di Mariano Croce e Andrea Salvatore
Il Domani, 28 gennaio 2022
Da più parti e a più riprese, su giornali e blog, in riviste accademiche e saggi scientifici, si avanza il sospetto che vent'anni fa siamo entrati in uno stato di eccezione permanente. Ed è bene che tremino i polsi, perché lo stato di eccezione ha quel potere infido che si attribuisce al diavolo: convince tutti che non esiste.
Con stato di eccezione si designa infatti un colossale meccanismo di autoinganno che permette l'inverarsi di uno scenario distopico: l'intera popolazione di uno stato, per il timore di un pericolo incombente e letale (o meglio, così presentato), si piega a un baratto disperato che scambia la protezione della vita con la rinuncia alla libertà. È per questo che chi denuncia lo stato di eccezione si riferisce a qualcosa di ben più temibile di un semplice stato di emergenza, benché nel dibattito degli ultimi due decenni si tenda a sovrapporre i due termini.
Le distinzioni - Proviamo invece a distinguerli. Lo stato di emergenza è una condizione di crisi imprevedibile, e dunque imprevista, che chiama il governo di un paese ad approntare misure temporanee, utili al superamento della crisi e destinate a essere revocate al termine di essa. Un attacco terroristico, un disastro ecologico, una crisi del debito sovrano, una pandemia: tutte situazioni rispetto alle quali le leggi ordinarie si rivelano tanto impotenti da richiedere misure emergenziali fino allo scampato pericolo.
Con stato di eccezione si indica invece qualcosa di assai più minaccioso e pervasivo. Si tratta di un'impalpabile transizione di fase in cui l'emergenza da fine diventa mezzo: un governo utilizza surrettiziamente la legislazione di emergenza come strumento per avviare un cambiamento radicale dell'assetto istituzionale di una comunità e lo fa proprio alimentando la minaccia da cui pur sostiene di voler proteggere la cittadinanza.
Rispetto allo stato di emergenza, lo stato di eccezione segna quindi uno scarto qualitativo che comporta la deliberata manipolazione da parte delle autorità statali e la credula disposizione al raggiro da parte di cittadine e cittadini. È per questo che chi oggi utilizza lo strumento diagnostico dello stato di eccezione per leggere una qualsiasi crisi in atto lo fa in fondo per chiamare a una doverosa presa di coscienza: non crediate - mettono in guardia costoro - che l'intento del governo sia quello di risolvere la crisi, quando la crisi è proprio ciò che gli consente di ridurre sempre più il perimetro dei vostri diritti e delle vostre libertà.
Ermeneutica del sospetto - Ed è qui che l'ipotesi dello stato di eccezione mostra la propria filiazione diretta dalla cosiddetta "ermeneutica del sospetto": il grande diagnosta, refrattario all'inganno, sa, comprende, vede oltre, e cerca con disperata insistenza di ridestare i suoi concittadini (resi ciechi e servili da un pericolo che non c'è, e che, se c'è, di certo non ha le dimensioni che gli attribuisce la narrazione del governo). Ma, avverte sornione Giorgio Manganelli, "una segreta, ma accanita complicità ci lega alle cose che non esistono". E lo stato di eccezione è una di quelle. Beninteso: non ci riferiamo alle distorsioni e agli abusi che i governi potrebbero attuare per imperizia o bieco tornaconto in fase di gestione delle crisi. No, quel che ci convince molto poco è la ben più onerosa tesi avanzata dai nostrani profeti disarmati, secondo cui sarebbero proprio i governi ad alimentare le emergenze.
Tesi che non riesce a convincerci dacché a nostro avviso fondata su una svista macroscopica: si vuole con essa leggere negli avvenimenti degli ultimi due decenni (dalla reazione più che energica al terrorismo islamista alla gestione della pandemia tuttora in corso) una metamorfosi epocale che dallo stato di emergenza starebbe via via dragando le società democratiche nella palude illiberale dello stato di eccezione. E questo lucido catastrofismo pretende in tal modo di denunciare una strabiliante macchina dell'impostura che, dall'amministrazione Bush jr ai governi oggi in carica, segue fedelmente un progetto studiatissimo di asservimento dei popoli.
Ecco: noi crediamo che alla lista delle cose che non esistono vada senz'altro aggiunta la capacità di un governo - figuriamoci di più governi assieme - di ideare e realizzare un progetto di lungo corso, tantomeno uno che voglia propiziare una trasformazione palmo a palmo del modo in cui vivono intere popolazioni. Insomma, la teoria dello stato di eccezione permanente non regge proprio perché, tra le altre cose, si aspetta troppo da complessi farraginosi e intricati come le amministrazioni statali (alcune, com'è noto, più farraginose e intricate di altre).
