di Valentina Stella
Il Dubbio, 4 febbraio 2022
L'autore che con la "Casta" contribuì a cambiare le sorti del paese, ora in un altro libro ammette: "L'autonomia della magistratura così com'era stata concepita ha mostrato tutti i suoi limiti, fino ad assumere pian piano connotati diversi".
"Potere assoluto - I cento magistrati che comandano in Italia", è il titolo del nuovo saggio del giornalista Sergio Rizzo (Solferino Editore, pagine 256, euro 17), in cui svela storie, protagonisti, conflitti d'interesse e retroscena inediti della casta più nascosta e potente del Paese:" i consiglieri di Stato. Ovvero, il nocciolo duro del potere in Italia".
Il libro, di cui discuteremo con l'autore venerdì 4 febbraio alle 19 sulla pagina Facebook del Dubbio, cade a fagiolo, considerato che solo poche settimane fa il Consiglio di Stato è stato al centro della cronaca giudiziaria per aver decapitato i vertici della Cassazione. Quest'ultimo aspetto è ritenuto talmente problematico che si torna a parlare seriamente di un'Alta Corte: Rizzo riprende l'idea di Luciano Violante preoccupato del "rischio che "la magistratura amministrativa diventi il soggetto che, al di là della Costituzione, decide delle promozioni e delle sanzioni dei magistrati". Al di là della Costituzione. Vero. Ma questo può accadere - prosegue Rizzo - perché, "al di là della Costituzione", l'autonomia della magistratura così com'era stata concepita ha mostrato tutti i suoi limiti, fino ad assumere pian piano connotati diversi".
Fra tutti i 10 mila e passa magistrati italiani i Consiglieri di Stato sono quelli più vicini alla politica. "Al punto da indirizzarne talvolta le scelte importanti. Gli spetta per legge - scrive Rizzo - il compito di esprimere pareri e suggerimenti sulle iniziative del governo. Pareri e suggerimenti, si badi bene, talvolta vincolanti". Ma il vero asso nella manica di questi magistrati è la possibilità di assumere incarichi diversi da quelli strettamente giudiziari, andando "fuori ruolo".
Hanno in mano i ministeri, come capi di gabinetto, e "perfino il processo legislativo della nostra democrazia, visto che, come esperti giuridici dei ministri, scrivono le leggi e ne gestiscono il funzionamento attraverso decreti attuativi predisposti da loro stessi", trasformandosi così negli uomini più potenti del Paese. "Nel governo di Mario Draghi ce ne sono undici: il 10 per cento dell'intero Consiglio di Stato".
Rizzo fa i nomi, individua i strani giri che fanno non uscendo mai da quelli che contano, e anche le preziose parentele: chi sono, lo scoprirete leggendo il libro. Il testo è ricco di storie realmente accadute, come si suole dire: a cominciare dalla partita non giocata tra Juventus e Napoli durante la pandemia e che divise l'Italia a metà. Il giudice sportivo e "consigliere di Stato Gerardo Mastrandrea infligge alla squadra di De Laurentiis non soltanto la sconfitta a tavolino per 3-0, ma la condisce per sovrapprezzo con la penalizzazione di un punto in classifica. [...] Si può sempre fare ricorso alla Corte federale d'appello. E chi è lì il presidente? Manco a dirlo, un altro consigliere di Stato. Resta tuttavia ancora una chance estrema. Il Collegio di garanzia dello sport del Coni".
E chi è il presidente? "Un terzo consigliere di Stato che spunta in questa assurda vicenda: Franco Frattini", ora divenuto Presidente del CdS. Ma nel saggio si fanno anche i conti in tasca alla magistratura amministrativa, con esiti sconcertanti: le spese per l'informatica sono passate dagli 8,3 milioni del 2013 per schizzare a 23 milioni nel 2020, per poi leggere, nel bilancio di previsione, che la spesa sarebbe salita in soli tre anni a 52 milioni e mezzo. "La botta è così pesante che uno dei quattro membri laici, Salvatore Sica, chiede lumi. Fa mettere a verbale che vuole vederci chiaro lamentando "l'assenza di un'adeguata e dettagliata indicazione dei costi e della ratio sottesa alla spesa". Ma poi la sua uscita non sortisce effetti. Gli spiegano che a fare le gare è la Consip e che l'aumento deriva anche da questo (!)".
Ma non finiscono qui le bizzarrie per Rizzo. Nel mirino del suo racconto entra pure Frattini e la sua nomina nell'aprile 2021 a Presidente aggiunto del CdS, contro la quale fa ricorso il consigliere di Stato Giuseppe Severini: " dei trentatré anni e mezzo trascorsi dal giuramento come consigliere di Stato alla nomina come numero due di Palazzo Spada, Frattini ne ha passati decisamente più della metà a fare politica, in aspettativa. Esattamente, precisa il ricorso di Severini, diciotto anni e mezzo". Ma non c'è nulla da fare, tutto regolare perché con una motivazione che "assomiglia a un triplo salto mortale con doppio carpiato del maestro di sci Frattini" si dice che "l'aspettativa presa per ragioni "extra istituzionali", come quelle politiche, si può equiparare al cosiddetto "fuori ruolo".
