di Matteo Frigerio
agenziastampa.net, 3 febbraio 2022
Si terrà il prossimo 25 febbraio - dalle 15.00 alle 18.30 - "Arte in Carcere", un evento online per informare sull'importanza di usare l'arte come strumento che possa favorire la funzione rieducativa del carcere, la formazione della personalità e il recupero dei detenuti. Il webinar, promosso dall'Associazione Nazionale Forense di Venezia, è il primo dedicato a questo argomento tanto attuale in un momento in cui si parla molto di resilienza, anche se il carcere continua a essere un luogo negletto.
L'evento, che si rivolge agli avvocati penalisti ma è utile e fruibile da chiunque si occupi di rieducazione in qualsiasi contesto, vedrà tra i relatori personaggi di notevole peso nell'ambiente penitenziario italiano: il professor Mauro Palma (Garante nazionale dei diritti delle persone detenute), l'architetto Cesare Burdese (membro della Commissione ministeriale per l'architettura carceraria) e la dottoressa Sibyl von der Schulenburg (presidente dell'associazione Artisti Dentro Onlus).
La creatività come strumento per ritrovare i propri spazi mentali, anche in carcere. "L'articolo 27 della Costituzione - precisa Sibyl von der Schulenburg - riconosce ai detenuti il diritto alla rieducazione, anche se in Italia questo diritto non è sempre tutelato tanto che il tasso di recidiva si aggira intorno al 70-75% (quello norvegese è del 20%).
Fanno eccezione le poche carceri modello come quello di Bollate, una struttura modello che vanta un tasso di recidiva attorno al 17%. Un detenuto mentalmente più sano sarà anche più facilmente recuperabile, con un vantaggio per lui e soprattutto per l'intera collettività.
Con le attività della nostra associazione proviamo a dar voce ai detenuti e diamo loro la possibilità di interagire con quello che c'è fuori affinché possano, attraverso i nostri progetti, partecipare alla vita del mondo libero con un duplice scambio: loro si aprono al mondo e il mondo li accoglie". Per maggiori informazioni e per iscriversi consultare il sito: www.ffbve.it. L 'evento è gratuito ed aperto a tutti.
di Davide Maria De Luca
Il Domani, 3 febbraio 2022
Nella sua prima comunicazione ufficiale sui pestaggi durante le manifestazioni contro l'alternanza scuola/lavoro, la ministra dell'Interno non ha ammesso alcuna responsabilità o errore degli agenti e ha incolpato non meglio specificati "infiltrati" nelle manifestazioni. Secondo la ministra dell'Interno Luciana Lamorgese, le cariche e i pestaggi compiuti dalle forze dell'ordine nei confronti degli studenti che due settimane fa manifestavano contro l'alternanza scuola/lavoro sono state causate da gruppi di infiltrati che avrebbero provocato la polizia. La ministra ha dato la sua versione dei fatti oggi per la prima volta, dopo una settimana di intense polemiche per l'operato delle forze dell'ordine.
Le manifestazioni si sono svolte due settimane fa a Milano, Napoli e Torino. Nei numerosi filmati pubblicati in questi giorni si vedono cariche della polizia lanciate senza apparente provocazione, ragazzi colpiti alla testa e spintonati. Soltanto a Torino i feriti sono stati venti, alcuni con fratture o punti alla testa. Altri sono ancora ricoverati.
Nelle interviste, numerosi studenti hanno confutato le ricostruzioni delle forze dell'ordine, in cui si parlava di un clima estremamente violento in piazza. In un caso, fonti della polizia hanno parlato di un furgone utilizzato per rompere un cordone di agenti, un fatto che non si sarebbe mai verificato, secondo diversi studenti.
Lamorgese ha risposto alle accuse con un breve comunicato pubblicato poco dopo pranzo. "Purtroppo alcune manifestazioni sono state infiltrate da gruppi che hanno cercato gli incidenti - scrive Lamorgese - Dobbiamo quindi operare per evitare nuovi disordini, scongiurando che le legittime proteste nelle nostre piazze possano essere strumentalizzate da chi intende alimentare violenze e attacchi contro le forze di polizia".
Lamorgese non fa alcun cenno a possibili esagerazioni da parte delle forze di polizia e non commenta gli episodi più controversi mostrati nei filmati o raccontati dagli studenti, ma precisa: "Ho sensibilizzato i prefetti sulla linea da seguire, che non può che essere quella del confronto e dell'ascolto".
di Andrea Pugiotto
Il Riformista, 3 febbraio 2022
Il bis di Mattarella è diverso da quello di Napolitano. In quest'ultima elezione il Parlamento ha dettato la soluzione al rebus invece di subirla: un ottimo segnale. Ma il divieto di rieleggibilità va inserito e non c'è momento migliore.
1. Scatola, scatoletta e apriscatole, scatoloni. Si può ricorrere a questa prosaica "escatologia" per valutare - in chiave di politica del diritto - le dinamiche di un'elezione che ha portato al Quirinale un nuovo Presidente, ma non un Presidente nuovo: "la scelta migliore e la peggiore che potesse essere fatta", come ha scritto un costituzionalista di vaglia (Antonio Ruggeri), eccedendo nel paradosso. Vediamo perché.
2. Scatola. Le istituzioni repubblicane sono il contenitore della dialettica politica. Le regole costituzionali servono a questo: organizzare la democrazia affinché la lotta politica non risponda esclusivamente a rapporti di forza e alla logica annientatrice dell'amico/ nemico. Il rispetto delle forme che scandiscono le procedure e le decisioni istituzionali è il sismografo del corretto rapporto tra poteri dello Stato.
Ecco perché è sempre un ottimo segnale quello di un Parlamento in seduta comune che detta la soluzione a un rebus apparentemente insolubile, invece di subirla. Perché questo è accaduto: quelle preferenze in progressione numerica per Sergio Mattarella, espresse dalla terza votazione in poi (125, 166, 366, 387 fino ai 759 voti finali), hanno rivelato una razionalità politica nei grandi elettori smarrita tra i leaders di partito. Tramite loro, è la Costituzione dei poteri che si è ripresa la scena: spetta infatti a deputati, senatori e delegati regionali la scelta istituzionale del Presidente della Repubblica (art. 83 Cost.); non ai partiti, chiamati "a determinare la politica nazionale" (art. 49 Cost.) che è tutt'altra cosa. Titolari del potere formale, hanno saputo esercitarlo per davvero, restituendo centralità al Parlamento. Ancora, è la Costituzione a esigere una figura presidenziale non divisiva. I grandi elettori - diversamente dai dilettanti allo sbaraglio inventatisi king-makers - hanno saputo trovarla, obbedendo a un'istanza realistica condivisa dalla maggioranza che la Costituzione predilige: "i due terzi dell'assemblea" (art. 83, comma 3). Ci sono riusciti costruendo consenso sul nome di Mattarella attraverso il dialogo e la parola che sono gli strumenti del parlamentare, mentre fuori dall'aula si assisteva al gran varietà della boutade, del tweet, del talk, della chiacchiera. Un risultato, peraltro, raggiunto in tempi costituzionalmente congrui: prima della scadenza del Capo dello Stato in carica (art. 85, comma 2), dopo sei giorni e sette votazioni complessive, in linea con le passate presidenziali che - con le sole eccezioni delle elezioni di Cossiga e Ciampi - si sono sempre concluse non prima del quarto scrutinio. L'invito sdegnato e perentorio a "fare presto", oltre che fuori luogo, rivela nel mondo dell'informazione una dannosa omologazione alla logica social, mimata da certe adrenaliniche maratone televisive. La buona politica costituzionale, invece, ha un suo ritmo ragionevole che va preservato, non aggredito a furor di popolo. Si è detto: è stata una "elezione dal basso". È un giudizio sbagliato perché capovolge la giusta prospettiva costituzionale, testimoniando così la disabitudine alla distinzione tra istituzioni e forze politiche che, sola, impedisce la degenerazione partitocratica. E proprio perché - costituzionalmente parlando - la forma è sostanza, il Capo dello Stato uscente ha inteso incontrare i rappresentanti del collegio elettorale andati a informarlo del voto che avrebbero espresso. Ed è "al rispetto delle decisioni del Parlamento" che il Presidente rieletto ha reso omaggio, accettando l'incarico. Quanto a investitura, dunque, il bis di Mattarella non è la replica del bis di Napolitano, che fu invece implorato dai vertici di partiti e Regioni che, poi, telecomandarono un collegio elettorale avvitato su sé stesso, fino a quel momento capace solo di giocare a birilli con i candidati di turno. Ecco allora la prima buona notizia: sottoposta a una così difficile prova di resistenza, la scatola istituzionale ha mostrato una rassicurante tenuta.