Sicché il problema dell'ipotesi eccezionalista è di una sovrabbondanza che sfocia in addomesticata paranoia. Chi evoca lo spettro dell'eccezione non vuole solo che siano necessari uno scrutinio costante, un'attenzione meticolosa, un plastico senso della misura quando si tratta di valutare, uno per uno, i provvedimenti che un governo adotta per gestire una crisi. Sin qui, del resto, come potremmo dissentire?
L'ipotesi grilloparlantesca tracima in teoria della cospirazione quando assegna a questi provvedimenti un'intenzionalità più che metodica e una capacità che va ben oltre quella di qualsiasi misura governativa o legge dello stato. I governi che sfruttano le emergenze per creare promettenti eccezioni avrebbero niente meno che l'obiettivo di trasformare un'intera forma di vita, di impiantarvi modelli di condotta inediti, di plasmare menti e persone perché possano interiorizzare una disposizione istintiva alla sottomissione senza protesta.
Questa quindi la natura profonda e menzognera dello stato di eccezione che si ritiene da più parti ineludibile svelare: un'orchestrazione minuziosa di un grande inganno collettivo con cui si fa credere, ma con digeribile gradualità, che l'emergenza non passerà mai, che la crisi sia destinata a durare, che le maglie strette del governo debbano farsi ancora più strette. Tutto questo, con l'aggravante di utilizzare la paura, che, ben più e meglio della minaccia esplicita, consente di modellare un'intera popolazione perché si conformi docile persino ai comandi più inusitati. Ma siccome lo stato di emergenza è una cosa seria, non è raccomandabile a nostro avviso lasciarsi travolgere dal parossismo di una tesi tanto accattivante quanto, ci pare, campata in aria.
Verificare e argomentare - Occorre piuttosto tenersi fermi allo studio vigile della legislazione emergenziale e verificare punto per punto se essa risponde in modo efficace alla condizione di crisi che si vuole superare. Esaminare, limitare e circoscrivere ogni singolo provvedimento, non tanto per la paura di trovarsi dinanzi a un totalitarismo imberbe, quanto perché il rischio serio - e questo sì, gravosissimo - è quello dell'inefficacia e dell'inefficienza.
Contro queste afflizioni perpetue della politica statale (prima dichiarata moribonda ora temuta come onnipotente), occorre dar vita a un concorso virtuoso tra diversi attori e diverse agenzie - com'è naturale nel caso di una pandemia, in cui il sapere indispensabile alla comprensione e alla gestione degli eventi vede unita in uno sforzo comune una congerie di collettivi, ben al di là dei soli organi governativi e delle altre istituzioni statali: università, centri studio, laboratori, osservatori, organizzazioni della società civile, media, e così via.
L'emergenza è costitutivamente impossibilitata alla transizione di fase denunciata dagli eccezionalisti quando rimane visibile, discussa, partecipata, e quando sa ammettere al tavolo di lavoro, con le dovute cautele (e i dovuti dispositivi di protezione individuale), anche le forme meno razionali di dissenso, facendo sì che esse non si chiudano in una rumorosa lagnanza ma provino in qualche modo a sostanziare in modo argomentato le loro tesi. Insomma, lo stato di emergenza, benché tutt'altro che desiderabile, può essere persino un terreno di rivivificazione politica quando esalta i processi di cooperazione democratica a ogni livello, pur comprimendone inevitabilmente tempi e dinamiche. Argomentare, ascoltare, discutere. E mai demonizzare. Nulla di nuovo, come si vede. È la ricetta classica della filosofia. Sin dai tempi in cui la volontà di rispettare leggi ritenute ingiuste comportava la somministrazione della cicuta, non del vaccino.
di Domenico Quirico
La Stampa, 28 gennaio 2022
La culla delle Primavere arabe piegata da Kais Saied. Il presidente autocrate ha cancellato Parlamento e oppositori, ma la Sapienza gli ha dato un dottorato. Per dieci anni le cancellerie occidentali si sono affaticate a cancellare, dietro neppur troppo spesse dissimulazioni retoriche, quelle che un tempo chiamavamo le Primavere arabe. Operazione riuscita, con maggiori o minori affaticamenti, ovunque: in Egitto con l'avvento di un Mubarak meno bolso e più spietato di quello vecchio, in Libia con la spartizione di fatto del Paese in zone di influenza affidate momentaneamente a lillipuziani proconsoli in attesa di trovare una reincarnazione efficiente dell'indimenticabile Colonnello. In Siria si è provveduto con la opportuna permanenza al potere di Bashar Assad che offre ampie garanzie. Mancava all'appello termidoriano proprio la piccola Tunisia dove tutto era iniziato. Insomma bisognava trovare dopo dieci anni di penoso cabotaggio democratico infarcito di paralisi politica, stagnazione economica e sociale, corruzione, tentazioni jihadiste, un altro Ben Ali che facesse da esorcista e ristabilisse la nostra omertà di combriccole utilitarie: ovvero ordine, buoni affari, garanzie contro islamisti e soprattutto contro i migranti. Sì, a noi che siamo i messia dei diritti umani nel Terzo mondo piacciono i dittatori ma li vogliamo circoscritti e maneggevoli.
