di Errico Novi
Il Dubbio, 26 gennaio 2022
Sul quotidiano di Marco Travaglio insinuano la collusione dei difensori con gli assistiti mafiosi. L'insulto è nel titolo sulla sentenza con cui la Consulta ha bocciato le "intrusioni" nelle lettere fra reclusi al 41 bis e avvocati. Più che reagire all'offesa, va colto il vero segnale: l'insofferenza per lo Stato di diritto e la segreta aspirazione a una giustizia autoritaria. Anche se sono sacrosante le reazioni di diverse voci dell'avvocatura: dall'editore del Dubbio a Ocf, Aiga e Anf.
Sì, non è la prima volta. Già in passato altri avevano insinuato che gli avvocati dei detenuti per reati di mafia fossero istitutivamente collusi con i loro assistiti. Ma un titolo apparso oggi sul Fatto quotidiano (incoerente anche rispetto alla correttezza dell'articolo) trapassa qualsiasi limite: "La Consulta cancella la censura sulla corrispondenza fra i detenuti al 41-bis e avvocati. Geniale: così i boss potranno ordinare omicidi e stragi".
In pratica si attribuisce ai difensori dei reclusi al 41 bis uno stigma di mafiosi di default: se assistete i boss, siete pure voi certamente pronti a tutto, collusi o "colludibili". Forse non vale neppure la pena di soffermarsi troppo nel replicare. Non è il caso di ricordare, a chi ha superato un esame da giornalista professionista, e conosce dunque senz'altro le basi del diritto costituzionale, il contenuto dell'articolo 24.
È più interessante un'analisi sociologica. A partire da un interrogativo: perché? Come si può scrivere una cosa del genere? Non veniteci a raccontare che quello 0,001 per mille di casi in cui si è ravvisata e provata una effettiva collusione di un avvocato con un assistito mafioso basti a giustificare quel titolo. È evidente che non è così: il Fatto allude implicitamente a una moltitudine di casi, quindi non ha agganci col reale. È solo un insulto a casaccio. All'intera classe forense.
La risposta al "perché" è altrove. E per trovarla va citato un altro titolo offensivo apparso oggi sulle pagine palermitane di Repubblica in cui in pratica si descrive la classe forense come un esercito che "se ne approfitta": "Avvocati in coda: è qui la festa del gratuito patrocinio". Nell'articolo, anche qui corretto, si segnala che il capoluogo siciliano è il Foro in cui si registra il maggior numero di richieste per il beneficio (che, andrebbe ricordato, non è "gratuito" ma appunto a carico dello Stato). Nella titolazione c'è un disprezzo un filo meno sguaiato di quanto visto su Fatto. Ma si può scorgere lo stesso fastidio per il diritto di difesa, il sogno di una giustizia sommaria, rapida e autoritaria in cui, come in Ritorno al futuro, l'avvocato viene semplicemente "abolito".
È un'insofferenza non per la categoria degli avvocati ma per il diritto. Nel caso di Repubblica, per il diritto dei non abbienti a essere difesi in giudizio, che per un giornale progressista dovrebbe essere un valore. Perciò forse non c'è neppure da offendersi. Ma da interrogarsi su quanto sia radicata nel nostro paese una cultura autoritaria, del diritto e non solo, con cui sarà sempre difficilissimo confrontarsi.
Le reazioni dell'avvocatura - Sono certo più che giustificate le reazioni di diverse voci dell'avvocatura. Da segnalare innanzitutto la replica, serafica, dell'editore del Dubbio: "L'avvocatura è grata a Travaglio per averla promossa al rango di criminale". Se sono indignati, liquidatori ma non privi di un rimando a querele per diffamazione i toni dell'Ucpi (di cui vi diamo conto in altro servizio, nda), sconcertato ma più "piano" è il comunicato di Ocf: quella della Consulta, osserva l'Organismo forense, è una sentenza "ineccepibile" e perciò "stupiscono certi commenti secondo cui in questo modo si favorirebbe la mafia e i boss al 41 bis potrebbero così più facilmente aggirare le restrizioni continuando a gestire i clan dal carcere, magari ordinando la commissione di reati. Non solo. Questo genere di sottolineature", fa notare l'Ocf, "gettano il discredito su un'intera categoria, quella forense, che per il solo fatto di assicurare il diritto costituzionalmente garantito a un boss recluso, automaticamente si presterebbe a veicolare gli ordini della criminalità organizzata".
L'Aiga è ancora più esplicita nell'esprimere "il proprio fermo dissenso" per le parole del Fatto: che, secondo il presidente dell'Associazione giovani avvocati, Francesco Paolo Perchinunno, sono "gravissime e irricevibili". Parole che "mancano di rispetto a tutta l'avvocatura e in particolar modo a quei colleghi, ancora vivi nella nostra memoria come Fulvio Croce e Serafino Famà, che hanno pagato con la vita quel dovere di indipendenza che ogni avvocato assume con il giuramento. Non si può paragonare l'avvocato ad un favoreggiatore o complice del condannato, così si mortifica la funzione difensiva, svolta con grande passione, competenza e dedizione da migliaia di colleghi. Sarebbe il caso di ricordare al Fatto quotidiano, come il diritto alla difesa sia uno dei cardini della Costituzione e di come certi commenti non facciano nient'altro che portare l'Italia verso una deriva giustizialista".
Su un registro non diverso da quello molto aspro della nota Ucpi è la replica dell'Associazione nazionale forense: "Grave, offensiva e inopportuna affermazione del Fatto Quotidiano nei confronti dell'intera categoria degli avvocati". Il giornale, ricorda il presidente dell'Anf Giampaolo Di Marco, "si è lanciato in un'affermazione vergognosa e imbarazzante. Gli avvocati non sono messaggeri di criminalità o corrieri, ma professionisti a cui le persone, anche coloro che sono stati condannati per reati gravissimi, affidano il loro destino affinché ottengano il trattamento più giusto ed equo previsto dall'ordinamento".