3. Scatoletta e apriscatole. Eppure, non più tardi di quattro anni fa, era stata ridimensionata a scatoletta (di tonno) destinata all'apriscatole populista e sovranista. Ci hanno riprovato perché, come lo scorpione della favola di Esopo, certi partiti rispondono alla propria originaria natura. Fallendo, e questa è la seconda buona notizia. Centrodestra e centrosinistra sono "campi larghi" inesistenti, se non in chiave tattica ed elettoralistica. La loro fasulla contrapposizione cela lo scontro autentico tra rinnovato europeismo e sovranismo populista. Tra chi mira a un'Unione europea più integrata e chi alla rinascita di una piccola Heimat alla presidenza della quale porre "un patriota". Tra chi vuole uno spazio europeo tracciato dalle regole dello Stato di diritto e chi, invece, guarda con invidia alle "democrature" europee condannate dalla Corte di giustizia e dalla Corte dei diritti umani. La posta in palio è la stessa democrazia liberale, che può uscirne rigenerata o affondata.
Attraverso l'elezione al Quirinale, si è tentato di ricomporre il quadro politico d'inizio legislatura. Se possibile, in peggio: perché è autoevidente che, in una democrazia liberale, il vertice dell'intelligence non può essere eletto al Quirinale, fosse pure la prima Presidente donna (per quanto "in gamba", come si è maschilisticamente precisato). La saldatura tra Lega, Fratelli d'Italia e M5S non è riuscita. Delle conseI guenti fratture all'interno dei partiti e delle loro artificiali coalizioni c'è solo da rallegrarsi: porteranno a più credibili ricomposizioni. Nel frattempo, l'affidabilità europea del Paese ritrova al Quirinale ed a Palazzo Chigi i suoi presìdi, cui si affiancano - in una fortunata congiunzione astrale - il nuovo Presidente della Corte costituzionale e la Guardasigilli in carica: sarebbero stati entrambi un'ottima alternativa per la Presidenza della Repubblica; saranno entrambi una sicura barriera al giustizialismo penale che del populismo è un'inevitabile appendice.
4. Scatoloni (presidenziali). La rielezione di un Presidente uscente resta, tuttavia, una sgrammaticatura costituzionale: quegli scatoloni già confezionati per il trasloco, che escono e rientrano attraverso le sliding doors del Quirinale, ne sono il segno.
Lo si è già scritto su queste pagine (Il Riformista, 15 gennaio): per quanto da evitare, formalmente la Costituzione non la vieta, precludendo semmai una rielezione condizionata a una scadenza anticipata del mandato presidenziale. Eppure il problema esiste, aggravato dal fatto di riproporsi per la seconda volta consecutiva: l'eccezione che si avvia a diventare consuetudine è un'alterazione dell'equilibro tra i poteri. leoni da tastiera sbraitano in rete la doppia verità di Sergio Mattarella. Né mancano editoriali sulla Pravda italiana che denunciano l'astuta strategia avviata con la nomina di Mario Draghi a Palazzo Chigi, riletta come scacco matto al suo più accreditato concorrente nella corsa al Quirinale. Il moralismo non si smentisce mai: trasforma sempre un problema di regole in stigma a condotte personali.
La verità è un'altra. Sono stati i grandi elettori a decidere. Il Presidente rieletto ha accettato, con spirito autenticamente repubblicano, la scelta parlamentare. Conoscendolo, le insinuazioni sul suo conto sono irricevibili. Ma proprio perché lui stesso ha posto un problema già sollevato da altri Presidenti egualmente contrari alla rielezione (Segni, Leone, Ciampi, Napolitano), quel problema va affrontato e risolto.
Lo strumento è la revisione dell'art. 85 Cost. La soluzione non è il divieto di rielezione immediata (poco giustificato dal già lungo intervallo di sette anni tra il primo e l'altro eventuale mandato) né l'introduzione del limite di due mandati (che incapsula la possibilità di un'immediata rielezione), bensì un divieto tout court: chi è stato eletto al Quirinale "non è rieleggibile".
È quanto prevede il ddl costituzionale n. 2468, a firma dei senatori Parrini, Zanda, Bressa, inclusivo anche della conseguente abrogazione del c.d. semestre bianco. Presentato intempestivamente il 2 dicembre scorso, e per questo fatto oggetto di malevoli interpretazioni, oggi si rivela per ciò che è: una riforma necessaria. Approvandola ora, non sarà a sanzione di nessuno. E se nell'ultima corsa al Quirinale la rielezione ha rappresentato una preziosa exit strategy, in quelle future verrà meno tale riserva mentale, costringendo tutti a una soluzione non emergenziale.
5. Scatoloni (referendari). Resta da dire degli scatoloni di cui nessuno parla: quelli contenenti le firme per i referendum su giustizia, eutanasia legale, cannabis depenalizzata. È l'ultima buona notizia che ci regala l'esito ordinato di queste elezioni presidenziali. Evitato lo scioglimento anticipato delle Camere trascinato da un'irrisolvibile crisi del governo Draghi, il voto abrogativo popolare non slitterà al 2023: saremo regolarmente chiamati alle urne in primavera sui quesiti che la Consulta giudicherà ammissibili il 15 febbraio. Ne riparleremo.
Non ci sarà il pubblico ministero Fabio De Pasquale sullo scranno dell'accusa al processo d'appello che si terrà nel prossimo autunno nei confronti dei dirigenti Eni, assolti in primo grado il 17 marzo 2021. La procuratrice generale di Milano Francesca Nanni ha deciso diversamente, affidando il ruolo dell'accusa a Celestina Gravina, magistrato di esperienza non seconda a quella di De Pasquale e che, almeno quanto lui, conosce la materia. Un doppio schiaffo morale per il pm che vanta nel suo curriculum la soddisfazione di esser stato l'unico ad aver portato alla condanna definitiva di Silvio Berlusconi fino alla sua espulsione dal Senato.
