redattoresociale.it, 27 gennaio 2022
Le misure di sicurezza contenute in un Protocollo elaborato dai responsabili della Salute in carcere delle tre Aziende Sanitarie della Toscana e dal Provveditorato regionale dell'Amministrazione penitenziaria. Sono contenute in un Protocollo elaborato dai responsabili della Salute in carcere delle tre Aziende Sanitarie della Toscana e dal Provveditorato regionale dell'Amministrazione penitenziaria, le misure di sicurezza messe in atto per il contenimento e la gestione dell'emergenza Covid-19 negli Istituti Penitenziari della Regione.
Il documento è aggiornato periodicamente sulla base dell'andamento delle condizioni epidemiologiche ed è stato declinato e condiviso con le Direzioni delle Carceri nei diversi Istituti penitenziari. In particolare per il Carcere di Prato il protocollo prevede sia le misure per la prevenzione dell'infezione da Sars-CoV-2 all'interno dell'Istituto che quelle per il contenimento e la gestione di un focolaio epidemico.
Nell'ex-Polo universitario è prevista l'individuazione di un reparto Covid nel quale sono ospitati i soggetti positivi ed in caso di insufficienza dei locali viene organizzata la suddivisione in compartimenti delle sezioni, in modo da permettere l'isolamento dei soggetti positivi e dei contatti stretti di questi dai soggetti negativi con la contestuale limitazione di alcune attività (passeggiate, docce, campo sportivo), in modo da circoscrivere il focolaio epidemico. Tutti gli interventi previsti dal Protocollo sono stati adottati tempestivamente dal comparto sanitario in stretta sinergia con la Direzione dell'Istituto penitenziario.
I soggetti sintomatici sono stati sottoposti, in tempo reale, a test antigenico rapido per intercettare i soggetti positivi e procedere all'isolamento. Per valutare le dimensioni del focolaio sviluppato, sono stati effettuati tamponi rinofaringei molecolari o antigenici alle persone detenute. Il complesso intervento, articolato per sezione detentiva e concordato con la Direzione del Carcere si è esaurito nell'arco di una settimana dalle prime avvisaglie della comparsa dei primi casi.
Una tempistica adeguata anche in considerazione della pressione sul Laboratorio di Prato a seguito dell'aumento consistente dei contagi a livello di tutta la provincia. Sempre per contenere la diffusione dell'infezione è stato anche attivato un servizio quotidiano per effettuare i test antigenici rapidi per i detenuti che lavorano e per i dipendenti dell'Amministrazione penitenziaria.
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 27 gennaio 2022
Per presentare una richiesta ammissibile di permesso-premio (una richiesta che possa, cioè, essere esaminata nel merito), il condannato per "reati ostativi" deve sottostare a regole dimostrative più o meno rigorose, a seconda delle ragioni per cui non ha collaborato con la giustizia. Queste regole sono più rigorose per chi sceglie di non collaborare, pur potendolo fare; meno rigide, invece, quando la collaborazione è impossibile (in quanto i fatti criminosi sono già stati integramente accertati) o inesigibile (a causa della limitata partecipazione a tali fatti), e sarebbe quindi priva di utilità per la giustizia.
La sentenza n. 20 del 2022 depositata oggi (redattore Nicolò Zanon) esclude che questa differenziazione di trattamento determini una lesione del principio di uguaglianza e perciò dichiara non fondate le questioni di legittimità costituzionale sollevate dal Magistrato di sorveglianza di Padova. È corretto, insomma, distinguere "la posizione di chi "oggettivamente può, ma soggettivamente non vuole" (silente per sua scelta), da quella di chi "soggettivamente vuole, ma oggettivamente non può" (silente suo malgrado)".
La Corte ha richiamato anzitutto la propria sentenza n. 253 del 2019, che ha dichiarato costituzionalmente illegittima - limitatamente alla concessione proprio dei permessi premio - la presunzione assoluta di pericolosità a carico dei detenuti che scelgono di non collaborare (pur essendo nelle condizioni di farlo). Con quella pronuncia si è stabilito che, affinché la loro richiesta di accesso al permesso-premio sia ammissibile, è necessario acquisire elementi tali da escludere sia l'attualità dei collegamenti dei detenuti in questione con la criminalità organizzata sia il pericolo del ripristino di tali collegamenti.
Il magistrato di sorveglianza di Padova, proprio a seguito della sentenza n. 253 del 2019, riteneva privo di giustificazione e lesivo del principio di uguaglianza il diverso regime probatorio vigente per i detenuti la cui collaborazione con la giustizia è oggettivamente impossibile o inesigibile, in cui, come si è detto, deve essere valutata la sola insussistenza di rapporti attuali con il contesto malavitoso.
Di qui la censura di illegittimità costituzionale dell'articolo 4 bis, comma 1 bis, dell'ordinamento penitenziario, con l'intenzione di parificare la posizione delle due categorie di condannati. A sostegno di questa richiesta, il giudice sottolineava che l'atteggiamento soggettivo dei due gruppi di detenuti potrebbe essere identico, poiché anche chi si vede accertata la collaborazione impossibile non solo potrebbe non voler collaborare (se lo potesse fare), ma potrebbe rivelare, addirittura, una maggiore pericolosità rispetto a colui che abbia volontariamente scelto di serbare il silenzio, mosso ad esempio da timori per la propria e l'altrui incolumità.