Di Marco aggiunge: "L'inaccettabile affermazione non può essere considerata una battuta o una semplificazione e neppure una legittima opinione, ma un attacco giustizialista che mina le basi dello Stato di diritto e non rende un buon servizio alla percezione del sistema Giustizia nel nostro Paese, anche perché con il suo intento acchiappa-like dirotta l'attenzione da quanto correttamente scritto dalla Corte, ovvero che vi sia una "generale e insostenibile presunzione di collusione del difensore dell'imputato, finendo così per gettare una luce di sospetto sul ruolo insostituibile che la professione forense svolge per la tutela non solo dei diritti fondamentali del detenuto, ma anche dello stato di diritto nel suo complesso"".
di Alfredo Sorge
Il Riformista, 26 gennaio 2022
Gli interventi in occasione della cerimonia di apertura dell'anno giudiziario a Napoli, tornata a svolgersi nello splendido Salone dei Busti in Castelcapuano, permettono alcune riflessioni. Nel silenzio assordante dovuto alle misure sanitarie ancora in atto, davanti agli sguardi dei grandi avvocati che quel Salone testimonia per sempre, il presidente della Corte d'Appello De Carolis ha ribadito ancora una volta le doglianze per la obiettiva penuria di uomini e mezzi che affligge l'apparato giudicante e segnatamente l'organico della Corte d'Appello. I dati offerti suggeriscono una prima riflessione integrata dal sempre più grande divario di uomini e di mezzi - e dunque di risorse - tra la magistratura inquirente e quella giudicante.
Le Procure, in particolare quella di Napoli, forte di 112 pubblici ministeri (ed oltre cento viceprocuratori onorari) e della Dda, costituisce un complesso apparato dotato di uomini e strumenti investigativi notevoli, se si considera anche la polizia giudiziaria al suo servizio e che la spesa per le indagini, in primis per le intercettazioni (telefoniche, ambientali, informatiche), resta molto elevata. Eppure, l'inquirente presenta risultati quantomeno contraddittori rispetto a simile schieramento di forze, se è vero che circa il 50% dei procedimenti con indagati "noti" termina con una richiesta di archiviazione, spesso al termine di indagini ben poco approfondite. Il dato deve far riflettere: non parliamo dei procedimenti a carico di ignoti (furti etc.) bensì di reati denunciati da privati o dalla polizia giudiziaria che hanno dato luogo a un'iscrizione a carico di un ben individuato indagato.
Come si spiega questo dato che risulta, peraltro, in costante aumento? La tematica merita un approfondimento per conoscere le ragioni di negare qualsivoglia approfondimento anche in relazione a fatti che segnano pesantemente la vita della persona offesa che si è rivolta al pm per veder tutelati i propri diritti personali e patrimoniali. Altra assenza di rilievo nei dati della Procura è costituita dai procedimenti in tema di responsabilità da reato dell'ente ex D.Lvo 231/01, modello organizzativo che va invece promosso ed incentivato (e perciò perseguito in sua assenza) proprio per meglio valutare la serietà delle aziende.
Altro dato su cui riflettere è l'ingresso di alcuni istituti legati al Pnrr. In particolare, nel corso della relazione del presidente Giuseppe De Carolis di Prossedi, si è discusso del disposition time per la definizione degli affari civili e penali. Ben vengano tutti gli aiuti e le risorse per colmare le lacune degli organici della magistratura e del personale amministrativo (si pensi alla situazione drammatica in cui versa il Tribunale di Sorveglianza, problematica gravissima quanto trascurata nelle relazioni) ma certamente non è accettabile che lo stesso rappresenti un altro ostacolo per un accertamento giudiziario che deve essere condotto in modo sereno e completo nel corso dei procedimenti di primo grado e di appello.
Sotto questo profilo, va ricordato come la pandemia abbia già determinato una serie di limitazioni al sistema delle garanzie e al diritto di difesa, addossando all'avvocato una serie di ulteriori compiti e responsabilità come l'essere il destinatario delle comunicazioni del processo anche per la parte che rappresenta, il dover presentare tempestive richieste per ottenere che il processo venga celebrato non da remoto o in una inaccettabile forma scritta, per non parlare della espulsione dell'imputato detenuto dall'aula e dell'assenza del pubblico che è il primo momento di controllo democratico: non si dimentichi che la giustizia è amministrata in nome del popolo italiano che da due anni è assente per legge dal processo. Insomma, già la difesa non è presente durante le indagini e in fase cautelare non si muove certo alla pari rispetto alla pubblica accusa ma almeno nella fase dibattimentale non può vedersi sottratto l'accertamento istruttorio in nome di un cronometro; fare in fretta è un concetto che ben difficilmente si declina con il fare bene e mai con il fare giustizia. La vera novità di cui s'è detto nelle relazioni è l'ufficio del processo, si sa che ci sarà ma nessuno sa a quali compiti sarà concretamente destinato.
Rinviando a fasi successive ogni valutazione, auguriamoci soltanto che non si tratti, come purtroppo è stato detto nel corso della cerimonia, di persone cui affidare il compito di studiare il processo e di scrivere la sentenza lasciando al giudice il compito di decidere. È bene dirlo subito: se si intende assegnare all'ufficio del processo il compito più importante del giudizio, ovvero la motivazione dei provvedimenti giudiziari - atto che per costituzione e per legge il giudice deve porre a base della sua decisione -, la scelta sarebbe inaccettabile: non può essere giusto il verdetto emesso da un giudice che per legge vede lo studio di altri e la motivazione da altri ancora. Tutti d'accordo, invece, sull'atto di accusa al Csm da parte del procuratore generale Luigi Riello: a fronte di una serie di vicende che hanno messo alle corde l'organo di autogoverno chiamato dalla Costituzione ad assicurare autonomia ed indipendenza della magistratura, è del tutto mancato quel profondo esame di coscienza collettivo ed è stato così inferto un danno grave alla credibilità dell'intera magistratura.