Il primo schiaffo deriva dal fatto che De Pasquale nel processo Eni-Nigeria aveva messo l'anima, la sua parte più pura e anche quella più discutibile, che lo vede oggi indagato a Brescia per rifiuto di atti d'ufficio, e anche oggetto di attenzione da parte della prima commissione del Csm che lo ha ascoltato a lungo nella giornata di lunedi, prima di decidere una sua eventuale incompatibilità con la sua permanenza in procura. Situazione non facile, per un pm che a Milano ha costruito tutta la sua carriera e la sua reputazione di uomo di sinistra inflessibile e senza paura di nessuno. Neanche del "dominus" Di Pietro, ai tempi di Mani Pulite, tanto da mettersi con lui in competizione per la gestione di un certo indagato e non aver timore di prenderlo a urlate nel corridoio. Ma la ferita che oggi brucia di più è dovuta al fatto che De Pasquale teneva così tanto a questo processo da non aver avuto la forza di mettersi da parte dopo la sconfitta processuale subita nel primo grado. Tanto da non limitarsi a fare il ricorso in appello, cosa che in un paese da Stato di diritto non dovrebbe neanche essere consentita al pubblico ministero, se gli imputati sono stati assolti. Se il "ragionevole dubbio" avesse un senso.
Ma il pm De Pasquale ha voluto strafare, chiedendo alla procura generale di essere proprio lui, personalmente, a rappresentare di nuovo l'accusa, anche nel secondo grado. La legge non lo vieta, purtroppo, e la contraddizione con il principio del "ragionevole dubbio", che sta alla base della decisione del giudice, è palese.
Come evitare, soprattutto nei processi di grande impatto mediatico, che l'opinione pubblica non veda da parte degli uffici dell'accusa una sorta di accanimento, se lo stesso pm, cioè la stessa persona in carne e ossa che è uscita sconfitta dal processo di primo grado, dà la sensazione di cercare di "rifarsi" nel secondo?
Una vittima di questo meccanismo è stato per esempio il povero Angelo Burzi, l'ex consigliere e assessore di Forza Italia in Regione Piemonte, morto suicida nello scorso dicembre, il cui testamento politico aveva rappresentato un atto d'accusa sull'amministrazione della giustizia. Burzi era finito, insieme a tanti, nella tenaglia dei processi chiamati "Rimborsopoli".
Era stato assolto in primo grado da un tribunale la cui presidente Silvia Begano Bersey, in seguito deceduta, era stata da lui apprezzata nelle sue lettere d'addio come "magistrato simbolo della terzietà del giudice". Era poi accaduto l'imprevisto, l'imprevedibile. Il procuratore Giancarlo Avenati Bassi, che aveva sostenuto l'accusa nel primo processo, aveva chiesto e ottenuto di sedere sullo stesso scranno una seconda volta, fino a che aveva potuto portare a casa la soddisfazione del vedere condannati gli imputati. E i dubbi ragionevoli? Pareva non averne avuti neppure il procuratore generale di Torino Francesco Saluzzo, il quale, piccato per la grande evidenza data dai giornali sul suicidio di Burzi e dalla diffusione delle sue lettere, aveva inondato le redazioni con un comunicato di due pagine che parevano una requisitoria. In cui aveva ignorato persino il fatto che una sua ex prestigiosa collega, stimata da tutti e compianta da numerosi messaggi su la Stampa quando era deceduta, aveva scritto parole molto precise e inoppugnabili sulla non colpevolezza degli ex assessori e consiglieri regionali piemontesi. Possiamo dire, in senso lato, che Claudio De Scalzi, Paolo Scaroni e gli altri imputati dell'Eni che, se pur assolti "oltre ogni ragionevole dubbio" il 17 marzo 2021, torneranno di nuovo alla sbarra il prossimo autunno, sono stati più "fortunati" di Angelo Burzi. Perché la procuratrice generale di Milano Francesca Manni ha spezzato il meccanismo della coazione a ripetere che avrebbe potuto portare di nuovo Fabio De Pasquale sulla poltrona dell'accusatore nell'appello Eni-Nigeria. Lui aveva motivato la richiesta con l'esperienza e la conoscenza delle carte.
Forse sottovalutando tutto quel che quel processo, con accuse e contro-accuse tra toghe, ha pesato per Milano e la sua procura. Tanto da aver comportato l'apertura di inchieste giudiziarie da parte della procura della repubblica di Brescia, competente nelle cause che riguardano i magistrati milanesi.
De Pasquale dovrà, insieme all'ex collega Fabio Storaro, dare tante le spiegazioni. Si dovrà accertare se i due pm d'aula del processo Eni hanno tenuto nascoste prove importanti a discarico degli imputati, e se hanno "protetto" le testimonianze di due personaggi discutibili come Pietro Amara e Vincenzo Armanna anche quando erano palesi le loro intenzioni calunniatorie. Che continuano a emergere, anche in questi giorni. Certo non migliorerà il suo umore sapere che quel ruolo di pg nel processo d'appello Eni sarà assunto dalla collega Celestina Gravina. Proprio lei che, nell'aprile dell'anno scorso, a ridosso della sentenza che aveva assolto Scaroni e De Scalzi, aveva svolto il ruolo dell'accusa nell'appello di un filone dello stesso processo, quello nei confronti di Gianluca Di Nardo e Emeka Obi, considerati intermediari della tangente Eni, che erano stati giudicati a parte perché avevano scelto il rito abbreviato. Il primo grado erano stati condannati. Ma nel secondo grado la procuratrice Gravina aveva completamente rovesciato l'ipotesi dell'accusa.
Intanto partendo all'attacco della Procura della repubblica per "l'enorme dispiego e spreco di risorse" che l'ufficio allora retto da Francesco Greco aveva dedicato alla vicenda Eni. E poi per la testimonianza di Vincenzo Armanna, quello che per i pm De Pasquale e Storari era un collaboratore preziosissimo. E che la pg invece considerava "un avvelenatore di pozzi bugiardo", uno "che mescola verità e bugie", "totalmente inaffidabile". Poi, dopo aver spiegato a pm a giudici gli errori commessi anche nella qualificazione dei reati, la stoccata finale. "Sono stati assunti superficialmente dei fatti privi di prova fondati sul chiacchiericcio, sulla maldicenza, su elementi che mai sono stati valorizzati in alcun processo penale". Era stata inseguita "un'impostazione ideologica", era stata la conclusione. Una bella lezione. L'assoluzione dei due imputati era stata richiesta e ottenuta. Queste sono le premesse di quel che sarà il processo d'autunno. Che forse si sarebbe potuto evitare, evitando anche l'ulteriore dispendio di denaro.
Comunque andrà quel dibattimento, aver spezzato quella tentazione da parte del pm che perde il processo ad andare a rifarsi in appello, è stato un bel gesto da parte della procuratrice generale di Milano. Grazie, dottoressa Francesca Nanni. Chissà che non abbia aperto una strada che eviti, un domani, altre tragedie come quella di Angelo Burzi.
di Pierfrancesco Majorino
Il Domani, 3 febbraio 2022
Le immagini di questi giorni, provenienti da più città, riguardanti le reazioni della polizia nei confronti delle studentesse e degli studenti sono davvero raccapriccianti. È inutile girarci attorno: si è di fronte a reazioni assolutamente spropositate nei confronti di giovanissimi che manifestavano in maniera pacifica.