Che cosa significa? In sostanza, un consigliere di Stato che va in aspettativa perché viene eletto alla Camera con un partito, e perciò non prende lo stipendio, è come se andasse a fare il capo di gabinetto di un ministero conservando la busta paga". La vicenda di cui parliamo per Rizzo "sta a dimostrare quanto sia robusto il cordone ombelicale di certa magistratura con la politica. E quanto l'indipendenza del potere giudiziario possa rivelarsi in determinate circostanze un concetto abbastanza vacuo".
linkoristano.it, 4 febbraio 2022
L'amarezza del direttore Pierluigi Farci, che lascia l'incarico, in una dichiarazione raccolta dall'associazione Socialismo Diritti Riforme. "Il mio rammarico è non aver potuto dedicarmi in modo esclusivo a un solo istituto penitenziario. Troppi impegni da gestire per riuscire ad ascoltare costantemente e con l'attenzione dovuta il personale e i detenuti".
C'è una vena di amarezza nel commiato di Pierluigi Farci, il direttore storico del carcere di Oristano, prima nell'edificio di piazza Manno e ultimamente a Massama. Dopo 38 anni di servizio, compiuti i 67 anni, il dirigente è andato in pensione martedì 1° febbraio.
"Il mio orgoglio è quello di essere riuscito a contribuire con sei campagne di scavi archeologici e il lavoro di una quarantina di detenuti alla valorizzazione di Monti Prama e dell'anfiteatro romano di Fordongianus", ha detto ancora Farci, in una dichiarazione raccolta da Maria Grazia Caligaris dell'associazione Socialismo Diritti Riforme, che più di una volta negli ultimi 15 anni ha posto l'accento sui problemi legati alla gestione dell'istituto oristanese.
Dal 2014 Pierluigi Farci ricopriva anche l'incarico di direttore dell'Ufficio personale del Provveditorato regionale dell'Amministrazione penitenziaria e il ruolo di vicario. Originario di Quartu Sant'Elena, laureato in Giurisprudenza, Farci ha gestito diversi istituti penitenziari dal 1984 a oggi. Dopo una iniziale breve parentesi a Bergamo, era stato assegnato a Oristano, ed ha assunto l'incarico di direttore dopo l'evasione di Nicolò Floris e Salvatore Fais (Speedy Gonzales), negli anni "caldi" dei sequestri di persona a scopo di estorsione.
Successivamente è stato per 6 anni a Isili ma poi ha sempre avuto incarichi a scavalco con Is Arenas, Nuoro, Sassari, Macomer, dove ha inaugurato l'allora istituto di "Sa Stoia". Una vita professionale a stretto contatto con personaggi di spicco della criminalità italiana, come Vallanzasca, ricordando una lunga polemica con Sgarbi quando il "bel René" era detenuto a Nuoro. Ultimamente il lavoro lo ha portato a stretto contatto con Battisti, Carminati e Mancuso. Come ricorda ancora l'associazione Socialismo Diritti Riforme, Pierluigi Farci - che per 4 anni è stato segretario nazionale del Sidipe, il sindacato dei direttori penitenziari) - ha conosciuto una lunga serie di ministri che si sono avvicendati al Ministero della Giustizia, da Amato a Castelli, da Flick a Severino e Orlando.
di Matteo Angioli
Il Riformista, 4 febbraio 2022
Respinta la richiesta di libertà vigilata per l'autore del sanguinoso attentato del 2011. Confermati 21 anni di reclusione: pena massima in Norvegia. Ci si è chiesti se introdurre il fine pena mai. La risposta? No.
Non meritano indifferenza due recenti decisioni in tema di giustizia penale. In base alla legge britannica sul terrorismo, ad agosto, un 22enne inglese, Ben John, era stato condannato a due anni di carcere per aver scaricato migliaia di testi antisemiti e di suprematismo bianco. Il giudice aveva però sospeso la pena puntando a un percorso davvero alternativo, "condannando" il giovane alla lettura di classici come Shakespeare, Austen e Dickens, e verificandone periodicamente l'auspicata graduale rieducazione. "Sei una persona solitaria con pochi o nessun vero amico", aveva detto all'imputato, descritto come "facilmente influenzabile". Per il giudice era un incidente isolato che non aveva recato nessun danno. Il 4 gennaio, nella prima udienza di verifica, lo stesso giudice si era detto incoraggiato dai progressi iniziali compiuti da John.
Di diverso parere l'Avvocato Generale del Regno Unito e deputato conservatore, Alex Chalk, autore di un ricorso contro la sentenza ritenuta eccessivamente indulgente. Il ricorso, sollecitato dall'associazione Hope Not Hate (Speranza Non Odio) che aveva inviato una lettera aperta a Chalk, è stato accolto dalla Corte d'Appello il 19 gennaio, mettendo fine alla libertà condizionale del giovane imputato per il quale si sono aperte le porte del carcere. Chalk ha dichiarato che il governo "è impegnato a interrompere le attività degli estremisti più pericolosi e a sostenere chi contrasta la retorica dell'odio e a proteggere le persone vulnerabili che vengono trascinate nel terrorismo." È lecito chiedersi allora se la forma di protezione migliore per una persona "facilmente influenzabile", altrettanto vulnerabile, come Ben John, sia il carcere e se non sia sufficiente la libertà condizionale.
