di Nicola Boscoletto*
Corriere della Sera, 1 febbraio 2022
Questa ricerca può essere considerata "di svolta" per tre motivi. Il primo è l'effetto positivo sui detenuti: per la prima volta qualcuno li ha ascoltati, cercando di capire come stanno e come la loro vita sta cambiando. Proporrei tre parole chiave: accoglienza, ascolto e partecipazione attiva. Lasciamo stare le riforme, o meglio, facciamole e facciamole meglio possibile: ma sappiate che non serviranno a niente se non ci saranno accoglienza, ascolto, partecipazione e coinvolgimento di tutti.
di Antonella Barone
gnewsonline.it, 1 febbraio 2022
"Abbiamo voluto realizzare uno studio che valutasse i benefici diretti e misurabili nel breve periodo del lavoro durante la detenzione nella prospettiva di dimostrare i vantaggi concreti di un modello organizzativo applicato a una percentuale di detenuti che potrebbe davvero fare la differenza rispetto al sistema attuale".
di Valentina Stella
Il Dubbio, 1 febbraio 2022
Secondo l'onorevole Alfredo Bazoli, capogruppo Pd in commissione Giustizia alla Camera, "occorre assolutamente accelerare su tutti i temi che riguardano la giustizia". Il Capo della Stato Sergio Mattarella, quale Presidente del Csm, "è stato tempestivo e rigoroso nel denunciare, usando parole inusualmente dure, le storture del funzionamento della magistratura e nel sollecitare un profondo rinnovamento anche di natura normativa". Un messaggio alle Camere, come fece Napolitano? "Ha tutti gli strumenti per pungolarci". Sui risultati del referendum dell'Anm: "Ne prendiamo atto ma decidiamo in autonomia".
Per qualcuno Mattarella non ha denunciato o agito abbastanza in merito alla crisi di credibilità che ha investito la magistratura, per altri invece ha agito e parlato nei momenti necessari. A me pare, come pure conferma l'articolo che lei ha scritto domenica, che Mattarella sia stato tempestivo e rigoroso nel denunciare, usando parole inusualmente dure, le storture del funzionamento della magistratura e nel sollecitare un profondo rinnovamento anche di natura normativa. Con il suo solito stile e modalità istituzionalmente corrette, Mattarella ha dimostrato di essere molto attento e sensibile alla necessità di una profonda riconquista di credibilità e fiducia dell'ordine giudiziario.
Nonostante questi moniti, c'è uno stallo politico. Non è grave il fatto che la politica dal 2019 non abbia raccolto i moniti del Presidente? Ricordiamo che il testo base della riforma del Csm è stato adottato ad aprile 2021...
Adesso, superato questo passaggio delicatissimo per la vita politica ed istituzionale del Paese, occorre assolutamente accelerare su tutti i temi che riguardano la giustizia, a partire dalla riforma del penale e civile: bisogna elaborare rapidamente i decreti delegati. Poi occorre mettere mano alle altre due ulteriori riforme, quella del Csm, visto che a luglio ci sarà il rinnovo della consiliatura, e quella dell'ordinamento penitenziario, concludendo il percorso iniziato nella passata legislatura. In ultimo vorremmo, anche se ci rendiamo conto che non sarà facile, che si aprisse una seria discussione per l'introduzione di una Alta Corte, che definisca le questioni disciplinari ed i ricorsi, anche in merito alle promozioni, che riguardano tutte le magistrature, anche quella amministrativa.
Un'Alta Corte potrebbe evitare che Mattarella corra al plenum del Csm per limitare i danni, come accaduto con Curzio e Cassano...
La sua presenza ha rappresentato una ulteriore legittimazione della scelta del Csm di riconfermare i vertici della Cassazione, a seguito di una decisione del Consiglio di Stato che rischiava di aprire un ennesimo conflitto interno alla magistratura. Questo è un elemento in più che ci fa capire quanto sia opportuno e necessario dare vita ad un'Alta Corte che sottragga la magistratura a questo tipo di conflitto.
Tornando allo stallo della politica sulla riforma del Csm, ci sono le condizioni affinché Mattarella possa fare un messaggio alle Camere, come fece l'ex Presidente Napolitano in merito all'emergenza carcere?
Penso che il Presidente Mattarella abbia tutti gli strumenti formali ed informali per continuare a pungolare il Governo e il Parlamento a fare in fretta.
Lei intravede nei discorsi di Mattarella la sua contrarietà al sorteggio per i Consiglieri del Csm?