La Corte costituzionale, nel dichiarare non fondate le censure, ha tuttavia osservato che il carattere volontario della scelta di non collaborare costituisce - secondo dati di esperienza - un oggettivo sintomo di allarme, tale da esigere un regime rafforzato di verifica, esteso all'acquisizione anche di elementi idonei ad escludere il pericolo del ripristino di collegamenti con la criminalità organizzata, senza i quali la decisione sull'istanza di concessione del permesso premio si arresta già sulla soglia dell'ammissibilità.
Pre, invece, la collaborazione non potrebbe comunque essere prestata, ai fini del superamento del regime ostativo può essere verificata la sola mancanza di collegamenti attuali con la criminalità organizzata.
La Corte conclude che questa differenziazione non appare irragionevole. Tanto è stato sufficiente per rigettare la questione, "senza dimenticare - aggiunge la sentenza - che la previsione delle ipotesi di collaborazione impossibile o inesigibile scaturisce da ripetute pronunce di questa Corte (sentenze n. 68 del 1995, n. 357 del 1994 e n. 306 del 1993), tese appunto - nella vigenza di un regime basato, senza eccezioni, sulla presunzione assoluta di pericolosità del non collaborante - a distinguere, con disposizioni di minor rigore, la posizione del detenuto cui la mancata collaborazione non fosse oggettivamente imputabile".
di Alberto Morsiani
Gazzetta di Modena, 27 gennaio 2022
Interessante incontro ieri alla Sala Truffaut con il regista Leonardo Di Costanzo "Mi sono divertito a mettere fuori ruolo sia Toni Servillo che Silvio Orlando". Presentato alla Mostra del Cinema di Venezia e benissimo accolto dalla critica, "Ariaferma" è il terzo lungo di finzione di Leonardo Di Costanzo e la prima volta insieme sullo schermo di Toni Servillo e Silvio Orlando: la storia di un carcere in via di dismissione, in cui il tempo dell'attesa scioglie lentamente le regole e i confini tra agenti di custodia e detenuti. Il regista ieri era ospite alla sala Truffaut per presentare la pellicola.
Il carcere è un luogo di violenza, ma nel suo film non c'è violenza...
Sì, faccio fatica a mostrare la violenza, non saprei neppure farlo. Mi interessa di più far vedere il prima e il dopo della violenza. C'è un certo immaginario convenzionale del carcere, non volevo mettere cose che lo spettatore già sa e si aspetta. Io lavoro in un dialogo costante con le aspettative dello spettatore. Non volevo un film sulla violenza, ma in cui ci fosse un'eco della violenza, le sue motivazioni. Nel film non c'è una distinzione chiara tra guardie e carcerati, non c'è bianco e nero ma una sorta di grigio Nei miei film i personaggi abitano una zona grigia della società, stanno ai limiti del dentro e del fuori, del bene e del male. È questa la zona che mi interessa, sono questi i personaggi più interessanti da analizzare. Faccio vedere l'individuo all'interno di una realtà sempre più confusa, complicata, complessa. Non mi interessano i buoni e i giusti, la realtà è troppo sfumata per tentare divisioni manichee".
Ancora un luogo chiuso, come nei tuoi film precedenti. C'è una ragione?
"Quando scrivo un film mi capita di restringere l'azione in un luogo singolo, separato. C'è sempre un luogo in cui tutto appare più chiaro, potrebbe essere una scuola, un ufficio. Forse ciò mi deriva dalla mia esperienza nel documentario. Un luogo, in questo caso un carcere, simile a un teatro, in cui le cose accadono e si vedono più chiaramente. Se vuoi rappresentare il potere, vai nell'ufficio del sindaco e ci trovi tutto. Io sono un tipo un po' sparagnino, pigro, faccio tesoro di questo mio vizio".
Il cinema è fatto di rapporti economici con le cose, la creazione è anche un fatto di economia, di risparmio. Oggi si filma troppo, ci sono troppe immagini in giro. Per la prima volta lavori con un cast di professionisti e non professionisti...
"Ho accettato una situazione di rischio, di conflitto. Ho messo assieme due forme di collaborazione artistiche molto diverse. I detenuti veri del film conoscono benissimo il carcere, ci hanno passato 20 anni. L'attore deve invece immaginare, interpretare. Volevo una certa distanza, un livello più alto rispetto al semplice realismo. Nel film non volevo solo verismo, ma un naturalismo più staccato. Una situazione astratta, non realistica. Dissemino il film di tanti piccoli segnali per far capire allo spettatore questo. Non potevo chiedere ai veri detenuti di recitare come Servillo, ma potevo chiedere a lui e agli altri professionisti di asciugare la loro recitazione, di avvicinarsi col corpo. Li ho anche messi fuori ruolo, Servillo fa il buono e Orlando il cattivo, Toni è il tipo compassionevole mentre Silvio è quello minaccioso. Nati nello stesso quartiere, è lo stesso personaggio scisso in due".
