mense scolastiche, messa in sicurezza degli edifici) e i restanti per le competenze e le riforme come l'estensione del tempo pieno a scuola, la riforma degli istituti tecnici e il reclutamento degli insegnanti. La spesa sulle infrastrutture è già avviata e l'implementazione di diverse riforme è prevista negli anni a venire.
È un'opportunità, ma manca una discussione sulla scuola che vogliamo per i prossimi 20 anni e forse anche un senso di urgenza della discontinuità di cui abbiamo bisogno, urgenza resa evidente dall'esperienza catastrofica della pandemia. Nonostante la ricchissima tradizione pedagogica italiana e l'impegno del governo, in questo periodo ci siamo abituati a parlare della scuola solo in termini emergenziali senza cogliere l'opportunità di riformarla.
E riformarla significa anche ricostruire un tessuto sociale attorno ad essa che tenga conto della percezione - pregressa - che i territori hanno di un sistema educativo che ha largamente fallito nella sua missione di combattere la povertà educativa, promuovere i talenti, formare i ragazzi alla cittadinanza e che due anni di chiusure hanno ulteriormente sfiduciato. Non vi è solo un problema di offerta - nuove scuole, asili nido, tempo pieno a scuola - ma anche di domanda di istruzione da parte di una società che, specialmente nel Mezzogiorno, nella scuola crede poco perché ha smesso da tempo di essere veicolo di promozione sociale.
Bene fare della riapertura delle scuole una priorità nazionale, è un segnale importante. Tuttavia, l'approccio centralizzato - che condividiamo - si scontra con le pulsioni chiusuriste locali e con i protocolli di messa in quarantena delle classi la cui applicazione non è sempre omogenea sul territorio nazionale perché la società ha preferenze diverse. La politica locale asseconda queste preferenze esasperando i divari che non riguardano solo il reddito, ma anche la cultura e le norme di comportamento. Questo porta ad una discrepanza tra le leggi nazionali e la loro attuazione e interpretazione. In altre parole, tra ciò che è de jure e ciò che è de facto.
Se da un lato la politica locale è l'espressione della cultura e delle norme di comportamento della società, dall'altro, non la rappresenta tutta. C'è una parte della società civile che da anni produce esperienze innovative, che non ha rinunciato ma che non ha voce. Una politica nazionale con una forte visione sul futuro del Mezzogiorno e dei territori più fragili deve basarsi su queste esperienze, aggregarle e reinterpretarle facendole sue.
C'e' da sempre, tra chi si occupa di divari territoriali e di Mezzogiorno, una divisione tra chi crede in un approccio centralizzato e chi invece vuole dare più potere ai territori. È una discussione inutile. Le istituzioni - e qui ne parliamo in senso largo, intendendo cultura e norme - non si costruiscono né dai vertici alla base né dando voce esclusivamente alla base. I processi virtuosi sono il frutto di una visione che in parte è ispirata da esperienze locali, ma che le reinterpreta e le rende pragmatiche e congrue ad un progetto nazionale. Senza questi binari incrociati non ci saranno mai riforme, ma solo veline da presentare in Europa. E senza dare voce al meglio che la società esprime non si arresterà il progressivo divario del Mezzogiorno italiano e del nostro Paese dall'Europa.
di Piero Colaprico
La Repubblica, 23 gennaio 2022
Le violenze sessuali di Capodanno al Duomo, l'agguato al vigile ai Navigli: "Il centro terra di conquista, non ci si sente più sicuri". Il sindaco Beppe Sala ha chiesto al prefetto Renato Saccone di invitare il ministro - ed ex prefetto della metropoli - Luciana Lamorgese. Verrà a fine mese per ragionare sulla "profanazione di Milano".
L'ha chiamata così il procuratore aggiunto Alberto Nobili, il magistrato milanese che conosce "la strada" meglio di tutti. "Profanazione - dice - non solo per la gravissima violenza di genere avvenuta in piazza Duomo la notte dell'ultimo dell'anno, ma anche perché è stata attaccata la città nel suo cuore. Questi giovani sapevano come muoversi per colpire e hanno profanato il senso di sicurezza che proviamo quando siamo in quella piazza, che è l'anima di Milano".