In particolare, ha detto il pg, nulla di concreto risulta essere stato fatto per arginare lo strapotere delle correnti interne alla magistratura che era ed è alla base del malessere di cui è emersa soltanto la punta di un iceberg e le cui dimensioni sono ancora ignote. "Che ci sta a fare un Csm così?", ha chiesto, retoricamente, Riello. In conclusione, il presidente del Consiglio dell'Ordine di Napoli Antonio Tafuri ha fatto bene ad evidenziare il cospicuo numero dei procedimenti e delle sanzioni disciplinari che il Consiglio distrettuale di disciplina, con rinnovata energia, ha portato avanti con tempismo. L'augurio più grande, dunque, lo dirigo ai colleghi avvocati, perché non si deve mai dimenticare che il conto più salato della pandemia lo ha pagato proprio l'avvocatura (come tutti i lavoratori autonomi), costretta a lavorare tra mille difficoltà a causa delle penalizzanti misure sanitarie, delle perduranti carenze organizzative e della diffusa crisi economica.
padovaoggi.it, 26 gennaio 2022
Il sindacato denuncia la grave carenza di personale tra la Polizia penitenziaria e il fatto che al Due Palazzi arrivino detenuti con pena definitiva inferiore ai 7 anni o in attesa di giudizio, creando problemi. La situazione in carcere diventa sempre più complessa. A denunciarlo è la Fp Cgil: nell'organico della polizia penitenziaria mancherebbero 54 agenti. E con la pandemia le cose si sono aggravate.
"Oltre alla mancanza di personale di polizia penitenziaria si deve aggiungere anche il periodo di pandemia che ha colpito e colpisce sia il risicato personale di polizia che detenuti, seppur siano stati vaccinati - dicono Gianpietro Pegoraro e Alessandra Stivali, rispettivamente coordinatore regionale Fp Cgil Veneto per la polizia penitenziaria e segretaria provinciale Fp Cgil - Questa situazione ha ripercussioni negative sui diritti soggettivi di chi svolge il servizio di sicurezza.
Le difficoltà maggiori il personale le deve affrontare quando si verificano casi di piantonamento ospedaliero di detenuti, che comporta in alcuni casi al fine di garantire il ricovero e la sicurezza della popolazione la soppressione di alcuni posti di servizio, maggior carico di lavoro e maggior responsabilità per chi rimane, in alcuni casi più estremi viene revocato il riposo settimanale al poliziotto. L'integrazione delle unità mancanti alla reclusione è bloccata da una Legge del 2015, Madia, che stabilisce a livello Distrettuale (Triveneto) un certo numero di unità oltre alle quali la dotazione organica risulta essere completa, nonostante che il numero dei detenuti risulta sia aumento.
Ad aggravare poi la situazione della Casa di Reclusione di Padova è la mancata applicazione, da parte dell'amministrazione penitenziaria della legge in materia di differenziazione dei circuiti di sicurezza, associando anche detenuti o che non hanno pene definitive oltre i 7 anni o che ancora sono in attesa di giudizio.
Detenuti questi seppur seguiti dal personale educativo e dai poliziotti creano non pochi problemi di varia natura, ad esempio hanno problemi psichiatrici oppure perché extracomunitari ma non riescono a comunicare con il personale o che hanno paura di essere espulsi". La richiesta del sindacato è di rivedere la legge Madia e l'applicazione della norma riguardante i circuiti di differenziazione dei detenuti.
di Goffredo Buccini
Corriere della Sera, 26 gennaio 2022
La disgregazione si concentra nelle periferie delle nostre grandi città, dimenticate nei due anni di pandemia. E il risultato è stato il distacco dal voto alle Amministrative.
La cronaca nera, a leggerla con buone lenti, offre talvolta scorci di sociologia politica. Quella degli ultimi mesi e soprattutto delle settimane più recenti, da Capodanno a oggi, dalle aggressioni sessuali di massa in piazza Duomo fino alle guerriglie "etniche" delle gang di quartiere, delinea una sfida gravosa anche per il futuro presidente della Repubblica: ricucire l'Italia, divisa ormai in un Paese di Sopra e un Paese di Sotto, uno che ce la fa e l'altro che ha smarrito persino la voglia di farcela e s'è rassegnato a sprofondare.
Quattro anni or sono, ad esempio, lo stragista Luca Traini ci svelò l'intolleranza xenofoba di una comunità spaventata dalle migrazioni fuori controllo: non c'era nulla da giustificare ma molto da correggere a monte del raid razzista con cui terrorizzò Macerata e l'Italia. Le violenze di questa recente stagione, compiute da giovani nordafricani o italiani di seconda generazione con famiglia immigrata, sovente mischiati a ragazzi autoctoni in un unico brodo periferico di sottocultura machista, rap, Islam fai-da-te e rivolta social, sono una spia non meno potente di un altro cortocircuito: in atto dentro angoli della società dove abbiamo smesso di guardare per paura di scoprire ciò che non ci piace, confortati dall'alibi del Covid che tutto ha sigillato sottovuoto.
È curioso, ma forse anche significativo, che l'analisi più interessante di questo periodo non sia venuta da un sociologo, ma da un carabiniere, anzi, dal loro capo, il comandante dell'Arma. In un'intervista a La Stampa, il generale Teo Luzi ha posto l'accento sul malessere sociale (che per molti soloni sarebbe invece solo una giustificazione da accantonare), sottolineando che la pandemia ha creato disparità economiche, amplificato il disagio giovanile e ha cambiato luoghi e modi di trovarsi dei ragazzi anche per la nota, difficile situazione scolastica: da Roma alla Versilia, da Milano a Torino, le bande giovanili, un mix di emarginazioni e frustrazioni, richiedono lavoro di analisi e prevenzione.
