di Eleonora Martini
Il Manifesto, 25 gennaio 2022
La sentenza della Corte di Strasburgo per un uomo che non aveva trovato posto nelle Rems. "Spetta al governo garantire le cure". Antigone: "Ora un altro modello per la salute mentale". La Corte europea dei diritti dell'Uomo ha condannato l'Italia per aver trattenuto illecitamente in carcere per più di due anni un cittadino italiano con problemi psichici. Per Giacomo Seydou Sy, classe 1994, sofferente di disturbo della personalità e disturbo bipolare, accusato di molestie nei confronti della sua ex fidanzata, resistenza a pubblico ufficiale, percosse e lesioni, il Gip di Roma aveva disposto già nel gennaio 2019 il suo "immediato collocamento" per un anno in una Residenza per l'esecuzione delle misure di sicurezza (Rems), le strutture che hanno sostituito gli Ospedali psichiatrici giudiziari. Il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria non aveva però trovato posto nelle Rems (di competenza del ministero della Salute) per il giovane malato. Eppure, sottolinea la Corte di Strasburgo, Sy "non ha beneficiato di alcuna strategia terapeutica globale per la gestione della sua patologia, e questo, in un contesto caratterizzato da cattive condizioni carcerarie".
Nella stessa giornata di ieri - mentre il Garante nazionale dei detenuti Mauro Palma denunciava un suicidio ogni tre giorni tra i detenuti dall'inizio del 2022 e chiedeva di "ridurre le tensioni" nelle carceri e "ridefinire un modello detentivo" - la Corte costituzionale con la sentenza n. 18 (redattore Francesco Viganò), accogliendo la questione sollevata dalla Cassazione, ha dichiarato illegittima la censura sulla corrispondenza dei detenuti sottoposti al 41 bis con il proprio avvocato difensore. Secondo la Consulta, il diritto alla difesa può essere "circoscritto entro i limiti della ragionevolezza e della necessità, purché non sia compromessa l'effettività della difesa". Mentre la censura della corrispondenza con il proprio legale, anche per i detenuti sottoposti al "carcere duro", è una "irragionevole compressione del diritto di difesa". Tanto più perché, ricordano i giudici costituzionalisti, le circolari del Dap in vigore dal 2017 escludono già questo tipo di controlli sulla corrispondenza dei detenuti in 41 bis.
Due sentenze che ci ricordano quanto sia deficitaria la salvaguardia dei diritti dei detenuti nelle carceri italiane. La condanna della Cedu per trattamento inumano e degradante, spiega Patrizio Gonnella, "dimostra un cortocircuito istituzionale nel nostro Paese inaccettabile". "È solo uno dei tanti casi simili pendenti che riguardano la questione delle persone con patologie psichiatriche nel circuito penale - ricorda il presidente dell'Associazione Antigone - E a giorni sul tema si aspetta anche la sentenza della Corte Costituzionale".
Secondo l'organismo del Consiglio d'Europa, nel caso di Giacomo Seydou Sy, al tempo detenuto nel carcere romano di Rebibbia, l'Italia ha violato gli articoli 3 (trattamenti inumani e degradanti), 5 (comma 1, detenzione illegittima; comma 5, mancato riconoscimento del diritto al risarcimento), 6 (comma 1, diritto a un processo equo) e l'articolo 34 (diritto di ricorso individuale). Era infatti dovere del "governo italiano" trovare un posto nelle Rems o "un'altra soluzione adeguata, come peraltro la Corte aveva espressamente indicato nel provvedimento provvisorio" emesso da Strasburgo il 7 aprile 2020.
Allora, il governo italiano (Conte II) rispose che non era in suo potere decidere alcun'altra collocazione per l'uomo - considerato socialmente pericoloso - se non le Rems, come disposto dal Gip, dove però "nonostante le ripetute richieste, nessun posto si è liberato".
"La nuova condanna Cedu è un'ulteriore macchia per il Paese che fu di Beccaria e conferma le nostre denunce", commenta il sindacato di polizia penitenziaria Uilpa che suggerisce, "senza ricorrere a improbabili nuovi studi", di "ripartire dalle proposte scaturite dai lavori degli Stati generali dell'esecuzione penale del 2016 (voluti dall'allora ministro Orlando, ndr) e attuarne la parte pertinente, purtroppo poi irresponsabilmente cestinata dai governi (Renzi, Gentiloni, ndr)".
Attenzione però, avverte Gonnella: "La Cedu dà indicazioni su un "percorso" che governo e Parlamento devono seguire per evitare altre violazioni": immaginare nuovi modelli per la salute mentale, in modo da prendere in carico anche i detenuti con patologie psichiatriche gravi, ed "evitare la semplificazione di chiedere più Rems - sottolinea il presidente di Antigone - sarebbe un errore interpretativo grave che non salverebbe il Paese da ulteriori condanne".
