di Valentina Stella
Il Dubbio, 27 gennaio 2022
Da stamattina alle 8 fino alle 17 di domani gli iscritti all'Anm saranno chiamati a votare per il referendum consultivo su due quesiti afferenti al sistema elettorale del Csm di prossima, si spera, modifica legislativa. Nel primo si chiede agli associati se vogliano il sorteggio, nel secondo se prediligono un sistema a ispirazione maggioritaria o proporzionale.
Tale consultazione è stata fortemente voluta dalla corrente Articolo 101. Per il loro esponente in Anm, il dottor Andrea Reale, "c'era già stato nel 2016 un referendum su iniziativa di 300 iscritti, ma questa è la prima volta che lo indice il Comitato direttivo centrale. Questa è la novità importante non solo per il momento storico che stiamo vivendo, ma soprattutto per il contenuto dei quesiti. Troppe volte il metodo del sorteggio è stato tacciato di incostituzionalità: invece per la prima volta i magistrati potranno esprimersi. Noi riteniamo che attualmente sia l'unico modo per cercare di recidere qualunque genere di legame delle correnti all'interno del Csm". Tuttavia, sembra che non passerà: "Ne siamo consapevoli. Ma siamo forti del fatto che l'Anm non potrà dire più che la magistratura non vuole il sorteggio perché, anche se minoranza, c'è una parte di essa che lo appoggia. Fino a poco fa era un tabù poter discutere di sorteggio nell'Anm: oggi lo abbiamo posto come tema di tipo culturale e di politica giudiziaria associativa sia al suo interno sia soprattutto all'esterno, atteso che anche la politica ha recepito questa proposta riformista. Ci auguriamo che possa farla propria, anche a prescindere dall'esito del referendum Anm. È l'unica concreta possibilità di reale cambiamento auspicabile per il governo autonomo della magistratura".
Contrario al sorteggio ma soddisfatto per il dibattito interno è Angelo Piraino, Segretario di Magistratura Indipendente: "Premesso che il metodo referendario è sempre importante perché consente di avere un dialogo diretto con la base, tuttavia, in questo caso, la mia perplessità nasce dal fatto che si tratta di un tema complesso ridotto a quesiti molto essenziali. Comunque, al di là dell'esito, è stata una occasione per innescare al nostro interno un confronto e rilanciare lo spirito associativo, come luogo di riflessione congiunta intervenendo in un momento di stanchezza dell'attività, in quanto diversi magistrati non nutrono più grande fiducia nell'Anm".
Sul merito dei quesiti, dice Piraino, "non si può però rinunciare ad una libertà fondamentale, come quella di candidarsi. Quindi bisogna trovare un'altra strada, diversa da quella del sorteggio. Noi siamo favorevoli ad un sistema maggioritario che preveda collegi più piccoli per dar voce ai territori e non soltanto alle correnti in sede centrale, il cui eccessivo interventismo nella scelta dei candidati sarebbe agevolato, invece, da un sistema proporzionale che prevede necessariamente delle liste".
Anche per il consigliere del Csm Giuseppe Marra, di Autonomia e Indipendenza, "è sicuramente ottima l'iniziativa del referendum consultivo. Il risultato credo possa rappresentare una indicazione molto utile per la politica visto che è in una situazione di stallo, considerato anche che la proposta Cartabia non ha suscitato piena condivisione neanche all'interno delle forze di maggioranza". I pronostici dicono che il sorteggio non passerà. Se così sarà, dice Marra, "fare una legge con la contrarietà della gran parte della magistratura associata sarebbe un grosso errore politico". Nel merito dei quesiti Marra si dice "contrario al sorteggio".
A suo giudizio, inoltre, "il vero punto cruciale è il collegio unico nazionale che non consente a chi non ha l'appoggio del gruppo organizzato di poter essere eletto". Tra un sistema a ispirazione maggioritaria o proporzionale, "il secondo è quello migliore perché garantisce la rappresentatività delle varie anime della magistratura. Ove non si potesse arrivare al proporzionale, il modello migliore sarebbe quello maggioritario, con un recupero proporzionale, però su un distretto piccolo, dove anche il magistrato che non ha l'appoggio di un gruppo può concorrere alla pari".
Per Mariarosaria Savaglio, Segretario nazionale Unicost, "il sorteggio, anche nella sua forma temperata, della componente togata del Csm appare incostituzionale, ma al di là di questo appare una soluzione avvilente che andrebbe a minare ancor di più la credibilità del corpo giudiziario; una resa incondizionata a coloro che ritengono che il potere giudiziario non debba essere indipendente e autonomo, a garanzia di tutti i cittadini, ma tenuto sotto controllo dal potere esecutivo. Inoltre, il voto è responsabilità, per l'eletto e l'elettore, è proprio in tempo di crisi occorrerebbe rifuggire da qualsiasi soluzione semplicistica che deresponsabilizzi.
Quello della formula elettorale da prediligere è un discorso più complesso, anche perché sono diverse le variabili che entrano in gioco e fanno la differenza. Di certo l'opzione proporzionale esprime l'esigenza, che è propria dell'organo, che tutte le diverse anime della magistratura siano rappresentate. Un buon sistema elettorale è quello che tiene innanzitutto conto delle esigenze dell'organo e non mira, invece, a fini eterogenei e di parte".
Il Coordinamento di Area Democratica per la Giustizia si è espresso tramite una nota: "Si tratta di una scadenza importante per la magistratura, per l'effetto che l'esito della consultazione potrebbe avere sulla scelta che il Parlamento sarà chiamato ad effettuare in merito proprio alla modifica del sistema elettorale del Consiglio. Sarà fondamentale che l'esito del referendum non si presti alle strumentalizzazioni, che parte del mondo politico è pronto a mettere in atto, al fine di ridimensionare il ruolo del Csm e ridurre di conseguenza l'autonomia di cui gode la magistratura".