Dunque, proviamo a guardare un po' più da vicino in quell'angolo buio, superando il primo riflesso di imbarazzo, dovuto all'origine nordafricana di buona parte dei protagonisti delle ultime violenze (gli assalti sessuali di Capodanno, così simili, se non per dimensioni per modalità, a quelli di sei anni prima contro le donne di Colonia); un riflesso dettato dal comprensibile timore di fornire propellente a una propaganda razzista che già troppi danni ha fatto al nostro Paese. Come scrive un'esperta di integrazione quale Karima Moual, bisogna invece proclamare senza timore che la subcultura di provenienza di questi ragazzi è intrisa di sopraffazione maschile già nel modello familiare. E proprio in quel modello, nel ghetto etnico dei padri, si rifluisce di fronte all'integrazione mancata. Ma se l'integrazione è il problema, aggravato peraltro da una pessima legge sulla cittadinanza che ancora non considera connazionali centinaia di migliaia di adolescenti e giovani nati da noi e cresciuti nelle nostre scuole, è ragionevole domandarsi quanta integrazione ci possa davvero essere in un contesto disgregato tanto per gli italiani quanto per gli stranieri, che mostra crepe profonde e che non è stato certo ancora risanato dai pur lodevoli intenti del Pnrr (peraltro ancora, come si dice, da "mettere a terra" in gran parte).
I ragazzi delle gang, nordafricani o autoctoni, sono solo un pezzo del Paese di Sotto: il più rabbioso e visibile. Le diseguaglianze col Paese di Sopra erano già assai accentuate prima della pandemia.
Secondo il rapporto Disuguitalia 2021 di Oxfam, allo scoppio dell'emergenza sanitaria più del 40% degli italiani non aveva risparmi sufficienti per vivere, in assenza di reddito o altre entrate, "sopra la soglia di povertà relativa per oltre tre mesi". La ricchezza del 5% più ricco degli italiani era superiore a tutta la ricchezza detenuta dall'80% più povero. A fine estate 2020, il 20% delle famiglie con minori sotto i 14 anni ha ridotto o abbandonato il lavoro per accudire i figli e le donne sono state come sempre le più penalizzate.
Gli interventi compensativi di questi anni non hanno avuto (e non potevano avere) carattere strutturale di contrasto alle diseguaglianze. Secondo la Fondazione Moressa, in una crisi che ha toccato soprattutto i precari e le filiere del lavoro stagionale, gli stranieri in proporzione sono stati colpiti maggiormente: è loro un terzo dei 456 mila posti di lavoro persi nel 2020. Gli aumenti generalizzati e l'inflazione risorta in questi mesi andranno a infierire su un tessuto già assai provato, al netto dei tentativi di sterilizzare il caro-bollette, di bonus e sussidi.
Non è difficile capire come la quota più significativa di questo malessere trasversale si concentri nelle periferie delle nostre grandi città, particolarmente dimenticate in questi due lunghi anni. L'ultimo serio lavoro di ascolto e comprensione del loro contesto si deve a una Commissione parlamentare della passata legislatura, che dopo un anno di sopralluoghi dichiarò di avere "scoperto un'Italia di serie B" e snocciolò una potente ricetta di interventi strutturali, mai seguita nella legislatura corrente. Il risultato è stato, alle Amministrative dello scorso autunno, un clamoroso distacco dal voto, chiaro messaggio alla politica tutta contro la marginalità percepita, il tasso di disoccupazione, l'abbandono scolastico, il tempo richiesto per ottenere la riparazione di un ascensore rotto nelle case di edilizia popolari. La risposta del mondo degli irrilevanti ha prodotto nelle periferie da Roma a Milano, da Torino a Napoli, toccando persino Bologna, affluenze appena sopra il 40%. Questa Italia sommersa, e che mantiene la testa sott'acqua, rischia di rammentare antiche distinzioni tra Paese legale e Paese reale, in questo caso con un Paese reale che, quando può votare, si mostra convinto che il suo voto non serva a nulla e comunica un rancore che può diventare violenza di piazza.
Intendiamoci: il Pnrr coi suoi miliardi può fare molto, ammesso che riusciremo a spenderli bene e in tempo. Ma anche se così fosse, i soldi non risolveranno tutto. Un simile squarcio nella grande tela nazionale si può ricucire solo ripristinando ciò che Gramsci chiamava "connessione sentimentale" con questa parte, tanto rilevante, di comunità smarrita. È auspicabile e, chissà, persino plausibile, che, al netto della cultura di provenienza e delle alleanze determinanti alla sua elezione, la più alta autorità morale del Paese possa sentire in un prossimo futuro il bisogno di partire proprio da lì.
di Federico Varese
La Repubblica, 26 gennaio 2022
Quarant'anni fa la morte del grande autore russo rinchiuso da Stalin nei gulag della Siberia. Nel lager, diceva, il male regna incontrastato. Arlam Šalamov, l'autore de "I racconti della Kolyma", muore a Mosca il 17 gennaio di quarant'anni fa, nel 1982. L'ultimo periodo della sua vita non è felice. Ormai sordo e cieco, vive a Mosca in una camera dell'ospizio dei letterati Literaturnyj Fond, al terzo piano, nella stanza numero 244.
In questo edificio "impregnato di un odore di vecchiaia impotente e indifesa" (come racconta una sua amica), ha trovato una sistemazione che teme di perdere in ogni momento. Le ansie non gli lasciano tregua: quando arriva il cibo si getta avidamente su di esso perché teme che altri lo possano precedere, nasconde le lenzuola e le federe sotto il materasso, porta legato al collo l'asciugamano. Questi erano beni preziosissimi nei campi, difficili da trovare e da proteggere.