Dovendo fare i conti con questi episodi il governo ha scelto innanzitutto la strada del silenzio. Chi si augurava di leggere parole forti da parte di una persona stimata, come la ministra Luciana Lamorgese, o da parte del presidente del Consiglio Mario Draghi, è rimasto deluso. Al tacere delle prime giornate si sono aggiunte alcune frasi allucinanti pronunciate dal viceministro Molteni (colui a cui si deve la scrittura degli orrendi decreti Salvini) e, infine, l'allusione della stessa Lamorgese alla presenza, tra gli stessi manifestanti, di "infiltrati".
Sinceramente mi aspetto un atteggiamento ben diverso da parte dell'esecutivo ed è il motivo per cui ho firmato un'interrogazione, scritta dalla Vicepresidente del parlamento Ue Pina Picierno, rivolta alla Commissione Europea, attraverso la quale si intendono interessare le istituzioni continentali affinché, come si scrive, "si faccia chiarezza".
Credo infatti che questi episodi e la reazione impacciata che è seguita non debbano passare sotto silenzio. E ciò è vero in particolare in un tempo come quello che stiamo attraversando. Veniamo infatti da mesi complicatissimi, certamente pure sul piano della gestione dell'ordine pubblico, ed è allora ancora più importante assistere a condotte esemplari da parte di chi è chiamato a fare i conti con manifestazioni e mobilitazioni, ed è essenziale fare vincere la logica del dialogo (giustamente questa chiamata in causa proprio dal ministro) con giovanissimi che decidono di prendere la parola sul proprio presente e sul proprio futuro.
Il dialogo, indispensabile, ritengo passi attraverso la piena assunzione delle proprie responsabilità. La sgradevolissima impressione di queste ore è invece quella che dalle parti del Viminale si preferisca buttare la croce sui ragazzi non guardando a cosa non abbia funzionato sul piano delle scelte compiute nella gestione stessa del rapporto con i manifestanti.
Aspetti fondamentali guardando anche alle prossime giornate, durante le quali è logico attendersi una crescita delle stesse mobilitazioni delle studentesse e degli studenti. Scrivo tutto ciò a prescindere dalle motivazioni che hanno portato alle proteste dei giorni scorsi e dal contesto drammatico, la morte del povero Lorenzo, che aveva in qualche modo visto crescere le prime manifestazioni. Aggiungo che sono tra coloro che ritengono che lo strumento dell'alternanza scuola-lavoro vada profondamente migliorato e ripensato ma questo, sinceramente, oggi non è il punto. Il punto è quello di come ci si vuole rapportare di fronte a piazze di giovanissimi che la loro la dicono e la han detta sin qui in modo assolutamente pacifico.
di Lorenzo Bagnoli e Nello Scavo
Avvenire, 3 febbraio 2022
A cinque anni dall'accordo Italia-Libia emergono nuovi misteri nell'intesa. Dopo l'arrivo in gran segreto di una delegazione libica in Italia cominciano respingimenti mai dichiarati.
È uno dei segreti meglio custoditi della storia recente. Gli accordi Italia-Libia, sigillati dal Memorandum triennale d'intesa del 2 febbraio 2017 e rinnovato nel 2020, contengono dettagli operativi che nessuno ancora conosce. Dal 4 ottobre 2019, quando Avvenire rivelò la presenza in Italia di una delegazione libica che vedeva tra gli altri il super-trafficante guardacoste Abdurahman al-Milad detto Bija, i governi che si sono succeduti non hanno mai voluto rispondere alle nostre domande. E anche una decina di interrogazioni parlamentari sono rimaste inevase.
Era l'inizio di maggio 2017 quando il gruppo di libici partecipò a una serie di incontri riservati in Sicilia e a Roma. Ad oggi non conosciamo, tra l'altro, l'esatto programma di quella visita. Nel frattempo sono emerse foto di Bija al pianoforte di un circolo dell'Esercito italiano a Roma, nel Comando centrale della Guardia costiera, in gita nel porto di Catania e in un albergo dove mostra gli acquisti appena compiuti in un giro di shopping.
Al rientro in Libia della delegazione, le partenze dei migranti dal Paese precipitarono da circa 25mila al mese a poco più di 3mila. E oggi abbiamo un riscontro in più: al rientro dai colloqui in Italia, per i respingimenti dichiarati illegali dalle Nazioni Unite, Bija ha impiegato anche navi di proprietà italiana. Episodi rimasti - almeno in parte - nascosti alle cronache. A rivelarlo è lo stesso Bija, forse tradito da uno dei suoi impeti di vanità.
In una sezione non particolarmente pubblicizzata della sua pagina facebook, il comandante Abdurahman al-Milad, ancora destinatario di sanzioni Onu e di alert dell'Interpol insieme ad altri protagonisti del "Libyagate" investigato da IrpiMedia e Avvenire, nell'autunno del 2020 aveva archiviato una serie di filmati autocelebrativi. In uno dei video si mostra a bordo della motovedetta Talil, per l'occasione equipaggiata con mitragliatori e cannoncini, mentre raggiunge un gommone di migranti terrorizzati dal rischio di naufragio e dalla certezza di un ritorno alle torture. Ma in un cambio di inquadratura sempre Bija riappare a bordo di una seconda nave. Sembra un rimorchiatore, su cui vengono trasbordati i migranti poi condotti in Libia.
Chi ha effettuato il montaggio, non sappiamo se consapevolmente o meno, ha lasciato che per una frazione di secondo apparisse il nome del rimorchiatore. Il fermo immagine non lascia dubbi: si chiama "Saiph" ed è registrata al porto de La Valetta. E qui comincia un altro giallo tra Italia, Libia e Malta. Perché ricercando il nome del vascello e la sua storia armatoriale, si scopre che è sempre stato di proprietà italiana, stabilmente adoperato come nave di servizio delle piattaforme petrolifere. Fino al dicembre 2019 era stata iscritta nel naviglio con bandiera maltese, poi in Italia. La società armatrice dalla Saiph fino al 2014 apparteneva alla Cafima Spa, ossia il gruppo a cui fa capo tutt'oggi Augusta Offshore Spa, l'armatrice della Asso Ventotto che il 13 ottobre 2021 ha visto il suo comandante condannato dal Tribunale di Napoli per aver affidato 101 migranti alla Guardia costiera libica. Asgi (l'associazione dei giuristi esperti in diritto delle migrazioni) e Amnesty International, lo scorso febbraio hanno avviato un'azione civile anche contro un altro rimorchiatore del gruppo, Asso Ventinove, protagonista del respingimento di cinque eritrei nel luglio 2018. Il rimorchiatore Asso Ventinove, va specificato, in altre numerose occasioni ha fatto sbarcare i migranti in Italia, così come ordinato da chi coordinava le operazioni di soccorso.
La presenza della Saiph accanto alla motovedetta libica, a quanto è stato possibile ricostruire, risalirebbe alla fine di maggio 2017, pochi giorni dopo il viaggio segreto di Bija in Italia. Nel video si vede al-Milad a bordo della nave e dietro di lui il profilo dei migranti accovacciati sul ponte esterno. "Venerdì 25 maggio 2017 - si legge in un cartello all'interno del video - sono stati soccorsi 506 immigrati clandestini. 276 immigrati sono stati trasferiti al porto di Zawijah e 230 sono stati trasferiti al terminal petrolifero di Mellitah.