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 25 gennaio 2022
La Corte costituzionale, con la sentenza n. 18, ha accolto la questione posta dalla Cassazione. Viola il diritto di difesa sancito dalla Costituzione la norma, contenuta nell'articolo 41 bis dell'ordinamento penitenziario, che - secondo l'interpretazione della Corte di cassazione - impone il visto di censura sulla corrispondenza tra il detenuto sottoposto al "carcere duro" e il proprio difensore.
Lo ha stabilito la Corte costituzionale con la sentenza n. 18 depositata oggi (redattore Francesco Viganò), accogliendo la questione di legittimità sollevata dalla stessa Cassazione.
La sentenza osserva che il diritto di difesa comprende - secondo quanto emerge dalla costante giurisprudenza della Corte costituzionale e della Corte europea dei diritti dell'uomo - il diritto di comunicare in modo riservato con il proprio difensore e sottolinea che di questo diritto è titolare anche chi stia scontando una pena detentiva. E ciò anche per consentire al detenuto un'efficace tutela contro eventuali abusi delle autorità penitenziarie.
È vero che questo diritto non è assoluto e può essere circoscritto entro i limiti della ragionevolezza e della necessità - purché non sia compromessa l'effettività della difesa - qualora si debbano tutelare altri interessi costituzionalmente rilevanti. Ed è anche vero che i detenuti in regime di 41 bis sono ordinariamente sottoposti a incisive restrizioni dei propri diritti fondamentali, allo scopo di impedire ogni contatto con le organizzazioni criminali di appartenenza.
Tuttavia, la Corte ha ritenuto che il visto di censura sulla corrispondenza del detenuto con il proprio difensore non sia idoneo a raggiungere questo obiettivo e si risolva, pertanto, in una irragionevole compressione del suo diritto di difesa.
Da un lato, infatti, il detenuto può sempre avere - per effetto della sentenza della Corte del 2013, n. 143 - colloqui personali con il proprio difensore, senza alcun limite quantitativo e al riparo da ogni controllo sui contenuti dei colloqui stessi da parte delle autorità penitenziarie. Dall'altro, il visto di censura previsto dalla norma ora esaminata dalla Corte opera automaticamente, anche in assenza di qualsiasi elemento concreto che consenta di ipotizzare condotte illecite da parte dell'avvocato.
Ciò riflette, ha osservato la Corte, una "generale e insostenibile presunzione [...] di collusione del difensore dell'imputato, finendo così per gettare una luce di sospetto sul ruolo insostituibile che la professione forense svolge per la tutela non solo dei diritti fondamentali del detenuto, ma anche dello stato di diritto nel suo complesso".
Peraltro, nella motivazione della sentenza viene sottolineato che le circolari del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria (Dap) in vigore dal 2017 avevano interpretato l'attuale normativa escludendo la legittimità di ogni controllo sulla corrispondenza tra detenuti in 41 bis e i propri difensori, anticipando così gli effetti di questa pronuncia di illegittimità costituzionale.
di Mario Consani
Il Giorno, 25 gennaio 2022
Lo Stato dovrà versagli 36mila euro. Nelle carceri lombarde almeno venti casi simili, il prossimo giudizio su un ex recluso di San Vittore. Il prossimo giudizio riguarderà un ex detenuto di San Vittore. Ieri la Corte europea dei diritti umani ha condannato l'Italia per maltrattamenti nei confronti di un recluso laziale 27enne che soffre di turbe della personalità e bipolarismo. Era destinato per sentenza a una Rems, strutture che hanno sostituito gli ospedali psichiatrici giudiziari, invece l'hanno tenuto in cella perché nelle Rems non c'era posto. Così adesso lo Stato dovrà versargli un risarcimento di 36.400 euro per detenzione illegittima.
Chi ha problemi psichiatrici riconosciuti dai giudici, infatti, in cella non può stare. Ma quanti sono, solo nelle carceri lombarde, i reclusi con questo tipo situazione? "Una ventina", è la stima di Francesco Maisto, Garante per i diritti delle persone private della libertà del comune di Milano. Alcuni di loro sono in carcere da mesi, qualcuno anche da un tempo superiore. La giustificazione è sempre la stessa: nelle rems c'è la lista d'attesa. Ma poi, a parte i casi conclamati, c'è un numero sempre maggiore di detenuti con problemi psichiatrici evidenti, anche se all'epoca dei processi ritenuti non incapaci di mente. In Regione sono quasi 900 sui 7.800 reclusi. Nella relazione di metà mandato del garante milanese, presentata ad agosto, si denunciava proprio che "la maggiore criticità attuale in tutte le nostre carceri è rappresentata dalla grave carenza di assistenza psichiatrica".