Il film è stato realizzato durante il lockdown. Doppia segregazione, dunque...
"Il lockdown è stato funzionale a creare un'atmosfera calda e comunitaria sul set. Il cast era sempre riunito assieme a fare le prove. Si mangiava assieme, c'era passaggio di informazioni, chiacchiere, scambio di esperienze. Una situazione bellissima per tutti. Quando sei in una comunità per cause di forza maggiore, o ti scanni o diventi amico. È stato questo il caso".
di Francesca Siroli
Il Resto del Carlino, 27 gennaio 2022
Un anno intenso per l'associazione cittadina che offre supporto legale e umanitario alle persone senza fissa dimora. Non si ferma l'impegno dell'associazione 'Avvocato di strada' dedita alla tutela legale gratuita ai senzatetto per difenderne i diritti e promuoverne l'integrazione. Un servizio che restituisce dignità a coloro che restano ai margini della società.
La mancanza di una dimora costituisce infatti un handicap gravissimo dal punto di vista della vita sociale: senza un domicilio non è possibile avere documenti, iscriversi alla lista delle case popolari, avere piena assistenza sanitaria al di là del pronto soccorso. A Cesena lo sportello è attivo dal maggio 2019 nella sede della Caritas diocesana, in via Don Minzoni 25, dove i volontari ricevono ogni secondo e quarto giovedì del mese. Nel 2021 sono state 33 le persone che hanno usufruito di una consulenza legale, la stragrande maggioranza (22) sono straniere. Le pratiche giudiziali seguite sono state dieci: sei riguardanti problematiche di diritto penale, tre di diritto civile e una di diritto all'immigrazione.
"Ci occupiamo prevalentemente di problemi di residenza e permessi di soggiorno - spiega Emmanuele Andreucci, coordinatore di 'Avvocato di strada' -. Sul piano penale abbiamo seguito, tra gli altri, casi di aggressione nei confronti dei senza fissa dimora, c'è poi chi ha ha perso la patria potestà e vorrebbe recuperare il rapporto con i figli e la famiglia di origine, e una pratica inerente la separazione dal coniuge". La Onlus, che collabora in sinergia con l'Amministrazione comunale, è composta da una dozzina di avvocati e avvocate, tra cui alcuni praticanti, e da due medici.
La sua attività non è limitata solo all'assistenza legale, ma è promotrice di varie iniziative, come la 'mascherina sospesa' che consiste nella raccolta, nelle farmacie aderenti, di mascherine e gel igienizzati da destinare agli homeless nel periodo della pandemia. Inoltre, in città i volontari stanno mettendo a punto un ambulatorio medico di strada.
"Il progetto, nato su impulso della Caritas, sarà finalizzato ad assicurare le cure a chi non ha un alloggio stabile. Siamo fiduciosi che possa partire a breve. La nostra ambizione è che possa essere implementato con altri servizi, come le cure dentistiche o le terapie fisioterapiche", afferma Andreucci. In passato gli avvocati dell'associazione si sono scontrati contro il Decreto sicurezza voluto dal leader della Lega Matteo Salvini quando era ministero dell'Interno del primo governo Conte, che impediva ai richiedenti asilo l'iscrizione all'anagrafe comunale. In quel caso hanno sconfitto più volte il Comune di Cesena, vincendo tutti i ricorsi presentati.
di Lucetta Scaraffia
La Stampa, 27 gennaio 2022
Capire quanto è accaduto e opporsi alla cancel culture serve a sostenere il "mai più". Oggi è la più importante delle "giornate della memoria", la giornata della memoria per eccellenza, cioè il giorno in cui si commemora la Shoah con l'intenzione soprattutto di educare le giovani generazioni. Le parole che ricorrono ovunque sono "mai più", ma meno chiaro è a cosa si riferisca questo mai più: mai più violenze e eccidi in generale, o mai più antisemitismo e sterminio del popolo ebraico? È opinione diffusa che le celebrazioni e la commozione, gli omaggi a ormai pochi sopravvissuti, ci mettano al sicuro dal ripetere questa tragedia, costituiscano un efficace insegnamento alle giovani generazioni alle quali specialmente sono rivolte.
Celebrazioni e memorie, invece, scivolano facilmente nella retorica, nel sentimentalismo e non ottengono il risultato voluto. È necessario piuttosto specificare come e perché questo sterminio è avvenuto, cioè passare dalla memoria alla storia. Perché solo la storia ci porta a ragionare, a comprendere colpe e responsabilità, a capire di cosa siano capaci gli esseri umani in alcune circostanze. La memoria invece è per definizione soggettiva, quindi facilmente manipolabile, e può diventare grimaldello per nuove ideologie o, come minimo, scorciatoie per l'ignoranza. Nella frase "mai più", cioè nella utilizzazione superficiale della memoria, si nasconde infatti la possibilità di pensare che la tragedia è accaduta solo perché c'erano dei cattivi - fascisti e ancor peggio nazisti - e quindi rassicurarci: noi non siamo nazisti, anzi li combattiamo, quindi siamo buoni.