Anziano e prossimo alla morte, rivive le fobie della vita quotidiana del lager. Ma sono anche gli anni in cui la sua fama cresce e i riconoscimenti internazionali cominciano ad arrivare: nel 1980 esce a Parigi il primo volume dei Racconti e vince un premio del Pen Club, nel 1981 è la volta della traduzione inglese, parziale, della sua opera principale. Un gruppo di ammiratori comincia a manifestare in suo favore, ma lui teme che la piccola fama raggiunta diventi un buon motivo per arrestarlo di nuovo, una terza volta, e così tornare nella Kolyma ("io vengo dall'inferno" è una sua frase celebre).
Nel gulag ci aveva passato quasi vent'anni. Giovane studente di giurisprudenza a Mosca, viene arrestato una prima volta nel 1929 per aver partecipato ad un gruppo che domanda la pubblicazione del testamento di Lenin e viene spedito al campo della Višera, nella regione di Perm' (su quell'esperienza scriverà Višera. Antiromanzo, pubblicato solo nel 1989). Liberato nel 1931, torna a Mosca dove lavora come giornalista e pubblica diversi racconti e poesie. Nel 1937 il nuovo arresto, per "attività antirivoluzionaria trotzkista". La lettera T (che indicava i troskisti) aggiunta al suo dossier equivale ad una condanna a morte. Infatti, gli tocca uno dei campi più pericolosi, detto "il crematorio bianco", nell'estremo Nord-Est russo-asiatico, dove la temperatura arriva fino a cinquanta gradi sottozero. La regione prende il nome dal fiume che l'attraversa, Kolyma, un nome che grazie a Šalamov diventerà sinonimo delle repressioni staliniane.
Qui vi sono giacimenti d'oro, e i carcerati vi lavorano come mano d'opera forzata. Šalamov prima viene impiegato nelle miniere di carbone, ma quando è sull'orlo della fine per assideramento e fame, viene salvato da un medico che lo assume come infermiere al reparto di chirurgia dell'Ospedale per detenuti, sulla "riva sinistra" del fiume Kolyma (questo è anche il titolo di una sezione dei Racconti). Viene liberato nel 1951, ma rimane confinato in Siberia fino al 1956. Una volta ritornato nella capitale russa, scopre che la moglie lo ha lasciato e la figlia non vuole più vederlo. Un rientro non certo da eroe.
Inizia a scrivere I Racconti della Kolyma nel 1954. L'opera contiene 145 racconti ordinati in sei raccolte, ma è un libro organico, con temi e personaggi che si rincorrono. È anch'esso un anti-romanzo, che contiene frammenti, brani di epistolario, storie individuali, memorie e confessioni sulla sua incapacità di ricordare esattamente. Šalamov non credeva che il lager insegnasse nulla, che gli anni passati là producessero una Epifania, una redenzione.
È semplicemente un luogo dove il male regna incontrastato. La morte era l'esito più probabile per il carcerato e Varlam si salva solo grazie al caso, attraverso un medico-detenuto che lo assume in infermeria. Mentre Solzhenitsyn ha l'aspirazione a catalogare i fatti e misfatti avvenuti nel gulag, Šalamov dichiara: "Il ricordo non serve a nulla". Dopo il gulag, Auschwitz e la bomba atomica, l'arte ha perso il diritto di predicare. Nella grande frattura che attraversa la letteratura russa, il Nostro sta dalla parte di Dostoevskij, contro Tolstoj.
Come ha scritto un altro autore sopravvissuto al Gulag, Gustaw Herling, "Šalamov è innanzi tutto un grande scrittore".
La recezione di Šalamov in Italia fu non lineare. Diversi editori si rifiutarono di pubblicare le traduzioni dello slavista Piero Sinatti, che pubblicò una raccolta nel 1976 presso la casa editrice della nuova sinistra Savelli. Oggi disponiamo di un'eccellente edizione Einaudi in due volumi, e di opere tradotte da Adelphi. Anche in punto di morte non vi fu redenzione per Šalamov. Il 15 gennaio 1982 viene trasferito a forza in manicomio, internato benché non avesse alcun disturbo psichico. La direzione dell'ospizio era preoccupata della sua crescente fama di dissidente e per le manifestazioni a suo favore. Regge solo due giorni e muore, appunto, il 17 gennaio di quaranta anni fa.
Corriere del Veneto, 26 gennaio 2022
I sindacati: "In carcere situazione sempre più preoccupante". Il sovraffollamento, nel carcere di Vicenza, rimane una costante, ma quello che non passa inosservato nella relazione dell'anno giudiziario, è il numero dei cosiddetti "eventi critici" e cioè di suicidi, riusciti o tentati, e di episodi di autolesionismo. In "preoccupante aumento" si legge, forse anche per le conseguenze del Covid, tra queste la sospensione di attività e visite.
Il penitenziario Dal Papa, in Veneto, è tra quelli che sfora maggiormente in quanto a numero di detenuti, così come quello Veronese: al 30 giugno 2021 si contavano 390 "ospiti" quando la capienza regolamentare è di 273. Situazione simile a Montorio dove l'estate scorsa gli utenti erano 477 contro i 335 previsti. Il carcere di San Pio X è anche l'unico, a livello regionale, ad aver registrato due suicidi, per uno dei quali è anche stata aperta un'inchiesta della procura con due agenti indagati (il caso era quello di un vicentino accusato di omicidio).