Indietro da questa "profanazione" non sembra che si possa più tornare. Siamo - politicamente, sociologicamente - a un punto di svolta. Come avvenne nel 1999. Allora le cronache registrarono i "nove morti in nove giorni" che portarono Milano, e via Padova, alla ribalta mondiale. Da lì nacque l'idea di far pattugliare le città dai soldati. E le risposte al disagio e alla violenza si trovarono anche nelle associazioni di quartiere, con i preti di strada, immersi in un grande dibattito pubblico.
Ma oggi possono valere le stesse risposte? La realtà dice che siamo dentro uno scenario profondamente mutato e che è profondamente mutato il mondo dei protagonisti delle violenze: "Due dei presunti violentatori di Capodanno, si sa, li abbiamo presi. Altri otto - rivela un ispettore della squadra Mobile - li andremo a prendere presto, e non solo a Milano".
Inchiesta conclusa? "Per certi versi sì. Sono già stati identificati. Eppure, più ne catturiamo e ne mandiamo a processo, più ci sentiamo dire che Milano è il Far West. Invece, questa città per noi detective è come una tovaglia tutta bianca, solo con qualche macchia nera".
Macchie che spiccano. Forse perché Milano oggi si è ridotta, causa pandemia, a essere una "Non-Milano". Se moltissimi cittadini sono entrati in una sorta di volontario e stralunato lockdown, sotto le nostre finestre diventa più visibile, e meno contrastato, uno sciame sconosciuto: una sorta di giovane, rumorosa e spesso aggressiva "popolazione del rancore".
La prima macchia, ed è indelebile, è quella delle violenze in Duomo, ai danni di undici ragazze, tutte nate tra il 2001 e il 2003. Gli autori sono coetanei o poco più grandi. Il ministro Lamorgese parla di "una tecnica fatta a cerchi concentrici, in modo da isolare le vittime". Violentatori organizzati di massa, giovani, mix di italiani e stranieri, che per la prima volta hanno colpito a Milano.
Dopo il Duomo, ecco non lontano dai Navigli l'aggressione al vigile in borghese, sempre da parte di giovani e giovanissimi (questi ultimi in arrivo da Bolzano). Nel video clamoroso si vede partire il colpo dalla pistola del "ghisa" e ci si meraviglia del fatto che nessuno, nemmeno di rimbalzo, sia stato ferito dal piombo. C'è stata anche la retata che ha portato in cella o agli arresti domiciliari per rapine ai passanti due rapper del quartiere San Siro. Sono Neima Ezza e Baby Gang, che ieri in carcere a San Vittore si proclamava innocente.
Infine, il borseggio subito dalla senatrice a vita Elena Cattaneo: percorreva con le stampelle un corridoio della metropolitana con lo zainetto sulle spalle; s'è accorta che una donna alle sue spalle armeggiava e, tentando di inseguirla, è avanzata di qualche metro; ha perso l'equilibrio ed è caduta (abbiamo visto il filmato Atm). E queste "macchie nere", così come le troppe risse che spuntano ovunque, s'inquadrano dentro la tovaglia bianca delle strade svuotate: "Per noi è evidente - suggerisce un carabiniere di pattuglia - che queste violenze non si generano in città, ma si manifestano in città. Milano è il luogo dove sfogarsi. Si arriva da chissà dove, si colpisce e si sparisce".
Il centro del centro, come dimostrano piazza Duomo, ma anche i luoghi della movida, da corso Como al "distretto Arcobaleno" di Porta Venezia, sono diventati per le bande giovanili una specie di trofeo, di luogo di conquista. Esiste un dato di fatto che dalle cronache cittadine ancora non emerge: è vero che le rapine in strada sono ai minimi storici, ma nei week end aumentano vertiginosamente.
"Quello che i rapper cantano nelle canzoni, come strappare una collanina, per molti giovani di origine non italiana che, a differenza dei genitori, non si vogliono integrare, è la vita che vale la pena di essere vissuta fregandosene delle regole, del lavoro, del rispetto degli altri. Contano il gruppo, i soldi, i vestiti alla moda", aggiunge un investigatore.