Secondo il suo avvocato, John è "un bambino" con una "biblioteca elettronica" che include anche testi marxisti, e la sentenza di custodia cautelare era "del tutto sensata, costruita con cura e appropriata" proprio perché abbinata a un programma di riabilitazione "serio" che aveva già prodotto effetti tangibili. Hope Not Hate esulta per l'annullamento della "sentenza allarmante" perché non è possibile evitare il carcere per reati che comportano una pena detentiva massima di quindici anni. Ma, se la speranza di superare l'odio passa per il carcere, non c'è speranza.
Negli stessi giorni è stato un "vero" terrorista a far parlare di sé. Il 18 gennaio è scoccato il decimo anno di detenzione di Anders Breivik, l'uomo che nel 2011 compì un doppio attentato in Norvegia uccidendo 77 persone. Breivik si è avvalso del diritto, maturato dopo dieci anni di detenzione, di chiedere la libertà vigilata.
In tribunale ha affermato di aver rinunciato alla violenza ma non alle idee di ostentata ispirazione nazista. Non avendo mostrato dunque nessun rimorso, il primo febbraio, il giudice ha negato la libertà condizionale e confermato la sentenza di reclusione di 21 anni, pena massima in Norvegia, dove non esiste l'ergastolo. Esiste però una disposizione che consente di prolungare la detenzione, finché il detenuto non sia più giudicato un pericolo.
Breivik si è presentato facendo il saluto nazista e mostrando un cartello con un messaggio inneggiante alla supremazia bianca. Aveva già utilizzato precedenti udienze come piattaforma per denunciare un genocidio dei bianchi in Occidente. Aveva perfino tentato di fondare, dal carcere, un partito fascista contattando per posta i vari Ben John, ma quelle lettere sono state sequestrate dagli agenti penitenziari e aggiunte alle prove del suo mancato ravvedimento. Giusto, dunque, riflettere sul rischio che tali apparizioni ispirino individui "facilmente influenzabili". Tuttavia, molti norvegesi sono convinti che il modo migliore per sconfiggere la sua visione del mondo non sia tappargli la bocca, ma dimostrare che il sistema da cui Breivik sostiene di essere oppresso, in realtà, gli sta dando tutte le possibilità di esprimersi, attraverso canali legali attentamente governati. Lo credo anch'io. In Norvegia perfino un criminale come Breivik ha gli stessi diritti di qualsiasi altro cittadino detenuto, inclusi quelli di pensiero e parola.
Di fronte all'efferatezza del crimine commesso e orgogliosamente rivendicato, la società norvegese - tutt'altro che ingenua - si è chiesta, non senza dolore e aspri confronti, se riformare il codice penale introducendo l'istituto dell'ergastolo. Risposta? No, non permetteremo a Breivik di vincere manomettendo i principi e le leggi alla base della nostra democrazia.
di Roberto Ciccarelli
Il Manifesto, 4 febbraio 2022
La protesta. Oggi gli studenti tornano in piazza per la terza volta contro la "l'alternanza scuola-lavoro" e le nuove regole sulla "maturità". Le critiche del movimento studentesco al Palazzo che ha applaudito Mattarella sulla necessità di ascoltare gli studenti. Scontro, anche nella maggioranza, sulle regole delle quarantene in classe.
Per la terza volta nell'ultimo mese oggi gli studenti delle scuole superiori scendono in piazza contro l'alternanza scuola-lavoro e per un esame di stato diverso. Dopo due anni di Covid dicono sì alla tesina e no alla seconda imposta dal ministro dell'istruzione Bianchi.
Il corteo nazionale sarà a Roma alle 9.30 da Piramide al ministero in Viale Trastevere. Previsti cortei e presidi a Milano (piazza Fontana), Palermo, Genova, Bari, Firenze, Perugia, Verona, Padova, Varese, Lodi, Agrigento, Taranto, Venezia, Latina, Pisa, Modena e nel resto del Paese. Domani e domenica i canali social del movimento "La Lupa" hanno annunciato l'assemblea "É tempo di riscatto" al centro sociale Acrobax in via della Vasca Navale 6 a Roma.
La novità di ieri è stato il discorso del presidente della Repubblica Mattarella davanti alle camere riunite in occasione della sua reinvestitura. Rispetto al silenzio del governo, e agli imbarazzi della sua maxi-maggioranza sui pestaggi degli studenti a Roma (23 gennaio) e a Torino, Milano e Napoli (il 28) il cambiamento di tono è sembrato netto.
Mattarella ha esortato il parlamento e il governo e non sono sfuggite le parole nette, e in senso contrario, "ascoltare gli studenti. Le disuguaglianze sono il freno a ogni prospettiva reale di crescita. Dignità è azzerare i morti sul lavoro. Mai più tragedie come quella del giovane Lorenzo Parelli, entrato in fabbrica per un progetto scuola-lavoro. Quasi ogni giorno veniamo richiamati drammaticamente a questo primario dovere della nostra società".