Nel merito, aggiunge AreaDg, "riteniamo che il sorteggio, comunque temperato o edulcorato, oltre ad essere incostituzionale, sia il peggior sistema possibile. Scegliere tale opzione equivarrebbe ad ammettere che i magistrati non sono in grado di designare i propri rappresentanti nell'organo di governo autonomo". Si dicono "contrari alla scelta in favore di sistemi maggioritari, come quello vigente e come quello proposto dalla Ministra Cartabia" e "invece favorevoli a sistemi di tipo proporzionale o che, comunque, contemplino un forte recupero della rappresentanza in chiave pluralistica".
D'accordo con il proporzionale anche l'esecutivo di Magistratura Democratica che rivolge agli associati un appello pubblico: "A febbraio sono al vaglio della Consulta, tra gli altri, i referendum sulla responsabilità civile dei magistrati e sulla separazione delle carriere. Il Consiglio di Stato azzera, una settimana prima della inaugurazione dell'anno giudiziario, le nomine dei vertici della Cassazione. I compromessi politici, che hanno pesato sulla riforma della giustizia, hanno prodotto delle soluzioni che non ci hanno visto stimati quali interlocutori, senza, tuttavia, che il nostro impegno sia scemato nella voglia di elaborare nuovi spazi di intervento per utilizzare ogni risorsa che ci sarà consegnata. Aleggia su di noi la possibile nomina di un Capo dello Stato, Presidente del Consiglio superiore della magistratura, che avrà le fattezze di chi ci vuole "geneticamente modificati". Nello scenario delle proposte politiche, esterne ed interne alla magistratura, avanza come soluzione il sorteggio dei candidati al Csm, quale unico antidoto al metodo delle chat e del carrierismo". Per questo dicono "no al sorteggio, sì al proporzionale".
di Antonella Mascali
Il Fatto Quotidiano, 27 gennaio 2022
Per la Consulta è illegittimo il visto di censura della corrispondenza tra mafiosi al 41-bis e i loro avvocati. "Mi sarei aspettato che la Corte distinguesse tra controllo di una corrispondenza chiusa e trattenimento di una corrispondenza aperta e pericolosa".
La Corte costituzionale ha dichiarato nei giorni scorsi illegittimo il visto di censura della corrispondenza tra detenuti mafiosi al carcere speciale, il 41-bis, e i loro avvocati, come chiesto dalla Cassazione. Il diritto di difesa, si legge, "comprende il diritto di comunicare in modo riservato con il proprio difensore". Abbiamo chiesto in merito un'opinione a Sebastiano Ardita, consigliere togato del Csm, ex direttore dell'ufficio detenuti del Dap. "Ho letto la sentenza e non vi ho trovato nulla di nuovo sui principi generali, perché era noto a tutti e da tempo che la corrispondenza con i difensori, anche di 41-bis, non deve essere sottoposta a controllo. Ma temo che il caso concreto abbia poco a che fare con il controllo della corrispondenza e che il nodo centrale non sia stato affrontato dalla Corte".
In che senso?
Nel caso specifico affrontato dalla Corte, nessuno ha preteso di aprire una busta destinata a un difensore per cercare eventuali messaggi. Risulta, invece, che un detenuto del carcere di Opera ha consegnato agli agenti una bozza di telegramma, da cui emergeva con evidenza un testo suscettibile di contenere un messaggio pericoloso.
La Corte non avrebbe centrato il tema?
La questione era un'altra. Quella di distinguere tra controllo preventivo - ossia ricerca della possibile comunicazione illecita - e trattenimento di una comunicazione aperta che già appariva ambigua. Non ho letto il telegramma, ma se è vero che il testo si prestava a comunicazioni cifrate o pericolose il trattenimento, alla luce dell'intero sistema normativo, avrebbe potuto considerarsi legittimo se non addirittura doveroso.
La Corte, dunque, avrebbe dovuto differenziare?
Mi sarei aspettato che la Corte distinguesse tra controllo di una corrispondenza chiusa e trattenimento di una corrispondenza aperta e pericolosa. In questo secondo caso andavano a mio avviso messi in raffronto i due beni che venivano in conflitto: da un lato il pericolo concreto per i cittadini che parta dal carcere un ordine di commettere un delitto, dall'altro il diritto di comunicare con il difensore, che non tollera controlli, ma non può spingersi fino a impedire il trattenimento di un testo da cui risulti già evidente che possa derivare un danno.
La Corte riconosce che il diritto alla riservatezza in certi casi "non è assoluto", ma ritiene il controllo in questione inutile al fine di impedire ai boss di comandare dal carcere, dato che hanno diritto a colloqui riservati con i legali...
Questo argomento non è pertinente al caso concreto venuto all'attenzione della Corte. Ribadisco che qui non si tratta del problema del controllo delle comunicazioni. Una volta che è palese la pericolosità di un testo aperto, sarei molto cauto nel dire che non si possa trattenere solo perché è diretto a un difensore.
La censura della corrispondenza, dice la Corte, essendo prevista "anche in assenza di qualsiasi elemento concreto" di pericolo, presuppone una "generale e insostenibile presunzione di collusione del difensore"...
Non c'è nessuna offesa né al ruolo dei difensori né al diritto di difesa. Ma così ragionando, si potrebbe arrivare alla conclusione che la matricola avrebbe dovuto inoltrare il telegramma anche se ci fosse stato un messaggio con l'ordine di commettere un omicidio.