Il Presidente, essendo molto attento e sensibile, per la sua formazione giuridica e per i ruoli che ha ricoperto in passato, ai principi di natura costituzionale, credo che possa nutrire qualche perplessità sul sistema del sorteggio. Per quanto riguarda il Partito democratico, noi preferiremmo continuare a lavorare su sistemi elettorali diversi dal sorteggio, anche temperato. Quello che ha individuato la ministra Cartabia ci sembra una buona base di partenza, che potrà ricevere degli aggiustamenti anche significativi nel corso della discussione parlamentare, consapevoli comunque che la riforma del sistema elettorale non sia la panacea di tutti i mali, di tutti i vizi della magistratura. Però cominciamo a discuterne alla Camera, altrimenti continuiamo a parlare del nulla: occorre che le proposte della Guardasigilli arrivino rapidamente in Commissione.
Immaginando che la riforma della legge elettorale del Csm sia immediatamente applicativa, per tutto il resto si pensa ad una delega. Se non ci facesse in tempo ad esercitarla in questa legislatura, andrebbe tutto perso dopo le elezioni del 2023?
No, perché la delega può essere esercitata anche dal Governo successivo. Per farle capire meglio: il Governo gialloverde avrebbe potuto tranquillamente portare a termine la riforma dell'ordinamento penitenziario elaborata dal precedente Esecutivo; non lo fece, o meglio attuò solo una minima parte. Poi invece portò a termine la riforma delle procedure di insolvenza, con legge delega approvata della precedente legislatura.
Il referendum indetto dall'Anm la scorsa settimana dice tre cose: poca affluenza che fotografa un distacco dall'attività associativa, inaspettatamente il 42% dei votanti ha detto sì al sorteggio, la proposta Cartabia sul maggioritario esce estremamente indebolita. La politica cosa ne farà di questo quadro?
Prendiamo atto di questi risultati: quei 1700 voti a favore del sorteggio segnalano comunque una insoddisfazione dei magistrati rispetto all'attuale sistema e alla proposta di riforma. Dopo di che la politica ha la sua autonomia.
di Moria Longo
Il Sole 24 Ore, 1 febbraio 2022
"Uno studio della Banca d'Italia stima che una riduzione del 15% dei tempi della giustizia porterebbe un beneficio in termini di crescita economica pari a mezzo punto percentuale di Pil. Nel Pnrr l'obiettivo è di ridurre i tempi del 40% sul fronte civile e del 25% su quello penale nell'arco di 5 anni: pensate quale spinta ci sarebbe per l'economia italiana".
La ministra della Giustizia Marta Cartabia parla a una platea di banchieri e investitori, riuniti a Milano dall'Aibe (Associazione italiana banche estere). E risponde alle preoccupazioni che proprio un sondaggio realizzato da Aibe e Censis tra gli investitori internazionali mette in evidenza: alla domanda su cosa scoraggi maggiormente gli investimenti nel nostro Paese, gli intervistati hanno messo al primo posto il carico normativo e burocratico (30,5% delle risposte), al secondo la giustizia (23,7%) e al terzo posto il carico fiscale (15,3%).
La riforma della giustizia è insomma decisiva. Lo ribadisce anche Guido Rosa, presidente dell'Aibe, durante il convegno. Ora che l'Italia, con la rielezione di Mattarella, ha confermato la stabilità istituzionale che tanto interessa ai mercati, bisogna dunque continuare a lavorare su questo fronte. "Sulla giustizia civile ci stiamo muovendo su due direttrici - ha spiegato la Ministra. Da un lato bisogna ridurre la domanda che arriva ai Tribunali, favorendo le procedure alternative e conciliative. Dall'altro bisogna tagliare i tempi morti".
Poi aggiunge: "Sul fronte penale le finalità sono le stesse: da un lato favorire le forme alternative che evitino la celebrazione del processo se ci sono i presupposti, dall'altro dare stimoli ai giudici per sbloccare i processi dove si arenano".
Ma questo non basta. Non è sufficiente riformare il processo per rendere efficiente la giustizia. "Il sistema ha bisogno anche di risorse umane, di razionalizzare gli edifici e di un forte impulso verso la digitalizzazione", osservala ministra. Perché si può riformare quanto vi vuole il processo, ma se poi i fascicoli restano incagliati tra un palazzo e l'altro oppure se mancano i cancellieri, allora i tempi non si stringono. Ecco dunque che la legge di Bilancio investe sempre più risorse nella giustizia: oltre io miliardi l'anno tra il 2022 e il 2024, cifre mai viste prima.
Poi si punta sulle assunzioni: a luglio c'è stato un concorso per 320 nuovi magistrati e a dicembre è stato pubblicato il bando per altri 5o0. Inoltre a settembre sono stati assunti 2.700 nuovi cancellieri. Ma ancora non basta. "Tra le inefficienze, una è data dai tempi sprecati per trasferire i fascicoli da un grado di giudizio all'altro - osserva. Non possiamo più permettercelo".
