montiprenestini.info, 1 febbraio 2022
Avrebbe compiuto domani 42 anni l'uomo originario di Gallicano nel Lazio (Rm) trovato morto nel carcere di Regina Coeli. Una notizia che ha sconvolto amici e conoscenti di questo ragazzo ben voluto da tutti. Secondo una primissima ricostruzione, il giovane non si sarebbe svegliato dal sonno. Probabile un malore, ma sarà l'autopsia ad accertare le cause del decesso. Sui social sono centinaia i messaggi di cordoglio e vicinanza alla famiglia, per una morte assurda.
Un anno nero per le carceri - Nel solo 2020, l'anno della pandemia fuori controllo, il ministero della Giustizia ha contato e dichiarato 154 decessi di persone sotto la custodia dello Stato. Nel 2021 il ministero di Giustizia non fornisce per ora informazioni in rete (pubblicherà statistiche aggregate l'anno prossimo). Dal 1992 al 2020 il totale dei decessi in carcere per cause note (o presunte tali) supera abbondantemente quota 4.000, senza contare poliziotti penitenziari e altri operatori: 1.514 i ristretti suicidi e 2.623 i reclusi stroncati da malanni e problemi di salute, più un numero imprecisato di vittime di uccisioni o omissioni. Numeri che forse non hanno alcun significato, ma che accendono un riflettore sulla condizione delle nostre strutture penitenziarie.
di Mario Cascone
insiemeragusa.it, 1 febbraio 2022
La Diocesi ha un ufficio per la Pastorale carceraria. Lo ha istituito il vescovo, monsignor Giuseppe La Placa, dandone comunicazione sabato scorso durante l'incontro di preghiera "...l'avete fatto a me" che si è tenuto nella chiesa di Maria Ausiliatrice a Ragusa. A dirigerlo sarà don Carmelo Mollica che da dodici anni è il cappellano della casa circondariale di Ragusa. Sarà affiancato da una equipe composta da Filippo Dicara, Maria Criscione, Salvatore Cabibbo, Carmela Criscione, Concetta Gulino, Maria Concetta Vaccaro e suor Graziella Viscosi.
Con l'istituzione dell'ufficio diocesano, la Chiesa ragusana intende rafforzare la sua presenza al fianco dei detenuti. Il vescovo ha invitato tutti i fedeli a sostenere con la preghiera e nella carità il nuovo ufficio. Don Carmelo Mollica ha accolto la comunicazione "con il cuore pieno di gioia" e con la consapevolezza che "il recluso non è escluso agli occhi di Dio", evidenziando come "la vicinanza e non il giudizio deve essere il dovere di ogni cristiano".
La pastorale carceraria è un servizio ecclesiale che tende a coinvolgere la comunità cristiana in un percorso di attenzione verso la realtà del carcere e delle altre forme (affidamenti presso strutture, arresti domiciliari, messa alla prova, permessi, ecc.) del variegato mondo della detenzione, per sentirla come parte integrante del cammino della Chiesa diocesana. Ma mira anche a far sentire il detenuto inserito pienamente nella famiglia della Chiesa locale.
Il soggetto della pastorale carceraria, come di ogni pastorale, è la comunità cristiana tutta, sotto la guida del suo pastore. Non può quindi essere delegata alla sola persona del cappellano o a qualche gruppo e associazione di volontariato, ma deve nascere dalla comunità e coinvolgere la comunità stessa nelle sue diverse espressioni, dentro e fuori le mura del carcere. La Chiesa è sempre stata molto impegnata nel mondo del carcere e lo è ancora attraverso la presenza dei cappellani, ma anche con qualche gruppo di volontariato, suore e associazioni. Questo impegno, ancora limitato ai soli addetti ai lavori non è però certamente sufficiente a far fronte alle richieste e alle esigenze.
Il carcere non è un'isola, anzi, rappresenta quella realtà di Chiesa che soffre a causa del male, del peccato, e lì dove un membro soffre tutto il corpo soffre. Il cristiano e le nostre comunità sono chiamati a guardare a questa realtà con occhi diversi da chi giudica con il metro della giustizia umana, ma con occhi di misericordia: l'annuncio misericordioso di Cristo non può precludere nessuna categoria di persone. Ciò non significa assolutamente addolcire il male o cercare di giustificarlo, ma andare alle radici, per scoprire dove ha origine, dov'è la fonte della malattia di cui spesso il condannato rappresenta solo il sintomo.
La Chiesa di Ragusa, su indicazione del proprio Vescovo, ha istituito tale servizio per far sentire a quanti vivono forme di detenzione, la presenza della Chiesa locale. Pur avendo una sola struttura detentiva con una piccola comunità sul territorio diocesano (circa 240 persone), il Servizio di Pastorale Carceraria diocesano si offre come vicinanza spirituale ai detenuti reclusi nelle strutture detentive del territorio, con la presenza di un nostro sacerdote come cappellano e di alcuni volontari che vi operano all'interno, oltre ad un gruppo di persone (sacerdoti e laici) che vanno ad occuparsi di aree di sofferenza riguardanti non solo coloro che sono reclusi, ma soprattutto, un sostegno morale (e materiale) alle famiglie e - laddove è consentito - a coloro che sono sottoposti a pene restrittive nelle diverse modalità previste dalla legislazione italiana. È necessario che le famiglie non perdano la propria identità, mantengano i contatti e vincano i pregiudizi sociali. Madri, padri, mogli, mariti, figlie e figli del detenuto pagano a loro volta un prezzo molto alto, quello della perdita di un caro e spesso della stigmatizzazione da parte delle società. Un considerevole numero di famiglie è coinvolto in problemi connessi alla detenzione. Per queste persone le comunità cristiane sono chiamate a svolgere un delicato compito di ascolto e di accoglienza non solo dei bisogni di povertà materiali che sorgono con la carcerazione di un famigliare, ma pure a porre gesti di vicinanza che combattano contro l'esclusione sociale e religiosa dei figli e dei partner.