La via del potere personale - Ebbene ora l'uomo c'è: Kais Saied, presidente allergico a qualsiasi ostacolo che si frapponga alla sua volontà, ovviamente emanazione diretta e incontestabile del volere del Popolo. L'autocrate è in smania di autoaffermazione, marcia a passo da bersagliere sulla via del potere personale e della dittatura solitaria. Evviva! Dunque tutto è tornato in ordine sulle rive del Mare Nostrum, abbiamo adeguato le opinioni ipercelesti di democrazia ai costumi sotterranei di tirannide. Per dare corpo a questa ennesima, e neppure originalissima, reincarnazione di caudillismo musulmano, vecchio scheletro a cui si da nuova polpa, Saied ha proceduto alla chiusura del parlamento a tempo indeterminato, alla revoca della immunità ai deputati molti dei quali sono finiti sotto processo, e crocifigge tutti coloro che lo criticano alle qualifiche di "traditori", "ladri", "corrotti" al soldo di poteri occulti. Promettendo ovviamente di non toccare libertà e diritti via via che li getta nella polvere, annuncia di voler trasformare in un vuoto secco, dissacrato e profano la faticosa Costituzione del 2014 costruita attorno a un equilibrio dei poteri che bloccasse appunto i tentativi possibili di un ritorno autoritario. Ne annuncia infatti una sostanziale revisione. Vediamola dal vivo.
La "revisione" - Al posto del detestato Parlamento ci saranno fumosi alambicchi consultivi, "consigli locali" a metà tra i soviet e le ubbie del primo Gheddafi, che verranno sottoposti chissà quando a "referendum". Operazione che già in se stessa appare come golpista perché dovrebbe esser votata dal Parlamento che non esiste più e sotto il controllo di una corte costituzionale che non è mai stata costituita. Su quella Costituzione, peraltro frutto misto, precario, incerto tra varie astrazioni sono stati spalmati da questa parte del Mediterraneo chilometri di ipocrita inchiostro elogiativo ("Vedete, pessimisti e miscredenti, nei Paesi arabi la democrazia è possibile"). Ai meritevoli di quella impresa sono stati distribuiti encomi e riverite patacche.
L'incarico alla Sapienza - Questa vicenda che ora si racconta si svolge a Roma e può sembrar minore, una sciaguratissima gaffe, ma scopre bene molte bugie d'occidente. Dunque: tra queste patacche, nel giugno dello scorso anno, si iscrive anche un dottorato di ricerca in diritto romano assegnato in palandre accademiche dalla università romana La Sapienza proprio al super presidente, Kais Saied, per il "contributo decisivo dato allo sviluppo del dialogo tra ordinamenti giuridici fondato sul rispetto reciproco e la valorizzazione dei diritti umani". Il 25 luglio il delittuoso Democratico realizzava il golpe assumendo i pieni poteri "per salvare la nazione". A chiudere il parlamento spedì un carro armato facendo appendere la scritta "sospeso" come un negozio che vendeva merce avariata.
Si constata, per attenuare: ma la università romana non poteva prevedere con un mese di anticipo la mossa golpista! Ai professori forse smarriti tra le delizie delle "res mancipi" e della "iurisdictio"' non dovevano sfuggire le reiterate fatwe di Saied contro la fastidiosa sopravvivenza di partiti, parlamento, società civile che definiva "vecchie schiavitù di cui bisogna liberarsi", gli ispiravano fobìe e la sgangherata idea che "la democrazia sia la corrispondenza tra capo e il suo popolo che non sbaglia mai. In fondo la democrazia rappresentativa è in fallimento anche in occidente". Come dargli torto! Sono sfuggite ai giureconsulti romani anche altre ideuzze del presidente: favorevole alla pena di morte ad esempio o contro la depenalizzazione della omosessualità.