Quando era al Dap si è imbattuto in lettere sospette di boss ad avvocati?
Non ricordo di lettere ai difensori sottoposte a censura quando stavo al Dap, perché mai si è avallata questa prassi. Credo che il ruolo degli avvocati vada rispettato e tutelato, ma ciò non esclude la pervasività delle organizzazioni criminali mafiose nel tentativo di mandare messaggi all'esterno. Ricordo la lettera che un avvocato lesse a nome dei suoi assistiti, capi del clan dei Casalesi e imputati nel processo, che con intento intimidatorio accusavano la Corte di lasciarsi influenzare dalle opinioni di Roberto Saviano e di Raffaele Cantone.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 27 gennaio 2022
Il superamento degli Opg è stata una vera rivoluzione, ma senza una riforma radicale ci potrebbe essere un ritorno a una logica manicomiale. E da un anno giace la proposta di legge di Riccardo Magi di +Europa.
La sentenza della Corte Europea di Strasburgo che ha condannato l'Italia per aver trattenuto in carcere un ragazzo con problemi psichiatrici è sicuramente significativa, ma quando parla di "cura" si pensa subito all'internamento. Il rischio è che le residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza (Rems) non diventino più l'extrema ratio, ma la prassi. Senza una riforma radicale contro la non imputabilità e il doppio binario del Codice fascista Rocco, si rischia di ritornare alla logica dei manicomi. Questo lo sa bene Franco Corleone, ex commissario unico per il definitivo superamento degli ospedali psichiatrici giudiziari (Opg), che ha fin da subito posto il problema del codice penale invariato e dei nodi e le contraddizioni che da sempre caratterizzano la misura di sicurezza detentiva psichiatrica. Il superamento degli Opg è stata una grande conquista perché ha messo fine ad una storia di violenze, spoliazioni e condizioni di vita inumane, relazionate dall'allora Commissione d'inchiesta sull'efficacia e l'efficienza del sistema sanitario nazionale, presieduta da Ignazio Marino.
di Tiziana Maiolo
Il Riformista, 27 gennaio 2022
Nella relazione che i Ros hanno depositato al processo Rinascita Scott alcuni collaboratori di giustizia parlano delle pressioni che avrebbe fatto per condizionare l'esito di un processo.
Non solo fungeva da raccordo tra la mafia e la società civile, ma aggiustava anche i processi in combutta con i magistrati. Non si sa se ci sono anche i nomi dei giudici felloni, nella relazione che gli uomini dei Ros hanno depositato al processo Rinascita Scott con una nuova accusa contro Giancarlo Pittelli. Sicuramente ci sono quelli dei "pentiti", secondo il costume delle inchieste di mafia più fallimentari, quelle in cui le indagini non si fanno sul territorio ma in ufficio o in caserma, ad abbeverarsi ai racconti dei collaboratori. O, a volte, addirittura suggerendo loro quel che devono dire. Come dimenticare i 17 "pentiti" di camorra, ospitati tutti nella stessa caserma a concordare le false versioni contro Enzo Tortora? E le torture con cui si convinse nel carcere di Pianosa Enzo Scarantino ad accusare una quindicina di innocenti per l'omicidio Borsellino?
Nelle duecento pagine dei Ros non manca proprio nessuno, c'è il fior fiore delle famiglie di 'ndrangheta di tutta la Calabria, dalla Sila all'Aspromonte, coste comprese. Inutile fare i nomi, ci ha già pensato la Gazzetta del sud. Interessanti però sono come sempre i virgolettati, le parole dei "pentiti" che come da copione hanno sempre l'oro in bocca, come le ore del mattino. Giancarlo Pittelli "avrebbe funto, mediante condotte corruttive, da elemento di connessione con una parte debole della magistratura che di conseguenza avrebbe agevolato la risoluzione delle diverse vicende giudiziarie". Niente nomi di toghe sporche, però. Il che è grave, oltre che strano, perché il reato di corruzione ha sempre due corni, chi compra e chi si fa comprare. Chi sono questi giudici "deboli" che si fanno comprare? Se la relazione dei Ros è stata depositata al processo Rinascita Scott è un atto pubblico. Quindi, o i nomi sono altrove, in un altro fascicolo coperto, oppure questi "pentiti" conoscono solo una parte del reato, e un solo responsabile, l'avvocato Pittelli. E su di lui vanno giù pesanti, cercano di inchiodarlo. Uno dice che lui era "il legale in grado di avvicinare alcuni magistrati addivenendo alla soluzione di problemi giudiziari". Un altro spiega che "Pittelli veniva nominato perché aveva conoscenze tra i giudici e una grande influenza su di loro".
Chissà come mai, vien da dire allora, solo il legale è in carcere da due anni a svolgere il ruolo di ciliegina sulla torta di un processo che si chiama "Rinascita Scott" e che, fin dalla prima conferenza stampa del procuratore Gratteri nel dicembre del 2019, avrebbe coinvolto non solo picciotti mafiosi, ma politici, imprenditori e alte sfere istituzionali? Di tutta questa crème non c'è traccia nella maxi-aula bunker di Lamezia Terme. C'è solo il soldato Pittelli, tanto amico dei magistrati da essere rimasto l'unico prigioniero di quella che i pubblici ministeri chiamano "area grigia", cioè la famosa connessione tra le due società (non quelle di Asor Rosa), quella delle 'ndrine e quella dei "signori".
