redattoresociale.it, 29 gennaio 2022
Nelle Marche 148 dimittendi. Il Garante Giulianelli attivando una serie di incontri, il un primo con il presidente di Ente regionale per l'abitazione pubblica. "Confronto interlocutorio che ha permesso di avere un quadro generale della situazione per quanto riguarda sistemazioni abitative adatte allo scopo"
Il futuro dei detenuti dimittendi, in termini di soluzioni abitative e di lavoro, è uno dei temi all'attenzione del Garante delle Marche Giancarlo Giulianelli, che sta attivando una serie di incontri per affrontare le problematiche legate alla realtà carceraria.
"Al 31 ottobre di quest'anno - evidenzia Giulianelli nelle Marche sono stati registrati 148 dimittendi, con un'età media compresa tra i 30 ed i 35 anni. Una volta fuori dal carcere per molti non c'è un tetto su cui poter fare affidamento, ma poterglielo garantire vuol dire rendere possibili misure alternative, arginare le possibilità di recidiva, permettere il mantenimento di legami affettivi e parentali. Nella buona sostanza, guidare con oculatezza il reinserimento nella società. Ovviamente il tutto in stretta connessione con il supporto occupazionale".
Proprio in quest'ottica il Garante ha effettuato un primo incontro a remoto con il Presidente di Erap (Ente regionale per l'abitazione pubblica) Marche, Massimiliano Sport Bianchini, al quale ha partecipato anche il segretario dell'ente Maurizio Urbinati. "Un confronto interlocutorio - come lo definisce Giulianelli - che si è dimostrato molto positivo ed ha permesso di avere un quadro generale della situazione per quanto riguarda sistemazioni abitative adatte allo scopo. Intenzione comune è quella di approfondire ulteriormente tutte le possibilità".
Sul fronte del lavoro, Giulianelli ha in animo di concretizzare degli incontri con alcune associazioni imprenditoriali e di categoria. "Il discorso - sottolinea - poggia sulle stesse basi. Ridare dignità e certezze per un rientro positivo nella società. In questa direzione assumono una significativa valenza anche le attività trattamentali, soprattutto quelle di carattere formativo, che permettono di fornire un primo profilo ad una futura occupazione". L'auspicio è che "le stesse attività possano riprendere adeguatamente, anche con nuove proposte che il Garante intende avanzare, una volta superata l'emergenza pandemica".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 29 gennaio 2022
La Corte costituzionale dovrà decidere se il divieto d'accesso a internet, disposto dalla Questura come mezzo di misura di prevenzione, è in contrasto con le norme convenzionali. Al centro della vicenda, è la misura di prevenzione dell'avviso orale emesso dal questore nei confronti di una persona già condannata per reati di tentata rapina, rissa e minaccia al pubblico ufficiale.
A sollevare la questione di legittimità costituzionale è la Cassazione tramite l'ordinanza numero 46076. Accade che, con provvedimento reso il 4 febbraio 2020, il Tribunale di Roma ha rigettato l'opposizione proposta da B.M. avverso l'avviso orale contenente divieti aggiuntivi, ai sensi dell'art. 3, comma 4, d. lgs. n. 159 del 2011, emesso nei suoi confronti dal Questore di Roma l' 8 agosto 2019. L'avviso orale - che imponeva a B. Mi. lo specifico divieto di possesso e uso di "qualsiasi apparato di comunicazione radiotrasmittente (...)" e il divieto di accesso a internet, ricomprendendo tra gli strumenti vietati anche i telefoni cellulari, nonché di sostanze infiammabili e artifici pirotecnici - si fondava sulla ritenuta pericolosità sociale del soggetto, valutata con giudizio prognostico sulla base delle condanne passate in giudicato per reati di tentata rapina, lesioni personali, rissa e minaccia, e dell'esito delle ulteriori indagini relativamente all'accertamento a suo carico di reati di maltrattamenti in famiglia, minaccia, furto, resistenza a pubblico ufficiale.