Ieri si sono celebrati in zona Comasina i funerali del vecchio e malato Pepé Flachi, ultimo dei gangster metropolitani: "Le retate degli anni '90, la reazione alle stragi palermitane, hanno schiantato i boss che sparavano per uno sguardo sbagliato. Adesso la mafia non uccide, si è nascosta, fa soldi e ricicla. E al cittadino medio non sembra più dar fastidio". Gli danno infatti più fastidio i "casini in strada", le bande multietniche, delle quali si ignora moltissimo: "Tra le undici vittime di Capodanno, una sola abita Milano. Una - raccontano a palazzo di giustizia - era partita in treno con amici nordafricani, i quali avevano appuntamento in Duomo con altri nordafricani. E come si chiamano? Non ne conosceva un nome. Questi ragazzi parlano sempre di amici. Ma allora che amici sono?".
di Fabrizio Gatti
L'Espresso, 23 gennaio 2022
Pechino pronta a ospitare i Giochi invernali, mentre la repressione colpisce anche donne e bambini. Ma il presidente del Coni boccia il boicottaggio: "Il mio ruolo è solo sportivo".
Il regime nazionalcomunista cinese è pronto per il ritorno sul palcoscenico globale. Venerdì 4 febbraio lo stadio nazionale di Pechino ospiterà in mondovisione la cerimonia inaugurale delle Olimpiadi invernali. È il primo appuntamento internazionale con la Cina, a due anni esatti dallo scoppio della pandemia. L'Italia sportiva parteciperà ai massimi livelli, a cominciare dal presidente del Coni, Giovanni Malagò. E la discesista azzurra Sofia Goggia, campionessa olimpica nel 2018, sarà la portabandiera e la trascinatrice delle ambizioni nazionali.
C'è però un'altra olimpiade al femminile che le dirette televisive e la retorica dei Giochi non mostreranno: è la gara quotidiana con la vita che decine e decine di coetanee di Sofia disputano ogni giorno nelle celle della dittatura rinforzata dal presidente Xi Jinping, nelle camere delle torture, nell'immenso arcipelago gulag contemporaneo che gran parte dei governi democratici, in cambio di contratti e fatturati, fingono di non vedere. La questione ci riguarda da vicino, perché alla cerimonia di chiusura il 20 febbraio, nel passaggio di consegne con le prossime Olimpiadi invernali italiane, i sindaci di Milano e Cortina d'Ampezzo stringeranno quelle stesse mani insanguinate che guidano la repressione contro gli studenti di Hong Kong, i musulmani dello Xinjiang, i citizen-journalist che avevano banalmente documentato lo scoppio dell'epidemia a Wuhan, gli avvocati, gli attivisti per i diritti umani, i sindacalisti indipendenti, i loro genitori, i mariti, le mogli, i fratelli, le sorelle, perfino i bambini. Sotto la lente digitale del controllo totale, non è difficile passare per oppositori.
A differenza delle Olimpiadi del 1936 a Berlino, nella capitale della più armata e oscena dittatura dell'epoca, oggi nessun atleta, nessun funzionario del Comitato olimpico internazionale, nessun politico può avere l'alibi dell'ignoranza. Amnesty International, Human Rights Watch, Chinese Human Rights Defenders, Uyghur Tribunal e numerose altre organizzazioni non governative hanno riempito la Rete con migliaia di pagine di rapporti. È stato perfino denunciato il commercio di organi dei detenuti politici condannati a morte o uccisi apposta per l'espianto.
"Quello cinese è un totale inverno dei diritti umani", dice Riccardo Noury, portavoce della sezione italiana di Amnesty International: "Grazie alla legge sulla sicurezza nazionale, a Hong Kong è stata messa a tacere ogni forma di dissenso e anche Amnesty International ha dovuto chiudere il suo ufficio; nella regione autonoma dello Xinjiang, è proseguita la campagna di indottrinamento politico, detenzioni arbitrarie di massa, tortura e assimilazione culturale ai danni dei musulmani. Tutta la situazione dei diritti umani in Cina ha continuato a deteriorarsi: avvocati e attivisti sono stati condannati per il mero esercizio del diritto alla libertà d'espressione e per essersi occupati di casi sensibili". Per Giulio Regeni, torturato e ucciso dai servizi segreti del Cairo, e Patrick Zaki, ancora sotto processo in Egitto, si è giustamente mobilitata l'Europa. I casi di Julian Assange e Edward Snowden sono diventati famosi in tutto il mondo. Ma quando una ragazza, una madre, una donna cinese vengono picchiate o violentate sulla sedia della tigre, un seggiolone in acciaio in cui il corpo è legato caviglie-schiena-polsi, le loro storie restano rinchiuse nei dossier e si continua a far finta di niente. Esattamente come accadrà a Pechino, tra uno slalom e una partita a curling.