Ecco perché la digitalizzazione della giustizia è considerata prioritaria dalla Ministra. Un altro tema su cui pone l'accento è l'istituzione dell'Ufficio del processo: un luogo dove il giudice lavora insieme a una squadra di giovani giuristi che lo aiutano in vari aspetti del processo. "Stanno per entrare in funzione 8.200 giovani giuristi".
Basterà? La preoccupazione, che emerge dal sondaggio Aibe-Censis, è che l'Italia resti poi impantanata nel lungo tunnel dei decreti attuativi. Ma la Ministra cerca di tranquillizzare i banchieri riuniti al convegno Aibe: sul fronte penale già da fine ottobre sono al lavoro cinque gruppi per preparare i decreti attuativi e sul fronte civile ci sono sette gruppi, che finiranno i lavori il 15 maggio. All'interno del ministero sta inoltre per nascere un dipartimento di informatica e statistica, proprio per monitorare i progressi degli uffici giudiziari.
"Non sarà dunque il Ministro a dire se la situazione migliora e quando la giustizia sarà a posto - conclude. Ma potranno vederlo gli investitori direttamente". La speranza è che anche questo "spread", quello che separa la giustizia italiana da quella degli altri Paesi, venga chiuso al più presto
di Tiziana Maiolo
Il Riformista, 1 febbraio 2022
Oltre settecento firme raccolte in due giorni, amici, conoscenti e sconosciuti. E una pagina intera con nomi e cognomi di avvocati. Tutti per lui. Senza timore a mostrarsi, con l'orgoglio di mettersi di fianco all'amico, al vecchio compagno di scuola, al collega magari neanche conosciuto. Di essere con lui mentre giace in un carcere e sta mettendo in gioco il proprio corpo con il digiuno. "Manifestiamo pubblicamente - scrivono in fondo all'appello - e ribadiamo all'avvocato Giancarlo Pittelli gli immutati sentimenti di rispetto, affetto ed amicizia e opponiamo resistenza a ogni uso degli strumenti del diritto che produca come effetto l'isolamento della persona e l'inaridimento delle relazioni sociali ed affettive".
Il punto centrale è tutto qui: Giancarlo Pittelli, costretto allo sciopero della fame dopo due anni di carcere preventivo, è ancora la persona intera di prima? Ha ancora l'integrità fisica e psicologica del brillante avvocato, del politico la cui vita era ricca di relazioni e di stima? E le sue amicizie, i suoi affetti, gli antichi rapporti sono ancora lì con lui, o si sono piano piano diradati per la paura che lui nel corso del tempo sia entrato a fare parte del mondo dei "cattivi"?
I promotori dell'iniziativa, vecchi amici e compagni di scuola, persone magari politicamente oggi lontane da lui, non hanno inteso stilare un manifesto contro la magistratura, né una difesa d'ufficio dell'imputato Pittelli. Piuttosto ci stanno mostrando un termometro che misura la temperatura di una società civile come quella della Calabria, lacerata dalla presenza pervasiva della criminalità organizzata, ma anche dalle iniziative altrettanto forti di una magistratura inquirente che affonda la spada piuttosto che curare.
Quando il procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri, al momento del suo insediamento, aveva promesso di "ricostruire la Calabria come un Lego", chissà quanti cittadini avevano aperto gli animi alla speranza. Poi dall'ottimismo è stato breve il passo verso il dubbio, e poi la paura. Perché la forza dello Stato, per quanto ammantata di legalità, può essere violenta. Violento è il processo, soprattutto se diventa eterno, violento è il carcere, che pare costruito appositamente per diseducare, invece che reinserire.
Ricostruire la relazione, ricucire lo strappo. Questo è quel che serve, oggi. In genere -è la teoria della giustizia riparativa tanto cara alla ministra Marta Cartabiala rottura del patto sociale avviene a opera di chi commette il reato, di chi uccide, di chi rapina, di chi violenta. I "cattivi". E spetta ai "buoni", lo Stato, una buona amministrazione della giustizia, i buoni funzionari del carcere, aiutare il "cattivo" nel suo percorso che lo porti con animo e storia di vita ormai diversa verso la vittima, con una nuova relazione che giovi a entrambi.
Ma come comportarsi quando lo strappo sociale avviene anche a opera di quelli che dovrebbero ricoprire sempre il ruolo dei "buoni"? Quando si usa la giustizia come una spada e non come l'ago e il filo che ricuciono, che riparano e restituiscono la vita anche dove si sta spegnendo? Essere vicini a Giancarlo Pittelli oggi vuol dire prima di tutto rompere il suo isolamento.