Una realtà, quella dei detenuti con disturbi mentali, che è andata peggiorando negli ultimi anni. Il peggiore è stato il 2020, l'inizio della pandemia.
"É evidente - osservava Maisto - come l'impatto dei disturbi psichiatrici e del comportamento sia decisamente importante rispetto alla difficile gestione dei detenuti che viene, da più parti, rappresentata". A livello regionale, si leggeva nella relazione Maisto, ad agosto erano ben 880 le persone con problemi di patologie psichiatriche (672) o con disturbi del comportamento (208). Eppure in Regione sono solo due i reparti all'interno delle carceri destinati a reclusi con questi problemi, a Monza e a Pavia.
In realtà, una recente sentenza della Corte costituzionale darebbe modo anche a questi detenuti di scontare la propria pena in detenzione domiciliare per motivi di salute. Il problema è che dovrebbero stare in case famiglia o comunità per persone con problemi psichiatrici. Ma il posto, naturalmente, non si trova quasi mai. E così c'è anche chi, nell'attesa, in cella si toglie la vita: in Lombardia 5 detenuti l'anno scorso, tra gennaio e novembre.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 25 gennaio 2022
La Cassazione ha accolto il ricorso di un recluso sollevando la questione di legittimità alla Corte costituzionale. È incostituzionale censurare la corrispondenza tra il detenuto sottoposto al 41 bis e il proprio difensore. Lo ha deciso la Corte costituzionale con la sentenza n. 18, redattore Francesco Viganò, accogliendo la questione di legittimità sollevata dalla Cassazione. La Corte Suprema, sezione prima penale, ha sollevato questioni di legittimità costituzionale dell'art. 41- bis, in riferimento a taluni articoli della Costituzione, anche in relazione all'art. 6 della Cedu nella parte in cui prevede, per i detenuti sottoposti al 41- bis, la sottoposizione a visto di censura della corrispondenza, senza escludere quella indirizzata ai difensori.
Il ricorso alla Cassazione è stato proposto da un condannato in primo grado alla pena di venticinque anni perché ritenuto esponente di vertice di un'associazione di stampo mafioso, e attualmente detenuto al 41 bis. Con decreto del 12 maggio 2020, il Presidente del Tribunale di Locri aveva disposto il trattenimento di un telegramma indirizzato dal detenuto al proprio difensore di fiducia. Con ordinanza del 9 luglio 2020 il Tribunale aveva rigettato il reclamo del detenuto avverso tale decreto, ritenendo la sussistenza di un "pericolo per l'ordine e la sicurezza pubblica, connesso all'ambiguità del contenuto della missiva, composta da una serie di periodi non legati da un filo logico in grado di rendere coerente e comprensibile il testo nella sua interezza". Il detenuto aveva quindi proposto ricorso in Cassazione, lamentando l'illegittimità della motivazione con cui il Tribunale aveva confermato il provvedimento.
La Cassazione ha accolto il ricorso sollevando la questione di illegittimità costituzionale. L'associazione "Italiastatodidiritto" ha presentato alla Consulta un'opinione scritta in qualità di amicus curiae. Argomentando a sostegno della fondatezza nel merito delle questioni sollevate, ha evidenziato in particolare come "il profilo più grave" della normativa censurata sarebbe costituito dalla presunzione di pericolosità del difensore sulla quale essa parrebbe fondarsi: presunzione che non solo mortificherebbe solennità e valenza del giuramento forense, ma sarebbe anche irragionevole nella misura in cui riguarda la categoria forense e non altre figure, prive di analoghe stringenti prescrizioni deontologiche e professionali, quali i membri del Parlamento, per i quali il visto di censura non opera.
La sentenza della Consulta osserva che il diritto di difesa comprende il diritto di comunicare in modo riservato con il proprio difensore e sottolinea che di questo diritto è titolare anche chi stia scontando una pena detentiva. E ciò anche per consentire al detenuto un'efficace tutela contro eventuali abusi delle autorità penitenziarie. È vero che questo diritto non è assoluto e può essere circoscritto entro i limiti della ragionevolezza e della necessità - purché non sia compromessa l'effettività della difesa - qualora si debbano tutelare altri interessi costituzionalmente rilevanti. Ed è anche vero che i detenuti in regime di 41 bis sono ordinariamente sottoposti a incisive restrizioni dei propri diritti fondamentali, allo scopo di impedire ogni contatto con le organizzazioni criminali di appartenenza.
Tuttavia, la Corte Costituzionale ha ritenuto che il visto di censura sulla corrispondenza del detenuto con il proprio difensore non sia idoneo a raggiungere questo obiettivo e si risolva, pertanto, in una irragionevole compressione del suo diritto di difesa. Da un lato, infatti, il detenuto può sempre avere - per effetto della sentenza della Corte del 2013 - colloqui con il proprio difensore, senza alcun limite quantitativo e al riparo da ogni controllo sui contenuti dei colloqui stessi da parte delle autorità penitenziarie. Dall'altro, il visto di censura previsto dalla norma esaminata dalla Corte opera automaticamente, anche in assenza di qualsiasi elemento concreto che consenta di ipotizzare condotte illecite da parte dell'avvocato.