Avverso al provvedimento del Tribunale ha proposto appello l'avvocato difensore Emanuela Febbi, deducendo due motivi. Con il primo motivo deduce l'assenza della pericolosità generica ed attuale. Sostiene che nessun giudice abbia mai dichiarato la pericolosità sociale del prevenuto, e che i divieti imposti siano privi di collegamento con i reati commessi, peraltro risalenti nel tempo; non è sufficiente l'inquadramento del soggetto in una delle tre categorie di pericolosità ' generica', essendo necessaria una valutazione prognostica sulla base di elementi di fatto che fondino un giudizio di attualità della pericolosità sociale. Con il secondo motivo denuncia la violazione dell'art. 8 Cedu, per la mancata indicazione della durata minima e massima degli obblighi imposti dal Questore, e per la compromissione di fondamentali diritti costituzionali, e l'illegittimità costituzionale dell'art. 3, comma 4, d.lgs. 159/2011.
Con ordinanza del 27.4.2021 la Corte di Appello di Roma ha riqualificato l'impugnazione come ricorso per Cassazione ed ha trasmesso gli atti alla Corte, la quale osserva che il divieto di possedere o utilizzare in tutto o in parte qualsiasi apparato di comunicazione radiotrasmittente è in grado di incidere sulle libertà fondamentali connesse. Il divieto di accesso a internet - osserva la Suprema Corte - appare in contrasto con la dimensione passiva della libertà di espressione espressamente prevista dall'art. 10 della Convenzione europea che assicura la libertà di ricevere informazioni. Il diritto alla libertà di espressione, inoltre, è un diritto individuale e sociale, che ha acquisito un rilievo ancora maggiore grazie a internet che, come precisato dalla Corte europea dei diritti dell'uomo nella sentenza del 9 febbraio 2021, nel caso "Ramanaz Demir" contro Turchia, è un servizio pubblico "funzionale al godimento di molteplici diritti umani".
Proprio la giurisprudenza della Corte europea sull'utilizzo di internet porta la Cassazione a ritenere fondati i dubbi di legittimità costituzionale perché l'assenza di un termine di durata dei divieti stabiliti dal comma 4 dell'art. 4 del Dlgs 159/ 2011 è una sorta di "spada di Damocle" "permanentemente incombente sulla persona destinataria dell'avviso orale c. d. aggravato". Dubbi poi sulla legalità convenzionale dell'ingerenza perché non è sufficiente una base legale, ma occorre che un individuo possa adattare la propria condotta alle prescrizioni legali.
Nei divieti imposti con l'avviso orale del questore sussiste un deficit di legalità convenzionale perché non è prevedibile "da parte del destinatario della misura di prevenzione, la modalità temporale di esercizio del potere limitativo". Così, la Cassazione ha passato la parola alla Corte costituzionale al fine di accertare il contrasto con gli articoli 3, 15, 21 e 117 della Costituzione con riguardo agli articoli 8 e 10 della Convenzione europea.
Giornale di Sicilia, 29 gennaio 2022
Un Sostituto Commissario del Corpo di Polizia Penitenziaria - 58 anni, B.N. - in servizio nel carcere di cittadino, si è tolto la vita questa mattina in auto mentre si stava recando al lavoro. A dare notizia è il Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria Sappe. "È una notizia agghiacciante, che sconvolge tutti noi", dichiara Donato Capece, segretario generale del Sappe, che ricorda come quello dei poliziotti penitenziari suicidi è un dramma che va avanti da tempo senza segnali di attenzione da parte del Ministero della Giustizia e del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria.
Sui suicidi in divisa, il Sappe rileva come "i poliziotti penitenziari sono lasciati abbandonati a loro stessi, mentre invece avrebbe bisogno evidentemente di uno strumento di aiuto e di sostegno. Lo scorso anno 2021 sono stati 5 i poliziotti penitenziari che si sono tolti la vita, 6 furono nel 2020 ed erano stati 11 nel 2019". Numeri "sconvolgenti", per Capece che aggiunge: "Ministero della Giustizia e Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria non possono continuare a tergiversare su questa drammatica realtà.
Servono soluzioni concrete per il contrasto del disagio lavorativo del Personale di Polizia Penitenziaria. Come anche hanno evidenziato autorevoli esperti del settore, è necessario strutturare un'apposita direzione medica della Polizia Penitenziaria, composta da medici e da psicologi impegnati a tutelare e promuovere la salute di tutti i dipendenti dell'Amministrazione Penitenziaria", conclude Capece. "Qui servono azioni concrete e non le chiacchiere ministeriali e dipartimentali che su tutti queste tragedie non ha fatto e non fa nulla: è vergognoso e inaccettabile!".
ansa.it, 29 gennaio 2022
Dopo che il Gip ha respinto il reclamo sull'archiviazione. Anche l'associazione Antigone si prepara a rivolgersi alla Corte europea dei diritti dell'uomo contro l'archiviazione dell'inchiesta sui nove detenuti morti a marzo 2020, quando scoppiò una rivolta nel carcere di Modena, in concomitanza con altre proteste simili in altri penitenziari italiani.