In questo, il Servizio di Pastorale Carceraria della Diocesi di Ragusa, attraverso anche il supporto di altri organi diocesani (parrocchie e centri ascolto) si propone di offrire strumenti utili quali: una struttura dedicata ai detenuti e alle loro famiglie; sensibilizzazione delle comunità locali e parrocchiali; contatti telefonici e personali fatti dagli operatori pastorali del carcere, dove è legittimamente consentito; la comunicazione alla parrocchia della presenza di una persona in carcere per sostegno alla famiglia, previa autorizzazione del detenuto; raccolta di beni di prima necessità per i detenuti bisognosi; percorsi di catechesi di annuncio e iniziazione cristiana; momenti comunitari di preghiera e di sostegno; centri ascolto solo per questa problematica; contatti con rappresentanti del mondo del lavoro.
Il vescovo che già per ben due volte - il 15 settembre scorso e il giorno dell'Epifania - ha incontrato i detenuti, salutando con piacere l'iniziativa lanciata da alcuni gruppi per testimoniare vicinanza alle persone recluse nella preghiera e con atti di solidarietà concreta, ha evidenziato come la nostra Chiesa intenda "farsi carico della rinascita nello spirito e nella vita" dei fratelli che hanno sbagliato e per questo si trovano a espiare la loro pena. "Per ognuno di loro - ha detto il vescovo - c'è un orizzonte nuovo che può aprirsi, un orizzonte che nasce dalla possibilità di redenzione e passa anche attraverso la nostra solidarietà, il nostro affetto, la nostra preghiera".
Lo scorso 15 settembre, monsignor La Placa aveva voluto incontrare i detenuti e il personale che opera all'interno del penitenziario. Il vescovo aveva benedetto i presenti e, dopo aver visitato una ad una tutte le celle. "Il carcere - aveva detto in quella occasione - non diventi mai un'obitorio della speranza ma piuttosto una "grande sala parto" nella quale, vite segnate dalla sofferenza e dall'esperienza del male, possano rinascere a vita nuova". Quella visita ha segnato non solo monsignor La Placa ma anche i detenuti. "È stata - ricorda oggi don Carmelo Mollica - un vero momento di grazia. I detenuti non avevano mai visto un vescovo entrare nella loro stanza a soffermarsi a parlare con loro. È stata per tutti una grande emozione". Il vescovo, accogliendo un invito del cappellano, ha poi deciso di celebrare con i detenuti l'Epifania rinnovando le parole di speranza e di incoraggiamento che tanto avevano colpito poche settimane prima le persone recluse e il personale.
tgcom24.mediaset.it, 1 febbraio 2022
Grazie al Lions Club Milano Host, i detenuti del carcere hanno potuto beneficiare di screening gratuiti della vista e ricevere occhiali di recupero. I detenuti del carcere di Bollate hanno potuto beneficiare di screening gratuiti della vista e ricevere occhiali grazie al progetto "Vediamo Oltre" lanciato dal Lions Club Milano Host.
L'iniziativa, che è solo al primo di una serie di appuntamenti, conta già 60 screening effettuati in una sola giornata e 40 occhiali omaggiati dalla "raccolta occhiali usati Lions". L'obiettivo mira a effettuare screening preventivi in tutti i reparti del carcere, dove sarà possibile.
Il progetto "Vediamo oltre" è nato durante un incontro tra Raffaella Guidotti e Davide Franzetti, oggi referente del progetto stesso, entrambi soci del Lions Club Milano Host che, insieme a una squadra composta tra l'altro da una oculista e una ortottista, si sono concentrati nello svolgimento di questo servizio.
La struttura di Bollate, fin da subito, grazie all'attenzione del direttore Leggieri e del direttore dell'area educativa Bezzi, ha dimostrato collaborazione, entusiasmo e apertura all'attività. Gli screening visivi, eseguiti con personale qualificato hanno avuto lo scopo di effettuare primi controlli visivi con macchinari professionali a disposizione, grazie a una partnership con Luneau Technology, azienda di primaria importanza nella strumentazione medica. La compilazione di un documento da inserire nella cartella sanitaria e, in virtù della partnership con la "raccolta occhiali usati Lions" di Chivasso, la consegna ai detenuti di occhiali da lettura recuperati (sterilizzati e in ottime condizioni) si sono accompagnate alle visite.
Tutto è stato svolto nel rispetto del distanziamento sanitario e in completa sicurezza sia dei soci che degli intervenuti. Veniva infatti richiesto il green pass e fornita una nuova mascherina FFP2 a ogni persona che desiderava sottoporsi al controllo sanitario.
di Roberto Ciccarelli
Il Manifesto, 1 febbraio 2022
Il caso. Già da venerdì a Torino il movimento che dice "No" all'alternanza scuola lavoro torna a manifestare, e si annunciano già altre proteste in tutto il paese. Sinistra Italiana ha presentato un'interrogazione parlamentare dove chiede alla ministra dell'Interno Lamorgese le ragioni delle bastonate al movimento del 23 e del 28 gennaio.
Dopo le manganellate di venerdì 28 gennaio agli studenti di a Torino, Milano e Napoli che, dopo la morte durante uno stage di Lorenzo Parelli, chiedevano l'abolizione dell'alternanza scuola-lavoro (P.C.t.o.) ieri il governo ha confermato che nulla cambierà. il contestato obbligo dell'alternanza scuola lavoro sarà uno degli oggetti dell'esame di maturità di quest'anno. Stando alle indiscrezioni circolate ieri sera sarà oggetto di un colloquio insieme all'educazione civica.
Le cariche della polizia contro gli studenti sono diventate, tardivamente, un caso per la politica ipnotizzata nei giorni che hanno portato alla rielezione di Sergio Mattarella alla presidenza della Repubblica. Enrico Letta (Pd) ha detto domenica scorsa in Tv che "sulla questione di ordine pubblico chiediamo che siano date risposte, questa è una vicenda abbastanza grave". "Che il Pd si lavi la faccia pubblicamente ci rincuora ben poco - ha commentato una studentessa torinese - è proprio il Partito Democratico ad avere introdotto l'alternanza all'interno delle scuole e ora si meraviglia e si indigna di fronte alla violenza utilizzata per far tacere chi si rivolta contro questa".
