di Emanuele Coen
L'Espresso, 30 gennaio 2022
Continua a fare proseliti chi vuole cancellare l'Olocausto. La filosofa indaga questa ideologia nefasta, che con il passare degli anni amplia il proprio raggio d'azione. Mentre esce la nuova edizione del suo saggio "Se Auschwitz è nulla". "Non è mai successo prima che si negassero sistematicamente gli eventi storici, addirittura mentre accadono".
Nel tempo del complottismo non c'è da stupirsi se il negazionismo gode di ottima salute. Il rifiuto di fatti storici documentati, infatti, che si tratti delle camere a gas o del Covid-19, resta alla base dell'ideologia della rimozione, che utilizza argomentazioni iperboliche a sostegno delle proprie tesi, propalate senza filtri attraverso la Rete. E così con il passare degli anni il negazionismo allarga il proprio spettro di azione, come osserva Donatella Di Cesare, docente di Filosofia teoretica alla Sapienza di Roma, una delle voci filosofiche più presenti nel dibattito pubblico, impegnata da lungo tempo su questi temi. Nel suo saggio "Se Auschwitz è nulla" (Bollati Boringhieri, pp.160, € 12), edizione ampliata del libro pubblicato dieci anni fa, esplora le nuove frontiere di questa ideologia nefasta.
Oggi il negazionismo si amplia, arriva a negare la pandemia...
"Non è mai successo prima che si negassero sistematicamente gli eventi storici, addirittura mentre accadono. Tuttavia questo fenomeno si replica; nasce dal contesto dello sterminio e, quasi con le stesse modalità, si fa largo nello spazio pubblico dove si arriva a negare la pandemia, a mettere in discussione l'efficacia dei vaccini, a impiegare quel dubbio iperbolico che diventa un dogma. Dovremmo riflettere su questo dilagare dei "negazionismi" al plurale, prenderli sul serio ed esaminarli attentamente. Siamo solo all'inizio".
Qual è il fulcro del nuovo negazionismo?
"Il negazionismo ha nuovi volti. Nell'immediato dopoguerra mira a riabilitare il passato sollevando il nazismo da ogni colpa, scagionando il fascismo da ogni complicità nel genocidio degli ebrei d'Europa. Il che è possibile solo cancellando il crimine più obbrobrioso: l'industrializzazione della morte nei campi di sterminio. Ecco perché le camere a gas sono per decenni al cuore della negazione. Più tardi si aggiunge il tema del numero. "Ne sono morti davvero sei milioni?". Con questa domanda, beffarda e offensiva, il negazionista costringe alla contabilità dell'orrore. Ma non possedere la cifra esatta di coloro che furono assassinati non muta l'entità del crimine. Tra il 2000 e il 2020 entra in una nuova fase. Il perno della nuova negazione diventa il cosiddetto "culto olocaustico". Gli ebrei, quei "guardiani della memoria", avrebbero approfittato di Auschwitz ergendolo a "sacrificio fondante", fulcro e alibi della "nuova religione olocaustica". Ben al di là della fondazione dello Stato di Israele, il "culto olocaustico" sarebbe il fondamento ideologico per riprendere saldamente le fila del potere, le redini del Nuovo Ordine Mondiale".
Da quale urgenza nasce la nuova edizione del libro?
"Lo sfondo è un processo penale che ho dovuto affrontare in questi ultimi anni e che si è concluso qualche mese fa con la mia piena assoluzione. Sono stata portata in tribunale da un parente di Costanzo Preve del quale, in un articolo su Diego Fusaro, indicavo le responsabilità verso il negazionismo. Una brutta storia che ricorda quella di Deborah Lipstadt. Per me si aggiungeva ad anni di minacce per cui sono stata messa sotto scorta. Come spesso avviene, nel buio c'è la luce. Così ho avuto l'occasione per analizzare i nuovi temi del negazionismo, primo fra tutti quello del "culto olocaustico" che è insieme lo slogan inedito, ma anche il modo per aggirare ogni censura dopo l'introduzione del reato. Mi sono, dunque difesa e dai tanti appunti è nata l'idea di ripubblicare il libro che esce in una versione molto diversa da quella precedente perché contiene due nuove parti, una sull'antisemitismo nel XXI secolo, che ho scritto per la Treccani, e una parte sul nuovo negazionismo".
Che differenza c'è tra negazionismo e revisionismo?
"I negazionisti sono riusciti a spacciarsi per revisionisti, come se mirassero solo a rivedere la storia in nome di una spassionata ricerca della verità. In realtà non vogliono ricercare nulla, bensì solo insinuano il loro dubbio iperbolico. In tal senso il negazionismo non è un'opinione come un'altra, né tanto meno una visione critica. È una dichiarazione politica che, minacciando il passato, insidia il futuro".
Con il proliferare dei social media il negazionismo assume forme inedite.
"Si può parlare davvero di una complosfera negazionista. Là dove reale e virtuale, prova e rumore, ragionevole e assurdo, tutto è equiparato, i negazionisti trovano estro e ispirazione per rendere attuali e concreti i loro fantasmi. Non sorprende che i nuovi media siano diventati un potente mezzo per fare proseliti".
I testimoni della Shoah sono quasi tutti scomparsi ormai. È un fatto che rafforza il negazionismo?
"Sì e no. I negazionisti hanno sempre tentato di demolire la testimonianza dei sopravvissuti. Il caso più emblematico è quello di Shlomo Venezia a cui ho dedicato il mio libro e che è stato per me una persona molto importante. Membro del Sonderkommando di Auschwitz-Birkenau, lui sapeva bene che la sua testimonianza era la più temuta perché, a differenza degli altri, lui era stato dentro il dispositivo dello sterminio. I nostri sopravvissuti hanno fronteggiato l'ondata dei negazionisti. Sono stati e sono guide della coscienza democratica, come Liliana Segre, e perciò diventano vittime della violenta propaganda negazionista. Ma questo non vuol dire che dopo di loro sarà più facile negare. Qui sta il nostro compito. Vorrei ricordare una parola ebraica, l'imperativo "shamòr", osserva!, che viene dopo "zakhòr", ricorda!, ed è rivolto a chi, pur non avendo vissuto gli eventi, e non potendone avere memoria, ha tuttavia la responsabilità di trattenerne il ricordo osservandolo".
di Jacopo Storni
Corriere Fiorentino, 30 gennaio 2022
Lo sdegno generale: "Qualcosa deve cambiare. Nel caso di imminente pericolo di vita di un familiare o di un convivente, può essere concesso il permesso di recarsi in visita". All'indomani del caso sollevato dall'associazione Pantagruel attraverso il Corriere Fiorentino, è unanime il coro di indignazione per la vicenda accaduta lo scorso settembre.