È un modo sbrigativo per evitare di porsi domande, per evitare - scrive Ugo Volli nel suo recente libro sulla giornata della memoria - la fatica di cercare i segnali che possono spiegare il genocidio fra i propri tratti culturali. Per rispondere a questa domanda serve la storia, proprio quella materia che oggi nelle scuole è quasi scomparsa - diventando in molti casi un orribile ibrido, la geostoria, che vuol dire non sapere più niente né di storia né di geografia - che permette di ricercare nel passato i segni che hanno permesso e spiegano questa catastrofe. Spiegare cioè che il popolo ebraico è stato per secoli l'unica minoranza - perché l'identità religiosa costituiva l'aspetto fondamentale dell'identità di un gruppo - diversa presente nei paesi europei, se pure in forme e quantità differenti.
Questa convivenza con il diverso, che spesso ha dato origine a varie forme di antigiudaismo, si è intrecciata, dopo la parificazione degli ebrei voluta dalla rivoluzione francese e esportata in tutta Europa, con una forte invidia sociale. Gli ebrei, ormai liberi di scegliere le professioni che volevano e di abitare dove volevano, raggiungevano rapidamente posizioni di spicco nei nuovi settori emergenti, come il giornalismo, la politica, la vita intellettuale in generale, aggiungendo così questi nuovi traguardi a quelli tradizionali della finanza intessuta attraverso legami sovranazionali. Su questa situazione già carica di tensione che rischia di scoppiare al minimo accenno - basti ricordare il caso Dreyfuss - si aggiunge, nei primi decenni del 900, la scienza, cioè una scienza allora molto stimata, l'eugenetica, che stabilisce che gli ebrei appartengono a una razza inferiore. Sì, proprio quella scienza che oggi con i vaccini ci sta salvando dal Covid, che troppo spesso amiamo credere buona per definizione ma che, quando si serve delle ricerche per costruire nuove ideologie, può diventare anch'essa un'arma disumana.
Se non riflettiamo su questi aspetti storici, se non vogliamo capire come mai siamo arrivati a quel punto di disumanità, è difficile credere che il "mai più" sia qualcosa di meglio di una vana speranza. Esagerare nella memoria celebrativa porta a sopravvalutare la memoria, e su questo si basa anche un altro pericolo. Pensare la memoria senza la storia, infatti, è oggi l'atteggiamento base del movimento woke, di quella cancel culture che porta ad abbattere statue, a censurare opere d'arte letterarie, a distruggere o cancellare dipinti e disegni, così come alle azioni vandaliche che compiono i talebani. Può portare a distruggere invece di porsi domande, invece di cercare di capire, invece di cercare veramente di diventare migliori riflettendo sul passato.
La vera tragedia è che i sostenitori della cancel culture oggi stanno esercitando una non trascurabile influenza nelle università, cioè nei luoghi in cui si preparano gli insegnanti di domani. Dobbiamo esserne consapevoli ogni volta che non ci opponiamo alla loro prepotenza, ogni volta che accettiamo i loro diktat per paura di essere additati al ludibrio dei social, per paura di non essere abbastanza moderni. E ogni volta che scegliamo la memoria - via più facile e "di effetto" - invece della storia.
di Antonella Barone
gnewsonline.it, 27 gennaio 2022
Nella mappa dei luoghi in cui si consumò la violenza nazista, le carceri di Regina Coeli a Roma di San Vittore a Milano occupano un posto di triste rilievo. Durante l'occupazione tedesca nel famigerato terzo braccio della prigione romana controllato dal comando tedesco, e nel sesto, riservato ai prigionieri politici, furono rinchiusi partigiani e persone anche solo sospettate di opporsi ai nazifascisti.
Da Regina Coeli, oltre che dalla prigione di Via Tasso, il 24 marzo 1944 fu prelevata la maggior parte degli uomini uccisi alle Fosse Ardeatine mentre tre dei raggi di San Vittore, soggetto alla giurisdizione nazista tra il settembre 1943 e aprile 1945, furono destinati a prigionieri politici e a ebrei. Oggi, fra le oltre 70.000 pietre d'inciampo installate nei marciapiedi di tutta Europa, nei pressi dei posti in cui le vittime del nazismo furono fatte prigioniere o uccise, ve ne sono alcune davanti a questi luoghi dove in tanti sostarono prima di essere di inviati nei campi di sterminio. Come Jean Bourdet, partigiano di origine francese, deportato nel 1944 dalla stazione Tiburtina e morto nel lager di Ebensee, e come l'antifascista Paskvala Blesevic scomparso a Mauthausen poco prima del termine della guerra. A loro sono dedicate le due pietre d'inciampo deposte nel 2014 in via della Lungara, 19 a pochi metri dall'ingresso di Regina Coeli.