Questa nuova accusa, che a quanto pare potrebbe far parte di un nuovo filone d'inchiesta che, se riguarda magistrati per esempio di Catanzaro dovrebbe esser subito trasferita a Salerno, colpisce una volta di più Giancarlo Pittelli nel suo ruolo di avvocato. E dovrebbe preoccupare tutta quanta la categoria, perché mette in discussione lo stesso ruolo del difensore nei processi penali. C'è un clima di sospetto che porta a identificare non solo l'indagato e l'imputato con il reato di cui sono accusati, ma lo stesso legale con la "colpa" attribuita al suo assistito. Si va a spulciare nelle intercettazioni per rimarcare il fatto che il boss dà dei voi all'avvocato, come se questo fosse sintomo di grande intimità, o sottolineare come complicità il fatto che la moglie dell'assistito chieda al legale come stia la sua famiglia. Due giorni fa si è reso necessario un intervento della Consulta per stabilire come sia illegittimo censurare la corrispondenza tra l'avvocato e l'imputato (o condannato) anche se questi è detenuto nel regime del carcere impermeabile, cioè il 41-bis dell'ordinamento penitenziario. In realtà esistevano già delle circolari del Dap al riguardo, ma la decisione della Corte Costituzionale era stata stimolata da una questione di legittimità sollevata dalla Cassazione. Ed è entrata nel merito con decisione. Una bella lezione per chi, con la solita volgarità, come Marco Travaglio, si è affrettato a dare del mafioso agli avvocati, tutti compresi. Ecco il testo del quotidiano: "La consulta cancella la censura sulla corrispondenza tra i detenuti al 41 bis e avvocati. Geniale: così i boss potranno ordinare omicidi e stragi per lettera".
Non varrebbe neanche la pena di citare un tale letamaio, se non fossimo certi del fatto che purtroppo il direttore del Fatto non è mai solo in queste nefandezze, ma il suo pensiero è spesso accovacciato sotto qualche toga da cui trae ispirazione. O a volte la dà. A costoro sarà utile leggere quel che scrive l'Alta Corte? Anche a coloro che continuano a costruire, mattoncino sopra mattoncino, le accuse contro Giancarlo Pittelli? Inizino a leggere, intanto. Il riferimento è al fatto specifico che ha dato origine alla decisione, un telegramma non consegnato. "In effetti, la disposizione censurata si fonda su una generale e insostenibile presunzione di collusione del difensore con il sodalizio criminale, finendo così per gettare una luce di sospetto sul ruolo insostituibile che la professione forense svolge per la tutela dei diritti fondamentali del detenuto, ma anche dello stato di diritto nel suo complesso".
di Aldo Varano
Il Dubbio, 27 gennaio 2022
Con i vecchi stereotipi rischiamo di rendere invincibili le cosche. E la sentenza sulle comunicazioni reclusi-avvocati è una vera lezione. In una notevole intervista resa sulle colonne di questo giornale il 28 novembre 2021, lo storico Salvatore Lupo ha detto cose importanti sul versante del contrasto alla mafia e delle ideologie che ne stanno a fondamento. La questione, per così dire, ideologica - ossia l'identificazione delle regole giuridiche, sociali, morali che orientano la lotta alle cosche - costituisce uno snodo importante del dibattito che sta agitando le acque tutto sommato mai troppo navigate di questa discussione.
La cosiddetta cultura dell'antimafia si è eretta, in questo ultimo decennio soprattutto, a monolite totalitario, troppe volte insofferente a qualunque critica e sospettoso verso ogni obiezione. A quanti, ai pochi che osano sollevare dubbi e suggeriscono riflessioni aggiornate o distinguo a grana fine, si contrappone facilmente l'accusa di voler far retrocedere la soglia della repressione, di essere sensibili a istanze pacificatorie o, peggio ancora, di essere conniventi con i clan. E siccome in questo delicato snodo della vita collettiva le parole pesano come pietre, in molti tacciono, qualcuno sospira, qualcuno ancora si occupa d'altro ritenendo tutto sommato che il variegato pantheon che compone la galassia antimafia sia un territorio infido da cui è meglio stare lontani e che non è mai conveniente inimicarsi. Insomma, è problematico criticare.
Ma Salvatore Lupo ha, con l'onestà intellettuale che gli appartiene, puntato l'indice non sulle carriere, su quelli interessati al circuito dell'emergenza, sulle vestali di cerimonie e commemorazioni spesso popolate di soggetti impresentabili agli occhi delle stesse vittime, ma ha puramente e semplicemente affermato che tutto questo mondo vive in una visione culturalmente arretrata, da ancien regime. Recita lo storico: "L'antimafia degli anni Novanta è una forza, una componente formata da persone con responsabilità e funzioni istituzionali che ritengono di dover conservare un sistema di risposta alla mafia adatto al quadro di trent'anni orsono", molti in perfetta buon fede, sia chiaro. La questione è cruciale perché mette in discussione l'egemonia ideologica che ha sostenuto le scelte e le indicazioni di tutto questo importante fronte politico, sociale e istituzionale.
Privati della convinzione per cui sussistono ancora le condizioni che hanno giustificato una certa visione della società, della politica, dell'economia e, quindi, della mafia, importanti spezzoni dell'antimafia si troverebbero sprovvisti di ogni riferimento "alto", di ogni degna rappresentazione delle dinamiche sociali che considerano il piedistallo, anche etico, delle proprie ragioni. Rappresentazione che non era un inganno, ma che anzi era stata loro consegnata in decenni da una pubblicistica, però, divenuta nel tempo scadente, da serie televisive orgiastiche, da convegni parolai, da analisi adagiate anzi supine verso le risultanze processuali. Se, effettivamente, l'antimafia è diventata "nostalgica", come dice Lupo, di un mondo che è venuto meno ed è incapace di leggere le coordinate più recenti della complessità, il problema è grave assai e proprio perché prolunga indefinitamente la sconfitta delle cosche nel Terzo millennio. Come quella impostazione - che ha radici lontane e nobili nella storia del paese - è stata indispensabile per la lotta senza quartiere sferrata dallo Stato dopo le stragi del 1992-1993; così la mancanza di un aggiornamento dei modelli interpretativi della società e dei suoi mille rivoli sta compromettendo ogni possibilità di vittoria verso le nuove manifestazioni dell'attività mafiosa che vengono solo mediaticamente declamate per qualche dollaro di pubblicità (il Covid-19, il Pnrr, i bitcoin, addirittura l'Isis).