A partire dall'associazione Ristretti Orizzonti: "Storie di permessi arrivati troppo tardi ne ho viste tante - ha detto Ornella Favero, coordinatrice dell'associazione - Io immagino che sia difficile per un magistrato di sorveglianza mettere insieme l'umana pietà con la sicurezza dei cittadini, e dare risposte in tempi rapidi, ma qualcosa deve cambiare, qualcosa bisogna fare perché non si arrivi tragicamente tardi, e perché lo Stato riesca a mostrare, anche a chi ha fatto del male, un volto più mite e attento ai bisogni di tutti. Perché solo così si disinnesca la rabbia nelle carceri, e si applica la Costituzione".
Tanto più che, ricorda Favero, il diritto è garantito dall'articolo 30 dell'ordinamento giudiziario, secondo cui "nel caso di imminente pericolo di vita di un familiare o di un convivente, ai condannati e agli internati può essere concesso dal magistrato di sorveglianza il permesso di recarsi a visitare, con le cautele previste dal regolamento, l'infermo".
Sul tema interviene anche il cappellano di Sollicciano don Vincenzo Russo: "Un fatto deprimente, un episodio che descrive molto bene il clima di abbandono e superficialità che si vive a Sollicciano". E ancora Massimo Lensi dell'associazione Progetto Firenze: "Il permesso a questo detenuto gli andava concesso subito, su questo non ci piove, questa è una delle tante brutte storie a cui siamo abituati all'interno del mondo del carcere, che però sembra interessare a quasi nessuno".
Secondo Lensi, "è pertanto necessario potenziare la magistratura di sorveglianza, l'area educativa e le sezioni amministrative del carcere affinché siano snelliti passaggi burocratici e affinché problemi come questo non si verifichino più". "L'impressione che si ricava parlando con i detenuti - ha infine aggiunto Alessio Scandurra dell'associazione Antigone - è che purtroppo questo caso non sia affatto una eccezione. Questi episodi sono figli di un atteggiamento che sconta una burocrazia eccessiva, non tanto dall'accanimento del tribunale di sorveglianza".
ildolomiti.it, 30 gennaio 2022
I problemi del carcere raccontati dalla Garante dei detenuti al Rotary club Trento. Antonia Menghini ha spiegato quali problemi sta vivendo la casa circondariale di Spini compreso il tragico tema dei suicidi a quello del fine pena. Durante il settimanale incontro del Rotary Club Trento ha ricordato che "un giorno, un detenuto in uscita mi ha detto sconvolto: ho paura di ritrovarmi di fronte a tanta libertà"
Quasi 300 detenuti a fronte di 240 previsti ma nel 2015 erano arrivati ad essere, mediamente anche 330. Questi numeri che raccontano di una flessione ma che dimostrano come sia tuttora in atto un sovraffollamento, si riferiscono al carcere di Trento.
Lunedì 17gennaio, infatti, il Rotary Club Trento, guidato dal presidente Matteo Sartori, unitamente al Rotaract di Trento, presieduto da Jessica de Ponto, hanno avuto quale relatrice, nell'ambito degli incontri settimanali organizzati dall'ente, la professoressa Antonia Menghini, professoressa di diritto penale alla Facoltà di Giurisprudenza di Trento (con svariati incarichi scientifici nell'ambito dell'attività da lei svolta) e autrice di numerose pubblicazioni. Dal 2017 è la "Garante dei diritti dei detenuti della Provincia Autonoma di Trento" ed in tale veste è intervenuta con una relazione dal titolo "Carcere e Coronavirus".
Tema estremamente complesso e importante, anche a causa delle annose problematiche che affliggono la situazione carceraria italiana, affetta da un "cronico e strutturale sovraffollamento", che è stato pesantemente condannato dalla Corte di Strasburgo per la prima volta nel 2013, per "violazione della Convenzione Europea dei diritti dell'uomo per trattamento disumano e degradante". Riguardo alla Casa Circondariale di Spini di Gardolo, come detto, al 31 dicembre 2021 vi erano 299 detenuti su 240 previsti: 27 donne e 272 uomini. Nel 2015 erano mediamente 330. La flessione, che comunque vede ancora un sovraffollamento, è dovuta ad un lavoro davvero importante svolto dalla magistratura di sorveglianza, con l'applicazione di misure alternative come la detenzione domiciliare, soprattutto in questo periodo di pandemia.
La Casa Circondariale di Spini di Gardolo, dopo svariati avvicendamenti, è diretta da Annarita Nuzzaci, alla quale dal 2019 è stata assegnata anche la direzione della Casa Circondariale di Bolzano. Incarichi molto gravosi da svolgere contemporaneamente. Circostanza che ha reso e rende oggettivamente molto complesso lo svolgimento di una progettualità di lungo periodo. Sottodimensionata risulta essere a Spini di Gardolo in particolare l'area educativa, il personale di polizia penitenziaria (ruolo estremamente importante) e l'organico dei medici, soprattutto nel periodo di pandemia.
Non è stato inoltre attivato il cosiddetto Centro Diurno per persone affette da disagio psichico, dove possano essere seguite non solo sotto il profilo medico, ma anche con un affiancamento in senso più ampio. La relatrice ha poi evidenziato che particolarmente pesanti sono state per i detenuti, sempre a causa del virus, le sospensioni dei colloqui in presenza, le visite dei familiari a causa delle zone rosse e la sospensione dei trasferimenti in carceri più vicini alle famiglie, come previsto dalle normative (disposizione revocata solo nell'agosto del 2021). In questo contesto, le già limitate libertà delle persone detenute si sono notevolmente ristrette.
Quanto sopra ha portato all'accentuarsi di episodi di maggiore insofferenza e di maggiore autolesionismo, riconducibili al conseguente crescente disagio psichico dei detenuti. In alcuni casi si sono verificati anche veri e propri scontri, ma non a Trento. Antonia Menghini ha poi toccato il tragico tema dei suicidi in carcere. Ha ricordato che è necessario attivarsi al massimo, per intercettare per tempo le motivazioni che possono portare a quel gesto estremo, al fine di scongiurarlo. E ancora il delicato tema del fine pena, soprattutto per chi non ha riferimenti sul territorio e che quindi si trova, una volta liberato, da un giorno all'altro, da solo, per la strada. "Un giorno, un detenuto in uscita", ha raccontato la relatrice "mi ha detto sconvolto: ho paura di ritrovarmi di fronte a tanta libertà". L'esaustiva relazione della Prof.ssa Menghini, davvero molto professionale, ma al tempo stesso anche molto umana, ha trovato grande consenso fra i presenti.
di Antonio Mastrapasqua
formiche.net, 30 gennaio 2022
Una liquidazione di meno di 40.000 euro per 132 giorni di ingiusta detenzione. Poco? Forse sì. Ma il problema è che il conto non è stato ancora saldato e lo Stato non risponde. Quanto valgono 132 giorni di ingiusta detenzione? Secondo la giustizia italiana un po' meno di 40.000 euro. Poco? Probabilmente sì. Ma soprattutto il conto non è stato saldato, anche se il debitore è lo Stato, nella fattispecie il ministero delle Finanze. Massimiliano Prosperi aspetta da quasi un anno la liquidazione del danno per ingiusta detenzione, definito con sentenza della Corte d'Appello nel marzo dello scorso anno. Ma il Mef non paga, e non risponde ai solleciti.