Due agenti di custodia in servizio a San Vittore, Sebastiano Pieri e Andrea Schivo, deportati perché scoperti dai nazisti a recapitare messaggi ai parenti di antifascisti ed ebrei detenuti, sono invece ricordati da pietre deposte nel 2020 e nel 2021 davanti al portone di Via Filangieri, 2. La senatrice Liliana Segre, ha suggerito quest'anno la posa di una pietra dedicata a un altro nome legato al carcere milanese, Ermanno Fontanella, un conoscente che cercò di rassicurare suo padre Alberto e lei, al tempo tredicenne, al loro ingresso a San Vittore dove restarono mesi prima di essere deportati ad Auschwitz. Liliana Segre ha raccontato l'episodio nel corso della conferenza stampa di presentazione delle iniziative dedicate al Giorno della Memoria ricordando anche come uscirono dal carcere tra l'indifferenza generale diretti al famigerato binario 21 da dove partivano i convogli per i campi di concentramento. "Solo i detenuti degli altri raggi - ha detto la senatrice - incarcerati per chissà quale motivo, furono capaci di pietà, facendoci coraggio, rassicurandoci che ce l'avremmo fatta, lanciandoci una arancia, del pane, una sciarpa".
di Francesca Fornario
Il Fatto Quotidiano, 27 gennaio 2022
Lorenzo Parelli, studente all'ultimo anno di scuola superiore, è morto schiacciato da una trave d'acciaio in un'azienda di costruzioni meccaniche. "È uscito per andare a scuola e non è più tornato", si dispera la madre. Lorenzo è morto in orario scolastico, durante le ore di alternanza che dovrebbero preparare gli studenti al mondo del lavoro. Ossia, all'insieme delle attività e delle funzioni "che concorrono al progresso materiale e spirituale della società". Dunque, alla produzione di beni e servizi e all'organizzazione di questa produzione.
Avete però mai avuto notizia di studenti e studentesse che, durante le ore di alternanza scuola-lavoro, svolgano mansioni manageriali? Che assistano gli azionisti mentre si spartiscono i dividendi? Che affiancano gli amministratori delegati mentre ristrutturano le aziende proponendo scivoli in uscita ai lavoratori tutelati dall'articolo 18 per assumerne di nuovi con contratti precari? Notizie di studenti che imparino dai direttori del personale a stabilire i turni di lavoro, che partecipino ai consigli di amministrazione dove si decidono fusioni e delocalizzazioni sulla pelle dei lavoratori? Studenti che affianchino il management aziendale mentre organizza la produzione sub-appaltando gli appalti? Che affianchino i delegati sindacali nelle vertenze e nella stesura dei contratti?
No. Perché l'alternanza scuola-lavoro non si è data lo scopo di preparare davvero le ragazze e i ragazzi al mondo del lavoro - di aiutarli a comprendere e un domani a gestirne le dinamiche, a migliorare i processi produttivi, a garantire la sicurezza e i diritti dei lavoratori. Si è data lo scopo di fornire alle imprese mano d'opera gratuita nei mesi obbligatori di alternanza e di formare - o meglio, deformare - i lavoratori e le lavoratrici di domani rendendoli ubbidienti e docili, spedendoli a svolgere le mansioni più basse senza stipendio e senza tutele sindacali, pronti per adattarsi al mondo del lavoro che li aspetta: quello del lavoro precario e sottopagato dove 9 contratti su dieci sono a termine e un lavoratore su quattro è povero nonostante la Costituzione preveda che non lo sia nessuno.
Ciascun lavoratore avrebbe infatti diritto a una retribuzione che sia "in ogni caso sufficiente a assicurare al lavoratore e alla sua famiglia un'esistenza libera e dignitosa". Eppure, 5 milioni di lavoratori guadagnano meno di 10mila euro lordi l'anno e il 60 per cento di chi è entrato nel mondo del lavoro negli anni 90 avrà una pensione inferiore alla soglia di povertà. È a questo sfruttamento legalizzato che prepara l'alternanza scuola-lavoro.
Dopo la morte di Lorenzo, migliaia di studenti sono scesi in piazza per protestare contro il governo e contro il sistema dell'alternanza così come concepita dal governo Renzi. Hanno reclamare il diritto a una scuola che sia sicura e che formi i cittadini e i lavoratori di domani, che insegni loro a far valere i propri diritti e a organizzare la produzione dei beni e servizi in modo da assicurare il benessere materiale e spirituale della società. Gli studenti che reclamavano il rispetto dei diritti costituzionali sono stati accolti dalle forze dell'ordine che li hanno manganellati e feriti. Immagino che per Lamorgese fossero le ore di alternanza scuola-stato di diritto.
Segnalo che mentre il nostro governo migliore carica in assetto antisommossa le studentesse e gli studenti che chiedono il rispetto della Costituzione, in Cile nasce un governo socialista in larga parte composto dai leader delle lotte studentesche che hanno determinato il risultato elettorale. Un governo socialista con 14 donne su 24 ministri. In Italia sarebbe impossibile. Trovare 24 socialisti.
di Francesca Paci
La Stampa, 27 gennaio 2022
Dicono che possano volerci anche parecchie ore prima che il corpo ceda definitivamente al freddo. Il cuore rimbalza, il respiro singhiozza, gli occhi febbricitano, braccia e gambe via via più rigide diffondono un torpore livido. È così che lunedì notte sette giovani bengalesi sono morti a poche miglia di mare da Lampedusa. È così che a novembre un bambino siriano di appena un anno ha perso la vita nella foresta ghiacciata lungo il confine bielorusso, a un passo dalla Polonia e dalla libertà. È ancora così che tre settimane fa una mamma proveniente dal lontano Afghanistan si è fermata per sempre al confine tra Iran e Turchia, sepolta lì, nella neve, dopo essersi sfilate le calze per avvolgervi le mani assiderate dei figli e scaldarsi il cuore.