Nelle prime ore del sabato sono stati soccorsi 478 immigrati clandestini a nord di Sabratha, a 16 miglia nautiche di distanza e sono stati trasferiti al porto di Zawijah". Contattata per un commento, la Augusta Maritime Services, armatrice della Saiph, pur senza smentire che quella del filmato sia la sua nave, ha spiegato di non essere in possesso di "documenti comprovanti" l'incidente. La società ha aggiunto di aver lavorato sempre e solo con Mellitah Oil & Gas, la joint venture tra Eni e la libica Noc, fino al giugno 2021, e che "non c'è mai stata alcuna collaborazione" tra gli armatori e la Guardia costiera libica. Le cronache di fine maggio 2017 parlano di partenze molto frequenti da quel tratto di cosa: il 24 maggio, riportano le notizie dell'epoca, di fronte a Zuwara, 20 km a est di Mellitah, c'è stato un naufragio costato la vita almeno a 31 persone.
Mentre in mare si consumavano stragi e respingimenti sconosciuti, Libia e Italia programmavano i primi addestramenti dei guardacoste previsti dalla firma dell'accordo del febbraio 2017. Eppure già prima del suo arrivo in Sicilia e a Roma, Abdurhaman al-Milad era stato indicato dal Centro Alti studi del ministero della Difesa italiano (Casd), che dipende dallo Stato Maggiore della Difesa, come uno dei rais del traffico di migranti e idrocarburi.
Nonostante questo ottenne un visto ufficiale per negoziare con Roma la riduzione delle partenze e la promessa di cospicui finanziamenti ai clan, attraverso donazioni del governo italiano alle municipalità libiche. Dettagli mai resi pubblici dal nostro governo ma emersi anni dopo grazie alle inchieste giornalistiche. Eppure, proprio mentre la delegazione libica quell'anno frequentava i Palazzi della Penisola, un gruppo di cronisti italiani impegnati proprio in quelle inchieste veniva intercettato nelle comunicazioni e negli spostamenti.
Il testo del Memorandum riconfermato il 2 febbraio 2020 - 5 pagine e 8 articoli - ricalcava quello del 2017. L'accordo impegnava l'Italia a sostenere, a proprie spese, corsi di formazione e la fornitura di equipaggiamento per la "guardia costiera del Ministero della Difesa", definizione che sembrava escludere le altre "polizie marittime", seppure includendo il supporto ad altri "organi e dipartimenti competenti del Ministero dell'Interno", che a sua volta guida una propria milizia navale chiama Gacs.
"La Parte italiana si impegna a fornire supporto tecnico e tecnologico agli organismi libici incaricati della prevenzione e del contrasto all'immigrazione irregolare e delle attività di ricerca e soccorso in mare e nel deserto", si leggeva. Infine un veloce passaggio sui diritti umani: "le Parti si impegnano a sostenere le misure adottate dall'Unhcr-Acnur e dall'Oim (le agenzie umanitarie dell'Onu sul campo, ndr) nel quadro del piano d'azione per l'assistenza ai migranti in Libia e la Parte libica assumerà ogni utile iniziativa per facilitarne l'attuazione".
Tre anni dopo gli operatori Onu confermano di non avere mai avuto alcun libero accesso ai centri di detenzione, resta quasi impossibile per il personale internazionale ricevere il visto e i permessi di ingresso nei campi di prigionia ufficiali vengono rilasciati con il contagocce.
Secondo Oxfam, dalla firma dell'accordo l'Italia ha speso 962 milioni euro per bloccare i flussi migratori in Libia e finanziare le missioni navali italiane ed europee. Circa 270 milioni di euro sono stati spesi in missioni nel paese. I risultati non solo quelli assicurati al momento della firma. Solo nel 2021 su 32 mila migranti intercettati dai guardacoste libici, si ha notizia di 12 mila persone che si trovano in 27 centri di detenzione ufficiali. Di altre 20mila persone si è persa ogni traccia.
Il memorandum italiano, in questi cinque anni, ha fatto scuola. Un accordo d'intesa è stato siglato anche dal governo di Malta con la Libia. Neville Gafà, ex membro del gabinetto delle primo ministro maltese, ha tessuto i legami tra il governo dell'isola e quello di Tripoli. Ha anche fatto da garante in modo che i pescherecci privati di cui abbiamo parlato nelle puntate precedenti potessero intervenire in operazioni di salvataggio e respingimento in Libia. Perché oggi è chiaro che a riportare i migranti in Libia non sono state solo le motovedette dei guardacoste nordafricani. Anche ad altre imbarcazioni private è stato ordinato di considerare la Libia come un porto sicuro.
almanews24.it, 3 febbraio 2022
In un post sulla sua pagina Facebook, l'avvocato Abdelghani Badi ha precisato che questi detenuti "ingiustamente imprigionati per le loro opinioni" stanno facendo uno sciopero della fame illimitato nella prigione di El-Harrach ad Algeri.
Secondo l'Avvocato, ripreso da Le Matin d'Algerie, i detenuti hanno iniziato lo sciopero per protestare contro "i procedimenti e le false accuse di cui sono vittime" mentre altri, tra i detenuti, insorgono, attraverso lo sciopero, contro il prolungamento "abusivo" della loro detenzione provvisoria.
Badi ha fatto sapere, tra l'altro, che numerosi detenuti tra gli scioperanti hanno intrapreso questa azione in coincidenza con il 64° anniversario dello sciopero degli Otto Giorni, del 1957, per protestare contro l'articolo 87 bis sulla base del quale sono accusati di "terrorismo". "Essi respingono i capi d'accusa rivolti contro di loro sulla base di questo articolo del codice penale che li accusano di terrorismo", ha affermato ancora l'avvocato. In questo articolo, viene perseguito, tra l'altro, per atto terroristico "chiunque operi o inciti attraverso qualunque mezzo, ad accedere al potere o a cambiare il sistema di governo con mezzi non costituzionali".
I detenuti, secondo l'avvocato, "respingono formalmente e fondamentalmente i titoli contenuti nell'articolo di cui sono vittime (...) rifiutano la qualifica e non si considerano terroristi, ma semplici cittadini che hanno espresso pubblicamente la loro opinione". Nel giugno 2021, l'introduzione, nell'articolo 87 bis, del paragrafo incriminato ha suscitato preoccupazione. Molti, tra gli avvocati in particolare e i difensori dei diritti umani, hanno rilevato il carattere "ambiguo" di questo testo, considerando che ha come effetto quello di aggravare il carattere impreciso della definizione dell'atto terroristico così come definito all'articolo 87 bis del Codice penale.
In tal senso, degli esperti e dei Relatori Speciali dell'ONU hanno accusato il regime algerino di "strumentalizzare politicamente il terrorismo" per reprimere le libertà pubbliche. In una comunicazione indirizzata all'Alto Commissariato delle Nazioni Unite ai Diritti Umani (Ohchr), gli esperi e rappresentanti dell'ONU hanno reiterato la loro preoccupazione riguardo alla definizione di atti terroristici adottati da questo articolo che, includendo nella categoria di atto terroristico un'ampia varietà di infrazioni, entra in collisione con il principio di sicurezza giuridica. Secondo loro, il testo mina i diritti di riunione pacifica e la libertà di espressione, e impone sanzioni sproporzionate ad atti che non dovrebbero essere trattati da legislazioni antiterroristiche.
di Roberto Ciccarelli
Il Manifesto, 3 febbraio 2022
La ministra dell'Interno, contestata dalla sua stessa maggioranza dopo la mattanza contro chi protestava contro l'addestramento alla precarietà, chiede ai prefetti e questori di tutelare "il diritto a manifestare" e giustifica la repressione parlando di "Infiltrati". Versione contestata dagli studenti: "Sono state cariche a freddo". Ieri i funerali di Lorenzo Perelli, 18 anni, morto nell'ultimo giorno di stage.