Qualcuno soffre di una perenne "annuncite" cui non seguono azioni concrete, processi, documenti, testimonianze. Ormai si ipotizza soltanto che la mafia abbia connessioni con la politica, con l'economia, con l'universo mondo, ma non si dispone un modello ideologico adeguato per approntare - e ci vorranno anni - una risposta di contrasto moderna e aggiornata. Così si vive imbalsamati in un tetro museo delle cere, in un parco della rimembranza da cui non si ha il coraggio di uscire per sfidare il nuovo che da qualche parte pur ci sarà o almeno dovrebbe esserci.
Scrive Lupo: "Non esistano più i presupposti di quella reazione brutale operata trent'anni fa dallo Stato: pensare di perpetrarla non è utile né alla libertà né all'ordine". Si è incapaci di cogliere il segnale profondo che la Consulta sta consegnando al paese, anche in questi giorni. Importanti plessi istituzionali, la Corte europea dei diritti dell'uomo (sul caso Contrada), la Corte costituzionale (con il warning lanciato a proposito dell'ergastolo ostativo e con un'altra sentenza in tema di permessi premio di pochi giorni or sono), la Corte di cassazione (con la decisione a Sezioni unite in materia di riti di affiliazione) non stanno svolgendo alcuna pericolosa opera di "revisionismo", né sono ispirate da un mellifluo "perdonismo".
Il punto è che stanno venendo meno - uno a uno - i baluardi ideologici di una certa antimafia. Un complesso di stereotipi, di generalizzazioni, di precomprensioni, talvolta di pregiudizi che costituivano il retroterra culturale e ideologico di un preciso orientamento interpretativo delle norme dell'emergenza e della società in generale, si sta sgretolando sotto i colpi di una diversa visione della società e degli uomini. Un'antropologia moderna, scevra da preconcetti (del tipo: "o ti penti o resti mafioso a vita" oppure "i figli dei mafiosi sono mafiosi in erba"), vuole semplicemente togliersi dal groppone (per citare il memorabile Sidney Poitier di "Indovina chi viene a cena?") una retorica della mafia o una interpretazione della mafia che ritiene sia stantia, superata, parruccona, addirittura inconcludente. Tanto da ostacolare la vittoria sulle cosche, mica niente.
Ecco perché le parole spese dalla Corte costituzionale nella sentenza che ha cancellato il visto di censura sulla corrispondenza tra avvocati e detenuti di mafia in regime di 41-bis, non è il viatico rilasciato da giudici "molli" per far consumare nuove efferatezze e dipanare nuove trame, ma la mera constatazione che non è proponibile in termini assoluti e generali lo stereotipo dell'avvocato complice, del consigliori del Padrino che sussurra all'orecchio. Scrive la Consulta che, certo, "non può escludersi in assoluto che tali ordini o istruzioni possano essere trasmessi anche attraverso l'intermediazione di un difensore; sicché l'estensione alle comunicazioni con i difensori del visto di censura potrebbe, in astratto, ritenersi misura funzionale a ridurre il rischio di un tale evento".
E, poi, nella traiettoria di quanto sopra detto, la Corte assesta il più micidiale dei colpi all'ideologia di cui si diceva: "La disposizione censurata si fonda su una generale e insostenibile presunzione - già stigmatizzata dalla sentenza n. 143 del 2013 - di collusione del difensore con il sodalizio criminale, finendo così per gettare una luce di sospetto sul ruolo insostituibile che la professione forense svolge per la tutela non solo dei diritti fondamentali del detenuto, ma anche dello stato di diritto nel suo complesso. Ruolo che, per risultare effettivo, richiede che il detenuto o internato possa di regola comunicare al proprio avvocato, in maniera libera e riservata, ogni informazione potenzialmente rilevante per la propria difesa, anche rispetto alle modalità del suo trattamento in carcere e a violazioni di legge o di regolamento che si siano, in ipotesi, ivi consumate".
Si infrange così un altro totem, va in frantumi un altro dei molti corollari che sono stati eretti a giustificazione della cultura egemone dell'emergenza antimafia e si squaderna la fallacia degli stereotipi e dei pregiudizi che la alimentano. Una nuova lampada di Diogene che cerca nel buio di comprendere dove l'uomo mafioso si sia davvero nascosto.
di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 27 gennaio 2022
Viola inoltre le regole tecniche di creazione del documento informatico la "scannerizzazione" di un atto del procedimento. Il deposito digitale di un atto del procedimento privo della firma digitale, ne determina l'inammissibilità. La ragione "tecnica" dell'obbligo di apporre la firma digitale o la firma elettronica qualificata non è superabile da altri elementi che possano affermare la paternità dell'atto come proveniente dal difensore. Indizi sulla paternità del difensore dell'atto del procedimento potrebbero invece rimediare all'assenza della firma in calce all'atto, ma solo quando questo è cartaceo. Come la firma sulla procura speciale contenuta in unico atto insieme al ricorso non firmato.