L'uomo era stato detenuto per circa sei mesi e condannato in primo grado nel 2016 per essere il presunto mandante di un omicidio avvenuto a Roma. L'anno dopo, in appello, la sentenza è stata ribaltata ed è stato riconosciuto innocente. La sentenza di assoluzione è diventata definitiva nel 2018. Successivamente ci sono voluti altri tre anni per ottenerne una che definisse il risarcimento per il danno subito. Poi nulla. Silenzio.
Prosperi era un imprenditore, oggi si arrangia facendo il muratore. Quei 40.000 euro, oltre che dovuti, sarebbero utilissimi per ricomporre i pezzi di una vita devastata da un errore giudiziario. Ma la burocrazia sta condannando per la seconda volta un uomo innocente. Non si tratta solo di cattiva burocrazia - inefficiente, complicata, autoreferenziale - che si oppone a una burocrazia buona, che aiuta la vita di cittadini, famiglie e imprese, fornendo un servizio essenziale di utilità pubblica. Siamo di fronte a un caso di burocrazia nemica.
Purtroppo, il caso del signor Prosperi non è unico. Sono circa 1.000 all'anno i casi di ingiusta detenzione riconosciuta dallo Stato. Il 20% di chi ricorre per ottenere un risarcimento. I soldi tardano spesso ad arrivare e quasi mai lo Stato si rivale sul magistrato che ha amministrato "male" la giustizia, anche se la legge Vassalli lo prevede esplicitamente.
La vicenda di Prosperi non è solo uno dei tanti casi di malagiustizia, si configura come un pessimo esempio di burocrazia nemica. Non solo inutile o dannosa per la vita sociale, ma addirittura ostile, irrispettosa delle stesse sentenze dei magistrati.
Una storia che rischia di accentuare uno sguardo negativo nei confronti di tante amministrazioni pubbliche, anche quando i casi di rapporto positivo ed efficiente non mancano. Di fronte al dramma di una ingiusta detenzione riconosciuta e non "pagata" potrebbe sembrare inopportuno rammentare i tanti episodi di burocrazia amica, che per fortuna ci sono e ci sono stati. Ne sono stato buon testimone negli anni che ho avuto l'onore di lavorare per il Paese come civil servant, al vertice dell'Inps.
La buona burocrazia, fatta di impiegati e dirigenti zelanti e dediti al dovere, diventa amica dei cittadini quando sa organizzarsi per servire al meglio il Paese, arginando le inefficienze, promuovendo le attività efficienti, premiando le buone pratiche e inventando - quando serve - percorsi e modalità nuove per adeguarsi alle esigenze della collettività.
Ho avuto la ventura di vedere un'amministrazione pubblica darsi l'obiettivo di pagare le prestazioni previdenziali e assistenziali in tempi sempre più stretti - parlo sempre dell'Inps che ho presieduto per tanti anni - di inventare nuove forme di collaborazione con altre amministrazioni, per assicurare il miglior servizio per i cittadini. Ricordo gli interventi nel processo di riconoscimento e controllo dell'invalidità civile, che nel dialogo con le Asl e le Regioni, riuscirono ad assicurare liquidazioni in tempi certi, se dovute. Ricordo l'efficientamento delle procedure sui certificati medici per malattia dei lavoratori, che consentirono di dare trasparenza a percorsi spesso offuscati da un'ingiusta sopportazione di casi di assenteismo. Ricordo la riduzione del contenzioso giudiziario per il quale l'Inps deteneva un primato non invidiabile. Ricordo gli scambi di informazioni con le altre amministrazioni pubbliche - come per esempio con l'Agenzia delle Entrate - per evitare l'erogazione di prestazioni a chi non ne aveva diritto.
I casi dell'Inps che ricordo in prima persona sono certo che si moltiplicano nei Comuni italiani più virtuosi, non a caso il Comune resta una delle istituzioni più apprezzate dai cittadini. Non solo. Basta ripensare a questi due anni di pandemia, che hanno visto l'impegno e l'abnegazione di medici e paramedici di tutto il Sistema sanitario nazionale, che hanno finito per ridimensionare gli inevitabili casi di malasanità, facendo apprezzare un grande pezzo di amministrazione pubblica efficiente ed efficace. C'è una Pubblica amministrazione buona e amica, che dovrebbe dare sempre meno spazio alle sacche di ostilità e di inefficienza che riducono i cittadini al grado di sudditi.
di Selvaggia Lucarelli
Il Domani, 30 gennaio 2022
"Breve azione di cariche di alleggerimento", "lanci di pietre, uova e bottiglie di vetro a cui la polizia ha reagito con alcune cariche", "la questura ha fatto sapere che l'iniziale sit-in si è trasformato in un corteo", "circa 200 partecipanti hanno cercato in tutti i modi di forzare gli sbarramenti delle forze di polizia, anche con l'utilizzo di un furgone".
A leggere sui giornali le (scarse) cronache di ciò che sarebbe accaduto ieri in alcune piazze d'Italia viene da pensare che gli studenti abbiano manifestato contro l'alternanza scuola/lavoro con ferocia, armati fino ai denti, con le forze dell'ordine costrette a difendersi utilizzando misura e senso delle proporzioni. Peccato che le cose siano andate molto diversamente e che l'accaduto sia di una gravità inaudita, perché decine di studenti inermi sono stati manganellati da poliziotti inspiegabilmente accaniti e violenti.
A Milano, circa duecento ragazzi tra studenti, anarchici ed esponenti di centri sociali, volevano raggiungere la sede di Assolombarda per deporre una simbolica trave d'acciaio in cartapesta insanguinata. Dai video di Local Team si vede chiaramente che qualche ragazzo butta giù delle transenne per poi indietreggiare. Qualcuno, in un seguente momento, lancia verso la polizia delle uova con della vernice rossa che doveva simboleggiare il sangue dello studente Lorenzo Parelli, morto durante uno stage nell'ambito dell'alternanza scuola-lavoro.
Violenza unilaterale - Non c'è violenza, nessuno aggredisce i poliziotti. Molti ragazzi e ragazze sono minorenni. Lo so perché tra quei ragazzi c'era anche mio figlio, che ha 17 anni. Ed era insieme a coetanei, alcuni suoi compagni di classe. Non ha lanciato nulla, era lì a manifestare, a ritrovare una ragione per sentirsi vivo e stimolato da una causa che reputava giusta dopo anni di dad, lockdown e pandemia. Si sente chiaramente che un poliziotto li minaccia, mentre il corteo è fermo: "Se tirate un altro uovo vi carichiamo", dice. Qualcuno lancia un uovo, che cade sull'asfalto. La polizia allora li carica, manganella ragazzini e ragazzine sulla testa, sulle gambe, sulla schiena.