Che se ne parli oppure no, i migranti continuano a partire, a rischiare, a morire. Nel Mediterraneo, nell'Egeo, lungo la rotta balcanica, a distanza ravvicinatissima da quella fortezza Europa su cui tutti puntano la posta più alta. Mentre l'Italia aspetta il nome del prossimo presidente della Repubblica la Geo Barents, la nave di ricerca e soccorso di Medici Senza Frontiere, chiede da giorni un porto sicuro dove sbarcare le 439 persone scappate dalla Libia per arrestarsi nel limbo da cui le coste siciliane appaiono vicinissime e irraggiungibili. Quante volte abbiamo raccontato questa storia? Quante volte abbiamo cercato i volti dietro i numeri asettici degli sbarchi per sminare con una narrazione differente la retorica securitaria? Quante volte abbiamo umanizzato l'immigrazione perché facesse meno paura a una Ue su nulla tanto compatta quanto sul blindarsi dall'invasione dei disperati?
Bisogna dire basta. Non possiamo fermare i migranti ma possiamo provare a fermare il gioco a somma zero in cui la politica perde sistematicamente e i barconi affondano. C'è un solo modo per affrontare il problema su scala europea ed è la revisione del regolamento di Dublino. Curiosamente l'Italia se ne interessa poco, quasi fosse un dibattito astratto, lontano, impantanato nella burocrazia. Invece non lo è. Sia pur con tempi dilatati la Commissione ha inviato al Consiglio e al Parlamento una proposta di riforma che è ora in discussione alla commissione competente, la LIBE. Ed è una proposta che, peggiorando di molto quella votata dal Parlamento di Strasburgo nel 2017 e stoppata in Consiglio, va in direzione antitetica tanto ai principi umanitari di cui pontifica l'Europa dei diritti quanto agli interessi dell'Italia. La questione è la ripartizione più equa dei richiedenti asilo che gravano sui Paesi di primo approdo, la risposta è un meccanismo facoltativo (non più obbligatorio come prima), in cui i governi che non vogliono prendere la loro quota di profughi possono alternativamente investire soldi in paesi terzi disposti a fermare i flussi o finanziare il rimpatrio degli irregolari. Poniamo per dire che la Polonia rifiutasse di accogliere la sua parte di rifugiati: avrebbe comunque la chance di compensare l'Italia aiutandola economicamente a rimandarli a casa.
Sembra tutto molto noioso, vero? Per questo ce ne interessiamo poco. Occhio però, che la riforma, oltre a mercificare la solidarietà, aumenta il carico sui Paesi di primo ingresso come noi e le frecce nell'arco dei sovranisti. Oggi, checché martellino gli spacciatori di paura, l'Italia è lontana da cifre emergenziali di sbarchi. Oggi, però. Intanto si muore di freddo in mezzo al mare. Sarebbe ora che il nostro governo, forte anche dell'autorevolezza di cui gode in questa fase, prendesse in mano la riforma di Dublino. Per ogni mamma senza calze, per ogni bambino senza guanti, perché le loro vite non servano sul breve termine a bagnare di lacrime la cattiva coscienza europea e sul lungo termine a seminare l'odio da cui germogliano i muri.
di Roberto Travan
La Stampa, 27 gennaio 2022
Da otto anni la città Avdiivka vive sospesa, a ridosso del fronte, in attesa dell'invasione russa l'acquedotto è ostaggio dei separatisti, i bimbi giocano in strada tra le case murate per paura. Se c'è una parola che meglio di ogni altra, meglio di mille altre, può descrivere questa città, Avdiivka, ecco, quella parola è semplicemente "resilienza".
Perché tutto e tutti, qui, in questo agglomerato incolore sprofondato nel cuore del Donbass, si sono dovuti adattare per sopravvivere alla guerra che va avanti da oltre otto anni. In ventimila non ce l'hanno fatta, hanno gettato la spugna, sono andati ad ingrossare la marea degli sfollati - più di due milioni - tracimata dalla Crimea, Donetsk, Lugansk, incalzati dai ribelli armati e comandati da Mosca. Ne sono rimasti almeno trentamila e tutti i santi giorni fanno i conti con un destino che da un momento all'altro potrebbe capovolgerne per sempre l'esistenza: l'invasione russa. E sanno bene di cosa si tratti, l'hanno già toccata con mano, purtroppo.