Vabbè, si può sorvolare su questi brutti segni premonitori, su questi imprudenti miscugli tra sacro e profano. Lo scandalo semmai è che da quel 25 luglio nessuno ha preso la unica decisione che consentirebbe di salvare il pudore politico e accademico, ovvero di sospendere o revocare il dottorato. Altrimenti il termine giuridico da utilizzare diventa quello di correità. Non è una scusa che una folta parte dei tunisini, come avviene a tutte le latitudini alle apparizioni dell'uomo della provvidenza che promette di far piazza pulita dei ladri (che certo non mancavano nella balbuziente democrazia del decennio) e degli affamatori del popolo, all'inizio applaudisse infervorata i sermoni di Saied. Tra loro, a guardar bene, anche i nostalgici di Ben Ali che intravedevano insperate occasioni di "revanche" affaristica. Nel frattempo però migliaia di tunisini rinsaviti sono tornati in piazza per protestare contro il presidente, richiamati oltre che dal partito islamista Ennahda anche dalle formazioni centriste e di sinistra riunite in un "collettivo contro il colpo di Stato".
Non è evidentemente quello il popolo a cui Saied riconosce la P maiuscola: manifestazione vietate "per Covid", i gendarmi che fiutano l'aria e si sfrenano nei vecchi buoni metodi del tempo di Ben Ali, intimidazioni, manganellate, feriti, arresti, un sostenitore del partito islamista morto, un giornalista del francese "Liberation" picchiato.
Salviamo le apparenze - Nel frattempo però i vezzeggiamenti da parte delle cancellerie verso il raiss di Cartagine si sono moltiplicati, con qualche pudibondo invito a non esagerare nel nuovo corso. Insomma: salviamo le apparenze. In questo incensamento ci siamo distinti, con la visita del ministro degli esteri al palazzo di Cartagine, ministro incantato dalla splendida ed esemplare collaborazione tra i due Paesi. E poi ci sorprendiamo che nel Nord Africa al Qaida avanzi arruolando legioni di disgustati dell'Occidente.
Nonostante la boria da caid messianico e il raffinato arabo letterario che utilizza al posto del vernacolare "derja" tunisino (ma il popolo?) il Presidente è un personaggio in fondo banale, un travet senza fascino di questa epoca di illiberalismi populisti di gran moda su tutte le sponde, quando la proliferazione di larvate tirannidi sembra in grado di avvantaggiarsi sulle forze democratiche colpevolmente in declino o complici per interesse.
Le Terze vie miracoliste - Questo avviene più lentamente in Paesi di antica tradizione liberale, in modo rapido in quelli più fragili e recenti come la Tunisia. Le "rivoluzioni legali", "il popolo che diventa sovrano", che "ha sempre ragione", le Terze Vie miracoliste: quante volte purtroppo abbiamo sentito in un mondo di falsari queste bugie balbuzienti? In una rivoluzione dei gelsomini precocemente appassita nell'affarismo e nella corruzione inefficiente, irrompe il solito prepotente che proclama di esser l'unico capace di impedire che il popolo diventi ozioso, avido e lassista, ma che vuole semplicemente governare sul Paese da padrone, come se fosse a casa sua. Che si può fare in questa epoca incerta, tribolata, senza principi di inoppugnabile certezza? Come minimo non dar loro un dottorato e la mano.
di Luciano Bertozzi
africa-express.info, 28 gennaio 2022
Secondo Human Right Watch la prigione resta uno dei simboli più duraturi dell'ingiustizia, degli abusi e del disprezzo per lo stato di diritto. "Guantánamo Bay, 20 anni di ingiustizie e violenze". Così Amnesty International intitola il comunicato per ricordare il "compleanno" del carcere, realizzato per ottenere informazioni a scapito dei diritti umani. Il luogo di detenzione è, infatti, uno dei frutti avvelenati della guerra globale al terrore. "In tutto il mondo, Guantánamo rimane uno dei simboli più duraturi dell'ingiustizia, - afferma Human Right Watch - degli abusi e del disprezzo per lo stato di diritto che gli Stati Uniti hanno scatenato in risposta agli attacchi dell'11 settembre."
L'11 gennaio del 2002 arrivarono, infatti, i primi due detenuti: il tunisino Ridah bin Saleh al Yazidi e lo yemenita Ali Hamza Ahmad Suliman al-Bahlul. "Trasferimenti segreti, interrogatori in regime di isolamento, alimentazione forzata durante gli scioperi della fame - afferma Amnesty - torture, sparizioni forzate, totale diniego del diritto a un giusto processo. Questo è quello che perpetuano da 20 anni le autorità degli Stati Uniti".
Le organizzazioni internazionali e non governative hanno denunciato ripetutamente la drammatica situazione, accusando gli Stati Uniti di sevizie e di altri trattamenti inumani e degradanti in violazione del diritto internazionale. La risposta a tutti questi appelli? Il più assordante dei silenzi.