Ciò riflette, ha osservato la Corte, una "generale e insostenibile presunzione di collusione del difensore dell'imputato, finendo così per gettare una luce di sospetto sul ruolo insostituibile che la professione forense svolge per la tutela non solo dei diritti fondamentali del detenuto, ma anche dello stato di diritto nel suo complesso". Peraltro, nella motivazione della sentenza viene sottolineato che le circolari del Dap in vigore dal 2017 avevano interpretato l'attuale normativa escludendo la legittimità di ogni controllo sulla corrispondenza tra detenuti in 41 bis e i difensori, anticipando così gli effetti della pronuncia di illegittimità costituzionale.
di Angela Stella
Il Riformista, 25 gennaio 2022
Per i giudici costituzionali il visto sulla corrispondenza è illegittimo. "Si riconosce che il legale prima di difendere le persone difende il diritto", spiega il professore. "Messaggio a chi viola il divieto di intercettazioni".
Viola il diritto di difesa sancito dalla Costituzione la norma, contenuta nell'articolo 41 bis dell'ordinamento penitenziario, che impone il visto di censura sulla corrispondenza tra il detenuto sottoposto al "carcere duro" e il proprio difensore: lo ha stabilito la Corte costituzionale con la sentenza n. 18 depositata ieri (redattore Francesco Viganò), accogliendo la questione di legittimità sollevata dalla Corte di Cassazione.
La sentenza osserva che il diritto di difesa comprende - secondo quanto emerge dalla costante giurisprudenza della Corte costituzionale e della Corte europea dei diritti dell'uomo - il diritto di comunicare in modo riservato con il proprio difensore e sottolinea che di questo diritto è titolare anche chi stia scontando una pena detentiva. E ciò anche per consentire al detenuto un'efficace tutela contro eventuali abusi delle autorità penitenziarie.
È vero che questo diritto scrive la Corte - "non è assoluto e può essere circoscritto entro i limiti della ragionevolezza e della necessità - purché non sia compromessa l'effettività della difesa - qualora si debbano tutelare altri interessi costituzionalmente rilevanti. Ed è anche vero che i detenuti in regime di 41 bis sono ordinariamente sottoposti a incisive restrizioni dei propri diritti fondamentali, allo scopo di impedire ogni contatto con le organizzazioni criminali di appartenenza". Tuttavia, la Corte ha ritenuto che il visto di censura sulla corrispondenza del detenuto con il proprio difensore "non sia idoneo a raggiungere questo obiettivo e si risolva, pertanto, in una irragionevole compressione del suo diritto di difesa". Ne parliamo con il professore avvocato Vittorio Manes, Ordinario di Diritto penale presso l'Università degli Studi di Bologna.
Professore perché è importante questa decisione della Consulta?
Ritengo che sia importante da due prospettive: quella del detenuto e quella del difensore. In merito alla prima: quale che sia il regime a cui è assoggettato, e senza distinzioni tra imputato e condannato, costui conserva sempre il diritto di avere diritti.
Quali sono?
La propria dignità personale, ossia quel diritto che non si acquista per meriti e non può mai perdersi per demeriti. E ovviamente, in posizione preminente per chi si trova in una posizione di particolare vulnerabilità, come quella del detenuto, il diritto di difesa, nella sua particolare articolazione di diritto a colloquiare con il difensore.
Invece perché è pregevole per la prospettiva del difensore?
La Corte Costituzionale riconosce irragionevole, ma prima ancora - mi sentirei di dire - eticamente inaccettabile, una norma che prevede un visto di censura sulle comunicazioni tra l'avvocato e il proprio assistito. La norma impugnata nascondeva un gravissimo fraintendimento della funzione difensiva, gettando un'ombra di sospetto o persino una presunzione di collusione tra il difensore e il proprio assistito, tanto da imporre un monitoraggio dell'autorità. Come del resto aveva già riconosciuto una circolare del Dap nel 2017.
Lei fa riferimento al paragrafo 4.4.2 della sentenza quando leggiamo: "La disposizione censurata si fonda su una generale e insostenibile presunzione - già stigmatizzata dalla sentenza n. 143 del 2013 - di collusione del difensore con il sodalizio criminale, finendo così per gettare una luce di sospetto sul ruolo insostituibile che la professione forense svolge per la tutela non solo dei diritti fondamentali del detenuto, ma anche dello stato di diritto nel suo complesso"...