Mio figlio, come molti altri, prende una manganellata in testa, cade, smarrisce una scarpa. Per un attimo perde coscienza, lo tirano su dei suoi amici che erano più indietro e che l'hanno scampata. Un ragazzo invece resta a terra, viene picchiato mentre è sull'asfalto, perde sangue dalla testa, va al pronto soccorso. Una sua amica, anche lei diciassettenne, è stata manganellata sulle gambe, altre hanno ematomi sulle braccia. Sono tutti increduli e spaventati.
Due approcci diversi - A Torino è andata peggio. I video - numerosi e da diverse angolazioni - raccontano un tentativo dei ragazzi di avanzare oltre lo sbarramento dei poliziotti. Sono forse un centinaio e non si vede alcun furgone (come raccontato dalla questura) che avanza in direzione dei molti poliziotti presenti. Il furgone bianco è parcheggiato, aperto e con delle casse per la musica all'interno. Per la cronaca, sono gli stessi poliziotti che il giorno prima, a Torino, si lasciavano insultare senza reazione alcuna dai manifestanti no pass ("dovete sputarvi in faccia", tra gli apprezzamenti documentati in alcuni video) e che presidiavano l'università all'interno della quale c'erano gli stessi manifestanti no pass che l'avevano illegalmente occupata.
Quello che è accaduto a Torino è che la polizia ha attaccato con ben quattro cariche gli studenti in Piazza Arbarello. I video raccontano una verità precisa, e cioè ragazzi che cercavano di parlare con i poliziotti chiedendo il perché di tanta foga ("Perché ci picchiate, potremmo essere vostri figli", dice una giovanissima a un poliziotto), qualche ragazzo che faceva pressione sugli scudi per avanzare e la polizia che colpiva in testa e sul corpo giovani indifesi, alcuni con le mani alzate, altri di spalle.
I feriti sono stati una ventina, qualcuno è stato portato via in ambulanza sanguinante, altri erano in stato di shock con traumi alla testa e al corpo. Un video mostra un poliziotto mentre mette le mani al collo a un ragazzo con un altoparlante in mano, che chiede perché stiano picchiando ragazzi di 15 anni. Resta da capire il perché di tanta violenza gratuita su ragazzi che erano nelle piazze per una causa complessa e giusta come quella della sicurezza sul lavoro e la ragione per cui a Milano, Napoli e Torino l'atteggiamento delle forze dell'ordine sia stato così ferocemente compatto.
Che fa il governo? Le manifestazioni no-vax vanno avanti da mesi paralizzando città, con cortei che non rispettano percorsi stabiliti e manifestanti facinorosi e insultanti, ma mai le forze dell'ordine sono ricorse ai manganelli. Chissà perché dei semplici studenti che solidarizzavano con un coetaneo morto sul lavoro e al massimo hanno tirato un uovo con della vernice sono stati picchiati a sangue. E chissà perché le (poche e inesatte) ricostruzioni giornalistiche riportano solo la versione della questura, senza tener conto di cosa raccontano i video. E i ragazzi. Quelli che - si dice - hanno pagato il prezzo più alto in questa pandemia e che, a quanto pare, continuano a pagare. Nel frattempo, attendiamo che la ministra dell'Interno Luciana Lamorgese si pronunci sull'accaduto, sperando che non se la prenda comoda come il premier Mario Draghi, quando c'è da rassicurare i cittadini su qualunque cosa.
di Donatella Di Cesare
La Stampa, 30 gennaio 2022
Le cariche indiscriminate della polizia non possono passare sotto silenzio. Colpi violenti sulla testa, sul volto - sangue e violenza. Le cariche indiscriminate della polizia contro gli studenti, che manifestavano pacificamente in tante città italiane, non possono passare sotto silenzio, coperte in questi giorni dal triste spettacolo della politica nel parlamento. Sono infatti scene non meno ignominiose, degne di un regime autoritario e ciecamente repressivo. La morte di Lorenzo Parelli, quel ragazzo di soli 18 anni, ucciso da una trave d'acciaio l'ultimo giorno del suo stage formativo, ha suscitato profonda impressione nei suoi coetanei. E come dar loro torto? Ragazze e ragazzi di quell'età sono scesi in piazza in tantissime città italiane, da Torino a Potenza, per esprimere le proprie emozioni, dal cordoglio alla rabbia, ma soprattutto per comunicare il proprio dissenso contro l'alternanza scuola-lavoro. D'altronde l'alternanza, che né forma né, tanto meno, avvia al mondo del lavoro, si è rivelata l'ennesimo ingranaggio di sfruttamento a basso costo. Ed è proprio quell'ingranaggio che ha stritolato la vita di Lorenzo Parelli. Perché, dunque, non starli a sentire? Perché non cercare di capire le loro ragioni?
La loro giusta protesta non ha trovato invece altra risposta se non le cariche indiscriminate della polizia. A Torino gli studenti liceali, appartenenti a diversi collettivi, sono stati aggrediti dagli agenti perché avevano intenzione di passare in corteo per le vie del centro. Decine di loro sono rimasti feriti. Episodi analoghi si sono verificati a Napoli e a Roma, mentre a Milano sono stati picchiati gli studenti che volevano depositare davanti alla sede di Assolombarda una simbolica trave insanguinata di cartapesta. L'elenco sarebbe lungo: ragazzi contusi, rimasti per terra privi di sensi, oppure finiti al pronto soccorso. Come sempre - si dirà - le violenze non sono mai solo da una parte. Ma questa volta il gesto dell'agente che presidierebbe in tal modo l'ordine è proprio insopportabile. E dovrà certamente darne conto nei prossimi giorni chi ne ha la responsabilità.
Noi sappiamo bene che oggi lo spazio pubblico non è per nulla neutro. Al contrario, proprio perché è ormai lo spazio dell'apparire, esprime un'architettura politica. Chi non ha potere è relegato fuori, invisibile e inascoltato. Purtroppo la polizia non ha più tanto il ruolo di ripristinare l'ordine, quanto quello di difendere i confini dell'architettura politica, i limiti stabiliti. Guai a forzarli! Chi è all'interno, ben visibile, esercita così il proprio potere. Ai margini restano le donne, i precari, i migranti - e i giovani. Quando si parla della scuola, o dell'università, si finisce non di rado per cadere nell'astrattezza impersonale. Quasi mai viene data la parola agli studenti. E il vero problema è che in Italia i giovani hanno un ruolo ridottissimo nello spazio pubblico. Se di tanto in tanto sono un oggetto di argomentazione, non sono, però, il soggetto riconosciuto di un confronto.
La loro protesta per quel coetaneo morto tragicamente avrebbe dovuto essere accolta come il sintomo positivo di una sana reazione, il segnale importante di una voglia di essere partecipi, di far sentire la propria voce. Una politica che si limita a ostentare il volto poliziesco contro interrogativi legittimi, contro questioni nodali, ammette solo la propria incapacità. Non vorremmo più vedere casco e manganello contro chi rivendica il diritto allo studio in sicurezza.
di Gloria Riva
L'Espresso, 30 gennaio 2022
Il sottofinanziamento dei nostri istituti è un problema ignorato da decenni. E mentre le competenze degli studenti peggiorano, aumenta la dispersione. Il covid ha fatto il resto: più le aule restano chiuse, più gli alunni abbandonano gli studi.