"Nel nostro Paese vi è un tema spinoso legato alla democrazia e alla repressione del dissenso - ha detto Luca Redolfi (Unione Degli Studenti) - La direttiva ministeriale di novembre della ministra Lamorgese ha limitato la possibilità di manifestare, a dicembre decine di studenti sono stati sospesi per aver partecipato alle occupazioni della propria scuola e la scorsa settimana decine di studenti sono rimasti feriti dalla violenza della polizia".
L'invito di Mattarella a ascoltare, e non picchiare, gli studenti contrasta con la politica di chiusura praticata dal ministero dell'Istruzione. "Da mesi - ha detto Bianca Chiesa (UdS) - chiediamo un dialogo con il Ministro Bianchi che però sceglie di non incontrare le rappresentanze studentesche da ottobre. In quell'incontro ci vennero fatte promesse non rispettate, come il confronto sull'Esame di Stato, mai avvenuto".
"E' impensabile tornare a questo tipo di esame dopo mesi di pandemia" dichiarano i ragazzi della Rete degli Studenti Medi -"e anche adesso, seppure la scuola sia in presenza dall'inizio dell'anno, sappiamo che la situazione non è davvero così: ci sono moltissime classi in quarantena o che sono state più volte in quarantena e quindi in dad durante tutto l'anno. Queste direttive, arrivate solo ora dopo mesi di incertezza, sono l'ennesima dimostrazione di un Ministero che non ascolta gli studenti e che non prende in considerazione la grave situazione psicologica che stanno vivendo, ma pensa invece solamente a valutarli. Persino il Presidente della Repubblica oggi, nel suo discorso di insediamento, ha sottolineato l'importanza dell'ascolto di noi studenti. Vogliamo risposte dal Ministro".
Il tentativo del Palazzo e dei media è deviare, e strumentalizzare, le critiche degli studenti all'alternanza scuola-lavoro. Si attribuisce loro, anche tramite articoli di stampa, la confusione tra due sistemi diversi: l'alternanza scuola lavoro e il percorso di istruzione e formazione professionale (Iefp) frequentato da Lorenzo Parelli, morto all'ultimo giorno di stage. La richiesta è l'abolizione e il ripensamento globale di un sistema di addestramento alla precarietà, e non i tirocini di cui si ipotizza lì dove previsti un contratto di lavoro (apprendistato) con il salario e soprattutto le tutele. Queste ultime mancano per gli adulti, ma è inaccettabile che si espongano gli adolescenti a rischi mortali. Gli applausi del Palazzo alle parole di Mattarella sono stati criticate dagli studenti. "Se la Politica tutta ha il coraggio di alzarsi per applaudirlo - ha aggiuto Redolfi (Uds) - deve avere anche il coraggio di abolire i PCTO (nuova sigla per l'alternanza) a favore della proposta di istruzione integrata".
Il ministro dell'Istruzione Bianchi e quello del lavoro Orlando, entrambi del Pd, sembrano comunque molto lontani oggi dall'accettare un discorso simile. Da quello che si è capito in questi giorni l'annuncio dell'ennesimo tavolo fatto l'altro ieri potrebbe portare a una riforma dei tirocini extracurricolari per ridurre gli abusi Il che sarebbe già qualcosa dal momento che questi tirocini sono preferiti all'apprendistato professionalizzante per risparmiare sulla retribuzione e le tutele. In Veneto, sostiene il Pd regionale, parliamo di 350-450 euro lordi al mese.
Sulle nuove regole decise dal governo a proposito delle quarantene a scuola ieri sono continuate le polemiche. "Le misure annunciate puntano a una normalizzazione fittizia - sostiene Grazia Maria Pistorino, segretaria nazionale della Flc Cgil - È evidente che, così come è avvenuto a gennaio, l'insieme delle misure che si stanno varando sono finalizzate a dichiarare una normalità non adeguata ai dati di contagio che vive ogni scuola, ogni mattina. Siamo preoccupati: un caso in una classe coinvolge 25 alunni e 50 genitori. Queste misure di semplificazione rappresentano per il governo un tentativo di normalizzare forzatamente le condizioni di vita nella scuola e, soprattutto, nella società, garantendo la didattica in presenza a qualunque costo, anche a rischio e pericolo degli alunni più piccoli che stanno in classe senza mascherine. Per noi semplificare non vuol dire diminuire le tutele, ma rendere omogenee le regole per tutti gli studenti della classe, indicando misure chiare per tutti, non farraginosi conteggi".
"La soluzione sarebbe avere classi molto meno numerose (quindi più insegnanti); spazi più ampi (quindi recupero di beni pubblici, a fini scolastici); aeratori nelle aule; e aumento consistente del trasporto pubblico. E invece fanno finta di non capire che la pandemia non è finita e che - continuando a non garantire i vaccini a tre quarti dell'umanità e a non cambiare i modelli di produzione e consumo - possono arrivare nuove varianti o nuove pandemie, ricominciando tutto da capo. Continuano a parlare di "ritorno alla normalità", mentre quella normalità è il problema. Fanno propaganda".