La Cassazione con la sentenza n. 2874/2022 respinge il ricorso contro l'ordinanza di inammissibilità dell'atto di impugnazione in appello, che era stato trasmesso alla cancelleria del giudice via pec, ma senza firma digitale. Inoltre, il deposito telematico di un atto del procedimento nella forma di documento informatico può sostanziarsi solo in un file di testo trasformato in pdf e non nella scannerizzazione di un atto cartaceo pur firmato a mano dall'avvocato.
Ciò che contrasta alla possibilità di considerare valido e proveniente dal difensore l'atto del procedimento, nella forma di documento digitale, è non solo l'assenza della firma digitale, ma anche la formazione stessa del documento creato nella forma di immagine scaricata. Non rileva che la foto dell'atto di impugnazione venga trasmessa nel formato pdf, lo stesso che si richiede per il documento informatico valido. In quanto la validità si sostanzia nel processo di creazione. E quindi nel rispetto della regola tecnica di trasformazione di un file di testo in formato di pdf, come prescrive il Dl 137/2020.
La Cassazione fa rilevare che la modalità della scannerizzazione del documento analogico è legittima per gli allegati, ma non per gli atti del procedimento. Infatti, l'atto del procedimento deve integrare la natura di documento originale mentre la foto resa in formato pdf dell'atto redatto in forma cartacea non lo fa uscire dal dominio di chi lo ha prodotto. Per cui solo l'allegato può assumere la forma di un'immagine scaricata e scambiata via Pec. Infatti, l'allegato deve rispondere alla natura di documento conforme all'originale, a differenza dell'atto del procedimento che va depositato come originale.
L'assoluta e insormontabile necessità che il documento digitale composto nel rispetto della procedura di trasformazione imposta dalla legge sia corredato da una forma qualificata di firma digitale si evince anche dall'impossibilità per il giudice di avvalersi del deposito telematico per il quale l'ordinamento non ha previsto la firma digitale degli atti del procedimento di sua competenza.
notiziediprato.it, 27 gennaio 2022
Assunta una serie di provvedimenti per contenere il focolaio. Sul fronte delle vaccinazioni, l'87 per cento dei reclusi è vaccinato con seconda e terza dose. Continuo monitoraggio sul personale dipendente: in media, ciascun operatore, è stato sottoposto a nove controlli tra tamponi e test seriologici e rapidi.
Cento trentuno detenuti positivi al Covid su un totale di 540 reclusi nel carcere di Prato; nessuno dei positivi ha, al momento, condizioni di salute che necessitano di cure ospedaliere. Questa la situazione attuale alla Dogaia relativamente al focolaio che si è sviluppato e che è stato fortemente stigmatizzato dai sindacati. Anche nella casa circondariale di Prato, come negli altri istituti penitenziari toscani, è in vigore il protocollo elaborato dai responsabili della salute in carcere delle tre aziende sanitarie della Toscana e dal Provveditorato regionale dell'amministrazione penitenziaria, con le misure di sicurezza messe in atto per il contenimento e la gestione dell'emergenza Covid.
Per il carcere di Prato il protocollo prevede sia le misure per la prevenzione dell'infezione all'interno dell'Istituto che quelle per il contenimento e la gestione del focolaio epidemico.
Nell'ex-polo universitario è previsto l'allestimento di un reparto Covid nel quale sono ospitati i soggetti positivi ed in caso di insufficienza dei locali viene organizzata la suddivisione in compartimenti delle sezioni, in modo da permettere l'isolamento dei soggetti positivi.
Per valutare le dimensioni del focolaio sviluppato, sono stati effettuati tamponi rinofaringei molecolari o antigenici alle persone detenute.
Il complesso intervento, articolato per sezione detentiva e concordato con la direzione del carcere, si è esaurito nell'arco di una settimana dalle prime avvisaglie.
Sempre per contenere la diffusione dell'infezione è stato anche attivato un servizio quotidiano per effettuare i test antigenici rapidi per i detenuti che lavorano e per i dipendenti dell'amministrazione penitenziaria.
Contestualmente a queste attività è stato rafforzato il servizio di monitoraggio dei soggetti positivi per verificare in maniera continua la situazione clinica ed una eventuale valutazione medica. Valutazione che riguarda, naturalmente, anche il personale in servizio con un monitoraggio costante: dall'inizio della pandemia ad oggi sono stati praticati al personale dell'Istituto 428 tamponi molecolari, 877 test antigenici rapidi e 929 test sierologici (una media di circa 9 esami per ogni dipendente).
Gli operatori del presidio sanitario del carcere hanno confermato il loro impegno sul versante della campagna vaccinale. I dati ad oggi: 641 prime dosi; 590 seconde dosi; 287 terze dosi. La percentuale di detenuti vaccinati (con seconda e con terza dose) è pari all'87 per cento (469 vaccinati su 537 detenuti), se si considerano anche le prime dosi la percentuale sale al 91. La campagna vaccinale è stata estesa anche al personale della polizia penitenziaria e del comparto:110 sono le terze dosi somministrate al personale di polizia, 58 quelle al personale del comparto.
genova24.it, 27 gennaio 2022
Un paio di anni fa ad esempio nel carcere di Marassi ci fu una splendida iniziativa, in collaborazione con l'educatore Federico Ghiglione, per far giocare a rugby i papà detenuti con i loro figli. Ormai da molti anni l'Uepe, l'Ufficio Esecuzione Penale Esterna del Tribunale di Genova, ha stipulato una convenzione con il comitato territoriale del Centro Sportivo Italiano.
Il sistema giuridico italiano, ispirato dall'articolo 27 della Costituzione che afferma con forza il fine rieducativo della pena, prevede, come modalità di esecuzione della condanna, sia la detenzione in istituti penitenziari sia le misure alternative, se si è in possesso di determinati requisiti oggettivi e soggettivi.