La ministra dell'Interno Luciana Lamorgese si è accorta ieri che la sua polizia ha picchiato gli studenti domenica 23 gennaio al Pantheon di Roma e a Torino, Milano e Napoli il 28 gennaio. A poche ore dalla morte di Lorenzo Parelli, 18 anni schiacciato da una putrella nell'ultimo giorno di stage in una fabbrica di xxx a Udine (ieri si sono tenuti i funerali) i ragazzi in tutta Italia protestavano contro l'obbligo di alternanza scuola lavoro a 1,5 milioni di coetanei che non trasforma solo l'istruzione in una formazione all'impresa ma espone a ogni tipo di rischio, anche mortale, gli adolescenti a contatto con la violenza del mercato del lavoro. Per di più in un paese dove è in corso una strage quotidiana di lavoratori nell'impotenza del governo che continua a non intervenire con veri strumenti che mettano finalmente un argine a questo massacro. Insomma la scuola maestra della vita capitalista, e dei manganelli per chi la critica e, in questi giorni, ha detto: "Sotto quella putrella di 150 chili poteva trovarsi ciascuno di noi".
L'inquilina del Viminale ha diramato una "nota" a poche ore dalle manifestazioni di domani contro l'alternanza scuola-lavoro imposta dal Pd di Matteo Renzi (quello di Letta continua la strategia della tanatosi: fare finta di nulla), e le regole della maturità 2022 imposte dal ministro dell'Istruzione Bianchi, sempre in quota Pd. Come copione, Lamorgese ha attribuito a terzi, gli "infiltrati", la causa di interventi di ordine pubblico che hanno spaccato le teste a studenti di sedici anni o poco più. Ricostruzioni respinte dagli studenti feriti che denunciano cariche a freddo indiscriminate che, tra l'altro, hanno oscurato le critiche all'alternanza scuola lavoro come educazione allo sfruttamento.
Dopo avere vietato le manifestazioni nei centri storici usando norme da stato di emergenza, una strumentalizzazione dell'emergenza pandemica che ha privato gli studenti del loro diritto di manifestare, in particolare a Torino, il ministero dell'Interno ieri ha dato un'altra linea "del confronto e dell'ascolto", ha evocato un "patto destinato alle nuove generazioni" che "sappia coinvolgere tutte le istituzioni e l'intera società civile". Al di là delle chiacchiere, Lamorgese sostiene di avere "sensibilizzato" i prefetti e questori. Tradotto: mettete giù i manganelli contro chi protesta contro una politica del lavoro e della scuola. In una riunione del Comitato provinciale per l'ordine pubblico tenuto ieri a Torino il sindaco Lo Russo ha invitato a "aprire un dialogo" con gli studenti: "Siamo ottimisti, l'istanza è stata accolta" ha detto.
A Castions di Strada (Udine) ieri come dicevamo si sono tenuti i funerali di Lorenzo Parelli. Il corteo funebre è stato accolto e "scortato" dagli amici della vittima, in sella alle loro motociclette e scooter, che erano anche la grande passione di Lorenzo. Centinaia di persone si sono date appuntamento fuori dalla chiesa del paese. Il parroco ha accolto il feretro per impartire la benedizione prima di entrare in chiesa. Al termine della funzione sono stati gli amici di Lorenzo ad aprire la strada del carro funebre, in moto, fino al cimitero. Le moto erano una delle sue passioni.
"La sicurezza e la salute, la scuola e il lavoro richiedono adeguati strumenti di accompagnamento e protezione, strumenti che forse, nella triste perdita di Lorenzo, sono mancati - hanno scritto in una lettera i genitori e la sorella - Questa vicenda ci sembra infatti richiedere, innanzitutto, un periodo di silenzio, di riflessione. Questo volontario isolamento non implica mancanza di considerazione per la funzione assai importante che il mondo dell'informazione può e deve svolgere sul tema della sicurezza e della salute, nella scuola e nel lavoro. Due momenti cruciali nella vita di un giovane".
Il ministro del lavoro Andrea Orlando, nel frattempo, ha annunciato di volere aprire un altro tavolo insieme a quello dell'Istruzione Bianchi "per rivedere complessivamente tutte le fasi in cui i ragazzi vanno sui luoghi di lavoro. Si tratta di fare in modo che non si vada semplicemente in luoghi di lavoro ma in luoghi che abbiano una sorta di certificazione ulteriore, una specie di bollino blu". Il "bollino blu".
di Paolo M. Alfier
Avvenire, 3 febbraio 2022
Il raid è avvenuto nella provincia dell'Ituri: in azione il gruppo Codeco, che difende gli agricoltori Lendu nella faida con i pastori Hema. Li hanno sorpresi nella notte, invadendo il campo profughi di Savo, vicino alla cittadina di Bule, nella provincia nord-orientale congolese dell'Ituri. Approfittando del buio, un gruppo di miliziani è entrato nel campo e provocato l'ennesimo massacro compiuto con armi da fuoco e machete: almeno sessanta sfollati sono rimasti uccisi, un'altra quarantina feriti per mano del gruppo Codeco, che da alcuni anni pretende di difendere gli agricoltori Lendu nella faida con la comunità di pastori Hema.
"Ho sentito delle urla mentre stavo ancora dormendo, poi una sparatoria durata diversi minuti - ha raccontato Lokana Bale Lussa, residente nel campo. Sono scappato vedendo che c'era chi appiccava fuoco nel campo, mentre la gente chiedeva aiuto. Ho capito che i miliziani Codeco avevano invaso la nostra zona. Abbiamo bisogno di maggiore sicurezza: già non avevamo accesso alle nostre terre, ora veniamo perseguitati anche nei campi". Secondo alcune ricostruzioni, militari dell'esercito congolese avrebbero incrociato i miliziani dopo il massacro, ma il gruppo armato sarebbe comunque poi riuscito a fuggire.
L'area in cui ha avuto luogo il massacro è quella di Djugu, al confine con il Lago Albert e l'Uganda che si trovano ad est, area che già da tempo è teatro degli scontri tra le comunità Lendu e Hema. I combattimenti tra i due gruppi sono esplosi tra il 1999 e il 2003, causando decine di migliaia di vittime prima di essere frenati da una forza di interposizione dell'Unione Europea, Artemis. La violenza è poi ripresa nel 2017, attribuita all'emergere di Codeco (Cooperativa per lo sviluppo del Congo) che punta a difendere i Lendu e che, secondo le Nazioni Unite, ha già provocato centinaia di vittime e costretto alla fuga migliaia di civili.