Anche su questo fronte la maggioranza e il governo sono divisi. Ieri il sottosegretario leghista all'istruzione Rossano Sasso ha contestato la decisione del proprio governo di differenziare il diritto alla didattica in presenza sulla base dello stato vaccinale. "La campagna vaccinale è partita da troppo poco tempo - prosegue - infatti nella fascia 5-11 anni solo un terzo degli alunni ha avuto la possibilità di immunizzarsi. Inoltre è una decisione che spetta alle famiglie, non al singolo studente, che però paga in prima persona con un'ingiusta esclusione".
di Davide Maria De Luca
Il Domani, 4 febbraio 2022
Oggi sono previste manifestazioni in tutta Italia, comprese Milano e Torino, dove una settimana fa la polizia ha reagito con violenza ai cortei di protesta. Gli studenti manifestano contro la decisione di reintrodurre due prove scrive alla maturità, ma anche contro tirocini e alternanza scuola lavoro. La speranza è di evitare i peggiori incidenti di una settimana fa, quando decine di studenti sono stati feriti negli scontri, alcuni anche in modo grave.
Dopo le cariche della polizia e i pestaggi subito nel corso delle manifestazioni di una settimana fa, gli studenti medi tornano oggi in piazza in alcune delle principali città italiane. Una mobilitazione che arriva il giorno dopo il riconoscimento delle loro domande da parte del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che nel suo discorso di insediamento ha parlato della necessità di ascoltare "la voce degli studenti". A indire la manifestazione sono sigle come Rete degli studenti medi, Osa nazionale e numerosi altri gruppi e collettivi, come il movimento romano La Lupa. Gli studenti protestano contro la decisione del ministro dell'Istruzione Patrizio Bianchi di ripristinare due prove scritte all'esame di maturità.
"Non ci soddisfa perché è una presa in giro, un modo di Bianchi per raccontarci e raccontarsi che va tutto bene e che il peggio è passato", ha detto al portale scolastico Orizzonte scuola Tommaso Biancuzzi, membro della Rete studenti medi. La decisione, prosegue Biancuzzi, non considera invece che "i maturandi di quest'anno hanno vissuto tre anni infernali, prima con la chiusura generalizzata, poi con quelle a singhiozzo e infine con la confusione di questi ultimi giorni. Non tenere conto di questa condizione significa prendersi in giro e cedere alla retorica a discapito dei fatti". Gli studenti chiedono una tesina scritta sotto la supervisione dei loro insegnanti al posto delle prove scritte.
Contro l'alternanza - Almeno per una parte dei manifestanti, però, rimarrà centrale anche nelle manifestazioni di oggi la protesta contro l'alternanza scuola/lavoro, l'utilizzo di tirocini scolastici e la sicurezza sui luoghi di lavoro. Gli studenti, accusano queste formule di alternanza di ridurre il monte ore a disposizione per la didattica e di complicare il lavoro dei dirigenti scolastici, costretti a cercare aziende con cui stabilire partnership. Attaccano anche la filosofia alla base dell'alternanza che, accusano, considera la scuola come un luogo che deve esclusivamente formare al lavoro, gli stessi temi sollevati alle manifestazioni convocate la scorsa settimana dopo la morte di Lorenzo Parelli, uno studente diciottenne di un istituto professionale, morto l'ultimo giorno di tirocinio in un incidente sul lavoro.
"A Roma abbiamo deciso in assemblea di scendere in piazza anche questo venerdì - dice Pietro Zanchini, studente romano del movimento la Lupa - Protestiamo contro l'Alternanza scuola-lavoro, contro la repressione che ci ha colpiti non solo nelle strade, ma anche nelle scuole con denunce e sospensioni dovute alle sessanta occupazioni di quest'autunno e anche contro la nuova-vecchia maturità, solo l'ultima delle infelici decisioni del governo che non tengono minimamente in considerazione le nostre esigenze". A Torino, una delle città dove una settimana fa gli scontri sono stati più intensi, il Kollettivo degli studenti autorganizzati ha deciso una mobilitazione dal titolo "Lorenzo vive nella lotta". Ma anche a Milano, Napoli, Genova e altre città gruppi di studenti hanno annunciato manifestazioni contro l'alternanza e i tirocini.
I pestaggi - La speranza di molti è che le manifestazioni di oggi possano procedere in modo più ordinato rispetto a quelle di una settimana fa, che hanno visto scontri anche intensi e decine di feriti. Secondo le ricostruzioni delle forze dell'ordine, venerdì scorso numerosi studenti erano scesi in piazza con l'intenzione di cercare lo scontro con la polizia. Nella sua prima, e fino ad oggi unica, dichiarazione sulle manifestazioni, la ministra dell'Interno Luciana Lamorgese ha incolpato "gruppi di infiltrati" tra gli studenti che puntavano a provocare la polizia. Secondo numerosi filmati e testimonianze degli studenti che hanno manifestato venerdì scorso, le cose si sarebbero svolte in maniera molto diversa. Le forze dell'ordine avrebbero lanciato numerose cariche senza provocazione e adottato un atteggiamento particolarmente repressivo, nonostante i manifestanti fossero in buona parte minorenni e disarmati. Gli scontri peggiori si sono verificati a Milano e Torino, dove i filmati mostrano gli agenti accanirsi contro ragazzi disarmati e lanciare cariche apparentemente non provocate. Soltanto a Torino, i feriti tra gli studenti sono stati venti, alcuni hanno riportato fratture, altri hanno ricevuto punti alla testa.