Durante questi due decenni sono transitati a Guantanamo 780 prigionieri e ne sono stati rilasciati oltre 700, provenienti da 59 Paesi e attualmente ne restano 39. L'estate scorsa è stato trasferito un detenuto marocchino, il quale avrebbe dovuto lasciare la prigione militare nel 2016, ma ha dovuto trascorrere un altro lustro dietro le sbarre, pur non essendoci accuse a suo carico. Tutti i detenuti hanno trascorso nella famigerata prigione più di 12 anni, ma qualcuno è rimasto anche quasi venti anni.
I detenuti provengono per lo più da Paesi arabi ed africani (Yemen, Arabia Saudita, Algeria, Tunisia, Pakistan, Malaysia, Afghanistan, Libia, Kenya e Indonesia) e sono stati presi arrestati in dieci Paesi: Afghanistan, Egitto, Georgia, Gibuti, Iran, Kenya, Pakistan, Thailandia, Turchia ed Emirati Arabi Uniti.
Almeno 24 di loro, prima di arrivare a Guantanamo, sono stati sottoposti a sparizioni forzate e detenuti in luoghi segreti, per un periodo variabile, da uno a sei mesi o anche oltre, ad opera della CIA. È eclatante il caso di Abu Zubaydah (Zayn al Abidin Muhammad Husayn), un palestinese che si trova a Guantanamo da 19 anni, detenuto a tutt'oggi in base alla legge di guerra e ha trascorso oltre 1.600 giorni, cioè quasi 5 anni della sua prigionia in località segrete!
La sua storia, comprende una lunga lista di sevizie, è emblematica: prima di arrivare a Guantanamo è stato sottoposto a soffocamento con l'acqua, a nudità prolungata, costretto in posizione stressante, privato di sonno, e cibo, sottoposto ad attacchi psicologici, a reclusione in un box. Le autorità USA hanno dichiarato che il rilascio di questo carcerato avrebbe potuto creare un grave rischio per la sicurezza nazionale. Anche lo yemenita Ramzi bin al Shibh è stato detenuto in "black site" per circa 1.300 giorni e per una durata di poco inferiore (oltre 1.200 giorni), il pakistano Khalid Shaikh Mohammad e il saudita Mustafa Ahmad al-Hawsawi, rischiano, inoltre, la pena di morte.
Ovviamente si tratta di condotte vietate dal diritto internazionale. L'elenco dei Paesi in cui si trovavano queste prigioni segrete è una notizia classificata. Amnesty ritiene tuttavia che questi luoghi di detenzione si trovino in Afghanistan, Polonia, Romania, Thailandia, Lituania e Marocco.
Il saudita Abd al-Rahim al-Nashiri, considerato la mente dell'attacco alla nave militare USA Cole e di altri attentati marittimi, è stato fatto prigioniero negli Emirati Arabi Uniti e poi detenuto in siti segreti della CIA in diversi Paesi per circa 1.400 giorni prima di essere trasferito a Guantanamo. Anche lui è stato sottoposto a waterbording.
Ma non tutti tacciono davanti a tali crimini. Il 24 luglio 2014, la Corte Europea dei Diritti Umani (CEDU) ha stabilito che la Polonia - secondo un articolo della BBC del 24 luglio 2014 - aveva violato la Convenzione europea dei diritti dell'uomo, consentendo alla CIA di trattenere e torturare Zubaydah e Abd al-Rahim al Nashiri sul suo territorio nel 2002-2003. Il tribunale ha condannato il governo polacco a pagare a ciascuno degli uomini 100.000 euro di risarcimento.
Il 31 maggio 2018, la Cedu ha stabilito - secondo quanto riferisce la BBC il 31 maggio 2018 - che anche la Romania e la Lituania hanno violato i diritti di Abu Zubaydah e Abd al-Rahim al-Nashiri rispettivamente nel 2003-2005 e nel 2005-2006, e la Lituania e la Romania sono state condannate a pagare 100.000 euro di danni a ognuno.
L'inutilità del carcere, nella punizione dei colpevoli degli attentati dell'11 settembre è anche evidenziata dai dati: solo otto sono stati condannati dalle Commissioni militari, cui spettava il compito di processarli.
Dei 39 detenuti attuali - afferma Amnesty - 12 sono sotto la giurisdizione del tribunale di guerra delle Commissioni militari: tre sono sotto processo in attesa di verdetto, sette sono in fase processuale, mentre solo due sono stati condannati. Inoltre, 14 detenuti sono in uno stato di detenzione indefinita in base alla legge di guerra, non devono affrontare altri processi, né saranno rilasciati. Tredici sono incarcerati per motivi di guerra, ma sono stati segnalati per il trasferimento con accordi di sicurezza in un altro Paese o con un Paese terzo.