Il reclamo di Antigone è stato infatti dichiarato inammissibile dal Gip. "A questo punto la nostra intenzione - dice l'avvocato Simona Filippi, che assiste l'associazione - dopo aver esperito tutte le vie di ricorso interne, è quella di iniziare a lavorare al ricorso alla Cedu", che si andrà ad aggiungere a quello dei familiari di un detenuto, assistiti dall'avvocato Luca Sebastiani, "chiedendo che l'Europa faccia chiarezza sulla dinamica di questi nove morti".
di Elisabetta Andreis
Corriere della Sera, 29 gennaio 2022
Fabrizio Rinaldi guida il Beccaria: una via per il recupero. Emergenza spazi aggravata dalla pandemia. Appassionato del "fare" milanese ma orgoglioso napoletano, padre di una figlia adolescente, da sempre interessato al mondo dei giovani e con una lunga storia ai vertici di vari penitenziari della Lombardia. La figura appena scelta per dirigere il Beccaria - Fabrizio Rinaldi - è di spessore ed esperienza. Peccato però che ancora una volta per il carcere minorile milanese si tratti di una guida part-time (in sede due giorni a settimana) come era stato per Mimma Buccoliero, appena trasferitasi a Torino.
Le pesa avere due incarichi insieme, al carcere di Como e al minorile di Milano?
"Di necessità virtù. Io metterò tutto il mio impegno per svolgere al meglio questo incarico, che comunque sarà transitorio. Le procedure per le assunzioni di dirigenti del minorile a tempo pieno sono avviate e confido che le nomine siano prossime. In una fase come questa, turbolenta e di disagio giovanile esplosivo, nell'interesse degli adolescenti un direttore a tempo pieno sarebbe auspicabile".
Si parla di disagio e questo si traduce anche in piccole rapine e aggressioni che continuano a verificarsi in città ad opera di minori devianti o con disturbi di varia natura. Allo stesso tempo in Lombardia le comunità sono insufficienti. Come si fa fronte alla situazione?
"La cura e rieducazione dei ragazzi sono sempre prioritarie, il carcere certo non si sottrae alle sue responsabilità. Ma dovrebbe essere lasciato solo come extrema ratio se ogni altra possibilità viene giudicata impossibile e comunque circoscritto a un tempo limitatissimo. Particolarmente importante é l'impegno profuso nell'indirizzare ad attività socialmente utili e nel valorizzare l'istituto della messa alla prova".
Cosa l'ha colpita più di tutto al Beccaria?
"L'impegno del personale di polizia e di chi opera nell'area trattamentale e il grande investimento del terzo settore e di soggetti esterni nella formazione scolastica e lavorativa dei ragazzi. Investimento economico e di energie".
Come si rende il tempo in carcere un'opportunità?
"Bisognerebbe cercare di avvicinargli coraggiosamente il mondo delle scuole e della società civile. L'osmosi durante la detenzione può fare molto in vista del reinserimento e contro il rischio dello stigma. Vorrei incoraggiare progetti e collegamenti con i licei e utilizzare sempre di più il nostro teatro Puntozero come luogo di sperimentazione per il necessario avvicinamento tra "dentro" e "fuori".
Inaugurata da poco la palestra, grazie alla Fondazione Rava, al Beccaria restano problemi strutturali. Primo tra tutti, il sovraffollamento...
"Abbiamo 39 ospiti e la capienza sarebbe di 31. Visto il periodo di particolare turbolenza in strada, temiamo l'arrivo di altri ragazzi che non potremmo accogliere: li dovremmo per forza mandare in altre regioni, lontano dalle famiglie, ed é una soluzione non ottimale dal punto di vista rieducativo. Anche gli spazi in origine destinati ai ragazzi arrestati in flagranza sono occupati da quelli in isolamento preventivo per il Covid. Risultato: chi è in stato di fermo deve essere portato via, a Torino o Genova, con dispendio di forze ed energie. Il problema degli spazi, in pandemia, è esacerbato per tutti".