Due anni fa, il 3 febbraio 2020, Zhang Zhan, 38 anni, ex avvocata, arriva a Wuhan per documentare su Twitter e YouTube cosa sta accadendo nella prima città colpita dall'epidemia di polmoniti. Scompare il 14 maggio. Viene dichiarata in arresto il 19 giugno e condannata a quattro anni di reclusione il 28 dicembre a Shanghai, la sua città, con l'accusa di aver diffuso notizie false. Ora è in gravi condizioni per lo sciopero della fame che ha cominciato per protesta e l'alimentazione forzata, imposta attraverso un sondino nasale manovrato dalle sue compagne di cella.
Li Qiaochu, 31 anni, si occupa di diritti delle donne. A inizio 2020 informa gli abitanti di Pechino sui rischi dell'epidemia a Wuhan e distribuisce mascherine al personale sanitario. La arrestano il 16 febbraio. Viene rilasciata su cauzione il 18 giugno. Ma torna di nuovo in carcere il 15 marzo 2021 dopo aver rivelato che il suo compagno arrestato il 15 febbraio 2020, l'attivista per i diritti umani e insegnante dell'Università di Pechino, Xu Zhiyong, aveva subito torture. Il professor Xu per oltre una settimana è stato immobilizzato dieci ore al giorno alla sedia della tigre, con gli arti legati così stretti da respirare a fatica. Adesso anche Li Qiaochu è accusata, come il suo compagno, di incitamento alla sovversione dei poteri dello Stato.
La blogger Liu Yanli, 45 anni, aveva invece aperto centosessanta gruppi sulla piattaforma cinese WeChat per sensibilizzare i suoi lettori ai temi di giustizia sociale. Il 22 aprile 2020, con l'accusa di aver provocato liti e disturbo, viene condannata a quattro anni di reclusione. L'elenco di donne e uomini imprigionati potrebbe proseguire per molte pagine. Non sempre si riesce a conoscere in diretta quello che accade, nelle prigioni tenute spesso segrete ai familiari, nei campi di detenzione dove l'apparato di Xi Jinping sta annientando la fede della minoranza musulmana e perfino nelle stazioni di polizia. I resoconti a volte arrivano con anni di ritardo, quando le vittime una volta liberate riescono a ottenere l'asilo in nazioni sicure.
Un paziente lavoro di documentazione, raccolta di testimonianze e costruzione della memoria lo sta svolgendo a Londra l'organizzazione indipendente Uyghur Tribunal. Sulla base di queste indagini, il 9 dicembre scorso il "tribunale" ha concluso che nella regione autonoma dello Xinjiang, il Partito comunista cinese è responsabile di crimini e di genocidio contro i musulmani uiguri e kazaki. Si stima che un milione di cittadini cinesi, uomini e donne, siano detenuti senza processo in centri di rieducazione e i loro bambini siano stati deportati e affidati a scuole di Stato. Una campagna di repressione fisica e culturale che si aggiunge ai disegni del regime contro il Tibet, Hong Kong, i numerosi aderenti del movimento spirituale Falun Gong e i netizen, i cittadini che cercano di comunicare liberamente sui social. Sono le testimonianze dei sopravvissuti fuggiti all'estero a rivelarci oggi cosa accade dietro la cortina cinese.