Dirgli che deve continuare a vivere. Manifestare, e anche protestare, perché non deve esistere una custodia cautelare lunga due anni e neanche il carcere prima del processo. E domandarsi a che cosa servano le prigioni, se non per umiliare l'individuo e mostrare la forza dello Stato.
E soprattutto essere in tanti a dire che per lui, e per tutti gli altri, mai, mai, si deve operare la distruzione della reputazione. La difficoltà che all'inizio i suoi vecchi amici e compagni di scuola hanno avuto a rompere l'isolamento che sempre accompagna le iniziative della magistratura, quel dire e anche solo pensare "ma in fondo se l'hanno arrestato qualcosa avrà fatto", indicano che in Calabria in questo momento c'è qualcosa che non va.
Anche gli inquirenti, anche il procuratore Gratteri dovrebbero riflettere su quello che c'è scritto sul manifesto per Giancarlo Pittelli. Perché è molto di più di un gesto di solidarietà nei confronti di una singola persona. È una voce corale che viene dalla società civile che ci dà una lezione esemplare. La gran parte delle persone che hanno firmato non sa niente di processi, né di prove o indizi.
Semplicemente si chiede se sia possibile che una persona che ha sempre goduto di stima e apprezzamento debba essere finita in un buco nero di carcere ed esserci rimasta per due anni senza che ancora ci sia stata una sentenza che ci spieghi che cosa ha fatto di male, che reati ha commesso. E perché ci sia questo clima di paura e di sospetto che lo tiene isolato dal suo mondo. Poi, se volessimo parlare delle imputazioni e delle (mancate) prove, noi che il processo lo conosciamo, dovremmo scrivere un altro documento. Per ora ci limitiamo ad accettare con gioia la lezione di questo pezzo di società calabrese, sperando che altrettanto facciano i veri "cattivi", quelli che indossano la toga dei "buoni".
di Angela Stella
Il Riformista, 1 febbraio 2022
Il nuovo processo penale? "Sarebbe stato meglio depenalizzare. Il carcere deve essere l'extrema ratio". Il Consiglio di stato? "Dobbiamo avere lo stesso rispetto che pretendiamo per le nostre decisioni". Parla il consigliere del Csm.
In questa lunga intervista il dottor Sebastiano Ardita, Consigliere togato del Csm, già Direttore dell'Ufficio Centrale Detenuti e Trattamento del Dap, ci dice molte cose importanti. Innanzitutto boccia la proposta Cartabia del sistema maggioritario per l'elezione dei consiglieri del Csm: "Si aggraverebbe la situazione fino al parossismo".
Oltre a ciò, in questo momento la politica non è in grado di fare nessuna riforma: "Prova ne è l'incapacità di riformare il Csm in modo da scontentare i potentati interni alla magistratura".
E sulla riforma del processo penale aggiunge: "manca una direzione chiara. Sarebbe stato meglio depenalizzare". Inoltre l'esercizio della giustizia "non deve essere condizionato dai media o dai poteri forti". Infine sulle carceri: "Aumentare il ricorso alle misure alternative". Fuori ruolo e valutazioni di professionalità? "Riforme importanti da fare".
Come legge i risultati del referendum indetto dall'Anm?
Li leggo nel modo più semplice possibile: più di un quarto degli iscritti alla Anm è a favore dell'attuale sistema di elezione ed a ciò che ne consegue; poco meno di un quarto è apertamente contro il dominio delle correnti e vuole il sorteggio; e la metà è indifferente al problema, altrimenti sarebbe andata a votare. Inoltre solo una minima parte dei votanti vorrebbe un sistema maggioritario che farebbe sparire le opposizioni e consegnerebbe tutti al governo assoluto delle oligarchie dei gruppi.
Secondo Lei la politica dovrebbe, e se sì in che modo, tenere conto dell'esito del voto?
La politica dovrebbe agire unicamente nell'interesse dei cittadini e dei valori costituzionali. Non c'era bisogno di guardare all'esito del referendum per capire che adottando il sistema maggioritario si aggraverebbe la situazione fino al parossismo. Non mi capacito di come possa essere venuto in mente di proporre il sistema maggioritario con collegi uninominali.
A suo parere, che rapporto c'è ora tra la magistratura e la politica? Quest'ultima potrebbe approfittare del momento di debolezza della prima per fare delle riforme sgradite e/o non necessarie?