Le richieste di Letta, probabilmente alla ministra dell'Interno Luciana Lamorgese, ieri sono diventate oggetto di un'interrogazione parlamentare di Sinistra Italiana, primo firmatario Nicola Fratoianni. A Lamorgese sarà chiesto di individuare i responsabili ad ogni livello della catena di comando nella pessima gestione nelle piazze". Né Lamorgese, né altri esponenti del governo Draghi hanno "avvertito la necessità, come sarebbe stato auspicabile, di scusarsi nei confronti degli studenti e delle studentesse vittime" dei pestaggi, sostiene Sinistra Italiana. Venerdì 4 febbraio a Torino si tornerà a manifestare contro l'alternanza scuola-lavoro. Si replicheranno le scene viste in questi giorni?
Nel resto del paese, a cominciare da Roma, sono previste assemblee cittadine e nuove mobilitazioni. Nella capitale ci sono state le manganellate al Pantheon il 23 gennaio, mentre si registrano episodi di repressione da parte di dirigenti dopo una prima ondata di occupazioni durante l'autunno. La gestione contestata delle piazze risponde ai criteri anticovid, stabiliti dal governo, che rischiano di negare il diritto costituzionale a manifestare. Questa pratica era stata contestata dalla Cgil per un caso di divieto di manifestare nel centro di Bologna nei mesi scorsi. Ieri Maurizio Landini (Cgil) ha detto che "bisogna distinguere sull'alternanza. Siamo di fronte a volte a strumenti come state e tirocini che mascherano un sistema di sfruttamento. Queste forme vanno cancellate". E se invece, per cominciare, si ridiscutesse l'impianto della scuola neoliberale.
di Antonia Menghini ed Elena Mattevi
webmagazine.unitn.it, 1 febbraio 2022
Un convegno sul sistema carcerario, il dettato costituzionale e le iniziative di riforma. L'articolo 27 della nostra Costituzione prevede che "le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato".
Proprio il principio rieducativo è stato il tema centrale del convegno "La rieducazione oggi. Dal dettato costituzionale alla realtà del sistema penale", che si è svolto in modalità mista presso la Facoltà di Giurisprudenza il 21 e 22 gennaio scorsi. In queste due giornate si è cercato di riflettere sulla realtà della pena.
Per molto tempo, alla finalità rieducativa della pena è stato attribuito un ruolo marginale, relegato al momento dell'esecuzione. Pian piano si è imposta una lettura diversa che le ha riconosciuto un'assoluta centralità nel momento punitivo. Come ha stabilito la sentenza 313/1990 della Corte Costituzionale, la rieducazione è infatti una delle qualità essenziali della sanzione penale, che "l'accompagnano da quando nasce, nell'astratta previsione normativa, fino a quando in concreto si estingue". Il verbo 'tendere', presente nel dettato costituzionale, rappresenta solo "la presa d'atto della divaricazione che nella prassi può verificarsi tra quella finalità e l'adesione di fatto del destinatario al processo di rieducazione". Questo implica necessariamente la centralità del consenso del condannato nel percorso rieducativo.
La rieducazione è un'opportunità che l'Amministrazione penitenziaria dovrebbe offrire al condannato operando in sinergia con le istituzioni territoriali: purtroppo è proprio qui che la distanza tra il dettato costituzionale e la realtà del sistema penale si fa smisurata. Se ci riferiamo in particolare al carcere, infatti, è indispensabile prendere atto di una situazione, già compromessa da anni di riforme mancate, che la pandemia ha soltanto reso più drammatica.
È davvero impossibile pensare a percorsi di rieducazione in strutture inadeguate, incapaci di assicurare condizioni minime di vivibilità, perché sovraffollate o fatiscenti o solo perché prive di personale idoneo, come quelle che conosciamo spesso in Italia. Non si possono aiutare i detenuti a progettare qualcosa di utile per il proprio futuro se mancano opportunità di lavoro e di formazione professionale. Per quanto precaria e insufficiente, questa realtà non è fortunatamente immutabile: ci sono state e ci sono delle iniziative di riforma che possono fare ben sperare.
Una Commissione, presieduta dal professor Marco Ruotolo, istituita dalla ministra Cartabia nel settembre 2021 ha lavorato da ottobre a dicembre per predisporre soluzioni concrete per l'innovazione del sistema penitenziario in modo da migliorare la qualità della vita delle persone recluse e di coloro che operano all'interno degli istituti penitenziari. L'intenzione è quella di intervenire sulla normativa primaria e sul regolamento penitenziario del 2000, per incidere su molti aspetti della quotidianità penitenziaria. I temi toccati spaziano dalla salute al lavoro, all'impiego delle tecnologie, vista la necessità di far uscire il mondo del carcere dall'analfabetismo informatico anche solo per permettere l'uso del pc per motivi di studio o per le videochiamate con i propri famigliari.
Decisamente significativo, per esempio, appare il quadro tracciato dalla Commissione Ruotolo in materia di lavoro. Dai dati statistici emerge infatti come negli istituti penitenziari (al 31 dicembre 2020), su un totale di 53.364 detenuti, solo 17.937 sono impiegati in attività lavorative (33,61%), di cui 15.746 alle dipendenze dell'Amministrazione penitenziaria e 2.191 alle dipendenze di datori di lavoro esterni all'Amministrazione. Quanto lavorano, in concreto, questi detenuti? In media l'attività lavorativa pro capite non supera gli 85 giorni lavorativi annui. Pochissimo.