"Mi hanno portata all'aperto", racconta Ying D., 48 anni, che in Cina era proprietaria di un supermercato: "Quattro o cinque guardie mi hanno tenuta giù e hanno messo un tubo rigido dentro il mio naso fin quando ha sanguinato. Poiché il tubo non raggiungeva lo stomaco, mi hanno infilato un cacciavite tra i denti perché tenessi aperta la bocca. Poi hanno messo un pezzo di bambù appuntito nel palato e mi hanno alimentata forzatamente, con cibo e un condensato di acqua e sale. Venivo alimentata con la forza ogni due o tre giorni. Il dottor Zhou del centro di detenzione usava un grande cacciavite per obbligarmi a tenere aperta la bocca. Ho perso due denti".
"Ho visto alimentare la signora Xue Aimei con olio al peperoncino e peperoncino macinato", continua Ying D.: "Quando è tornata nella cella, il naso e la faccia erano insanguinati ed era ricoperta di peperoncino, olio e cibo. Rifiutavamo di indossare la divisa del campo di detenzione. Allora una dozzina di guardie ha spogliato nude venti donne. Le hanno spinte fuori dalla cella per mostrarle agli uomini detenuti e umiliarle. Dovevamo fare anche lavori manuali. Facevamo scarpe di pelle. Le nostre dita erano ricoperte di vesciche, erano deformi. Questi prodotti venivano esportati negli Stati Uniti, in Europa e in altri Paesi. Eravamo obbligate a lavorare dalle 7.30 a mezzanotte e a volte fino all'una, senza nessun giorno di riposo. Eravamo trenta donne in una cella di trenta metri quadri".
Ying D. ora è quasi cieca: "Una guardia ha ordinato a tre criminali detenuti di tenermi a terra e con un manganello elettrico mi ha dato delle scosse su tutte le parti sensibili per trenta o quaranta minuti. Piangevo miseramente. Sentivo come se il cuore si dovesse strappare. Da un occhio ho perso completamente la vista. Dall'altro quasi del tutto".
Arrestato per aver promosso la lingua uigura quando aveva quarant'anni, Ayup A., musulmano di Kashgar, la città più occidentale dello Xinjiang, viene sottoposto allo stesso trattamento riservato a molte donne: "Sono stato portato in una buca, spogliato e le guardie hanno dato l'ordine a venti criminali e loro l'hanno fatto. Non ho menzionato prima il mio stupro perché l'interprete era una donna e io a lei non potevo dirlo", si legge tra le tante testimonianze raccolte dall'organizzazione Uyghur Tribunal.
Li J., 44 anni, ex dipendente della Shanghai Airlines, racconta che il padre è morto dopo un pestaggio in un campo di lavoro del governo a Chongqing. "Almeno dieci ore dopo la morte, io e altri familiari siamo andati all'obitorio. Quando hanno tirato fuori mio padre dalla cella frigorifera, il suo corpo aveva molte cicatrici ma era ancora caldo sotto la narice e al torace. I suoi denti superiori mordevano forte il labbro inferiore. L'espressione sulla sua faccia era piena di dolore. Questo è ciò che la nostra famiglia ha visto all'obitorio. Abbiamo protestato ad alta voce. I poliziotti ci hanno allontanati con la forza e mio padre, che ancora dava evidenti segni di vita, è stato nuovamente rinchiuso nel congelatore", dichiara la figlia.
Chen H., 54 anni, fa le pulizie al Parlamento australiano. In Cina era la manager di un'industria tessile. "Una donna di cognome Zou è stata portata nel campo di lavoro. I suoi occhi fissavano nel vuoto, come se fosse in trance", rivela Chen H.: "Ho visto che le sue mani erano tutte nere e viola. Le ho chiesto cosa fosse successo. All'improvviso è scoppiata a piangere. Mi ha detto che era stata imprigionata in un luogo sconosciuto. Era stata costretta a sedere su una sedia elettrica e le mani erano nere per le torture con gli aghi elettrici... Nel 2016 ho poi saputo che Yixi Gao e sua moglie, che abitavano nella provincia di Heilongjiang, erano stati presi dalla polizia la mezzanotte del 19 aprile. Lui è morto il 29 aprile. È rimasto nell'ospedale della polizia per quarantatré ore e lo hanno sottoposto a controlli ed esami prima che morisse. Il suo corpo era stato dissezionato".