La finalità del reinserimento nella società, secondo le ultime ricerche, viene raggiunta meglio quando l'esecuzione della pena avviene all'esterno del carcere. La recidiva è del 70% per le persone ristrette negli istituti penitenziari e del 30% per coloro che hanno beneficiato di misure alternative.
Per oltre 10 anni Adriano Bianchi, indimenticabile dirigente del Centro Sportivo Italiano scomparso alcuni mesi fa, è stato il referente per il CSI dell'UEPE ed ha dato la possibilità a decine di uomini e donne di svolgere lavori socialmente utili sia presso la sede di vico Falamonica 1 sia soprattutto presso la struttura diocesana polisportiva di S. Desiderio, gestita dalla Cooperativa Sport Service Family: cooperativa di cui Adriano fu uno dei fondatori nel settembre 2000.
Molti comitati territoriali del CSI da parecchio tempo hanno un'attenzione particolare per il sostegno ai detenuti con progetti specifici e promuovendo soprattutto l'idea di sport come educazione alle regole, socializzazione ed autostima. Un paio di anni fa ad esempio nel carcere di Marassi ci fu una splendida iniziativa, in collaborazione con l'educatore Federico Ghiglione, per far giocare a rugby i papà detenuti con i loro figli.
Fu un'esperienza umanamente bellissima, alla quale partecipai anche io, con una quindicina di ragazzi che interagirono per un paio di ore con i loro genitori in un contesto gioioso, all'aria aperta, ben diverso dall'asettica sala- colloqui della casa circondariale. La "Festa del papà in carcere" venne sostenuta dal Centro Sportivo Italiano anche nell'ambito della campagna "Il mio campo libero" che vede sempre più lo sport come strumento per socializzare, creare autostima per combattere ansia, depressione ed aggressività.
Il Comitato di Genova del CSI alcuni anni fa si fece promotore di un'altra iniziativa a favore delle persone detenute, "Una mano amica oltre le sbarre": la raccolta, insieme ad altre associazioni regionali, di beni di prima necessità per l'igiene e pulizia personale. Un altro progetto portato avanti da Adriano Bianchi che ripeteva spesso "Anche chi sbaglia merita un'altra possibilità e può sempre riscattarsi".
L'istituto della messa alla prova è stato introdotto con una legge del 2014 per i reati puniti con una sola pena pecuniaria o con una pena detentiva non superiore ai quattro anni.
Consiste nella sospensione del procedimento prima del giudizio e nella predisposizione, da parte dell'UEPE, di un così detto programma di trattamento, finalizzato a riparare le conseguenze dannose o pericolose del reato, che prevede, come condizione necessaria, lo svolgimento di lavori di pubblica utilità.
Il Tribunale di Genova ha una lista di enti e strutture che il singolo individuo può contattare: se c'è disponibilità dall'ente viene inviata una lettera all'UEPE che la gira al giudice. A questo punto vengono stabilite le ore che la persona deve fare, come misura alternativa al carcere.
Adriano Bianchi è scomparso prematuramente il 16 marzo 2021 ed il suo successore, come referente CSI per l'UEPE, è Andrea Pedemonte, Direttore di Altum Park. "Indirizziamo le persone messe alla prova, salvo rare eccezioni, ad Altum Park di S. Desiderio. Attualmente possiamo gestirne contemporaneamente un massimo di 15, fino a qualche anno fa erano 7. Dopo che riceviamo dal giudice la lettera con le ore che la persona deve svolgere attiviamo l'Inail - dice Andrea Pedemonte - per avere la copertura assicurativa. È un iter abbastanza lungo che dura anche mesi. Mediamente ogni persona ha un "carico "di 90 ore, 6 ore settimanali e cerchiamo di concentrarle nel fine settimana. La maggior parte dei lavori sono pulizia della struttura che è grande più di tre ettari, la cura del bosco, la raccolta foglie".
Il lavoro di pubblica utilità, nell'ambito della messa alla prova, è un'attività non retribuita, materiale o intellettuale, che può essere svolta presso tutti coloro che abbiano sottoscritto una convenzione con il Tribunale. L'esito positivo della messa alla prova comporta l'estinzione del reato.
sardegnalive.net, 27 gennaio 2022
Il Partito Radicale e Don Ettore Cannavera hanno incontrato la ministra Cartabia che presto farà visita alla comunità "La Collina" di Serdiana. Nel pomeriggio di oggi si è tenuto l'incontro tra la ministra della Giustizia Marta Cartabia e la delegazione del Partito Radicale, composta dal segretario Maurizio Turco, la tesoriera Irene Testa, e Don Ettore Cannavera della Diocesi di Cagliari.
Al centro dell'incontro la situazione delle carceri minorili in Italia e, in particolare, l'interesse ad approfondire e fornire i dati raccolti dal Partito Radicale e da Don Ettore durante la visita in tutti i 17 istituti presenti nel territorio nazionale alla ministra.
Dall'analisi dei dati e dai sopralluoghi è emersa "l'inutilità del carcere minorile dimostrata dalla recidiva del 70%" e la necessità di individuare una soluzione diversa dal carcere, che sia basata sulla rieducazione e non sulla segregazione. "Entrare nel minorile significa avere una specie di ergastolo assicurato", spiega Irene Testa che porta all'attenzione l'esempio della comunità "La Collina" di Serdiana, fondata più di vent'anni fa un gruppo di persone animato da Ettore Cannavera, un sacerdote che non pensa al Vangelo come dottrina astratta, ma come pratica da esercitare ogni giorno nella vicinanza agli emarginati. E che non ha mai creduto che il carcere sia la risposta da offrire ai giovani che hanno violato la legge.