Esatto. Finalmente si riconosce - in tempo di populismo penale, di retorica giustizialista, di discorso becero che addirittura tende a vedere nell'avvocato un sodale del proprio assistito - che l'avvocato prima di difendere cause e persone - prima e più in alto - difende il Diritto. Quindi, tornando alla sua domanda iniziale, questa sentenza della Consulta è importantissima perché qui in gioco c'era il diritto di difesa in uno dei suoi contenuti essenziali, quello di comunicare liberamente con il proprio assistito, senza alcuna inibizione, come riconosciuto anche dalla Corte
Mi sembra di aver capito che questo visto di censura sia irragionevole sotto più punti di vista...
Il punto centrale della decisione è l'irragionevolezza sul piano dei valori della norma anche se poi la Consulta unisce a questo argomento anche una irragionevolezza sul piano degli scopi. Considerato che il difensore può avere dei colloqui liberi e non intercettati con il detenuto, limitare la corrispondenza non varrebbe ad impedire il tramite con le organizzazioni criminali di appartenenza. Vorrei aggiungere un'altra considerazione.
Prego...
Il messaggio di questa sentenza dovrebbe irradiarsi a tanti altri ambiti dove il rapporto tra assistito e difensore è oggetto di pericolose intrusioni, e di ingerenze illegittime. Penso innanzitutto alle intercettazioni telefoniche tra l'assistito e il difensore in spregio ad una regola, espressamente codificata all'articolo 103 comma V cpp, che vieta non solo l'intercettazione ma anche la sua trascrizione. Invece spesso la regola viene trasgredita nella prassi. Ad essere conseguenti con le affermazioni di questa importante decisione, la rubrica attuale dell'articolo 103 cpp, che è 'Garanzie di libertà del difensore', dovrebbe essere riscritta così: 'Garanzie di libertà nello Stato di Diritto' o 'Garanzie a tutela dello Stato di diritto'. Non si tratta di privilegi del difensore, ma di prerogative in uno Stato di Diritto.
Professore il 41 bis è stato spesso oggetto di decisioni della Corte Costituzionali. Per alcuni si tratta di un regime illegale e incostituzionale, che va oltre l'obiettivo per cui è nato. Che ne pensa?
Tutti gli istituti derogatori rispetto ai principi vanno confinati in chiave di stretta eccezionalità, riferiti a contesti emergenziali davvero tali. Quando questa eccezionalità tende a trasformarsi in regola chiaramente la frizione con i principi costituzionali tende ad acutizzarsi.
cr.piemonte.it, 25 gennaio 2022
"Su 3.700 posti e una presenza reale di oltre 4.000 persone, sono stati più di 1.000 i positivi da Covid nelle carceri piemontesi. Oggi sono 188 a Torino in lieve calo, 44 a Vercelli, 2 ad Asti con una forte discesa, 13 ad Alessandria, 20 a Biella, 33 a Ivrea. La maggior parte sono asintomatici o paucisintomatici".
Sono questi i numeri che il Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale della regione Piemonte, Bruno Mellano, ha fornito durante l'audizione in Commissione Legalità (presidente Giorgio Bertola). "La questione sanitaria è un'utile cartina di tornasole per capire come stanno andando le carceri piemontesi - ha proseguito - che hanno avuto più difficoltà a fare il salto di innovazione fatto in altri settori della società. Registriamo una difficoltà di dialogo tra ministero della Giustizia e ministero della Sanità, tra amministrazione carceraria e Asl. Torino, con le sue difficoltà strutturali, è stato tra i luoghi italiani con più problemi, come riportato anche dalle cronache. Nelle strutture più chiuse e ad alta sicurezza, come Asti, Saluzzo e Cuneo, sono esplosi i primi focolai. Non c'è stata una vera ristrutturazione del servizio e a questo va aggiunta, in particolare per il capoluogo, la necessità di profonde ristrutturazioni degli ambienti. Queste difficoltà sono state riscontrate anche nella campagna di vaccinazione: abbiamo chiesto di intervenire per aumentare la consapevolezza dell'importanza dell'immunizzazione. Fino al 31 dicembre non avevamo un quadro definitivo della copertura, oggi abbiamo un report ogni 15 giorni e dati in crescita".
La Commissione ha audito anche la Garante della Città di Torino, Monica Gallo, che ha sottolineato come "siamo arrivati a questa seconda grande ondata che non ha fatto tesoro dell'esperienza passata. Il padiglione adibito a reparto Covid non ha una presenza costante di un medico, per cui quando i contagi sono aumentati bruscamente le persone sono rimaste in sezione in cella chiusa per tutta la durata della malattia, con conseguente paura e disagio per il malato e la famiglia. Rispetto al caso del Sestante, che è arrivato alle cronache locali e nazionali dopo l'articolo di Susanna Marietti, ho più volte sollecitato la chiusura della struttura.