Secondo The Dark Side di Jane Mayer, Michael Dunlavey, generale in pensione, nonché ex comandante operativo a Guantánamo, stimò che almeno la metà dei prigionieri sia stata trattenuta per errore. Uno studio della Seton Hall University Law School conclude che almeno il 55 per cento dei prigionieri detenuti a Guantanamo non ha mai compiuto atti ostili contro gli Stati Uniti e solo l'8 per cento ha avuto rapporti con al Qaeda.
Questo fallimento dal punto di vista dell'accertamento delle responsabilità degli attentati si accompagna a costi enormi. In base a quanto riportato dal New York Times, per mantenere Guantanamo contribuenti degli States pagano 540 milioni di dollari l'anno, circa 13 milioni per ogni detenuto. Tuttavia tali stime potrebbero essere inferiori, a causa della segretezza dei dati reali. L'ex presidente Obama cercò di chiudere il carcere, ma senza successo, per le resistenze del Congresso. Urge mettere un punto finale definitivo a Guantanamo e portare i responsabili a processo in un tribunale.
di Massimo Gaggi
Corriere della Sera, 28 gennaio 2022
"Scontro" nelle scuole. All'offensiva principalmente gruppi conservatori, talvolta finanziati da miliardari di destra come il gruppo Koch. Le guerre culturali che scuotono l'America - dal razzismo all'aborto passando per vaccini e mascherine anti-pandemia - da tempo sono arrivate anche nel mondo dell'istruzione. Il 2021 è stato un anno di scontri furibondi nei distretti scolastici degli Stati e anche tra gli attivisti che si sono fronteggiati nei school board di città e contee.
Dove inveire contro lacritical race theory (l'America fondata sullo schiavismo e non sulla libertà dal colonialismo britannico) o contro il white saviorism (i bianchi accusati di paternalismo da afroamericani che vedono nella loro adesione ai diritti civili delle minoranze solo un gesto di facciata) è diventato un modo per scavare trincee da dove vengono sparati tentativi di mettere al bando centinaia di libri genericamente accusati di avere contenuti osceni o di trattare i rapporti razziali e i diritti dei gay in modi non condivisi da molti, soprattutto a destra. Libri di testo scelti dai distretti scolastici, ma soprattutto quelli delle letture che riempiono gli scaffali delle biblioteche degli istituti.
All'offensiva principalmente gruppi conservatori come Moms for Liberty e Parents Defending Education: dietro l'apparenza di iniziative spontanee di famiglie degli studenti, spesso spuntano strutture politiche finanziate da miliardari di destra come il gruppo Koch. Per l'Ala, l'associazione dei bibliotecari americani, il fenomeno è in crescita esponenziale: nel solo ultimo trimestre dell'anno appena concluso è stata chiesta la messa al bando di 330 libri: più del doppio dei 156 dell'intero 2020. Ogni richiesta, sostiene l'Ala, produce un effetto-valanga. In Texas a ottobre il parlamentare Matt Krause ha seminato il panico nelle biblioteche inviando a tutte una lista di 850 libri su materie varie, chiedendo se ne avevano, quante copie e quanto avevano speso. Oltre che in Texas le "purghe" dei libri si stanno diffondendo in Virginia, Kansas, Utah, Wyoming e Pennsylvania dove, però, la messa al bando anche di libri per bambini su Martin Luther King e Rosa Parks è stata revocata dopo una rivolta degli stessi studenti. Non si fa attendere la reazione della sinistra radicale vogliosa di spedire in soffitta opere letterarie in odore di paternalismo razziale come Il buio oltre la siepe di Harper Lee o Uomini e Topi di Steinbeck, mentre rischia anche Mark Twain per gli epiteti sui neri di Huckleberry Finn.
di Stefano Stefanini
La Stampa, 28 gennaio 2022
A metà dicembre la crisi ucraina è passata dalla cottura a fuoco lento all'ebollizione con l'ultimatum russo di due trattati con Usa e Nato. È diventata crisi fra Russia e Occidente (Usa, Nato e Ue), oltre che fra Mosca e Kiev. I russi non si accontentavano di discuterne a voce. Volevano risposte scritte. Ora le hanno ricevute da entrambi. Non potevano che ripetere il no orale alle richieste russe e la proposta di un negoziato sulla sicurezza di tutti - della Russia che teme di essere minacciata dalla Nato, ma anche dell'Ucraina che è minacciata dalla Russia. Non sappiamo il contenuto delle risposte scritte, se non che confermano l'offerta di negoziare reciproche misure di controllo e riduzione armamenti, in particolare sui missili con testate nucleari a medio raggio, e altre misure di de-escalation militare in Europa. Più dello scritto sarebbe interessante sapere cosa si sono detti a voce americani e russi negli incontri bilaterali - se si sono detti qualcosa che vada appena al di là delle posizioni ufficiali. Perché, fermo restando il no alle richieste russe, un percorso negoziale esiste.