Il gruppo - che ultimamente ha più volte preso di mira i campi profughi - è una delle tante formazioni armate che operano nella provincia, tra le più turbolente dell'intera Repubblica democratica del Congo. Il campo profughi di Savo ospita attualmente circa 24mila persone rispetto a un totale di 1,7 milioni di sfollati in tutta la provincia dell'Ituri, provincia in cui nel 2021 le vittime civili sono state oltre 1.200.
Sia nell'Ituri che nel vicino Nord Kivu sono peraltro sempre più frequenti le segnalazioni di incursioni di formazioni anche di stampo jihadista. Non a caso proprio nel Nord Kivu, nel territorio di Beni, nei giorni scorsi è stato arrestato un noto jihadista di nazionalità keniana, Salim Mohamed, inviato nella regione dal Daesh. A riferirlo l'Agenzia Fides, che ha riportato la nota di Cepadho, una Ong congolese con base a Goma.
di Gianluca Di Feo e Paolo Mastrolilli
La Repubblica, 3 febbraio 2022
Complice la divisione tra le diverse forze che hanno fatto la guerra al Califfato, lo Stato islamico moltiplica gli attacchi nel settentrione iracheno e nella Siria nord-orientale. Yousif Ibrahim non viaggia più di notte lungo le strade intorno alla sua città natale, Jalawlain, nel nordest dell'Iraq. Teme di essere coinvolto negli attacchi dello Stato Islamico.
"La polizia e l'esercito non vengono più nella nostra zona. Se lo fanno, vengono attaccati dai militanti", dice alla Reuters il 25enne, che per vivere vende pesce in un mercato vicino. Quasi tre anni dopo che l'Isis ha perso la sua ultima enclave, i combattenti dello Stato Islamico stanno ritornando come una minaccia mortale, aiutati dalla mancanza di controllo centrale in molte aree. Lo Stato Islamico è lontano dalla formidabile forza di una volta, ma cellule militanti che spesso operano in modo indipendente sono sopravvissute in un'area dell'Iraq settentrionale e della Siria nord-orientale e negli ultimi mesi hanno lanciato attacchi sempre più pericolosi.
"Siamo divisi, loro ritornano" - "Daesh (Stato islamico) non è così potente come lo era nel 2014", sostiene Jabar Yawar, un alto funzionario delle forze peshmerga della regione del Kurdistan autonomo dell'Iraq. "Le sue risorse sono limitate e non c'è una forte leadership congiunta", dice all'agenzia di stampa britannica nella città di Sulaimaniya. "Ma se le controversie politiche non saranno risolte, Daesh tornerà".
Alla fine di gennaio, lo Stato islamico ha compiuto uno dei suoi attacchi più letali contro l'esercito iracheno da anni, uccidendo 11 soldati in una città vicino a Jalawla, secondo fonti della sicurezza. Lo stesso giorno, i suoi militanti hanno preso d'assalto una prigione in Siria sotto il controllo della milizia curda appoggiata dagli Stati Uniti nel tentativo di liberare i detenuti fedeli al gruppo. È stato il più grande attacco dello Stato Islamico dal crollo del suo auto-dichiarato califfato nel 2019. Almeno 200 detenuti e militanti sono stati uccisi, oltre a 40 soldati curdi, 77 guardie carcerarie e quattro civili.
Funzionari e residenti nel nord dell'Iraq e nella Siria orientale attribuiscono gran parte della colpa alle rivalità tra gruppi armati. Quando le forze irachene, siriane, iraniane e guidate dagli Stati Uniti hanno dichiarato sconfitto lo Stato islamico, si sono affrontate in tutto il territorio che aveva governato. Ora le milizie sostenute dall'Iran attaccano le forze statunitensi. Le forze turche bombardano i militanti separatisti curdi. Una disputa territoriale infuria tra Bagdad e la regione autonoma curda dell'Iraq. Le tensioni stanno minando la sicurezza e il buon governo, causando confusione. Per Ibrahim significa attraversare posti di blocco presidiati in vario modo da soldati iracheni e paramilitari musulmani sciiti per andare a lavorare in una città controllata fino a pochi anni fa dai curdi.
Secondo i funzionari locali, le aree tra ogni avamposto militare sono il luogo in cui si nascondono i militanti dello Stato Islamico. Uno schema simile si verifica attraverso il corridoio di 400 miglia di montagne e deserto attraverso il nord dell'Iraq e in Siria, dove un tempo dominava lo Stato Islamico. Città come Jalawla portano le cicatrici di aspri combattimenti cinque anni fa - edifici ridotti in macerie e segnati da fori di proiettili. Gli stendardi in onore dei comandanti uccisi di diversi gruppi armati si accalcano per lo spazio nelle piazze cittadine.
In alcune parti dell'Iraq in cui opera lo Stato Islamico, la disputa principale è tra il governo di Bagdad e la regione autonoma del Kurdistan settentrionale, sede di enormi giacimenti di petrolio, un territorio strategico rivendicato da entrambe le parti. Gli attacchi più mortali degli jihadisti in Iraq negli ultimi mesi sono avvenuti proprio in quelle aree. Decine di soldati, di combattenti curdi e residenti sono stati uccisi in violenze che i funzionari locali hanno attribuito ai militanti fedeli al gruppo.
Secondo Yawar, i combattenti dello Stato Islamico utilizzano la terra di nessuno tra i checkpoint dell'esercito iracheno, dei curdi e delle milizie sciite per riorganizzarsi. "La distanza, l'area non controllata tra l'esercito iracheno e i Peshmerga a volte è larga 40 km", dice Yawar. Mohammed Jabouri, un comandante dell'esercito iracheno nella provincia di Salahuddin, sostiene che i militanti tendevano ad operare in gruppi di 10-15 persone. A causa della mancanza di intese sul controllo del territorio, ci sono aree in cui né l'esercito iracheno né le forze curde possono entrare per inseguirli. "Ecco dove agisce il Daesh", aggiunge parlando con la Reuters.
Le forze paramilitari dello Stato iracheno allineate con l'Iran in teoria si coordinano con l'esercito iracheno, ma alcuni funzionari locali affermano che ciò non accade sempre. "Il problema è che i comandanti locali, l'esercito e i paramilitari... a volte non riconoscono l'autorità dell'altro", ha detto Ahmed Zargosh, sindaco di Saadia, una città in una zona contesa. "Significa che i militanti dello Stato Islamico possono operare nelle aree vuote". Zargosh vive fuori dalla città che amministra, dicendo che teme l'assassinio da parte dei militanti dello Stato Islamico se rimane lì la notte.
Anche i militanti dello Stato Islamico all'altra estremità del corridoio del territorio conteso, in Siria, stanno approfittando della confusione per operare in aree poco popolate. "I combattenti entrano nei villaggi e nelle città di notte e hanno libero sfogo per operare, razziare cibo, intimidire le imprese ed estorcere 'tasse' alla popolazione locale", dice Charles Lister, ricercatore del Middle East Institute. "Ci sono molte divisioni locali, siano esse etniche, politiche, o settarie, da utilizzare a proprio vantaggio".
Le forze governative siriane e le milizie sostenute dall'Iran controllano il territorio a ovest del fiume Eufrate e le forze curde sostenute dagli Stati Uniti sono di stanza a est, compreso il luogo in cui è avvenuto il recente attacco alla prigione. Il quadro sul versante iracheno della zona di frontiera non è meno complesso. Soldati e combattenti allineati con Iran, Turchia, Siria e Occidente controllano diversi segmenti di terra, con posti di blocco separati a volte a poche centinaia di metri l'uno dall'altro.