Le soluzioni proposte dalla Commissione Ruotolo non si sono ancora tradotte in realtà normativa; di riforma già in atto si può invece parlare per la legge n. 134 del 2021, la cosiddetta Riforma Cartabia, che contiene alcune norme immediatamente precettive − come quelle sulla prescrizione − e un'ampia delega in materia processuale, oltre a una delega più circoscritta che riguarda il sistema sanzionatorio e la giustizia riparativa, tutte in fase di attuazione.
Questa riforma si propone di rivitalizzare le sanzioni sostitutive, recuperando in fase di cognizione alcune misure alternative che di regola si applicano dopo il passaggio in giudicato della sentenza di condanna. Per la prima volta, verrebbe quindi introdotta nel nostro ordinamento una disciplina organica della giustizia riparativa.
Il disegno di queste riforme è cresciuto sulla consapevolezza che è ormai necessario intervenire per modificare una situazione di fatto non più accettabile. Un rischio concreto quando si toccano questi argomenti è tuttavia quello della retorica, che tende ad annunciare i risultati prima di averli conseguiti: in assenza delle necessarie risorse economiche e personali, anche queste riforme potrebbero essere destinate a fallire.
di Leonardo Fiorentini e Marco Perduca
Il Manifesto, 1 febbraio 2022
"Il decreto interministeriale per le piante officinali richiama soltanto le regole in vigore, non può modificarle". Parla Filippo Gallinella, presidente della commissione Agricoltura. "Ho proposto più soluzioni aggiuntive, come quella di poterla vendere come "prodotto da collezione" o "prodotto da inalazione". Ma i miei emendamenti non sono stati accettati".
Il 12 gennaio la Conferenza Stato Regioni ha adottato un Decreto interministeriale in materia di piante officinali. La decisione ha sollevato reazioni contrastanti. Pazienti e una (buona) parte delle imprese hanno lamentato la mancanza di chiarezza del testo, paventando un ritorno al passato e seri problemi per produttori e rivenditori della cosiddetta cannabis light, ovvero infiorescenze a basso contenuto di Thc. Il Presidente della Commissione Agricoltura della Camera Filippo Gallinella, del Movimento 5 Stelle, è invece tra quelli che ritengono che non cambierà nulla per la cannabis light.
"Permettetemi, innanzitutto, di chiarire - ci ha risposto - che il termine "cannabis light" è un'invenzione commerciale che ha creato solo confusione. La Legge 242/2016 disciplina la coltivazione da parte degli agricoltori della Cannabis Sativa L. dove "L" sta per Linneo, il nome di chi ha classificato il genere botanico. Essa reca "Disposizioni per la promozione della coltivazione e della filiera agroindustriale della canapa" specificano nel dettaglio cosa deve fare l'agricoltore e indicano quali sono le varietà ammesse alla coltivazione, chiarendo che queste coltivazioni non rientrano nell'ambito di applicazione del Testo unico sugli stupefacenti 309/1990. Pertanto, un decreto ministeriale, norma di rango inferiore ad una legge, non può far altro che richiamare le regole in vigore".
Eppure, il Decreto rimanda tout court foglie ed infiorescenze al Dpr 309/90, anche se rispettano i limiti di Thc della legge 242/16. Quindi secondo lei una volta tagliata la pianta è normata da diverse leggi a seconda delle sue parti?
La legge del 2016 - per norma e non secondo me - permette all'agricoltore, solo all'agricoltore, di coltivare specifiche varietà per finalità elencate all'articolo 2 della stessa: alimenti e cosmetici; semilavorati, quali fibra, canapulo, polveri, cippato, oli o carburanti, per forniture alle industrie e alle attività artigianali di diversi settori, compreso quello energetico; materiale destinato alla pratica del sovescio; materiale organico destinato ai lavori di bioingegneria o prodotti utili per la bioedilizia; fitodepurazione per la bonifica di siti inquinati; attività didattiche e di ricerca da parte di istituti pubblici o privati; coltivazioni destinate al florovivaismo. Se non si è agricoltori, per coltivare la canapa, indipendentemente dalla specie botanica, ci si rifà ad un'altra norma, ovvero al Dpr 309/90, secondo quanto previsto dall'art. 17 perché nelle tabelle che vengono richiamate vi è la canapa.
Ma l'articolo 26 del Dpr 309/90 esclude espressamente dalle sue previsioni la pianta di canapa (non solo stelo, radici e semi) per produzione di fibre e altri usi industriali consentiti dalla normativa dell'Unione europea...
Quell'articolo esclude dal divieto di coltivazione la canapa ad uso industriale. La 242/2016 - che, lo ricordo, semplifica le regole solo per gli agricoltori - recepisce la norma precedente e ne amplia e specifica la portata. Non vi è, pertanto, alcuna contrapposizione.
C'è anche la sentenza della Corte di Giustizia europea sul caso Kanavape del 2020, che afferma che la commercializzazione di beni contenenti Cbd prodotti legalmente in uno Stato membro dell'Ue non può essere proibita all'interno del mercato comune...
La sentenza parla della commercializzazione e non della produzione, che sono due aspetti differenti. Il Decreto ministeriale fa un mero elenco delle piante officinali, ricordando che per l'estrazione di principi attivi da canapa sativa, in quanto pianta officinale, si deve seguire l'iter autorizzativo previsto dal Dpr 309/90. Con l'occasione vorrei ricordare che, ad oggi, il Cbd naturale è stato registrato all'Ema come farmaco e lo si trova in commercio nel Sativex e nell'Epidiolex. Presso Efsa, l'autorità europea per la sicurezza alimentare, ci sono 5 dossier per quanto concerne, invece, il Cbd come alimento.
Il M5S è stato tradizionalmente a favore della legalizzazione tout court della cannabis. Per lei non sarebbe stato meglio se nel decreto, dopo "foglie e infiorescenze", si fosse specificato "al di sopra dei limiti previsti dalla 242/16 e della normativa europea di riferimento", in modo da evitare dubbi che non giovano a nessuno dei soggetti coinvolti nella filiera della cannabis?