Anche domenica 23, durante le prime manifestazioni studentesche che si sono tenute a Roma, gli studenti sostengono la reazione delle forze dell'ordine sia stata particolarmente dura. "I fatti di domenica scorsa a Roma sono stati il primo atto della tragedia di gestione dell'ordine pubblico durante le manifestazioni studentesche di venerdì in tutto il paese", dice Zanchini. "Non appena il corteo ha mosso i primi passi è stato bloccato dai cordoni di polizia che, pochi secondi dopo, ai primi accenni di pressione sugli scudi, senza alcuna provocazione, senza alcun lancio di oggetti, hanno cominciato a manganellare gli studenti e le studentesse nelle prime linee - dice Zanchini - Gli scontri sono durati qualche minuto e hanno provocato 4 feriti tra di noi, tra cui una ragazza di 14 anni che è stata soccorsa da un medico passante e che è stata medicata in ospedale con 6 punti in testa".
di Francesco Marone
Il Domani, 4 febbraio 2022
La leadership di Abu Ibrahim al Hashimi al Qurayshi è stata breve e per molti versi enigmatica. La sua nomina venne ufficialmente annunciata il 31 ottobre 2019, pochi giorni dopo la morte di al Baghdadi. Dopo la laurea a Mosul e il servizio militare, il futuro "califfo" si unì alla causa jihadista e divenne un membro del gruppo armato che nel 2014 sarebbe diventato lo Stato islamico. Al momento lo Stato islamico non ha ancora riconosciuto ufficialmente la morte del suo leader né ha prospettato il percorso per la sua successione.
Il presidente americano Joe Biden ha annunciato ieri la morte del leader dello Stato islamico, Abu Ibrahim al Hashimi al Qurayshi. Secondo le informazioni disponibili, la rischiosa operazione delle forze speciali americane assomiglia a quella che pose fine alla vita del precedente "califfo", Abu Bakr al Baghdadi, nell'ottobre del 2019. Tra l'altro, in modo piuttosto sorprendente, l'area interessata è la medesima: il governatorato di Idlib, nel nordovest della Siria, ovvero un'area vicina al confine turco e controllata da una coalizione di gruppi ribelli dominata dagli jihadisti di Hayat Tahrir al Sham (Hts), già affiliati ad al Qaida e rivali dello stesso Stato islamico.
La leadership di Abu Ibrahim al Hashimi al Qurayshi è stata breve e per molti versi enigmatica. La sua nomina venne ufficialmente annunciata il 31 ottobre 2019, pochi giorni dopo la morte di al Baghdadi. Del nuovo leader venne presentato soltanto un nome di battaglia: un riferimento alla sua presunta appartenenza al lignaggio hascemita della storica tribù araba dei Quraish, cui apparteneva il profeta Maometto; secondo una tradizione diffusa nell'islam i califfi (ovvero i successori del profeta) dovrebbero appartenere a tale tribù.
Lo Stato islamico non ha mai fornito altri dettagli sull'identità del suo massimo rappresentante. Curiosamente un'organizzazione che ha fatto notoriamente della comunicazione e della propaganda un proprio tratto distintivo, tanto più nei suoi anni d'oro (2014-2019), è stata quindi guidata da un leader rimasto completamente nell'oscurità, presumibilmente per ragioni di sicurezza, fino alla sua morte.
Le autorità antiterrorismo sono comunque giunte presto alla conclusione che dietro a quel nome di battaglia si celasse l'iracheno Amir Muhammad Sa'id Abdal Rahman al Mawla. Tra l'altro, menzionando esplicitamente questo nominativo, nel giugno del 2020 gli Stati Uniti hanno offerto una ricompensa di dieci milioni di dollari a chiunque fornisse informazioni utili per rintracciarlo.
Secondo le informazioni disponibili, al Mawla nacque nel 1976 in una cittadina a maggioranza turkmena del nord dell'Iraq. Dopo la laurea a Mosul e il servizio militare, il futuro "califfo" si unì alla causa jihadista e divenne un membro del gruppo armato che nel 2014 sarebbe diventato lo Stato islamico; lasciato alle spalle un periodo in carcere, salì rapidamente la gerarchia del gruppo (peraltro decimata da morti in combattimento e uccisioni mirate), dimostrando spiccate doti organizzative. Nelle dinamiche ideologiche interne allo Stato islamico al Mawla si attestò spesso su posizioni estreme; in particolare, è noto che sostenne la prospettiva della riduzione in schiavitù delle donne yazide, alla fine approvata e tragicamente attuata dall'organizzazione jihadista.
In questi mesi non sono trapelate informazioni sulle decisioni effettivamente assunte dal "califfo" al Qurayshi. Ci sono tuttavia indicazioni secondo cui l'organizzazione sotto la sua guida abbia assunto una struttura più decentralizzata. Il gruppo armato si è anche impegnato in numerosi attacchi clandestini in Siria e Iraq, talora con iniziative clamorose.