C'è chi a scuola ha deciso di non andarci più. Ed è il 13 per cento dei ragazzi. E c'è chi a scuola ci va, ma senza imparare granché. Ed è il dieci per cento dei giovani. Così, nel 2021, un quarto di chi ha meno di 24 anni è entrato nel mondo degli adulti e del lavoro senza avere adeguati strumenti per affrontarlo, senza saper far di conto e comprendere un testo scritto. Il fenomeno si chiama dispersione scolastica, esplicita quando si verifica un vero e proprio abbandono degli studi, implicita quando si resta al banco ma senza trarne alcun insegnamento.
Stando agli ultimi dati Invalsi, prove che testano le competenze dei ragazzi di terza media e quinta superiore in matematica e italiano, questa seconda forma di diaspora sta aumentando fortemente: il 39 per cento degli studenti di terza media non ha raggiunto i livelli minimi di comprensione dell'italiano, in peggioramento di cinque punti rispetto all'anno prima; ancor più sconfortanti gli esiti in matematica con il 45 per cento di insufficienze. Alle superiori il 44 per cento degli studenti ha gravi carenze in italiano, oltre la metà in matematica. Se al Nord il problema è contenuto - in Friuli Venezia Giulia la dispersione scolastica è sotto al dieci per cento, in Lombardia e Veneto al 13 -, in Campania e Calabria sfiorano il 40 per cento.
Ecco perché un'altra dad, la didattica a distanza, non possiamo proprio permettercela: "L'interruzione delle lezioni in presenza ha inferto un duro colpo alla formazione dei ragazzi", spiega Roberto Ricci, presidente di Invalsi, che continua: "È aumentata le quota di allievi in situazione di forte fragilità. I più colpiti sono i ragazzi che provengono da contesti difficili e in condizioni socioeconomiche complicate. Così, se il Veneto ha perso i suoi risultati eccellenti pur restando oltre la media, in Sicilia, Campania, Calabria e Puglia, dove le prestazioni erano scarse già prima, la situazione è precipitata". Più le scuole restano chiuse, più gli alunni sono costretti a studiare da remoto, più la dispersione scolastica esploderà nei prossimi anni, lasciando sul campo giovani adulti privi della capacità di superare un colloquio di lavoro, di partecipare a un bando pubblico, di frequentare un corso di formazione o di avviare una propria attività imprenditoriale.
La scuola sembra aver perso la capacità di rompere quella sorta di profezia che si autoavvera e porta molti giovani a non immaginarsi in un ruolo diverso da quello al quale il proprio destino sociale sembra inchiodarli. Un destino fatto di matrimoni precoci, lavori precari e senza sbocco, di rinuncia a intraprendere percorsi formativi e di ricerca del lavoro, di impossibilità di emergere dallo zoccolo duro di miseria.
All'origine del declino della scuola c'è il suo tradizionale sotto finanziamento, che posiziona l'Italia in fondo alle classifiche europee e Ocse per risorse destinate all'istruzione. Va così dalla metà degli anni Novanta, con un ulteriore aggravamento dalla crisi economica del 2009, quando i finanziamenti all'istruzione sono scesi al di sotto del quattro per cento del prodotto interno lordo, il Pil, mentre, ad esempio, la Francia è sempre stata abbondantemente sopra il cinque per cento. "C'è stato un lieve aumento della spesa a partire dal 2015, con il progetto Buona Scuola del governo Renzi, ma non ci siamo mai schiodati da quel quattro per cento del Pil speso per la scuola, che continua a essere un valore inferiore alla media europea", spiega Giorgia Casalone, docente di Scienza delle Finanze all'Università del Piemonte Orientale, che continua raccontando come il 99 per cento di quel denaro serva a pagare le spese ordinarie, cioè gli stipendi di professori e personale scolastico, mentre solo in minima parte è utilizzato per rendere le scuole luoghi più vivibili.
Ma non è solo un problema economico: "Il nostro sistema di istruzione, essendo fortemente centralizzato, destina uguali risorse per gli studenti del nord, del centro e del sud. Ma essendo i risultati molto diversi da un'area all'altra, questo ci porta a dire che la crisi della scuola non dipende solo dalle risorse stanziate, ma in gran parte dal contesto familiare, dal livello di istruzione dei genitori, dall'ambiente socioculturale. Vuol dire che esistono delle carenze educative che la scuola, da sola, non riesce a colmare", conclude Casalone.
Anzi, in alcuni casi il valore aggiunto offerto dalla scuola è negativo. Ludovico Albert, presidente della Fondazione Compagnia di San Paolo, per molti anni ha insegnato in contesti difficili e racconta che l'assenza di incentivi a insegnare in scuole complicate spinge i docenti a cercare di spostarsi in scuole meno problematiche: "Dirigenti, insegnanti e personale amministrativo appena possono se ne vanno, rendendo tutto più difficile".
La scialuppa di salvataggio che il ministero dell'Istruzione offre alle scuole per salvarsi dalla povertà educativa è il Pon, programma operativo nazionale, periodici bandi su cui il ministero punta svariati milioni di euro per sostenere progetti extra curriculari, utili a stimolare la curiosità dei ragazzi e riavvicinarli al mondo della scuola, ad esempio realizzando orti didattici e acquistando device tecnologici: "Ma i presidi di scuole ai margini, che hanno difficoltà a trovare i docenti per l'attività ordinaria, non hanno il tempo per partecipare ai bandi, che richiedono una certa dose di burocrazia da assolvere. Così i finanziamenti dei Pon finiscono agli istituti meglio attrezzati, aumentando il divario e la disuguaglianza fra scuole". Favorendo anche la ghettizzazione dei ragazzi.
A Milano, ad esempio, oltre il 60 per cento dei bambini non frequenta la scuola elementare del proprio quartiere, ma istituti più centrali o meglio referenziati. Albert spiega che "il fenomeno della segregazione scolastica è molto forte e ci si trova con scuole di alto profilo, dove studiano i bambini bianchi provenienti da contesti socioculturali elevati, e istituti di periferia, dove l'80 per cento degli alunni è straniero e alta è l'incidenza di bambini con bisogni educativi speciali. Se aggiungiamo che in queste scuole gli insegnanti sono precari e tendono a spostarsi altrove, è facile capire perché il valore aggiunto dell'attività didattica è scarso o negativo. Succede che gli alunni di queste classi, di promozione in promozione, arrivino alla maturità con competenze al di sotto della quinta elementare: insufficienti per diventare cittadini consapevoli".