Con un Decreto ministeriale non si può modificare una legge, indipendentemente dai desiderata. Oggi un agricoltore può coltivare canapa sativa con le finalità precedentemente elencate. Se si vuole fare altro, si devono seguire le relative norme già esistenti, come il Dpr o il Regolamento Novel Food. In conclusione, io ho proposto più soluzioni aggiuntive, come quella di poterla vendere come "prodotto da collezione" o venderla come "prodotto da inalazione". Ad oggi, però, le mie proposte emendative non hanno raccolto l'approvazione della maggioranza parlamentare e non sono divenute norma.
di Giansandro Merli
Il Manifesto, 1 febbraio 2022
Nel centro di detenzione libico di Ain Zara, a Tripoli. Mahayadien è un rifugiato sudanese arrestato a Tripoli durante la protesta all'Unhcr. Mahayadien, nome di fantasia per proteggerne la vera identità, è un ragazzo di 24 anni nato in Darfur, nell'ovest del Sudan. Quando nel 2003 è scoppiata la guerra ha cercato riparo con la sua famiglia in Ciad. Aveva cinque anni e da allora è un rifugiato. Risponde al telefono dal centro di detenzione libico di Ain Zara, dove è recluso con centinaia di persone dal 10 gennaio scorso.
Com'è la situazione dentro?
La prigione non è grande e siamo in troppi. Nello stanzone dove mi trovo io siamo almeno 300. Viviamo uno sull'altro. Abbiamo difficoltà a dormire, non c'è spazio. Soffriamo per il cibo e l'acqua, che scarseggiano. Ci danno un pezzo di pane verso le 11 di mattina e poi un po' di pasta, sempre e solo pasta, a pranzo e cena.
Come sono le guardie del centro?
Colpiscono i rifugiati senza motivo, con dei bastoni, soprattutto di notte. Ci fanno vivere nella paura. Qualche giorno fa ci hanno detto che saremmo potuti uscire. Alcune persone hanno provato a farlo. Ma poi ci hanno chiamato per dire che sono state rinchiuse in un altro centro, di cui non sanno il nome, dove la situazione è ancora peggiore. Sono costretti a lavorare tutto il giorno, ovviamente gratis.
Ci sono anche donne e bambini?
Sì, ma in un'altra parte della prigione. Siamo separati.
Come fai ad avere il cellulare?
A qualcuno è stato tolto, qualcun altro è riuscito a nasconderlo. Altri ancora si sono rifiutati di consegnarlo, hanno chiesto che gli fosse lasciato almeno quello.
Quando sei stato arrestato?
Il 10 gennaio, davanti alla sede dell'Unhcr. Eravamo accampati là da ottobre per rivendicare i nostri diritti e perché dopo il raid di Gargaresh non avevamo più un posto dove andare. Quando sono arrivati i militari a sgomberarci ci hanno dato 10 minuti per prendere le nostre cose. Avevano pistole e bastoni. Un ragazzo è stato sparato [ferito non è morto, ndr], era proprio davanti a me.
Vivevi nel quartiere di Gargaresh?
Sì, a Tripoli. Poi il primo ottobre è stato invaso dai militari. Sono stato arrestato e portato al centro di Al Mabani. Lì ho visto cose orribili. Persone uccise. Violenza continua. Dopo circa una settimana siamo riusciti a fuggire e siamo andati davanti all'Unhcr.
Quando sei arrivato in Libia?
Nel 2020, dopo tanti anni da profugo in Ciad. All'arrivo avevo trovato un lavoro, so fare i conti. Ma qui la vita è difficile. Anche fuori dalle prigioni, per strada. Gli africani non sono considerati esseri umani.
Hai provato ad attraversare il mare?
No, ho troppa paura. È troppo pericoloso. Tante persone sono morte. E poi quando ci provi ti catturano e ti portano indietro, nei centri. Finisci nelle mani dei trafficanti.
di Giansandro Merli
Il Manifesto, 1 febbraio 2022
Nei 5 anni dell'accordo 8mila morti, 80mila intercettazioni e un sistema di abusi e violenze. Avrebbe dovuto fermare partenze e naufragi, ha favorito il business dei trafficanti. Domani saranno trascorsi cinque anni dal memorandum siglato il 2 febbraio 2017 dagli allora primi ministri Paolo Gentiloni, per l'Italia, e Fayez al-Sarraji, per il governo di riconciliazione nazionale libico. Nelle ragioni ufficiali avrebbe dovuto fermare partenze e morti in mare. Nella realtà ha alimentato violazioni dei diritti, detenzioni arbitrarie, vittime innocenti e lucrosi business sulla pelle dei migranti.
A tirare le somme è Oxfam che dal 2017 stima 8mila morti in quel tratto di mare e 80mila intercettazioni della "guardia costiera libica". Di queste oltre la metà sono avvenute mentre al Viminale sedeva Luciana Lamorgese: 46.700, con una media mensile di 1.668 (che nel 2021 è salita a 2.602). Quando ministro dell'Interno era Matteo Salvini sono stati catturati 13.600 migranti, 969 al mese. Con Minniti 19.700, media mensile 1.234 (elaborazione dati del ricercatore Ispi Matteo Villa).
Negli ultimi cinque anni gli sbarchi in Italia sono stati 255mila. 80mila arrivi in più non avrebbero cambiato le sorti del paese. Le intercettazioni hanno invece cambiato la vita a ognuna delle persone coinvolte e poi reinserite nel circuito di violenze e abusi dei centri. In Libia 27 strutture detentive ufficiali coesistono con prigioni "clandestine" di cui si sa poco e nulla. Secondo Oxfam nel 2021 si sono perse le tracce di 20mila migranti riportati a terra: la loro presenza non risulta nei centri governativi.