Lo si può immaginare in tre stadi collegati: il primo è appunto quello di negoziati su forze nucleari intermedie e convenzionali, cui bisognerebbe aggiungere lo spazio extra-atmosferico un codice di condotta cyber; il secondo l'avvio, o ripresa via Consiglio Nato Russia, di un permanente dialogo di sicurezza con la Russia che possa poi sfociare in una nuova architettura di sicurezza europea; il terzo, il più difficile, riguarda il rapporto Russia-Ucraina. L'accordo Minsk II è un punto di partenza ma va aggiornato (è del 2015). Nulla vieta poi all'Ucraina - una volta sollevata dalla minaccia russa - di rinunciare alla Nato barattando neutralità per indipendenza e sicurezza. Con le garanzie del caso, beninteso. Ma lo deve fare l'Ucraina, non la Nato o gli Usa. Intanto però Mosca continua ad alzare la temperatura militare. Sta inviando (altre) truppe in Belarus per un'esercitazione militare congiunta - Determinazione Alleata 2022 - che schiererà dalla 60 alle 80mila unità. Lontano dal Donbas conteso ma a poco più di 300 km in linea d'aria da Kiev. Sta spostando verso il Mediterraneo un'ingente flotta, compresi mezzi da sbarco.
La tenaglia intorno all'Ucraina continua a stringersi. Forse non sarà usata ma non è un bluff. È una pesante minaccia tesa a uno scopo. Le mete di Putin sono la zona d'influenza russa in Europa, il ritorno dell'Ucraina sotto l'ala di Mosca e il ritiro della Nato. La risposta americana apre prospettive negoziali che possono spingersi fino a metà strada: una stabilizzazione della sicurezza in Europa, meno truppe della Nato ai confini della Russia in cambio di meno truppe della Russia a quelli della Nato, un'Ucraina che sia libera di scegliere altre formule di sicurezza - per il momento, comunque, l'ingresso di Kiev nell'Alleanza è in altissimo mare. La Russia lo sta usando come pretesto. Le condizioni per negoziare dunque ci sono. Se negoziare è quello che Mosca vuole. Aspettiamoci due-tre settimane di diplomazia.
Putin andrà a Pechino per le Olimpiadi invernali. Non inizierà una guerra che romperebbe le uova nel paniere all'amico Xi del cui appoggio ha più che mai bisogno. Intanto, le grandi pianure geleranno completamente, condizione ideali per i cingoli dei carri armati, dicono gli esperti militari. Per ora la Russia torna al dialogo, con gli americani di sicuro, forse anche con la Nato. Ma quanto in buona fede? Mosca ha già messo le mani avanti. Non c'è un granché da essere ottimisti hanno detto i portavoce vari ma "il Presidente sta studiando" le risposte ricevute. Con calma. In pratica sarà una sola persona, Vladimir Putin, a sciogliere il nodo guerra e pace. Avrà sicuramente letto Tolstoj per cui saprà a cosa va incontro con l'una o con l'altra. Questo è forse l'unico filo di speranza.
di Lorenzo Cremonesi
Corriere della Sera, 28 gennaio 2022
Da maggio il contingente italiano a Erbil (circa 1.100 uomini) assumerà il comando dei circa 5.000 soldati del corpo di spedizione internazionale. Il Califfato non è morto. A tre anni dalla loro sconfitta nell'ultima roccaforte di Baghouz, nella Siria nord-orientale, i fanatici jihadisti di Isis tornano a colpire forti e agguerriti. Lo dimostrano i sei giorni di furiosi combattimenti con le forze curde terminati solo poche ore fa per il controllo del grande carcere Gweiran, alla periferia della città di Hasakeh, nella regione autonoma che i curdi siriani chiamano Rojawa.
"Oltre un migliaio di guerriglieri di Isis giovedì scorso avevano fatto irruzione nel carcere, erano ben armati e con parecchie munizioni. A loro si sono unite alcune centinaia tra i prigionieri. I testimoni raccontano di episodi di violenza gravissima, incluse le prese di ostaggi tra i prigionieri minorenni da parte dei jihadisti con l'intento di utilizzarli come scudi umani", ci spiega un giornalista locale. I miliziani delle Forze Curde Democratiche, le unità militari di Rojawa, erano intervenute con rapidità. Ma si sono resi subito conto di essere di fronte ad una vera e propria operazione di guerra, ben pianificata, tanto che hanno ben presto chiesto l'aiuto del contingente americano acquartierato in Iraq. Resta incerto il numero delle vittime.