Proprio pochi giorni fa lo Stato islamico ha lanciato la sua offensiva, la più importante da quando ha perso il territorio in Siria e Iraq nel 2019: il 20 gennaio, infatti, miliziani dell'organizzazione hanno assaltato una prigione della città di al Hasaka, nel nord della Siria, riuscendo a liberare centinaia di militanti jihadisti che vi erano detenuti. Soltanto dopo giorni di scontri intensi, le milizie a maggioranza curda, che controllano di fatto quell'area della Siria, sono riuscite a riprendere il controllo del carcere, con l'aiuto delle forze della Coalizione guidate dagli Stati Uniti. L'assalto alla prigione peraltro ha riportato l'attenzione sulla sorte di migliaia di presunti jihadisti stranieri e loro familiari detenuti in carceri improvvisate e in campi sovraffollati nel nord della Siria.
Al momento lo Stato islamico non ha ancora riconosciuto ufficialmente la morte del suo leader né ha prospettato il percorso per la sua successione. In questa fase di transizione, anche i simpatizzanti sul web mantengono una posizione di attesa, se non di negazione dei fatti. Nel complesso, la morte del "califfo" costituisce un altro colpo inferto allo Stato islamico, sia sul piano organizzativo sia sul piano simbolico. Non sorprendentemente Biden, reduce dal fallimento della guerra in Afghanistan, ha prontamente sottolineato questo aspetto. D'altra parte, purtroppo, è facile prevedere che lo Stato islamico, ancora una volta, sarà in grado di riorganizzarsi e di proseguire la sua missione fanatica di distruzione.
di Jacopo Storni
Corriere Fiorentino, 4 febbraio 2022
È l'Africa il continente che accoglie il maggior numero di profughi in fuga da guerre e persecuzioni. La storia di un burkinabé, funzionario in pensione che ha accolto 100 connazionali.
Forse non tutti sanno che è l'Africa, e non l'Europa, il continente che accoglie il maggior numero di profughi. Soltanto l'Africa subsahariana ospita più del 26% della popolazione mondiale di rifugiati. Sono oltre 18 milioni le persone di questa regione che hanno cercato rifugio all'estero o in altre zone del proprio Paese per fuggire a guerre, violenze, intimidazioni, persecuzioni politiche o religiose. Il loro numero è aumentato vertiginosamente negli ultimi anni, in parte a causa delle crisi in Repubblica Centrafricana, Nigeria, Sud Sudan, ma anche per le tensioni nella regione dei Grandi Laghi e in Yemen. L'Uganda, per esempio, accoglie da solo oltre un milione di profughi, la maggior parte dei quali provenienti dal Sud Sudan, ed è il terzo Paese con più migranti al mondo dopo Turchia e Pakistan.
In Uganda i rifugiati possono lavorare la terra, hanno accesso gratuito a scuola e sanità. L'approccio del governo è mirato all'inclusione nelle comunità. E allora, partendo da questi dati, forse non stupisce neppure più di tanto la storia di Lambda, 85 anni, abitante del Burkina Faso, che in una struttura della sua casa, nella città di Tougouri, ha accolto circa cento rifugiati del Burkina Faso, Paese che ormai da anni accoglie molti sfollati e dove il 23 gennaio è iniziato un colpo di stato coi golpisti che hanno annunciato la sospensione della costituzione, lo scioglimento del parlamento e del governo, la chiusura delle frontiere e il coprifuoco.
Lambda, come raccontato dall'Unhcr, è un funzionario civile in pensione, vedovo e padre di sette figli. Lambda ha accolto nel suo compound più di 100 dei suoi connazionali fuggiti dalle loro case, offrendo loro riparo, cibo e persino denaro per comprare provviste. Tra le persone accolte anche tante famiglie con bambini piccoli. "Il suo gesto - è stato spiegato da Unhcr - riflette la straordinaria solidarietà che le comunità ospitanti del Burkina Faso hanno mostrato verso gli sfollati durante un decennio di disordini nella regione del Sahel, dove i gruppi armati hanno attaccato villaggi, distrutto le case e costretto le persone a fuggire".
Alla fine del 2021 c'erano oltre 1,5 milioni di sfollati interni in Burkina Faso, con le regioni del Centro-Nord e del Sahel più colpite. Nel complesso, le migrazioni forzate nella regione del Sahel centrale - che comprende anche il Mali e il Niger - è decuplicato nell'ultimo decennio, passando da 217.000 a oltre 2,5 milioni, compresi circa 410.000 rifugiati - soprattutto dal Mali - oltre a 2,1 milioni di sfollati interni. "Sono esseri umani proprio come me, e quello che stanno passando può succedere anche a me - ha detto Lambda - Non potevo sopportare di vederli dormire fuori in balia del freddo e della polvere". Tra gli ospiti di Lambda c'è anche Raogo e la sua famiglia composta da 18 persone, fuggiti dalla loro casa dopo che gruppi armati hanno attaccato il loro villaggio a Pensa.