"Dalla firma dell'accordo l'Italia ha speso 962 milioni di euro per bloccare i flussi migratori e finanziare le missioni navali italiane ed europee", afferma Paolo Pezzati, policy advisor di Oxfam Italia. Oltre 32 milioni sono andati alla "guardia costiera" accusata da agenzie Onu e Ong di metodi brutali contro i migranti e collusioni con i trafficanti. Il 22 gennaio scorso il presidente della Corte d'Appello di Palermo ha inaugurato l'anno giudiziario menzionando una "regia centralizzata e verticistica riconducibile anche ad appartenenti alle istituzioni libiche" che governa i gruppi criminali dediti a immigrazione clandestina e tratta.
Intanto la questione dei diritti umani è stata completamente evasa. A novembre 2019, nel dibattito sul primo rinnovo dell'accordo che ha durata triennale, il ministro degli Esteri Luigi Di Maio dichiarò l'intenzione di migliorare il memorandum "con particolare attenzione ai centri e alle condizioni dei migranti". Dell'annunciata convocazione a tale scopo della commissione congiunta italo-libica, prevista dall'art. 3, non si è saputo nulla. Sappiamo invece che sono aumentati i migranti reclusi, decuplicati tra gennaio e ottobre 2021, e le violenze nei centri e per le strade, come il rastrellamento di 5mila rifugiati nell'ottobre scorso a Tripoli. "Omicidi, schiavitù, torture, reclusione formano parte di un sistematico e diffuso attacco diretto contro questa popolazione [migrante, ndr], a sostegno di una politica statale", sostiene il rapporto della missione di inchiesta indipendente dell'Onu (Ffm).
Che l'"inferno libico" non sia un effetto collaterale, ma il prodotto diretto degli accordi anti-migranti vogliono dimostrarlo due dossier contro Italia ed Unione Europea presentati alla Corte penale internazionale dell'Aja dall'avvocato Omer Shatz nel 2019 e da un pool di associazioni di giuristi due settimane fa (UpRights, Olanda; Adala for all, Francia; StraLi, Italia). Lo sostiene anche Asgi che domani pubblicherà un lungo documento firmato da 100 realtà - tra cui Emergency, Fondazione migrantes, Caritas, Un ponte per, Uil - per chiedere la revoca del memorandum. Questo, si legge nel testo, "sta nei fatti agevolando la strutturazione di modelli di sfruttamento e riduzione in schiavitù all'interno dei quali sono perpetrate in maniera sistematica violenze tali da costituire crimini contro l'umanità".
di Alessandra Fabbretti
La Repubblica, 1 febbraio 2022
82.000 persone bloccate in mare e rinchiuse nell'inferno delle carceri libiche. Lo ricorda e lo denuncia Amnesty International dopo il primo lustro del memorandum d'intesa. "Le condizioni di vita spaventose per bambini, donne e uomini che emigrano e richiedono asilo".
L'Italia e l'Unione Europea devono smettere di collaborare con la Libia nel far tornare i migranti e i richiedenti asilo nell'inferno delle carceri libiche. Lo riafferma senza mezzi termini oggi Amnesty International, alla vigilia del quinto anniversario degli accordi di cooperazione finalizzati al blocco e all'arresto dei migranti e dei rifugiati durante la traversata del Mediterraneo. Negli ultimi cinque anni sono state oltre 82.000 le persone intercettate in mare e riportate in Libia: uomini, donne e bambini andati incontro alla detenzione arbitraria, alla tortura, a trattamenti crudeli, inumani e degradanti, agli stupri e alle violenze sessuali, ai lavori forzati e alle uccisioni illegali.
Le testimonianze agghiaccianti. "Ci chiudevano in una stanza, ci spogliavano di tutto e picchiavano con un tubo di plastica". Lo racconta Saif, un minorenne non accompagnato arrivato nel nostro Paese a maggio 2021 e accolto oggi da Oxfam, dopo un viaggio dal Bangladesh durato 2 anni. E riferisce come in Libia sia stata la polizia di frontiera a sequestrargli il passaporto facendolo comunque entrare nel Paese. "A pochi giorni dall'arrivo, dopo avermi tenuto nel garage di una casa, dove erano rinchiuse altre decine di migranti, mi hanno portato a Tripoli nel bagagliaio di una macchina per 37 ore con un po' di pane e acqua", ricorda ancora Saif. I trafficanti hanno poi preteso altri soldi alla famiglia per la restituzione del passaporto, mentre il ragazzo ha dovuto lavorare in un cantiere edile. Dopo due settimane, un altro gruppo armato lo ha rapito chiedendo un nuovo riscatto.
Le telefonate alla famiglia che se non rispondeva, erano botte. "I miei carcerieri mi costringevano a telefonare a casa e se non riuscivo a parlare con nessuno mi picchiavano". A costo di un ennesimo sacrificio, la famiglia riuscirà a pagare il riscatto e Saif potrà raggiungere l'Italia solo dopo due tentativi falliti e nuove richieste di denaro, anche da parte della polizia libica: "Al mio secondo tentativo, la Guardia Costiera libica ha bloccato il gommone a 14 ore dalla partenza - racconta ancora Saif - ci hanno portato in una prigione dove stavamo in 56 in una stanza con la luce sempre accesa. In una settimana ci hanno portato da mangiare solo 2 volte. Mi hanno rinchiuso in una stanza, rubato le poche cose di valore che avevo, preso a schiaffi e picchiato con un tubo di plastica". Per pagarsi la fuga verso l'Italia, costata 1.000 dollari, Saif ha lavorato per tre mesi in una fabbrica di cuscini.
Il governo libico favorisce violenze e impunità. Il Governo di unità nazionale della Libia continua a favorire queste violenze e a rafforzare l'impunità: ne è un esempio la recente nomina alla guida del Dipartimento per il contrasto dell'immigrazione illegale di Mohamed al-Khoja, che in precedenza controllava il centro di detenzione di Tariq al-Sikka, al cui interno erano state documentate diffuse violenze. "La cooperazione con le autorità libiche - dice Matteo de Bellis, ricercatore di Amnesty International su migrazione e asilo - fa sì che persone disperate siano intrappolate in condizioni di un orrore inimmaginabile. Negli ultimi cinque anni, Italia, Malta e Unione Europea hanno contribuito alla cattura in mare di decine di migliaia di donne, uomini e bambini, finiti in gran parte in centri di detenzione agghiaccianti, dove la tortura è all'ordine del giorno. Innumerevoli altre persone sono state vittime di sparizione forzata".