Quasi tutti i prigionieri politici rilasciati e fuggiti all'estero raccontano di essere stati sottoposti a ecografie, prelievi di sangue, test genetici durante la detenzione. Il sospetto è che gli esami servano ad alimentare il traffico di organi nel caso di morte eventuale o a richiesta. È famosa la vicenda di un paziente di 35 anni in un ospedale dell'esercito cinese a Nanchino. Soltanto per lui sono stati espiantati e buttati via sette reni, perché al momento dell'intervento risultavano incompatibili con il ricevente. All'ottavo tentativo, grazie a un nuovo rene prelevato a un detenuto condannato a morte, il trapianto ha avuto successo.
Australia, Canada, Gran Bretagna, Giappone e Stati Uniti guidano lo schieramento che ha già annunciato il boicottaggio diplomatico: a Pechino ci saranno gli atleti, non i rappresentanti dei governi. Il presidente del Coni assicura invece che assisterà sia alle Olimpiadi sia alle Paralimpiadi: "Il mio ruolo è sportivo, non politico", ricorda Giovanni Malagò. Ma che fine hanno fatto gli obblighi di fair play che vincolano i contratti tra comitati sportivi, delegazioni e sponsor? Il sindaco di Cortina, Gianpietro Ghedina, non risponde. Il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, fa gentilmente sapere che non rilascia commenti sulle Olimpiadi. Durante i Giochi dell'antichità si fermavano le guerre. Oggi si sospendono i diritti: le coraggiose ragazze della primavera cinese possono attendere. Ovviamente in carcere.
di Alessandro De Pascale
Il Manifesto, 23 gennaio 2022
Sentenza storica dei giudici costituzionali contro la politica del governo e voluta dagli Stati Uniti: le comunità locali non sono state coinvolte, ma è su di loro che pesano i danni a salute e ambiente. Duro colpo per il presidente colombiano di estrema destra, Iván Duque, che il prossimo 13 marzo punta a essere riletto. Il 19 gennaio la Corte costituzionale colombiana ha imposto lo stop alla ripresa delle fumigazioni aeree sulle zone del Paese in cui si coltiva la pianta di coca (da cui poi si ricava la cocaina).
Interventi unici al mondo, con la Colombia unico Paese ad accettare questa strategia voluta dagli Usa, iniziati nel 1978 contro le piantagioni di marijuana, nel 2000 formalizzati e militarizzati con la firma del Plan Colombia per poi fermarsi nel 2015.
A rimetterli in campo tre anni dopo, sotto ricatto statunitense (pena la perdita degli aiuti economici), è lo stesso Duque che appena eletto concorda il suo nuovo piano antidroga e di sicurezza nazionale con l'allora presidente americano Donald Trump, facendone un progetto politico. Guerra senza quartiere non solo contro i cartelli, ma anche contro i consumatori e, soprattutto, rimessa in discussione degli accordi di pace sottoscritti dal suo predecessore con le Forze armate rivoluzionarie della Colombia (Farc), il principale gruppo ribelle del Paese. Per le Nazioni unite, la Colombia è il primo produttore al mondo di cocaina. Nel tentativo di arginare quei raccolti, per decenni, su intere aree rurali e comunità indigene sono stati spruzzati dal cielo milioni di litri di erbicidi a base di glifosato.
Provocando, secondo organizzazioni non governative e istituti di ricerca indipendenti, danni ambientali ed effetti collaterali sulla salute delle persone (bambini compresi). Rivelandosi a lungo termine del tutto inefficaci nell'interrompere la produzione della cocaina, molto richiesta e consumata nei mercati illegali occidentali (e non solo). E provocando migrazioni interne, proteste di massa e il disboscamento di nuove aree forestali.
Per i giudici, le istituzioni colombiane interessate dovevano consultare le popolazioni locali prima di ricominciare a irrorare nuovamente dal cielo, cosa che non hanno fatto, nonostante l'anno di tempo che gli era stato concesso. Una "sentenza storica", per le organizzazioni e gli esperti di diritti umani. "La decisione della Corte - spiega al manifesto Pedro Arenas di VisoMutop, think thank che dal 2012 promuove riforme delle politiche sulla droga in tutta la Colombia - tutela il diritto di quelle 104 municipalità, che erano nel piano irrorazioni del governo nazionale, di essere informate preventivamente, nell'ambito di un processo di partecipazione e tutela dei diritti delle comunità locali".