Secondo funzionari occidentali e iracheni, l'Iran e le sue milizie per procura cercano di mantenere il controllo dei valichi di frontiera iracheno-siriano che sono la porta di Teheran verso Siria e Libano. I funzionari statunitensi incolpano quelle milizie per aver attaccato le circa 2.000 truppe americane di stanza in Iraq e Siria che combattono lo Stato Islamico. Teheran non ha commentato se l'Iran sia coinvolto. La Turchia, nel frattempo, lancia attacchi con droni dalle basi nel nord dell'Iraq contro militanti separatisti curdi che operano su entrambi i lati del confine.
Al culmine del suo potere dal 2014 al 2017, lo Stato Islamico ha governato milioni di persone e rivendicato la responsabilità o ispirato attacchi in dozzine di città in tutto il mondo. Il suo leader Abu Bakr al-Baghdadi ha dichiarato il suo califfato su un quarto dell'Iraq e della Siria nel 2014 prima di essere ucciso in un raid delle forze speciali statunitensi nel nord-ovest della Siria nel 2019, quando il gruppo è crollato.
Le forze armate nel nord dell'Iraq e nel nord-est della Siria affermano il solo numero dei soldati di tutti i gruppi contrari al Daesh sarebbe sufficiente a impedire qualsiasi rinascita. Ma questi gruppi o eserciti o milizie sono divisi fra di loro. Sulla scia dell'assalto alla prigione, la coalizione militare guidata dagli Stati Uniti che combatte lo Stato islamico ha affermato che i recenti attacchi alla fine lo hanno reso più debole. Non tutti in Iraq e Siria hanno la stessa idea.
"Dopo l'attacco alla prigione in Siria, temevamo che Daesh potesse tornare", ha detto Hussein Suleiman, un impiegato del governo nella città irachena di Sinjar, che lo Stato islamico aveva invaso nel 2014 e dove ha massacrato migliaia di membri della minoranza yazida. "Lo Stato Islamico è venuto dalla Siria l'ultima volta. Le truppe irachene e le forze curde erano qui anche allora, ma sono fuggite".
di Daniele Mastrogiacomo
La Repubblica, 3 febbraio 2022
Lourdes Maldonado, José Luis Gamboa Arenas, Margarito Martinez Esquivel e Roberto Toledo erano stati tutti minacciati per le loro denunce contro la corruzione. Alcuni erano stati inseriti nel programma di protezione.
Quattro giornalisti uccisi in Messico in 32 giorni. Uno a settimana: tre uomini e una donna. L'ultimo due giorni fa. Colleghi esperti, noti. E tutti minacciati. Alcuni inseriti nel programma di protezione che il presidente Obrador, superando i difficili rapporti con i media e la continua banalizzazione del pericolo, alla fine ha applicato. Non parliamo di scorte: sarebbe un lusso in un paese dove 700 giornalisti vengono considerati a rischio e 1.300 difensori dei diritti umani sono nel mirino dei sicari. Protezione significa un file aperto nello schedario delle minacce e, nei casi estremi, una pattuglia di agenti che passa sotto casa ogni tanto. È servito a poco. Nel 2021 nove cronisti sono stati falciati dal piombo dei killer. Si sommano ai 138 assassinati dal 1992, secondo il CPJ, il Comitato di difesa dei giornalisti fondato a New York nel 1981. Anche se Articolo 19, l'associazione dei giornalisti messicani, fissa in 145 il numero delle vittime dal 2000.
Lourdes Maldonado, José Luis Gamboa Arenas, Margarito Martinez Esquivel, Roberto Toledo. Sono gli ultimi martiri della libertà di informazione in Messico. Tutti assassinati in questo primo scorcio del 2022. Lourdes Maldonado viveva a Tijuana e da qui copriva la politica.
Da mesi era sottoposta a continue minacce. Telefonate anonime, strani personaggi che le si avvicinavano, che le suggerivano di cambiare mestiere. Era tenace, precisa, attendibile. Svelava truffe e corruzioni delle amministrazioni locali. Sapeva di essere in pericolo. Aveva chiesto un mese fa protezione direttamente a Obrador. Nel corso della consueta conferenza stampa che il presidente tiene ogni mattina alle 7 al posto della domanda lo aveva esortato: "Rischio di essere uccisa. La prego di farmi proteggere". E' stato inutile. L'hanno sorpresa due killer mentre era alla guida della sua auto: tre colpi a bruciapelo, in faccia.
José Luis Gamboa Arenas era il direttore di Inforegio, sito web di Veracruz. Anche lui denunciava la corruzione nelle amministrazioni locali e i rapporti con la criminalità del posto. Anche lui è stato sorpreso per strada e fatto fuori con una facilità sconcertante. Margerito Martinez Esquivel faceva il fotoreporter. Era una leggenda a Tijuana. Conosceva ogni angolo della frontiera che si snoda lungo il confine sud degli Usa. Faceva questo lavoro da 20 anni.
Era il primo ad arrivare sul posto, anche prima della polizia. Era collegato alla radio delle pattuglie e appena arrivava la segnalazione di una sparatoria scattava con la sua macchina fotografica sempre appesa al collo, lo sguardo vigile, pieno di curiosità. Era generoso: se lo chiamava qualche collega arrivato in ritardo gli passava i dettagli del servizio. Era pericoloso: lo hanno ucciso mentre rientrava in redazione, due colpi alle spalle.
Lunedì scorso è toccato a Roberto Toledo, anche lui un veterano del giornalismo. Collaborava con il portale Monitor Michoacán da 22 anni. Conosceva bene il sottobosco politico di quello Stato. "Denunciare le corruzioni di governi corrotti - ha detto con voce rotta dall'emozione in un video il direttore Armando Linares - ha portato alla morte di uno dei nostri colleghi.
Non ci arrendiamo. Non abbiamo pistole o fucili. La nostra unica arma è questa", ha aggiunto mostrando una penna. Il portavoce della Presidenza, Jesús Ramirez, ha condannato l'assassinio e ha assicurato che il governo non lascerà impunito il caso. Ma ha anche aggiunto, questa volta su Twitter, che Toledo non era un giornalista. Un tentativo di sminuire la portata dell'ennesimo omicidio tra chi fa informazione che ha sollevato la durissima protesta della categoria esasperata dallo stillicidio di esecuzioni e dall'inerzia degli inquirenti.
Durante lo scorso fine settimana c'è stata la mobilitazione di tutti i giornalisti messicani in 23 Stati del paese. Si chiede protezione vera e soprattutto giustizia. Il direttore di Monitor Michoacán ha replicato con stizza al tweet del portavoce della Presidenza. "Roberto manteneva un basso profilo, viste le continue minacce". Oltre a convivere con la paura i giornalisti in Messico sono pagati male. Molti si dividono tra tanti lavori ma non per questo i killer li risparmiano.
- La Consulta: troppi 250 euro al giorno per tramutare il carcere in pena pecuniaria
- Le Rems, sotto esame di Cedu e Corte Costituzionale
- Consulta, troppi 250 euro al giorno per sostituire una pena detentiva in pecuniaria
- La Consulta: "Multa al posto del carcere, così è solo per ricchi"
- Csm e Consiglio di Stato la guerra infinita dei ricorsi per le nomine