Adesso è cominciata la ristrutturazione, ma il problema si è spostato in un'altra sezione: è la gestione dei detenuti con disturbi comportamentali o psichiatrici che va rivista completamente". "La maggior parte dei problemi segnalati - ha aggiunto - sono relativi a problemi legati alla gestione sanitaria all'interno dell'istituto penitenziario: lunghissime attese per visite ed esami, errori, 250 persone che aspettano una protesi dentaria. L'11% della popolazione, circa 160 persone, sono giovani con problemi di tossicodipendenza, a cui talvolta si aggiungono disturbi comportamentali, che necessitano di percorsi dedicati". Sono intervenuti per chiarimenti i consiglieri Monica Canalis e Diego Sarno (Pd), Sarah Disabato (M5s), Francesca Frediani (M4o), Marco Grimaldi (Luv).
di Giovanni Maria Jacobazzi
Il Dubbio, 25 gennaio 2022
A Milano si rischia di dover ricorrere al lavoro da remoto, a Napoli l'ex segretario dell'Anm Cilenti perplesso per la destinazione delle risorse: "Squilibri fra primo e secondo grado".
Partenza in salita per il neonato Ufficio del processo. Sono tanti, infatti, i problemi da risolvere, sia per l'aspetto logistico sia per il profilo d'impiego dei tanti ragazzi che dovranno aiutare, da questo mese e fino al 2026, i magistrati nelle attività propedeutiche o collaterali alla decisione. Ma andiamo con ordine.
I circa 16.500 laureati, anche con laurea triennale in materie giuridiche o economiche, chiamati in ausilio delle toghe stanno arrivando in questi giorni nei vari uffici giudiziari. Previsto dal Piano nazionale di ripresa e resilienza, "l'Ufficio per il processo offrirà un contributo decisivo, per il rispetto degli impegni presi con l'Europa e per un rinnovamento del metodo di lavoro giudiziario", ha detto recentemente la ministra della Giustizia Marta Cartabia. I ragazzi che arrivano nei tribunali avendo superato una selezione per titoli ed esami, hanno avuto una formazione di base da parte del ministero per quanto riguarda l'uso degli applicativi, da completare poi in sede con l'aiuto dei magistrati "affidatari".
Sono tutti equiparati ai dipendenti amministrativi, potendo accedere anche ai registri di cancelleria, e avranno un compenso di 1.700 euro mensili per una durata di circa tre anni. Per loro l'amministrazione si è riservata la possibilità di stabilire "particolari forme di organizzazione e di svolgimento della prestazione lavorativa, con riferimento al lavoro agile e alla distribuzione flessibile dell'orario di lavoro". Secondo una circolare del ministero, gli addetti all'Ufficio del processo potranno partecipare anche alle udienze e, in questo modo, permetteranno che le stesse possano tenersi anche di pomeriggio. Ma il problema principale, come detto, è essenzialmente logistico: non c'è spazio per tutti.
Al Palazzo di giustizia di Milano, uno degli uffici giudiziari più grandi e importati d'Italia, sono stati assegnati quasi 700 addetti al nuovo "Upp". Purtroppo, come si prevedeva, non ci sono postazioni sufficienti. L'unica soluzione rimane, allora, il lavoro da remoto, anche per le camere di consiglio, essendo normalmente gli spazi molto angusti, tanto che spesso non se trova per i "Mot", i neo magistrati in tirocinio. Per ovviare alla carenza di spazio, sempre a Milano, si era ipotizzato di affittare dei locali nei pressi del tribunale. Ma ad oggi non ci sono i fondi per le locazioni e sarà quindi necessario trovare soluzione alternative.
Anche sulla distribuzione di questo personale si segnalano criticità. "A Napoli si registrano squilibri tra le risorse umane assegnate al primo grado e agli uffici di appello: se lo scopo è elevare la produttività, non può essere una soluzione spostare l'arretrato dal primo al secondo grado del processo. Fa riflettere inoltre il fatto che, dopo avere investito in tempo, energie e luoghi di lavoro, questo personale, formato e organizzato, andrà via perché a tempo determinato", afferma Edoardo Cilenti, consigliere della Corte di appello del capoluogo campano ed ex segretario generale dell'Anm. Sul fronte delle dotazioni informatiche, indispensabili per il processo civile telematico, i pc starebbero per arrivare, senza bisogno di prenderli al personale amministrativo già in servizio.