Un unico decesso invece è avvenuto nelle strutture di reclusione di Padova, Montorio e Rovigo. Sempre al Dal Papa, non sono riusciti 22 tentativi di farla finita mentre si sono contati nel corso dell'anno scorso oltre 93 casi in cui i detenuti si sono inferti delle ferite. Dati che fanno riflettere. Segnalati anche dal Garante nazionale delle persone private della libertà che fa sapere come al 24 gennaio i suicidi in carcere nel 2022 sono stati otto: uno ogni tre giorni. "È un dato che non può essere né sottovalutato né, tantomeno, ignorato" sostiene il Garante per il quale serve un dialogo per richiamare l'attenzione su una situazione di difficile gestione.
"Nell'ultima visita fatta, a novembre, l'indice di sovraffollamento era del 137%, un totale di 366 detenuti e una carenza di organico di 90 unità come da dati del Dipartimento" fa sapere Leonardo Angiulli, segretario interregionale del sindacato di polizia penitenziaria Uspp. Che spiega come a Vicenza arrivino detenuti di altri penitenziari che non ricevono nuovi carcerati e questo porta ad "una difficile gestione del reparto".
E i numeri sono addirittura in crescita. "C'è stato un incremento del 5% degli utenti e una diminuzione del 4% del personale legata anche alla malattia" prosegue Angiulli che a nome del sindacato intende dare il benvenuto al nuovo direttore in missione, Bernardo Ponzetta, vice direttore della casa di reclusione di Padova. Quanto agli "eventi critici" il referente dell'Uspp motiva in parte quel preoccupante aumento per la presenza di un "reparto a regime chiuso dove vengono ristretti utenti di difficile adattamento arrivati anche da altri istituti d'Italia".
di Grazia Zuffa
Il Manifesto, 26 gennaio 2022
"Teneri alcolisti": così si intitola il lungo report sui consumi di alcol nella generazione del dopo millennio, uscito a fine dicembre scorso sul Longform di Repubblica. Il titolo non è che un assaggio del menu: si tratta di giovani "divorati ogni notte da un consumo di alcol in età sempre più precoce"; sedotti da prodotti alcolici dedicati a basso prezzo; che non ricercano il piacere ma (irrazionalmente e irresponsabilmente, è implicito) la perdita di controllo. Lo sballo per lo sballo, insomma. Il bere non è solo sinonimo di alcolismo e di danni cerebrali irreversibili (bastano due mesi di ubriacature a "spegnere le aree della memoria", si legge); è anche la porta d'accesso alle droghe illegali, al "poliabuso di sostanze stupefacenti di cui l'alcol è la gateway drug".
Anche se alcuni esperti citati dicono cose diverse (si vedano le riflessioni sulla dipendenza di Federico Tonioni), tuttavia l'approccio terroristico del servizio è inequivocabile, in un intreccio di luoghi comuni sui giovani e di "miti" storici sulle droghe, legali e illegali. L'immaginario sulle giovani generazioni in genere oscilla fra il diavolo e l'acqua santa, l'uno elidente l'altra. E infatti il pezzo si concentra sulle fiamme dell'inferno alcolico (che ai più vecchi ricorda tanto la "gioventù bruciata" - da sesso, alcol e quant'altro - dei lontani anni cinquanta): dimenticando gli angeli dei Fridays for future, impegnati di giorno a salvare il pianeta, ma che presumibilmente sono gli stessi "divorati" di notte dall'alcolismo precoce.
Quanto al mito del "flagello alcol", antecedente storico del "flagello droga", basti ricordare il Movimento della Temperanza, che in America lottò vittorioso per la proibizione dell'alcol: con la motivazione della escalation inevitabile, da una birra alle tante birre e al whiskey, dall'uso moderato alla dipendenza. Stessa storia per tutte le droghe: dall'alcol alla cannabis, dalla cannabis all'eroina. Agli inizi del Novecento, gli attivisti della Temperanza insegnavano nelle scuole ai bambini americani a recitare filastrocche edificanti, per convincere i padri all'astinenza, pena l'inevitabile destino di ubriaconi. Oggi, al ragazzo del Flaminio che dice di bere "tre birre e poi stop, altrimenti non riesco a guidare la moto", si contrappone la profezia degli Alcolisti Anonimi: "È così che si inizia. Anzi è così che si scivola nella dipendenza". Siamo al rilancio del famoso slogan guerresco "A drugfree world, we can do it"?
Ciò che ostinatamente rimane fuori scena è il significato sociale del bere, la comprensione delle differenti culture, delle scelte che gli individui, giovani e meno giovani, operano, i criteri di razionalità che li ispirano. La questione "alcol e giovani", come allarme per l'aumento dei consumi e i dilaganti "eccessi" nel bere, risale ad almeno quaranta anni fa. In una revisione delle ricerche qualitative lungo un ventennio (condotta da Franca Beccaria nel 2010), usciva smentita la immagine dei giovani italiani del tutto omologati al modello dello extreme drinking, "privi di valori e molto più attratti da comportamenti rischiosi rispetto alle generazioni precedenti": invece, i ragazzi del duemila mostravano una nuova consapevolezza degli effetti ricercati nell'alcol, e anche del "posto" (temporale, sociale, psicologico) da riservare all'uso occasionale più intenso.
Una ricerca toscana di pochi anni fa approfondisce i cosiddetti "policonsumi", quali esito perlopiù "razionale" di abbinamenti utili a modulare gli effetti delle varie sostanze, mitigando quelli più rischiosi e spiacevoli (come l'uso rilassante della cannabis quando si è bevuto troppo). La stessa razionalità che durante il lockdown ha spinto molti consumatori a diminuire l'uso di alcol, venendo meno i contesti di socialità e non ritrovando "senso" nel bere solitario (come da una ricerca sui consumi durante la chiusura pandemica, in via di pubblicazione).
Il Sole 24 Ore, 26 gennaio 2022
La Corte costituzionale, con la sentenza n. 19, ha respinto le questioni di costituzionalità sollevate dal tribunale di Bergamo. Il reddito di cittadinanza non è una semplice misura di contrasto alla povertà ma persegue diversi e più articolati obiettivi di politica attiva del lavoro e di integrazione sociale. Poiché il suo orizzonte temporale non è di breve periodo, la titolarità del diritto di soggiornare stabilmente in Italia non è un requisito privo di collegamento con la ragion d'essere del beneficio previsto.