I lavori di ampliamento che dovrebbero raddoppiare la capienza e paiono non finire mai, a che punto sono?
"Mi dicono che il cantiere terminerà entro l'anno. Non è semplice, anche perché aumentano gli adolescenti devianti con problematiche sanitarie psichiatriche o di dipendenza che destabilizzano la gestione dei gruppi. Serve, in generale per i giovani, una regia più forte e complessiva che prenda in mano urgentemente potenzialità e problemi, prima che peggiorino".
di Jacopo Storni
Corriere Fiorentino, 29 gennaio 2022
Sollicciano, la denuncia di Matulli (Pantagruel): "Dal tribunale rifiuti insensati". Detenuto a Sollicciano, aveva chiesto al tribunale di sorveglianza di concedergli un permesso di libertà vigilata per andare a trovare suo padre in fin di vita. Ma il permesso non gli è stato concesso e lui non ha potuto lasciare il carcere. Ha insistito, mandando richieste su richieste al tribunale, giorno dopo giorno. Alla fine quel permesso tanto agognato permesso è arrivato, ma con una tragica beffa è arrivato il giorno dopo la morte del padre.
È la storia di un giovane detenuto marocchino recluso nel penitenziario di Sollicciano da circa due anni (dovrà scontarne ancora uno). La storia, raccontata dall'associazione di volontariato Pantagruel, inizia quando il padre, che viveva in Marocco, viene a conoscenza di essere malato. I medici gli diagnosticano un tumore e gli dicono che non gli resta ancora molto tempo da vivere. Così l'uomo anziano parte per l'Italia e arriva a Firenze: vuole vedere il figlio per un'ultima volta prima di morire. Si trasferisce a casa della figlia, sorella del detenuto, che da tempo vive in provincia di Firenze. E qui attende.
Nel frattempo, da Sollicciano, il detenuto fa partire la prima richiesta ufficiale di permesso speciale per malattia grave del padre, un permesso che quasi sempre viene concesso ai reclusi. Ma dal magistrato di sorveglianza la prima risposta è negativa. A concorrere alla decisione sfavorevole ci sarebbe la non idoneità della casa in affitto presso cui vive la sorella, a causa del fatto che il contratto di affitto della sorella non prevedeva il subaffitto di qualche giorno al detenuto. "Un assurdo pretesto", secondo l'associazione Pantagruel. Passano le settimane e la casa viene acquistata dalla sorella. Secondo Pantagruel, che ha seguito da vicino il caso del giovane internato, ci sarebbero adesso tutte le condizioni per avere il tanto sperato permesso.
Ma anche stavolta, niente di fatto: ancora un responso negativo. Passano altri giorni e il padre peggiora sempre di più. Da Sollicciano partono ulteriori richieste, ma ancora nessuna risposta positiva. Fino a quando il padre del ragazzo si aggrava ulteriormente e muore, lo scorso 17 settembre, senza che il recluso abbiamo potuto fargli visita. Quando al ragazzo arriva finalmente il permesso speciale per uscire provvisoriamente, il padre è già deceduto.
A quel punto, il giovane va su tutte le furie, si dispera, urla, viene calmato da Fatima, una volontaria marocchina di Pantagruel. "Era intrattabile, da un lato profondamente addolorato per la scomparsa del padre, dall'altro furioso perché non gli era stata concessa la possibilità di salutarlo per un'ultima volta, era il suo desiderio più grande".
"Abbiamo assistito impotenti ad un episodio gravissimo - ha commentato il presidente dell'associazione Pantagruel ed ex vice sindaco di Firenze Giuseppe Matulli - Tempo fa ho scritto al presidente del tribunale di sorveglianza per sottolineare l'importanza della tutela dei diritti dei detenuti di fronte a situazioni come questa, eppure non è bastato perché il tribunale ha respinto le ripetute richieste del recluso con motivazioni assurde e insensate, assolutamente pretestuose, tanto che poi il permesso è arrivato, ma quando ormai era troppo tardi". Il permesso in questione, come detto, solitamente viene concesso. Secondo l'articolo 30 del regolamento, "nel caso di imminente pericolo di vita di un familiare o di un convivente, ai condannati e agli internati può essere concesso dal magistrato di sorveglianza il permesso di recarsi a visitare l'infermo".
lapiazzaweb.it, 29 gennaio 2022
Giovedì 18 novembre una delegazione della Fp-Cgil ha fatto visita all'interno del carcere di Rovigo. Durante la visita è emersa la cronica mancanza in pianta stabile di un direttore penitenziario, proprio per la presenza di detenuti classificati alta sicurezza, situazione che rende necessario avere in pianta stabile un direttore.