Il ministero ha scarso polso sul fenomeno e l'unico modo per raggiungere i giovani più in difficoltà è costruire patti o alleanze educative con la comunità territoriale, coinvolgendo gli educatori, le associazioni locali, la parrocchia e tutti coloro che sono in grado di aiutare a contrastare la disuguaglianza educativa e riportare i ragazzi all'interno delle scuole, fisicamente ma non solo. I risultati pubblicati da una ricerca condotta dal Forum Disuguaglianze e Diversità confermano che, nelle aree in cui la collaborazione fra società civile e scuola è stata più forte, la dispersione scolastica ai tempi del Covid-19 si è ridotta al dieci per cento, nelle altre è schizzata oltre il 40 per cento. La presenza degli educatori, nei periodi di lockdown e di chiusura delle scuole, ha permesso ai ragazzi più fragili di riallacciare il legame con la scuola e trovare maggiore fiducia in se stessi.
Proprio sulla riduzione dei divari e sul miglioramento delle competenze degli alunni il governo Draghi ha deciso di investire 1,5 miliardi del Pnrr, il piano nazionale di ripresa e resilienza. Tuttavia, il tragitto che porta a quell'obiettivo desta parecchi dubbi: "Quasi quattro miliardi serviranno a mettere in sicurezza le scuole, renderle agibili e costruirne 195 di nuove. Ed è giusto investire sulle infrastrutture, visto che l'età media delle scuole italiane supera i cinquant'anni", commenta Daniele Checchi, docente di Economia della Statale di Milano, che prosegue: "Mentre è meno chiaro come si intenda utilizzare gli altri 1,5 miliardi per ridurre la dispersione scolastica e i divari". L'unica certezza è l'intenzione del governo di investire 300 milioni di euro in un progetto di mentoring online per evitare che 10mila giovani abbandonino la scuola. Un progetto attorno a cui c'è molto scetticismo, visto che proprio la didattica a distanza è risultata fallimentare nella formazione dei giovani.
C'è inoltre un malcontento generalizzato da parte di insegnanti e associazioni locali per come si intende sostenere i patti e le alleanze educative che coinvolgono le comunità locali: "Nel Pnrr ci sarebbe la possibilità di avviare progetti di collaborazione fra istituti e terzo settore, che è l'unico in grado di recuperare i ragazzi in fuga dalla scuola. Ma serve una precisa governance del ministero per decidere come costruire e favorire queste alleanze, specialmente nelle aree più critiche e fragili, e dove il territorio non offre comunità locali di sostegno alla scuola. Al contrario, non sembra esserci questo interesse, ma un generico rimando al meccanismo dei bandi e dei Pon, che favorisce le scuole meglio attrezzate, a scapito di quelle più disagiate", spiega Ludovico Albert.
Non è una questione di risorse economiche, come fa notare Andrea Morniroli della cooperativa Dedalus che opera su Napoli e coordinatore del Forum Disuguaglianze e Diversità: "Basterebbero 250 milioni di euro per finanziare cento progetti e altrettante scuole collocate nelle aree più fragili d'Italia. Piuttosto è una questione di riforme e di programmazione da parte del ministero", che al momento è pronto a usare il sistema dei bandi, un metodo consolidato ma fallimentare, per ridurre i divari, senza offrire una via preferenziale alle aree più critiche. Il rischio è di perdere per sempre metà dei giovani italiani, oggi in fuga dalla scuola, domani smarriti nella vita.
di Elisabetta Soglio
Corriere della Sera, 30 gennaio 2022
Un rapporto lungo e forte quello del presidente Mattarella, rieletto per il secondo mandato sabato sera, con il Terzo settore. Il 5 dicembre aveva detto: "Il rispetto dei diritti e delle libertà della persona nella solidarietà è il patrimonio più prezioso che dobbiamo trasferire alle nuove generazioni".
Il Forum del Terzo settore aveva ringraziato il capo dello stato, giunto al termine del suo mandato. E lo aveva fato attraverso la portavoce Pallucchi. Il presidente Mattarella, aveva detto Pallucchi, "ha sempre dedicato un'attenzione particolare e tutt'altro che scontata alle azioni e al ruolo che ha assunto il Terzo settore nel nostro paese". Sin dall'inizio del suo mandato iniziato nel 2015. Quella attenzione alle molte migliaia di organizzazioni e ai tantissimi volontari che ogni giorno, come ci ricordano spesso le parole del Presidente della Repubblica, "contribuiscono alla coesione sociale del Paese" ha influito positivamente "sull'evoluzione normativa: come quando nel discorso di fine anno del 2018 - ha ricordato Pallucchi - esortò Governo e Parlamento ad evitare "tasse sulla bontà" a danno di quelle realtà che invece "meritano maggiore sostegno da parte delle istituzioni, anche perché, sovente, suppliscono a lacune o a ritardi dello Stato negli interventi in aiuto dei più deboli".
E poi, nel 2020, Sergio Mattarella intervenendo alla cerimonia di inaugurazione di Padova Capitale Europea del Volontariato "non solo riconobbe il valore inestimabile del volontariato, ma auspicò anche che si procedesse nell'attuazione della legge sul Terzo settore, coinvolgendo i protagonisti, assicurando una piena collaborazione tra i diversi livelli istituzionali, favorendo la partecipazione e il sostegno anche economico di una più vasta platea di cittadini". La portavoce del Terzo Settore concludeva con l'auspicio che "anche in futuro la Presidenza della Repubblica sappia interpretare e promuovere il ruolo che la Costituzione attribuisce al Terzo settore".
I volontari nella pandemia da Covid-19 - Il 5 dicembre, inoltre, nella Giornata Internazionale del Volontariato, il Presidente Mattarella aveva detto: "Il volontariato è una straordinaria energia civile che aiuta le comunità ad affrontare le sfide del tempo e le sue difficoltà. Rinsalda i legami tra le persone, è vicino a chi si trova nel bisogno, riduce i divari sociali, promuove l'accoglienza e la sostenibilità". Una giornata voluta 36 anni fa dalle Nazioni Unite, aveva ricordato in quella occasione, per dare il giusto valore alle numerose testimonianze di umanità e di altruismo che migliorano la nostra vita, e "senza le quali istituzioni e ordinamenti non sarebbero in grado di garantire appieno i principi cui si ispirano".
Infine: "Abbiamo avuto ulteriore prova dell'importanza e del coraggio dei volontari e delle loro associazioni nell'emergenza provocata dalla pandemia. I volontari sono stati in prima fila, accanto a medici e infermieri, nel prestare cura ai malati, nel sostenere chi è rimasto solo, nel costruire connessioni laddove tanti rischiavano di venire esclusi. Il rispetto dei diritti e delle libertà della persona nella solidarietà - afferma il Capo dello Stato - è il patrimonio più prezioso che dobbiamo trasferire alle nuove generazioni".
di Marta Bellingreri
L'Espresso, 30 gennaio 2022
Al gelo centinaia di curdi iracheni, tra cui ragazze yazide. Sopravvissuti al genocidio dell'Isis. Rispediti indietro, contro le convenzioni internazionali. Lungo i corridoi di un enorme magazzino, tra le coperte e i materassi disposti a terra uno dietro l'altro, che si elevano anche in verticale, i bambini sembra giochino a nascondino, sbucando ora da dietro una coperta-tenda, ora scendendo da una scala improvvisata verso il pavimento tanto grigio quanto freddo. Il loro posto per riunirsi, giocare e divertirsi sarebbe invece altrove, pochi metri più in là, sulla neve all'esterno del magazzino. Lo stesso spazio dove i loro genitori si mettono in fila per un pasto e dove a giorni alterni si avviano per le docce. Da dietro quei ripari-nascondigli, in realtà i bimbi stanno solo cercando i loro letti, temporaneo rifugio di un viaggio cominciato lontano e non ancora finito. Da qui difficile che, pur correndo a più non posso verso la meta, possano fare un "tana liberi tutti". Di libero, a Bruzgi, in Bielorussia, d'inverno, non c'è proprio nessuno.