In teoria è possibile. Ma non me la sento di avallare questa tesi per il semplice fatto che il primato della politica in una democrazia si giustifica nell'interesse dei cittadini. Il valore più importante è l'indipendenza dei magistrati che operano sul territorio rispetto alla politica ma non solo, anche rispetto al potere interno. E non mi va di utilizzare come uno slogan il pericolo che la politica cattiva possa incidere sulla giustizia che invece funziona bene. Perché questo slogan è stato utilizzato anche per mantenere in vita il sistema delle correnti. Detto ciò ho l'impressione che la politica in questo momento non sia in grado di fare nessuna riforma. Prova ne è l'incapacità di riformare il Csm in modo da scontentare i potentati interni alla magistratura.
A proposito di riforma del Csm e dell'ordinamento giudiziario, crede anche lei che siamo in un tale ritardo che forse si farà solo in tempo a elaborare una nuova legge elettorale?
Credo che siamo in ritardo per tutto.
L'Unione Camere Penali chiede due cose principalmente: valutazioni di professionalità, tenendo presente anche gli esiti, e riforma dei fuori-ruolo. Che ne pensa?
Penso che siano riforme importanti. In particolare il problema dei fuori ruolo va affrontato in modo radicale. Nelle funzioni non pertinenti alla giustizia andrebbe esclusa la possibilità del fuori ruolo, mentre in altri settori la presenza di magistrati si è rivelata indispensabile. Occorre però essere consapevoli che la cooptazione in ruoli di vertice per nomina politica potrebbe porre gli stessi problemi che pone l'impegno politico in sé. Per questi casi, anziché limitare nel tempo l'utilizzo dei magistrati che in certi settori è indispensabile, si potrebbe consentire loro di optare per rimanere definitivamente nei ranghi dell'amministrazione.
Conosciamo la sua sensibilità per la questione carceraria. Dopo quasi vent'anni, nelle carceri ancora si applicano le circolari sul trattamento dei detenuti che aveva scritto, regolamentando per la prima volta il funzionamento delle aree educative delle carceri. La fotografia è quella di un carcere sempre più affollato, aumento dei suicidi, Covid. Alcune strutture, ha detto la Ministra, gridano vendetta. La radicale Rita Bernardini con i suoi scioperi della fame, Giachetti e il Pd propongono soluzioni immediate. Per Lei quale sarebbe la strada per fronteggiare questa emergenza?
È un discorso lungo, occorrono più azioni: aumentare il ricorso alle misure alternative; evitare di usare il carcere come contenitore del disagio sociale; depenalizzare facendo della detenzione l'extrema ratio; investire su nuove strutture pensando ad una architettura che si presti al trattamento; ma soprattutto investire sul personale. Un carcere diventa civile se agenti e funzionari lavorano in condizioni civili e godono della piena fiducia dei cittadini e delle istituzioni. Se vengono abbandonati a se stessi, tenderanno a farsi giustizia da sé. Come è accaduto nella deprecabile vicenda di Santa Maria Capua Vetere.
Perché ha votato No alla riconferma di Curzio e Cassano?
Perché, come ho avuto modo di spiegare, nella motivazione approntata a tempo di record mancavano a mio avviso gli argomenti necessari a colmare le lacune e le contraddizioni rilevate dal Consiglio di Stato. Abbiamo il dovere di rispettare le sentenze nella forma e nella sostanza.
Come si risolve la frizione tra Csm e Consiglio di Stato? La proposta di Violante per un'Alta Corte sarebbe proponibile?
Non c'è nessuna frizione da risolvere, le questioni si risolvono rispettando le regole previste per l'esercizio del controllo di legalità degli atti. Dobbiamo prestare a questa funzione lo stesso rispetto che pretendiamo per le nostre decisioni.
Concorda con chi sostiene che il compromesso politico ha svilito la portata delle riforme appena attuate? Oppure crede che quella del processo penale sia una buona riforma?
La riforma del processo penale manca di una direzione chiara, perché non incide né sull'efficacia né sulle garanzie, se non travolgendo a propria volta l'efficacia. Sarebbe stato forse possibile depenalizzare o agire sulle procedure, anziché porre dei tempi massimi di durata dei giudizi, senza porsi il problema delle ragioni per le quali i processi durano tanto.
Primi mesi di Cartabia: che giudizio dà del suo operato?
Discutiamo di sistemi normativi, non spetta certamente a me giudicare l'operato di un ministro.
Nel suo intervento all'inaugurazione dell'Anno giudiziario ha detto: "C'è bisogno di garantismo, ma deve essere un garantismo che parta dal basso, che riguardi i più deboli, che non si presti ad essere utilizzato da chi comanda nella dimensione del crimine mafioso, della grande finanza, o delle responsabilità pubbliche ed istituzionali". Cosa intendeva? Il garantismo non vale per tutti, sempre, dalla fase processuale a quella di esecuzione della pena?