"Apprezzo molto la sua umiltà e gentilezza, perché è difficile trovare persone così benevole al giorno d'oggi - ha detto Raogo -. Ci considera suoi fratelli e condivide le poche cose che ha con noi". "La generosità di Lambda è esemplare. Dobbiamo sostenere lui e altri membri della comunità ospitante che hanno dimostrato una straordinaria solidarietà", dice Abdouraouf Gnon-Konde, Rappresentante dell'Unhcr in Burkina Faso, che poi ha aggiunto: "L'Unhcr, insieme ad altre agenzie, sta sostenendo le autorità per proteggere e assistere le famiglie sfollate, anche attraverso il rafforzamento delle infrastrutture e dei servizi nelle aree dove le persone fuggono".
di Sara Munari
Il Domani, 4 febbraio 2022
È da anni che studenti e studentesse si mobilitano contro l'alternanza perché fin da subito ci è stato chiaro il modello sfruttatore che rappresenta. Ma ci voleva la morte di uno di noi per rimettere al centro il tema per le Istituzioni, vere responsabili di questa vicenda e che ora piangono lacrime da coccodrillo mentre noi abbiamo scelto invece di lottare con il doppio della determinazione.
Abbiamo immediatamente indetto una manifestazione, a caldo e con la volontà di mostrarci insieme contro una scuola che non è più accettabile. Ci siamo riuniti in piazza Arbarello, a Torino, con la chiara idea di fare un corteo per riappropriarci dello spazio e prendere voce in un momento di invisibilità totale per noi giovani. Invece ci è stato impedito con una violenza inaccettabile e arbitraria da parte della polizia che ha selvaggiamente caricato la manifestazione per impedirne la partenza in corteo; le cariche sono state molteplici, ma nessuno studente o studentessa ha indietreggiato di fronte a questa prova di forza. Questo ha fatto sì che la polizia continuasse a imporsi con violenza per ore. Ci siamo immediatamente riuniti per confrontarci, tutti e tutte con l'intenzione di andare avanti con un percorso che in quel venerdì ha visto solo il suo inizio.
Così, abbiamo rilanciato sulla data del 4 febbraio dichiarando da subito l'obiettivo di fare un corteo. Da una settimana, in diverse località italiane sono in corso agitazioni crescenti, in ogni scuola ci si sta organizzando per essere tanti e determinati domani e questo dimostra che il comportamento intimidatorio tenuto dalla Questura non ha centrato l'obiettivo, tra noi studenti e giovani non si parla di paura, le nostre ragioni e la nostra unione sono la forza che ci serve e che ci spinge ad andare avanti, convinti perché certi di essere dalla parte giusta. La protesta non è stata zittita, anzi è in crescita e questo ne dimostra la determinazione.
Domani saremo in tanti e faremo il corteo. Di fronte a questo chiaro scenario, che è perfettamente documentabile da chiunque abbia il dono della ragione e la volontà di capire, leggiamo le imbarazzanti dichiarazioni della Ministra Lamorgese che ci viene a raccontare di "infiltrazioni che cercavano incidenti in piazza" come se i video non mostrassero con dovizia di particolari la situazione.
Non esistono infiltrazioni di alcunché nelle nostre piazze, il neo-nato movimento studentesco è compatto e rifiuta in toto una simile narrazione da parte di una ministra che non sa assumersi le proprie responsabilità in merito a centinaia di giovani e studenti feriti dagli uomini delle cosiddette forze dell'ordine. La forza delle nostre ragioni è il motore per proseguire, ci vedremo domani mattina alle ore 10 in piazza XVIII Dicembre a Torino e saremo tanti e tante ma non sarà un punto di caduta, sarà la molla di slancio per crescere e avanzare. Vogliamo l'abolizione dell'alternanza una volta per tutte e non ci fermeremo adesso.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 3 febbraio 2022
Studio patrocinato dal ministero della Giustizia: impiegato solo il 4%, con il 50% ci sarebbe un gettito Iva pari a 90 milioni di euro in più annui. Inoltre si risparmierebbero 700 milioni all'anno nella spesa per i penitenziari.
Per i detenuti il lavoro fa la differenza, rende tutto più vitale, soprattutto se gestito da soggetti imprenditoriali capaci di proporre lavoro vero. Attualmente, però, è un'opportunità molto ridotta, raggiunge solo il 4% della popola zione carceraria, se non si conteggia il lavoro per periodi troppo brevi, con orari giornalieri troppo limitati e dedicati al funzionamento interno alla struttura.
di Maurizio Crippa
Il Foglio, 3 febbraio 2022
La cultura politica di Mattarella e l'emergenza trascurata. Quando questo pomeriggio Sergio Mattarella giurerà davanti al Parlamento per il suo secondo mandato da presidente della Repubblica, una cosa "che non dovremmo aspettarci nel testo programmatico che sarà letto... è una forte pressione sulle riforme". O almeno questo è il consiglio prudenziale offerto sul Corriere della Sera da Marzio Breda, quirinalista espertissimo e per così dire ufficioso. Le previsioni esistono per essere smentite, e il bello delle elezioni sortite più dalla necessità che dal caso è che a volte possono riservare sorprese; ma questo è più che altro un augurio che l'Italia bisognosa di riforme fa a sé stessa, in un giorno importante.
- Il Capo del Dap Bernardo Petralia lascia l'incarico
- Lavora solo 1 detenuto su 3 (e grazie alle cooperative sociali)
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