"E' il momento di dire basta". "È davvero giunto il momento di porre fine a questo approccio vergognoso, che mostra un totale disprezzo per la vita e la dignità delle persone, e di dedicarsi invece ad attività di soccorso che assicurino lo sbarco delle persone in un luogo sicuro che, come ribadito solo pochi giorni fa dal segretario generale delle Nazioni Unite, non può essere la Libia", ha aggiunto de Bellis. L'assistenza dell'Unione Europea ai guardacoste libici è iniziata nel 2016, così come gli intercettamenti in mare. La cooperazione è poi aumentata considerevolmente con l'adozione di un Memorandum d'intesa bilaterale, firmato da Italia e Libia il 2 febbraio 2017, e con l'adozione della Dichiarazione di Malta, sottoscritta dai leader dell'Unione europea a La Valletta il giorno dopo.
La fornitura di motovedette. Questi accordi costituiscono la base di una costante cooperazione che affida il pattugliamento del Mediterraneo centrale ai guardacoste libici, attraverso la fornitura di motovedette, di un centro di coordinamento marittimo e di attività di formazione. Gli accordi sono stati seguiti dall'istituzione della zona SAR libica, un'ampia area marittima in cui i guardacoste libici sono responsabili del coordinamento delle operazioni di ricerca e soccorso. Queste azioni, in grandissima parte realizzate dall'Italia e finanziate dall'Unione Europea, hanno da allora consentito alle autorità libiche di riportare sulla terraferma persone intercettate in mare, nonostante sia illegale riportare persone in un luogo nel quale rischiano di subire gravi violazioni dei diritti umani. In Libia i migranti e i rifugiati, sia dentro che fuori dai centri di detenzione, subiscono sistematicamente una serie di violazioni dei loro diritti, del tutto impunite, da parte di milizie, gruppi armati e forze di sicurezza.
Dietro le sbarre del centro di Ain Zara. Il 10 gennaio 2022 milizie e forze di sicurezza hanno sparato contro i migranti e i rifugiati che erano accampati di fronte a un centro di assistenza dell'Alto commissariato Onu per i rifugiati, a Tripoli. Le centinaia di persone lì arrestate si trovano ora nel centro di detenzione di Ain Zara, nella capitale libica, in condizioni insalubri e di sovraffollamento, sottoposte a violenze e private di quantità adeguate di cibo e acqua. I migranti e i rifugiati manifestavano fuori dal centro dall'ottobre 2021 per chiedere protezione, dopo un precedente raid delle milizie e delle forze di sicurezza al termine del quale migliaia di persone erano state arrestate e molte altre erano rimaste senza un alloggio.
"Sospendere ogni forma di cooperazione". "L'Italia e l'Unione Europea devono cessare di contribuire a queste violenze atroci e iniziare ad assicurare che le persone che rischiano di annegare nel Mediterraneo siano prontamente soccorse e trattate umanamente", ha commentato de Bellis. "L'Unione Europea e i suoi stati membri devono sospendere ogni forma di cooperazione che contribuisca a trattenere migranti e rifugiati in Libia e a far subire loro violazioni dei diritti umani. Chiediamo, al contrario, che si dedichino all'apertura di percorsi legali urgentemente necessari per le migliaia di persone intrappolate in Libia e che hanno bisogno di protezione internazionale", ha concluso de Bellis.
Un accordo che si rinnoverà automaticamente nel 2023. Il Memorandum d'Intesa tra Italia e Libia scadrà nel febbraio 2023 ma sarà rinnovato automaticamente per altri tre anni se le autorità italiane non lo annulleranno entro il 2 novembre 2022. Amnesty International Italia continua a sollecitare il governo a sospendere e non rinnovare l'accordo, oltre che a chiedere al parlamento di avviare le opportune iniziative nei confronti del governo. L'organizzazione per i diritti umani ha anche pubblicato sul sito amnesty.it una petizione a sostegno dell'interruzione della cooperazione con la Libia.
Solo nel 2021 catturate 32.425 in mare. Nel 2021 i guardacoste libici, col sostegno di Italia e Unione europea, hanno catturato in mare 32.425 rifugiati e migranti e li hanno riportati in Libia: di gran lunga il più alto numero finora registrato, tre volte superiore a quello dell'anno precedente. Sempre durante il 2021, 1553 persone sono morte o sono scomparse in mare nel Mediterraneo centrale. In un rapporto del 17 gennaio 2022 il segretario generale delle Nazioni Unite si è dichiarato "gravemente preoccupato" per le continue violazioni dei diritti umani contro i migranti e i rifugiati in Libia, tra cui violenze sessuali, traffico di esseri umani ed espulsioni collettive.
E si insiste nel dire: "La libia non è un porto sicuro". Il rapporto ha ribadito che "la Libia non è un porto sicuro per lo sbarco di migranti e rifugiati" e ha ribadito la richiesta agli stati membri coinvolti di "rivedere le politiche che favoriscono gli intercettamenti in mare e il ritorno dei migranti e dei rifugiati in Libia". Il rapporto ha anche confermato che i guardacoste libici continuano a operare con modalità che pongono in grave pericolo le vite e la salute dei migranti e dei rifugiati che cercano di attraversare il mar Mediterraneo. Pur riconoscendo tali limiti, un rapporto interno del comandante dell'operazione navale dell'Unione europea "Eunavfor Med Irini", reso pubblico dall'Associated Press il 25 gennaio 2022, ha confermato il proseguimento dei programmi di rafforzamento dell'operatività dei guardacoste libici.
di Francesca Caferri
La Repubblica, 1 febbraio 2022
Oggi a Mansoura l'udienza decisiva per lo studente egiziano liberato a dicembre dopo 2 anni di cella: "Voglio finire il master a Bologna ma non scappo dal mio Paese".