Volevo dire che il richiamo al garantismo - che dovrebbe riguardare tutti - finisce per essere utilizzato solo a difesa dei soggetti più potenti. Ogni giorno migliaia di persone che vivono nel disagio infrangono la legge e per loro non c'è scampo. Se qualcuno dei responsabili della mala amministrazione che ha prodotto quel disagio è chiamato a risponderne si levano gli scudi. Detto ciò il mio richiamo al garantismo riguardava più in generale le fondamenta stesse della esperienza giuridica che ha come scopo l'inclusione e la pace sociale. Era un modo per dire che la giustizia non può essere materia di potere o terreno di scontro. E che il suo scopo non è colpire qualcuno, né il suo esercizio deve essere condizionato dai media o dai poteri forti. Ecco perché bisogna difendere l'indipendenza dei magistrati, di coloro che rischiano per aver portato alla luce verità scomode sui potenti o per avere avuto il coraggio di assolvere o di scarcerare quando la piazza chiede giustizia sommaria, come nel caso del gip di Verbania. E questo chiaramente senza scendere nel merito giudiziario delle questioni. Un autogoverno sganciato dalla gestione del potere e dal condizionamento delle correnti riuscirebbe meglio in questo scopo.
In merito alla recente decisione della Consulta sulla corrispondenza tra detenuti e avvocati, commentando il paragrafo 4.4.2. della decisione, il professor Manes in una intervista a questo giornale ha detto: "Finalmente si riconosce - in tempo di populismo penale, di retorica giustizialista, di discorso becero che addirittura tende a vedere nell'avvocato un sodale del proprio assistito - che l'avvocato prima di difendere cause e persone - prima e più in alto - difende il Diritto". Concorda?
Concordo sul principio, oramai consolidato da anni, che la posta diretta ai difensori non si può aprire. Peccato che la situazione concreta che ha dato luogo alla sentenza non aveva nulla a che vedere col "controllo" della corrispondenza. Nel caso in esame un detenuto aveva consegnato all'amministrazione, chiedendo che venisse recapitato a sue spese, un testo di telegramma che conteneva un messaggio potenzialmente pericoloso. La Corte ha ragionato come se la decisione di trattenerlo fosse conseguenza del controllo della corrispondenza. Ma qui si trattava da parte dell'amministrazione di compiere un adempimento con contenuto giuridico, per conto di un detenuto, che avrebbe potuto avere delle conseguenze pericolose. Dire che l'inoltro avrebbe dovuto avvenire comunque, solo perché il telegramma era diretto ad un difensore, credo provi troppo.
di Stefano Anastasia
garantedetenutilazio.it, 1 febbraio 2022
329 detenuti positivi su 5548 sono tanti, più di quanti ce ne siano mai stati nelle carceri del Lazio in questi due anni di pandemia. La importante, diffusa e continuata campagna vaccinale offerta ai detenuti fa sì che la grandissima parte non siano sintomatici, ma resta una criticità importante, soprattutto laddove - come a Regina Coeli - arrivino a coinvolgere quasi un quarto degli ospiti (219 su 890 detenuti). La conseguente chiusura di Regina Coeli agli arresti ha di fatto bloccato l'intero sistema, con effetti anche sui commissariati e le caserme dei Carabinieri, costretti a ospitare per giorni gli arrestati in ambienti inidonei, come ho potuto constatare personalmente nel Commissariato di San Paolo, a Roma.
La Direzione regionale della Sanità ha assicurato la massima disponibilità all'Amministrazione penitenziaria nella valutazione di ulteriori misure di sorveglianza sanitaria che rendano più flessibile il sistema, ma che siano compatibili con il principale interesse della tutela della salute dei detenuti. Ciò detto, la palla torna alla giustizia e alla stretta necessità dell'adozione di misure cautelari in carcere o della esecuzione delle pene in forma detentiva.
In carcere continuiamo a incontrare persone anziane che restano o vi fanno ingresso per pochi mesi, detenuti con lunghe pene e ottimi percorsi detentivi che non riescono a uscirne, e corriamo pure il rischio che i semiliberi in licenza straordinaria da quasi due anni siano costretti a tornare a dormire in carcere al termine dello stato di emergenza, in spregio a ogni principio di ragionevolezza e di progressività del trattamento penitenziario.
In attesa di un ristoro che riconosca ai detenuti la maggior sofferenza patita in questi anni (un giorno di liberazione anticipata speciale per ogni giorno di detenzione in pandemia, abbiamo proposto come Conferenza dei Garanti territoriali delle persone private della libertà), è ancora tempo di misure ordinarie o straordinarie per ridurre la popolazione detenuta, come il legislatore non seppe fare all'inizio della pandemia, bilanciato però (almeno allora) dagli operatori della giustizia e della sicurezza, che limitarono al minimo gli ingressi in carcere e ne facilitarono al massimo le uscite.