L'Osservatorio Siriano per i Diritti Umani, basato in Gran Bretagna, riporta almeno 124 morti di Isis, una cinquantina tra le forze curde e 7 minorenni. Ma fonti locali segnalano che i numeri potrebbero essere ben più gravi, con oltre 200 vittime tra i prigionieri, la grande maggioranza militanti di Isis. La battaglia si era anche allargata al nucleo urbano dell'intera Hasakeh, dove la presenza di cellule dormienti aveva costretto i comandi curdi ad imporre un rigido coprifuoco. Del resto, erano pronti. Già più volte in passato i militanti di Isis avevano cercato di liberare i loro circa 4.000 compagni chiusi nelle celle, inclusi i circa 600 minorenni.
L'episodio riporta alle cronache, tra l'altro, la questione dei volontari stranieri di Isis, che i Paesi d'origine rifiutano di riaccogliere in patria. Nel grande campo limitrofo di Al Hol, decine di migliaia tra donne e bambini restano chiusi in un limbo fatto di freddo e privazioni. E l'intera questione del riproporsi della minaccia di Isis interessa anche l'Italia.
Da maggio prossimo il contingente italiano basato a Erbil, nell'Iraq curdo settentrionale (circa 1.100 uomini), con una piccola presenza a Baghdad, assumerà infatti il comando dei circa 5.000 soldati del corpo di spedizione internazionale. Intanto le operazioni di Isis si intensificano nelle regioni irachene sunnite sino a Mosul. Di recente 11 soldati iracheni sono stati uccisi nel sonno dalle cellule di Isis che operano nel deserto sul confine tra Iraq e Siria, dove è appena stato in visita anche il premier iracheno Mustafa al Kadhimi.
di Giacomo Galeazzi
La Stampa, 27 gennaio 2022
Il Garante nazionale dei detenuti denuncia "la criticità della situazione in questo avvio dell'anno". Studio negli istituti di pena dei ricercatori delle università Lumsa e Bocconi.
Sos sovraffollamento carcerario. Inizio d'anno choc oltre le sbarre: un suicidio ogni tre giorni, numero dei detenuti in aumento e solo uno su tre lavora. Mauro Palma, Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale, denuncia "la criticità della situazione in questo avvio dell'anno" e segnala la "necessità di ritrovare un dialogo produttivo attorno al tema dell'esecuzione penale detentiva che sappia rispondere alla particolare difficoltà oggi vissuta negli istituti da parte di chi vi è ristretto e da parte di chi in essi opera quotidianamente".
di Guido Stampanoni Bassi
linkiesta.it, 27 gennaio 2022
La Consulta ha stabilito con una sentenza che i detenuti al regime di carcere duro possono scrivere al loro legale senza che le loro missive vengano censurate. Si è ribadito la centralità del ruolo della difesa e l'impossibilità di identificarla con i crimini che vengono contestati all'assistito.
È stata da poco depositata una importante sentenza della Corte Costituzionale sul cd. carcere duro (art. 41-bis) relativa - più nello specifico - alla sottoposizione a censura della corrispondenza del detenuto, senza esclusione di quella indirizzata ai difensori.
di Mauro Mazza*
Il Dubbio, 27 gennaio 2022
La Corte costituzionale italiana, con l'importante sentenza n. 18 del 24 gennaio 2022, ha stabilito la contrarietà con il diritto costituzionale alla difesa della previsione, contenuta nell'art. 41-bis, comma 2- quater, lett. c) della legge 26 luglio 1975, n. 354, che dispone in tema di ordinamento penitenziario (ed esecuzione delle misure privative e limitative della libertà). La norma contemplava la necessità del visto di censura sulla corrispondenza dei detenuti, in regime di "carcere duro" (c. d. 41-bis), con il proprio difensore. Secondo i giudici della legittimità costituzionale, chiamati a pronunciarsi su richiesta della Prima Sezione penale della Corte di cassazione, vi è contrasto sia con alcune norme della nostra Costituzione (articoli 3, 15, 24, 111 e 117), sia anche con l'art. 6 della Convenzione europea sui diritti umani.
di Michele Miravalle*
Il Riformista, 27 gennaio 2022
Nel percorso di superamento degli Opg molto ha funzionato, qualcosa va corretto. Vanno immaginati nuovi modelli per la salute mentale. E le residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza devono essere luoghi di passaggio.
Chi si occupa della questione della cura/controllo delle persone con patologia psichiatrica autori di reato (i folli-rei, li definisce il linguaggio novecentesco del codice penale) sapeva che il 2022 si sarebbe aperto con almeno tre decisioni importanti: due della Corte Europea dei diritti dell'Uomo, il caso Sy e il caso Ciotta, e una della Corte Costituzionale, a seguito dell'Ordinanza 131/2021 su impulso della questione sollevata dal giudice di Tivoli.
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