È, questo, un passaggio della sentenza n. 19 depositata oggi (redattrice Daria de Pretis), con cui la Corte costituzionale ha dichiarato in parte inammissibili e in parte infondate le questioni sollevate da Tribunale di Bergamo, sezione lavoro, sulla disciplina del reddito di cittadinanza, che, fra i diversi requisiti necessari per ottenere questa provvidenza, richiede agli stranieri il "possesso del permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo" (articolo 2, primo comma, lettera a, n. 1 del decreto-legge 4/2019).
Il giudice di Bergamo contestava la norma in quanto esclude dal reddito di cittadinanza i titolari di permesso unico di lavoro previsto dall'articolo 5, comma 8.1, del Dlgs 286/1998, o di permesso di soggiorno di almeno un anno previsto dall'articolo 41 del Dlgs 286/1998, per violazione degli articoli 2, 3, 31, 38 e 117, primo comma, della Costituzione, quest'ultimo in relazione all'articolo 14 CEDU e agli articoli 20 e 21 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea. Secondo il Tribunale, infatti, l'asserita natura di prestazione essenziale del reddito di cittadinanza - diretto a soddisfare bisogni primari della persona umana - comporterebbe l'incostituzionalità di qualsiasi discriminazione tra cittadini e stranieri regolarmente soggiornanti. Il Tribunale lamentava inoltre l'assenza di una ragionevole correlazione tra il requisito del permesso di lungo periodo e le situazioni di bisogno per le quali la prestazione è prevista.
La Corte ha dichiarato infondate entrambe le censure. Il reddito di cittadinanza non si risolve in una mera provvidenza assistenziale diretta a soddisfare un bisogno primario dell'individuo, ma presenta un contenuto più complesso di misura di politica attiva del lavoro, che comprende un percorso personalizzato di accompagnamento all'inserimento lavorativo e all'inclusione sociale. A questa sua prevalente connotazione si collegano la temporaneità della prestazione e il suo carattere condizionale, cioè la necessità che si accompagni a precisi impegni dei destinatari. In questo contesto la Corte ha ricordato che resta compito della Repubblica, in attuazione dei principi costituzionali stabiliti negli articoli 2, 3 e 38, primo comma, della Costituzione, garantire, apprestando le necessarie misure, il diritto di ogni individuo alla sopravvivenza dignitosa e al minimo vitale, ma che tuttavia nemmeno il rilievo costituzionale di tale compito legittima la Corte stessa a "convertire" verso questo obiettivo una misura cui il legislatore assegna finalità diverse.
La Corte ha pertanto ritenuto che, considerati la durata del beneficio (18 mesi, con possibilità di rinnovo) e il risultato perseguito (l'inclusione sociale e lavorativa), non irragionevolmente il legislatore, nell'esercizio della sua discrezionalità, abbia destinato la misura agli stranieri soggiornanti in Italia a tempo indeterminato.
di Elena Loewenthal
La Stampa, 26 gennaio 2022
Guarda caso. Guarda caso succede che alla vigilia del Giorno della Memoria, un bambino di dodici anni venga aggredito perché è ebreo. È capitato a Venturina Terme: due ragazzine poco più grandi di lui lo hanno insultato e picchiato, gli hanno sputato addosso e minacciato di spedirlo nei forni crematori. I genitori hanno sporto denuncia ai carabinieri della vicina Livorno - e che paradosso che sia successo proprio lì, in una delle pochissime città d'Europa che in quanto porto franco non ha mai rinchiuso gli ebrei in un ghetto.
Guarda caso, ma purtroppo non è affatto un caso, ormai da molti anni a questa parte intorno al 27 gennaio si assiste a un'altissima concentrazione di episodi di antisemitismo. Guarda caso, a dispetto del Giorno della Memoria, il report annuale sull'antisemitismo registra il 2021 come l'anno peggiore del decennio in quanto a incidenti di questo genere. Al di là dell'orrore successo a Venturina Terme, del provare a mettersi nei panni non solo di quel bambino ma anche dei suoi genitori, dei suoi nonni, di chiunque abbia vissuto sulla propria pelle ed è ancora qui con noi a veder succedere cose del genere, non ci si può non porre delle domande. Scomode e fastidiose, ma necessarie.
È mai possibile, insomma, che a diciassette anni dall'istituzione di questa ricorrenza l'educazione alla memoria pare aver fatto un buco nell'acqua invece di spazzar via il pregiudizio? Da diciassette anni a questa parte il Giorno della Memoria entra nelle scuole, fa sentire le voci dei testimoni (sempre meno perché il tempo passa e i sopravvissuti pian piano ci abbandonano), rimbalza sui mezzi di comunicazione. Ogni anno che passa escono sempre più libri sull'argomento: una specie di valanga editoriale che per quantità non ha nulla da invidiare alla stagione delle strenne natalizie.
Eppure, tutto questo impegno nel conoscere, diffondere, educare, sortisce uno straniante effetto opposto. Sui social così come nella vita reale, purtroppo, e anche a spese di un bambino come è successo a Venturina Terme, parte puntualmente una infame campagna di odio e violenza. Perché? Come è possibile? Che cosa si può fare? Domande difficili, ma che devono trovare una risposta, altrimenti il 27 gennaio diventa inutile. Peggio: dannoso.