Se non si riducono i numeri del carcere, non si potranno attuare neanche le misure di innovazione del sistema penitenziario prospettate dalla commissione ministeriale presieduta dal professor Ruotolo. Dentro la pandemia e dopo la pandemia, la questione è sempre questa: crediamo veramente al carcere come extrema ratio o lo consideriamo l'ultima riserva di un welfare in disarmo, destinato a custodire la marginalità sociale che non trova più spazio e accoglienza nelle nostre città e nei nostri quartieri?
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 1 febbraio 2022
La continuazione tra reati non basta per impedire, da sola, l'applicazione della causa di non punibilità per tenuità del fatto. Lo chiariscono le Sezioni unite penali della Cassazione con una decisione nota per ora solo nella forma dell'informazione provvisoria.
La continuazione tra reati non basta per impedire, da sola, l'applicazione della causa di non punibilità per tenuità del fatto. Lo chiariscono le Sezioni unite penali della Cassazione con una decisione nota per ora solo nella forma dell'informazione provvisoria.
Le Sezioni unite osservano che "la pluralità di reati unificati nel vincolo della continuazione può risultare ostativa alla esclusione della punibilità per particolare tenuità del fatto ex articolo 131 bis Codice penale non di per sé, ma soltanto se è ritenuta, in concreto, dal giudice, idonea a integrare una o più delle condizioni previste tassativamente dalla suddetta disposizione per escludere la particolare tenuità dell'offesa o per qualificare il comportamento come abituale". Si scioglie così una questione che ha visto confrontarsi due orientamenti opposti, entrambi cristallizzati in numerose pronunce delle Sezioni semplici della Corte.
Il primo esclude alla radice l'applicabilità della causa di non punibilità (potenziata peraltro dalla riforma Cartabia in corso di elaborazione) nel caso di più reati in esecuzione di un medesimo disegno criminale che, anche se unificati per la determinazione del trattamento sanzionatorio, tuttavia devono essere considerati espressione di un comportamento abituale, di una devianza non occasionale. Elementi che impediscono di riconoscere il beneficio perché a essere assente è quel carattere di occasionalità della condotta criminale che l'articolo 131 bis richiede.
L'altro orientamento, alla fine prescelto dalle Sezioni unite, sostiene la compatibilità tra il reato continuato e la speciale tenuità del fatto, valorizzando una pluralità di elementi, come la gravità del reato, la capacità a delinquere, i precedenti penali e giudiziari, la durata temporale della condotta, il numero e la gravità delle norme violate, gli interessi danneggiati e quelli perseguiti dal colpevole, le motivazioni.
Il che non esclude naturalmente che, all'esito di un'attenta valutazione, la tenuità possa anche essere esclusa. Serve però una considerazione complessiva di molti elementi della condotta. Significativa, per esempio, la sentenza che, da ultimo (n. 35630 del 2021), ha riconosciuto che la tenuità può essere applicata anche in caso di continuazione e però non ne ha permesso il riconoscimento nei confronti di una pubblica dipendente che, in più occasioni, aveva attestato falsamente la sua presenza in ufficio. In questo caso, infatti, le condotte, pur ripetute con identiche modalità, si erano dispiegate per molti mesi, svelando una volontà criminale tutt'altro che unitaria e circoscritta.
di Nicola Sorrentino
Il Mattino, 1 febbraio 2022
Avrebbero disposto la "grandissima sorveglianza" solo dopo la sua morte, non prima. Con l'ipotesi di reato di falso, sono indagati due dirigenti del carcere di Salerno-Fuorni. Sullo sfondo c'è la morte, avvenuta tramite suicidio, di Giovanni Cirillo, in arte Johnny, giovane rapper somalo di Scafati, di 23 anni. La precedente ipotesi di reato di istigazione al suicidio è stata archiviata. Il ragazzo si tolse la vita, secondo indagini, senza essere indotto da nessuno.
Tuttavia, è sui controlli nei suoi riguardi che c'è, ora, un'altra indagine condotta dalla Procura di Salerno. La morte del ragazzo fu scoperta a luglio 2020. La nuova inchiesta riguarda le disposizioni nei confronti del detenuto, quella di "grandissima sorveglianza", in ragione di alcuni segnali d'allarme che il ragazzo aveva fatto percepire. Secondo l'ipotesi accusatoria, quella disposizione sarebbe stata messa nera su bianco solo dopo la morte, non prima. A chiedere verità sulla morte del ragazzo era stata la famiglia, assistita dall'avvocato Roberto Acanfora.