"Risulta assolutamente necessaria - dichiara Gianpietro Pegoraro, coordinatore regionale del Dap Funzione Pubblica - all'interno del carcere, la figura del medico specialista. Il dentista, a esempio, viene una volta a settimana e questo crea non pochi problemi per chi lavora all'interno dell'istituto. Abbiamo notato che, ai piedi del reparto detentivo, sono accatastati mucchi d'immondizie, che giorno dopo giorno si accumulano sempre di più.
Se ci fosse un direttore in pianta stabile questo non sarebbe accaduto. I fondi assegnati sono insufficienti per pagare un numero maggiore di detenuti dediti a svolgere attività lavorativa. La mancata classificazione dell'istituto comporta da una parte la non appetibilità di direttori penitenziari nel scegliere Rovigo come sede e, dall'altra, sminuisce l'ottimo lavoro che sta svolgendo il personale".
"Come sindacato - conclude Pegoraro - chiediamo alle istituzioni di farsi carico della situazione e di aprire un tavolo con l'amministrazione penitenziaria regionale. Chiediamo inoltre al provveditore regionale di trovare una soluzione alla cronica mancanza di un direttore in pianta stabile".
di Laura Gozzini
Il Cittadino, 29 gennaio 2022
La volontaria. Grazia Grena di Loscarcere racconta le condizioni di vita in questo lungo periodo Covid: "Loro hanno bisogno di noi". Come una stanza che si rimpicciolisce. Sempre di più. Sempre di più. "Come una camera a gas". Mentre Grazia Grena la descrive ti sembra di vederla, la cella dove i detenuti in tempo di Covid trascorrono i loro giorni senza più "ossigeno", "perché gli spazi in cui si muovono sono sempre celle a parte l'aria".
Grena è un ex militante di Prima Linea e presidente di Loscarcere, associazione di volontari delle 14 che prima dell'ondata Omicron svolgevano la loro attività all'interno del carcere di Lodi. E da tre settimane sono chiuse fuori, in attesa che la curva dei contagi cali. Nell'ultima visita ha incontrato la disperazione più disperante e non nasconde di essere preoccupata: "Dopo due anni di Covid i detenuti non ce la fanno più.
Tutte le attività sono state sospese, ieri (giovedì, ndr) ho avuto un colloquio con la direttrice e ho capito che era successo qualcosa. Ieri sera sono uscita e al mio circolo ristretto l'ho detto" confessa alla notizia del tentato suicidio, reiterato due volte, proprio qualche giorno fa.
"L'ultima volta che sono entrata in carcere risale minimo a tre settimane fa. Ho visto persone che non stavano bene, in una sofferenza psicologica, come essere in una camera a gas - ricorda. E gli agenti m'incoraggiavano a parlare con sempre più persone, perché anche cinque minuti potevano essere non chissà che, ma un sollievo". Sa bene, perché lo ha provato sulla propria pelle, che il carcere ti sgretola. E che anche lei e gli altri volontari possono fare "poco". Ma che quel poco è tantissimo. Sospesi in piena emergenza Covid, corsi di teatro, di panificazione, incontri per i papà e tutte le altre iniziative da poco riprese, hanno dovuto fermarsi di nuovo. Ed è dura.
"Siamo stati paragonati ai giardinieri, ma il volontariato che è tanto bistrattato è ossigeno per i detenuti, perché vuol dire mantenere contatti con la realtà e la speranza - osserva -. Il carcere è un ambiente chiuso che con il Covid si è chiuso ancora di più e questo ti svuota, ti fa tornare infantile. Se ogni 10 detenuti che escono in 7 tornano dentro, vuol dire che non è la risposta giusta".
di Laura Gozzini
Il Cittadino, 29 gennaio 2022
Ha usato le lenzuola e i lacci delle scarpe per impiccarsi, in carcere a Lodi, per due volte in 48 ore. Così un uomo arrestato e condotto alla Cagnola nei giorni scorsi ha cercato di togliersi la vita, ma è stato salvato dagli altri detenuti e dagli agenti della polizia penitenziaria.