Perché i separatisti nel 2014 occuparono la città per tre mesi seminando morte e distruzioni prima di essere ricacciati indietro. Tornarono nel 2017 - il termometro di notte precipitava a meno venti - la assediarono per trenta giorni lasciando gli abitanti senza luce, acqua, riscaldamento ma poi si ritirarono nuovamente sconfitti. Avdiivka non ha alcun fascino, solo schiere di edifici tutti uguali, scrostati, tristi. Il grigio in tutte le sue sfumature, insomma: quello che si libera, denso e copioso, dall'immensa e arrugginita raffineria alle porte della città; e quello impalpabile del carbone che il vento solleva dalle miniere e soffia fin qui.
La guerra è ovunque, si insinua in tutte le pieghe della giornata, dall'alba al tramonto ammesso che la notte si riesca a chiudere occhio. Perché il suo rumore è costante, imprevedibile, logorante. A patto di imparare a conviverci. Nei sobborghi meridionali il crepitare delle mitragliatrici e i tonfi dei mortai si odono netti, appena ovattati dalla neve. Si combatte poco distante, oltre la ferrovia che un tempo portava a Donestk ora interrotta da pesanti blocchi di cemento, le linee elettriche stappate, i binari divelti. Si sentono gli spari eppure i bambini continuano a giocare sulla neve, gli adulti non cercano ripari, le auto non invertono marcia. Non sono impazziti, hanno semplicemente imparato a selezionare la paura, per quanto possa sembrare impossibile. A orecchio riconoscono i calibri dalle detonazioni; distinguono il fuoco "amico" da quello "nemico" individuando i luoghi degli scoppi; sanno cogliere la differenza tra un colpo in partenza e uno in arrivo, tra uno isolato e uno che potrebbe preannunciarne altri, come le batterie dei letali razzi Grad russi.
Il resto, ovviamente, è solo azzardo perché in guerra non v'è alcuna certezza, tutto è sempre appeso a un filo, a una traiettoria, a un posto o un a un momento sbagliato. Hanno però trovato un equilibrio, una sorta di accettabile compromesso tra rischio, disperazione ed esistenza riuscendo anche a conciliare la parola "futuro". Perché in città i giovani continuano a mettere su famiglia, le mamme trascinano i piccoli infagottati sugli slittini. E frotte di ragazzi sciamano tutti i giorni dalla scuola Numero 2, quella con le ampie vetrate andate in frantumi chissà quante volte a causa delle esplosioni, ma sempre rimessa in sesto "perché senza scuola non ci sono bambini, senza bambini non c'è futuro", spiega Irina, 23 anni, insegnante. È anche diventato normale mettersi in coda ogni giorno per fare scorta di acqua potabile, come i soldati nelle trincee, perché l'acquedotto è rimasto intrappolato nella "terra di nessuno", tra i due schieramenti, ostaggio dei separatisti che continuano a colpirlo per mettere in ginocchio la città.
Avdiivka non è imbandierata, nelle strade non ci sono gigantografie con immagini eroiche e frasi patriottiche per montare gli animi e sciogliere le paure. Anche la presenza dei militari è discreta, ordinata. Nulla, dunque, di quanto racconta la propaganda russa che continua a dipingere l'Ucraina un covo di pericolosi criminali nazionalisti appartenenti alla peggior feccia fascista, efficace montatura, purtroppo, della non meno devastante guerra ibrida. La principale via è ancora intitolata a Karl Marx, ma il monumento a Lenin è stato abbattuto per allontanare l'ingombrante eredità sovietica.
Tram sgangherati riversano qui ogni giorno, puntuali, decine di persone che giungono dai sobborghi per affollare il mercato e i piccoli negozi che espongono nelle vetrine appannate mercanzie di ogni tipo. Sui marciapiedi donne anziane arrotondano le magre entrate vendendo semi di girasole, marmellate, verdure per pochi spiccioli, quanto basterà, sperano, per pagare il gas sempre più caro e superare il lungo inverno. Lontana, al limite della periferia Sud, splende la cupola dorata di Santa Maria Maddalena, la chiesa ortodossa. Le sue mura celesti la rendono una visione quasi mistica, sfolgorante.
Nulla a che vedere con il mostruoso Mig che poco distante svetta, minaccioso e verticale, sul monumento ai caduti nella Seconda Guerra mondiale e nella campagna in Afghanistan. Si combatte a neanche a tre chilometri da qui - a Spartak, Opytne, Pisky - e appare veramente miracoloso che nulla abbia fino ad ora scalfito questo luogo pacifico cinto su due lati dai campi minati. Qui finisce la città, le sue ultime case svettano alte verso il fronte, il nemico da tempo è alle porte. Tutte portano i segni di questo dannatissimo conflitto: le facciate devastate dalle cannonate, i tetti sventrati, le finestre rattoppate con assi di legno, teli di plastica, lamiere.