Le prime indagini dopo il suicidio, come atto dovuto, erano partite con una prima ipotesi di istigazione al suicidio, smentita dai fatti e priva di riscontri. La famiglia aveva però chiesto chiarezza su tutto, anche sulle condizioni del ragazzo, tra richieste di accesso agli atti e approfondimenti di vario tipo. Il giovane era detenuto per una serie di evasioni dagli arresti domiciliari, a loro volta collegate ad una rapina commessa qualche mese prima.
Cirillo, di origini somale, era stato arrestato per una rapina ai danni di una farmacia, poi scarcerato e messo ai domiciliari. A questo erano seguite diverse violazioni, fino al nuovo trasferimento in carcere. Secondo gli elementi raccolti dalla famiglia, successive alla morte, il giovane avrebbe chiesto più volte aiuto durante la reclusione. Questo almeno quanto sostenuto attraverso il proprio legale.
Per la rapina fu condannato a quattro anni di carcere, al termine del giudizio abbreviato. Il 26 luglio 2020 si tolse la vita in carcere, nella sezione riservata ai detenuti per reati comuni. Il suo corpo fu trovato dai compagni di cella. La rapina che aveva commesso in farmacia gli aveva fruttato un bottino di 700 euro.
Fu arrestato in via Nazionale, dopo un'indagine dei carabinieri, che lo riconobbero dai vestiti e dalla pistola compatibile con quella ripresa in video, che si rivelò poi essere una replica. Quattro erano state le evasioni dai domiciliari, quando fu scarcerato una prima volta. Nel corso della detenzione avrebbe mostrato segnali di allarme per le sue condizioni, anche dopo colloqui con lo psicologo. Le indagini sul suicidio furono affidate alla Squadra Mobile.
di Matteo Chiarenza
riforma.it, 1 febbraio 2022
Il Garante dei diritti dei detenuti in audizione alle Commissioni sanità e giustizia. Mentre l'epidemia da Coronavirus comincia a dare i primi segni di indebolimento, continua comunque a rappresentare un problema per determinati luoghi, date le particolari condizioni. Tra questi ci sono sicuramente gli istituti penitenziari, dove le carenze strutturali e la mancanza di un dialogo efficace tra istituzioni carcerarie e comparto sanitario rendono difficile il contenimento dei contagi.
Proprio la settimana scorsa il garante regionale dei diritti dei detenuti della regione Piemonte Bruno Mellano è stato audito dalle commissioni giustizia e sanità del consiglio regionale, e ha esposto le problematiche principali e fornito i numeri del fenomeno: nelle carceri piemontesi, a fronte di una popolazione di oltre 4000 detenute e detenuti, oltre mille risultavano contagiati. Nella maggioranza dei casi, fortunatamente, si trattava di asintomatici, mentre si è registrato un decesso nell'istituto di Ivrea: si tratta di un uomo ultrasettantenne che aveva rifiutato di sottoporsi a vaccinazione. Si tratta di cifre che comunque evidenziano una volta in più la necessità di una connessione più stretta e collaborativa tra il comparto penitenziario e quello sanitario, in capo alla regione.
"Abbiamo sempre ricordato come le carceri rappresentino un luogo chiuso ma non per questo sicuro - spiega Mellano. Qui le dinamiche della vita di comunità unite a un endemico sovraffollamento portano inevitabilmente allo scoppio di focolai. Durante le audizioni nelle due commissioni interessate, abbiamo ancora una volta sottolineato come la risposta al problema risieda nel rapporto tra le amministrazioni carceraria e sanitaria, che devono arrivare a fornire un servizio di assistenza, presa in carico e cura della persona".
La pandemia non ha fatto che evidenziare drammaticamente i problemi delle carceri che vedono nell'aspetto sanitario uno dei fattori più critici, dato dalle carenze strutturali e infrastrutturali che impediscono una gestione efficace della salute dei detenuti, per la quale sarebbe necessario, tra le altre cose, l'impiego di tecnologie oggi disponibili ma ancora assenti nella realtà degli istituti penitenziari.
"La pandemia ha fatto fare grandi passi in avanti, pur tra incertezze e difficoltà, a tutti i settori nel campo della sanità - sottolinea Mellano. Le carceri sono state escluse da questo progresso anche a causa delle difficoltà strutturali come le reti telematiche.
A oggi, negli istituti penitenziari, non abbiamo una cartella clinica informatizzata, non abbiamo un vero servizio di radiologia a domicilio, né una telemedicina che permetterebbe, soprattutto in un luogo come il carcere, di avere un servizio diverso dalla semplice attesa di poter spostare in ospedale o in struttura dedicata i detenuti per fare visite specialistiche che, date le tecnologie esistenti, sarebbe possibile fare a domicilio".
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