"Il carcere alternativo proposto dalla Comunità risolve il problema del rispetto dei diritti umani assieme a quello della recidiva - sostiene il Partito Radicale -. Può diventare un caso di scuola che dimostra la praticabilità di un carcere rieducativo e non puramente segregativo come quello attuale. La Comunità non chiede soldi per il mantenimento dei detenuti, ma solo per la rieducazione; per questo costa meno del carcere attuale. C'è bisogno di un cambiamento di paradigma riguardo il carcere e il paradigma dev'essere la rieducazione".
Il segretario Maurizio Turco, la Tesoriera Irene Testa e Don Ettore Cannavera, che hanno invitato la ministra Cartabia a venire in Sardegna per visitare la comunità "La Collina", non propongono di chiudere il carcere, ma di farlo funzionare secondo quanto richiesto dalla Costituzione". "Anche la comunità è un carcere - hanno detto infine, ma è un carcere che funziona secondo il dettato costituzionale".
vita.it, 27 gennaio 2022
L'allarme della cooperativa bee.4 Altre menti: "Dopo oltre 15 anni si conclude in modo opaco il percorso progettuale avviato dall'operatore telefonico H3G e proseguito con la società WindTRE Italia". Meno di un anno fa per poter continuare il lavoro lo smartworking era entrato in cella. Se la situazione non cambia la prospettiva è la cassa integrazione.
La nota che arriva dalla cooperativa bee.4 Altre menti, impresa sociale fondata nel 2013 per avvicinare il percorso di detenzione alla finalità rieducativa della pena prevista dalla Costituzione e che lavora offrendo servizi alle imprese di Business process outsourcing nel carcere di Bollate e che solo lo scorso anno era riuscita a portare lo smart working in cella (ne avevamo parlato qui) è un grido di allarme. "Il 31 marzo prossimo, a seguito di una proroga contrattuale tecnica necessaria alla gestione della transizione delle attività, si andrà a concludere il progetto di collaborazione che per tanti anni ha visto legati il carcere di Bollate e l'operatore telefonico H3G prima e WindTRE a seguire. Un progetto avviato nel corso del 2007 con l'obiettivo di promuovere percorsi di qualificazione professionale e inserimento lavorativo per le persone presenti all'interno dell'istituto di Bollate".
Marco Girardello, direttore risorse umane della cooperativa bee.4 altre menti spiega: "Abbiamo provato a costruire un'interlocuzione con Windtre Italia per ragionare sulle conseguenze legate alla conclusione del progetto che da oltre 15 anni stavano realizzando all'interno di Bollate, purtroppo ad oggi nonostante numerosi tentativi di contatto non abbiano ricevuto risposte alle nostre richieste di confronto se non richiami alle difficoltà che l'azienda stava incontrando a causa del suo non positivo andamento commerciale alla luce dell'importante numero di clienti persi nel corso degli ultimi anni, difficoltà che imponevano l'interruzione obbligata ed immediata della collaborazione con il carcere di Bollate".
A nulla sono valsi i tentativi fatti tanto dalla cooperativa bee.4 titolare della commessa di lavoro, quanto dalla direzione della II Casa di Reclusione di Milano Bollate e dal Provveditorato Regionale dell'Amministrazione Penitenziaria per la Lombardia per riallacciare un dialogo con l'azienda che mettesse al centro la valutazione degli impatti che tale decisione avrebbe determinato tanto sui trenta operatori interni coinvolti dalla commessa, quanto sui professionisti esterni, e più in generale sugli equilibri gestionali del microcosmo carcerario.
La vicenda legata alla conclusione della collaborazione tra la società WindTRE e il carcere di Bollate - osservano dalla cooperativa - apre uno spazio di riflessione rispetto alle ricadute ed ai costi sociali ed economici che talune decisioni assunte da imprese private concorrono a determinare sulle nostre comunità territoriali.
"Abbiamo chiesto all'azienda un po' più di tempo per poter individuare delle modalità utili a calmierare gli impatti devastanti derivanti da questa decisione" continua Girardello. "Ci siamo chiesti con che spirito e con che logica una grande impresa potesse mettere in atto pratiche di questo tipo consapevole del fatto che nel corso degli ultimi tre mesi del 2021 abbiamo dovuto avviare nove nuovi inserimenti per far fronte alla mole di lavoro che ci veniva assegnata e che doveva essere gestita nel pieno rispetto degli standard di servizio. Facciamo proprio fatica a capire" insiste.
"Ora non ci resta altro che dichiarare lo di "crisi aziendale" atto dovuto per poter formulare la richiesta di cassa integrazione straordinaria al fine di tutelare le persone che ora sono prive di lavoro. Restiamo fiduciosi e convinti di poter superare questa brutta situazione individuando nuove collaborazioni con aziende sensibili e vogliose di spendersi in una collaborazione capace di determinare un forte valore aggiunto. Il nostro punto di forza è rappresentato dalle competenze e dalla voglia di lavorare e di impegnarsi dei nostri operatori, questi fattori rappresentano delle solide fondamenta per ricominciare".
Anche la città di Milano è direttamente coinvolta in questa situazione avendo manifestato la propria intenzione nel volersi impegnare al fine di tutelare un modello di esecuzione penale fondato sul lavoro e sulla possibilità di svolgere percorsi di reinserimento seri nel quadro di attività autenticamente qualificanti. Tanto l'assessore al Welfare Bertolé, quanto l'assessore al lavoro Cappello hanno manifestato il loro interesse ad essere parti attive di questa vicenda, così come il Garante Comunale per le persone private della libertà personale Francesco Maisto.
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