Il Cairo. Patrick Zaki non sta fermo un attimo. Il suo destino è appeso a un filo e il filo è in mano al giudice del tribunale di Mansoura che nelle prossime ore dovrà decidere se chiudere il suo caso, rinviarlo ancora oppure - nulla è escluso - farlo ritornare in quella cella dove ha trascorso 22 degli ultimi 24 mesi, da quando nel febbraio 2020 fu arrestato all'aeroporto del Cairo di ritorno da Bologna, dove studiava. Lo incontriamo nella sede dell'Egyptian initiative for personal rights (Eipr), l'Ong con la quale collabora e che in questi mesi è stata in prima fila nella sua difesa.
La prima cosa che tutti vorrebbero sapere è come stai e come hai passato questi due mesi di libertà...
"Sto bene. Ma non sono due mesi: 52 giorni, più o meno. In cella ho imparato che i giorni di libertà vanno goduti a uno a uno. Comunque, devo confessare che le ultime settimane non sono state facili: ho dovuto imparare di nuovo a vivere, a usare la tecnologia, a stare con le persone. Da quando sono stato rilasciato la mia missione è stata tornare a far parte della società: non posso dire che non sia successo nulla, perché quella del carcere è stata un'esperienza lunga e difficile ma sto cercando di elaborare e di andare avanti con la mia vita".
Una vita un po' diversa da quella di prima: praticamente non c'è stata una settimana senza che si parlasse di te in Italia. Te ne sei reso conto?
"Certo. Sono stato sommerso da un'ondata di amore e di supporto. Anche da parte di persone che non conosco. Ho ricevuto mille o forse 10mila inviti a cena. E nel mio frigo sono appena arrivati tortellini dall'Italia. Tutto questo affetto, mi ha reso felice".
In questi mesi non hai mai smesso di far sentire la tua voce riguardo ai diritti umani. Non hai avuto paura? Il tuo caso è ancora aperto...
"Io non credo di essere una persona particolarmente coraggiosa ma quando uno sceglie di lavorare sui diritti umani in Egitto sa a cosa va incontro. Sa che non è un gioco e che può passare dei momenti molto duri. Sono determinato ad andare avanti: voglio lavorare perché le persone del mio Paese e del mondo arabo possano godere di maggiore libertà".
Cosa significa questo in termini di futuro? Quali sono i tuoi piani?
"Il più immediato è tornare a Bologna, il prima possibile e rimanere lì per un periodo lungo. Spero di essere con i miei colleghi per l'inizio del prossimo semestre, che è fra pochi giorni. Cosa succederà dopo non lo so: so che continuerò a lavorare sui diritti umani".
In Egitto o in Italia o dove?
"Non lascerò l'Egitto per sempre. Il mio lavoro riguarda l'Egitto. Non voglio scappare. Io partirò quando si potrà ma la mia famiglia resterà qui: verrà a trovarmi certo, ma questo è il mio Paese. Non lo abbandono".
C'è la possibilità che il giudice ti ordini di tornare in cella: sei pronto?
"Sono pronto per ogni possibilità. Mi sono allenato per mesi. A ogni udienza di quei 22 mesi mi sono presentato sapendo che poteva non essere risolutiva, che rischiavo di rimanere in cella. Non mi sono mai illuso. Certo, ogni volta in cui ho capito che dovevo tornare dentro è stato difficile: ogni momento, ogni ora, non solo ogni giorno e ogni settimana in prigione è dura e lascia una cicatrice profonda".
Quando ci siamo incontrati dopo l'uscita dal carcere mi hai detto che in cella leggevi molto e che questo ti ha aiutato. Elena Ferrante dalle colonne di Repubblica ha detto che non poteva neanche immaginare come ti sentissi, ma che era felice che i suoi libri ti avessero aiutato. Ora cosa leggi?
"Leggere le parole di Elena Ferrante è stata un'emozione immensa. Quindi, prima di tutto: grazie per questo. In questi giorni sto leggendo il libro di Alaa Abdel Fatah (il più famoso dissidente egiziano, in carcere dal 2019 dopo aver già scontato diversi anni di prigione per la sua dissidenza pacifica anni): è un maestro per me e per la tutta la mia generazione. Ho chiesto a tutti quelli che mi seguono in Italia di leggere il suo libro per capire che questa non è una storia che riguarda solo me. Gli devo molto".
Parliamo di attivismo: una delle principali accuse contro di te è un articolo che hai scritto nel 2019 sulla situazione dei copti. Quando lo scrivevi hai avuto la sensazione di toccare un argomento potenzialmente rischioso?
"Quell'articolo descrive cose riportate su tutti i media vicini allo Stato. Era un'analisi, nulla di compromettente. Volevo sottolineare che c'era qualcosa di negativo che stava accadendo e che occorreva risolverlo. Niente di più".
E allora chiudiamo con una cosa di cui certamente puoi parlare. Mondiali di calcio 2022: Italia o Egitto? (ride...)
"Prima di tutto bisogna arrivarci. E poi posso solo sperare che non si arrivi a uno scontro diretto, perché non sarebbe una cosa bella. Tutti e due va bene? Uno dei piani per il 2022 è andarli a vedere dal vivo, i Mondiali di calcio. Sarebbe una cosa bellissima, mi sto già organizzando. Posso aggiungere una cosa?".
Certo che puoi...
"Vorrei dire grazie. Lo so che l'ho già detto, ma ci tengo a ripeterlo: grazie all'università di Bologna, alla professoressa Monticelli, alle persone che non mi conoscono e mi hanno appoggiato, grazie ai diplomatici italiani qui al Cairo. E vorrei dire grazie a David Sassoli, per tutto quello che ha fatto per me. Gli sono davvero grato e vorrei che la sua famiglia lo sapesse
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