Il punto è che purtroppo non è difficile avvertire intorno a questa ricorrenza un equivoco di fondo che va spazzato via prima possibile per invertire la rotta di un pregiudizio millenario così radicato da attecchire nei modi più imprevedibili. Bisogna insomma che sia chiaro che il 27 gennaio non è un atto di omaggio ai sei milioni di ebrei morti nella Shoah e nemmeno una sorta di tormentato mea culpa collettivo. È, invece, la commemorazione di un capitolo di storia che appartiene all'Europa e all'Italia, la presa di coscienza che quella storia è parte del passato comune. Per assurdo, del passato di tutti fuorché degli ebrei: in quanto progetto di annientamento volto a rendere tutto il continente Judenfrei, la Shoah è proprio la negazione della storia ebraica. È, invece, l'affermazione di una storia che l'Europa e l'Italia non possono e non devono rinnegare bensì riconoscere come propria, per quanto vergognosa e insopportabile. Non potrà funzionare come antidoto al pregiudizio finché, foss'anche con le migliori intenzioni, si continuerà a puntare il dito verso gli ebrei e dire "questa è storia vostra, ci dispiace per voi, vi rendiamo omaggio e ricordiamo, il 27 gennaio". Né stornerà quello spettro che inquietava Primo Levi: siccome è successo, può succedere di nuovo.
di Nicola Pinna
Il Messaggero, 26 gennaio 2022
Nel caos che sembra essere uscito dall'attenzione internazionale, una storia a lieto fine c'è. Sono occhi gonfi di lacrime e non sguardi da criminali, quelli che si prestano alla telecamera. Mani piccole e già segnate dalla fatica, corpicini malnutriti e coraggio da uomini con molte disavventure alle spalle. La paura di questi bambini non ha certo bisogno di essere raccontata con le parole: si vede da lontano, si capisce senza aggettivi, si scorge dalle espressioni terrorizzate, dalle mani livide e dalle guance piene di graffi. Dalla polvere sulle guance e da quella ricerca continua di conforto. Cresciuti senza affetti e senza una casa sicura, i più piccoli disperati di Kandahar si sono ritrovati in un luogo che non conoscevano. L'illusione che fosse un luogo per giocare, per loro, è durata poco, perché quello spazio polveroso dove ogni tanto si poteva anche correre era il cortile di un carcere. Un angolo circondato dalle grate e dal filo spinato, sul quale si affaccia la sofferenza e dove i bambini non ci dovrebbero mai essere.
Nel caos dell'Afghanistan che sembra essere uscito dall'attenzione internazionale, dove si consuma un dramma umanitario che i media di tutto il mondo mostrano poco, una storia a lieto fine c'è. E merita di essere raccontata. Senza troppa enfasi, perché se è vero che i bambini di Kandahar sono finalmente usciti da quel carcere, di certo non si può dire che il loro futuro da ora in poi sia roseo e felice. Di buono c'è però che la loro vita non sarà più dietro alle sbarre. Almeno finché il governatore talebano della regione manterrà l'impegno che ha assunto con il team di Unicef, arrivato in quel carcere per assistere di persona al dramma dei bambini rinchiusi senza avere una colpa. Se non quella di essere stati abbandonati, di aver perso la famiglia e di essersi ritrovati in mezzo alla strada, costretti a cercare cibo tra i rifiuti e a bruciare la plastica per scaldarsi.
La vita di quei piccoli da ieri è cambiata e dietro a questa buona notizia c'è qualcosa di italiano. Perché a raccontare la vita disumana dei bambini di strada, detenuti senza condanna a Kandahar, è stato l'inviato della Rai, Giammarco Sicuro. In quel penitenziario, il cronista del Tg2, ci è arrivato dopo una lunga trafila: a iniziare dall'autorizzazione del ministero dell'informazione messo in piedi dai talebani, che in cerca di riconoscimento internazionale hanno deciso di mostrarsi al mondo con un volto diverso da quello di un tempo. L'idea della troupe italiana era quella di mostrare i luoghi di detenzione e i volti di chi dentro un penitenziario senza diritti ci è finito per aver sostenuto gli americani (e i loro alleati) e chi invece è stato recluso semplicemente per non aver rispettato le regole del governo islamista. Ma una volta dentro è balzata agli occhi una brutta sorpresa: i bambini. Malnutriti, abbandonati a loro stessi, rassegnati all'illusione di potersi concedere il lusso di una corsa in mezzo alla polvere. "Passavano il tempo senza far nulla, abbandonati a loro stessi, anche se poi alcuni si occupavano di stendere le coperte e i panni degli altri carcerati - racconta il giornalista della Rai - Quando ho fatto il giro del penitenziario, dove erano ammassati tossicodipendenti, omosessuali e donne che non hanno rispettato le leggi imposte dai talebani, ero ossessionato da un'idea: capire la storia di quei bambini. Ce n'erano già tanti e quando noi eravamo lì dentro è arrivato un furgone che ne ha scaricati altri venti, tutti recuperati nel corso del rastrellamento settimanale lungo le strade della città. Appena ho finito di registrare le immagini autorizzate dalle istituzioni locali, ho tentato di sfruttare i minuti per registrare le immagini di quei piccoli". Ma il direttore del carcere non ha gradito troppo e il tempo a disposizione per tenere la telecamera accesa è finito.
Il servizio è andato in onda nei tg italiani e la storia dei bambini di strada di Kandahar ha avuto per fortuna un secondo tempo. L'attenzione dell'Unicef e una mediazione che è scattata quasi immediatamente. Il team delle Nazioni Unite che rivolge la sua attenzione al dramma dei più piccoli ha messo in campo subito tutte le sue capacità diplomatiche. E alla fine il governatore ha ceduto: le porte del carcere si sono riaperte e i bambini hanno ricominciato a vivere e giocare. Ospiti di una comunità, curati sotto lo sguardo attento dell'Unicef e con una piccola speranza in più. Senza genitori, ma liberi, con la speranza di correre e fare molta strada, lontano dal quadrato polveroso e puzzolente intorno alle celle.
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