Come segnalato dal Corriere della sera lo scorso fine settimana, poi, non essendo stato equiparato il periodo prestato nell'Ufficio del processo ai tirocini formativi in essere ai fini dei titoli preferenziali per il concorso in magistratura, sarebbero in atto in queste ore molte rinunce. Per risolvere i dubbi interpretativi è intervenuta una circolare ministeriale che equipara le due attività. Ma senza una legge la circolare rischia di creare confusione all'atto del futuro concorso. "Se quell'Ufficio deve essere la struttura portante della riforma della giustizia civile che è ormai indispensabile, visto che la fiducia dei cittadini è crollata al 32 percento, non può nascere in un ginepraio di liti tra precari insoddisfatti che farebbero ostruzionismo", è stato il commento di Antonio de Notaristefani, presidente dell'Unione nazionale Camere civili. "Se si vuole la efficienza della giustizia, bisogna per prima cosa riuscire a motivare chi deve farla, magistrati, avvocati e personale amministrativo compresi. L'efficienza della giustizia dipende dalla organizzazione, non dal rito: se non cambieranno i comportamenti, non ci sarà codice che potrà farla funzionare bene", ha concluso de Notaristefani.
di Marco Fattorini
linkiesta.it, 25 gennaio 2022
Nell'istituto lombardo, tre detenuti si sono tolti la vita nel giro di un mese. La situazione è sempre più difficile e mancano medici e agenti. Le infiltrazioni e la muffa rendono inagibili gli spazi per la socialità. L'associazione Antigone denuncia: "I colloqui coi familiari si svolgono in corridoio perché nella sala piove dal soffitto".
Lo hanno soprannominato il carcere dei suicidi. Qui nel giro di un mese, tra fine ottobre e fine novembre, tre persone si sono tolte la vita dietro le sbarre. Avevano 47, 37 e 36 anni. Uno di loro sarebbe uscito nell'aprile 2023: gli mancava poco più di un anno. "Mentre camminavamo per le sezioni, un ragazzo ha fatto il gesto del cappio al collo", racconta il deputato di Forza Italia Alessandro Cattaneo.
Pochi giorni fa, insieme a una delegazione di avvocati delle Camere Penali, ha visitato la casa circondariale di Pavia: "La situazione è seria".
Nel 2021 i suicidi nei penitenziari italiani sono stati 54. A gennaio il conto dei decessi è già a quota otto: uno ogni tre giorni. La pandemia ha accentuato tutte le fragilità delle patrie galere. Un contesto segnato da mille problemi, in cui la rieducazione diventa sempre più difficile. Il dato dei suicidi è clamoroso. Poi c'è una quotidianità fatta di degrado e carenze. Così Pavia diventa l'esempio di un'emergenza che da Nord a Sud coinvolge molti istituti di pena.
A dicembre nel penitenziario lombardo i detenuti hanno organizzato lo sciopero del carrello, rifiutando il cibo per protestare contro le condizioni precarie della prigione. Celle fredde, spazi di socialità inagibili e mancanza di medici. La casa circondariale "Torre del Gallo" di Pavia, 575 ospiti presenti su 518 posti regolamentari, è un luogo "fermo e abbandonato". Lo descrive così, al telefono con Linkiesta, il Garante nazionale delle persone private della libertà Mauro Palma. "Questa è la premessa per situazioni di abbrutimento".
Muffa alle pareti, pioggia dal soffitto. Chi ha visitato la prigione lombarda nelle ultime settimane ha trovato una struttura sporca e fatiscente, a eccezione di un'ala costruita nel 2013. I disagi sono concentrati nel vecchio padiglione dove capita che manchino acqua calda e riscaldamento. "Quando siamo entrati a dicembre - racconta Valeria Verdolini, presidente di Antigone Lombardia - gli incontri dei detenuti con i familiari si svolgevano nei corridoi perché nella sala colloqui piove dal tetto".
Chiusi anche la palestra e il teatro, mentre la cappella è accessibile solo in parte per gravi infiltrazioni. "E pensare che, quando ero sindaco, in questi locali avevamo organizzato il concerto di Ron", racconta Alessandro Cattaneo che ha chiesto più risorse per la struttura e ottenuto la promessa di un sopralluogo del sottosegretario alla Giustizia Francesco Paolo Sisto.
Il Covid è l'ultimo dei problemi in ordine di tempo, ma ha evidenziato ancora di più le debolezze del sistema carcerario. Degli otto medici che c'erano a Pavia, oggi ne restano soltanto tre. "A volte è difficile garantire la copertura h24", spiegano da Antigone. Un vaccinatore guadagna più di un dottore che lavora in carcere. Indossare un camice dietro le sbarre non è conveniente, soprattutto in un periodo in cui gli operatori sanitari sono richiesti ovunque. Eppure a Pavia c'è bisogno di assistenza medica. Oltre a un centinaio di detenuti positivi al Covid, il penitenziario gestisce un reparto dedicato a chi ha problemi di salute mentale.