Le scaffalature industriali di un ex centro doganale a poche centinaia di metri dal confine col filo spinato che li separa dalla Polonia sono state trasformate in un dormitorio per i richiedenti asilo che sarebbero voluti arrivare dall'Iraq e dalla Siria in Europa. Il dormitorio, però, con i numeri che - 56, 57, 58...- rimangono appesi ad ogni scaffalatura a inizio corridoio, assomiglia allo spazio ritiro merci Ikea o smistamento pacchi Amazon. Se non fosse che al posto delle merci ci sono le persone che l'Europa si ostina a non considerare tali. A Bruzgi, la maggior parte sono cittadini curdi iracheni, un migliaio, e tra loro, dunque, ragazze yazide, sopravvissute al genocidio messo in atto dal gruppo terroristico Isis a partire dall'estate del 2014 contro il loro popolo. Dopo tutti questi anni, anche loro fuggite o sopravvissute e ritornate dalle proprie famiglie, continuano a vivere in campi di sfollati nel nord dell'Iraq, spesso campi informali in condizioni di povertà estrema, dove una di quelle alluvioni sempre più frequenti potrebbe mettere di nuovo a repentaglio la loro vita. O a rischio attacchi con i droni della Turchia, che nell'ultimo anno si sono susseguiti in Iraq. Di nuovo. Dopo l'Isis e le alluvioni e ancora droni, di nuovo, al confine con l'Europa, giovani ragazze e giovani famiglie si ritrovano a tremare per il freddo: per la loro vita.
A raccontarlo è Bahia Barakat, una ragazza di quindici anni che ha già la voce di un'adulta. Quando parla il suo tono è serio, irremovibile, come di un destino che ogni volta lei deve trovare la forza di cambiare. Sette anni fa è stata costretta a lasciare la sua terra di origine, il Sinjar, in Iraq, per rimanere sfollata per sette anni nel Kurdistan iracheno. Con lei i genitori e i fratelli, allora dei bambini, attorno a loro migliaia di persone che sparivano o fuggivano. "Anche negli ultimi mesi, dopo ben sette anni, sentiamo il pericolo dell'Isis imminente. Ci sono stati minacce e intrusioni in villaggi vicini anche nel Kurdistan iracheno. Tra il pericolo e l'assoluta assenza di un cambiamento, con la possibilità di migliorare la nostra situazione, abbiamo scelto di partire, correre un altro tipo di pericolo...". Dal nord dell'Iraq, Bahia e la sua famiglia hanno preso un bus da Zakho, l'ultima città dell'Iraq a confine con Siria e Turchia. Da Zakho a Istanbul dove avrebbero poi preso un volo diretto per Minsk. Era il 29 ottobre: ancora poco e quelle tratte sarebbero state annullate, vietate per siriani e iracheni, potenziali richiedenti asilo in volo. Bahia invece è riuscita ad arrivare a Minsk e, come migliaia di altri siriani e iracheni, è stata portata in uno stesso hotel, che loro chiamano Hotel Blaneta, con una "b" che dovrebbe corrispondere alla "p" di Planeta. Poco importa: dall'hotel in poi la strada è già segnata. Sono numerosissimi i tassisti che li aspettavano all'uscita dell'hotel per portarli al confine con la Polonia. E per facilitare il passaggio, ai soldati bielorussi bastava tagliare un filo spinato e spingerli in Europa. A Bahia e famiglia invece serviva anche una buona dose di fortuna che li avrebbe fatti arrivare a chiedere asilo. E che non hanno avuto. "Dal 16 novembre siamo qua in questo dormitorio. La Polonia ci ha respinto. Possiamo solo sperare che facciano qualcosa per noi": per non rimanere sospesi, per non essere riportate indietro. Sono centinaia infatti le famiglie curde irachene, e tra loro altre famiglie yazide come quella di Bahia, che con un volo diretto da Minsk sono atterrate a Erbil, la capitale del Kurdistan iracheno. Un viaggio fallito, dove a fallire è solo il rispetto delle convenzioni internazionali per cui il respingimento dei richiedenti asilo è illegale. Bahia può solo chiedersi come mai tante yazide siano arrivate negli anni passati in Germania, accolte come sopravvissute, e oggi lei non può più mettere piede nella stessa Europa.
Nel frattempo nel dormitorio-magazzino, non c'è nessuna assistenza medica. A circondare le persone, o forse meglio a sorvegliarle, ci sono solo soldati dell'esercito bielorusso che in Europa sono conosciuti per altri orrori nella dittatura del presidente Alexander Lukashenko. Era il 9 agosto del 2020 quando alle elezioni presidenziali è stato riconfermato, al settimo mandato dal 1994. Trent'anni fa, al crollo dell'Unione Sovietica, la Bielorussia è diventata una repubblica indipendente e da allora ha conosciuto un unico presidente, Lukashenko. Lo stesso che, in barba all'Europa e forte dell'appoggio non troppo timido del presidente russo Putin, ha diretto da dietro le quinte i viaggi dei rifugiati siriani e iracheni: il passaggio nel cuore del suolo europeo è stato venduto come un pacchetto che comprendeva viaggio, visto turistico e hotel. È lo stesso presidente che all'indomani delle elezioni del 2020 ha represso con violenza e torture le manifestazioni di centinaia di migliaia di bielorussi che osano sperare, anche loro, in un cambiamento. Oggi molti degli attivisti e giornalisti che hanno osato sfidare il dittatore sono dietro le sbarre o fuggiti all'estero. La giornalista e scrittrice Svletana Aleksievič, premio Nobel per la letteratura 2015, fortemente critica nei confronti del regime dittatoriale bielorusso, aveva raccontato l'Unione Sovietica e la sua fine, e oggi nella Bielorussia vede il nuovo gulag, un potere cieco che vuole solo mantenersi, senza idee, fine a sé stesso. E mentre le prime pagine di tutti i giornali in Europa parlavano del confine polacco-bielorusso, il primo novembre due organizzazioni per i diritti umani, l'Organizzazione mondiale contro la tortura (Omct) con sede a Ginevra e il Centro europeo per i diritti costituzionali e umani (Ecchr) con sede a Berlino, hanno presentato una denuncia in Germania contro sei membri del servizio di sicurezza bielorusso per crimini contro l'umanità. Hanno accusato le autorità di aver effettuato detenzioni di massa, torture, sparizioni, violenze sessuali e persecuzioni politiche. I due gruppi hanno scelto di intentare la loro causa in Germania grazie al suo principio di giurisdizione universale, secondo cui i crimini contro l'umanità che sono stati commessi anche al di fuori del suolo tedesco possono essere perseguiti nelle sue corti nazionali.