La drammatica notizia è arrivata ieri dal Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria Sappe, per voce del Segretario Provinciale di Lodi e Delegato Regionale per la Lombardia Dario Lemmo che spiega: "Il detenuto ha tentato il suicidio a mezzo impiccamento nel bagno della cella la prima volta con le lenzuola e la seconda volta con i lacci delle scarpe. I tre agenti intervenuti la prima volta e i due agenti intervenuti la seconda volta hanno subito sollevato il detenuto e hanno slacciato le lenzuola e i lacci delle scarpe per liberarlo dal soffocamento".
L'uomo è stato subito soccorso e gli sono state praticate le manovre di rianimazione per salvarlo. "Era appena entrato dopo l'arresto e si trovava nelle stanze dei nuovi giunti - spiega la direttrice della casa circondariale di Lodi Mariantonietta Tussi -. Si tratta di un soggetto noto ai servizi territoriali del Cps (Centri psico-sociali) in quanto tossicodipendente, che ha fatto questi due "tentativi", sventati per fortuna, in un momento in cui erano presenti i compagni di stanza per cui la prima volta hanno potuto salvarlo e poi sono intervenuti gli agenti, e la seconda volta grazie all'intervento egregio degli agenti".
La direttrice tiene a precisare che la vigilanza è sempre stata massima: "La persona non è mai messa nella condizione di rimanere sola, c'è sempre qualcuno nella stanza, soprattutto all'ingresso perché deve effettuare l'isolamento da Covid - prosegue. In ogni caso, essendo un soggetto problematico da gestire in carcere a Lodi, non disponendo di un servizio psichiatrico h 24 e di un medico di notte, è stato chiesto di trasferirlo in un luogo più idoneo dove c'è un'assistenza psichiatrica e nel frattempo è stato messo in regime di grande sorveglianza".
latinacorriere.it, 29 gennaio 2022
Il Comune ha approvato lo schema di convenzione con il Tribunale di Latina per la "messa alla prova", l'istituto previsto per i reati puniti con la sola pena pecuniaria o con la pena detentiva non superiore a quattro anni di reclusione che consiste nella sospensione del procedimento penale per l'imputato.
Su disposizione del giudice, infatti, l'imputato viene affidato all'Ufficio di Esecuzione Penale Esterna per lo svolgimento di un programma di trattamento che prevede come attività obbligatoria e gratuita l'esecuzione di un lavoro di pubblica utilità in favore della collettività che può essere svolto presso istituzioni pubbliche, enti e organizzazioni di assistenza sociale, sanitaria e di volontariato.
Con la delibera di Giunta il Comune di Latina ha dunque approvato la convenzione per lo svolgimento di lavori di pubblica utilità per tutti gli imputati che ne abbiano diritto, indicando anche i servizi nei quali gli stessi potranno essere impiegati: attività nell'ambito del welfare: collaborazione e supporto all'Amministrazione Comunale nei progetti/servizi incentrati sulla tutela dell'infanzia, delle persone anziane e disabili; interventi di emergenza (ad esempio Emergenza freddo e Pronto Intervento Sociale); supporto a specifiche attività quali accoglienza di persone senza dimora, di richiedenti e/o titolari di protezione internazionale; attività nell'ambito del verde pubblico: azioni di pulizia e manutenzione integrative nelle aree verdi pubbliche; attività nell'ambito della tutela ambientale: collaborazione e supporto all'Amministrazione Comunale nei progetti/servizi incentrati sulla tutela ambientale; attività nell'ambito dei beni comuni: collaborazione e supporto all'Amministrazione Comunale nei progetti/servizi incentrati sulla promozione del senso civico tramite la cura dei beni comuni; piccoli interventi di ripristino dell'arredo urbano e del decoro urbano; supporto alla rimozione del vandalismo grafico.
La convenzione avrà la durata di 5 anni a decorrere dalla data di sottoscrizione e potrà essere rinnovata d'intesa tra i contraenti. "Con questo atto - commenta la Vice Sindaco e Assessora al Welfare Francesca Pierleoni - l'Amministrazione di Latina conferma la volontà di collaborare con il Ministero della Giustizia e di voler fare la propria parte nell'accompagnare le persone che si sono rese responsabili di reati di minore allarme sociale in un percorso di riabilitazione e reinserimento fatto di condivisione dei valori fondanti della convivenza civile".
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