Sulla stessa linea Martin Jelsma, direttore del programma Droga e Democrazia dell'olandese Transnational Institute (Tni) che già nel 2001 denunciava gli scarsi risultati ottenuti negli anni Novanta: "Oltre 300mila ettari di campi di coca colombiana e papavero da oppio sono stati irrorati dagli aerei con tre milioni di litri di prodotto - ricorda riportando quei dati di oltre vent'anni fa - ma la coltivazione della coca in Colombia è triplicata da quando sono iniziate le fumigazioni. L'inquinamento colpisce gli esseri umani, gli animali e la vegetazione, distruggendo i mezzi di sussistenza delle comunità contadine e indigene".
Anche per questo, nel 2015, l'allora presidente di centro-sinistra, Juan Manuel Santos, aveva cambiato strategia, incrinando le relazioni con gli Usa. Stop alle fumigazioni e accordo di pace con le Farc. Anche perché nel frattempo il glifosato usato per le irrorazioni era stato classificato dall'Organizzazione mondiale della sanità (Oms) come probabile o possibile agente cancerogeno per l'uomo.
Il piano di Santos prevedeva un programma nazionale con fondi statali per la sostituzione delle colture. Essendo antieconomico, causa assenza di infrastrutture, coltivare in quelle remote aree montuose e forestali altri prodotti (ad esempio il cacao o il caffè al posto della coca), lo Stato avrebbe messo a punto un programma che sovvenzionava quelle famiglie.
Arriviamo così al 2018: in Colombia viene eletto Duque, fin dall'inizio contrario all'accordo con le Farc e che oggi potrebbe contare su appena il 4% dei piani di sviluppo per la Colombia rurale completati, tra quelli previsti entro il 2021. La produzione di coca intanto cresce e su spinta Usa il governo colombiano studia un nuovo piano di fumigazioni.
"Per riprenderle - assicura Arenas - ora il governo deve riavviare nuovamente l'iter per l'ottenimento dell'autorizzazione ambientale e sanitaria nel rispetto delle prescrizioni disposte dalla Corte costituzionale. Tale processo richiederà quasi un anno e molti esperti ritengono che in ogni caso l'amministrazione Duque non può avvelenare dall'aria il suolo, i raccolti e la foresta pluviale, con il pretesto di perseguire i narcotrafficanti".
Intanto, anche alla Casa Bianca, almeno pubblicamente, la politica sembra essere cambiata. La nuova amministrazione statunitense, guidata dal democratico Joe Biden, non ha fatto cenno alle fumigazioni nella dichiarazione congiunta del Gruppo di lavoro bilaterale antidroga Colombia-Stati uniti del 24 settembre. L'ong britannica Human Rights Watch (Hrw), in vista della visita in Colombia del sottosegretario di Stato Usa, Antony J. Blinken, gli ha ugualmente ricordato pubblicamente che "gli agricoltori hanno segnalato sintomi da esposizione al glifosato che includono irritazione della pelle, lesioni cutanee, allergie, problemi respiratori e vomito", in aggiunta alle "prove che il glifosato può alterare il sistema endocrino umano e causare gravi danni agli occhi".
di Francesco Battistini
Corriere della Sera, 23 gennaio 2022
Gli Usa mandano armi e sgomberano l'ambasciata mentre a Kiev e nel resto del Paese si moltiplicano le telefonate che annunciano bombe: 300 solo a gennaio.
"Happy New War", buona guerra a tutti. L'augurio è ancora lì. E dice che all'Ocean Plaza, in mezzo alle tangenziali di Kiev, almeno la prendono con ironia: "Sono due anni che ogni tanto telefonano per avvertire d'una bomba - racconta una commessa, Maryna Kovalenko, 24 anni -. E ogni volta dobbiamo evacuare il centro commerciale. L'ultimo mese è stato un incubo: chiamano di continuo. Non sarà un 2022 tanto allegro...". I botti, se ancora non si sentono, intanto s'annunciano. Dal primo gennaio, un po' in tutta l'Ucraina, i falsi allarmi sono stati un bombardamento. Più di trecento in tre settimane. Gente che parlava russo, numeri del Donbass, perfino di Mosca. E mica roba di mitomani: "La psico-guerra di Putin comprende anche questo - dicono al ministero della Difesa -: alzare la tensione, tenerci sulle spine". Finora, il governo ha dovuto evacuare 150 scuole. In un solo giorno, una decina di supermercati. La settimana scorsa, è toccato alla stazione centrale di Kiev e all'aeroporto internazionale. "Ora metteremo a punto un sistema più sofisticato d'allarmi per evitare la psicosi", ha promesso il ministro Oleksiy Reznikov: "Le sirene suoneranno solo quando l'allerta sarà reale".