Per Yasmin, suo marito e sua madre Selma (nomi di fantasia per proteggerne l'identità) il conflitto in Siria è stato minacce e fuga continua. Selma è un'infermiera di Idlib che ha lavorato in un ospedale governativo. Per l'opposizione che è al potere nella sua provincia, il gruppo Jabhat al-Nusra, per anni ramo di al-Qaeda in Siria, il fatto che lei abbia curato i soldati di Assad non andava bene. Da lì, la prima fuga verso la città di Lattakia, sotto il controllo del regime.
Come se non bastasse, anche a Lattakia, solo perché proveniva da Idlib la famiglia di Selma era considerata parte dell'opposizione e quindi non ben accetta. Ad Idlib, nel frattempo, i suoi fratelli venivano torturati in risposta alla loro fuga. Selma, con un trapianto di reni e altre gravi patologie, oggi non si può muovere da sotto quella tenda coperta che l'inchioda al magazzino di Buzgi in Bielorussia. "Vivo con il terrore che mia madre possa morire e non rivedere mai più i suoi figli, ovvero i miei fratelli in Germania che pure hanno cercato di aiutarci. Ma noi non possiamo andare neanche in un'ambasciata a Minsk, se usciamo dal campo non possiamo più farvi ritorno", racconta in lacrime Yasmin, che insieme alla mamma e al marito è una delle poche persone che indossa perennemente la mascherina per la paura che hanno delle condizioni di salute di Selma. "Il nostro visto in Bielorussia è scaduto, non possiamo avanzare né arretrare. Sono distrutta psicologicamente e abbiamo bisogno di supporto. Mia madre ha bisogno di medicine, insieme abbiamo bisogno di stare in un luogo sicuro". Il termometro resta fisso sotto lo zero. Un lungo inverno deve ancora passare per Yasmin, Selma e per altre migliaia di persone. Forse ciò che viene dato loro, il tè e biscotti, i noodles a pranzo, e poco altro la sera, non basterà a sostenerli. Finora li ha sostenuti solo il loro coraggio di reclamare il diritto d'asilo, il diritto a una vita migliore.
di Gianluca Di Feo
La Repubblica, 30 gennaio 2022
Mentre l'Italia era paralizzata dalla sciarada di nomi per il Colle, nelle cancellerie di tutto il pianeta si è tornati a pronunciare una parola terribile: guerra. Il mondo non si è fermato. Il gioco sterile dei partiti intorno al Quirinale ha monopolizzato la vita politica e mentre l'Italia era paralizzata dalla sciarada di nomi per il Colle, nelle cancellerie di tutto il pianeta si è tornati a pronunciare una parola terribile: guerra. Nella disattenzione del nostro Paese, la crisi ucraina ha raggiunto un livello di tensione come non si conosceva da decenni. La manovra della Russia, che continua ad accumulare brigate sui confini di Kiev e sfida l'Occidente con la sua flotta su tutti i mari, non riguarda solo il futuro dell'Ucraina. Quella a cui stiamo assistendo è la conclusione di un percorso costruito da Vladimir Putin lungo l'ultimo decennio con un unico obiettivo: riscrivere le mappe disegnate dalla caduta del Muro di Berlino. Mosca guarda più lontano del Donbass e dei territori contesi sulle rive del Mar Nero: vuole mettere in discussione l'ordine mondiale e ottenere il riconoscimento del suo ruolo di potenza imperiale. Come ai tempi dello zar, come ai tempi dell'Unione Sovietica.
In questa partita il suo alleato è la Cina, l'altra grande autocrazia che condivide l'interesse russo a tracciare nuove linee di influenza attraverso i continenti. E l'unico antagonista sono gli Stati Uniti, che hanno progressivamente ridotto il loro impegno internazionale. Non pochi analisti ritengono che la crisi ucraina sia figlia della ritirata americana da Kabul: la dimostrazione di un disimpegno globale degli Usa, logorati da un ventennio di lotta contro il jihadismo.
In questa prova di forza senza precedenti, il primo re a mostrarsi nudo è l'Unione Europea. Nonostante lo schieramento di un'armata alle sue porte e la minaccia esplicita a tutti i valori che la Ue incarna, non è stata capace di esprimere né una reazione, né una mediazione. Non ha una politica estera, non ha uno strumento militare e non ha neppure dirigenti all'altezza della situazione. La Germania, alle prese con il rodaggio di un governo con tanti colori da ricordare Arlecchino, e la Francia, a pochi mesi dal voto presidenziale, finora non sono riuscite a trovare una parte da protagonista nel dramma ucraino.
Questo deprimente quadro europeo offre però un'opportunità unica per il nostro Paese. Come ha scritto Maurizio Molinari, Putin ha più volte indicato in Mario Draghi un referente sostenendo che "l'Italia potrà aiutare a normalizzare i rapporti fra la Russia e l'Unione Europea e perfino fra la Russia e la Nato". Draghi ha certamente la visione strategica e l'esperienza diplomatica per gestire un canale di trattativa, a patto che dietro di lui ci sia un "sistema Paese" compatto: l'immagine dei nostri imprenditori allineati ad ascoltare le lusinghe di Putin ha dato un duro colpo alla credibilità dell'Italia. Affrontare una crisi richiede - lo ha sottolineato su Repubblica il ministro della Difesa Lorenzo Guerini - determinazione e dialogo, partendo dal ribadire il cardine della nostra politica estera - l'Alleanza Atlantica - per poi dare massimo spazio ai colloqui. Davanti alla minaccia della forza, rituali bizantini e metodi levantini difficilmente ottengono risultati: ci vuole chiarezza negli obiettivi e negli schieramenti.
E il tentativo di riscrivere le mappe mondiali non riguarda solo l'Ucraina. Nel Sahel questa settimana i piani europei di stabilizzazione e di lotta al terrorismo islamista sono stati ulteriormente incrinati da un putsch in Burkina Faso e dal braccio di ferro tra i golpisti del Mali e l'Ue. Lì c'è il crocevia delle rotte migratorie e il più violento focolaio di insurrezione jihadista. In Libia le tensioni stanno riprendendo a crescere e condizionano le risorse energetiche più importanti per l'Italia. In Africa colonnelli e signori della guerra preferiscono gli uomini forti: guardano a Putin o a Erdogan, pronti a offrire sostegno armato. Di fronte a queste crisi, a Roma il Palazzo del Potere finora è apparso vuoto. La riconferma di Sergio Mattarella permette di riprendere a guardare avanti e aprire in fretta gli occhi sul mondo.
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