Patologie psichiatriche, tossicodipendenze, malattie comuni. In prigione le fragilità si sommano. Nei mesi scorsi sono stati diversi gli episodi di autolesionismo. Il contesto è delicato, a partire dalla popolazione carceraria. Torre del Gallo ospita una sezione protetta riservata a persone che possono essere oggetto di ritorsioni da parte di altri detenuti. Ma nelle celle pavesi ci sono anche detenuti trasferiti da altri penitenziari per motivi di ordine e sicurezza. Gli operatori raccontano di tensioni e risse. "Meglio lavorare al 41bis", ha confidato un agente durante una visita. La situazione è difficile per tutti: l'organico della Polizia Penitenziaria è sguarnito del 45 per cento, secondo le stime della Uilpa.
Come se non bastasse, chi conosce Torre del Gallo aggiunge un dettaglio non secondario: per diverso tempo nel 2021 è mancata la direttrice. "L'assenza dei dirigenti ha rallentato la vita del carcere, che oggi oscilla tra sciatteria e mancanza di progettualità", spiegano da Antigone. Intanto chi opera dietro le sbarre fa quel che può. Come il cappellano don Dario Crotti che con le parrocchie della città ha avviato una raccolta di generi di prima necessità per i detenuti.
Quello di Pavia è uno degli esempi, spesso ignorati, di un sistema carcerario in grave difficoltà. La ministra della Giustizia Marta Cartabia lo ha riconosciuto parlando in Senato: "Alcune carceri non sono degne del nostro Paese, sono in condizioni indecorose e avvilenti per tutti. Vivere in un ambiente degradato di sicuro non aiuta i detenuti nel delicato percorso di risocializzazione". A Pavia ne sanno qualcosa.
La Sentinella del Canavese, 25 gennaio 2022
Sulla situazione sta vigilando il garante dei detenuti di Ivrea Raffaele Orso Giacone. In carcere a Ivrea 33 positivi al Covid-19. Una persona è morta: aveva rifiutato di farsi vaccinare.
Su oltre duecento detenuti al momento sono una trentina quelli che sono risultati positivi e hanno mostrato i sintomi del Coronavirus, mentre uno di loro, che aveva scelto di non vaccinarsi come un'altra decina di detenuti, è deceduto in ospedale lo scorso 21 gennaio in seguito a complicanze legate al contagio. Gli altri contagiati, risultato positivi dopo il tampone, per precauzione sono stati spostati al secondo piano della casa circondariale al fine di limitare al massimo la possibilità di infezione per gli altri detenuti.
Sulla situazione sta vigilando il garante dei detenuti di Ivrea Raffaele Orso Giacone: "Attualmente la casa circondariale di Ivrea ha due sezioni chiuse per quarantena e i detenuti, una trentina, non possono comunicare con l'esterno. Inoltre, sono in pochi a presentare sintomi del virus, mentre tutti gli altri, che sono anche vaccinati, sono tutti asintomatici".
Anche prima delle feste di Natale erano stati riscontrati alcuni casi, in particolare tra il personale della struttura: "Prima di Natale c'erano stati alcuni casi di positivi tra il personale, mentre nessun detenuto era risultato infetto. Ora, al contrario, il personale è tutto negativo, per cui si presuppone che il virus abbia ricominciato a circolare a causa di una visita esterna, che potrebbe essere stata fatta da un parente come da un avvocato - continua Orso Giacone - Ho notato la massima attenzione da parte del personale medico e mi auguro che tutto si risolva a breve e senza peggioramenti. Il detenuto che è venuto a mancare nei giorni scorsi, purtroppo, ha avuto problemi gravi di respirazione, per cui è stato necessario ricoverarlo, ma non ce l'ha fatta a sconfiggere la malattia".
genovaquotidiana.com, 25 gennaio 2022
Il detenuto era stato trasferito al San Martino Rianimazione, ma non ce l'ha fatta. È il secondo uomo che muore quest'anno nelle carceri liguri. Un altro detenuto era morto al Villa Scassi dopo aver respirato il fumo nella sua cella, nel carcere di Sanremo, a cui lui stesso aveva dato fuoco.
Il trentatreenne, con fine pena nel 2025 per reati di estorsione e lesioni personali, si è appeso alle grate della finestra utilizzando un lenzuolo. È successo nella sesta sezione a Marassi, al piano terra. I poliziotti erano immediatamente entrati, avevano staccato il cappio e avevano iniziato le prime manovre di primo soccorso, sottraendolo - solo momentaneamente, purtroppo - a morte certa.
Un altro detenuto era morto all'ospedale Villa Scassi il 7 gennaio scorso, dopo venti giorni di agonia. Il 18 dicembre aveva dato fuoco al materasso della sua cella nel carcere di Sanremo. Si trovava in isolamento perché positivo alla tubercolosi. È stato proprio per protestare che il trentanovenne aveva dato fuoco alla cella. Cinque gli agenti che, gettandosi al salvataggio, erano rimasti intossicati.
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