Quando? Dimmi che è già un'invasione senza dirmi che è già un'invasione. A Shulaka, una quindicina di km dalla capitale, l'ambasciata Usa ha dato ordine di fare gli scatoloni: domani, il "personale non essenziale" e centinaia di familiari americani prenderanno un volo sola andata per New York, via Francoforte. Anche i tedeschi starebbero per sgomberare. Una relazione dei servizi inglesi fa addirittura i nomi d'un possibile governo filorusso che Putin sarebbe pronto a insediare a Kiev, presidente l'ex deputato Yevhen Murayev e ministri i vecchi arnesi del regime di Viktor Yanukovich, deposto nel 2014.
"Reazioni esagerate", s'irrita il presidente ucraino Volodimir Zelensky, che al panico occidentale contrappone il fatalismo d'un popolo ormai abituato a sette anni di trincea. "La guerra è lontana e nella capitale non si sente - sembra d'accordo Nicola Rizzoli, 50 anni, l'ex arbitro italiano chiamato da qualche mese a istruire i suoi colleghi ucraini -, la paura è più all'estero che qui". Perché se ci sarà da combattere, è da un pezzo che ci si prepara. Nei vecchi palazzoni sovietici si ripuliscono i rifugi antiaerei, che negli ultimi trent'anni servivano per la spazzatura. Un grande studio legale, una trentina d'avvocati, sta spostando i suoi affari a Praga e a Budapest, "sono anni che s'aspetta il peggio e in quest'incertezza chi fa causa in tribunale?". Il weekend, nei boschi intorno a Kiev si radunano scapoli, ammogliati e casalinghe disperate per imparare l'arte dell'autodifesa popolare, passo del leopardo e tiro al bersaglio, in corpi di buona volontà chiamati "Legione Ucraina" o "Patria Libera". Su 40 milioni di civili, ce n'è un milione e mezzo che possiede un'arma - e non si parla di fucili da caccia -, oltre che un mezzo milione con un passato nell'esercito. Zelensky punta anche su di loro e ha chiesto alla Germania d'avere "con urgenza" 100mila fra giubbotti antiproiettile ed elmetti, da distribuire.
La disparità coi russi schierati sul campo è enorme: 250mila soldati contro 850mila, 50mila paramilitari contro 250mila, 206 aerei contro 2.478, 164 elicotteri contro 2.087, 2.596 tank contro 12.420, 12.303 blindati contro 30.122, 3.107 bocche di fuoco contro 14.145, 490 lanciarazzi mobili contro 3.391, 38 fregate contro 605. La voglia d'armarsi, altrettanto grande: ieri sono sbarcate dagli Usa le prime 90 tonnellate di munizioni e missili antitank Jevelin, ultima tranche da 200 milioni di dollari d'un finanziamento in armi che, dal 2014, ha raggiunto i 2,7 miliardi. Lo stesso stanno facendo inglesi (sette aerei pieni d'anticarro Stinger), canadesi (addestratori), baltici (Javelin), turchi (droni), spagnoli e olandesi (navi), in un'insolita corsa della Nato a soccorrere un Paese che della Nato, ancora, non è. "Caro Jens Stoltenberg", scrive un piccolo imprenditore di Kirivohdraska Oblast, tale Demian Hamul, in una lettera aperta al segretario dell'Alleanza atlantica pubblicata da tutti i giornali: "Ho 5 ettari di terra ricevuti in eredità. Io non li uso. Te li regalo. La base della Nato, puoi farla lì. Meglio le tue truppe di quelle di Putin".
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