Qualcuno sui davanzali ha messo sacchi sabbia. Altri, ancora, hanno rinunciato alla luce del giorno murando tutte le aperture verso i campi di battaglia pur di non abbandonare le proprie case, la propria terra. "La guerra è colpa degli americani e degli inglesi", tuona Aleksandr, anziano della minoranza russa, uscendo dalla sua abitazione sbrecciata dai carri armati separatisti. "Abbiamo sempre vissuto insieme ma abbiamo mentalità differenti: questo è il mio Paese, l'Ucraina" sostiene Viktor, 59 anni, insegnante di inglese che adesso per campare sparge sale sui marciapiedi incrostati di ghiaccio. Convivono a stento le due comunità, ma soffrono insieme anche se parlano lingue differenti. Te ne accorgi al supermercato dove le cassiere alternano gli "spasibo" al "dyakuyu" per ringraziare i clienti in russo o in ucraino. La resilienza, dunque. Che nel Donbass è anche eroica resistenza.
di Laura Pertici
La Repubblica, 27 gennaio 2022
Français Benjamin Brière è stato arrestato nel maggio 2020 per aver scattato "fotografie di aree vietate" con un drone in un parco naturale in Iran. È l'unico detenuto occidentale nel Paese a non avere il doppio passaporto. La sorella: "È un ostaggio politico". L'appello a Parigi.
Dopo più di un anno e mezzo di detenzione in Iran, il francese Benjamin Brière è stato condannato a otto anni e otto mesi di reclusione per "spionaggio" e "propaganda" contro il regime, decisione definita "politica" dalla sua famiglia e dal suo avvocato che ha lanciato un appello al governo francese.
Brière, 36 anni, che si è sempre presentato come un turista, è stato arrestato nel maggio 2020 per aver scattato "fotografie di aree vietate" con un drone in un parco naturale in Iran. È detenuto nella prigione di Valikabad, a Mashhad (Nord-Est) e dalla fine di dicembre è in sciopero della fame per protestare contro le sue condizioni di detenzione.
È comparso in tribunale a Mashhad oggi giovedì, in un'udienza non aperta al pubblico, secondo attivisti iraniani in esilio. "Benjamin Brière ovviamente non ha mai beneficiato di una forma di equo processo davanti a giudici imparziali. Non ha beneficiato di alcun diritto di difesa, di accesso agli elementi dell'accusa, di alcuna possibilità di preparare e presentare una difesa dinanzi a i giudici del tribunale rivoluzionario", ha dichiarato il suo avvocato Philippe Valent in un comunicato inviato all'Afp, esprimendo allarme per lo stato di salute del suo cliente. "La famiglia di Benjamin Brière si appella oggi alle autorità francesi affinché vengano prese immediatamente misure per consentirne il rimpatrio", ha aggiunto, sottolineando che il suo cliente contesta energicamente le accuse ed "esorta le autorità francesi a far sì che questo incubo finalmente finisca.
La sorella: "Mio fratello è un ostaggio politico" - Alla richiesta, il ministero degli Esteri francese non ha reagito immediatamente. Blandine Brière, sorella del francese, dal suo canto definisce suo fratello fosse un "ostaggio politico". "È chiaro che questo è un processo politico utile per l'Iran che invia un messaggio al governo francese", ha detto all'Afp.
"Non siamo niente di fronte a queste lotte, è difficile dire che siamo pedine" in un gioco diplomatico, ha aggiunto, mentre Teheran e le grandi potenze sono impegnate in trattative estremamente delicate per rilanciare l'accordo nucleare del 2015, che dovrebbe impedire a Teheran di acquisire armi atomiche, fatto saltare dall'ex presidente degli Stati Uniti Donald Trump nel 2018.
I colloqui a Vienna sull'accordo sul nucleare - I colloqui, in corso a Vienna, si trascinano, ma per la prima volta lunedì scorso sono stati presi in considerazione colloqui diretti tra Iran e Stati Uniti, mentre Teheran aveva finora ha rifiutato qualsiasi contatto diretto con Washington.
I detenuti occidentali in Iran con doppio passaporto - L'Iran detiene più di una decina di titolari di passaporti occidentali, per lo più cittadini con doppia cittadinanza, in quella che le ong condannano come una politica di presa di ostaggi progettata per estorcere concessioni a potenze straniere. In carcere o agli arresti domiciliari, i detenuti con doppio passaporto sono oggetto di accuse che le loro famiglie considerano assurde, come spionaggio o attacco alla sicurezza dello Stato. Brière è l'unico occidentale detenuto in Iran a non avere un passaporto iraniano. Come lui, almeno altri due detenuti sono in sciopero della fame, l'ingegnere iraniano-britannico Anoosheh Ashoori, 67 anni, e l'uomo d'affari iraniano-austriaco Kamran Ghaderi, 58 anni.
Gli altri detenuti francesi in Iran - La ricercatrice franco-iraniana Fariba Adelkhah è detenuta da giugno 2019 ed è stata condannata a maggio 2020 a cinque anni di carcere per violazione della sicurezza nazionale. Ai domiciliari da ottobre 2020, a metà gennaio è stata reincarcerata con l'accusa di aver violato le regole dei suoi arresti domiciliari. Il suo compagno Roland Marchal, anche lui ricercatore, era stato trattenuto con lei prima di essere rilasciato nel marzo 2020, dopo che Parigi aveva liberato l'ingegnere iraniano Jallal Rohollahnejad, la cui estradizione gli Stati Uniti cercavano di violare le sanzioni americane contro l'Iran. Negli ultimi anni la Repubblica Islamica ha effettuato diversi scambi di detenuti con l'estero.









